Un prete «sposato» può amministrare i sacramenti?

Risponde padre Francesco Romano, docente di Diritto Canonico alla Facoltà teologica dell’Italia centrale

È vero che il sacerdote, anche se «spretato», può comunque amministrare i Sacramenti? Se si resta sacerdote per tutta la vita, questo vale anche se un prete si sposa? Lo stesso principio vale anche per le suore?

Lettera firmata

Le domande del nostro Lettore richiedono prima di tutto alcuni necessari ed elementari chiarimenti. Esse richiamano per alcuni aspetti il quesito dal titolo «Il prete rimane sacerdote per sempre?», che fu posto al P. Valerio Mauro in questa rubrica dell’11 giugno 2008.

L’ordine è il sacramento che per istituzione divina segna con carattere indelebile alcuni tra i fedeli costituendoli ministri sacri, consacrati e deputati a pascere il popolo di Dio, adempiendo ciascuno nel suo specifico grado le funzioni di insegnare, santificare e governare (can. 1008). Gli ordini sono l’episcopato, il presbiterato e il diaconato (can. 1009 §1).

La differenza di significato tra ordine sacro e stato clericale è sostanziale. L’ordine sacro introduce il fedele in una condizione sacramentale trasformandolo ontologicamente, cioè in modo soprannaturale nel suo stesso essere, costituendolo «ministro sacro» e abilitandolo ad agire in persona Christi nel caso dell’episcopato e del presbiterato, mentre i diaconi vengono abilitati a servire il popolo di Dio nella diaconia della liturgia, della parola e della carità (can. 1009 §3). Lo stato clericale, al contrario, determina una condizione giuridica che deriva dalla sacra ordinazione comportando per il chierico diritti e obblighi secondo l’ordinamento ecclesiastico.

Abbiamo detto che l’ordine sacro è un sacramento indelebile perché imprime il carattere. Su questa motivazione teologica nessuno potrà mai essere privato della potestà d’ordine (can. 1338 §2), che per la stessa ragione mai potrà essere dichiarata nulla se è stata validamente conferita (can. 290).

Pertanto, lo stato clericale è una conseguenza del sacramento dell’ordine, ma i due elementi sono distinti anche se correlati: un chierico può decadere dallo stato clericale, ma non potrà mai essere privato dell’ordine sacro, anche se spontaneamente lo chiedesse.

Il Legislatore ha previsto tre casi in cui il chierico può perdere lo stato clericale: invalidità della sacra ordinazione dichiarata per sentenza giudiziaria o per decreto amministrativo (can. 290 n. 1); dimissione legittimamente imposta a causa di un delitto che prevede una specifica sanzione (can. 290 n. 2); rescritto della Sede Apostolica con cui viene concessa la dispensa al diacono per cause gravi e al presbitero per cause gravissime (can. 290 n. 3).

In conclusione, la sacra ordinazione validamente amministrata ha un carattere permanente e la sua irreversibilità non cadrà mai nella disponibilità di alcuno, neppure della suprema autorità della Chiesa. Anche il peggiore comportamento delittuoso che venisse commesso dal chierico non produrrebbe effetti penali da annullare o invalidare la sacra ordinazione e la sua intrinseca potestà d’ordine.

Se il sacramento dell’Ordine conferito validamente è intangibile, come pure la relativa potestà d’ordine, una sorte diversa potrà toccare all’esercizio di questa sacra potestà. La competente autorità ecclesiastica, di fronte alla commissione di uno specifico delitto, potrà irrogare al chierico nei modi previsti dal diritto una censura come per esempio la sospensione parziale o totale dall’esercizio dell’ordine sacro, quella che abitualmente viene chiamata sospensione «a divinis», definita anche «pena medicinale» in quanto mira a ottenere la correzione del reo, e quindi non potrà essere una pena perpetua perché attraverso di essa se ne auspica il suo ravvedimento.

In alcuni casi la pena massima prevista per il chierico è la dimissione dallo stato clericale (can. 1336 §1 n. 5), ma serve ancora sottolineare che essa non potrà mai comportare anche la privazione della potestà di ordine in quanto strettamente connessa al carattere sacramentale. L’effetto che produce la dimissione dallo stato clericale comporta la proibizione (quindi la liceità) di esercitare la potestà d’ordine (can. 1338 §2) perché nella decadenza dallo stato clericale, oltre alla perdita dei diritti e doveri di tale stato, è insita la proibizione di esercizio della potestà di ordine (can. 292).

La «proibizione» di esercitare l’ordine sacro è altro rispetto al concetto di «privazione» (che nel caso comporterebbe l’invalidità degli atti conseguenti) perché, per il carattere indelebile che imprime questo sacramento, il presbitero validamente ordinato non potrà mai esserne privato. Per questo, in dette circostanze anche il sacramento della penitenza e della confermazione potrebbero essere celebrati validamente in forza della intangibile potestà d’ordine se il Legislatore non vi avesse apposto una clausola invalidante a loro tutela in assenza della debita facoltà (cann. 966 §1; 882). Così avviene in caso di «errore comune» in cui la sola mancanza della facoltà di assolvere, ma non della potestà d’ordine, viene supplita dalla Chiesa ope legis, purché ricorrano le condizioni previste dal can. 144 §2. Per lo stesso motivo, l’assoluzione del complice nel peccato turpe è invalida per la clausola inabilitante espressamente apposta dal Legislatore (can. 977) e non per difetto della potestà d’ordine. Infatti, in pericolo di morte il presbitero assolve validamente e lecitamente il complice anche qualora sia presente un sacerdote approvato (can. 976).

Il sacerdote privo solo della debita facoltà, oppure dimesso dallo stato clericale per qualsiasi ragione, possedendo inalterata la potestà d’ordine, viene integrato ipso iure, quindi senza ricorso all’autorità ecclesiastica, nella facoltà di amministrare il sacramento della penitenza e della confermazione in caso di pericolo di morte del penitente anche quando sia presente un sacerdote approvato (cann. 976; 986 §2; can. 883 n. 3).

Alla prima domanda del lettore «se un prete spretato può comunque amministrare i sacramenti», ma aggiungo io, anche semplicemente sospeso a divinis, dobbiamo richiamare quanto è stato appena detto, cioè che la potestà d’ordine rimane intangibile per tutta la vita del presbitero, mentre può essergli proibito di esercitarla (cann. 292; 1338 §2). Questo ha come conseguenza che un presbitero in qualsiasi maniera decaduto dallo stato clericale (o «spretato», per dirla con il nostro Lettore) sia come pena che per indulto concesso dal Romano Pontefice, potrebbe in modo gravemente illecito, ma validamente, celebrare la messa in forza della inalienabile potestà d’ordine, sempre se conserva l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa, anche se in quelle circostanze non gli è lecito farlo a nome di essa. In altre parole, in questo caso, l’aspetto disciplinare non diminuisce l’efficacia degli atti che può validamente realizzare per la sua intramontabile condizione ontologica dovuta al sacramento dell’ordine.
Altra cosa è, invece, la validità della celebrazione della penitenza e della confermazione condizionata per legge canonica sempre alla concessione, da parte della competente autorità o per il diritto stesso, della facoltà di poterli amministrare (cann. 966 §1; 882). La concessione di questa facoltà è necessaria anche per il presbitero che conserva lo stato clericale, sotto pena di nullità dell’assoluzione o della confermazione, a meno che non ricorra il caso di «errore comune» (can. 144 §2).

Un’ulteriore dimostrazione ci viene ancora dallo stesso Codice di Diritto Canonico quando si riferisce al delitto di attentata azione liturgica del Sacrificio eucaristico.

L’invalidità è prevista solo per il caso di mancanza dell’ordine sacerdotale, senza citare e quindi includere come causa invalidante anche la sola eventuale decadenza dallo stato clericale (can. 1378 §2, n. 1). Al contrario, nello stesso contesto del canone, nel considerare il sacramento della confessione, la commissione del delitto di usurpazione dell’ufficio ecclesiastico riguarda l’attentato alla valida assoluzione nel suo complesso, cioè non solo la mancanza dell’ordine sacerdotale, ma anche, pur essendoci questa, la sola assenza della debita facoltà di amministrarla (cann. 1378 §2, n. 2; 966 §1).

Riguardo alla seconda domanda sul «prete che si sposa», come è noto nella Chiesa cattolica latina il presbitero è tenuto al celibato per accedere alla sacra ordinazione e anche successivamente. La sola perdita dello stato clericale, mentre fa venire meno gli obblighi e i diritti del chierico, «non comporta la dispensa dall’obbligo del celibato, la quale è di esclusiva competenza del Romano Pontefice» (can. 291).

Un chierico, sia che si sposi lecitamente dopo aver ottenuto la dispensa dagli oneri sacerdotali e dall’obbligo del celibato, oppure senza la necessaria dispensa attentando così il matrimonio anche solo civilmente, rimane integralmente depositario della potestà d’ordine. In questo secondo caso incorre nella sanzione della sospensione latae sententiae fino ad arrivare gradualmente alla dimissione dallo stato clericale (can. 1394 §1).

In entrambi i casi, venendo meno non la potestà d’ordine, ma soltanto il suo esercizio insieme alla decadenza dallo stato clericale, vale quanto abbiamo diffusamente detto prima circa la validità o meno della celebrazione dei sacramenti.

La proibizione di esercitare una potestà, una facoltà, un ufficio ecc. non è mai sotto pena di nullità (can. 1336 §1, n. 3), a meno che il Legislatore non vi apponga una clausola invalidante come nel caso della facoltà concessa per amministrare il sacramento della penitenza, quale requisito richiesto sempre ad validitatem (can. 969 §1), eccetto il caso di pericolo di morte del penitente (can. 976). Oppure, la facoltà dell’Ordinario del luogo e del parroco di assistere ai matrimoni validamente, a meno che (clausola inabilitante, cf. can. 10) non siano stati scomunicati, sospesi o interdetti dall’ufficio o dichiarati tali (can. 1109).

Un esempio abbastanza recente lo troviamo nel motu proprio Ecclesiae unitatem del 2 luglio 2009 con cui Benedetto XVI stabilisce che i ministri della Fraternità Sacerdotale San Pio X non possono esercitare in modo «legittimo» (sic!) alcun ministero. Come si vede, la legittimità consiste solo in una disposizione disciplinare che non comporta la nullità in caso di trasgressione, altrimenti la clausola invalidante sarebbe stata apposta «espressamente» (can. 10).

La sopravvivenza della valida sacra ordinazione rispetto a qualunque contingenza umana è esemplificata dal can. 293 che prevede la riammissione allo stato clericale per mezzo del rescritto della Sede Apostolica – quindi senza dover ripetere la sacra ordinazione per il carattere indelebile che imprime questo sacramento – oppure dalla sospensione per motivi pastorali del divieto della celebrazione dei sacramenti o dei sacramentali per esempio in pericolo di morte del fedele (can. 1338 §3).

Circa la terza domanda, pare d’intendere che il Lettore voglia sapere se una suora rimanga tale per tutta la vita. Su questo argomento ci sarebbe materia per scrivere almeno l’intero capitolo di un libro. Ci limitiamo a dire che tra il sacramento dell’ordine e la consacrazione religiosa attraverso la professione dei consigli evangelici non esiste neppure un lontano rapporto di analogia. Anche se il candidato all’ordine sacro e il religioso professo di voti perpetui manifestano entrambi l’intenzione di perseverare per tutta la vita, gli effetti giuridici in ordine alla perpetuità del loro stato di vita sono differenti. Il chierico riceve un sacramento che gli imprime il carattere in modo permanente, anche se dovesse decadere dallo stato clericale, conservando inalterata la potestà d’ordine. Il religioso, invece, che ottiene la dispensa dai voti, decade totalmente dalla vita consacrata tornando allo stato secolare.

Ultima precisazione. Se il religioso è anche chierico, con la dispensa dai tre voti decade dallo stato di vita consacrata, ma rimane presbitero o diacono con la facoltà di essere accolto e incardinato in una diocesi ed di esercitare l’ordine sacro divenendo presbitero o diacono diocesano.

È chiaro che una suora, non potendo ricevere l’ordine sacro, sarà sempre e comunque solo una fedele laica e una volta ottenuta la dispensa dai voti resterà solo una persona nubile che potrà tornare a progettare la sua vita ripartendo da questa nuova condizione secolare.

Francesco Romano

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Due anni fa moriva il cardinale Martini

Il segno profetico e di speranza lasciato alla coscienza della città di Milano, e non solo, dal cardinale Martini lo si è visto in occasione della sua morte, il 31 agosto del 2012, con il grande affetto tributatogli da credenti e laici durante i giorni dell’addio nel Duomo di Milano. Un affetto che continua anche oggi attraverso l’incessante pellegrinaggio quotidiano sulla sua tomba.
Il secondo anniversario della scomparsa del cardinale Martini coincide anche con i 70 anni del suo ingresso nella Compagnia di Gesù, quando aveva poco più di 17 anni e aveva appena conseguito la maturità da privatista al liceo D’Azeglio di Torino. Per ricordare la sua figura di pastore che ha guidato la Diocesi ambrosiana dal 1979 al 2002, il cardinale Angelo Scola celebra una Messa di suffragio durante la quale indossa la mitra e il pastorale che Martini utilizzava e che volle lasciare in dono proprio al Duomo.

«Il suo insegnamento, riletto ora», spiegò Scola un anno fa, nel primo anniversario della morte del predecessore sulla cattedra di Ambrogio, «esprime bene il centro della sua personalità, della sua testimonianza, della sua azione pastorale, della sua passione civile, dell’indomito tentativo di indagare gli interrogativi brucianti dell’uomo di oggi. Per questo la ricca complessità della sua persona e del suo insegnamento continuano a interrogare uomini e donne di ogni condizione».

Significativo, e di straordinaria attualità, anche il suo Discorso del 2002, uno degli ultimi, al Comune di Milano durante il quale invitava a porsi dalla parte dei più deboli non per un afflato moralistico ma per una precisa scelta politica: «È inutile illudersi», spiegò il cardinale, «la storia insegna che quasi mai è stato il pane ad andare verso i poveri ma i poveri ad andare dove c’è il pane. “Scegliersi l’ospite è un avvilire l’ospitalità”, diceva Sant’Ambrogio […]. Il magnanimo ospitante non teme il diverso, perché è forte della propria identità. Il vero problema è che le nostre città, al di là delle accelerazioni indotte da fatti contingenti, non sono più sicure della propria identità e del proprio ruolo umanizzatore, e scambiano questa loro insicurezza di fondo con un’insicurezza di importazione».
E proseguiva: «E invece il tarlo è già in esse; ed è qui che lo si deve combattere con lucidità, vedendo la città come opportunità e non solo come difficoltà […]. Parrebbe a volte che la città abbia paura dei più deboli e che la politica urbana tenda a ricercare la tranquillità mediante la tutela della potenza. Non è la lezione di Ambrogio, per il quale la politica è eminentemente a servizio dei più deboli. Questo non è un invito vagamente moralistico, ma ha efficacia politica».

Ecco perché attorno alla figura di Martini fioriscono testimonianze e iniziative di studio, riflessione e preghiera. La Fondazione a lui dedicata – nata per iniziativa della Provincia d’Italia della Compagnia di Gesù con la partecipazione dell’Arcidiocesi di Milano – propone un ebook gratuito con un ritratto a firma di monsignor Bruno Forte, dal titolo Fedele alla storia, fedele all’Eterno, e un articolo di Matteo Crimella intitolato Comunicare il Vangelo: il respiro di Carlo Maria Martini.

Inoltre, è stata resa nota la Giuria del premio “Carlo Maria Martini International Award” giunto alla II edizione. Si tratta di Gianantonio Borgonovo, Ferruccio De Bortoli, Pietro Bovati SJ, Lucia Capuzzi, Jean-Paul Hernandez, Giuseppe Laras, Vittoria Prisciandaro, Pierangelo Sequeri (presidente), Roberto Vignolo, Virginio Pontiggia (segretario). Tre le novità della seconda edizione l’ampliamento della dimensione internazionale (con l’ammissione di quattro lingue: italiano, francese, inglese e spagnolo), l’introduzione di una terza sezione dedicata a esperienze e progetti pastorali, la scelta di riservare il premio a opere inedite.

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Ultimi due giorni di sole, poi con Elettra un anticipo di autunno

 Ultimi due giorni di agosto all’insegna del bel tempo con il sole che prevarra’ su gran parte delle regioni, ma con qualche pioggia su Alpi e Appennini. Attenzione pero’ perche’ da domenica sera fara’ il suo ingresso il ciclone Elettra che di fatto inaugurera’ l’inizio dell’autunno meteorologico. La redazione di www.ilmeteo.it comunica che l’arrivo di Elettra in Italia fara’ peggiorare il tempo prima al Nordest con temporali diffusi e venti impetuosi di bora, poi su Centro e Sud nelle giornate di lunedi’ e martedi’ con maltempo sulle coste adriatiche, basso Tirreno e inizialmente anche sul Lazio e Umbria. Si prevedono fenomeni localmente forti e a carattere di nubifragio sulle coste adriatiche dove non mancheranno le trombe marine in mare. Antonio Sano’, direttore e fondatore di www.ilmeteo.it avvisa che da mercoledi’ il ciclone Elettra si allontanera’ dall’Italia e la pressione tendera’ ad aumentare gradualmente riportando sole e bel tempo, gia’ presenti al Nord, anche al Centro e al Sud.

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meteo

Giovanni XXIII: quell’incontro mancato tra Pasolini e il Papa

“Il Vangelo secondo Matteo” nacque dall’amicizia di Pier Paolo Pasolini con don Giovanni Rossi, fondatore dell’associazione Pro Civitate Christiana e, paradossalmente, anche da un mancato incontro con Giovanni XXIII. Lo racconta il cardinale Loris Francesco Capovilla – gia’ segretario particolare di Papa Roncalli – in una videointervista realizzata da monsignor Dario Edoardo Vigano’, direttore del Centro Televisivo Vaticano, che sara’ proiettata domani nel corso di un convegno dedicato al cinquantesimo anniversario del capolavoro dell’artista di Casarsa dalla Mostra internazionale del Cinema di Venezia. Lo riferisce l’Osservatore Romano. Pasolini ebbe cosi’ grande stima per Giovanni XXIII da dedicare il film alla sua memoria, ma il 4 ottobre del 1962 preferi’ non incontrarlo. Quel giorno era ad Assisi, ospite proprio della Cittadella, in occasione di un dibattito sul cinema. Avrebbe dovuto parlare della sceneggiatura e delle riprese del suo “Accattone”, ma nel pomeriggio si diffuse la voce che Roncalli, in visita a Loreto, aveva deciso a sorpresa di concludere la giornata ad Assisi.
  Subito le strade della citta’ si riempirono di folla e il convegno venne sospeso per permettere a tutti di rendere omaggio al Papa. Don Rossi e gli altri sacerdoti chiesero a Pasolini se volesse unirsi a loro, ma lui declino’ l’invito e passo’ il pomeriggio nella camera offertagli dall’associazione umbra, leggendo il primo libro che gli capito’ sotto mano, il Vangelo secondo Matteo. In ogni stanza della Cittadella c’era un’edizione dei Vangeli che inizia proprio con il testo di Levi, l’esattore delle tasse diventato seguace di Gesu’. Don Giovanni Rossi e gli altri sacerdoti tornarono a tarda sera.
  “Pier Paolo, spero che ti faccia piacere saperlo, quando il Papa ci ha dato la sua benedizione abbiamo pensato a te”, disse all’amico don Rossi al suo rientro in sede, dopo cena. “Grazie.
  In realta’ oggi anch’io ho pensato a voi – rispose Pasolini – faro’ un film sul Vangelo di Matteo. L’ho deciso dopo aver letto, sdraiato sulla branda, il libretto che ho trovato sul comodino. Pero’ dovete aiutarmi, io non sono un credente. E sono anche marxista”, ” rispose il poeta di Casarsa. Non si trattava di una frase di circostanza ma di una richiesta sincera, spiega il cardinale Capovilla nella videointervista.
  “Pasolini disse a don Andrea Carraro ‘non voglio fare nulla che possa offendere la vostra fede’ e per questo ando’ in Terra Santa. Accetto’ tutte le osservazioni e i consigli dei biblisti che aveva consultato”. (AGI) .

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Si rinnoverà la sera del 3 settembre a Viterbo una delle più antiche tradizioni laziali, il Trasporto della Macchina di Santa Rosa

Si rinnoverà la sera del 3 settembre a Viterbo una delle più antiche tradizioni laziali, il Trasporto della Macchina di Santa Rosa, un evento che da quest’anno non é solo laziale ma ha un respiro internazionale: dal 4 dicembre scorso, infatti, il Trasporto é Patrimonio dell’Umanità Unesco.

E per celebrare questa storica novità la spettacolare Macchina eseguirà un percorso diverso, più lungo di 500 metri, per le vie della città di Viterbo. L’edizione 2014 é stata presentata questa mattina a Roma, nell’Enoteca regionale Palatium di via Frattina, dal presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, il sindaco di Viterbo Leonardo Michelini, il presidente della Provincia Marcello Meroi e il presidente del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa Massimo Mecarini. La tradizione ha più di 750 anni e quest’anno celebra il 350mo anniversario della sua versione ‘moderna’, quella con l’enorme macchina – l’attuale misura 28 metri d’altezza, più dell’obelisco di San Pietro e pesa 5 tonnellate – portata a spalla da 113 uomini (i “facchini”) su un percorso di 1200 metri, con dislivelli e brusche salite. Percorso che quest’anno prevede in più, ha spiegato Mecarini, “un tratto da piazza del Teatro lungo viale Marconi fino a piazza della Repubblica”.

Qui la Macchina farà una sosta, si girerà e tornerà verso piazza del Teatro, e ci saranno quattro file di facchini che formeranno una catena umana per facilitare questa deviazione, che é stata effettuata solo un’altra volta nella storia, nel 1952. L’appuntamento è a Viterbo alle 21, ed é prevista la presenza, tra gli altri, dei ministri Poletti e Madia. Il trasporto durerà circa due ore e mezza e sarà l’ultimo dell’attuale Macchina ‘Fiore del Cielo’, trasportata per la prima volta nel 2009. L’anno prossimo infatti ci sarà una nuova Macchina, ha spiegato il sindaco Michelini: “Abbiamo messo i soldi in bilancio, per la nuova macchina faremo un concorso nazionale a cui parteciperanno progettisti da tutte le parti d’Italia”.

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Colombia, coming out di due ministre

Cecilia Alvarez Correa, ministra per il Commercio, l’Industria e il Turismo nel governo del presidente colombiano Juan Manuel Santos, ha confermato di essere legata sentimentalmente con la sua collega per l’Educazione, Gina Parody, e ha ringraziato Santos per averle scelte per il suo gabinetto “esclusivamente per motivi professionali, e senza mai intromettersi in questioni private”.

Il coming out di Alvarez Correa è arrivato dopo che Alfredo Molano -noto giornalista e sociologo colombiano- ha detto in un’intervista che ciò che più gli piace del governo Santos “è l’unione fra Gina e Cecilia, ossia il fatto che due donne lesbiche abbiano un rapporto stabile a allo stesso tempo facciano parte del gabinetto”.

Versioni sull’orientamento sessuale delle due ministre e sul loro rapporto personale circolavano da settimane, ma dopo l’intervento di Molano Alvarez Correa ha voluto chiarire in prima persona la faccenda, non senza osservare: “Non ho mai capito perché questo tipo di domande non le fanno agli uomini”.

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Albus, il delfino albino che nuota in Adriatico

Un delfino albino nell’alto Adriatico. E’ stato avvistato a fine maggio dai biologi della Fondazione Cetacea. Gli esperti hanno però preferito non divulgare subito la notizia, per evitare che nella stagione estiva si scatenasse una sorta di ‘caccia’ per fotografarlo. Per quello che la Fondazione ha potuto appurare è il primo avvistamento di tursiope albino nel Mediterraneo. E’ stato soprannominato Albus.

La notizia “è trapelata – ha spiegato Sauro Pari per la Fondazione Cetacea – e quindi non potevamo più ‘proteggere’ Albus dalla curiosità, spesso nociva, delle persone. Fortunatamente siamo a fine estate, il traffico marino estivo sta diminuendo ed è meno probabile che gruppi di curiosi si mettano alla sua ricerca. Chi lo dovesse avvistare è comunque pregato di stare a debita distanza e, se riesce a prendere foto e filmati, di inviarceli”.

Il delfino è stato avvistato alle 13.30 del 29 maggio a 15 miglia dalla costa, nella sacca di Goro, a sud del Delta del Po, in un’uscita in mare dei biologi coinvolti nel progetto NetCet (che oltre al personale di Cetacea vede coinvolti anche i colleghi croati del Blue World Institute) nato per censire cetacei e tartarughe in Adriatico. “Sapevamo della probabile esistenza di un delfino bianco – ha aggiunto Pari – perché ce lo avevano raccontato pescatori e diportisti, ma non era mai stato fotografato. Poi il 29 l’abbiamo avvistato, avvicinato e fotografato. E così il delfino bianco non era più una leggenda”.

Un tursiope albino è un caso molto raro, ma non l’unico. Per Pari al mondo ne sono stati segnalati una ventina in tutto. Albus, spiega, misura circa 2.50-2.70 metri, ed è quindi un esemplare adulto. Con ogni probabilità si tratta di un maschio, visto che è stato visto nuotare con un altro delfino adulto, e di solito “i maschi adulti in Adriatico predano e passano il loro tempo in coppie o in piccoli gruppi”. “A volte gli albini nelle diverse specie vengono emarginati dai simili – ha aggiunto Pari – non per razzismo, ma per protezione, perché un albino attira molto facilmente col suo colore i predatori”. Ma ciò non è successo con il tursiope avvistato. “Per la loro socievolezza e la relativa assenza di grandi predatori in questa parte di Adriatico, il delfino albino vive con i suoi simili con i quali lo abbiamo trovato ed è in buono stato di salute”. Salta e caccia con i suoi simili, rispetto ai quali non ha comportamenti differenti. Anzi, sarebbe, a quanto hanno potuto vedere i biologi, è proprio ‘ben pasciuto’.

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Gauthier: l’orma sul Concilio del prete con la cazzuola

Nasceva il 30 agosto di cent’anni fa il religioso che dedicò la vita al servizio ai più poveri, nella natia Francia come in Terra Santa.

Il “profeta della Chiesa dei poveri”, il prete operaio che divenne carpentiere e falegname in Terra Santa per essere alla “sequela di Gesù” o ancora, come affermò una volta Leonard Boff, il «padre della teologia della liberazione». Sono tanti gli aggettivi, epiteti, soprannomi che hanno cercato di raccontare la vita ma soprattutto l’apostolato poliedrico, sempre a favore degli ultimi, di Paul Gauthier (1914-2002) di cui ricorre domani il centenario della nascita. Un personaggio che con la sua azione di «profeta con la cazzuola», secondo una felice definizione di Teresio Bosco, incise più di quanto si immagini sull’apertura del Concilio Vaticano II alla modernità, al dialogo con i lontani e ad indirizzare il cattolicesimo verso le frontiere più “spinte” della sua missione a fianco dei più poveri della terra.
Paul Gauthier nasce in Francia a La Fléche per poi entrare in seminario a Digione (di cui sarà successivamente anche direttore) nel 1929. I primi anni della vita sacerdotale di Gauthier sono dedicati all’apostolato intellettuale, alla scrittura, tra l’altro, di alcuni soggetti cinematografici. Non è un caso che il terreno di coltura su cui si forma la personalità di Gauthier è costituito da esempi di vita come Charles de Foucauld, Henri Bergson, Teresa d’Avila e Giovanni della Croce. Palestra ideale del futuro ministero a favore dei poveri, a metà degli anni Quaranta, è la frequentazione a Marsiglia del domenicano Jacques Loew, caposcuola dei preti operai di Francia. Ma è con l’anno 1954 che il giovane sacerdote di Digione chiede al suo vescovo, Guillaume-Marius Sembel, l’esonero dal suo ministero ordinario di prete diocesano per «dedicarsi all’evangelizzazione dei poveri».
Da allora affioreranno le grandi intuizioni di Paul Gauthier: con un gruppo di giovani si stabilirà a Nazaret per fondare una piccola famiglia religiosa, di respiro internazionale, “I compagni e le compagne di Gesù carpentiere” (1957-1958). Piccolo tra i piccoli prende coscienza, in questo martoriato lembo di terra mediorientale, del dramma palestinese; buona  parte del suo ministero di prete viene speso a favore della costruzione di “case per tanti senza casa” (in maggioranza profughi delle zone di guerra).

Fondamentale in questi anni l’incontro col vescovo di quei territori, George Hakim, che vuole il giovane prete francese accanto a sé dal 1962 al Concilio Vaticano II. Un’occasione, quella del Concilio, che permette al giovane Gauthier di conoscere i grandi della teologia in voga in quegli anni, di confrontarsi con uomini del calibro diYves-Marie Congar e Henri- Marie de Lubac (che rimarrà sempre scettico verso le istanze portate avanti dal sacerdote di Digione). Ed è proprio l’evento Vaticano II che colloca padre Gauthier sotto i riflettori: qui pone le basi del movimento della “Chiesa dei poveri”. Un manifesto programmatico che coinvolge e non lasca indifferenti molti dei padri
conciliari (circa trecento), tra cui il cardinale di Bologna, Giacomo Lercaro. È questa, a detta di molti studiosi, la prima pietra della teologia della liberazione. Bussola principale di riferimento da allora per il sacerdote carpentiere di Betlemme è la costituzione pastorale
Gaudium et spes. Ed è proprio di questi anni (1963) la stesura di un libro che lascia il segno più importante del suo apostolato:
Jésus, l’Eglise et les pauvres.
Il 1964 rappresenta nella biografia di Gauthier un capitolo di snodo: con il giornalista Ettore Masina (conosciuto ai tempi del Concilio) fonda
Rete Radié Resch,
un’associazione di solidarietà internazionale chiamata così dal nome di una bambina palestinese morta di polmonite in un tugurio. Da allora l’impronta a favore dei più deboli per Gauthier è ancora più radicale; è di questi anni la sua frequentazione con il filosofo della
liberazione Enrique Dussel, ma anche delle prese di distanza dal dramma, nel 1967, della Guerra dei Sei giorni: «Da quando ho visto i bambini morire sotto le bombe più nessuna pietra per me ha importanza: né quella del Santo Sepolcro, né quella del Muro del Pianto, né quelle di tutte le moschee. Conta solo l’immane sofferenza dei piccoli della terra, siano essi ebrei, musulmani, cristiani, buddisti o comunisti, neri o bianchi o gialli. Tutti coloro per cui Cristo è morto».
Una svolta che lo porta prima a emigrare in Libano e poi in America Latina, per spendersi ancora di più a favore degli ultimi e dei più diseredati. Una spinta così radicale che conduce Gauthier a prendere le “distanze” dalla «Chiesa cattolica ufficiale» e a lasciare il sacerdozio. Altrettanto forte la scelta di sposare il suo storico braccio destro dai tempi del suo apostolato in Palestina, Marie Thérèse Lacaze, per poter così adottare e dare un tetto e una famiglia a due piccoli orfani, conosciuti in un viaggio in India. L’opzione preferenziale per i poveri rimane sempre la stella polare della sua vita; memorabile è il suo pellegrinaggio, sul finire degli anni Settanta, in Abruzzo sulla tomba di Ignazio Silone e la sua ammirazione per lo scrittore di
L’avventura di un povero cristiano.
Come sicuramente singolare di questa complessa personalità è, secondo le testimonianze di un suo intimo amico, Pasquale Iannamorelli, la sua devozione per Celestino V, il papa del «gran rifiuto » capace di essere una sana sintesi, all’«insegna della povertà evangelica», tra «il monachesimo benedettino e il francescanesimo».
Ormai minato dagli acciacchi dell’età e della malattia muore il 25 dicembre del 2002, il giorno di Natale, a 88 anni in un piccolo appartamento di Marsiglia, rimanendo fedele a se stesso e allo stile di vita che aveva deciso di condurre per tutta la sua lunga esistenza. A cento anni dalla nascita rimangono forse oggi attuali alcune sue parole proferite poco prima di morire: «Vorrei arrivare all’ultimo giorno della mia vita con la gioia del testimone e poter dire: ho vissuto, ho parlato e ho salvato l’anima mia».

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La creatività di Pekiel riletta dai Sixteen

 dischi.sacra
Bartlomiej Pekiel (1633-1670) è passato alla storia per essere diventato il primo compositore non italiano nominato Maestro della Cappella Reale di Polonia. Grazie anche alla presenza di illustri artisti come Marenzio, Anerio e Merula, nelle principali istituzioni musicali del Paese, il “Made in Italy” esercitava un’influenza determinante, al punto che tra Varsavia e Cracovia nel XVII secolo erano impiegati oltre cento musicisti provenienti dalla nostra penisola.
Sotto la guida di Eamonn Dougan, delle 29 opere di Pekiel a oggi sopravvissute il gruppo The Sixteen ha scelto una quindicina tra mottetti e pagine estratte da lavori liturgici (come la Missa à 14 e la Missa concertata “La Lombardesca”) che brillano per varietà e fantasia creativa. Passare da un brano all’altro del disco significa infatti cambiare di continuo registri spazio-temporali e stilistico-formali: dall’antico idioma polifonico di scuola palestriniana (Ave Maria) alla “moderna” pratica concertata d’impronta monteverdiana (Dulcis amor Jesu) fino alle atmosfere quasi melodrammatiche del “sacro dialogo” alla Carissimi (Audite mortales).
Il tutto legato dal sigillo interpretativo unitario apposto dall’ensemble vocale inglese dei Sixteen che, come affermano i loro più convinti sostenitori, riuscirebbero a trasformare in pura arte anche la semplice lettura dell’elenco telefonico.

The Sixteen / E. Dougan
Pekiel
Messe e Mottetti
Coro. Euro 17,00

 

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Scuola: Linee guida in prossimo cdm Renzi “progetto pronto, nessun problema di copertura”

(ANSA) – ROMA, 29 AGO – Il progetto di riforma della scuola sarà presentato al prossimo Consiglio dei Ministri. E’ pronto e non c’è “nessun problema di copertura, anche perché il progetto che abbiamo in mente fa data al 2015. Non l’abbiamo messo oggi per evitare di mettere troppa carne al fuoco”. Dopo aver gelato ieri le aspettative del mondo dell’istruzione con la notizia del rinvio del pacchetto-istruzione, il premier Renzi stasera ha rassicurato i delusi. Ha anche escluso tensioni con il ministro Giannini.
  MATURITA': UNGARETTI, ANNI '70 E FRASE ANDY WARHOL

Brutte sorprese in arrivo per le famiglie italiane, che potrebbero trovarsi di fronte una stangata che rischia di arrivare fino a 1.900 euro

 Al rientro dalle ferie, secondo Adusbef e Federconsumatori, i costi da sostenere in autunno saranno tanti e supereranno, tra bollette, tasse sulla casa e rientro a scuola dei bambini, appunto i 1.900 euro. Si tratta, secondo le associazioni, di una spesa “insostenibile per le famiglie, il cui potere di acquisto è ai minimi storici, diminuito di oltre il -13,4% dal 2008 ad oggi”.

Tra settembre e novembre, calcolano i consumatori, la spesa autunnale sarà di 1.912 euro. Per la scuola (libri e corredo) si spenderanno 779,25, per la Tasi il costo medio sarà di 231 euro, le bollette ammonteranno tra acqua, luce, gas e telefono a 460,77 euro, mentre la Tari costerà 156,35 euro. Il riscaldamento infine porterà ad una spesa di 285 euro. “Laddove le famiglie avessero figli che frequentano il tempo pieno, – proseguono Adusbef e Federconsumatori – a tali voci si aggiunge anche la mensa scolastica, per un totale di circa 205,50 euro.

Per non parlare, inoltre, di chi ha un figlio che frequenta l’università, che dovrà sostenere anche la prima rata delle tasse, per un importo medio di 326 euro”. “È evidente – concludono – che tale cifra non si limiterà a riportare ripercussioni estremamente negative sulle condizioni delle famiglie, ma inciderà in maniera sempre più grave sull’intero andamento della domanda di mercato, trascinando ulteriormente al ribasso i consumi e l’intero apparato produttivo”.

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Guerre di religione: come evitarle? Tra follie e nodi davvero cruciali

pace

 

“La Croix” (18/8): «Come evitare che ricomincino le Crociate»? Beh! Crociata ispirata alla Croce di Cristo? Nulla di nulla, salvo da parte di qualche ultralefebvriano come l’ex vescovo Williamson per il quale (9/8) «gli ordini di Dio Onnipotente di sterminare alcuni popoli nel Vecchio Testamento… furono atto di giustizia e di misericordia verso gli stessi pagani, e anche atto volto ad aiutare gli Israeliti a preparare la culla per il futuro Dio Incarnato». Follie! Nota (e senza ritorno) la chiarezza sul punto della Chiesa cattolica e anche la richiesta di perdono con riconoscimento di colpe passate. Nell’universo islamico invece c’è altro: sterminare gli “infedeli” in nome di Dio è rivendicato con concretezza terribile sotto gli occhi di tutti, e di fronte all’orrore – cronaca e immagini – non c’è autorità riconosciuta da tutti che possa sconfessarlo. Ciò forse per due motivi essenziali, principi indiscutibili e indiscussi: 1. L’idea che l’uomo è “per natura” musulmano, e per questo chi non lo è ancora va convertito, anche a forza. 2. Alla base di tutto l’interpretazione letterale della parola del Corano, cui non si applicano distinzioni critiche di genere letterario o di circostanze storiche. “Come evitare?” Bel nodo!

 

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a cura di Gianni Gennari Avvenire

Ecumenismo: il cammino comune delle Chiese verso l’unità in Cristo

“Repubblica” edizione Torino (25/8) sul «messaggio» di Francesco al Sinodo valdese («Vi sono vicino») e stesso giorno “Il Trentino” titola: «Nessun Papa è andato dai valdesi». Luigi Sandri legge la storia della minoranza oggi valdo-metodista, «Chiesa della riforma prima della Riforma», osteggiata anche con metodi non evangelici dalla Chiesa di Roma e pure dallo Stato: vero che «da alcuni anni il vescovo di Pinerolo assiste, ospite gradito, al Sinodo valdo-metodista», ma «finora nessun papa si è recato al tempio di Piazza Cavour (…) perché i valdesi porrebbero cruciali problemi ecclesiali al vescovo di Roma». Come sempre informato e preciso, ma è noto che sulla realtà del «vescovo di Roma… cruciali problemi ecclesiali» sono ammessi anche tra i cattolici. Paolo VI lo disse apertamente – «Abbiamo piena consapevolezza del fatto che il Papa è l’ostacolo maggiore sulla via dell’ecumenismo» (AAS59, 1967, p. 418) –, Giovanni Paolo II chiese aiuto a vescovi e teologi, compresi i fratelli evangelici, per ripensare i modi dell’esercizio del ministero di Pietro (“Ut u.s.” 96), e Francesco (E. G. 32) dice suo dovere il «pensare alla conversione del papato». «Cruciale»? Certo: legato a quella Croce.

 

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a cura di Gianni Gennari – avvenire.it
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Recensioni: accuratezze, spudoratezze e “chiacchiere”

Ieri (“Corsera”, p. 34) Stefano Montefiori “recensisce” un libro del francese E. Carrère (640 pp.) sull’«alba del Cristianesimo, i primi 50 anni della Chiesa» e la «vita di San Luca, il più misterioso degli evangelisti» che «con l’aiuto di san Paolo» è «riuscito a trasformare una piccola setta ebraica nella religione capace di conquistare il mondo». Segue bignamino delle avventure tra “spudoratezze” e “lettere erotiche” del suddetto Carrère, da giovane «immerso nella fede… messa, confessione, comunione, meditazione sul Vangelo», ma ora ferocemente ateo che – «domanda centrale» del libro! – si chiede «com’è possibile che così tante persone credano realmente che un ebreo di 2000 anni fa, nato da una vergine e resuscitato tre giorni dopo essere stato crocifisso, tornerà per giudicare i vivi e i morti?» Già: che incredibile follia! Il recensore pare entusiasta, ma sorprende che proprio Luca, il più accurato degli evangelisti, il cui prologo è da sempre paragonato a quello del grande storico Polibio, sia detto «il più misterioso». Ed ecco l’elogio finale: «Indagine sull’uomo, e grande letteratura». Vai a p. 21: «La Perpetua ciarliera». Tema diverso: chiacchiere! Però viene a proposito.

 

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a cura di Gianni Gennari – avvenire.it
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Santo del Giorno 28 Agosto S. Agostino

Tagaste (Numidia), 13 novembre 354 – Ippona (Africa), 28 agosto 430

Sant’Agostino nasce in Africa a Tagaste, nella Numidia – attualmente Souk-Ahras in Algeria – il 13 novembre 354 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Dalla madre riceve un’educazione cristiana, ma dopo aver letto l’Ortensio di Cicerone abbraccia la filosofia aderendo al manicheismo. Risale al 387 il viaggio a Milano, città in cui conosce sant’Ambrogio. L’incontro si rivela importante per il cammino di fede di Agostino: è da Ambrogio che riceve il battesimo. Successivamente ritorna in Africa con il desiderio di creare una comunità di monaci; dopo la morte della madre si reca a Ippona, dove viene ordinato sacerdote e vescovo. Le sue opere teologiche, mistiche, filosofiche e polemiche – quest’ultime riflettono l’intensa lotta che Agostino intraprende contro le eresie, a cui dedica parte della sua vita – sono tutt’ora studiate. Agostino per il suo pensiero, racchiuso in testi come «Confessioni» o «Città di Dio», ha meritato il titolo di Dottore della Chiesa. Mentre Ippona è assediata dai Vandali, nel 429 il santo si ammala gravemente. Muore il 28 agosto del 430 all’età di 76 anni. (Avvenire)

Patronato: Teologi, Stampatori

Etimologia: Agostino = piccolo venerabile, dal latino

Emblema: Bastone pastorale, Libro, Cuore di fuoco
Martirologio Romano: Memoria di sant’Agostino, vescovo e insigne dottore della Chiesa: convertito alla fede cattolica dopo una adolescenza inquieta nei princípi e nei costumi, fu battezzato a Milano da sant’Ambrogio e, tornato in patria, condusse con alcuni amici vita ascetica, dedita a Dio e allo studio delle Scritture. Eletto poi vescovo di Ippona in Africa, nell’odierna Algeria, fu per trentaquattro anni maestro del suo gregge, che istruì con sermoni e numerosi scritti, con i quali combatté anche strenuamente contro gli errori del suo tempo o espose con sapienza la retta fede.

Agostino è uno degli autori di testi teologici, mistici, filosofici, esegetici, ancora oggi molto studiato e citato; egli è uno dei Dottori della Chiesa come ponte fra l’Africa e l’Europa; il suo libro le “Confessioni” è ancora oggi ricercato, ristampato, letto e meditato.
“Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo…. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace”; così scrive Agostino Aurelio nelle “Confessioni”, perché la sua vita fu proprio così in due fasi: prima l’ansia inquieta di chi, cercando la strada, commette molti errori; poi imbroccata la via, sente il desiderio ardente di arrivare alla meta per abbracciare l’amato.
Agostino Aurelio nacque a Tagaste nella Numidia in Africa il 13 novembre 354 da una famiglia di classe media, di piccoli proprietari terrieri, il padre Patrizio era pagano, mentre la madre Monica, che aveva avuto tre figli, dei quali Agostino era il primogenito, era invece cristiana; fu lei a dargli un’educazione religiosa ma senza battezzarlo, come si usava allora, volendo attendere l’età matura.
Ebbe un’infanzia molto vivace, ma non certamente piena di peccati, come farebbe pensare una sua frase scritta nelle “Confessioni” dove si dichiara gran peccatore fin da piccolo. I peccati veri cominciarono più tardi; dopo i primi studi a Tagaste e poi nella vicina Madaura, si recò a Cartagine nel 371, con l’aiuto di un facoltoso signore del luogo di nome Romaniano; Agostino aveva 16 anni e viveva la sua adolescenza in modo molto vivace ed esuberante e mentre frequentava la scuola di un retore, cominciò a convivere con una ragazza cartaginese, che gli diede nel 372, anche un figlio, Adeodato.
Questa relazione sembra che sia durata 14 anni, quando nacque inaspettato il figlio; Agostino fu costretto, come si suol dire, a darsi una regolata, riportando la sua condotta inconcludente e dispersiva, su una più retta strada, ed a concentrarsi negli studi, per i quali si trovava a Cartagine.
Le lagrime della madre Monica, cominciavano ad avere un effetto positivo; fu in quegli anni che maturò la sua prima vocazione di filosofo, grazie alla lettura di un libro di Cicerone, l’”Ortensio” che l’aveva particolarmente colpito, perché l’autore latino affermava, come soltanto la filosofia aiutasse la volontà ad allontanarsi dal male e ad esercitare la virtù.
Purtroppo la lettura della Sacra Scrittura non diceva niente alla sua mente razionalistica e la religione professata dalla madre gli sembrava ora “una superstizione puerile”, quindi cercò la verità nel manicheismo.
Il Manicheismo era una religione orientale fondata nel III secolo d.C. da Mani, che fondeva elementi del cristianesimo e della religione di Zoroastro, suo principio fondamentale era il dualismo, cioè l’opposizione continua di due principi egualmente divini, uno buono e uno cattivo, che dominano il mondo e anche l’animo dell’uomo.
Ultimati gli studi, tornò nel 374 a Tagaste, dove con l’aiuto del suo benefattore Romaniano, aprì una scuola di grammatica e retorica, e fu anche ospitato nella sua casa con tutta la famiglia, perché la madre Monica aveva preferito separarsi da Agostino, non condividendo le sue scelte religiose; solo più tardi lo riammise nella sua casa, avendo avuto un sogno premonitore, sul suo ritorno alla fede cristiana.
Dopo due anni nel 376, decise di lasciare il piccolo paese di Tagaste e ritornare a Cartagine e sempre con l’aiuto dell’amico Romaniano, che egli aveva convertito al manicheismo, aprì anche qui una scuola, dove insegnò per sette anni, purtroppo con alunni poco disciplinati.
Agostino però tra i manichei non trovò mai la risposta certa al suo desiderio di verità e dopo un incontro con un loro vescovo, Fausto, avvenuto nel 382 a Cartagine, che avrebbe dovuto fugare ogni dubbio, ne uscì non convinto e quindi prese ad allontanarsi dal manicheismo.
Desideroso di nuove esperienze e stanco dell’indisciplina degli alunni cartaginesi, Agostino resistendo alle preghiere dell’amata madre, che voleva trattenerlo in Africa, decise di trasferirsi a Roma, capitale dell’impero, con tutta la famiglia.
A Roma, con l’aiuto dei manichei, aprì una scuola, ma non fu a suo agio, gli studenti romani, furbescamente, dopo aver ascoltate con attenzione le sue lezioni, sparivano al momento di pagare il pattuito compenso.
Subì una malattia gravissima che lo condusse quasi alla morte, nel contempo poté constatare che i manichei romani, se in pubblico ostentavano una condotta irreprensibile e casta, nel privato vivevano da dissoluti; disgustato se ne allontanò per sempre.
Nel 384 riuscì ad ottenere, con l’appoggio del prefetto di Roma, Quinto Aurelio Simmaco, la cattedra vacante di retorica a Milano, dove si trasferì, raggiunto nel 385, inaspettatamente dalla madre Monica, la quale conscia del travaglio interiore del figlio, gli fu accanto con la preghiera e con le lagrime, senza imporgli nulla, ma bensì come un angelo protettore.
E Milano fu la tappa decisiva della sua conversione; qui ebbe l’opportunità di ascoltare i sermoni di s. Ambrogio che teneva regolarmente in cattedrale, ma se le sue parole si scolpivano nel cuore di Agostino, fu la frequentazione con un anziano sacerdote, san Simpliciano, che aveva preparato s. Ambrogio all’episcopato, a dargli l’ispirazione giusta; il quale con fine intuito lo indirizzò a leggere i neoplatonici, perché i loro scritti suggerivano “in tutti i modi l’idea di Dio e del suo Verbo”.
Un successivo incontro con s. Ambrogio, procuratogli dalla madre, segnò un altro passo verso il battesimo; si ipotizza che sia stato convinto da Monica a seguire il consiglio dell’apostolo Paolo, sulla castità perfetta, e che sia stato convinto pure a lasciare la moglie, la quale secondo la legge romana, essendo di classe inferiore, era praticamente una concubina, rimandandola in Africa e tenendo presso di sé il figlio Adeodato (ci riesce difficile ai nostri tempi comprendere questi atteggiamenti, così usuali per allora).
A casa di un amico Ponticiano, questi gli aveva parlato della vita casta dei monaci e di s. Antonio abate, dandogli anche il libro delle Lettere di S. Paolo; ritornato a casa sua, Agostino disorientato si appartò nel giardino, dando sfogo ad un pianto angosciato e mentre piangeva, avvertì una voce che gli diceva ”Tolle, lege, tolle, lege” (prendi e leggi), per cui aprì a caso il libro delle Lettere di S. Paolo e lesse un brano: “Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri” (Rom. 13, 13-14).
Dopo qualche settimana ancora d’insegnamento di retorica, Agostino lasciò tutto, ritirandosi insieme alla madre, il figlio ed alcuni amici, ad una trentina di km. da Milano, a Cassiciaco, in meditazione e in conversazioni filosofiche e spirituali; volle sempre presente la madre, perché partecipasse con le sue parole sapienti.
Nella Quaresima del 386 ritornarono a Milano per una preparazione specifica al Battesimo, che Agostino, il figlio Adeodato e l’amico Alipio ricevettero nella notte del sabato santo, dalle mani di s. Ambrogio.
Intenzionato a creare una Comunità di monaci in Africa, decise di ritornare nella sua patria e nell’attesa della nave, la madre Monica improvvisamente si ammalò di una febbre maligna (forse malaria) e il 27 agosto del 387 morì a 56 anni. Il suo corpo trasferito a Roma si venera nella chiesa di S. Agostino, essa è considerata il modello e la patrona delle madri cristiane.
Dopo qualche mese trascorso a Roma per approfondire la sua conoscenza sui monasteri e le tradizioni della Chiesa, nel 388 ritornò a Tagaste, dove vendette i suoi pochi beni, distribuendone il ricavato ai poveri e ritiratosi con alcuni amici e discepoli, fondò una piccola comunità, dove i beni erano in comune proprietà.
Ma dopo un po’ l’affollarsi continuo dei concittadini, per chiedere consigli ed aiuti, disturbava il dovuto raccoglimento, fu necessario trovare un altro posto e Agostino lo cercò presso Ippona.
Trovatosi per caso nella basilica locale, in cui il vescovo Valerio, stava proponendo ai fedeli di consacrare un sacerdote che potesse aiutarlo, specie nella predicazione; accortasi della sua presenza, i fedeli presero a gridare: “Agostino prete!” allora si dava molto valore alla volontà del popolo, considerata volontà di Dio e nonostante che cercasse di rifiutare, perché non era questa la strada voluta, Agostino fu costretto ad accettare.
La città di Ippona ci guadagnò molto, la sua opera fu fecondissima, per prima cosa chiese al vescovo di trasferire il suo monastero ad Ippona, per continuare la sua scelta di vita, che in seguito divenne un seminario fonte di preti e vescovi africani.
L’iniziativa agostiniana gettava le basi del rinnovamento dei costumi del clero, egli pensava: “Il sacerdozio è cosa tanto grande che appena un buon monaco, può darci un buon chierico”. Scrisse anche una Regola, che poi nel IX secolo venne adottata dalla Comunità dei Canonici Regolari o Agostiniani.
Il vescovo Valerio nel timore che Agostino venisse spostato in altra sede, convinse il popolo e il primate della Numidia, Megalio di Calama, a consacrarlo vescovo coadiutore di Ippona; nel 397 morto Valerio, egli gli successe come titolare.
Dovette lasciare il monastero e intraprendere la sua intensa attività di pastore di anime, che svolse egregiamente, tanto che la sua fama di vescovo illuminato si diffuse in tutte le Chiese Africane.
Nel contempo scriveva le sue opere che abbracciano tutto il sapere ideologico e sono numerose, vanno dalle filosofiche alle apologetiche, dalle dogmatiche alle morali e pastorali, dalle bibliche alle polemiche. Queste ultime riflettono l’intensa e ardente battaglia che Agostino intraprese contro le eresie che funestavano l’unità della Chiesa in quei tempi: Il Manicheismo che conosceva bene, il Donatismo sorto ad opera del vescovo Donato e il Pelagianesimo propugnato dal monaco bretone Pelagio.
Egli fu maestro indiscusso nel confutare queste eresie e i vari movimenti che ad esse si rifacevano; i suoi interventi non solo illuminarono i pastori di anime dell’epoca, ma determinarono anche per il futuro, l’orientamento della teologia cattolica in questo campo. La sua dottrina e teologia è così vasta che pur volendo solo accennarla, occorrerebbe il doppio dello spazio concesso a questa scheda, per forza sintetica; il suo pensiero per millenni ormai è oggetto di studio per la formazione cristiana, le tante sue opere, dalle “Confessioni” fino alla “Città di Dio”, gli hanno meritato il titolo di Dottore della Chiesa.
Nel 429 si ammalò gravemente, mentre Ippona era assediata da tre mesi dai Vandali comandati da Genserico († 477), dopo che avevano portato morte e distruzione dovunque; il santo vescovo ebbe l’impressione della prossima fine del mondo; morì il 28 agosto del 430 a 76 anni. Il suo corpo sottratto ai Vandali durante l’incendio e distruzione di Ippona, venne trasportato poi a Cagliari dal vescovo Fulgenzio di Ruspe, verso il 508-517 ca., insieme alle reliquie di altri vescovi africani.
Verso il 725 il suo corpo fu di nuovo traslato a Pavia, nella Chiesa di S. Pietro in Ciel d’Oro, non lontano dai luoghi della sua conversione, ad opera del pio re longobardo Liutprando († 744), che l’aveva riscattato dai saraceni della Sardegna.


Autore: 
Antonio Borrelli – santiebeati.it

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Religione ed estremismi, il prete e l’imam: «Il dialogo vince l’odio»

 

Genova – Il prete e l’imam. Seduti uno di fronte all’altro per parlarsiesuperare le incomprensioni.

 

Husein Salah, rappresentante della comunità islamica a Genova, e don Valentino Porcile parroco dell’Annunziata di Sturla, hanno lanciato la sfida, Il Secolo XIX l’ha accolta e li ha messi a confronto: per parlare liberamente di ciò che divide e ciò che unisce due religioni e due culture.

 

 

Un colloquio che nasce sull’onda delle notizie in arrivo dal Medioriente . E diventa esperienza quotidiana: «Le prime generazione di migranti arrivati qui si accontentavano di pregare anche in luoghi improvvisati – ha detto l’imam – ma ora siamo ai figli e ai nipoti, sono nati qui e si sentono genovesi. Negare loro un luogo che fa parte dell’identità culturale dell’Islam appare assurdo, lo vivono come un’ingiustizia».

 

La riposta di don Valentino: «Io mi trovo a dover spiegare ai miei parrocchiani che non devono avere paura, loro mi dicono che “accettare gli altri culti va bene, ma i musulmani uccidono”. Per superare la paura è importante conoscersi meglio, parlarsi ».

 

La violenza nel nome di Dio, hanno detto insieme «non può esistere».

 

© Riproduzione riservata – ilsecoloxix.it

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Social Network Facebook cambia: punirà i post «acchiappa click»

Finalmente una bella notizia dal fronte Facebook. Da ora in poi i post acchiappa click avranno vita sempre più dura. Tutti ne abbiamo incontrati. Promettono rivelazioni mirabolanti ma, alla prova dei fatti – anzi, di click – si rivelano vuoti. Delle belle bufale, come si usa dire.
Fra poco cambierà tutto. L’algoritmo che governa il flusso delle notizie che appare agli utenti cambierà. A essere premiati non saranno più i post più cliccati, ma il tempo speso a leggere una notizia. “Stiamo mettendo a punto due aggiornamenti per eliminare le storie che le persone spesso ci dicono essere spam o che non vogliono vedere”, spiega Facebook.
La novità riguarda, appunto, il click-baiting, quei post accompagnati da titoli accattivanti ma che non forniscono informazioni sul contenuto. La selezione dovrebbe avvenire – secondo quanto scrive la società – secondo due modalità: il tempo di permanenza delle persone sui post, le interazioni con il contenuto.
“Se gli utenti cliccano su un articolo e trascorrono tempo nella lettura vuol dire che il contenuto è valido. Se invece cliccano su un contenuto esterno al social network e subito tornano sulla piattaforma vuol dire che non hanno trovato quello che cercavano”, spiega il post a firma di Khalid El-Arini e Joyce Tang, rispettivamente ricercatore e product specialist di Facebook. “Quando abbiamo chiesto in una indagine ai nostri utenti che tipo di contenuti preferivano vedere nel loro News Feed – aggiungono – 80% delle volte hanno risposto che preferiscono titoli che li aiutano a decidere se vogliono leggere l’intero articolo, prima di cliccarlo».
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avvenire.it

Piano scuola Giannini: addio supplenze, premiato il merito

Roma, 27 ago. – Il ministro Stefania Giannini ha disegnato i punti qualificanti del nuovo corso della scuola che intende aprire: “Chi fa di piu’ prende piu’ soldi” ha annunciato. Uno stipendio per gli insegnanti agganciato, in qualche modo, al merito e alla carriera. Verranno abolite le supplenze “che fanno male a chi le fa e a chi le riceve”, come spiegato ancora dal ministro, e data piu’ autonomia agli istituti.

La risposta dei sindacati: primo giorno di scuola con sciopero. L’Unicobas, secondo cui e’ “inaccettabile” il progetto di riforma della scuola targato Giannini-Renzi, conferma lo sciopero annunciato per mercoledi’ 17 settembre, primo giorno in cui saranno aperte tutte le scuole del paese, con manifestazione dalla mattina sotto il ministero dell’Istruzione. “La Giannini, utilizzando il palco a lei piu’ congeniale (quello di CL, ovvero dei padrini delle scuole private) anticipa la sua ‘riforma’”, sottolinea Stefano d’Errico, segretario nazionale Unicobas, “‘merito’ ed eliminazione delle supplenze (perche’ farebbero ‘a chi le fa e a chi le riceve’). In buona sostanza, operazioni discrezionali invece degli automatismi d’anzianita’ ed eliminazione dei precari”.

Un impegno concreto, con risorse certe nella legge di Stabilita’ e il rinnovo del contratto di lavoro degli insegnanti, scaduto da ormai 5 anni. Senza di questo “si parla del nulla”. E’ la posizione delle principali sigle sindacali della scuola in merito alla “rivoluzione” per la scuola alla quale sta lavorando il governo. Contattati dall’Agi, i segretari generali di Flc Cgil, Mimmo Pantaleo, della Cisl Scuola, Francesco Scrima, e della Uil Scuola, Massimo Di Menna,mostrano chiarezza e determinazione: “Il governo faccia la sua proposta, poi sediamoci intorno a un tavolo e confrontiamoci.
Ma la nostra prima richiesta e’ il rinnovo del contratto”, dice con fermezza Scrima. “Dato che il contratto degli insegnanti e’ scaduto da 5 anni – gli fa eco Di Menna – che le retribuzioni sono al palo e che stanno agli ultimi posti nel raffronto con gli altri paesi europei, piuttosto che organizzare confronti, si mettano risorse nella legge di Stabilita’: questo e’ un elemento concreto sulla base del quale, poi, possiamo avviare un negoziato vero. Ma, ripeto, se non ci saranno risorse nella legge di Stabilita’ parliamo del nulla”. “Se le anticipazioni apparse sugli organi di stampa fossero vere – spiega invece Pantaleo – noi non siamo per niente tranquilli perche’ in pratica verrebbe riproposto il modello Gelmini. Aspettiamo pero’ un testo perche’ questa ministra dice tutto e il contrario di tutto, buttando frasi li’, forse cercando piu’ un effetto mediatico che altro. Per noi il primo punto e’ il contratto e la certezza delle risorse per la scuola”. Entrando piu’ in particolare nella questione delle supplenze, che il ministro Giannini ha annunciato di voler rivedere profondamente, “non si tratta della loro eliminazione tout court, ma di un modo diverso di programmarle”, sostiene Di Menna aggiungendo che “in via di principio, prevedere l’organico funzionale di reti di scuole non solo e’ condivisibile ma e’ una richiesta che abbiamo fatto da tempo come sindacato. E’ una cosa – evidenzia il sindacalista – che tra l’altro e’ gia’ prevista in un decreto legislativo del governo Monti, sul quale pero’ manca l’ok del ministero dell’Economia. Basta quindi risolvere questo problema e dare piena attuazione a quel decreto, che giace nei cassetti del dicastero di Viale Trastevere”.
“Bisogna capire cosa intende Giannini per organico funzionale di rete”, sottolinea ancora Pantaleo, ribadendo che “per noi occorre superare la distinzione tra organico di diritto e organico di fatto, stabilizzando chi e’ precario e quindi creando un organico stabile”. “Aspettiamo cosa verra’ fuori dal Cdm del 29 agosto – dice Scrima – perche’ non sappiamo ancora se si tratta di interventi di natura ordinamentale o sui programmi scolastici o sulla professionalita’ del personale docente. Certamente, la rivendicazione dell’organico funzionale il sindacato la fa da anni. Le supplenze sarebbero comunque biennali o triennali e in seguito si porrebbe sempre il problema della stabilizzazione di questi insegnanti”. Per quanto riguarda poi l’ingresso di privati nella scuola, secondo Di Menna “il problema e’ trovarli questi privati perche’ al momento non ci risulta che ce ne siano pronti a fare una corsa per investire in questo settore”.
E sull’eventuale detassazione delle iscrizioni negli istituti privati la Flc Cgil e’ sul piede di guerra: “noi siamo assolutamente contrari – avverte Pantaleo – e siamo pronti a dare battaglia perche’ sarebbe togliere risorse alla scuola pubblica a favore della scuola privata”. La strada sembra quindi tutta in salita. (AGI) .

MATURITA': UNGARETTI, ANNI '70 E FRASE ANDY WARHOL

La sigaretta elettronica fa male. L’Oms, “vietarla ai minori”

 I governi dovrebbero bandire le sigarette elettroniche, le cosiddette e-cigarette, ai minori.
  Il monito arriva dall’Organizzazione mondiale della Sanita’, Oms secondo cui le bionde elettroniche rappresenterebbero “una seria minaccia” per i giovani e per le donne incinte. L’Oms ha anche ribadito la necessita’ che le e-cigarette non vengano utilizzate nei luoghi pubblici, almeno fino a quando non sara’ dimostrato che le loro esalazioni non sono nocive. In un rapporto l’Oms spiega che anche l’ipotesi che la sigaretta elettronica possa aiutare ad abolire la dipendenza dal tabacco e’ “limitata” dal momento che in molti casi si osserva solo una diminuzione del numero di sigarette fumate. L’Oms sollecita anche una regolamentazione in materia e ricorda che tra gli effetti negativi delle e-cigarette ci sono la dipendenza da nicotina., effetti irritanti per occhi, naso e gola, rischi per gli stati di gravidanza per via dell’adozione di sostanze tossiche. L’Oms ricorda anche i dati del ‘boom’ della e-cigarette: 466 marchi nel 2014 in tutto il mondo per una cifra spesa globalmente (dato del 2013) di 3 miliardi di dollari. Con un potenziale aumento delle vendite del 17% da qui al 2030. “L’Italia “anche grazie alla lungimiranza del provvedimento del 2013 del ministro Lorenzin che ha disposto il divieto di vendita ai minori, si trova in una posizione di avanguardia rispetto a molti altri paesi”, segno di una “estrema e doverosa attenzione nei confronti delle fasce piu’ giovani della popolazione”. Cosi’ il presidente di Anafe-Confindustria Massimiliano Mancini commenta l’allerta dell’Organizzazione Mondiale della Sanita’ sulla diffusione delle e-cig tra i giovani e la richiesta ai governi di vietarle ai minori. In Italia il tema e’ molto dibattuto, e’ ancora irrisolta la questione della tassazione (sospesa dal Tar in attesa della Corte Costituzionale) ma, insiste Mancini “dal punto di vista delle regole, l’Italia e’ un esempio a livello mondiale, avendo anche approvato norme che definiscono in maniera chiara e decisa la pubblicita’ delle e-cig, con limitazioni a fasce orarie e a specifici mezzi di comunicazione, proprio a difesa dei minori”. “D’altra parte”, prosegue Mancini, “per quanto riguarda i divieti nei luoghi pubblici auspicati dall’Oms, l’attuale normativa, che prevede gia’ divieti in scuole e ospedali, sta funzionando nel nostro Paese senza criticita’ ed e’ anzi la piu’ avanzata in Europa”.
  (AGI) .

migliorsalute

Siria,”esecuzioni Is ogni venerdi’” Bambini costretti a partecipare

Esecuzioni pubbliche, amputazioni, fustigazioni e finte crocifissioni hanno luogo ogni venerdi’ nelle zone della Siria controllate dallo Stato islamico (Is).
  E’ la denuncia della Commissione d’inchiesta indipendente Onu sui diritti umani che, in un rapporto, parla di uno “spettacolo comune” a Raqqa, citta’ roccaforte degli jihadisti, e nelle zone controllate dall’Is nel governatorato di Aleppo. “Nelle zone siriane sotto il controllo dello Stato islamico, in particolare nel nord e nel nordest del Paese, “i venerdi’ sono contrassegnati regolarmente da esecuzioni, amputazioni e fustigazioni sulla pubblica piazza”, si sottolinea nel rapporto della Commissione, della quale fa parte anche Carla del Ponte, il magistrato svizzero ex procuratore capo del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia.
  Gli jihadisti costringono i civili, tra cui i bambini, a partecipare alle esecuzioni e “i cadaveri rimangono esposti per diversi giorni per terrorizzare la popolazione locale”. Nelle 45 pagine del rapporto sulla situazione nel Paese, sono descritte le decapitazioni di ragazzini di appena 15 anni, la fustigazione di uomini colpevoli di aver fumato o accompagnato una familiare vestita in modo “inappropriato”, o donne frustate per non aver coperto il volto.
  Lo Stato islamico nel suo ‘califfato’ tra Iraq e Siria, secondo il rapporto Onu, sta inoltre reclutando e addestrando bambini di 10 anni da utilizzare per combattere o da trasformare in kamikaze. .

agi

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Papa Francesco e quel sorso di mate prima dell’Udienza Tra la folla in jeep, sorseggia lo speciale te’ argentino in Piazza San Pietro

Dopo la pausa di luglio e dopo le prime due udienze generali di agosto svoltesi nell’Aula Paolo VI, l’incontro settimanale con i fedeli di papa Francesco è tornato oggi in Piazza San Pietro. Come era gia’ successo al tre volte, il pontefice sorseggia con la cannuccia la bevanda argentina

Sono presenti circa 12 mila persone. Il Papa è entrato in piazza sulla “papamobile” scoperta, per il giro tra la folla plaudente.

ansanews

 

Festival dell’Oriente 31 Ottobre – 1-2 Novembre 2014 Carrarafiere – Marina di Carrara

Esplorare l’Universo d’Oriente

Immergersi nelle culture e nelle tradizioni di un Continente sconfinato. Il 31 Ottobre e l’1 e 2 Novembre al complesso fieristico Carrarafiere, torna la magia dell’Oriente. Dopo l’ennesimo straordinario successo della sesta e settima edizione, tenutesi rispettivamente a Milano e, per la prima volta, a Roma, Il Festival torna a Carrara, nella sua sede d’origine, per la ottava edizione. Mostre fotografiche, bazar, stand commerciali, gastronomia tipica, cerimonie tradizionali, spettacoli folklorisitici, medicine naturali, concerti, danze e arti marziali si alterneranno nelle numerose aree tematiche dedicate ai vari paesi in un continuo ed avvincente susseguirsi di show, incontri, seminari ed esibizioni. Interagisci e sperimenta gratuitamente decine di terapie tradizionali, visita il settore dedicato alla salute e al benessere con i suoi padiglioni dedicati alle terapie olistiche le discipline bionaturali,lo yoga, ayurvedica, fiori di bach, theta healing, meditazione, spazio vegano, reiki, massaggi, ci kung, tai chi chuan, shiatsu, tuina, bio musica, rebirthing, integrazione posturale, e molte altre ancora. Lasciati trasportare nella magia dell’oriente: India, Cina, Giappone, Thailandia, Indonesia, Marocco, Filippine, Malesia ,Vietnam, Mongolia, Nepal, Birmania, Cambogia ect…

Ti aspettano con i colori, le musiche ed i profumi di terre lontane.

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Pappagallo Papa fa doccia e nomina Dudù

(ANSA) – MILANO, 26 AGO – Anche Amore, il pappagallo famoso per essere stato fotografato con il Papa in piazza San Pietro, ha fatto la doccia gelata per la lotta alla Sla nominando per la Ice bucket challange Dudù, il cane di Francesca Pascale e Silvio Berlusconi. Il padrone di Amore – Francesco Lombardi, in arte Ghyblj, una carriera come spogliarellista e attore – ha versato, filmando la scena, un secchiello di ghiaccio tritato sul pappagallo che ha già partecipato al dopofestival e a Estate in diretta sulla Rai.

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La guerra a Gaza dopo 50 giorni è finita: l’Egitto è riuscito a mettere d’accordo Hamas e Israele per un cessate il fuoco “illimitato”

dalle 18 italiane le armi hanno cominciato a tacere dopo una giornata che ha segnato, anche dopo quell’ora, un fitto lancio di razzi dalla Striscia sui villaggi nei pressi della frontiera con l’enclave palestinese. Le ultime vittime prima dell’inizio della tregua sono state due civili israelianicentrati da un colpo di mortaio, mentre i raid di risposta dello Stato ebraico hanno fatto tre morti a Gaza.

L’accordo – annunciato da Hamas e confermato a nome dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) dal presidente Abu Mazen con un messaggio tv – ha posto fine alla più lunga operazione di Israele nei confronti della Striscia, cominciata lo scorso 8 luglio dopo il continuo lancio di razzi da Gaza.

Spari in aria e grida di gioia: “Dio è grande, la resistenza palestinese ha vinto”. Un fiume di gente si è riversato per le strade di Gaza per festeggiare la notizia del cessate il fuoco “illimitato” raggiunto con la mediazione egiziana. Dalle tv controllate da Hamas, i portavoce della fazione islamica parlano di “grande vittoria” contro Israele.

L’intesa è stata salutata da un sospiro di sollievo da più parti: gliStati Uniti, ha affermato Jen Psaki, portavoce del Dipartimento di Stato, esprimono “sostegno totale”. Il ministro degli Esteri Federica Mogherini ha detto che “ora è necessario che israeliani e palestinesi avviino al più presto negoziati per una tregua duratura e un’intesa politica che porti finalmente a una soluzione stabile del conflitto”. Nel dare il benvenuto alla tregua a Gaza, il Segretario Generale dell’OnuBan Ki moon ha auspicato che il cessate il fuoco “sia un preludio a un processo politico come unica strada per raggiungere una pace duratura”. Gli Usa “sostengono fortemente l’accordo di cessate il fuoco” tra Israele e Hamas e auspicano “che sia sostenibile e duraturo”, ha affermato il segretario di Stato John Kerry, aggiungendo che “appena sara’ ripristinata la calma dovra’ essere accelerata la necessaria assistenza alla popolazione di Gaza, e gli Stati Uniti e la comunita’ internazionale sono pienamente impegnati a sostenere tale sforzo”.

In questi 50 giorni di guerra su Israele sono caduti – secondo l’esercito – 4562 razzi e colpi di mortaio, mentre l’aviazione israeliana ha attaccato 5262 obiettivi a Gaza. E in Israele non tutti sembrano d’accordo con il cessate il fuoco.

L’accordo per il cessate il fuoco a Gaza prevede, “simultaneamente”, una serie di misure per togliere il blocco alla Striscia e “andare incontro ai bisogni della popolazione”. E’ quanto afferma una fonte palestinese che ha chiesto l’anonimato all’agenzia egiziana Mena.

Col prolungarsi del conflitto con Hamas il sostegno al premier israeliano Benyamin Netanyahu per la conduzione delle operazioni militari è crollato. Ha toccato l’82 per cento il mese scorso con l’inizio delle operazioni terrestri a Gaza; la settimana scorsa, quando era in vigore un fragile tregua, e’ calato al 55%. Adesso – riferisce la televisione commerciale Canale 2 – con la ripresa di massicci bombardamenti di Hamas e’ di appena il 38 per cento.

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Santo del giorno 27 Agosto Santa Monica

Tagaste, attuale Song-Ahras, Algeria, c. 331 – Ostia, Roma, 27 agosto 387

Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 332. Da giovane studiò e meditò la Sacra Scrittura. Madre di Agostino d’Ippona, fu determinante nei confronti del figlio per la sua conversione al cristianesimo. A 39 anni rimase vedova e si dovette occupare di tutta la famiglia. Nella notte di Pasqua del 387 poté vedere Agostino, nel frattempo trasferitosi a Milano, battezzato insieme a tutti i familiari, ormai cristiano convinto profondamente. Poi Agostino decise di trasferirsi in Africa e dedicarsi alla vita monastica. Nelle «Confessioni» Agostino narra dei colloqui spirituali con sua madre, che si svolgevano nella quiete della casa di Ostia, tappa intermedia verso la destinazione africana, ricevendone conforto ed edificazione; ormai più che madre ella era la sorgente del suo cristianesimo. Monica morì, a seguito di febbri molto alte (forse per malaria), a 56 anni, il 27 agosto del 387. Ai figli disse di seppellire il suo corpo dove volevano, senza darsi pena, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. (Avvenire)

Patronato: Donne sposate, Madri, Vedove

Etimologia: Monica = la solitaria, dal greco

Martirologio Romano: Memoria di santa Monica, che, data ancora giovinetta in matrimonio a Patrizio, generò dei figli, tra i quali Agostino, per la cui conversione molte lacrime versò e molte preghiere rivolse a Dio, e, anelando profondamente al cielo, lasciò questa vita a Ostia nel Lazio, mentre era sulla via del ritorno in Africa. 

A Monica si adatta alla perfezione, la definizione che Chiara Lubich fa di Maria nei “Scritti spirituali” (Città Nuova ed.) chiamandola ‘sede della sapienza, madre di casa’; perché Monica fu il tipo di donna che seppe appunto imitare Maria in queste virtù, riuscendo ad instillare la sapienza nel cuore dei figli, donando al mondo quel genio che fu Aurelio Agostino, vescovo e Dottore della Chiesa.
Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 332 in una famiglia di buone condizioni economiche e profondamente cristiana; contrariamente al costume del tempo, le fu permesso di studiare e lei ne approfittò per leggere la Sacra Scrittura e meditarla.
Nel pieno della giovinezza fu data in sposa a Patrizio, un modesto proprietario di Tagaste, membro del Consiglio Municipale, non ancora cristiano, buono ed affettuoso ma facile all’ira ed autoritario.
Per il suo carattere, pur amando intensamente Monica, non le risparmiò asprezze e infedeltà; tuttavia Monica riuscì a vincere, con la bontà e la mansuetudine, sia il caratteraccio del marito, sia i pettegolezzi delle ancelle, sia la suscettibilità della suocera.
A 22 anni le nacque il primogenito Agostino, in seguito nascerà un secondo figlio, Navigio ed una figlia di cui s’ignora il nome, ma si sa che si sposò, poi rimasta vedova divenne la badessa del monastero femminile di Ippona.
Le notizie che riportiamo sono tratte dal grande libro, sempre attuale e ricercato anche nei nostri tempi, le “Confessioni”, scritto dal figlio Agostino, che divenne così anche il suo autorevole biografo. Da buona madre diede a tutti con efficacia, una profonda educazione cristiana; dice s. Agostino che egli bevve il nome di Gesù con il latte materno; il bambino appena nato fu iscritto fra i catecumeni, anche se secondo l’usanza del tempo non fu battezzato, in attesa di un’età più adulta; crebbe con l’insegnamento materno della religione cristiana, i cui principi saranno impressi nel suo animo, anche quando era in preda all’errore.
Monica aveva tanto pregato per il marito affinché si ammansisse ed ebbe la consolazione, un anno prima che morisse, di vederlo diventare catecumeno e poi battezzato sul letto di morte nel 369.
Monica aveva 39 anni e dové prendere in mano la direzione della casa e l’amministrazione dei beni, ma la sua preoccupazione maggiore era il figlio Agostino, che se da piccolo era stato un bravo ragazzo, da giovane correva in modo sfrenato dietro i piaceri del mondo, mettendo in dubbio persino la fede cristiana, così radicata in lui dall’infanzia; anzi egli aveva tentato, ma senza successo, di convincere la madre ad abbandonare il cristianesimo per il manicheismo, riuscendoci poi con il fratello Navigio.
Il Manicheismo era una religione orientale fondata nel III secolo d.C. da Mani, che fondeva elementi del cristianesimo e della religione di Zoroastro, suo principio fondamentale era il dualismo, cioè l’opposizione continua di due principi egualmente divini, uno buono e uno cattivo, che dominano il mondo e anche l’animo dell’uomo.
Le vicende della vita di Monica sono strettamente legate a quelle di Agostino, così come le racconta lui stesso; lei rimasta a Tagaste continuò a seguire con trepidazione e con le preghiere il figlio, trasferitosi a Cartagine per gli studi, e che contemporaneamente si dava alla bella vita, convivendo poi con un’ancella cartaginese, dalla quale nel 372, ebbe anche un figlio, Adeodato.
Dopo aver tentato tutti i mezzi per riportarlo sulla buona strada, Monica per ultimo gli proibì di ritornare nella sua casa. Pur amando profondamente sua madre, Agostino non si sentì di cambiare vita, ed essendo terminati con successo gli studi a Cartagine, decise di spostarsi con tutta la famiglia a Roma, capitale dell’impero, di cui la Numidia era una provincia; anche Monica decise di seguirlo, ma lui con uno stratagemma la lasciò a terra a Cartagine, mentre s’imbarcavano per Roma.
Quella notte Monica la passò in lagrime sulla tomba di s. Cipriano; pur essendo stata ingannata, ella non si arrese ed eroicamente continuò la sua opera per la conversione del figlio; nel 385 s’imbarcò anche lei e lo raggiunse a Milano, dove nel frattempo Agostino, disgustato dall’agire contraddittorio dei manichei di Roma, si era trasferito per ricoprire la cattedra di retorica.
Qui Monica ebbe la consolazione di vederlo frequentare la scuola di s. Ambrogio, vescovo di Milano e poi il prepararsi al battesimo con tutta la famiglia, compreso il fratello Navigio e l’amico Alipio; dunque le sue preghiere erano state esaudite; il vescovo di Tagaste le aveva detto: “È impossibile che un figlio di tante lagrime vada perduto”.
Restò al fianco del figlio consigliandolo nei suoi dubbi e infine, nella notte di Pasqua del 387, poté vederlo battezzato insieme a tutti i familiari; ormai cristiano convinto profondamente, Agostino non poteva rimanere nella situazione coniugale esistente; secondo la legge romana, egli non poteva sposare la sua ancella convivente, perché di ceto inferiore e alla fine con il consiglio di Monica, ormai anziana e desiderosa di una sistemazione del figlio, si decise di rimandare, con il suo consenso, l’ancella in Africa, mentre Agostino avrebbe provveduto per lei e per il figlio Adeodato, rimasto con lui a Milano.
A questo punto Monica pensava di poter trovare una sposa cristiana adatta al ruolo, ma Agostino, con sua grande e gradita sorpresa, decise di non sposarsi più, ma di ritornare anche lui in Africa per vivere una vita monastica, anzi fondando un monastero.
Ci fu un periodo di riflessione, fatto in un ritiro a Cassiciaco presso Milano, con i suoi familiari ed amici, discutendo di filosofia e cose spirituali, sempre presente Monica, la quale partecipava con sapienza ai discorsi, al punto che il figlio volle trascrivere nei suoi scritti le parole sapienti della madre, con gran meraviglia di tutti, perché alle donne non era permesso interloquire.
Presa la decisione, partirono insieme con il resto della famiglia, lasciando Milano e diretti a Roma, poi ad Ostia Tiberina, dove affittarono un alloggio, in attesa di una nave in partenza per l’Africa.
Nelle sue ‘Confessioni,’ Agostino narra dei colloqui spirituali con sua madre, che si svolgevano nella quiete della casa di Ostia, ricevendone conforto ed edificazione; ormai più che madre ella era la sorgente del suo cristianesimo; Monica però gli disse anche che non provava più attrattiva per questo mondo, l’unica cosa che desiderava era che il figlio divenisse cristiano, ciò era avvenuto, ma non solo, lo vedeva impegnato verso una vita addirittura di consacrato al servizio di Dio, quindi poteva morire contenta.
Nel giro di cinque-sei giorni, si mise a letto con la febbre, perdendo a volte anche la conoscenza; ai figli costernati, disse di seppellire quel suo corpo dove volevano, senza darsi pena, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’altare del Signore. Agostino con le lagrime agli occhi le dava il suo affetto, ripetendo “Tu mi hai generato due volte”.
La malattia (forse malaria) durò nove giorni e il 27 agosto del 387, Monica morì a 56 anni. Donna di grande intuizione e di straordinarie virtù naturali e soprannaturali, si ammirano in lei una particolare forza d’animo, un’acuta intelligenza, una grande sensibilità, raggiungendo nelle riunioni di Cassiciaco l’apice della filosofia.
Rispettosa e paziente con tutti, resisté solo al figlio tanto amato, che voleva condurla al manicheismo; era spesso sostenuta da visioni, che con sicuro istinto, sapeva distinguere quelle celesti da quelle di pura fantasia.
Il suo corpo rimase per secoli, venerato nella chiesa di S. Aurea di Ostia, fino al 9 aprile del 1430, quando le sue reliquie furono traslate a Roma nella chiesa di S. Trifone, oggi di S. Agostino, poste in un artistico sarcofago, scolpito da Isaia da Pisa, sempre nel sec. XV.
Santa Monica, considerata modello e patrona delle madri cristiane, è molto venerata; il suo nome è fra i più diffusi fra le donne. La sua festa si celebra il 27 agosto, il giorno prima di quella del suo grande figlio il vescovo di Ippona s. Agostino, che per una singolare coincidenza, morì il 28 agosto 430.


Autore: 
Antonio Borrelli – santiebeati.it

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Papa Luciani: Card. Stella, Francesco lo ricorda dal vivo

news(ASCA) – Canale d’Agordo (BL), 26 ago 2014 – Papa Francesco come Papa Luciani. Il confronto lo ha proposto oggi, a Canale d’Agordo, il paese natale di Giovanni Paolo I, il cardinale Beniamino Stella, presidente della Congregazione per il clero, presiedendo la solenne concelebrazione in occasione dell’anniversario dell’elezione a pontefice di Albino Luciani, il 26 agosto 1978. ”Ringraziamo il Signore – ha detto – per il dono alla Chiesa che e’ oggi papa Francesco, il quale con il suo sorriso, la sua semplicita’, la sua umanita’ e il suo non risparmiarsi per il servizio alla Chiesa ci fa ricordare con profondo affetto, direi molto al vivo, il ”nostro” Papa Luciani”. Papa Luciani sara’ ricordato – secondo Stella – ”soprattutto come un modello di vita sacerdotale; un sacerdote trasparente, zelante e senza ipocrisia, con una vita tutta volta a rendere visibile e credibile la sostanza del Vangelo – nell’umilta’, nella carita’ e nella poverta’ – con una stupenda coincidenza tra quanto insegnava e quanto praticava e viveva, nella fedelta’ quotidiana alla sua vocazione, in tutto il suo percorso, da giovane prete fino alla Cattedra di Pietro”. Un ”sacerdote esemplare”, ha insistito Stella, che ”ha voluto un gran bene ai suoi preti, anche a quelli che lo hanno fatto soffrire”. fdm/vlm

Da Curcio ai poveri dell’ Etiopia Frate Mitra: i br? Ora siamo amici: prete ora sposato in missione  

prete

DAL NOSTRO INVIATO ADUA – Ricordate Frate Mitra, Silvano Girotto, parroco a Chapare, una sperduta regione dell’ Amazzonia, che negli anni ‘ 70, in Bolivia, per combattere la sanguinosa dittatura di Hugo Banzer, fondò il Mir (Movimento de Izquierda Revolutionaria), imbracciò il mitra e si diede alla guerriglia? Il prete, allora si chiamava Padre Leone, che durante il colpo di Stato di Augusto Pinochet in Cile (l’ 11 settembre 1973), ricercato dalla polizia si rifugiò, assieme a decine di persone, nell’ ambasciata italiana? Colui che, tornato in Italia, fu infiltrato dal generale Dalla Chiesa nelle Brigate rosse e l’ 8 settembre 1974 fece catturare a Pinerolo, Renato Curcio e Alberto Franceschini? Ebbene, Frate Mitra si è trasferito ad Adua (in Etiopia, a pochi chilometri dal confine con l’ Eritrea) e aiuta la sorella Laura, superiora delle suore salesiane, nella difficile gestione della più bella missione di tutta l’ Africa. Silvano, 66 anni portati benissimo e occhi di un azzurro intenso, si è sposato parecchio tempo fa con Carmen (boliviana e ex guerrigliera anche lei, il suo nome di battaglia era compagna Laura) e ha due figlie che vivono in Italia. La missione salesiana sorge a poche centinaia di metri dalla piana dove il primo marzo 1896 le truppe italiane subirono una storica sconfitta da parte dell’ esercito etiopico del ras Menelik II. L’ esperienza guerrigliera di Silvano Girotto, spesso considerata una «montatura» pilotata da più servizi segreti e usata dell’ allora colonnello Dalla Chiesa per facilitarne l’ infiltrazione nelle Br, è stata seguìta dagli studi in ingegneria: ora cura la parte impiantistica. «Non rimpiango niente del mio passato – racconta -. Ho agito con coerenza e correttezza, sempre al fianco dei più deboli e bisognosi. In Bolivia ho deciso di appoggiare la guerriglia quando ho visto l’ esercito ammazzare oltre 500 persone e una settimana dopo le alte gerarchie della Chiesa celebrare il “Te Deum”, nella cattedrale di La Paz, con invitato d’ onore Banzer. Stessa cosa in Cile, dove noi del Mir avevamo le basi e avevamo trovato rifugio. L’ assassino di Allende, lo stadio dove venivano ammassati i “comunisti”, e il “Te Deum” con i vescovi e Pinochet. Troppo». Se non fosse successo tutto questo sarebbe ancora sacerdote? «Certamente io non ho mai pensato di lasciare il mio ministero. Mi hanno chiesto di abiurare il mio passato, di pentirmi di aver partecipato alla guerriglia. Ci ho pensato e mi sono chiesto se valeva la pena abbandonare la mia gente, tradirla. Ho detto no». Poi si è sposato… «Si, non lo avrei fatto se fossi rimasto prete, come avrei voluto. Ma una volta fuori ho pensato di crearmi una famiglia e Carmen è una donna straordinaria. Mi ha aiutato moltissimo». La «compagna Laura» di una volta è oggi un’ infermiera professionale. Nella missione si fa in quattro per chiunque e la piccola clinica della struttura, nata per aiutare gli studenti, è diventata un punto di riferimento per la popolazione di Adua. «Ci siamo conosciuti durante la guerriglia, poi ci siamo persi di vista quando a Santiago ci siamo rifugiati in ambasciate diverse. Io sono tornato in Italia con il primo aereo che ha rimpatriato i nostri connazionali. Dopo un po’ lei mi ha chiesto aiuto e l’ ho fatta venire da noi». Silvano Girotto, che ha scritto un libro sulla sua storia («Mi chiamavano Padre Mitra») era ad Adua quando è scoppiato il conflitto tra Etiopia ed Eritrea: «Abbiamo aiutato i profughi che arrivavano in missione senza nulla. Almeno centocinquantamila persone sono passate da qui chiedendo aiuto. Chi paga per le guerre è la povera gente. Ho sempre presente nella mia mente Benjamin, un ragazzino che aveva 14 anni. Conservo la sua foto in camera. Era intelligentissimo e voleva fare l’ elettricista. Lo portavo con me a mettere a posto gli impianti della missione. Quando gli ho regalato un cacciavite e una pinza era felicissimo. Un giorno è sparito. Si è arruolato per difendere la sua gente, mi ha detto. So che appena arrivato al fronte me l’ hanno ammazzato». C’ è molta differenza tra l’ America Latina e l’ Africa. «Sono situazioni assai diverse, ma ho visto molti morti sia lì che qui e vorrei non vederli mai più. Desidererei che la Chiesa, cui sono ancora molto legato, facesse di più per i poveri, i diseredati, i paria del mondo. E invece mi accorgo che resta lontana dalla realtà». Una realtà che è sempre più drammatica: fame, carestie, la piaga dell’ Aids. La teologia della liberazione che si sviluppò in Sud America negli anni ‘ 70 avrebbe potuto aiutare? «Certamente, ma la Chiesa di Roma non ne volle sapere. Da un lato l’ apertura di Paolo VI, che addirittura in casi particolarmente drammatici ammetteva la lotta armata, dall’ altro l’ allora cardinale Ratzinger che ispirava i corposi documenti con cui si condannava la teologia della liberazione. Le contraddizioni della Chiesa risiedono nel fatto che non riesce a capire le condizioni della gente del Terzo Mondo. La condanna dei preservativi assomiglia tanto alla condanna inflitta a Galileo. Per ragionare nei villaggi africani non si possono usare gli stessi metri che si adoperano nelle ovattate sale del Vaticano». E i rapporti con i brigatisti che fece catturare? «Li ho incontrati e siamo diventati amici. Abbiamo parlato e discusso. Mi hanno dato ragione. Mi sono associato alla guerriglia in America Latina, in condizioni particolari, sotto la cappa di una feroce dittatura. In Italia non c’ erano le condizioni per la lotta armata. Era assolutamente fuori luogo pensarlo. Da noi non c’ era una dittatura che ammazzava i contadini e la povera gente. Ora anche loro sono d’ accordo con me». Nella trappola scattata a Pinerolo doveva esserci anche Mario Moretti. «Sì, all’ appuntamento doveva esserci anche lui. Ma all’ ultimo momento fu avvisato da una telefonata che se ne stesse lontano. Non so chi l’ abbia avvisato, ma di quell’ incontro sapeva soltanto un pugno di persone e nessun’ altro. Strano che sia sfuggito, vero?». Massimo A. Alberizzi malberizzi@corriere.it LA STORIA Silvano Girotto, 66 anni, meglio conosciuto come Frate Mitra (foto) è l’ uomo che, infiltrato nelle Br, l’ 8 settembre 1974 a Pinerolo, consegnò nelle mani del colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa i capi delle Br: Renato Curcio e Alberto Franceschini. I brigatisti lo cercavano perché esperto guerrigliero. Ex legionario in Algeria negli anni ‘ 50, ex detenuto per furto, nel 1969 diventò frate francescano. Partì per l’ America Latina, missionario fra i poveri, nel 1971. Un colpo di stato lo convinse a schierarsi con i ribelli in Bolivia. Poi, nel 1973 combattè anche in Cile. Proprio a Santiago rimase ferito mentre infuriava la battaglia davanti al palazzo governativo nel quale si era asserragliato Salvador Allende. Tornò in Italia nel 1974 e abbandonò il saio per poi sposarsi con Carmen, anche lei ex guerrigliera boliviana con la quale ha avuto due figlie. Tre anni fa ha scritto un libro: «Mi chiamavano Frate Mitra», edizioni Paoline, in cui racconta la sua storia.

Alberizzi Massimo

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(25 aprile 2005) – Corriere della Sera

L’annuncio choc del prete: “Lascio”

San Benedetto (Bologna), 26 agosto 2014 – Una decisione difficile, maturata dopo una lunga riflessione e annunciata pubblicamente ai fedeli al termine della consueta messa domenicale. Don Flavio Masotti, 37anni, parroco delle chiese di Pian del Voglio, Montefredente, Sant’Andrea e Qualto, nel comune di San Benedetto Val di Sambro, ha lasciato per sempre l’abito sacerdotale. E’ stata una vera e propria notizia choc che ha sconvolto un’intera comunità. Da tempo in paese serpeggiavano delle voci sulla questione, alle quali nessuno però aveva mai voluto credere. E invece domenica è giunta l’inaspettata doccia fredda.

Durante le funzioni celebrate nelle quattro parrocchie gremite, tra applausi e momenti di commozione, don Flavio, amato e stimato da tutti i parrocchiani per la sua grande serietà e disponibilità, ha annunciato quello che nessuno si aspettava. Lascia la sua gente, la sua chiesa e soprattutto lascia la tonaca dopo quattro anni di vicariato nella zona Setta, Savena e Sambro.

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Papa vuole ‘necessario rigore’ per ex nunzio accusato pedofilia

L’ex nunzio mons. Jozef Wesolowski ha proposto appello alla sentenza canonica di primo grado di condanna alla dimissione dallo stato clericale per atti di pedofilia. Il giudizio all’ex Sant’Uffizio, dice padre Lombardi, è previsto nel corso delle prossime settimane, probabilmente in ottobre.

In attesa anche del processo penale, il Papa “si mantiene attentamente informato” e vuole che “sia affrontato con tutto il giusto e necessario rigore”.

Mons. Wesolowski, ha dichiarato il direttore della sala stampa vaticana rispondendo a domande di giornalisti sul caso dell’ex nunzio a Santo Domingo giudicato per abusi sessuali su minori, “ha proposto recentemente appello – entro il termine prescritto di due mesi – alla sentenza canonica di primo grado di condanna alla dimissione dallo stato clericale. Il relativo giudizio presso la Congregazione della Dottrina della Fede e’ previsto in tempi brevi, nel corso delle prossime settimane (probabilmente in ottobre)”. In ogni caso, ha proseguito il portavoce vaticano, mons. Wesolowski “ha già cessato le funzioni diplomatiche e perduto la connessa immunità e, come già dichiarato in precedenza, il procedimento penale presso gli organi giudiziari civili vaticani proseguirà non appena la sentenza canonica sarà definitiva”. In riferimento a quanto apparso in questi giorni su organi di stampa, dice padre Lombardi, “bisogna osservare che le Autorità della Santa Sede – fin da quando il caso è stato loro proposto – si sono mosse tempestivamente e correttamente, alla luce dello status specifico di cui mons. Wesolowski godeva come rappresentante diplomatico della Santa Sede. Ciò sia in occasione del suo richiamo a Roma, sia nella trattazione del caso in contatto con le Autorità della Repubblica Dominicana”. Secondo il portavoce vaticano, “lungi da ogni intenzione di copertura, ciò dimostra, invece, l’assunzione piena e diretta di responsabilità da parte della Santa Sede anche in un caso così grave e delicato, su cui il Papa Francesco si mantiene attentamente informato e che vuole sia affrontato con tutto il giusto e necessario rigore”. “Si deve infine osservare – conclude Lombardi – che, avendo mons. Wesolowski cessato le funzioni diplomatiche con la connessa immunità, potrebbe essere soggetto a procedimenti giudiziari anche da parte di altre magistrature che ne abbiano eventuale titolo”.

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