Venezia 2014. Il mio Dio, nove registi lo raccontano

film.cinema

Come in un arcobaleno di fedi, mettendosi dinanzi al proprio Dio, nove registi sono stati chiamati a parlare di Lui. A raccontarlo a modo loro, in totale autonomia. Senza preconcetti, senza paura.  Words with Gods(Dialoghi con Dio), che sarà presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, è un progetto nato da un’idea dello scrittore e regista messicano Guillermo Arriaga (che firma anche l’episodio conclusivo dedicato all’ateismo) e dal coraggio di due giovani produttori indipendenti, Alex García e Lucas Akoskin. «Qualche anno fa – racconta quest’ultimo – Guillermo mi ha raggiunto facendomi leggere una breve storia che già adombrava questi temi. Uno stimolo, anche perché volevamo affrontare proprio soggetti che era meglio evitare. La religione era uno di questi. Abbiamo deciso subito di produrre un film sulle diverse fedi e credenze religiose». 

Come sono stati scelti i nove registi?
«Con molta attenzione. Per la delicatezza del soggetto avevamo bisogno di punti di vista molto onesti, di registi che fossero già sensibili a questo tema. Per interpretare la spiritualità aborigena, ad esempio, era necessario avere un regista aborigeno e abbiamo trovato Warwick Thornton, cui è stato affidato il primo episodio, che si svolge nel deserto australiano e ha come protagonista una donna che sta per partorire. Abbiamo anche cercato registi che provenissero da una diversa area geografica e culturale». 

I registi interpellati hanno posto qualche condizione?
«Tutti e nove sono onestamente legati al loro lavoro e ogni episodio li rappresenta bene. Noi ci siamo limitati a dar loro un budget e delle linee guida, loro hanno poi lavorato in totale libertà e senza mai incontrarsi. Hanno deciso di partecipare non per denaro, ma per un sincero coinvolgimento. Girare è stato molto complesso anche perché ogni episodio si svolge in un luogo diverso della terra, per esempio quello di Mira Nair a Mumbay, di Hideo Nakata in Giappone nei luoghi dello tsunami del 2011, di Amos Gitai in Israele». 

In un periodo storico segnato tragicamente da divisioni e intolleranze religiose, questo progetto va ritenuto anche una sfida?
«Non lo inquadrerei come una sfida, eccetto che per l’in-
tolleranza. Il film è piuttosto un invito a considerare il valore di esperienze religiose universali diverse e a condividere, attraverso il potere di storie bellissime e dei personaggi che vi sono coinvolti, la nostra umanità. Direi che addirittura invita a mettere in moto in ogni spettatore messo a confronto con queste ‘diversità radicali’, una forma di pacifica e sincera accettazione, così da creare una riflessione collettiva e un dialogo rispettoso. Per questo contatteremo i rappresentanti delle religioni e delle culture mondiali perché ci aiutino a presentare il film in contesti che aiutino il dialogo». 

È convinto che sia anche uno stimolo per sviluppare una discussione sul pluralismo religioso?
«Words with Gods contiene nove diverse fedi basate su esperienze personali e raccolte in un unico lavoro di cinema. Il film stesso è un’armoniosa coesistenza. In un periodo in cui l’intolleranza produce gesti di disumana violenza, cosa può fare un piccolo film? Può riempire quella fessura tra apatia e comprensione, mettendo una vicina all’altra persone diverse per condividere una bella esperienza. Lo consideriamo una goccia che, nella marea delle guerre, delle tragedie e delle follie umane, rinforza il fiume della pace». 

Affidare l’episodio dedicato al cattolicesimo a un regista visionario come Àlex de la Iglesia non la ritiene una scelta volutamente provocatoria?
«Alex ha studiato filosofia alla prestigiosa Università cattolica di Deusto in Spagna. Ha un forte retroterra culturale cattolico, nel suo episodio ha utilizzato una struttura narrativa dal forte sapore ironico, quasi da commedia, per toccare questioni importanti come la fede e il perdono. Ha spiegato che avrebbe voluto parlare non del mistero, non dei riti, ma di ciò che lui ammira maggiormente nel cattolicesimo: l’atto di perdonare. Certo sorprenderà non poco come lo racconta». 

L’islam è al centro di grandi contrasti al suo interno e di spaventosi atti di violenza: l’episodio girato da Ghobadi che cosa dice al mondo musulmano?
«Ciò che amo del segmento di Bahaman Ghobadi, regista iraniano di etnia curda che a motivo della censura si è autoesiliato dal suo paese, è l’accessibilità immediata della storia e il ruolo che in essa ha un bambino saggio che cerca di aiutare gli adulti a dare un senso al mondo. La storia rende onore all’islam e contemporaneamente esplora lo sforzo umano teso a condurre una vita moralmente integra, difendendo il valore delle antiche saggezze».

avvenire.it

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*