Lo scenario… Corsa all’oro per mezza Africa

Era l’11 ottobre del 2012 quando, durante un’operazione delle autorità del Ghana contro i cercatori d’oro illegali, il cinese Chen Long fu ucciso in una miniera della regione centrale Ashanti. Aveva solo 16 anni e il suo iPad fu confuso per una pistola. Nell’arco di 24 ore, 101 cinesi furono inoltre imprigionati perché scavavano senza un regolare permesso di lavoro. Solo l’intervento dell’ambasciata della Cina in Ghana ne ha permesso la liberazione qualche giorno dopo. «Decine di migliaia di cinesi sono arrivati qui nel 2009 per cercare l’oro – afferma Su Zhenyu, segretario dell’associazione Miniere cinesi in Ghana -. Il primo gruppo approdato nella regione Ashanti nel 2006 era invece composto di soli dieci cinesi».

Nonostante il prezzo dell’oro si sia abbassato in questi ultimi anni, la ricerca di nuove miniere in Africa continua senza sosta. Grandi e piccole aziende aurifere internazionali stanno lanciando nuovi progetti di esplorazione e produzione del preziosissimo metallo. Non solo nei primi tre Paesi africani più importanti per l’oro – Sudafrica, Ghana e Mali – ma anche in zone promettenti, e fino ad oggi poco sfruttate, come Costa d’Avorio, Tanzania e Zimbabwe. «I primi campioni del progetto Dabakala in Costa d’Avorio hanno fornito risultati molto incoraggianti insieme all’identificazione di diverse nuove zone aurifere – ha recentemente dichiarato Bernard Aylward, a capo della Taruga Gold Ltd., una società australiana che lavora anche in Mali e Niger -. Questa progetto rappresenta una priorità grazie al governo ivoriano che propone leggi sempre più favorevoli all’industria mineraria».

Diverse aziende stanno infatti spostandosi in Costa d’Avorio, un Paese tradizionalmente inesplorato a causa dell’instabilità politica degli ultimi dieci anni. Ma circa il 35% delle rocce Birimian, le principali fonti d’oro in Africa occidentale con riserve per 170 milioni di once (Moz), è presente nel sottosuolo ivoriano. Mentre il 17% si trova in Ghana e il resto si divide soprattutto tra Guinea Conakry, Mali e Burkina Faso. «In Costa d’Avorio ci sono i depositi di 6 Moz a Yaoure gestiti dalla società Amara Mining, e quello di Tongon, con 4,4 Moz della Randgold resources – affermano gli esperti -. Mentre in Mali si trovano i preziosissimi depositi di Morila e Syama con 7 Moz ciascuno, e Sadiola con 13 Moz».

Inoltre, con la guerra iniziata in Mali nel 2013, la produzione del metallo giallo non è cambiata di molto: «Abbiamo prodotto 45.8 tonnellate d’oro nel 2014 rispetto alle 47 tonnellate dell’anno precedente – ha detto Lassana Guindo, consigliere tecnico del presso il governo maliano -. E le restrizioni adottate in Ghana, Senegal e Burkina Faso stanno dirigendo un alto flusso di cercatori d’oro verso il Mali».

Ma anche l’Africa orientale è teatro di nuovi progetti auriferi. «Saremo in grado di produrre oltre 450mila once d’oro nei prossimi 5 anni a 750 dollari per oncia – recita una nota della canadese Acacia mining Ltd., ex African Barrick gold Plc., riguardo alla miniera nel Nord Mara in Tanzania -. Ma c’è grande potenziale per un’eventuale espansione del sito minerario».

avvenire.it

Papa: vicini a Gesù nell’ora della prova

(ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO, 30 MAR – “La Settimana Santa è il tempo che più ci chiama a stare vicino a Gesù: l’amicizia si vede nella prova”. E’ il messaggio, contenuto in un tweet, che papa Francesco ha voluto lanciare oggi alla Chiesa all’inizio del periodo che la porterà nel cuore del Triduo pasquale.

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Cinema, contro i pregiudizi religiosi ed etnici arriva “Ameluk”

“Ameluk”, opera prima di Mimmo Mancini, uscirà il 9 aprile al cinema distribuito da Flavia Entertainment in collaborazione con Draka Distribution. È Venerdì Santo. A Mariotto, un minuscolo paese della Puglia, tutto è pronto per la Via Crucis, ma l’interprete di Gesù, il parrucchiere Michele, Paolo Sassanelli, si siede per sbaglio sulla corona di spine. È l’inizio del calvario. Il tecnico delle luci, Jusef, detto Ameluk, interpretato da Mehdi Mahdloo Torkaman, è mandato inconsapevolmente allo sbaraglio dall’amico parroco per sostituirlo nel ruolo di Cristo, ma è un musulmano. La notizia desta scalpore e fa il giro del mondo e l’opinione pubblica del piccolo paese pugliese si spacca in due. Personaggi e momenti a volte esilaranti, calati in un’atmosfera variopinta, fanno da sfondo alle disavventure del povero Ameluk, che tra un colpo di scena e l’altro cercherà, a suo modo, di riportare la pace nel paese. “Ameluk – dice il regista – è un film contro i pregiudizi religiosi e etnici. Per far questo ho scelto un tono seriamente divertente dove l’attualità va di pari passo al livello parodistico sotteso a tutta la vicenda. Il tema del film è chiaro – aggiunge – venirsi incontro è il modo migliore per vivere in pace, e imparare l’uno dall’altro è il modo per crescere. Per far trionfare questo valore bisogna prima sconfiggere egoismi, timori, ignoranza, campanilismi e la paura del diverso”. Nel cast, oltre a Mehdi Mahdloo Torkaman, Mimmo Mancini, Claudia Lerro, Francesca Giaccari, Dante Marmone, Roberto Nobile, Cosimo Cinieri, Paolo Sassanelli, Michele Di Virgilio, Maurizio Della Valle, Andrea Leonetti, Teodosio Barresi, Nadia Kibout, Miloud Mourad Benamara, Luigi Angiuli, Pascal Zullino, Hedy Krissane, Tiziana Schiavarelli, Massimo Bagnasco, Helena Converso, Alberto Testone, c’è l’amichevole partecipazione di Rosanna Banfi. Il film è stato interamente girato in Puglia tra Mariotto, Castel del Monte, la Cattedrale di Bitonto e quella di Trani. Ameluk è prodotto da Luigi Ricci, Andra Mattei per RM Consulting e da Barbara Sperindei, con il sostegno del MiBACT Direzione Generale per il Cinema, Film di interesse Culturale Nazionale, di Apulia Film Commission, con il Patrocinio del Comune di Bitonto e con la collaborazione di Comma 3.

ilvelino.it

Cosa accomuna Harry Potter, Twilight e le Sacre Scritture?

Cosa hanno in comune Harry Potter e le Sacre Scritture, oppure il Vangelo e Twilight? Se ne discuterà all’incontro promosso dal Sefir “Scienza e Fede sull’Interpretazione del Reale” area di ricerca interdisciplinare, insieme alla Specializzazione in Teologia Fondamentale della Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense mercoledì 15 aprile alle ore 15,30 presso l’aula Paolo VI dell’università pontificia.

“La teologia tra scienza e fantascienza”, questo il tema dell’incontro «organizzato con il desiderio di far dialogare la teologia con un ambito piuttosto inusuale ma che ha a che fare con il modo con cui tante persone si relazionano alla realtà: cioè il genere fantasy, la fantascienza», spiega ad Aleteia don Antonio Sabetta, teologo dell’Università Lateranense e della Lumsa, nonché preside dell’Istituto di Studi Superiori Religiosi “Ecclesia Mater”.

TRACCE DI CRISTIANESIMO
L’iniziativa, prosegue Sabetta, «è un tentativo di ascolto di queste saghe, che talvolta possono essere, se ci è permesso l’azzardo, lette secondo un’espressione di Derrida in Donare la morte; qui riferendosi alla possibilità di pensare i temi cristiani senza l’evento della rivelazione, il filosofo parla della possibilità di un “doppione non dogmatico del dogma”. Da non credente Derrida avverte la riserva di senso che i contenuti della fede cristiana possono costituire per tutti, anche per chi non crede. In categorie forse a noi più familiari si potrebbe parlare di “tracce di cristianesimo anonimo” ricorrendo all’immagine di K. Rahner».

ACCOSTAMENTO POSITIVO
Da un lato questo aspetto «testimonia l’universalità della fede cristiana. Ciò che essa ci trasmette è universale, e può essere fatto proprio da tutti. Sotto questo punto di vista, accostare fede a fantasy lo vedrei come un’operazione positiva, perché non ci può essere estraneità tra fede e ciò che continua a segnare anche oggi il contesto in cui siamo. Ciò che la fede è, riesce ancora ad illuminare di senso le situazioni, pur vivendo in un’epoca definita da C. Taylor “post-secolare” dove spesso sopravvivono i gesti della fede ma muoiono le ragioni che hanno dato loro vita».

IL CASO HARRY POTTER
Tutto questo può essere rilevato, «direi anzi che è evidente», precisa il teologo, nella saga scritta da J.K. Rowling, dove è protagonista il celebre maghetto Harry Potter, “Il ragazzo che sopravvisse”. «E non deve sorprendere se nei libri a parte due citazioni bibliche esplicite poste nel settimo (“l’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte” e “dove si trova il tuo tesoro là sarà anche il tuo cuore”), non ci sono riferimenti espliciti al cristianesimo (ad esempio ci sono le vacanze di Natale ma non si parla mai del Natale); eppure è molto interessante leggere in chiave cristiana le tematiche attraversano la saga».

LE “ARMI” PER ABBATTERE IL MALE
Qui ciò che balza subito agli occhi, sottolinea Sabetta, «è che magia (il fantascientifico) non significa evasione dalla realtà: la magia è potere ma non ti risparmia la fatica della vita e delle decisioni. Certo il tema più evidente è quello della lotta tra bene e male; non c’è una visione dualistica, non ci sono solo buoni e cattivi, ma c’è una dimensione buona e cattiva in ogni uomo che è chiamato ogni giorno a scegliere più che tra bene e male tra ciò che è giusto e ciò che è facile. La tentazione esiste anche nella persona buona (ne è testimonianza il saggio Silente), è sempre presente (la avverte chiaramente anche Harry), nello stesso tempo c’è il male dentro di noi, male che con la sua potenza persuasiva sembra più forte, ma l’uomo sa dia vere le armi per vincere il male, le armi che provengono dall’amore, dall’amicizia, dal sacrificio di sé. Dove si afferma il male si perverte l’umano, perciò la lotta contro il male è per affermare l’uomo e quanto più lo caratterizza».

LA GRANDEZZA DELL’AMORE
Non a caso nella saga la vera debolezza di Voldemort, il male assoluto, è che non ama, non ha amici, non sa abbracciare e chi lo serve lo fa perché lo teme. «Questo disprezzo degli affetti, della loro decisività nella vita, è la sua debolezza di fronte a cui sta la grandezza dell’amore, l’amore della mamma di Harry che evita che la maledizione avada kevadra uccida suo figlio, amore che non è un “caso” della vita ma, come dice Silente, il suo “segreto ultimo”».

IL SACRIFICIO DEL MAGHETTO
Soprattutto nei capitoli 34esimo e 35esimo dell’ultimo volume, “Harry Potter e i doni della morte”, «viene fuori la grandezza dell’amore, la sua capacità di redimere e salvare. Quell’amore che ultimamente è accettare, abbracciare liberamente la possibilità della morte; ed è questo dono di sé fino in fondo come atto di libertà (Harry accetta di andare incontro al suo destino), questo – come viene esplicitamente detto – essere come un agnello fatto crescere per il macello, che non solo salva Harry, cioè lo preserva dalla morte provocata dalla maledizione senza perdono, ma redime, impedisce ultimamente al male di prevalere. La dialettica fra vita e mondo (intesa in senso giovanneo) si risolve nell’agnello immolato che viene rifiutato (Harry è “l’indesiderato numero uno”) ma salva la storia».

LA LEZIONE DI HEGEL
Silente dirà ad Harry che il vero signore della morte, non è colui che vuol sfuggire alla morte, ma è colui che non scappa di fronte ad essa e che accetta di morire sapendo che nella vita ci sono cose peggiori della morte e in questo sacrificio accettato (Harry è il “prescelto”) avviene un cambiamento, il nuovo inizio della storia. «Mi viene sempre in mente – ricorda Sabetta – quando ripercorro la conclusione della saga, la frase di Hegel nelle sue “Lezioni sulla filosofia della religione”; egli definisce la morte di Cristo la “morte della morte” come a dire che solo il morire, solo l’assunzione in sé del negativo, può vincerne la potenza, può decretare la morte di ciò che fa morire». 

AMICIZIA, RISCHIO, ASCESI
Altri aspetti che di cristiano «hanno molto e sono ben presenti nella saga sono, tanto per citarne alcuni, l’importanza del rischio, il valore dell’amicizia, l’ascesi, su tutti il dolore che forgia al vita, che ti dà occhi che ti permettono di vedere cose che gli altri non vedono, che ti fanno rendere meglio conto della realtà (come accade a Harry e Luna)».

DAL SIGNORE DEGLI ANELLI ALLE CRONACHE DI NARNIA
Harry Potter è uno dei casi più eclatanti dell’attrattiva delle saghe ma vi sono anche altre saghe fantasy che possono essere lette e considerate sullo sfondo della rivelazione biblico-cristiana. «Pensiamo ad esempio – continua ancora il teologo – al caso ancora più sofisticato del “Signore degli anelli“, dove s’impongono temi come la seduzione del potere causata dall’anello magico, il desiderio dell’immortalità, la potenza della tentazione, la lotta onerosa per il bene».  Oppure, «pensiamo anche alle “Cronache di Narnia“, dove per esempio il sacrificio compiuto dal leone che accetta di morire per pagare l’infedeltà che altri hanno commesso alla legge gli consentirà di risorgere».

TWILIGHT E I VALORI DI EDWARD
Pensiamo infine anche alla saga di “Twilight” di cui ultimamente in prospettiva sociologica si è occupato per esempio la professoressa Cecilia Costa evidenziando al suo interno echi evangelici. Ad esempio la rivelazione dell’identità che Edward fa a Bella sembra la riproposizione della trasfigurazione raccontata nel Vangelo: luci, vesti candide, pelle ricoperta di diamanti. Ma soprattutto Edward incarna un mondo fatto di tradizione, dove è evidente il valore di gesti come l’attesa, la pazienza, la rinuncia a ciò che si desidera quando è per il bene dell’altro; valori che a volta noi postmoderni non consideriamo più.

VALORIZZARE LA DIFFERENZA
Tra l’altro un tema presente sia in Twilight che in Harry Potter è la valorizzazione della differenza, della diversità. In Twilight i vampiri buoni sono quelli che non si comportano come gli altri, che accettano la lotta contro il loro istinto naturale impegnandosi a non bere sangue umano per non uccidere persone. In Harry Potter la diversità si manifesta nel fatto che spesso i diversi non incarnano il male e la tenebra: l’amica più intelligente di Harry è Hermione che ha genitori non maghi, Hagrid è un mezzo gigante; per Voldemort, la non purezza (ovvero la differenza che attenta all’unità) è un’ossessione che lo spinge ad uccidere suo padre perché non mago, e dunque qualcuno di cui vergognarsi. Chi compie scelte diverse, non omologate, dice la positività della differenza, come nel caso ad esempio di Sirius Black.

sources: ALETEIA

FORMULA 1 E MOTOGP Bentornata Italia dei motori Vettel-Rossi in cima al podio

E’ la domenica dell’Italia a due e quattro ruote, dei grandi ritorni sul podio. Dalla Formula 1 a Sepang, in Malesia, alla MotoGp sul circuito di Losail, in Qatar, risuona l’inno di Mameli per celebrare le vittorie della Ferrari con Sebastian Vettel e di Valentino Rossi. Ma alla giornata magica dei motori italiani contribuisce anche la Ducati, che sorprende le Honda di Marquez e Pedrosa, portando sul primo podio del Motomondiale 2015 – al secondo e terzo posto – i due Andrea, Dovizioso e Iannone. Bentornata Italia dei motori, con il riscatto del Cavallino rampante di Maranello, che non vinceva dal 2013, quando Fernando Alonso portò per l’ultima volta la Ferrari al traguardo davanti a tutti in un ormai lontano Gran premio di Spagna (era il 12 maggio 2013) sul circuito di Montmelò vicino a Barcellona. Ma ben tornate anche alle due ruote tricolori. L’ultimo podio tutto italiano nella classe regina era vecchio di 9 anni, esito della ‘battaglia’ a Motegi tra Loris Capirossi, Valentino Rossi e Marco Melandri che nel 2006 in quest’ordine tagliarono il traguardo. E proprio Rossi ha suggellato questa giornata densa di motori e campioni italiani, stampando nel suo curriculum la 109/a vittoria mondiale. Ennesimo capolavoro di un campione che alla 20/a stagione in moto ed a 36 anni non finisce mai di stupire e divertirsi come all’inizio.

La Ferrari guidata dal tedesco è stata una scheggia nel Gran Premio della Malesia. Vettel ha vinto la gara precedendo le Mercedes di Lewis Hamilton e Nico Rosberg, mentre la Rossa di Kimi Raikkonen chiude al quarto posto al termine di una grande rimonta dall’ultima posizione. Quinta e sesta posizione per le Williams di Valtteri Bottas e Felipe Massa. Settima la Toro Rosso del 17/enne Max Verstappen davanti al compagno di squadra Sainz Junior. Nona e decima la Red Bull con Kvyat e Ricciardo.

Grande festa in casa della Rossa, con Maurizio Arrivabene, team principal Ferrari, che ha commentato “una grande gara per tutti e due i piloti. Una grande squadra e un grande lavoro della gente di Maranello. Non ci sono vincitori individuali, questa macchina non ha un papà, né 2 o 3, ne ha 1.300”.

I complimenti a Sebastian Vettel e Kimi Raikkonen “per una gara sensazionale” sono arrivati anche dal presidente della casa di Maranello, Sergio Marchionne, “felice per tutti i tifosi che aspettavano da troppo tempo una giornata così. Forza Ferrari”.

ansa

Politica: un confuso riformismo restauratore

Michele Di Schiena*
www.adistaonline.it

Da una riforma all’altra, ansiosamente e velocemente, con annunci di esaltanti cambiamenti storici frutto di provvedimenti messi a punto nelle appartate stanze del potere da uffici e uomini di fiducia del governo senza tenere nel debito conto le realtà del Paese e senza gli apporti di elevate competenze culturali e scientifiche. Un frenetico passaggio dall’una all’altra riforma senza che i cittadini possano avere adeguata contezza di quanto viene messo in cantiere e senza prevedere tempi e strumenti di verifica degli effetti concreti di tale tumultuosa produzione normativa. Un modus operandi, quello del governo, che mortifica la partecipazione democratica, comprime i poteri del Parlamento e sacrifica il doveroso studio e la necessaria riflessione sull’altare di una spasmodica fretta che non sembra avere altro obiettivo se non quello di coltivare il mito di un’efficienza fine a se stessa.

Un continuo bombardamento di novità che serve anche a distogliere l’attenzione dai dissensi e dalle proteste provocate dalle decisioni già adottate: dalla riforma del lavoro, fortemente contrastata dai sindacati, alle riforme istituzionali ed elettorale che rischiano di provocare un profondo mutamento dell’impianto costituzionale della nostra democrazia, tanto da indurre alcuni commentatori a parlare di “democratura”, un regime a metà strada fra la democrazia e la dittatura; dalla nuova legge sulla responsabilità civile dei giudici, che con alcune disposizioni rischia di comprimere la libertà e l’autonomia dei magistrati esponendoli anche ad attacchi paralizzanti da parte di poteri forti e di gruppi criminali, alla riforma della Rai che dovrebbe essere gestita da un Consiglio di amministrazione di sette membri (quattro nominati dal Parlamento in seduta comune, due dall’esecutivo e uno in rappresentanza dei dipendenti) mentre l’amministratore delegato, il vero capo dell’azienda, dovrebbe essere scelto dal governo e confermato dal CdA. E ancora: da una improvvisata e inadeguata riforma della scuola agli altri provvedimenti in gestazione destinati ad alimentare un riformismo a getto continuo, nel quale saranno prevedibilmente rinvenibili misure restrittive a danno dei corpi intermedi e degli organi di controllo, ma sarà difficile trovare provvedimenti di qualche rilievo contro le piaghe della corruzione e dell’evasione fiscale.

Ma di quale cultura è figlio il riformismo renziano? Certo di nessuna delle tre grandi culture (progressista di matrice socialista, solidarista di ispirazione cattolico-democratica, liberal-democratica di sensibilità illuminista) che nell’immediato dopoguerra dettero vita al patto costituzionale che fonda la nostra Repubblica e che nel successivo trentennio furono preziosa fonte di ispirazione per le politiche keynesiane di segno redistributivo. Le logiche dell’attuale esecutivo sembrano invece prendere le mosse da quella “reazione restauratrice” che a partire dalla fine degli anni ’70 cominciò a mettere in discussione l’impianto costituzionale della nostra democrazia, nonché le conquiste, le tutele e i diritti acquisiti nei precedenti decenni.

Una reazione che in Italia si manifestò anche col “Piano di rinascita democratica” del maestro venerabile della loggia massonica P2 Licio Gelli, che prevedeva la semplificazione del panorama politico col bipartitismo, il rafforzamento dell’esecutivo, il controllo dei media, la ripartizione delle competenze fra Camera dei deputati con funzione politica e Senato della Repubblica con funzione economica, il ridimensionamento dei sindacati con la rottura fra Cgil e altre organizzazioni, la riforma della Magistratura con la separazione delle carriere fra pm e giudici, la responsabilità civile dei magistrati per colpa e via dicendo. Un programma che in maniera impressionante somiglia a quello che oggi sta trovando larga attuazione. Una reazione contro-riformatrice che sul versante economico sfociò poi nel nostro Paese, come in Europa e nell’intero Occidente, nell’esplosione del neoliberismo con le ricette di Milton Friedmann sulla deregulation, le privatizzazioni e la riduzione delle spese sociali. Una filosofia in qualche modo sponsorizzata fra mille contraddizioni dal berlusconismo e che oggi pesantemente influenza la politica dell’attuale governo.

Il riformismo renziano, discutibile nei contenuti, appare poi colpevolmente approssimativo anche nella formulazione tecnica dei provvedimenti adottati che sembrano destinati a produrre situazioni complicate e confuse. Per fare solo qualche esempio, sulla riforma della Rai, è appena il caso di rilevare l’impossibilità di stabilire con legge ordinaria che alcuni membri del CdA siano nominati dalle Camere in seduta comune, perché l’art. 95 dello Statuto stabilisce che il Parlamento si riunisce in seduta comune nei soli casi stabiliti dalla Costituzione, fra i quali non è contemplato quello in questione. Così come non appare proponibile che sia il governo a scegliere, sia pure con la ratifica del CdA, il capo dell’azienda, dal momento che la Corte costituzionale con sentenza n. 225 del 9 luglio 1974 ha stabilito che gli organi direttivi dell’ente gestore non possono essere «costituiti in modo da rappresentare direttamente o indirettamente espressione, esclusiva o preponderante, del potere esecutivo». Con riferimento infine alla riforma della scuola, sembra proprio che in tale travagliato settore i problemi siano destinati a crescere con la scelta di dar vita a un arcipelago di piccole imprese senza mezzi e affidate alla guida di un dirigente privo di cultura aziendale, ma dotato di poteri di ampiezza tale da esporlo al sospetto di favoritismi e al rischio di interminabili contestazioni. Un errore, perché la strada da imboccare sarebbe dovuta essere quella di promuovere le qualità professionali degli insegnanti, non certo elargendo ad essi qualche misero premio o l’elemosina di qualche buono-acquisto, ma valorizzandone il ruolo col riconoscimento della sua vitale importanza e con la corresponsione di adeguati e dignitosi compensi, creando così le premesse di più rigorosi e selettivi reclutamenti.

* presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione

politica

C’è anche la teologia eco-femminista

Carla Galetto
Cdb Viottoli – Pinerolo (To)
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Domenica 15 marzo abbiamo avuto la gioia di incontrarci, come Cdb del Piemonte, con la pastora valdese Letizia Tomassone, per continuare l’approfondimento del tema “eco-teologia”, dal punto di vista femminista.

Letizia ha pubblicato di recente il suo ultimo libro “Crisi ambientale ed etica. Un nuovo clima di giustizia” (Piccola Biblioteca teologica – Claudiana), che entra nel merito di questa problematica in cui siamo tutti e tutte coinvolte/i.

Molte teologhe hanno da tempo elaborato un pensiero “femminista” che spesso è portatore di una differenza di pratiche e di elaborazioni, rispetto a quello degli uomini. D’altra parte va detto che molti disastri causati in ambito ambientale sono attribuibili a un sistema patriarcale basato sul dominio e sul possesso, mentre le donne, in ogni parte del mondo, hanno continuato a dare la vita e a prendersi cura dei viventi e della natura.

“Le teologie eco-femministe recuperano la natura come un soggetto che interagisce con il soggetto umano, uscendo dalla relazione strumentale che rende la natura, come i corpi servili (schiavi, sottoposti, migranti, donne, lavoratori del Sud) puramente strumentali al benessere patriarcale, gerarchizzato su valori maschili” (Letizia).

Pertanto la relazione con il “creato” potrà essere solo di cura e di amore.

Un aspetto importante, che non ho trovato negli studi maschili, è che nella storia che noi conosciamo spesso la natura e la donna sono equiparate. E, insieme, diventano “oggetto” del pensiero maschile e della sua azione spesso possessiva, dominante e violenta. Il vero soggetto della storia e dell’universo è l’uomo (!).

Il pensiero, l’elaborazione e la ricerca delle donne scienziate spesso non sono né conosciute né prese in considerazione.

E allora, quando sento dire che l’antropocentrismo è stato la causa dei problemi della vita del creato, mi sembra più corretto parlare di “androcentrismo”, cioè è il maschio che si è posto come dominatore della natura e del mondo femminile.

Scrive Ina Praetorius: “L’attribuzione di determinate caratteristiche all’uno o all’altro sesso è parte integrante di un sistema di segni onnicomprensivo, di un ordine simbolico che rappresenta il mondo intero come una gerarchia, immaginandolo diviso in due sfere, l’una più alta e l’altra più bassa. Quella superiore è identificata con il maschile ed è apparentemente riferita a spirito, dio, cultura, teoria, libertà e simili; quindi a mercato, denaro, oggettività, scienza. La sfera inferiore è identificata con il femminile a comprendere: materia, mondo, natura, quotidianità, dipendenza; quindi, mondo domestico, amore, cura, soggettività, fede, opinione. Nel contempo, la sfera “alta” maschile diviene non soltanto l’umano per eccellenza, ma anche il divino. Non a caso quando teologi e filosofi parlano in generale dell’essere umano si riferiscono soltanto all’uomo bianco e adulto. Ciò significa universalizzare determinate modalità di esperienze facendole confluire in un essere umano presumibilmente privo di sesso: grande è la confusione che ne deriva. (…) Se vogliamo scardinare i meccanismi autodistruttivi della cultura occidentale, dobbiamo inevitabilmente spezzare l’ordine simbolico androcentrico in quanto tale. (Ina Praetorius, Penelope a Davos. Idee femministe per un’economia globale, Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne di Milano, pp. 37-38)

Che cosa possiamo fare noi?

– Lavorare sugli immaginari di Dio: “Da duemila anni, parte integrante dell’ordine androcentrico è l’ormai consolidata identificazione del mistero divino con l’immagine maschile di Signore, Padre, Creatore. Le conseguenze non sono trascurabili. Forse proprio la convinzione che DIO sia una presenza spirituale maschile di ordine superiore rivela fino a che punto questa metafora sia lo snodo dal quale hanno preso origine innumerevoli aberrazioni culturali: dal concetto di guerra giusta fino allo sfruttamento autodistruttivo delle nostre risorse naturali. (…) Il processo che ha visto nascere il monoteismo patriarcale da un mondo che attribuiva al divino tanti nomi diversi è durato per secoli. Pertanto non si dissolverà dall’oggi al domani trasformandosi in qualcosa che non è ancora visibile, ma che speriamo nasca dal dialogo delle tante persone diverse che percepiscono e comprendono il divino in molti modi diversi: LUI/LEI/ESSO. Stiamo vivendo un tempo elettrizzante, un tempo in cerca di QUALCOSA che i nostri antenati e le nostre antenate ci assicurano che è e sarà sempre BUONO (Mt 19,17), ovvero l’AMORE (Gv 1,4 e 1,8) (ibidem, pp. 39-40).

– Riconoscere Dio come Amore, Vita, Energia in relazione (Carter Heyward parla di potenza in relazione), liberandolo dalle gabbie del patriarcato. Mi sembra di poter dire che anche il Dio di cui ci parla Gesù non è patriarcale e Gesù stesso vive le relazioni con le donne del suo tempo in modo decisamente “rivoluzionario” rispetto alle pratiche correnti (es. l’unzione di Betania, la donna siro-fenicia, l’adultera…). E se le prime comunità erano animate da uomini e donne, ciò è stato “tollerato” per ben poco tempo!

– Abbandonare la teologia e la dogmatica maschio-centrica, accogliendo i pensieri e le pratiche delle donne che, sicuramente, hanno maggiormente conservato e sviluppato capacità vitali per l’umanità intera.

– Lavorare sul simbolico: le teologie femministe non rivendicano una fetta di potere per le donne, ma propongono una trasformazioneculturale e sociale (insieme al movimento mondiale femminista) per un mondo diverso, più accogliente e capace di rispettare sia gli uomini che le donne e non solo. Già nella Bibbia le strutture di pensiero sono patriarcali: bisogna riattraversare la tradizione in cerca di ciò che ci dona libertà e salute. Abbiamo bisogno di ciò che alcune teologhe definiscono “teofantasia”, mettendo le nostre esperienze in rapporto con la tradizione, per far nascere nuove parole, nuovi segni, riti e trame di senso.

– Ripensare in termini nuovi la relazione tra il “divino” e il mondo, unendo la liberazione e la guarigione del creato alla manifestazione della libertà delle figlie di Dio.

Quella scelta obbligata tra sacrificio e misericordia. Le sfide del dialogo interreligioso

DOC-2699. ROMA-ADISTA. Quel che resta della primavera araba: è attorno a tale questione che si svolgerà la prossima edizione del Forum Sociale Mondiale, in programma a Tunisi – dove il Forum si è già svolto nel 2013 – dal 24 al 28 marzo. Già nel 2013, quella stagione rivoluzionaria che, tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, aveva rappresentato una fonte di speranza non solo per i Paesi coinvolti, ma anche per il resto del mondo, aveva mostrato tutti i suoi limiti. Ciononostante, l’edizione tunisina del Fsm, il primo nell’area del Mediterraneo, si era conclusa con un bilancio sostanzialmente positivo (con oltre 40mila partecipanti, 4mila organizzazioni registrate e più di 1.500 diverse attività), offrendo grande visibilità ai movimenti popolari nordafricani, al di là delle non poche contraddizioni emerse (in aggiunta a quelle ben note legate alla natura del Forum), a cominciare dalla sostanziale assenza di un principio unificatore, difficilmente rintracciabile tra le posizioni profondamente diverse delle forze islamiche e di quelle laiche.

A due anni da quell’evento, come ha constatato il Comitato organizzatore del Forum, è ormai evidente che i governi della regione non sono stati capaci di mettere in campo progetti alternativi, «per rispondere alle preoccupazioni dei giovani in cerca di libertà e di lavoro, delle donne in cerca di uguaglianza, dei movimenti sociali in cerca di giustizia sociale». Al contrario, in tutta la regione si susseguono episodi di violenza, i movimenti sociali e democratici vengono criminalizzati, le politiche neoliberiste dettate dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale sono presentate come unica soluzione possibile e «gli interventi stranieri, politici e militari, sono diventati la regola, con l’obiettivo di strumentalizzare l’instabilità interna a beneficio degli Stati Uniti, dell’Unione Europea, della Turchia, dei Paesi del Golfo». È dunque delle crisi, dei cambiamenti e delle violenze che attraversano tutta la regione del Maghreb-Mashrek – dalla Siria alla Libia, dall’Iraq all’Egitto, dal permanente dramma dei palestinesi ai massacri dell’Isis – che si parlerà a Tunisi, nel campus dell’Università Al Manar, senza trascurare le questioni relative alle condizioni dei migranti, alla situazione delle donne e dei giovani, alle esperienze dei nuovi movimenti, e anche – per quanto riguarda la parte più propriamente teologica del Fsm, quella del Forum Mondiale di Teologia e Liberazione – al dialogo interreligioso, alla mobilitazione religiosa ed ecologica per la giustizia e la pace, al rapporto tra religioni, politica e liberazione.
Pace tra le religioni

Ed è in particolare sul dialogo interreligioso che si sofferma, in un dossier apparso sul primo numero del 2015 della rivista di teologia Voices, la Commissione Teologica Latinoamericana dell’Associazione Ecumenica dei Teologi e delle Teologhe del Terzo Mondo (Eatwot o Asett), in vista proprio della sua partecipazione al Forum Sociale Mondiale di Tunisi. Un tema, come evidenzia nella presentazione del dossier il teologo brasiliano Luiz Carlos Susin, di importanza più che mai cruciale, per la causa della pace, dei poveri e della biosfera: «Il nostro tempo – sottolinea Susin – ci ha concesso di vedere per la prima volta la Terra dallo spazio, permettendoci di riconoscere questo piccolo pianeta roccioso, azzurro, bianco e verde, come la nostra dimora nell’immenso universo. Le fotografie ci hanno mostrato quanto siano artificiali le frontiere politiche e le sovranità nazionali. Le nubi e gli uccelli vanno e vengono, senza passaporto, e così anche la contaminazione». E se a questo aggiungiamo la crescita del fenomeno migratorio, «compreso quello illegale, anch’esso senza passaporto» e il moltiplicarsi dei conflitti nell’intero pianeta, si comprenderà chiaramente l’entità della sfida che ci troviamo di fronte: «O arriveremo ad essere una grande famiglia, o smetteremo di esistere». In questo quadro, prosegue Susin, il dialogo interreligioso è diventato uno dei grandi segni del nostro tempo, secondo la tesi ormai celebre del teologo Hans Küng: non ci sarà pace tra le nazioni senza pace tra le religioni e non ci sarà pace tra le religioni senza la conoscenza reciproca e il riconoscimento comune «di ciò che ci rende unici e irriducibili nella ricchezza delle differenze». Il riconoscimento che tutte le religioni sono, come sottolinea la Commissione Teologica Latinoamericana dell’Eatwot, «risposte umane al Mistero Divino e, per questo, possiedono tutte la loro validità e la loro peculiarità irripetibile, il loro carisma e la loro grazia. E, sempre per questo, tutte si complementano e tutte ci arricchiscono». Ma anche, d’altro lato, tutte hanno bisogno di cambiare mentalità e di adottare una visione che sia all’altezza dei tempi attuali, perché siano «incrollabili dinanzi all’ingiustizia, imbevute totalmente di amore, aperte a una visione radicalmente pluralista, coscienti della relazione di fratellanza universale con tutti gli esseri animati e inanimati».

Tanto più necessari, tale conoscenza e tale riconoscimento, considerando i pregiudizi esistenti intorno all’islam, «visto erroneamente da molti cristiani – scrive la metodista brasiliana Magali do Nascimento Cunha – come una religione di natura intollerante, violenta e minacciosa» (per quanto il Corano, come ricorda il benedettino brasiliano Marcelo Barros, ritenga in realtà il dialogo con le “persone del libro”, ebrei e cristiani, «non soltanto possibile, ma utile e buono») e considerato «come un gruppo religioso monolitico», malgrado la «diversità di teologie e di tradizioni di pensiero filosofiche e giuridiche, come pure di forme di devozione popolare».

Nella logica dell’altro

In ogni caso, se «quello che ci unisce è più forte di quello che ci separa» – come evidenzia Patrícia Simone do Prado, della Pontificia Università Cattolica di Minas Gerais, richiamandosi a una quadruplice forma di dialogo: a livello esistenziale, mistico, etico e teologico – la sfida non è, sottolinea Marcelo Barros nel suo intervento, quella di «dialogare a partire dalle somiglianze e dai punti di accordo», bensì quella di «entrare nella logica dell’altro». E ciò vuol dire che l’altro, il diverso, deve essere «accolto così com’è, nella sua differenza radicale», senza che ciò comporti il rischio di una «relativizzazione confusa della propria identità»: si tratta, cioè, di «allargare il nostro sguardo e arricchire il nostro modo di comprendere e vivere la fede, restando aperti alle questioni suscitate dall’incontro e dal dialogo». E neppure va dimenticata la lezione del Talmud a proposito delle interminabili discussioni tra Hillel e Shammai (importanti rabbini del I secolo a. C. che fondarono scuole antagoniste di pensiero ebraico): a un certo punto, ricorda nel suo intervento Michel Schlesinger, rabbino brasiliano della Congregação Israelita Paulista, «si udì una voce dal cielo che diceva: “sia queste che quelle sono parole del Dio vivente, tuttavia la legge sarà quella determinata dall’opinione di Hillel”. Al che i saggi si domandarono: se entrambi hanno ragione, qual è il criterio per determinare la legge? La risposta è meravigliosa. Hillel ottenne che la legge fosse stabilita conformemente alla sua opinione perché sapeva dialogare con eleganza: citava l’opinione dell’avversario sempre con rispetto, anche prima di riportare il proprio pensiero». Come Hillel e Shammai, conclude Michel Schlesinger, «non saremo giudicati dalla verità del nostro discorso, perché ogni religione ha la sua verità, ma dall’eleganza con cui porteremo avanti le discussioni».

Così, le tre grandi tradizioni abramitiche, che «hanno in comune la parola dei profeti, dei saggi e della mistica» e anche «le molteplici possibilità di interpretazione», si trovano tutte di fronte a un grande bivio, lo stesso dilemma di Abramo dinanzi alla parola divina: la scelta tra sacrificio e misericordia, tra ostilità e ospitalità. Perché, «se le frontiere hanno ancora un senso, non è per innalzare muri, ma per identificare luoghi di ospitalità, di scambio di doni e di conversazioni senza fine».

(claudia fanti)

religioni

Expo 2015 Note critiche a margine del megaevento

di Gea Piccardi

«WE-Women for Expo parla di nutrimento e lo fa mettendo al centro la cultura femminile. Ogni donna è depositaria di pratiche, conoscenze, tradizioni legate al cibo, alla capacità di nutrire e nutrirsi, di “prendersi cura”. Non solo di se stessi, ma anche degli altri… Le artefici di questo nuovo sguardo e nuovo patto per il futuro [saranno] le donne». Così recita la presentazione del progetto che Expo 2015 dedica alle donne come prime protagoniste del grande evento mondiale che avrà sede a Milano tra qualche mese. Donne, quindi, come icona di salvezza, universale mitico che raccoglie in sé i valori della generazione, della cura, del nutrimento, della maternità. Donna come portatrice di un potenziale differente nel lavoro, nell’impresa, nella cultura. Insomma, Expo lancia un grido al mondo: «Nutrire il pianeta, energia per la vita», a cui dovrebbero rispondere tutte le donne «per essere le protagoniste del cambiamento e di uno sviluppo pienamente sostenibile».

In questo grido, che è un grido d’allarme, leggo il segno violento di una storia millenaria: la Storia del maschio, dell’Uomo come categoria universale e universalmente imposta, scritta da quell’infamia originaria di cui parla Lea Melandri per cui «la donna che entra nella storia ha già perso concretezza e singolarità: è la macchina economica che conserva la specie umana, ed è la Madre, un equivalente più generale della moneta, la misura più astratta che l’ideologia patriarcale abbia inventato».

Expo, quindi, smette di essere “solo” un cantiere di speculazioni e un banco di prova delle nuove riforme strutturali del lavoro (all’insegna del self-management, della gratuità e della flessibilità), ma si configura anche come spazio di produzione di discorso, di simboli, di miti e di pratiche che vanno ad alimentare un’idea di mondo nata nella notte dei tempi, «un dramma di cui si cominciano a vedere oggi i protagonisti». Uno dei campi discorsivi e simbolici attorno a cui si costruisce l’Esposizione Universale del terzo millennio è appunto quello della femminilità come insieme di attributi salvifici e creativi della donna e quello della vita come terreno di sfida politica ed economica. Il mito trascendente della Dea Madre o della Madre Terra, mito universale che sacrifica l’immanenza e la singolarità composita delle vite in un’astrazione separata dai corpi, è sempre esistito nella cultura maschile e patriarcale. È quell’ideale prodotto dall’Uomo in corrispondenza a un sistema di dualismi che vedono irrimediabilmente separati mente e corpo, materia e forma, produzione e riproduzione e il cui correlato è stata la creazione di un “femminile” tanto negato e oppresso nello spazio del biologico e del riproduttivo, quanto sacralizzato in veste di principio materno, generativo e vitale. Questo mito non ha smesso di esistere nell’epoca della religione del denaro e anzi, negli ultimi 40 anni, ha avuto un ruolo preminente all’interno di quel passaggio storico in cui un nuovo paradigma economico ha tentato di recuperare la forza dirompente delle lotte femministe degli anni Settanta. Ha stabilito, cioè, quel differenziale femminile da poter valorizzare sul mercato che prende il nome di diversity management: maggior capacità di cura delle relazioni, di creatività e di pragmatismo che richiamerebbero gli attributi tipici del lavoro domestico come luogo – in fondo e sempre – riservato alle donne.

Expo conferma questa narrazione e ne mostra i paradossi, rilancia la sfida internazionale in difesa della vita e in nome delle donne ma ne svela il nesso indissolubile con le logiche di accumulazione di profitto e con le politiche della morte dell’attuale governance globale.

Non a caso uno dei primi partner di Expo (insieme a Nestlé, Coca Cola, McDonald’s, Mekorot e Israele, Barilla e tanti altri) è Monsanto, la più grande multinazionale di biotecnologie agrarie e principale produttrice di semi geneticamente modificati del mondo, nonché mostro devastatore di ambiente (attraverso il monopolio delle sementi e dell’imposizione dei brevetti sui semi e l’uso di agro-tossici e agenti chimici che distruggono le proprietà del terreno e che causano cancri mortali alle persone che vivono nelle località limitrofe alle aree contaminate) e principale obiettivo di lotte e contestazioni da parte di numerosissime organizzazioni disseminate su tutto il pianeta. Come a Ituzaingó, una località argentina situata nella periferia di Cordoba e circondata da coltivazioni intensive di soia di proprietà di Monsanto, dove, nel 2001, un gruppo di madri (“Las madres de Ituzaingó”) denunciò la morte dei figli nati con diverse malformazioni: gesto che inaugurò l’inizio di una lotta feroce contro la multinazionale e l’uso di agro-tossici e che dura tuttora. Quando cominciarono le ricerche si scoprì che su una popolazione di circa 1.000 persone, 200 soffrivano di cancro; si rilevarono casi di giovani dai 18 ai 25 anni con tumori al cervello; altri dai 22 ai 23 che già erano morti e più di 13 casi di leucemia in bambini e ragazzi giovani.

Lo scorso luglio a Buenos Aires ho avuto la fortuna di partecipare all’inaugurazione del FINCA (Festival Internacional de Cine Ambiental) che ha dedicato la prima serata ad Andrés Carrasco, un biologo molecolare che ha lottato in piazza a fianco de las madres e che ha dimostrato scientificamente gli effetti nocivi del glifosato, ingrediente contenuto nei pesticidi di Monsanto.

E così penso anche alle centinaia di sgomberi che hanno colpito negli ultimi mesi alcuni quartieri popolari di Milano, in particolare Corvetto, Giambellino e San Siro, e che seguiranno fino all’inaugurazione di Expo, come previsto dalle dichiarazioni del presidente della Regione Roberto Maroni. Sebbene non sia esplicitato il nesso che lega il provvedimento repressivo e il mega evento di maggio, è evidente che dietro il primo ci sia l’intento di riqualificare la città in vista del ruolo-vetrina che le sarà attribuito per tutto il 2015. Così centinaia di persone hanno occupato le strade per fermare un’inaudita violenza poliziesca che obbligava decine e decine di famiglie a lasciare le proprie case, un tetto sotto cui vivere. Senza dimenticare la denuncia di quella donna che ha perso il figlio di cui era incinta durante gli scontri e per le manganellate.

Questo per mostrare, attraverso due esempi tra migliaia, la faccia oscura, necropolitica, di un evento come Expo e del modello di “sviluppo” che ci propone. Accanto alla costruzione di nuovi miti di generazione, di cura e di nutrimento (con tutta una simbologia che riguarda la Donna, la Terra e la Vita) e alla produzione della femminilità come insieme di fattori messi a valore dal mercato, Expo si fa portatore di un sistema economico e politico che fa della riproduzione della vita e dell’ambiente il principale campo di sfruttamento e di espropriazione. E, sebbene si tratti di un modello di mondo che ha radici in un pensiero sessista e patriarcale che ancora oggi vive in tutte le manifestazioni di violenza diffusa e crescente sul corpo delle donne, la sua portata distruttrice riguarda tanto le donne quanto gli uomini e le altre soggettività oltre il genere, ed è per questo che tutti e tutte siamo tenute a rispondere. La sfida che ci pone Expo è a 360 gradi, è radicale perché interroga alla radice le strategie future delle multinazionali e della governance globale: si tratta di decostruire categorie di genere imposte dal mercato, di stabilire cosa significa per noi vita e biodiversità, di saper ricostruire il cammino della filiera produttiva che connette a filo teso le piantagioni intensive di soia e mais transgenici dell’America Latina ai nostri acquisti al supermercato e chiederci che risposta diamo noi alla crisi agro-alimentare, e tanto altro.

Rosi Braidotti scrive che «confrontarsi con la storicità della nostra condizione significa spostare il fulcro della riflessione verso l’esterno, nel mondo reale, in modo da assumersi le responsabilità delle condizioni e relazioni di potere che definiscono la nostra collocazione. L’epistemologico e l’etico avanzano in tandem nei complicati orizzonti del terzo millennio. Ci occorrono creatività concettuale e coraggio intellettuale per afferrare quest’occasione, e non si può tornare indietro». Credo che questa esortazione bene riassuma la portata epocale della battaglia contro Expo.

* della sezione italiana dell’Associazione internazionale delle filosofe (Iaph-Italia). Intervento pubblicato sul sito dell’associazione (www.iaphitalia.org) in adistaonline