“Sinodo permanente” nelle diocesi

L’arcivescovo di Fermo Luigi Conti ha presentato il volume del presidente di Capodarco alla presenza di circa 300 persone. Sottolineando la necessità di un maggiore coinvolgimento dei laici nella vita ecclesiale

21 settembre 2014

CAPODARCO – I laici sarebbero solamente dei sudditi? Il diritto canonico è assimilato al diritto civile? E questa commistione si evince nelle cause di nullità matrimoniale? Sono alcune delle domande e delle provocazioni lanciate da don Vinicio Albanesi nel suo ultimo volume “Il sogno di una Chiesa diversa”, edito da Ancora e presentato sabato pomeriggio presso la Sala convegni della Comunità di Capodarco di Fermo. “Per fare un prete ci vogliono 8 anni e per fare due sposi 12 incontri in parrocchia?”, ha chiosato l’arcivescovo di Fermo Luigi Conti, che ha presentato il volume alla presenza di circa 300 persone. Sottolineando la necessità di un maggiore coinvolgimento dei laici nella vita ecclesiale.
Foto Stefano Dal Pozzolo
Vinicio Albanesi (Copertina di Credere)

“Alcuni aspetti di questo libro mi hanno affascinato, in rapporto alla persona che scrive determinate cose. Il 10 settembre 2013 don Vinicio mi aveva consegnato la sua autobiografia; oggi io mi trovo qui con voi a riflettere circa il sogno di una Chiesa diversa, una sorta di autobiografia di un canonista di periferia che è anche parroco di campagna. Una sorta di sguardo retrospettivo e appassionato alla Chiesa che don Vinicio serve da 47 anni, dedicato ad alunni che ha seguito in decenni di insegnamento”.

 vesvovi
“Il rischio è che le incrostazioni storiche possano segnare il cammino ecclesiale”, ricorda don Vinicio Albanesi. “Oserei dire che è libro a tesi di colui che ha percorso tutto il Concilio e il travaglio della Chiesa. Bisogna obbedire alle leggi della Chiesa? La domanda è legittima”, ha proseguito il presule, aggiungendo: “Il cristianesimo non è una religione per i cristiani, ma per l’intera umanità”. Don Vinicio dichiara di soffrire per il distacco tra l’apparato ecclesiastico e la vita delle persone: “Gli permette di denunciarlo la storia della sua vita, glielo consente. Nella sua autobiografia don Vinicio ha fatto un memoriale e un sogno di un diritto che rispetti le persone, le loro speranze e i loro ideali”.
Lo stile della Chiesa dovrebbe essere collaborativo: don Albanesi ipotizza e auspica un “Sinodo permanente” nelle diocesi. “La nostra arcidiocesi di Fermo ha celebrato il suo ultimo Sinodo circa 40 anni fa”, ha osservato monsignor Conti. I riflessi concreti toccherebbero “anche la gestione del denaro”. Se dopo il Concilio Vaticano II “c’è stata una divaricazione tra Chiesa carismatica e Chiesa istituzionale”, don Vinicio ha scelto “di stare dalla parte dei riformatori. In lui c’è un continuo tormento e una continua ricerca di una sintesi nuova”, ha sottolineato l’arcivescovo. (lab)

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Arrivo del Papa in Albania: esempio di proficua convivenza fra confessioni diverse

Città del Vaticano, 21 settembre 2014 (VIS). Questa mattina ha avuto inizio il Viaggio del Santo Padre Francesco a Tirana (Albania), quarto del suo Pontificato, e secondo di un Pontefice nel Paese delle Aquile. Il primo fu quello di Giovanni Paolo II nel 1993, due anni dopo la fine della dittatura e il ristabilimento di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Repubblica d’Albania. In quella occasione Papa Giovanni Paolo II celebrò la Santa Messa nella Cattedrale di Scutari, trasformata in palazzo dello sport dal regime comunista, e benedì la prima pietra per il “Santuario della Madonna del Buon Consiglio”, costruito nel 1895 e demolito nel 1967. Negli ultimi anni sono state ricostruite la Chiesa del Sacro Cuore di Gesù dei Padri Gesuiti a Tirana e la Cattedrale ortodossa della Risurrezione di Cristo.

Partito dall’aeroporto romano di Fiumicino alle 7:30 e giunto a Tirana alle 9:00, il Santo Padre è stato accolto, all’aeroporto internazionale “Madre Teresa”, dai rappresentanti delle Autorità religiose e civili, fra le quali, il Nunzio Apostolico in Albania, Arcivescovo Ramiro Moliner Inglés e dal Primo Ministro della Repubblica di Albania, Edi Rama. Raggiunto in automobile il Palazzo Presidenziale di Tirana per la cerimonia di benvenuto, il Papa è stato accolto dal Presidente della Repubblica d’Albania Bujar Nishani e, al termine di un breve colloquio, il Presidente ha accompagnato il Papa nel Salone Scanderberg per l’incontro con le Autorità, il Corpo Diplomatico ed alcuni leader religiosi del Paese.

Nel discorso, che riportiamo di seguito, il Santo Padre Francesco, soffermandosi sul cammino intrapreso dall’Albania per ritrovare la libertà, ha avuto parole di ammonimento contro la strumentalizzazione delle differenze tra le diverse confessioni, e nel contempo ha elogiato la convivenza pacifica e la collaborazione fra gli appartenenti alle diverse religioni in Albania.

“Sono molto lieto di essere qui con voi, nella nobile terra di Albania, terra di eroi, che hanno sacrificato la vita per l?indipendenza del Paese, e terra di martiri, che hanno testimoniato la loro fede nei tempi difficili della persecuzione”.

“È trascorso ormai quasi un quarto di secolo da quando l?Albania ha ritrovato il cammino arduo ma avvincente della libertà. Essa ha permesso alla società albanese di intraprendere un percorso di ricostruzione materiale e spirituale, di mettere in moto tante energie e iniziative, di aprirsi alla collaborazione e agli scambi con i Paesi vicini dei Balcani e del Mediterraneo, con l?Europa e con il mondo intero. La libertà ritrovata vi ha permesso di guardare al futuro con fiducia e speranza, di avviare progetti e di ritessere relazioni di amicizia con le nazioni vicine e lontane”.

“Il rispetto dei diritti umani, – rispetto è una parola essenziale fra voi – il rispetto dei diritti umani tra cui spicca la libertà religiosa e di espressione del pensiero, è infatti condizione preliminare per lo stesso sviluppo sociale ed economico di un Paese. Quando la dignità dell?uomo viene rispettata e i suoi diritti vengono riconosciuti e garantiti, fioriscono anche la creatività e l?intraprendenza e la personalità umana può dispiegare le sue molteplici iniziative a favore del bene comune”.

“Mi rallegro in modo particolare per una felice caratteristica dell?Albania, che va preservata con ogni cura e attenzione: mi riferisco alla pacifica convivenza e alla collaborazione tra gli appartenenti a diverse religioni. Il clima di rispetto e fiducia reciproca tra cattolici, ortodossi e musulmani è un bene prezioso per il Paese e acquista un rilievo speciale in questo nostro tempo nel quale, da parte di gruppi estremisti, viene travisato l?autentico senso religioso e vengono distorte e strumentalizzate le differenze tra le diverse confessioni, facendone però un pericoloso fattore di scontro e di violenza, anziché occasione di dialogo aperto e rispettoso e di riflessione comune su ciò che significa credere in Dio e seguire la sua legge”.

“Nessuno pensi di poter farsi scudo di Dio mentre progetta e compie atti di violenza e di sopraffazione! Nessuno prenda a pretesto la religione per le proprie azioni contrarie alla dignità dell?uomo e ai suoi diritti fondamentali, in primo luogo quello alla vita ed alla libertà religiosa di tutti!”.

“Quanto accade in Albania dimostra invece che la pacifica e fruttuosa convivenza tra persone e comunità appartenenti a religioni diverse è non solo auspicabile, ma concretamente possibile e praticabile. La pacifica convivenza tra le differenti comunità religiose, infatti, è un bene inestimabile per la pace e per lo sviluppo armonioso di un popolo. È un valore che va custodito e incrementato ogni giorno, con l?educazione al rispetto delle differenze e delle specifiche identità aperte al dialogo ed alla collaborazione per il bene di tutti, con l?esercizio della conoscenza e della stima gli uni degli altri. È un dono che va sempre chiesto al Signore nella preghiera. Possa l?Albania proseguire sempre su questa strada, diventando per tanti Paesi un esempio a cui ispirarsi!”.

“Dopo l?inverno dell?isolamento e delle persecuzioni, è venuta finalmente la primavera della libertà. Attraverso libere elezioni e nuovi assetti istituzionali, si è consolidato il pluralismo democratico e questo ha favorito anche la ripresa delle attività economiche. Molti, specialmente all?inizio, mossi dalla ricerca di lavoro e di migliori condizioni di vita, hanno preso la via dell?emigrazione e contribuiscono a loro modo al progresso della società albanese. Molti altri hanno riscoperto le ragioni per rimanere in patria e costruirla dall?interno. Le fatiche e i sacrifici di tutti hanno cooperato al miglioramento delle condizioni generali”.

“La Chiesa Cattolica, da parte sua, ha potuto riprendere un?esistenza normale, ricostituendo la sua gerarchia e riannodando le fila di una lunga tradizione. Sono stati edificati o ricostruiti luoghi di culto, tra i quali spicca il Santuario della Madonna del Buon Consiglio a Scutari; sono state fondate scuole e importanti centri educativi e di assistenza, a disposizione dell?intera cittadinanza. La presenza della Chiesa e la sua azione vengono perciò giustamente percepite non solamente come un servizio alla comunità cattolica, bensì all?intera Nazione”.

“La beata Madre Teresa, insieme ai martiri che hanno eroicamente testimoniato la loro fede ? a loro va il nostro più alto riconoscimento e la nostra preghiera ? certamente gioiscono in Cielo per l?impegno degli uomini e donne di buona volontà nel far rifiorire la società e la Chiesa in Albania”.

“Ora, però, si presentano nuove sfide a cui dare risposta. In un mondo che tende alla globalizzazione economica e culturale, occorre fare ogni sforzo perché la crescita e lo sviluppo siano posti a disposizione di tutti e non solo di una parte della popolazione. Inoltre, tale sviluppo non sarà autentico se non sarà anche sostenibile ed equo, vale a dire se non terrà ben presenti i diritti dei poveri e non rispetterà l?ambiente. Alla globalizzazione dei mercati è necessario che corrisponda una globalizzazione della solidarietà; alla crescita economica deve accompagnarsi un maggior rispetto del creato; insieme ai diritti individuali vanno tutelati quelli delle realtà intermedie tra l?individuo e lo Stato, prima fra tutte la famiglia. L?Albania oggi può affrontare queste sfide in una cornice di libertà e di stabilità, che vanno consolidate e che fanno ben sperare per il futuro”.

“Ringrazio cordialmente ciascuno di voi per la squisita accoglienza e, come fece san Giovanni Paolo II nell?aprile del 1993, invoco sull?Albania la protezione di Maria, Madre del Buon Consiglio, affidando a lei le speranze dell?intero popolo albanese. Dio effonda sull?Albania la sua grazia e la sua benedizione”.

Al termine del discorso il Papa ha raggiunto Piazza Madre Teresa a Tirana per la celebrazione della Santa Messa.

 

“La Colpa di mio Padre” di Chloè Barreau: lo scandalo del prete che lascia il sacerdozio per sposare la donna che ama

Ho sempre  saputo di essere la figlia di un prete spretato. Siccome non mi piaceva l’espressione, preferivo dichiarami il frutto di un amore proibito. Questa è la storia di uno scandalo. I personaggi: un prete e un’infermiera,mio padre e mia madre, la bella e l’abate.”

La colpa di mio padre” (film di Chloè Barreau), racconta con grande capacità analitica e fine sensibilità, la storia di un grande amore e di un “grande scandalo”: l’incontro tra Jean Claude Barreau (prete della diocesi di Parigi molto conosciuto) e Segolene (appassionata cattolica, molto impegnata nel sociale), genitori della regista.

Nel settembre del 71, Padre Jean Claude Barreau, molto conosciuto e apprezzato nella diocesi di Parigi, decise di lasciare il sacerdozio per sposare la donna che amava da due anni: fu un vero e proprio scandalo, che portò la questione sulle copertine di molti settimanali, e perfino in un dibattito in tv, in cui Jean Claude, fu chiamato a difendersi dalle accuse provenienti dalla Chiesa “lei ha lasciato il Signore per una donna… la crisi della chiesa comincia con lei”.

La vicenda è raccontata dallo sguardo attento e minuzioso di una figlia, che quarant’anni dopo, decide di tornare sulla vicenda, regalando al pubblico una visione d’insieme della figura di padre Claude Barreau, di un grande amore che vince su ogni ostacolo e della società di allora.

Risalta e colpisce la storia e l’aspetto umano di padre Barreau: l’adolescenza trascorsa con il nonno, gli anni del seminario, la capacità, durante i suoi anni di impegno nel sociale, di essere veramente vicino alle situazioni difficili, (in primo luogo ai giovani sbandati) senza traccia di rigidità o ottusità tipiche di alcuni ambienti conservatori.

“La colpa di mio padre” è la storia di un amore, ma è anche un grande atto di onestà: la presa di consapevolezza da parte di padre Barreau di non poter più far parte della Chiesa, (perché folle d’amore per una donna) la decisione di voler cambiare vita, e di voler condividere i propri giorni e i propri sogni con un’altra persona perché non ne può fare a meno.

Come nasce l’amore al primo sguardo?

Quel momento in cui ci si riconosce, e si sente per uno sconosciuto uno strano bisogno, complicato e impossibile.

La risposta è da qualche parte dentro di sé, laddove ci sono le ferite.

Ce l’abbiamo tutti, un posto così”.

La sua è una scelta che sembra dettata dalla coscienza di un uomo libero interiormente: accusato di preferire una donna alla Chiesa, (durante un talk show) Padre Barreau risponde di sentirsi a posto con la propria coscienza e i suoi sguardi, le sue parole, rispecchiano perfettamente il senso di questa profonda libertà interiore.

L’aspetto più interessante del documentario, èil perfetto bilanciamento delle diverse storie che si intrecciano e si confondono: le vicende personali dei due genitori, (per altro molto simili ) la loro storia d’amore, i due anni di passione  clandestina, l’accanimento della stampa e dell’opinione pubblica.

Attraverso materiale dell’epoca, (il famoso talk show televisivo) interviste ai genitori, fotografie, immagini, Chloè Barreau ci racconta la storia dalla sua prospettiva, riuscendo a regalare al pubblico la fotografia di un’epoca con le sue caratteristiche e contraddizioni, senza tralasciare l’aspetto emotivo  che in alcuni tratti riesce a toccare zone del nostro inconscio arrivando a commuovere.

Written by Sarah Mataloni

in http://oubliettemagazine.com/2014/09/15/la-colpa-di-mio-padre-di-chloe-barreau-lo-scandalo-del-prete-che-lascia-il-sacerdozio-per-sposare-la-donna-che-ama/donnepreti1

Gioia Tauro, prete condannato ma «promosso» dal vescovo

Don Antonio Scordo è stato condannato a un anno per falsa testimonianza in un processo per violenza carnale. Ma ha avuto ugualmente la guida del Duomo

di Carlo Macrì – corriere.it

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Promosso dal vescovo e osannato dai fedeli, nonostante la sua immagine di sacerdote sia stata sporcata da una condanna ad un anno di reclusione per falsa testimonianza, rimediata in un processo per violenza carnale. Don Antonio Scordo 52 anni, ex parroco di San Martino di Taurianova, paese dell’entroterra reggino, ha ottenuto dal vescovo di Oppido-Palmi, monsignor Francesco Milito (quello che affermò di non sapere dell’inchino della Madonna alla processione di Oppido), la guida parrocchiale del Duomo di Gioia Tauro. La trasgressione all’ottavo Comandamento da parte del sacerdote è avvenuta nel corso del processo contro gli stupratori di Anna Maria Scarfò, che all’età di tredici anni subì ripetutamente violenza carnale da parte di un gruppo di giovani, anche loro minorenni, di San Martino di Taurianova

Assolta dai suoi «peccati»

La ragazza che oggi ha 29 anni cercò conforto da don Antonio Scordo che per tutta risposta la consigliò di non sporgere denuncia per non creare uno scandalo. E l’assolse comunque dai suoi peccati. Solo successivamente la ragazza trovò il coraggio di ribellarsi e sporgere denuncia. I suoi aguzzini volevano che si portasse dietro anche la sorellina di undici anni. Al processo, difesa dall’avvocato Rosalba Sciarrone, si trovò tutto il paese contro. I suoi aguzzini furono condannati. Anna Maria decise di denunciare anche il parroco e una religiosa, suor Mimma che dopo averle fatto il test di gravidanza tentò di allontanarla da San Martino portandola in un collegio di suore di Polistena. Lì, però, non fu accettata perché avrebbe potuto influenzare le altre ragazze.

Sotto protezione

Oggi Anna Maria vive sotto protezione per le minacce subite dai suoi compaesani. Anche i suoi genitori hanno dovuto lasciare il paese. Prima ancora di questa “promozione” don Antonio Scordo, dopo la condanna per falsa testimonianza, era stato premiato dal vescovo Milito e inserito nella rosa con altri sei preti chiamati a rappresentare il presule nell’organizzazione diocesana. Monsignor Milito, nel corso della cerimonia di consegna delle chiavi del Duomo di Gioia Tauro ha voluto precisare che quella di don Antonio Scordo è stata una scelta ponderata. “Ho detto a don Scordo che deve essere una torre perché dall’alto può controllare meglio la comunità” – ha spiegato il presule. Commosso don Scordo ha replicato:” Bisogna avere il cuore di padre. Chi entrerà in questo luogo dovrà sentirsi accolto, amato e voluto bene, addirittura desiderato” – dimenticandosi che lui per primo ha violato l’ottavo Comandamento e scacciato via chi gli aveva chiesto aiuto. Carlo Macrì

12 settembre 2014

PALAZZO DI GIUSTIZIA

Costi di gestione in costante aumento, calo dei sacerdoti e fuga dei fedeli: così crescono le dismissioni degli edifici di culto… si offrono i sacerdoti sposati

La notizia da l’occasione ai sacerdoti sposati di rilanciare l’appello a Papa Francesco a riaccoglierli nel ministero attivo nei luoghi di culto che saranno dismessi… (ndr)

ANDREA TORNIELLI (VATICAN INSIDER)

Di fronte al fenomeno delle chiese dismesse, trasformate in alberghi e persino in night club, con tanto di lap dance e spogliarello sugli ex altari davanti ai quali, magari per secoli, un popolo di fedeli si era raccolto in preghiera, la reazione indignata delle autorità ecclesiastiche è comprensibile. Del resto, al di là dei casi limite, il numero degli edifici di culto venduti e usati per altri scopi è destinato ad aumentare. Le città dell’antica Europa, e in particolare quelle italiane, pullulano di chiese, chiesette, cappelle: mute testimoni di una civiltà cristiana nella quale la gente viveva anche nella povertà più estrema, in case sgangherate, ma riempiva d’oro e di affreschi la casa di Dio.

Il calo del numero dei praticanti, i costi di manutenzione e la mancanza di preti rendono sempre più arduo mantenere in vita questo patrimonio, rendendo talvolta necessaria la coabitazione, come avviene nel centro di Praga, la capitale europea più scristianizzata. Qui le chiese, in certe ore e in certi giorni, si trasformano in sale per concerti o per rappresentazioni con tanto di biglietto, e ritornano luoghi di preghiera e di celebrazione in altri momenti. Per non parlare del fenomeno, più diffuso anche in Italia, delle visite a pagamento a basiliche e cattedrali, veri capolavori di arte, che nel tempo sembrano destinate a trasformarsi in musei veri e propri.

Certo, una cosa sono i concerti o le pinacoteche, le sale per conferenze o ancora i centri per attività sociali e caritative; un’altra cosa sono i bar e i night club alla moda. E, guarda caso, a essere ambite per queste ultime destinazioni d’uso non sono – purtroppo! – le chiese simili ad enormi scatoloni partorite nell’ultimo cinquantennio dalle bizzarre visioni di qualche architetto, ma ovviamente quelle più antiche, collocate nei centri storici.

Le diocesi, prima di dismettere questi edifici, potrebbero essere più creative nel tentare di utilizzarli per il bene di tutti e per scopi che non risultino così estranei al loro passato. Ma i casi segnalati in queste pagine attestano una realtà della quale bisogna prendere atto. La società europea è sempre meno cristiana, e non ha più molto senso insistere enfaticamente sulle sue «radici cristiane», se sopra le radici non ci sono tronchi, rami e foglie verdi. Senza fedeli e una fede viva e vissuta le chiese sono destinate a trasformarsi. Se va bene, in musei. Altrimenti in locali alla moda.

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Pace: Religioni in dialogo contro la violenza

Anversa – La prima giornata dell’Incontro internazionale “La pace è il futuro – religioni e culture in dialogo” organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio ad Anversa ha visto 17 “panel” spaziare dai temi più scottanti che riguardano le religioni, la violenza, la pace. Il filo rosso sono le parole del fondatore della Comunità Andrea Riccardi: «la forza di questo cammino nello spirito di Assisi è confermare che non c’è guerra e violenza in nome di Dio», perché «la violenza in nome di Dio è una bestemmia».

Tra i panel della giornata possiamo ricordare uno più seguiti, quello dedicato proprio a “religioni e violenza”, che ha visto la partecipazione di due importanti personalità del Pakistan, terra di crescenti tensioni tra musulmani e cristiani: Muhammad Abdul Khabir Azad, imam della moschea di Lahore in Pakistan, e Paul Bhatti, cristiano, fratello di di Shabaz, ministro per le Minoranze del Pakistan, ucciso nel marzo 2011 per il suo impegno per la diffusione di una cultura di convivenza e di pace tra le minoranze religiose del Paese. Due leader che cercano di portare avanti un modello di dialogo e di amicizia tra i leader delle due religioni.

«L’islam è la religione della pace e del benessere e secondo il Corano la persona migliore al mondo è quella che fa stare bene tutti gli uomini», ha affermato Azad. E Paul Bhatti ha ricordato di essersi avvalso del rapporto personale con Azad per porre fine alla violenza contro una ragazza incolpata di blasfemia, le cui accuse sono state poi smontate, ma anche del sostegno avuto da tanti amici musulmani quando ha ricevuto minacce di morte. «Coloro che propalano l’odio, il crimine e la distruzione si radicano nelle passioni abbiette – ha avvertito anche il rabbino argentino Abraham Skorka, amico personale del Papa Francesco – si radicano nelle passioni che, più che religioni dell’odio, altro non sono che mere manifestazioni della miseria umana».

Religione e violenza è collegato con un altro panel di ieri, dedicato ai “martiri del tempo presente”. In proposito il cardinale cardinale John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, capitale della Nigeria, paese che vede, nella parte settentrionale, l’avanzata delle milizie islamista Boko Haram e cui è stato dedicato un panel ad hoc nel pomeriggio. «Un conflitto sorprendente, inspiegabile», ha detto il prelato. «Siamo in un’epoca – ha avvertito poi – in cui molti sono pronti a morire, a volte purtroppo per la causa sbagliata». Martirio, ha ricordato, è invece, fedele alla radice greca, anzitutto testimonianza di fede».

«I cristiani debbono mantenere una distanza interiore da uno Stato che desiderasse rafforzare il patriottismo con simboli cristiani – ha detto il vescovo ortodosso ucraino Nikolaj – il prete non deve cedere al delirio patriottico o nazionalistico, non può condividere qualunque ideologia, non può esortare a sacrifici in nome della Patria o della Chiesa». E secondo l’arcivescovo siro-ortodosso Kawak «anche in mezzo alla violenza il credente deve professare la fede con dolcezza e rispetto, segni della vera forza, come ci insegna il perdono dato ai persecutori da tanti martiri».

«Non sono martiri – ha aggiunto – i cristiani cacciati da Mosul e dalla Valle di Ninive? Non lo sono le donne vendute come schiave e a cui è rubato il futuro? Sono le pecore condotte al sacrificio di cui parla la Scrittura». Don Angelo Romano della Comunità di Sant’Egidio, rettore della Basilica di San Bartolomeo all’Isola di Roma, ha ricordato Suor Leonella Sgorbati, uccisa il 17 settembre di otto anni fa in Somalia all’uscita dell’ospedale di Mogadiscio: «Era accompagnata dal suo autista somalo, Mohammad, musulmano e padre di quattro figli, che vide giungere l’assassino e, per difenderla, corse a coprirla con il suo corpo, morendo lui per primo.

Un panel che ha visto anche la testimonianza di monsignor Jesus Delgado, vicario generale di San Salvador e segretario di Romero, ha ricordato come il vescovo ucciso sull’altare nel 1980 «aveva paura e più volte lo aveva manifestato. Non moriva per eroismo, ma per adempiere ai suoi doveri di cristiano». «Il radicalismo è il prodotto dell’alleanza tra tiranni e seguaci ignoranti», ha detto Ali Abtahi Sayyed Mohammad, presidente dell’Istituto iraniano per il dialogo interreligioso al panel «la ricerca per la pace».

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Divino amore, dimissioni del rettore: giallo sui nemici di Don Fernando

«Don Fernando? Ha fatto come Papa Ratzinger, in fondo: si è dimesso e va a fare il parroco da un altra parte. Ma statene sicuri: persone come lui non ce ne stanno al mondo».
Il sole è alto, la piazzetta gremita e la chiesa della Madonna del Divino Amore – sulla sommità di una collina nella campagna di Castel di Leva – è inondata dalla luce e dall’affetto dei fedeli. Uno degli addetti dell’accoglienza sa che il misterioso abbandono di Fernando Altieri, benché si percepiscano solo sussurri, benché sia meglio non dire, benché il silenzio «figlioli» sia così prezioso, è sulla bocca di tutti e non si tira indietro: «Non è successo niente. Sono tutte chiacchiere. Non inventate cose. Lui è una persona eccezionale». Le 11.30, ecco la banda, e con la banda l’immagine di Maria. La gente canta: «Madooo-nna/ Madonna del Divino Amore/ Fai una graaa-zia/ A tutte l’ore».

LA FESTA
Non è una domenica qualunque. Non solo perché il mistero di don Altieri aleggia, ma perché è la festa della parrocchia e migliaia di romani sono arrivati quaggiù, nell’estrema periferia sud, per ringraziare la vergine, chiedere nuove grazie e fare nuovi voti. Un sacerdote con l’accento toscano accetta qualche domanda: «Mah – esordisce – i veri motivi non li conosciamo. Ma certe cose si dicevano. Durante la vecchia gestione, quando era parroco don Pasquale Silla, alcune persone discutibili, carpendo la buona fede del confratello, erano riuscite ad avvicinarsi al santuario. Don Altieri ha voluto innovare qualcosa e rompere alcuni equilibri: forse si è fatto qualche nemico».

INTERESSI
I portoni della chiesa sono aperti. Dall’interno arrivano gli Ave Maria e le preghiere del rosario. La stragrande maggioranza dei fedeli non sa nulla delle dimissioni del parroco e neppure immagina le beghe che potrebbero aver sconvolto gli equilibri del Divino Amore. Il santuario, nel corso dei decenni, è cresciuto a dismisura e ora c’è anche un grande centro sportivo. Il quale potrebbe essere stato la pietra dello scandalo. «Viene gestito da una società esterna – dice un fedele – che versa circa cinquantamila euro all’anno alla parrocchia. Ma i gestori, accolta anni fa dalla vecchia amministrazione, ricavano dieci volte tanto dall’affitto dei campi e degli spazi. Don Fernando ha capito che qualcosa non andava e ha avuto qualcosa da ridire».
Una suora indiana, sulla porta della sacrestia, affacciata sulla piazzetta della chiesa, si rabbuia nel sentire domande sull’ex parroco. «Ho letto – ammette – La chiacchiera è grande. Non si doveva esagerare. Forse anche lui poteva fare le cose diversamente. Ma l’essere umano è così». D’accordo. Ma quali cose? E come farle? Un anziano sacerdote oblato – il Santuario è retto dagli Oblati della Madonna del Divino Amore – dice e non dice: «Sono caduto dalle nuvole. Don Fernando è giovane. Quindi la pensa diversamente dai più anziani». Mezze frasi, allusioni, l’ombra di uno scontro generazionale silenzioso ma possente per la gestione di una delle parrocchie più potenti di tutta Roma.

I FEDELI
Un quadro della Vergine, portato a spalla dai parrocchiani, viene posato sul sagrato. Un’anziana carezza il vetro che copre il volto di Maria e si fa il segno della croce. Ai piedi dell’immagine un cuscino di fiori: ”Il sindaco di Roma”. Marino, dopo le dimissioni di Altieri – confermate dal Vicariato – ha annullato la visita al santuario. Alla festa invece arriva l’ex sindaco Gianni Alemanno che stringe tante mani e parla con i fedeli. «Ho sentito – dice – Ma non sappiamo molto. Forse qualche difficoltà di gestione. Speriamo che la Diocesi intervenga: il santuario è così importante per i romani». Una famigliola, lì vicino, cerca la posa giusta accanto alla Madonna. «A Davide! Guarda a papà. Mari’: chiudi la bocca! Ma’: tienime il ragazzino. Che? Il parroco? Le dimissioni? Il mistero? Aho: stiamo qui per la Madonnna: il resto che è!?».

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Savona, don Nello Giraudo: altre 10 vittime di pedofilia, nuova inchiesta

SAVONA – Dieci nuove vittime: dieci nuovi racconti di violenze e molestie subite nell’infanzia.

Si aggrava la posizione di Don Nello Giraudo, sacerdote della provincia di Savona che ha recentemente patteggiato un anno di carcere per pedofilia. Era stato lui stesso a confessare al magistrato quegli episodi ma evidentemente non tutte le vittime erano venute allo scoperto.

Ora un nuovo fascicolo è stato aperto a carico di Don Nello anche se, essendo passati circa 15-20 anni dai fatti ultimi contestati, potrebbe finire tutto in prescrizione. Le violenze sarebbero avvenute, anche in questo caso, nella comunità per minori di Noli gestita proprio da don Nello.

Nella prima inchiesta, quella finita con la condanna, era emerso che negli anni scorsi il sacerdote aveva confidato le sue inclinazioni, e le sue violenze, ai suoi superiori, ma non è stato preso alcun provvedimento. Il vescovo di Savona, Dante Lanfranconi, era stato accusato di favoreggiamento della pedofilia ma poi prosciolto per prescrizione.

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La gioia degli albanesi in Italia per la visita del Papa

(di Manuela Tulli) (ANSAmed) – ROMA – La gioia degli albanesi in Italia, per la visita a Tirana di Papa Francesco, in calendario per domenica 21 settembre, “è enorme, sono proprio esaltati”. “Il fatto che un Papa, e poi questo Papa che riscuote così tanto successo, abbia scelto la loro piccola nazione”, in periferia, per il primo viaggio apostolico in Europa ha provocato “una gioia grandissima”. Lo riferisce in un’intervista all’ANSA don Pasquale Ferraro, che per Migrantes, l’organismo della Cei che si occupa di immigrazione, da tredici anni segue le comunità albanesi in Italia. E’ Rettore a San Giovanni della Malva, chiesa nel cuore di Trastevere, a Roma, dove la comunità albanese si raduna per le funzioni e dove si prega e si celebrano messe in lingua albanese. Ma in realtà don Ferraro dal 2001 viaggia in tutta Italia per offrire la sua assistenza pastorale a tutte le comunità; la maggior parte dei 400mila albanesi che sono immigrati in Italia è al Nord, dove ci sono ancora maggiori occasioni di lavoro. Sono integrati in Italia ma con il cuore diviso. Da una parte sognano “Lamerica”, come diceva nel suo film Gianni Amelio, dall’altra restano ancorati alla loro terra “dove vanno per sposarsi. In estate sono tanti i giovani che tornano a casa, si sposano e poi ritornano in Italia con la famiglia”.

I primi lasciarono l’Albania a metà degli anni Novanta, quando seguì al regime Enver Hoxha un periodo di difficilissima transizione finanziaria con livelli di povertà da terzo mondo.

“E’ indescrivibile la povertà di quegli anni – racconta don Ferraro -. Ero lì e non mi permettevo neanche di scattare fotografie. Ho però vive nei ricordi quelle scene difficili da immaginare”. E “ancora oggi nel cuore degli albanesi che hanno lasciato la loro terra c’è quel retaggio, la mancanza di libertà, l’isolamento, le privazioni economiche. Ci vorranno generazioni per superare quelle sofferenze. Essere al centro dell’attenzione, grazie alla visita del Papa, dà loro tanto orgoglio”.

Qualcuno degli immigrati albanesi in Italia tornerà a Tirana per la visita del Papa. “In tanti me l’hanno chiesto – dice don Ferraro – e io gli ho risposto che abbiamo il Papa quando vogliamo a cinque minuti a piedi”. Più o meno così dista la chiesetta degli albanesi a Roma da piazza San Pietro. E “in tanti domenica 14 settembre saranno a piazza San Pietro per l’Angelus. Un modo per ringraziare Papa Francesco per questa attenzione”. Don Pasquale chiaramente parla la loro lingua: “Sono di origini albanesi e a casa mia si è sempre parlato l’albanese antico. Andando spesso in quella terra è stato semplice imparare la lingua di tutti i giorni. Scelsero me tredici anni fa perché il regime aveva azzerato tutta la gerarchia ecclesiastica, non c’erano sacerdoti albanesi. Dopo la visita di Giovanni Paolo II nel ’93 riaprì il seminario. Ora c’è anche qualche giovane sacerdote che mi dà una mano”. E di aiuto ce n’è bisogno perché sono tanti gli albanesi a chiedere il Battesimo, a volere entrare nella Chiesa. “Tra tutte le etnie di immigrati in Italia, nel complesso di quanti chiedono i sacramenti per l’iniziazione cristiana il 56% sono albanesi, il 44% di tutte le altre etnie messe insieme”, dice don Ferraro.

L’appuntamento dell’anno è il pellegrinaggio, l’ultima domenica di maggio, alla Madonna del Buon Consiglio a Genazzano. “Per loro è una festa di popolo e a recarsi in pellegrinaggio sono non solo i cattolici ma anche gli ortodossi e i musulmani”.

(ANSAmed).

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