Fedeli scandalizzati per il rito in duomo dedicato al Duce. Vescovo contro il parroco

VALENTINA FREZZATO
ALESSANDRIA

Chi si sofferma a leggere i manifesti funebri, nei giorni scorsi ad Alessandria ne ha sicuramente notato uno particolare, che annunciava una messa di suffragio per ricordare «il sacrificio di Benito Mussolini e dei trecentomila caduti della Repubblica sociale italiana». Appuntamento in duomo lunedì alle 18, firmato «Gli Italiani di Alessandria». E due giorni fa la messa è stata celebrata davvero, puntuale, da don Gianni Toriggia che a inizio funzione ha avvertito: «Questa è in ricordo di Mussolini».

Lo stupore dei fedeli

Gli habitué del rito del tardo pomeriggio si sono stupiti, soprattutto quelli che erano lì per ricordare i defunti dell’associazione Beata Vergine della Salve. C’è chi ha definito la funzione «scandalosa», chi ha deciso di non partecipare alla comunione, chi ha minimizzato dicendo «è un morto come un altro». L’ha fatto anche lo stesso Toriggia: «Si tratta di misericordia, io ho pregato per questa anima come farei per qualsiasi altra. Il Signore è morto per tutti. Mi scandalizza che i cristiani si scandalizzino per questo».

Sconcerto di monsignor Gallese

Peccato che uno degli scandalizzati sia proprio il vescovo di Alessandria, Guido Gallese: «Non ero a conoscenza di questa messa, non sono stato avvertito, io non l’avrei celebrata». E spiega i motivi: «Le messe in suffragio non si negano a nessuno, questo è vero. La Chiesa prega per tutti i morti al di là di visioni e divisioni. Mi scoccia però la strumentalizzazione: quei manifesti appesi per la città sono questo. Non c’è solo l’intento di pregare per i defunti. Sono strumentalizzazioni di un atto di misericordia, è qualcosa di davvero antipatico».

Il vescovo in quei giorni era impegnato nell’organizzazione della processione per la Madonna della Salve, patrona della diocesi, per questo non si è accorto di nulla: «Se avessi visto quei manifesti, avrei stoppato tutto». Appena ha saputo, ha subito contattato il parroco della cattedrale: «L’ho “sgridato”, gli ho detto di fare attenzione la prossima volta. Non si usa Dio per portare avanti giochi di parte, per le nostalgie. Non si deve usare la fede come atto politico».

Il pastore del duomo, però, ha pure aggiunto: «È Papa Francesco che insegna questo, che dice di avere misericordia. Ci sarà persino il Giubileo sulla riconciliazione. Io prego, non do giudizi. Quelli devono rimanere fuori dalla mia chiesa».

Tam-tam sui social

Sulla questione, il 28 aprile, si è pure espressa Selvaggia Lucarelli. In un suo post su Twitter ha scritto: «Ad Alessandria si celebrano messe per onorare il sacrificio di Benito Mussolini. Andiamo bene». Chi c’era (solo una dozzina di persone erano lì per la funzione specifica, tra cui molti politici) ha confermato che quella è una messa che in città si celebra da sempre, «da cinquant’anni». Ogni volta in una chiesa diversa. Il vescovo dice: «Mai saputo, prima volta che vedo e sento di questa messa».

Il manifesto sarebbe stato stampato «in proprio»: in fondo c’è scritto «in vicolo dell’Erba, 1», dove c’è l’ufficio di un famoso avvocato penalista di Alessandria, ex consigliere comunale de La Destra. Ma nessuno conferma che la richiesta in cattedrale sia arrivata da lui.

lastampa.it

Corea Nord: giustiziati per spionaggio quattro componenti della Unhasu Orchestra

A marzo, quattro componenti della Unhasu Orchestra, nota band, sono stati giustiziati per “spionaggio”.

In relazione alla Unhasu Orchestra, l’ipotesi di esecuzione dei quattro componenti è riconducibile all’accusa di divulgazione di segreti della famiglia Kim. Sull’orchestra s’è focalizzata negli ultimi anni l’attenzione internazionale dato che la ‘first lady’ Ri Sol-ju è stata tra le sue cantanti di punta e più famose. Nel 2013, i media giapponesi avevano riferito che componenti della Unhasu e una troupe artistica erano stati giustiziati per “pornografia” e che l’esecuzione era stata autorizzata dallo stesso Kim per coprire un presunto coinvolgimento di Ri. La Corea del Nord ha spesso effettuato esecuzioni pubbliche in una consolidata procedura al fine di rafforzare la presa del potere da parte del leader di turno. Nel 2013, Kim non esitò a portare davanti al plotone d’esecuzione Jang Song-Thaek, suo zio, ‘tutore’ e numero due del regime, accusato di tradimento. Tre disertori dell’esercito nordcoreano, infine, hanno ucciso venerdì tre cittadini cinesi nella città di confine di Helong, secondo la tv pubblica sudcoreana Kbs. Le autorità cinesi hanno avviato una vasta caccia all’uomo nelle montagne limitrofe, nel sudest della provincia di Jilin. A dicembre, un soldato nordcoreano attraversò il fiume Tumen e raggiunse la città di confine di Nanping, uccidendo quattro persone anziane durante un tentativo di rapina, secondo quanto riferito dall’agenzia Yonhap. Nell’occasione, Pechino presentò una rarissima protesta diplomatica contro la Corea del Nord per l’episodio. L’assassino, ferito con colpi di arma da fuoco, morì in un ospedale durante le cure mediche.

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CHIESA, A ROMA RITIRO MONDIALE SACERDOTI CON PAPA FRANCESCO DAL 10 GIUGNO. Apra ai preti sposati

“Trasformati dall’amore e per l’amore”, questo il tema della meditazione che Papa Francesco proporrà il prossimo 12 giugno ai sacerdoti in arrivo nella Capitale da tutto il mondo. L’occasione: il terzo Ritiro mondiale, organizzato dall’Iccrs (International Catholic Charismatic Renewal Services) e dalla Catholic Fraternity (Cf) dal 10 al 14 giugno, dedicato alla riflessione su “Chiamati alla santità per la nuova evangelizzazione”. Lo scrive RomaSette.it, organo di informazione online del Vicariato di Roma. Ognuna delle 5 giornate in programma sarà dedicata a una delle prospettive nelle quali il tema generale verrà articolato: Radunati, Riconciliati, Trasformati, Fortificati e, da ultimo, Inviati per la nuova evangelizzazione. A fare da filo conduttore, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium. Si comincia il 10 giugno con la Messa di apertura presieduta dal cardinale Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i laici. Seguirà il saluto di benvenuto di Michelle Moran (presidente Iccrs) e Gilberto Barbosa (presidente Cf). La meditazione della giornata sarà affidata a padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, e sarà dedicata al tema del ritiro: “Chiamati alla santità per la nuova evangelizzazione”. L’11 giugno il cardinale Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio giustizia e pace, guiderà la meditazione del giorno su “Riconciliati con Dio”. A presiedere la Messa sarà il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. Nel pomeriggio poi la parola passerà a don Livio Tacchini per una meditazione su “Il prezzo della riconciliazione”, seguita da un tempo di riconciliazione guidato da padre Daniel Ange. Il 12 giugno padre Jonas Abib interverrà su “Lascia che l’amore di Dio ti trasformi”; subito dopo suor Briege McKenna e padre Kevin Scallon guideranno l’adorazione eucaristica e la preghiera di guarigione. Nel pomeriggio l’incontro con Papa Francesco, che proporrà la sua riflessione: “Trasformati dall’amore e per l’amore”. Quindi, dopo un tempo di dialogo con i sacerdoti, celebrerà la Messa e consegnerà ai partecipanti il mandato missionario. “Fortificati per essere più pienamente discepoli-missionari” è il tema sul quale si soffermerà, il 13 giugno, padre Raniero Cantalamessa. A seguire, la celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero. Nel pomeriggio ci sarà la meditazione su “Vivere il sacerdozio nella potenza dello Spirito Santo” di monsignor Joseph Malagreca. Dal Brasile arriverà la testimonianza di monsignor José Luis Azcona. La giornata sarà conclusa dalla preghiera per una nuova effusione di Spirito Santo con Patti Gallagher Mansfield e monsignor Alberto Taveira. Il ritiro si concluderà domenica 14 giugno con una solenne celebrazione eucaristica presieduta dal cardinale vicario della diocesi di Roma Agostino Vallini. (29 aprile 2015) (omniroma.it)

 

Papa Francesco: «Il capolavoro della società è la famiglia». Ma ancora no ai preti sposati

Papa Francesco all’udienza generale in Piazza San Pietro ha proseguito la sua riflessione sul disegno originario di Dio sulla coppia uomo-donna. Associazione sacerdoti lavoratori sposati protesta. Abbiamo bisogno di nuove scelte pastorali concrete di PapaFrancesco.
Roma, 29/04/2015 (informazione.it – comunicati stampa – varie) “L’evangelista Giovanni – ha esordito il Papa – all’inizio del suo Vangelo, narra l’episodio delle nozze di Cana, a cui erano presenti la Vergine Maria e Gesù, con i suoi primi discepoli (cfr Gv 2,1-11). Gesù non solo partecipò a quel matrimonio, ma ‘salvò la festa’ con un miracolo del vino! Dunque, il primo dei suoi segni prodigiosi, con cui Egli rivela la sua gloria, lo compì nel contesto di un matrimonio, e fu un gesto di grande simpatia per quella nascente famiglia, sollecitato dalla premura materna di Maria”. Per i sacerdoti sposati italiani, fondati nel 2003 dadon Giuseppe Serrone, Papa Francesco ha aperto una splendida riflessione. A braccio il Papa ha aggiunto: “E questo ci fa ricordare il libro della Genesi, quando Dio finisce l’opera della creazione e fa il suo capolavoro; il capolavoro è l’uomo e la donna. E qui Gesù incomincia proprio i suoi miracoli con questo capolavoro, in un matrimonio, in una festa di nozze: un uomo e una donna. Così Gesù ci insegna che il capolavoro della società è la famiglia: l’uomo e la donna che si amano! Questo è il capolavoro!”. “Dai tempi delle nozze di Cana – ha proseguito – tante cose sono cambiate, ma quel ‘segno’ di Cristo contiene un messaggio sempre valido. Oggi sembra non facile parlare del matrimonio come di una festa che si rinnova nel tempo, nelle diverse stagioni dell’intera vita dei coniugi. È un fatto che le persone che si sposano sono sempre di meno; questo è un fatto: i giovani non vogliono sposarsi. In molti Paesi aumenta invece il numero delle separazioni, mentre diminuisce il numero dei figli. La difficoltà a restare assieme – sia come coppia, sia come famiglia – porta a rompere i legami con sempre maggiore frequenza e rapidità, e proprio i figli sono i primi a portarne le conseguenze. Ma pensiamo che le prime vittime, le vittime più importanti, le vittime che soffrono di più in una separazione sono i figli. Se sperimenti fin da piccolo che il matrimonio è un legame “a tempo determinato”, inconsciamente per te sarà così. In effetti, molti giovani sono portati a rinunciare al progetto stesso di un legame irrevocabile e di una famiglia duratura. Credo che dobbiamo riflettere con grande serietà sul perché tanti giovani “non se la sentono” di sposarsi. C’è questa cultura del provvisorio… tutto è provvisorio, sembra che non c’è qualcosa di definitivo”. “Questa dei giovani che non vogliono sposarsi – ha osservato – è una delle preoccupazioni che emergono al giorno d’oggi: perché i giovani non si sposano? Perché spesso preferiscono una convivenza, e tante volte “a responsabilità limitata”? Perché molti – anche fra i battezzati – hanno poca fiducia nel matrimonio e nella famiglia? È importante cercare di capire, se vogliamo che i giovani possano trovare la strada giusta da percorrere. Perché non hanno fiducia nella famiglia?”. “Le difficoltà – ha sottolineato – non sono solo di carattere economico, sebbene queste siano davvero serie. Molti ritengono che il cambiamento avvenuto in questi ultimi decenni sia stato messo in moto dall’emancipazione della donna. Ma nemmeno questo argomento è valido. Ma questa è anche un’ingiuria! – ha esclamato a braccio – No, non è vero! È una forma di maschilismo, che sempre vuole dominare la donna. Facciamo la brutta figura che ha fatto Adamo, quando Dio gli ha detto: ‘Ma perché hai mangiato il frutto?’, e lui: ‘Lei me l’ha data’. E la colpa è della donna. Povera donna! Dobbiamo difendere le donne, eh!”. “In realtà – ha aggiunto – quasi tutti gli uomini e le donne vorrebbero una sicurezza affettiva stabile, un matrimonio solido e una famiglia felice. La famiglia è in cima a tutti gli indici di gradimento fra i giovani; ma, per paura di sbagliare, molti non vogliono neppure pensarci; pur essendo cristiani, non pensano al matrimonio sacramentale, segno unico e irripetibile dell’alleanza, che diventa testimonianza della fede. Forse proprio questa paura di fallire è il più grande ostacolo ad accogliere la parola di Cristo, che promette la sua grazia all’unione coniugale e alla famiglia”. “La testimonianza più persuasiva della benedizione del matrimonio cristiano – ha detto – è la vita buona degli sposi cristiani e della famiglia. Non c’è modo migliore per dire la bellezza del sacramento! Il matrimonio consacrato da Dio custodisce quel legame tra l’uomo e la donna che Dio ha benedetto fin dalla creazione del mondo; ed è fonte di pace e di bene per l’intera vita coniugale e familiare. Per esempio, nei primi tempi del Cristianesimo, questa grande dignità del legame tra l’uomo e la donna sconfisse un abuso ritenuto allora del tutto normale, ossia il diritto dei mariti di ripudiare le mogli, anche con i motivi più pretestuosi e umilianti. Il Vangelo della famiglia, il Vangelo che annuncia proprio questo sacramento ha sconfitto questa cultura di ripudio abituale. Il seme cristiano della radicale uguaglianza tra i coniugi deve oggi portare nuovi frutti. La testimonianza della dignità sociale del matrimonio diventerà persuasiva proprio per questa via, la via della testimonianza che attrae, la via della reciprocità fra loro, della complementarietà fra loro”. *fonte avvenire.it

Foggia, ex prete violenta bimbo di 11 anni e pubblica foto sul web. Arrestato

Era stato ridotto allo stato laicale “con provvedimento adottato dal Consiglio Generale della Congregazione nella seduta del 21 e 23 febbraio 2012, con il quale era stato dispensato dallo stato del sacro celibato e dagli oneri sacerdotali”. Gli era stato vietato dalla Chiesa di avvicinarsi ai bambini che frequentavano la parrocchia di un paesino del foggiano e di prestare servizio nella catechesi. Ma al 55enne Giovanni Trotta, già indagato da diverse procure per diffusione di materiale pedopornografico, il riserbo imposto sulla triste fine della sua carriera sacerdotale non aveva impedito di diventare socio di una squadra di calcio poco distante dalla sua ex parrocchia e di avvicinare i bambini. Così, un anno dopo l’espulsione dalla Chiesa, l’uomo avrebbe adescato un bambino di 11 anni e lo avrebbe violentato, pubblicando in rete scatti pornografici.

Da oggi l’ex sacerdote è in carcere con le accuse di violenza sessuale commessa per induzione (e con l’aggravante di aver abusato delle condizioni di inferiorità fisica e psichica della vittima), e per produzione, distribuzione, divulgazione, condivisione e pubblicizzazione di materiale pedopornografico ai danni del bambino. I fatti risalgono al 2013-2014.

L’indagine della procura di Bari è stata avviata dopo la denuncia dei genitori della piccola vittima. Dal racconto del bimbo è subito emerso uno scenario inquietante, ma la svolta è arrivata il 21 novembre 2014 quando la polizia postale ha perquisito l’abitazione di Trotta. Il controllo – secondo i magistrati – ha consentito “di fare luce su uno scenario assolutamente raccapricciante e di accertare la commissione di gravi crimini contro l’infanzia”, in particolare ai danni del piccolo calciatore. Le indagini successive hanno consentito di accertare che la Chiesa aveva vietato a Trotta di “avvicinarsi ai bambini frequentanti la parrocchia” del foggiano e di “prestare, a qualunque titolo, servizio nella catechesi per bambini in fase prepuberale”.

L’ex sacerdote – secondo la procura – ha però potuto avvicinare la vittima attraverso la scuola calcio della cittadina foggiana in cui operava, scuola della quale risulta essere stato socio fino al novembre 2014, quando è stato allontanato. Il bambino è stato adescato e portato da Trotta nella sua abitazione con il pretesto che gli avrebbe fatto doposcuola. Dalle indagini della Polizia postale – sostiene la procura – è stata acquisita “la prova della esistenza di realizzazioni pedopornografiche, prodotte all’interno dell’ abitazione” dell’ex sacerdote ai danni del minorenne. Il silenzio di quest’ultimo sarebbe stato comprato da Trotta con la promessa che lo avrebbe aiutato a diventare un bravo calciatore oppure un modello. E neppure la perquisizione domiciliare ha fatto desistere l’uomo dal contattare il ragazzino. I contatti sono continuati fino al gennaio scorso. Ora le indagini continuano per accertare se l’ex prete abbia molestato altri bambini.

ilfattoquotidiano.it

Terremoto. Nepal, i morti sono 3.200 Dispersi 4 speleologi italiani

Continua a salire drammaticamente, ora dopo ora, il bilancio delle vittime del terremoto che ha devastato il Nepal ieri. Il numero di vittime del terremoto in Nepal è salito a 3.218, con almeno 5.638 feriti. L’aeroporto internazionale Tribhuvan di Kathmandu e’ nuovamente aperto ai voli internazionali che trasportano aiuti ed a quelli commerciali.

Quattro speleologi italiani del Soccorso alpino, in spedizione nel villaggio di Langtang, travolto da un’enorme valanga, non danno notizie di sé da ieri sera. Lo apprende l’ANSA dal fratello di uno di loro, Giuseppe Antonini, di Ancona. Roberto Antonini ha parlato con il fratello mezz’ora prima del sisma, poi non ha più saputo nulla. E sono stati rintracciati due ragazzi fiorentini, Daniel e Elia Lituani, 25 e 22 anni, nel Paese da due settimane. “Ha telefonato la ragazza di mio figlio – ha detto Marco Lituani, il padre – e stanno tutti bene”.

Di fronte all’immane tragedia causata dalle fortissime scosse di terremoto che da ieri scuotono il Nepal, il governo ha dichiarato lostato di calamità nazionale, aggravando quindi l’emergenza che era stata decretata ieri.

L’aspetto di Kathmandu e delle altre città storiche nepalesi investite dall’ondata sismica è surreale: cumuli di macerie, gente accampata dappertutto, assenza visibile di aiuti, niente recinzioni delle zone disastrate, mancanza di elettricità, acqua e gas. Alla prima forte scossa di ieri verso mezzogiorno – di magnitudo 7.9 – ne sono seguite almeno altre 30 nelle successive 24 ore.

La più forte oggi, alle 12.54 locali, ha nuovamente terrorizzato la popolazione che si è riversata in strada. In un messaggio, l’inviata dell’ANSA ha descritto la situazione: “Una scossa fortissima. Siamo scappati tutti fuori dall’hotel Annapurna. La gente gridava e il pavimento dondolava come se si fosse sull’acqua”. L’aeroporto di Kathmandu, l’unico scalo internazionale nepalese, è stato chiuso all’improvviso alle 12 locali, dopo una forte scossa, secondo le autorità “solo per 4 ore”. Ma questo ha comunque costretto almeno tre aerei indiani che erano in volo per il Nepal a fare marcia indietro.

Infine c’è da segnalare che l’Unità di crisi della Farnesina ha continuato le verifiche sulla presenza dei connazionali in Nepal. Finora sono stati rintracciati oltre 300 italiani, che risultano incolumi, come due amici alpinisti di Fano, Pietro Marcucci e Luca Cantiani, che si trovano in questo momento ai piedi dell’Everest. Ansia invece per due fratelli fiorentini, Daniel e Elia Lituani, di 25 e 22 anni: è stata la madre a lanciare l’allarme all’ANSA, affermando di non riuscire a contattare i figli dopo il devastante terremoto di ieri. I due sono nel Paese da due settimane. L’ultimo contatto con i genitori risale a pochi giorni fa, con una mail inviata da Pokhara.
Sembra non finire più l’incubo del Nepal, colpito da una nuova forte scossa di terremoto di magnitudo 6.7 alle 9.09 ora italiana. L’epicentro e’ stato localizzato a 17 Km a sud di Kodar. Il sisma e’ stato avvertito in tutta l’India settentrionale. “Siamo scappati tutti fuori dall’hotel Annapurna. La gente gridava e il pavimento dondolava come se si fosse sull’acqua”. Questo il messaggio via Whatsapp dell’inviata dell’ANSA a Kathmandu subito dopo la nuova terribile scossa di terremoto in Nepal.

ansa

Le ricerche Google premieranno i siti per smartphone

Entra oggi in funzione un nuovo algoritmo di Google, che premierà i siti internet che hanno una versione appositamente studiata per la visualizzazione sui dispositivi mobili. Il nuovo algoritmo farà in modo che i siti senza versione ‘mobile-friendly’ perdano posizioni nei risultati delle ricerche su dispositivi mobili. Il nuovo sistema di Google analizza ogni aspetto dei siti web, dalle dimensioni del testo alla sua compattezza di visualizzazione, nel tentativo di rendere sempre più fruibile il suo servizio di ricerca per il numero sempre più ampio di persone che effettuano ricerche su smartphone o tablet.

Un “padiglione Italia” anche nel cuore di San Vittore. Per l’Expo sarà allestito nel carcere

Un “padiglione Italia” anche nel cuore di San Vittore. Per l’Expo sarà allestito nel carcere cittadino uno spazio espositivo, che si richiama simbolicamente al padiglione Italia, con attività legate al cibo e all’ambiente che si realizzano nelle strutture penitenziarie italiane. Un’occasione per dare visibilità all’economia penitenziaria che non solo produce e genera posti di lavoro per i detenuti ma, in raccordo con le ostituzioni, consente di realizzare quell’intervento di inclusione sociale che mira complessivamente all’abbassamento della recidiva. Lo speciale “padiglione” ribattezzato ‘primo maggio-primo raggiò potrà essere visitato (dalle 15,30 alle 18 previa autorizzazione) da cittadini, imprenditori, ristoratori, commercianti nell’obiettivo di assaggiare e concordare strategie commerciali e stabilire contatti utili. Inoltre, per tutta la durata del periodo espositivo (cioè dal 1 maggio al 31 ottobre), presso l’istituto penitenziario di Bollate, contiguo al sito dell’Expo, ogni primo venerdì del mese, da giugno, saranno allestiti spazi espositivi e di vendita di prodotti. Per visitare questi “mercatini” bisogna iscriversi al sitowww.carcerebollate.it.

Lo strappo di Francesco: “Ai poveri i posti d’onore del concerto in Vaticano”

CITTÀ DEL VATICANO – Gli ultimi saranno i primi, disse Gesù. Parole che sono legge per Francesco che ha deciso di riservare i posti d’onore di un concerto che avrà luogo in Vaticano ai poveri, ai migranti, ai senzatetto. Per la prima volta, in quelle prime file per consuetudine occupate da capi di Stato, dignitari, rappresentanti di istituzioni, siederanno coloro che più di tutti sono presenti nel cuore di Bergoglio. Il concerto, intitolato “Con i poveri e per i poveri”, avverrà giovedì 14 maggio nell’Aula Paolo VI. E cioè in quella stessa Aula dove il 22 giugno 2013 si consumò un piccolo giallo. A un concerto organizzato per l’anno della fede, Francesco all’ultimo diede forfait. Per “motivi improrogabili ” la sua sedia rimase vuota.

Sotto la bacchetta del maestro Daniel Oren a esibirsi saranno l’Orchestra Filarmonica Salernitana “Giuseppe Verdi” e il coro della diocesi di Roma diretto da monsignor Marco Frisina. Lo faranno per sostenere le opere di carità del Pontefice, con il patrocinio dell’elemosineria apostolica, del pontificio consiglio della Cultura, di quello per la Nuova evangelizzazione e della fondazione San Matteo del cardinale Van Thuan. I biglietti d’ingresso saranno gratuiti, ma a tutti i presenti, si legge nell’invito, “sarà data la possibilità di contribuire con offerte volontarie che saranno interamente devolute all’elemosineria”.

I senzatetto sono gli ospiti illustri dell’evento. Saranno convocati attraverso associazioni di volontariato che operano sul territorio: la Caritas diocesana di Roma, il Gran Priorato di Roma, la delegazione di Roma del Sovrano Militare Ordine di Malta, il Circolo San Pietro, la Comunità di San’Egidio e il Centro Astalli. Spiegano gli organizzatori: “Occuperanno in Aula i posti d’onore e, accanto a loro, seguendo gli insegnamenti del Papa, saranno invitate famiglie, anziani e giovani di tutte le parrocchie romane, in particolare coloro che nelle periferie della città vivono situazioni di disagio materiale e spirituale con l’augurio che per loro, come per tutti quelli che parteciperanno, questa serata rappresenti un seme di fiducia e di speranza per il futuro”.

Il Vaticano non è un castello riservato alle élite, turisti, fedeli, o curiali che siano. È la casa di tutti, il centro di una Chiesa sinodale nel governo ma anche nella sua essenza. Già poche settimane fa il Papa aveva aperto le porte dei musei e della cappella Sistina a una visita privata riservata ai senzatetto. E così egli fa il prossimo 14 maggio quando quell’Aula, dove fino a qualche tempo fa avvenivano concerti con posti riservati ai potenti e auto blu parcheggiate direttamente in piazza San Pietro, si apre ai bisognosi che vivono sotto il colonnato del Bernini, i portici di via della Conciliazione, le strade di Borgo Pio. Monsignor Konrad Krajewski, elemosiniere, tutti i giorni porta a queste persone la carità del Papa.

Un’attenzione fatta di soldi offerti per le necessità, di un servizio di barberia ideato sotto il colonnato, con tanto di docce gratuite, di sacchi a pelo donati in occasione del compleanno papale. Ma è anche quando Francesco deve fare dei regali ai pellegrini che i senzatetto divengono i protagonisti: lo scorso marzo 50mila copie del Vangelo sono state distribuite durante un Angelus in piazza san Pietro da 300 clochard, nominati seduta stante “messaggeri” papali.
Francesco va oltre le discussioni che da sempre nella Chiesa si fanno a riguardo dei poveri e della loro necessaria “liberazione “. Per anni la comunità ecclesiale si è divisa fra coloro che tacciavano di ideologia marxista chi si impegnava per i poveri e coloro che, invece, limitavano l’impegno a mere analisi sociologiche.

Bergoglio al contrario dimostra di voler andare oltre i due estremi, schierandosi fattivamente in favore dei poveri, agendo con forza contro il disprezzo della dignità dei “reietti “. Per lui, infatti, i poveri sono il cuore della Chiesa, soggetti creativi da cui, come scrive in Evangelii Gaudium, sempre si può imparare: tutti, scrive, possono raccogliere “la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicare attraverso di loro”.

di Paolo Rodari  – repubblica.it

 

Preti Usa chiedono aperture

38101 WASHINGTON-ADISTA. È da pochi giorni scaduto il termine per la consegna delle risposte al questionario voluto dal Vaticano in vista del Sinodo ordinario di ottobre, ed entro l’estate – quando sarà pubblicato l’Instrumentum laboris – sapremo se e come hanno influito sul documento di lavoro gli interventi di quanti tra vescovi, congregazioni religiose, comunità e singoli fedeli, in questi mesi hanno voluto dire la loro in materia di famiglia, accogliendo l’invito della Segreteria Generale del Sinodo (v. Adista Notizie nn. 1, 6 e 13/15; Adista Documenti n. 8/15; Adista Segni nuovi nn. 1, 9, 11, 13 e 15/15).

Se lo scorso mese ben 500 preti inglesi sono scesi in campo – con una lettera pubblicata sul settimanale Catholic Herald (v. Adista Notizie n. 13/15) – per esprimere l’auspicio che il Sinodo produca «una proclamazione chiara e ferma» a sostegno della dottrina della Chiesa sul matrimonio, il 10 aprile scorso altrettanti, ma a partire dall’altra sponda dell’Oceano, hanno fatto lo stesso, dando corpo però a una serie di suggerimenti che vanno nella direzione opposta a quella auspicata oltre Manica. Il documento diffuso dall’Association of U.S. Catholic priests (Auscp) raccoglie le risposte pervenute da 572 sacerdoti statunitensi (428 membri dell’associazione – che conta nel suo complesso più di mille aderenti – e 144 esterni) cui è stato chiesto, oltre che di rispondere alle 46 domande del questionario, di ordinarle per importanza.

Il primo posto se l’è conquistato la domanda n. 20 – «Come aiutare a capire che nessuno è escluso dalla misericordia di Dio e come esprimere questa verità nell’azione pastorale della Chiesa verso le famiglie, in particolare quelle ferite e fragili?» – nel rispondere alla quale i preti Usa preannunciano il tenore di tutto il documento: «Non presumendo che chi è nella Chiesa sia nella ragione e chi ne è al di fuori sia nel torto»; «accogliendo anziché rifiutando e discriminando i cattolici divorziati risposati e omosessuali»; «rispettando il primato della coscienza in caso di dilemmi morali», vi si legge tra le altre cose.

Al secondo posto i 572 piazzano la domanda sulla questione ritenuta più delicata, quella relativa alla pastorale rivolta alle famiglie che hanno al loro interno persone con «tendenza omosessuale». Per i preti Usa la comunità cristiana può assolvere a questo compito «offendo una teologia della sessualità nuova e sana»; «apprezzando il valore delle unioni civili gay»; riconsiderando l’idea che il sesso sia legato per forza alla procreazione; trattando gli omosessuali come sorelle e fratelli «con lo stesso desiderio di amore, impegno e cura dei bambini»; «usando una terminologia moderna», per esempio, suggeriscono, utilizzando “orientamento omosessuale” al posto di “tendenze omosessuali”. I sacerdoti sono ancora più netti nel rispondere alla domanda relativa a come «prendersi cura delle persone in tali situazioni alla luce del Vangelo»: «Istituendo un rito specifico per le unioni dello stesso sesso», è uno dei suggerimenti forniti, corredato dall’invito a «mettere in discussione l’assunto per cui Dio desidera solo l’unione uomo-donna» in risposta alla domanda seguente («Come proporre loro le esigenze della volontà di Dio sulla loro situazione?»).

Altrettanto nette le risposte relative alla pastorale sacramentale nei riguardi dei divorziati risposati, come lasciava prevedere il primo blocco di risposte: i 572 suggeriscono infatti, tra le altre cose, di riammetterli all’eucarestia, «nutrimento per vivere vite fedeli e di amore da parte di coppie in un nuovo matrimonio».

I preti Usa suggeriscono poi di «prendere coscienza del fatto che il dogma della Chiesa in materia di matrimonio e famiglia è troppo rigido», consigliando addirittura di «imparare dai protestanti che fanno un lavoro migliore nell’applicare i valori scritturistici alla famiglia»; di «favorire un grande coinvolgimento dei laici nella catechesi e nel ministero»; di «assicurarsi che coloro che vengono ordinati capiscano che non per questo sono automaticamente qualificati per l’attività pastorale relativa al matrimonio»; di far comprendere ai ministri che coppie e famiglie in serie difficoltà devono essere affidate a specialisti; di «ordinare uomini sposati al sacerdozio e donne sposate al diaconato: potrebbero meglio esercitare il ministero con le famiglie»; di «non cercare di incasellare relazioni amorose e feconde nel modello dottrinale della Chiesa».

«Dio dalle nostre vite non si aspetta la perfezione», è uno dei commenti raccolti dall’Auscp e proposto in calce al documento insieme ad altri. «Noi viviamo con i nostri punti di forza e di debolezza. Facciamo degli errori. La grazia è la misericordia di Dio che ci circonda, con il perdono e la forza di muoverci in una direzione che ci avvicina a Dio. Dobbiamo incoraggiare questo movimento, piuttosto che punire le persone che non raggiungono la perfezione!». (ingrid colanicchia)

Pontificato di Francesco, fra novità dell’annuncio di Dio e tentativo di riforma della Chiesa, con alcune contraddizioni non ancora risolte

Luca Kocci
Adista Notizie n. 14 del 11/04/2015

Il pontificato di Francesco, fra novità dell’annuncio di Dio e tentativo di riforma della Chiesa, con alcune contraddizioni non ancora risolte. Se ne è parlato lo scorso 27 marzo nel salone della Comunità cristiana di Base di San Paolo, a Roma, con Raniero La Valle, Giovanni Franzoni e Luigi Sandri.

Per La Valle quello di Francesco appare come un «pontificato di svolta», dopo «un lungo inverno durato cinquant’anni», ovvero dalla conclusione del Concilio Vaticano II ad oggi. Ma il tema centrale di Francesco non è tanto la riforma della Chiesa – anche se La Valle vede comunque uno spostamento dell’asse da una Chiesa «verticistica», anche con un ridimensionamento del ruolo “sacrale” del papato, ad una Chiesa «di popolo» grazie a tanti gesti e atti di Bergoglio – quanto il «nuovo annuncio di Dio». E «se viene proposto un “altro” Dio, allora si può andare ben oltre il riformismo, ci può essere la rivoluzione», è la tesi di La Valle, documentata, argomentata e sognata anche nel suo nuovo libro appena uscito per Ponte alle Grazie.

«La modernità è nata e si è sviluppata in opposizione alla Chiesa», spiega La Valle. «La Chiesa si è opposta alla scienza, con la condanna di Galileo; ha combattuto la democrazia, teorizzando l’egemonia del potere spirituale sul diritto laico; ha negato la libertà, affermando la superiorità della Verità, di cui essa stessa si riteneva depositaria». Qual è stata la soluzione scelta per superare il problema di una Chiesa che opprime? «Fare come se Dio non ci fosse (Etsi deus non daretur), la formula coniata dal filosofo olandese Ugo Grozio, posta a fondamento del diritto naturale. Una soluzione – spiega La Valle – accettata anche dalla Chiesa, perché tanto la Chiesa si era messa al posto di Dio». Fino al Concilio Vaticano II, quando con Giovanni XXIII la Chiesa si è riconciliata con il mondo moderno. «Oggi però la questione ecclesiologica non è più sufficiente, il tema è Dio: si è fatto come se Dio non ci fosse poiché quello che è stato proposto per secoli era un Dio sbagliato». Per questo motivo, sostiene La Valle, «Francesco ha riaperto il discorso di Dio, con un nuovo annuncio». Da qui bisogna ripartire, prima di qualsiasi riforma.

Quale Dio annuncia Francesco? Innanzitutto un «Dio misericordioso», come testimonia anche la scelta di indire un Giubileo della misericordia. Un Dio «nonviolento», un Dio «libero e umano», che non vuole giudicare o «molestare le coscienze» (e «misericordioso», «libero e umano», «Padre universale», «nonviolento», «iconoclasta» sono gli attributi di Dio con cui La Valle titola alcuni capitoli del suo libro). «Quello che forse Francesco ha capito è che a questo punto della storia non basta la riforma della Chiesa per rinnovare la faccia della Terra, ci vuole un nuovo annuncio di Dio. E se passa questa immagine di Dio – trae le conseguenze La Valle – allora anche altre cose possono cambiare, nella Chiesa e nel mondo».

Rovescia i termini della questione Luigi Sandri il quale, pur sottolineando «l’effetto trascinamento» che potrebbero avere gesti e comportamenti di Francesco – per esempio sul tema della povertà, a partire dalle scelte quotidiane di Bergoglio: indossare le scarpe nere deformate e una dozzinale croce di ferro invece che una d’oro –, interpreta quello di Francesco come un pontificato «drammatico». Perché, spiega Sandri, contiene una «contraddizione irrisolta»: l’intenzione, più volte dichiarata, di «voler aggiornare la pastorale senza modificare la dottrina». E questo, aggiunge Sandri, è impossibile. I temi oggetto del Sinodo dei vescovi sulla famiglia – che ad ottobre 2015 si concluderà con l’Assemblea ordinaria – sono un’ottima cartina di tornasole per cogliere il dilemma: non è possibile, argomenta Sandri, consentire l’accesso ai sacramenti ai divorziati risposati oppure includere le coppie omosessuali senza intervenire anche sulla dottrina. Una contraddizione che, secondo Sandri, potrà essere risolta solo se Francesco avrà il coraggio di dire: ci siamo sbagliati.

«Ecco il gesto forte del Giubileo della misericordia: la Chiesa faccia mea culpa dei pesi e delle colpe addossate alle persone, perché senza questo pubblico riconoscimento sarà difficile andare avanti. E questo – Sandri si aggancia e rilancia la tesi di La Valle – sarebbe davvero un nuovo annuncio di Dio». Ma il terreno è scivoloso, perché dire oggi «ci siamo sbagliati», significa affermare che ci si potrà sbagliare anche domani, quindi mettere in discussione il magistero tout court. «Per questo, di fronte a tale scelta, il pontificato di Francesco è drammatico», spiega Sandri, che però ipotizza la “via di uscita”: la convocazione di un nuovo Concilio ecumenico che affronti i nodi e sbrogli la matassa, senza lasciarla solo nella mani di Francesco.

Mattarella, meglio in un treno per tutti

(ANSA) – MILANO, 25 APR – “A parte il discorso sulla bellezza e l’antichità preferisco il nuovo Frecciarossa 1000 perché il vecchio treno storico del Quirinale era per una sola persona, mentre il nuovo è per tutti” ha detto il presidente della Repubblica Mattarella, in visita al treno storico della presidenza della Repubblica, esposto a Milano, a chi chiedeva se preferisse quel treno o il Frecciarossa 1000, oggi al suo viaggio inaugurale. Proprio con il nuovo treno il presidente è rientrato a Roma.

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Terremoto in Nepal Paura per tre italiani bloccati su Everest e Dhaulagiri

Paura per tre italiani bloccati su Everest e Dhaulagiri, dopo il violento terremoto che ha provocato almeno 18 morti tra le varie cordate di alpinisti: sono Marco Zaffaroni, Roberto Boscato e Marco Confortola, amanti dell’alpinismo estremo. Due di loro in particolare sono conosciuti nel mondo della montagna. Zaffaroni ha costruito un ospedale in Nepal. Confortola è sopravvissuto a una spedizione tragica sul K2. I loro messaggi in tempo reale si possono leggere su Facebook: «Priorità è scendere da qui».

Everest. Il milanese Marco Zaffaroni e del suo compagno Roberto Boscato stavano tentando la conquista della vetta più alta del mondo con uno sherpa.

Sulla pagina Facebook della loro spedizione, ‘Everest 2015 in stile gitante’, si leggono le poche notizie al momento disponibili, viste le difficoltà di comunicazione. “Siamo bloccati al Campo Uno senza più una tenda ma ospiti delle spedizioni commerciali. Domani vedremo il da farsi, vi preghiamo però di non contattarci perché la batteria del satellitare potrebbe essere di importanza vitale”, hanno scritto. Un altro italiano, Luca Olivotto, che aveva accompagnato Zaffaroni e Boscato all’Island Peak, è al sicuro a Namche Bazar dopo che ieri si era allontanato dal Campo Base dell’Everest.

Zaffaroni e Boscato sono saliti assistiti da un solo sherpa. E senza ossigeno. “Parto per realizzare un sogno”, ha scritto Zaffaroni prima della spedizione. Iniziata con una tappa per lui importante: la visita all’ospedale di Kalika: qui Zaffaroni e Mario Merelli, alpinista bergamasco scomparso nel 2012, hanno deciso di realizzare un progetto a favore di una delle popolazioni più povere del Nepal.

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Cristo alla porta che ci invita ad essere liberi

«Io sono la Porta». È il primo annuncio del buon Pastore. Egli è pastore, porta e ovile. La porta è, da sempre, elemento importante nell’architettura: città, chiese e case trovano nella porta il loro biglietto da visita, il segno di un’identità. Non è frequente, nell’arte, l’immagine di Cristo pastore che sta alla porta e bussa. Eppure c’è. C’è nell’iconodulia, c’è nelle sacre immagini di un tempo, quelle da conservare nei libri di preghiera, ormai scomparsi dall’uso quotidiano. C’è in William Hunt che nel suo “Cristo luce del mondo” dipinge un re Pastore che va girando con un lume, in attesa che qualcuno gli apra. La porta dove bussa, infatti, non ha maniglia esterna, si apre solo da dentro.
L’immagine più potente del Cristo alla porta, però, l’ha dipinta Antonio Martinotti, artista italiano scomparso nel 1999. Non ci è dato di vedere nulla del corpo del Salvatore se non il volto e la mano, dietro a un impressionante scorcio di porta. Anche questa non ha maniglia, la mano del Cristo è allo spiraglio, come canta il Cantico dei cantici, e apre il suo Mistero al nostro mondo, bruno di terra, come la porta che ci divide. Sopra le nostre oscurità si è aperto uno spiraglio di luce, schegge d’oro ci investono: il Signore ha bussato. Chi gli ha aperto? Qualcuno ha aperto. E dietro l’apertura di quell’uno, ora anche i nostri occhi vedono lo sguardo del Redentore così carico di dolente attesa e di domanda: «Quando tornerò sulla terra, troverò la fede?».
Lo sguardo del Cristo tradisce ciò che lo stesso artista aveva visto negli orrori della guerra, nell’esperienza del Lager. Che cosa vedrebbe ora il Pastore se tornasse fra le sue pecore? Fa male quello sguardo. Tutta la luce del quadro è lì, negli occhi mesti e profondi di Gesù. È una luce che non ammette ombre, che conosce, che ama e penetra nell’anima, rivelando quanto il nostro cuore sia lontano da quello sguardo.
Gli infiniti lager dell’umanità ci danno fastidio, ci danno fastidio le persecuzioni, le eroiche affermazioni d’essere cristiani. Sono scomode, come lo sguardo del Cristo. Esse non accusano, anzi sono il belato di un agnello inerme, eppure risuonano in noi come una trafittura potente. E abbiamo l’impressione che quella porta debba restare così, socchiusa all’infinito, fino a che la nostra libertà non la spalanchi e si lasci abbracciare dal Redentore. Sopra il capo del Cristo c’è un triangolo blu turchino. È il Cielo abbracciato dai martiri, dai confessori della fede, è un Cielo che s’apre anche per noi, bruni di terra, che dietro la porta mendichiamo la bellezza di uno sguardo così.

avvenire

sacerdoti.gesu

Abusi Chiesa Usa: Tra il 2004 e il 2014 lo scandalo pedofilia è costato 2 miliardi e 895 milioni di dollari

(vatican insider)

La Chiesa cattolica negli Stati uniti fa i conti sui costi degli abusi e sull’efficacia dei programmi di vigilanza e di prevenzione. E se da un punto di vista economico la situazione certamente è stata molto severa, per quello che riguarda invece la battaglia contro gli abusi il panorama appare certamente molto più incoraggiante. L’80 per cento delle accuse credibili emerse fra il luglio 2013 e il giugno 2014 riguardano casi accaduti oltre 25 anni fa, con una maggioranza di episodi collocabile fra il 1960 e il 1980. Secondo i dati raccolti fra tutte le diocesi ed eparchie Usa (195, solo una non ha risposto) due delle 294 possibili accuse raccolte nel periodo indicato sarebbero avvenute nel 2014. Tutte le altre sono molto più antiche, giungendo sino al 1920. Tutti i nuovi casi sono stati comunicati alle autorità  civili.

La guardia non va abbassata, ha dichiarato però il presidente della Conferenza episcopale statunitense, l’arcivescovo Joseph E. Kurtz, di Louisville. “Anche se la nostra promessa di proteggere e curare fatta nel 2002 rimane forte, non dobbiamo diventare compiacenti per quello che è stato compiuto. E’ mia speranza e preghiera che mentre continuiamo a mantenere la nostra promessa, la Chiesa aiuterà a modellare vie per affrontare e portare alla luce il male e l’oscurità degli abusi ovunque essi esistano”.

Lo scandalo degli abusi è costato alle diocesi e agli ordini religiosi americani 119milioni di dollari fra luglio 2013 e giugno 2014. Il 59 per cento di questi fondi sono stati destinati a pagamenti di danni e alla terapia per le vittime degli abusi (62,9 milioni). Il resto della somma è stato investito in spese legali (28,8 milioni) , l’appoggio ai religiosi accusati (15,4 milioni) e altri costi vari (4,2 milioni).  Tutte queste cifre sono contenute nel documento ufficiale, che ogni anno monitora la situazione, e che si intitola “Report on the Implementation of the Charter for Protection of Children and Young People”, Rapporto sull’applicazione della Carta per la protezione dei bambini e dei giovani.

Il costo totale dell’operazione è più alto, e tocca i 150 milioni di dollari. Infatti, alle spese legate direttamente agli abusi citate più sopra, si devono aggiungere oltre 31 milioni investiti in programmi di allenamento per un “ambiente sano”, controlli dell’attività compiuta in questo campo e altri sforzi di protezione. Il rapporto finale è stato elaborato dal Georgetown University’s Center for Applied Research in the Apostolate (CARA),

Queste cifre portano l’ammontare speso dalla Chiesa americana nel periodo fra il 2004 e il 2014 alla cifra impressionante di 2 miliardi e 895 milioni di dollari per quanto riguarda lo scandalo degli abusi sessuali dei preti. E questa cifra non comprende le spese sostenute in precedenza in conflitti legali composti in via amichevole prima che entrasse il vigore la “Carta di Dallas”, documento base per questo campo di attività.

Durante il periodo considerato, 620 persone si sono presentate per denunciare 657 casi di abusi sessuali inediti. Secondo il rapporto 130 casi avevano una sostanza; 62 non lo erano; 243 erano ancora in fase di investigazione; 210 non potevano essere provati, o negati; e 12 rientravano nella categoria “altri”.

Delle accuse, 37 erano presentate da persone in minore età; 620 da adulti che facevano riferimento al passato. Le 37 accuse presentate da minori sono state riferite alle autorità civili, le quali hanno trovato che sei di esse avevano una base; undici non presentavano sostanza, dodici non potevano essere provate. L’inchiesta è ancora in corso in otto casi. Il 65 per cento  dei sacerdoti diocesani accusati “erano già stati identificati in accuse precedenti”, mentre il 74 per cento “erano morti, già rimossi dal ministero, già laicizzati, o mancanti”.  Il 75 per cento dei denuncianti abusi da parte di preti diocesani accusati, l’87 per cento da parte di religiosi erano maschi, e l’età in cui gli abusi sarebbero avvenuti andava in maggioranza  dai dieci ai quattordici anni. La maggior parte delle accuse riguardava episodi avvenuti fra il 1960 e il 1989, in particolare negli anni ’70.

E proprio oggi il Papa ha nominato amministratore apostolico «sede vacante» della diocesi di Kansas City-Saint Joseph, mons. Joseph Naumann. Naumann reggerà la diocesi dopo la rinuncia, pubblicata ieri dal Vaticano, di monsignor Robert Finn, che era stato condannato negli Usa per reati legati alla pedofilia e in particolare nel 2012 era stato riconosciuto colpevole di aver protetto padre Shawn Ratigan, trovato in possesso di materiale pedopornografico che lui stesso si era procurato, scattando foto a bambini della sua parrocchia.

Sesso sulla spiaggia con un minorenne, arrestato il prete

Avrebbe adescato un minorenne di Nova Siri attraverso un social network per consumare rapporti sessuali.

E’ la sconcertante accusa formulata dalla Procura di Potenza nei confronti di don Antonio Calderaro, 48 anni, parroco della chiesa di San Giuseppe di San Costantino di Rivello, finito agli arresti domiciliari nell’ambito di un’inchiesta che ha portato alla luce presunti abusi nei confronti di un ragazzino di età inferiore ai 14 anni.

Insieme al sacerdote sono stati posti ai domiciliari anche altri due trentenni di Scanzano e Montalbano Jonico, accusati di aver avuto incontri a sfondo sessuale con lo stesso ragazzino. Delle altre cinque persone indagate – nei cui confronti è stata emessa la misura cautelare dell’obbligo di firma – due risiedono in Basilicata (una nel Potentino e l’altra nel Materano), una in provincia di Bari, la quarta nel Torinese, mentre la quinta è ancora ricercata.

Le indagini dei Carabinieri della Stazione di Nova Siri e della Compagnia di Policoro sono scattate nel 2013, quando la sorella maggiorenne della vittima si è presentata in caserma, preoccupata per lo strano comportamento del fratello che continuava a fissare appuntamenti con persone molto più grandi di lui attraverso internet e i social network in particolare.

Approfondimenti nell’edizione cartacea de La Nuova del Sud.

Renzi e Bagnasco resteranno invischiati nella vicenda Paita?

di Pierfranco Pellizzetti

Nonostante la voce in falsetto e le vesti svolazzanti, Angelo Bagnasco entra a piedi uniti da vero “martello” del centrocampo. Infatti appena si è diffusa la notizia della comunicazione giudiziaria alla candidata governatore della Liguria Raffaella Paita, indagata per l’alluvione di Genova, il porporato ha reagito come un Gasparri o un Capezzone qualunque: giustizia ad orologeria! Tanto da meritarsi l’altrettanto immediato commento: da Burlando aveva ricevuto come dono votivo la poltrona spettante all’Ente Regione nel consiglio d’amministrazione in Fondazione Cassa di Risparmio. Che cosa si aspetta di ricevere ora dalla Paita, contrita e assolta con tanto di benedizione arcivescovile?

Ennesima mossa maldestra del presidente della CEI (quello che si reca alle visite pastorali in macchina blindata), che induce a pensare come “la furia del Levante” – la quale prosegue imperturbabile la sua corsa alla presidenza ligure – riesca a trascinare nei guai anche i propri sponsor. In una sorta di tragedia greca sulle inesorabili vendette del destino.

Difatti il cinico e calcolatore leader regionale uscente – Claudio Burlando – non è più lo stesso, da quando si è consacrato anima e corpo alla promozione della carriera della sua protetta. Tanto che lui – un tempo animale politico dal sangue freddissimo – ora commette maldestraggini a ripetizione, come quando arriva a minacciare oscure ritorsioni al giornalista reo di aver formulato alla candidata domande non propriamente in ginocchio.

Ma c’è addirittura il rischio che la “maledizione Paita” colpisca persino il nostro Premier, nonostante costui sia solitamente un clamoroso “baciato dalla fortuna” (dicasi “effetto lato b”). Difatti Matteo Renzi sta investendo pesantemente su un successo della sua affiliata in Liguria. Anche perché ha bisogno di rinverdire gli esiti dell’altr’anno alle europee, confermando percentuali sul 40% dei suffragi espressi. E la Liguria sembrava fare al caso suo. Per di più un’apoteosi renziana avrebbe avuto l’effetto simultaneo di penalizzare l’esperimento fortemente voluto da Civati e SEL – grazie alla candidatura di Luca Pastorino – come verifica della possibilità di varare scialuppe di salvataggio della sinistra rosso-antico per le prossime elezioni nazionali. Probabilmente imminenti.

Per questo il premier si è fiondato mercoledì scorso – sottobraccio a Paita e Burlando – al marchettone dell’avvio dei lavori per la messa in sicurezza del torrente Bisagno.
Ma l’effetto spot è stato immediatamente vanificato il giorno dopo dall’iniziativa della magistratura. Tra qualche giorno il ragazzo meraviglia di Rignano ci riprova, avviando personalmente la campagna paitiana pure nella provincia di Imperia.

Soltanto che la scommessa – che sembrava “sul velluto” ancora qualche tempo fa – ora potrebbe rivelarsi temeraria. Così come puntare pesantemente sull’appuntamento amministrativo regionale in genere. Visto un precedente, che non dovrebbe fare troppo piacere all’impareggiabile Superbone, facendogli correre un brivido lungo la schiena per l’accostamento: l’odiato Massimo d’Alema – da premier – legò imprudentemente il proprio destino politico alle elezioni regionali dell’aprile 2000, il cui esito disastroso lo costrinse alle dimissioni e al definitivo accantonamento di ogni ulteriore aspirazione presidenziale.

Indubbiamente Renzi ha un carattere diverso dall’albagioso d’Alema: è un Ercolino sempre in piedi. Però, nonostante la gommosità di fondo del suo profilo politico, una botta alle regionali e un’eccessiva sovraesposizione nel sostegno a una candidata con un bel po’ di piombo nelle ali, non accompagnata da esiti positivi, potrebbe avere conseguenze abbastanza imprevedibili.

Insomma, c’è la possibilità che l’incrollabile determinazione di Lella Paita nell’inseguire la poltrona ambita, possa trasformarla in una vera e propria divoratrice di ometti politici. Con le gonne o senza. Una leonessa che se li sbrana tutti. Magari suo malgrado.

Speriamo non l’elettorato di Liguria.

Micromega

A 86 anni torna sui banchi di scuola

(ANSA) – PALERMO, 21 APR – Alla veneranda età di 86 anni Giuseppe Saltalamacchia, un artigiano maestro nella lavorazione della pietra, ha deciso di tornare nuovamente sui banchi di scuola; si è infatti iscritto al primo anno dell’Istituto tecnico per Geometri di Vicari. L’artigiano tre anni fa era già riuscito a conseguire la licenza media, con un esame brillante, frequentando un corso serale a Lercara Friddi (Pa). I docenti lo definiscono uno “studente modello”, sempre presente e volenteroso.

Ambasciatore gay in Vaticano, braccio di ferro Parigi-Vaticano

L’ambasciatore gay Laurent Stefanini indicato dalla Francia per la Santa Sede ha “ancora” il sostegno di Parigi: secondo l’emittente BFM-TV, una fonte dell’Eliseo ha smentito in questo modo le indiscrezioni di stampa secondo cui Parigi starebbe cercando un sostituto dopo il rifiuto del Vaticano di accreditare Stefanini  come ambasciatore di Francia presso la Santa Sede.

Laurent Stefanini, l’ambasciatore gay scelto dal presidente François Hollande per rappresentare la Francia in Vaticano, è stato ricevuto sabato da Papa Francesco “in persona, che gli ha confermato il suo rifiuto di accordargli il gradimento”: lo si legge nelle anticipazioni del settimanale satirico francese Le Canard Enchainé, in edicola il 22 aprile. Laurent Stefanini, afferma il Canard Enchainé le cui anticipazioni sono già state riprese da diversi media francesi tra cui il sito internet del quotidiano Le Figaro, “è stato ricevuto sabato dal Papa in persona, che gli ha confermato il suo rifiuto di dargli il gradimento”.

L’incontro è stato confermato da una fonte vicina al dossier, senza però “precisarne i contenuti”. Secondo Il Canard, che per primo rivelò l’opposizione della Santa Sede alla nomina di Laurent Stefanini a Villa Bonaparte, Papa Francesco ha ricevuto il diplomatico “in modo molto discreto”. Durante l’incontro, continua il settimanale in edicola domani, avrebbe detto all’ambasciatore francese di “non avere nulla contro di lui, al contrario non ha apprezzato né il Mariage Pour Tous (la legge francese sulle nozze gay,ndr.) né i metodi dell’Eliseo che ha tentato di forzargli la mano”. Lo scorso 15 aprile, il portavoce del governo francese, Stéphane Le Foll, ha detto che la scelta di Laurent Stefanini sarebbe rimasta “la proposta della Francia”.

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Alimentare l’”aggiornamento” della fede e della Chiesa

Marcello Vigli
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A cinquant’anni dalla conclusione del Concilio vaticano II si deve riconoscere che la Chiesa universale non è ancora quella Istituzione a servizio del Popolo di Dio in cammino nella storia, che sembrava emergere dal fecondo processo di ripensamento teologico e pastorale esploso con il suo annuncio e sviluppato nella comunità ecclesiale durante i suoi lavori.

Al tempo stesso, però, in gran parte della Comunità ecclesiale è ancora viva la speranza che quel processo non si esaurisca e possa portare i suoi frutti, resistendo tenacemente ai tentativi di limitarlo ad un semplice aggiornamento dell’esistente, come fin qui è stato.

Vive nei gruppi di base cosiddetti conciliari, in molti parrocchiani criticamente “fedeli”, nell’associazionismo tradizionale ed anche in conventi e monasteri. E’ un Popolo che si è manifestato a Roma il 15 settembre 2012 all’auditorium del collegio Massimo all’EUR con l’ampia e variegata partecipazione all’assemblea indetta da un comitato operativo costituito proprio per offrire l’occasione di un incontro per ricordare l’anniversario prima ancora che della seduta inaugurale del Concilio, del radiomessaggio dell’11 settembre 1962 nel quale Giovanni XXIII, il papa che l’aveva convocato, ne aveva espresso le intenzioni profonde, che culminarono nella definizione della Chiesa come “la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”.

C’era già nelle intenzioni dei promotori in questa distinzione l’intento di non farne un incontro celebrativo, ma un momento di riflessione sulla necessità di recuperare quelle intenzioni profonde considerate, evidentemente, perse o dimenticate dopo la conclusone dei lavori conciliari. C’è da pensare che proprio questo intento abbia mosso le centinaia di partecipanti a ritrovarsi a Roma così numerosi e attenti ai temi affrontati nei diversi interventi, come non si sono visti nelle due assemblee successive convocate per rievocare i grandi documenti come l’enciclica Pacem in Terris, e la costituzione conciliare Lumen Gentium.

Letti alla luce dell’esito della prima assemblea a molti saranno sembrati momenti pur importanti per apprendere ed approfondire idee e valutazioni, ma non sedi per riflettere sul “che fare” per realizzare l’aggiornamento proposto dal Concilio secondo quanto si era scritto nelle sue conclusioni rilanciate sul sito Chiesa dei poveri Chiesa di tutti: Volendo pertanto continuare a fare memoria del Concilio, non al modo di una semplice celebrazione, ma al modo di una memoria rigeneratrice così da alimentare l’”aggiornamento” della fede e della Chiesa,
C’è da augurarsi che questa memoria rigeneratrice emerga nel prossimo convegno organizzato a Roma per il sabato 9 maggio per riflettere sulla Gaudium et spes.

In verità il suo programma vuole anche offrire la possibilità di raccogliere tanti stimoli della nostra area “conciliare” e di dare, per quanto possibile, un contributo all’interno della Chiesa nella nuova fase che si è aperta con papa Francesco, anche nei confronti del Sinodo di ottobre e dell’incontro di tutta la Chiesa italiana di novembre a Firenze.

Lo scrivono gli organizzatori nella comunicazione di invito, sollecitando anche l’invio di idee e suggerimenti concreti, prezioso è, infatti, il confronto fra esperienze e sensibilità diverse per rendere efficace il suddetto contributo all’interno della Chiesa. E’ necessario uscire dalla tradizionale divisione dei compiti per cui ai laici si chiede di impegnarsi sulle grandi questioni del rapporto dell’Evangelo con la società e con la storia, riflettendo soprattutto sui problemi della pace e dell’economia, per lasciare alla gerarchia e al suo clero la gestione della vita interna della Comunità ecclesiale e dei suoi rapporti con lo Stato.

Anche di questo devono occuparsi i laici che il Concilio ha trasformato da gregge di pecore, bisognose di Pastori, in Popolo di Dio, in cui ogni battezzato è cittadino con pari diritti e doveri pur se da esercitare in funzioni diverse.

Per realizzare questa radicale trasformazione, è necessario che i gruppi della nostra area conciliare si colleghino e si costituiscano, senza perdere la loro identità e autonomia, in soggetto impegnato a contribuire alla fine di quei legami e privilegi concessi alle gerarchie dai politici desiderosi del loro appoggio che impediscono alla Chiesa di essere povera di potere ed autosufficiente economicamente.

Un collegamento non strutturale, ma funzionale a raggiungere con azioni condivise specifici obiettivi comunemente individuati, in modo che ciascun gruppo, associazione, comunità possa continuare a svolgere le sue attività e a perseguire i suoi obiettivi in piena autonomia. Numerosi sono gli esempi già esistenti nella società civile nei quali molti gruppi ecclesiali sono coinvolti, da Libera ai movimenti per la pace.

A unirsi per costruire una Chiesa altra, povera e misericordiosa come propone papa Francesco, si oppone il timore reverenziale verso una gerarchia, che in Italia è rimasta ai margini del processo conciliare e ancor oggi è restia a seguire papa Francesco nella sua opera riformatrice.

Un maggiore ostacolo è forse rappresentato dalla diffidenza diffusa fra i gruppi della nostra area conciliare nei confronti gli uni degli altri nel timore di perdere la propria specificità.
Con l’avvento di papa Francesco si sono forse create le condizioni per superare questi ostacoli in un incontro convocato per coniugare GIOIA E SPERANZA, MISERICORDIA E LOTTA.

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La beatificazione di Romero, che lo si voglia o no, interpella anche noi

bergoglio romeroMons. Oscar Romero, un martire cristiano che ancora oggi, alla vigilia della sua beatificazione, trova resistenze nello stesso paese, il suo paese, il San Salvador, dove è stato ucciso il 23 marzo del 1980 e dove durante il suo funerale gli stessi squadroni della morte che l’avevano assassinato spararono sulla folla che partecipava al suo funerale. Fu una strage. Siccome la spudoratezza non ha limiti, gli stessi ambienti reazionari che da quella matrice provengono sostengono oggi che è un errore beatificare Mons. Romero, come fu un errore ucciderlo. Non fu una grave, imperdonabile colpa. Non conveniva. Fu un “gesto” inopportuno, politicamente inopportuno.

Quando Giovanni Paolo II visitò il Salvador, il governo pose come condizione per accettare quella visita, che fosse ignorata la tomba di Mons. Romero. Giunto in San Salvador, il Papa non si diede per vinto. Decise di andare a pregare su quella tomba. La Gerarchia ecclesiastica lo sconsigliò di andare e tentò in tutti i modi di dissuaderlo. L’ uomo aveva deciso di pregare sulla tomba di un sacerdote che era stato ucciso mentre celebrava l’ eucarestia e non ci fu verso di fargli cambiare idea. Giunto alla chiesa trovò la cattedrale sprangata. Non si fece impressionare. Disse che non si sarebbe mosso di lì fino a quando non gli fosse stato consentito di pregare su quella tomba. Restò a lungo. Solo, piantato di fronte alla Chiesa la piazza deserta con  la polizia aveva fatto sgombrare la folla, trasformata la piazza in un deserto. Quando capirono che il Papa, lo stesso Papa che aveva affrontato il regime sovietico, sarebbe stato lì sul serio e che non si sarebbe mai mosso se non avesse ottenuto l’ apertura della Chiesa, la chiave saltò fuori e lui su quella tomba pregò a lungo.

Fu merito poi di Papa Benedetto XVI se venne sbloccata, nonostante le resistenze,  la causa di beatificazione e poi di Papa Francesco se oggi viene portata a conclusione. Ma perché Mons. Romero era tanto inviso a un regime tanto brutale e orribile da mandare i bambini a esplorare e a morire sui campi minati? Perché anche dopo la sua morte incuteva tanta paura?

Nato da una famiglia di umili origini, ordinato sacerdote, poi parroco, poi Vescovo, si pronunciò contro i privilegi di pochi che costringevano alla povertà i molti che abitavano il suo Paese. Difese i poveri, si pronunciò contro lo sfruttamento, contro il disprezzo della vita degli altri. Fu accusato di essere un marxista e un rivoluzionario. In Vaticano le sue omelie, i suoi scritti furono passati al setaccio, riga per riga e non risultò nulla che non fosse fedeltà alla Chiesa, Al Vangelo di Gesù Cristo. I tentativi di farlo passare per un agitatore politico caddero nel nulla. Infondati. Solo un fermo testimone della fede. Scrisse in una sua lettera: “La situazione sociale del Salvador è terribilmente ingiusta.Viviamo nel peccato sociale. La Chiesa sta cercando di far giungere la sua voce  a tutti gli ambienti affinché come cristiani ci assumiamo la responsabilità di vincere il peccato e costruire la fraternità in base alla giustizia”. Anche queste semplici parole non erano tollerate, erano considerate pericolose. Ma soprattutto preoccupava questa denuncia del fatto che il peccato non è solo un fatto individuale. Ciò che per il potere, per l’ esercito, per gli sfruttatori era intollerabile era che si potesse dire: “viviamo nel peccato sociale”. Se c’ è un povero e gli do un soldo mi lavo l’ anima, ma se il mio, il nostro comportamento, crea una situazione di ingiustizia, di povertà generalizzata, se creiamo una situazione di peccato sociale come possiamo lavarci l’ anima? Quella che una volta veniva chiamata “una buona azione”. Diventa una cosa ridicola, un dito levato per fermare una valanga.

Romero scrisse anche queste parole: “Il Salvador è un paese piccolo, sofferente e lavoratore. Qui viviamo grandi contrasti nell’ aspetto sociale, emarginazione economica, politica, culturale. In una parola INGIUSTIZIA. La Chiesa non può restare zitta davanti a tanta miseria perché tradirebbe il Vangelo, sarebbe complice di coloro che qui calpestano i diritti umani”.

Se ancora oggi in San Salvador, e forse in altre parti dell’ America latina, la beatificazione di Mons. Romero è vista con preoccupazione qui, nell’ Europa occidentale rischia di essere vista come una cosa che riguarda quel continente. Un altro continente. Ma in Europa, anche se in forme abissalmente diverse rispetto a quei paesi, si sta allargando un’ ingiustizia sociale, un ritorno all’ indietro rispetto a forme di assistenza sociale che nel passato le diverse popolazioni avevano conquistato, l’ allargarsi di una povertà che ormai sta assumendo aspetti sociali non più occultabili, anche se in modi e situazioni radicalmente drammaticamente diversi, tutto questo rende ancora forti le affermazioni di Mons. Romero. La sua beatificazione, che lo si voglia o no, interpella anche noi. Anche noi siamo costretti a chiederci se non viviamo in una situazione di peccato sociale che va dalla disoccupazione dei giovani, all’impoverimento delle classi sociali intermedie, al dramma, della disoccupazione delle persone di media età. All’ estendersi  di una povertà che per dei paesi civilizzati rappresenta uno scandalo. Mons. Romero ferma anche noi. Ci chiede: dove state andando?

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Sequestrati 3 milioni di euro all’ex vescovo di Trapani

-Redazione- Una nuova perquisizione è stata eseguita nell’abitazione di Monreale dell’ex vescovo di Trapani, Francesco Miccichè.

 Uomini delle sezioni di pg del corpo forestale e della finanza, coordinati dalla Procura del capoluogo, hanno sequestrato arredi sacri, argenteria e titoli di credito per cifre da capogiro: circa tre milioni di euro.

La casa del prelato era già stata “passata al setaccio”, lo scorso mese di febbraio, sempre nell’ambito dell’inchiesta che vede Francesco Miccichè indagato per i reati di appropriazione indebita e malversazione di fondi: quelli relativi all’8 per mille.

Adesso un nuova tegola sull’ex capo della chiesa trapanese, peraltro, protagonista della “querelle” che lo contrappone al vescovo di Mazara del Vallo. Nei giorni scorsi, Francesco Miccichè, infatti, ha accusato Domenico Mogavero di diffamazione e violazione del segreto istruttorio e si è rivolto in Vaticano.

La diatriba tra i due nasce nel 2011, quando il vescovo mazarese venne inviato, come «visitatore apostolico», nella Diocesi di Trapani, per indagare su un ammanco di più di un milione di euro relativo alla fusione per incorporazione di due fondazioni: Auxilium e Campanile Nell’inchiesta, aperta dalla Procura di Trapani, per far luce sul buco milionario, Francesco Miccichè risultava, all’epoca, “parte lesa”.

articolotre.com

Le donne prete che sfidano la Chiesa

Alta Jacko, una donna sacerdote, prega nel suo appartamento a Chicago.

La Chiesa cattolica vieta alle donne di essere ordinate sacerdote. “Riceve validamente l’ordinazione esclusivamente il battezzato di sesso maschile”, recita il Canone 1024 del Codice di diritto canonico. Nel 2002, un movimento oggi chiamato Womenpriests ha sfidato questa proibizione e ordinato sette donne prete in Germania, sulle rive del Danubio. Da allora, oltre 200 donne in tutto il mondo hanno ricevuto l’ordinazione o stanno studiando per ottenerla.

Nel 2013 la fotografa italiana Giulia Bianchi ha cominciato a fotografare la vita di queste donne e delle persone che ricevono da loro i sacramenti, oltre a molte forme di assistenza concreta.National Geographic l’ha intervistata.

Come hai scoperto questa storia? Come è nato il tuo interesse per le donne sacerdote?

Sono una femminista. Sentivo il bisogno di entrare in contatto con donne che per me erano maestre di saggezza. Ho scritto a molte donne americane: filosofe femministe radicali, politiche e anche a qualche figura religiosa. Nel 2013 Diane Dougherty, un’americana di origine irlandese di più di 70 anni, mi ha invitato a visitare la sua comunità di “cattolici erranti”. Lei si definiva una “sacerdote”, anche se per il Vaticano questo è teologicamente impossibile. Mi dice che lavorava con i giovani LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali).

Poiché conoscevo bene la religione cattolica, questo paradosso mi ha incuriosito. Diane, un’ex suora,  era stata scomunicata. Non mi interessavano gli affari interni della Chiesa, ma ero molto interessata a lei e alla sua ribellione.

 

http://www.nationalgeographic.it/

Bergoglio rimuove il vescovo di Kansas City

Papa Francesco ha accettato le dimissioni del vescovo di Kansas City, Robert Finn, in relazione a una vicenda di pedofilia. Il vescovo era stato condannato nel 2012 per non aver denunciato alle autorità un prete della diocesi statunitense, Shawn Ratigan, dopo averlo trovato in possesso di foto pornografiche scattate a bambini che frequentavano la sua parrocchia. Sul caso anche il Vaticano aveva aperto un’inchiesta.

  • CITTÀ DEL VATICANO – internazionale.it

«È abusiva, abbattete la casa di don Luigi Verzé»

Dalle finestre si vede la Cupola con l’angelo Raffaele, simbolo di un tempo che fu. Mentre dentro le mura di quella casetta in mattoni rossi ai confini di Milano, per quarant’anni sono state prese tutte le decisioni del sistema di comando di don Luigi Verzé, il sacerdote che ha fondato l’ospedale San Raffaele, l’ha portato a essere uno dei migliori d’Europa, per farlo finire poi in un mare di guai per debiti, tangenti e suicidi ancora al centro di un processo. Intorno all’enorme tavolo davanti al camino, tra crocefissi e immagini sacre, il prete manager e le sue fedelissime, le Sigille, si sono radunati nei momenti belli e in quelli bui come una famiglia. Adesso sulla Cascina, l’abitazione che fu di don Verzé e dove ancora vivono le sue adepte, pende un ordine di demolizione. E le ruspe sembrano destinate a cancellare quel che resta della confraternita di don Luigi.

Per il Comune di Milano la Cascina è una costruzione abusiva. E ora il Tar, al quale si sono rivolte le Sigille per opporsi all’abbattimento, dovrà decidere il da farsi. L’udienza è fissata per metà maggio. I faldoni di documenti che accompagnano l’ordine di demolizione raccontano una storia iniziata negli anni Settanta. Il San Raffaele è appena stato inaugurato e don Verzé decide di acquistare dei terreni agricoli adiacenti all’ospedale. C’è anche una fattoria. Il sacerdote la trasforma in residenza, prima per dare una casa ai medici e agli infermieri dell’ospedale, poi per viverci lui stesso e la sua famiglia: una decina di persone, uomini (pochi) e le donne (molte), in gran parte dipendenti e dirigenti della Fondazione Monte Tabor (l’ente che ha controllato il San Raffaele fino allo scandalo giudiziario e all’acquisto dell’ospedale da parte del colosso sanitario che fa capo alla famiglia Rotelli). La Cascina è tutt’ora di proprietà dell’Associazione delle Sigille.

Nel 1986 don Verzé chiede al Comune di beneficiare di un condono edilizio in modo da regolarizzare la modifica della destinazione da uso agricolo a uso residenziale-ospedaliero. La pratica viene creduta archiviata nella logica del silenzio-assenso. Nel 2007, in una parte della costruzione, viene creata una residenza per studenti fuori sede. Sessanta posti letto realizzati – giurano le Sigille – con le autorizzazioni del caso (allora il Comune era guidato da Letizia Moratti, oggi il sindaco è Giuliano Pisapia). Ma lo scorso dicembre il Comune riapre il caso, probabilmente dopo avere ricevuto una soffiata . Ci sono delle foto – dicono i bene informati – che mostrano come i lavori alla Cascina non sono stati finiti entro l’ottobre del 1983, termine perentorio per potere beneficiare del condono edilizio. Per il Comune manca l’idonea documentazione. Ma le Sigille non ci stanno a essere messe sotto accusa anche stavolta e assicurano che tutto è in regola. Altri documenti alla mano. Il prossimo mese dovrà decidere il Tribunale. Dopo quarant’anni.

corriere.it

Pornografia minorile, arrestato prete. Aveva adescato un quattordicenne in rete

Pornografia minorile, arrestato prete. Aveva adescato un quattordicenne in rete

C’è anche un sacerdote fra le tre persone arrestate e poste ai domiciliari nell’inchiesta della Procura di Potenza e dei Carabinieri di Policoro in cui otto uomini in tutto sono indagati per adescamento di minorenne, corruzione di minorenne ed in un caso anche disfruttamento della prostituzione minorile. Un ragazzo di età inferiore ai 14 anni, secondo la ricostruzione accusatoria, è stato adescato da più persone tramite un social network e si è incontrato con loro in vari appuntamenti in cui si consumavano prestazioni sessuali.

Sospeso – Nell’inchiesta è coinvolto un sacerdote di Rivello (Potenza),don Antonio Calderaro, che è stato sospeso ’a divinis’ ed esonerato da ogni attività sacerdotale dal vescovo della diocesi di Tursi-Lagonegro, monsignor Francesco Nolé. Il presule si è detto “profondamente sorpreso e addolorato della notizia del fermo giudiziario di don Antonio Calderaro, accusato dell’ignobile e umiliante reato di abuso su minore” ed ha espresso alla vittima ed alla famiglia “il primo pensiero di richiesta di perdono e di sostegno morale e spirituale”. Il vescovo Nolé incontrerà la vittima per “una vicinanza più concreta e solidale”. Nel contempo, ha auspicato che il sacerdote possa “dimostrare presto e in modo completo la sua estraneità” ed ha affermato “piena fiducia e collaborazione con la magistratura”.

Libero Quotidiano

«Chiedilo a loro»: ecco i nuovi spot video 8xmille

volti dell’8xmille tornano da domenica 19 aprile negli spot tv della Chiesa italiana. Al centro sette progetti realizzati in Italia e due nel Terzo mondo grazie alle risorse liberamente affidate ogni anno dai fedeli alla Chiesa cattolica. Tre filmati da 30 secondi, con sette versioni da 15 secondi, girati a Verona, Livorno, Lucca, Alba (Cuneo), Aversa (Caserta), Cagliari e Palermo, oltre che nella capitale filippina Manila e a Cali, in Colombia. Ad essi si affiancheranno gli otto video per il web «Nei panni di un altro», dove le stesse opere sono rappresentate da utenti e volontari.
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avvenire

 

La monaca di Monza va a preocesso

Nell’edizione definitiva dei Promessi sposi, pubblicata a fascicoli tra il 1840 e il 1842 e illustrata da Francesco Gonin, la figura della Monaca di Monza si affaccia sette volte in abiti monacali: cinque nei capitoli IX e X, dedicati all’incontro con Lucia e alla ricostruzione psicologica di Gertrude, una nel XX (in prossimità del rapimento, quando la Signora chiede alla giovane sventurata di fare un’“imbasciata”), un’ultima nel XXXVII, quando Manzoni riannoda i fili dell’invenzione letteraria con i tratti reali di suor Virginia Maria de Leyva, riportando le notizie conclusive di quella “trista storia”: accuse, processo, condanna, ravvedimento. E per legittimare il discorso dal punto di vista storico (ma anche per delegare ad altre discipline il compito di far cronaca) chiama a testimone Giuseppe Ripamonti.

Poco importa che tra la vicenda documentata e i fatti del romanzo ci sia uno sfasamento di tempo: nel 1630, quando si concludono le peripezie di Renzo e Lucia, la Signora ha già scontato la sua pena nella cella del convento di via Santa Valeria, a Milano, dov’è rimasta murata tra il 1608 e il 1622, anno in cui viene liberata. Poco importa perfino che tra la Geltrude del Fermo e Lucia e la Gertrude dei Promessi sposi corra una certa distanza in termini di varianti narratologiche e che l’eccesso divagatorio venga temperato da un ripensamento ellittico.

Quel che conta è l’esemplarità del soggetto narrato, non il pedante rispetto delle fonti e c’è sicuramente un motivo se fra le illustrazioni finite tra le pagine della Quarantana solo nell’ultima la Signora è raffigurata in ginocchio, a mani giunte, di fronte a un crocifisso e a un breviario: espressione inconsueta rispetto alle precedenti che ci hanno abituato ad atteggiamenti non sempre conformi allo status religioso.

Se è vero che I promessi sposi è un’opera da guardare prima ancora che da leggere (ce lo suggerisce Salvatore Silvano Nigro introducendo il testo nei tascabili Einaudi del 2012), il codice visivo non fa solo da corredo alle parole, è qualcosa di più: un completamento, addirittura un elemento fondante la natura essenziale del racconto. Il discorso calza perfettamente proprio intorno all’ultima fra le immagini realizzate da Gonin, desunta dalle informazioni contenute nel libro ma in grado di cogliere a suo modo la verità documentaria: constatato il ravvedimento della colpevole, il cardinale Federico Borromeo intese avviare con lei un dialogo epistolare e utilizzare poi i materiali per una sorta di biografia esemplare.Un’operazione di tal genere, che poteva risultare un azzardo ma che rientra nell’orizzonte cristiano di un individuo come Borromeo – anch’egli prestato dalla Storia alla historia –, oggi non sarebbe nota se Ermanno Paccagnini non avesse scovato le carte negli archivi della Biblioteca Ambrosiana, accompagnandole alle stampe con il titolo Di una verace penitenza (La Vita Felice, 2000).

Sappiamo bene quanto abbia esitato Riccardo Bacchelli nel giustificare se fosse davvero necessario sussurrare alle orecchie di una Lucia ormai salva l’epilogo toccato a suor Virginia, facendo così uscire il personaggio dalle stratigrafie del romanzo e incanalandolo nelle pieghe anonime del reperto storiografico. Ma è la sua natura contraddittoria a prendere il sopravvento sia nei capitoli del libro che nei disegni di Gonin; una natura capace di concentrare su di sé romanzo gotico e bildungsroman e che con grande probabilità ha tenuto sulle spine il suo autore, indeciso se assolvere o condannare, se sopprimere dal suo capolavoro una vicenda così turpe o se, meglio, relegarla a «quegli accenni così sapienti e suggestivi», come scrisse Michele Barbi.

In realtà i casi accaduti prima e dopo che la “sventurata rispose”, pongono problemi invece che dare soluzioni, a cominciare dai pronunciamenti di tipo etico con cui sono stati costretti a cimentarsi soprattutto i lettori di parte cattolica: troppo facile e scontato, infatti, stigmatizzare i comportamenti della Signora, tanto più in presenza di uno scrittore dallo spessore di Manzoni. In realtà la sua figura costituisce, nel bene e nel male, uno degli architravi del romanzo: è Giovanni Testori ad accorgersene lavorando alla trasposizione teatrale nel 1967 e nel 1985. Sarebbe stato indispensabile mettere a confronto Promessi sposi eOsservazioni sulla morale cattolica per individuare in Lucia e in Gertrude i tratti di due «donne infelici nella profonda diversità della loro storia» (così Francesco Mattesini).In egual misura, sarebbe stato necessario indagare anche fra gli atti giudiziari, incamminarsi nella direzione del documento, operazione condotta con grande perizia dallo stesso Paccagnini e da Giuseppe Farinelli in Vita e processo di suor Virginia Maria de Leyva monaca di Monza (Garzanti 1989), per comprendere una verità che salda vero e verosimile e ristabilisce un equilibrio tra storia e invenzione, dal momento che – afferma Farinelli – «Gertrude e Virginia Maria, per grazia d’arte e non di documento, […] operano in simbiosi».

avvenire

Pomigliano. «Bollettini per sacramenti in chiesa», parroco si difende con esposto in Procura

Il parroco di Pomigliano d’Arco accusato in un manifesto anonimo di farsi pagare i sacramenti con dei bollettini intestati alla parrocchia, ha presentato un esposto in Procura contro ignoti, in quanto ritiene che le accuse mossegli siano di «una gravità assoluta».

Don Peppino Gambardella, che ha appreso delle polemiche mentre era in convalescenza per una caduta che gli ha procurato una frattura ad una spalla, è considerato da tutti il «prete operaio» per le sue posizioni in difesa del lavoro, e non è nuovo alle polemiche per le sue prese di posizione in favore «degli ultimi».

Alla domanda se si ritiene un «prete scomodo», don Peppino ha sottolineato che il suo operato rispecchia appieno il suo mandato di sacerdote. «Anche Gesù era scomodo – ha detto – perché si schierava con gli ultimi, con i più deboli, richiamava i valori dello spirito e creava problemi a chi deteneva il potere. Forse anche io non sto bene a qualcuno perché ho scelto di realizzare gli ideali di Gesù. Il nostro operato, quello mio e degli altri prelati della parrocchia, è limpido e trasparente. Nessun sacramento è a pagamento: se si vuole fare un’offerta deve essere con il bollettino, per una scelta di trasparenza. Noi preti viviamo con il sostentamento del clero, e tutto il resto, anche le offerte che ci fanno a titolo personale, è destinato ai poveri».

«Vili offese», «pettegolezzi di bassissimo livello» e «accuse gravissime e cattive» ha commentato il vescovo di Nola (Napoli), monsignor Beniamino Depalma, sulla vicenda dei bollettini postali consegnati dai parroci della chiesa San Felice in Pincis ai promessi sposi per ricevere il sacramento matrimoniale, e ritenuti dal presule la garanzia «della massima trasparenza dei conti parrocchiali».

I bollettini, dell’importo di 160 euro, sono stati fotografati ed affissi su manifestini anonimi nei pressi della chiesa e del Comune, insieme ad un altro, con il «racconto» di una anonima sposa che dice di aver «vissuto un incubo» per le «continue richieste di danaro» da parte della comunità parrocchiale, che seguono una polemica avviata sul social network Facebook.

«Nelle ultime settimane – ha scritto monsignor Depalma in una nota – sono apparse su manifesti a muro e sui social network affermazioni gravemente diffamatorie contro i parroci di San Felice in pincis. Parole violente e offensive, accuse gratuite e cattive che come Vescovo di Nola non posso minimamente tollerare. Esprimo la totale solidarietà e vicinanza ai sacerdoti coinvolti, vittime di un attacco ingiustificato. Quanto sta accadendo è semplicemente disgustoso per una città civile».

Il presule, inoltre, spiega che per i sacramenti «non vige alcun obbligo di dare un contributo economico», sottolineando che la prassi in atto nella chiesa di Pomigliano, è frutto di una decisione assunta anni fa dal Consiglio pastorale della parrocchia, per rendere deducibili le offerte alle stesse persone che le hanno fatte, e, in quanto tracciabili, per garantire «la massima trasparenza dei conti parrocchiali». «Questi sono i fatti – ha aggiunto – il resto è pettegolezzo di bassissimo livello».

Il vescovo, infine, ha invitato tutti a «non fare facile populismo» sull’autofinanziamento delle comunità parrocchiali, ricordando che «i sacerdoti e la comunità parrocchiale sono un punto di riferimento sempre disponibile. Ai parroci, in particolare, in qualsiasi ora del giorno e della notte si rivolgono i più poveri per ricevere ogni tipo di aiuto: richieste alle quali va data risposta immediata».

Il Mattino

Le periferie del Giubileo

di Massimo Faggioli

Il cattolicesimo di papa Francesco si esprime nella capacità di unire vecchio e nuovo, radicalismo evangelico e devozioni. In alcuni casi il vecchio recupera tradizioni della Chiesa che parrebbero incompatibili con l’ecclesiologia conciliare. Uno di questi casi è il Giubileo straordinario della misericordia, annunciato il 13 marzo scorso e delineato con la bolla pubblicata l’11 aprile, Misericordiae Vultus. Con la riforma della Curia che avanza a passi lenti, Francesco ha davanti a sé un anno e mezzo intenso: i viaggi (negli Usa soprattutto), l’enciclica sull’ambiente, il Sinodo dei vescovi, e il Giubileo, che è un contributo specifico e sui generis del papa alla preparazione e all’orientamento del dibattito sinodale.

Gli elementi tradizionali si rifanno a quelli dello strumento giubilare della cristianità medievale, ma il contesto in cui si colloca la decisione del papa promette di preparare un Giubileo diverso da quello dell’anno 2000. Francesco colloca l’anno giubilare (8 dicembre 2015 – 20 novembre 2016) all’interno della nuova evangelizzazione (espressione che nel vocabolario bergogliano non ha la stessa valenza che aveva in Giovanni Paolo II e Benedetto XVI) all’insegna della misericordia. La Chiesa è chiamata ad un Giubileo di misericordia in cui la Chiesa non dispensa la misericordia, ma è essa stessa oggetto della misericordia divina: «Indulgenza è sperimentare la santità della Chiesa che partecipa a tutti i benefici della redenzione di Cristo, perché il perdono sia esteso fino alle estreme conseguenze a cui giunge l’amore di Dio. Viviamo intensamente il Giubileo chiedendo al Padre il perdono dei peccati e l’estensione della sua indulgenza misericordiosa» (Misericordiae Vultus, par. 22). Il Giubileo è occasione per rendere «più forte ed efficace la testimonianza dei credenti» (par. 3). In questo senso è carico di significato l’ampio paragrafo in cui Francesco motiva la scelta della data dell’8 dicembre 2015: «Nel 50° anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II. La Chiesa sente il bisogno di mantenere vivo quell’evento. Per lei iniziava un nuovo percorso della sua storia» (par. 4). La lunga citazione del discorso di apertura del Concilio di Giovanni XXIII, Gaudet Mater Ecclesia, ha un rilievo simile a quello che ha la stessa citazione nell’esortazione Evangelii Gaudium: la decisione di un Giubileo attorno al tema della misericordia a partire da una cesura storica iniziata col Vaticano II conferma i parallelismi tra Francesco e Giovanni XXIII e tra le due stagioni storico-teologiche. Come in Gaudet Mater Ecclesia papa Giovanni rimproverava i «profeti di sventura», in un modo simile Francesco include nella bolla di convocazione un giudizio sui tempi recenti della Chiesa: «La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole […]. Forse per tanto tempo abbiamo dimenticato di indicare e di vivere la via della misericordia. La tentazione, da una parte, di pretendere sempre e solo la giustizia ha fatto dimenticare che questa è il primo passo, necessario e indispensabile, ma la Chiesa ha bisogno di andare oltre per raggiungere una meta più alta e più significativa» (par. 10).

Francesco non tralascia di richiamare le potenzialità ecumeniche e interreligiose del Giubileo – una delle continuità col Giubileo di Wojtyla, tra molte discontinuità. I tempi e i modi del Giubileo di Francesco, così come alcuni passaggi tematici della bolla, fanno sperare in un Giubileo meno centrato su Roma e meno giocato sui grandi eventi: l’enfasi sui poveri e sulle periferie, l’accento posto sulla corruzione e sulle lusinghe del denaro promettono un Giubileo di segno diverso da quello di Giovanni Paolo II. Era solo quindici anni fa, ma sembra passato un secolo.

* Docente di Storia del Cristianesimo, University of  St. Thomas (St. Paul, Minnesota)