È l’inizio della fine per la Chiesa nella Chiesa? Non è arrivato il momento giusto per rompere anche il muro di omertà mediatica sul Meeting di Rimini?

Quelle notizie su CL che nessun giornale vuole pubblicare

di Ernesto Milanesi

“il manifesto” del 16 luglio 2014

A poco più di un mese dall’inaugurazione del Meeting di Rimini 2014, la fraternità religiosa di Comunione e liberazione con la Compagnia delle Opere e la Fondazione per la sussidiarietà sono impegnate nel marketing dell’evento che non deve essere oscurato nemmeno dal forfait del premier Matteo Renzi.

Grandi quotidiani, televisioni pubbliche e non, comunicazione istituzionale sembrano adeguarsi preventivamente. Almeno tre rilevanti notizie non hanno trovato eco nei media, anche se mantengono l’interesse di social network e web…

La prima riguarda il reverendo monsignor Mauro Inzoli per cui il 9 dicembre 2012 il vescovo di Crema aveva disposto «la dimissione dallo stato clericale», confermata il 12 giugno scorso dal provvedimento emanato dalla Congregazione per la dottrina della fede. Comportamenti scandalosi, pedofilia, abuso su minori: lo si legge chiaro e tondo nel comunicato ufficiale della Diocesi. E – finora — soltanto nelle cronache della Provincia di Cremona e nella puntuale, documentata e costante «campagna di controinformazione» di Wu Ming Foundation. Si tratta dell’ex vicepresidente della CdO, fondatore del Banco Alimentare, ex rettore dell’Istituto Santa Dorotea di Napoli, ma soprattutto fin dal 1984 presidente dell’associazione ciellina che a Crema riceveva in affidamento minori in difficoltà. Notizia, di fatto, censurata a livello nazionale da sempre. Un caso clamoroso «regolato» solo dal Vaticano. Ma Franco Bordo (deputato Sel) non si accontenta e ha firmato un sintomatico esposto alla locale Procura della Repubblica…

La seconda notizia è la sentenza del Tribunale civile di Padova. Ha condannato Graziano Debellini, leader carismatico di Cl a Nord Est, a risarcire con 25.405 euro Luigi De Magistris, attuale sindaco di Napoli. Un duello personale che risale al 2008 quando i vertici ciellini finiscono nell’occhio del ciclone per l’inchiesta della Guardia di finanza e della magistratura sull’utilizzo dei fondi europei. Era la «Why Not veneta» che ha rimesso in discussione l’anima candida dei seguaci di don Giussani. In primo grado, con rito abbreviato, quattro condanne per truffa aggravata e continuata: spicca il nome di Alberto Raffaelli, che fra il fallimento di K Communication Srl e la letteratura locale si è anche preoccupato dell’immagine del sindaco leghista Flavio Tosi. Per l’imputato Debellini, invece, era scattata la prescrizione. Ora la condanna a causa delle dichiarazioni rilasciate nel 2010, al momento del rinvio a giudizio: «Questa è una decisione figlia della cultura alla De Magistris. L’atteggiamento dei pm è frutto di cattiveria, pregiudizi e teorie ideologiche, appunto alla De Magistris. L’inchiesta su di noi è nata perché qualcuno voleva imitare l’inchiesta Why Not. C’erano degli sceriffi che avevano pensato che fosse la loro grande occasione di visibilità».

Infine, la drastica decisione del patriarca di Venezia Francesco Moraglia appena annunciata con un intervento nel settimanale diocesano Gente Veneta. «È preciso convincimento del Patriarca — che è anche Gran Cancelliere della Fondazione Studium Generale Marcianum — che il contesto attuale richieda segni di novità nell’intendere e vivere i rapporti tra le istituzioni civili e quelle ecclesiali. In tal senso, si ritiene necessario che vada ripensato e giunga ormai a termine il rapporto esistente tra

la Fondazione e il Consorzio Venezia Nuova». Parole inequivocabili, rispetto anche alle «interlocuzioni» fra i cannibali del Mose e il ciellino Angelo Scola documentate nei faldoni della Procura.

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