Preti e abusi sessuali su minori

L’ex arcivescovo della Repubblica Dominicana, mons. Jozef Wesolowski, è stato condannato dalla giustizia canonica e ora rischia l’arresto. L’ex parroco di due frazioni del cunese, Martin Varkey Parappillil, è stato condannato in cassazione a 4 anni e mezzo per atti sessuali con minori e detenzione di materiale pedopornografico.

La giustizia penale e quella canonica, non ci stanno: niente sconti per chi dietro una croce si macchia di atroci delitti, approfittandosi dei più deboli e ingenui, i bambini. Dalla Città del Vaticano la notizia della conclusione del primo grado del processo canonico a carico dell’ex arcivescovo, mons. Jozef  Wesolowski, di istanza nellaRepubblica Dominicana. Il giudizio per abusi sessuali su minori, si è svolto presso l’ex Sant’ Uffizio e si è chiuso con una condanna alla dimissione dallo stato clericale.

abusi preti sui minori condanne

La stampa vaticana ha assicurato che “Saranno adottati tutti i provvedimenti adeguati alla gravità del caso” e l’ex sacerdote rischia ora l’arresto. Il termine ultimo per appellare la sentenza di primo grado, scade tra due mesi.

Senza appello invece, la condanna della Cassazione nei confronti dell’ex sacerdote Martin Varkey Parappillil, accusato di aver intrattenuto rapporti sessuali non consenzienti con minori, e detenzione dimateriale pedopornografico. L’ex parroco di Murazzano e Marsaglia, frazioni in provincia di Cuneo, e ancor prima, di Mallare, in provincia di Savona, dovrà scontare 4 anni e mezzo di reclusione in carcere. La Suprema Corte ha infatti confermato quanto sancito nella sentenza di appello, che aveva condannato l’ex sacerdote fermato, all’aereoporto di Malpensa, mentre tentava di darsi alla fuga verso l’India. Era il marzo 2012.

urbanpost.it

Autobiografia di un cattolico marginale

Giovanni Franzoni, Autobiografia di un cattolico marginale, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli (Cz), 2014, pp. 261

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Titolo Autobiografia di un cattolico marginale
Autore Franzoni Giovanni
Prezzo € 13,60
(Prezzo di copertina € 16,00)
Dati 2014, 262 p., ill., brossura

di Salvatore Vento

 

La lettura dell’autobiografia di Giovanni Franzoni, che si autodefinisce “cattolico marginale”, è ricca di insegnamenti per capire l’evoluzione della Chiesa istituzionale nei rapporti con la contemporaneità, negli anni della generazione del ’68 e della contestazione. Essa è stata trascritta da dettatura registrata perché il protagonista – scrivono nella nota introduttiva Salvatore Ciccarello e Antonio Guagliumi, della Comunità cristiana di base di San Paolo (Roma) – ha perso quasi totalmente l’uso della vista. Alcune sue intuizioni di quarant’anni fa, come quella della libertà politica dei cattolici che a lui tanto costò, godono già ora di normale cittadinanza nella Chiesa; altre, come l’auspicio di una Chiesa povera e libera da interessi mondani, costituiscono il filo conduttore di papa Francesco. In questa prospettiva più che di un cattolico marginale, forse bisognerebbe parlare di uno dei tanti profeti che nella testimonianza del Vangelo hanno incontrato la verità nella storia. Non dobbiamo dimenticare che le “esperienze pastorali” di don Milani nel 1958 furono condannate dalla gerarchia cattolica e oggi il papa argentino, nell’assemblea sulla scuola, cita il priore di Barbiana come un esempio da seguire.

Il libro comprende otto capitoli più un’appendice di lettere, documenti, fotografie. Giovanni Franzoni (classe 1928) nel 1950 entrò nel Monastero benedettino di San Paolo, diventò abate nel 1964 e partecipò alle ultime due sessioni del Concilio Vaticano II (che peraltro fu annunciato da Giovanni XXIII proprio in questa abbazia). Era il più giovane, almeno degli italiani: aveva 36 anni. Nel 1973 viene “ridotto allo stato laicale” e inizia un nuovo percorso di vita, di sofferenze, ma anche di amore che a 62 anni corona con il matrimonio di una donna giapponese, Yukiko.

Diamo ora direttamente la parola a Franzoni e cominciamo con il Concilio. Dopo il Vaticano I, che aveva proclamato in maniera netta l’infallibilità del papa e che aveva affermato che non c’è salvezza dell’anima al di fuori della Chiesa cattolica, nessuno al vertice curiale sentiva il bisogno di nuovi concili. Le discussioni nelle singole commissioni e gli interventi in aula erano in latino, lingua morta che tuttavia per la Chiesa continuava a essere lingua universale. Sullo scottante problema del celibato, avocato a sé da Paolo VI e quindi non discusso durante il Concilio, Franzoni afferma: questo problema va urgentemente ristudiato tenendo conto delle Scritture e dell’esperienza delle Chiese dei primi secoli, dove il celibato obbligatorio non esiste, come non esiste, salvo alcuni casi, nel cattolicesimo di rito orientale, per non parlare delle Chiese riformate, mentre da noi crea tante tensioni e priva la Chiesa dell’apporto di persone valide.

Subito dopo il Concilio, prosegue Franzoni, si cominciò a dire che i documenti dovevano essere interpretati alla luce della tradizione e che per alcuni i tempi non erano maturi. E il “rivoluzionario” abate, che fino al 1972 aveva sempre votato per gli uomini della sinistra Dc, poi con discrezione si avvicinò al Mpl (Movimento popolare dei lavoratori) fondato dall’aclista Livio Labor. Il suo progressivo spostamento a sinistra preoccupò la gerarchia vaticana che lo costrinse alle dimissioni. Il giornale “Il Tempo” di Roma, appresa la notizia, esultò di gioia: “L’abate rosso si è messo da parte, speriamo che stia tranquillo”. Il 31 luglio 1976 l’ex sant’Uffizio emanò la sentenza di riduzione allo stato laicale motivata in particolare per le posizioni assunte in occasione del referendum sul divorzio e di quello sull’aborto e per il voto al Pci.

Mentre elogia le iniziative di Paolo VI (Populorum progressio del 1967 e Octogesima adveniens del 1971), Franzoni appare  molto critico su Giovanni Paolo II perché il papa polacco ha soppresso tutti i fermenti teologici, ormai ghettizzati in periferia, togliendo la cattedra a teologi e teologhe che pensavano liberamente.

Ecco come descrive con onestà e senza ipocrisie la sua vita privata con Yukiko: “Nell’aprile del 1990 ci siamo sposati con il rito civile all’ambasciata italiana a Tokio, stiamo bene insieme. Non ha mai voluto apparire al mio fianco in comunità, per non mischiare la mia fede con il suo ateismo, ma solo tra gli amici con le loro famiglie. Ha partecipato soltanto alla ‘cena del martedì’ poiché di quella cena apprezzava molto il modo di stare insieme che le ricordava alcuni momenti felici della sua vita politica e di solidarietà in Giappone”. Per quarantasei anni, confessa Giovanni Franzoni, ho conosciuto la castità monastica, affiancata da  amicizie e da affetti sinceri all’interno dell’abbazia. Poi diciassette anni di viaggi, conferenze e politica che mi avevano indurito il cuore e durante i quali ho avuto qualche esperienza affettiva. Mi mancavano i sentimenti intimi, le relazioni tra temperamenti diversi. Ho scoperto la sessualità come arricchimento totale e non come deprivazione di energie che potrebbero essere dedicate al Signore”.

 

Salvatore Vento

 

*L’articolo è uscito sull’inserto culturale di “Conquiste del Lavoro” (settimanale della Cisl) del 21/22 giugno.

Passata la paura, ecco Papa Francesco

Papa Francesco, dopo il malessere di ieri che l’ha indotto ad annullare la visita al Gemelli, stamani ha ripreso la normale attività. Alle 9.30 ha ricevuto in udienza il cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi. A seguire, il presidente del Madagascar, Hery Rajaonarim Ampianina. In programma poi le udienze alla delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli (con un discorso) e al presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, mons. Zygmunt Zimowski.

Prete ammette: «Ho avuto condotte inappropriate»

RAVENNA. Finora aveva sempre scelto la via del silenzio limitandosi a far sapere al suo legale, l’avvocato Battista Cavassi, che sul suo conto «non c’era altro da scoprire». Frase pronunciata nel clou dell’indagine che aveva portato al suo arresto, il 5 aprile scorso. Ma ora don Giovanni Desio è uscito allo scoperto. Non con una confessione, ma con una ammissione che, pur prestandosi a diverse letture, rappresenta comunque in qualche modo un’assunzione di responsabilità. Il parroco di Casalborsetti, accusato di atti sessuali con minori, ha infatti messo nero su bianco di aver tenuto «una condotta inappropriata».

Una dichiarazione contenuta in una lettera allegata all’istanza inviata al Tribunale del Riesame con cui don Desio ha rinnovato la richiesta per la concessione dei domiciliari nella stessa struttura umbra gestita da personale religioso indicata in occasione della prima domanda.

A metà mese, dopo una ricerca prolungata, il suo difensore era riuscito ad individuare una clinica disposta ad accoglierlo, un luogo che era stato ritenuto idoneo dal legale che lo assiste sotto diversi aspetti, primo tra tutti la distanza da Ravenna e dai ragazzi che è accusato di aver molestato.

Di diverso avviso è invece stato il giudice per le indagini preliminari Rossella Materia. Il magistrato, lo stesso che aveva firmato il provvedimento restrittivo, ha infatti giudicato la struttura inadeguata in quanto non garantirebbe l’isolamento dai mezzi di comunicazione.

Il sacerdote lombardo è al momento detenuto nel carcere di Forlì, dove si trova rinchiuso da quasi tre mesi nell’ambito dell’indagine condotta dalla Squadra mobile che ha portato a galla relazioni inopportune con alcuni ragazzini che frequentavano la canonica. Un’inchiesta partita dopo l’incidente stradale che lo aveva visto protagonista quando, a febbraio, era finito in stato di ebbrezza col suv nel porto canale ed era stato salvato da alcuni compaesani. Un fatto di cronaca che divise il paese e i giudizi. Alcuni dei quali non erano andati a genio al parroco. Per questo il prete, all’epoca ancora direttore del settimanale della Diocesi, sfruttò i social network per difendere la sua immagine e attaccare chi lo criticava. Lo fece utilizzando i profili Facebook di alcuni adolescenti a cui aveva chiesto le password. Furono proprio alcuni di quei post, notati da un genitore, a far partire le indagini e a far emergere relazioni che travalicavano i limiti dei rapporti tra i fedeli e il proprio confessore.

correireromagna.it

Abusi su minori: obbligo di vita ritirata per il «prete in Mercedes» fondatore del Banco Alimentare ed esponente di spicco di Comunione e Liberazione

Don Mauro Inzoli (Imagoeconomica)
Don Mauro Inzoli (Imagoeconomica)

Dovrà condurre una vita ritirata e potrà celebrare messa ma solo in privato: questo il pronunciamento della Congregazione per la Dottrina della fede, che ha recepito le disposizioni di papa Francesco, sulla vicenda di don Mauro Inzoli, «il prete in Mercedes», come lo chiamavano, accusato di abusi su minori. Un primo decreto aveva disposto la dimissione dallo stato clericale. Il sacerdote, 64 anni, parroco a Crema ed esponente di spicco di «Comunione e liberazione», fondatore del Banco Alimentare e dell’Associazione della Fraternità, aveva presentato ricorso, che è ora stato accolto.

A darne notizia è stata, venerdì mattina, la Diocesi di Crema con un comunicato. «In data 12 giugno, è giunto al vescovo, Oscar Cantoni, da parte della Congregazione per la Dottrina della fede, il decreto recante le disposizioni del Santo Padre a conclusione del caso di don Mauro Inzoli. Tale decreto – si continua nella nota – recepisce quanto Papa Francesco, accogliendo il ricorso di don Mauro, ha stabilito. In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale. Don Mauro non potrà celebrare in pubblico l’Eucaristia e gli altri Sacramenti, né predicare, ma solo celebrare l’Eucaristia privatamente. Non potrà svolgere accompagnamento spirituale nei confronti dei minori o altre attività pastorali, ricreative o culturali che li coinvolgano».

Altri obblighi: «Non potrà assumere ruoli di responsabilità o operare in enti a scopo educativo. Non potrà dimorare nella Diocesi di Crema, entrarvi e svolgere in essa qualsiasi atto ministeriale. Dovrà inoltre intraprendere, per almeno cinque anni, un’adeguata psicoterapia». Il vescovo di Crema ha commentato: «L’invito che rivolgo è di considerare il giudizio nei confronti di don Mauro alla luce di un binomio inscindibile: quello della verità e della misericordia insieme».

milano.corriere.it

Tra hi-tech e spiritualità: la preghiera diventa virtuale

 

Nuove app per la preghiera

(©Lapresse)

(©LAPRESSE) NUOVE APP PER LA PREGHIERA

Lodi e litanie della tradizione cristiana in una nuova generazione di app

LUIGI ALBINIANO – vaticaninsider

Le vie del Signore sono infinite: brillante acume della saggezza popolare. Un adagio adatto a caratterizzare anche nuove espressioni della preghiera tradizionale, cui i linguaggi e le dinamiche dell’hi-tech sembrano conferire ulteriore valenza.

E’il caso, ad esempio, di “Audio Catholic Prayer”, applicazione gratuita per smartphone che raccoglie gran parte delle orazioni cristiane in formato mp3: una sorta di biblioteca multimediale capace di fornire una versione, ad un tempo, corale e ascoltata delle litanie presenti. Ma non solo. Perché navigando attraverso il menu principale si può accedere infatti a sezioni tematiche – quali quelle relative alla Passione di Cristo o al Santo Rosario – dedicate ad approfondimenti meditativi peculiari.

Sulla medesima scia, seppur in un’accezione maggiormente agile, troviamo “Catholic Prayers”. Grazie ad una veste grafica estremamente curata, quest’applicazione propone in maniera particolarmente accattivante una raccolta delle tradizionali preghiere cristiane suddivise in quattro macro-categorie: una per le invocazioni giornaliere, una relativa al Santo Rosario, una terza per le lodi al Signore ed un’ultima dedicata ai santi e alla Novena.

Decisamente interessante anche “Instapray”, innovativa community-app concepita per mettere in comunicazione milioni di utenti da ogni parte del mondo attraverso la preghiera.

Basta scaricare l’implementazione – disponibile sia per sistemi iOS che Android – e creare il proprio profilo personale per accedere ad una vasta gamma di contenuti, in un’esperienza di condivisione spirituale assolutamente caratteristica.

Attraverso l’applicazione, infatti, gli utenti possono inviare specifiche richieste di preghiera, creare veri e propri ‘gruppi privati’ all’interno della stessa comunità virtuale, nonché offrire il proprio sostegno a quanti ne abbiano bisogno

Chiesa e scandali, non basta condannare

Don-Sergio-Librizzi

«Io sono una persona importante, faccio parte della commissione per il rilascio dei permessi di soggiorno, posso farti avere tutto facile o posso rendere tutto più difficile. Ma tu che mi dai? Ma non capisci che cosa voglio?».

Sono stati necessari mesi di indagini per incastrare il presidente della Caritas (avete letto bene, la Caritas!) di Trapani, Don Sergio Librizzi, che da anni, almeno cinque secondo gli inquirenti, usava il suo potere per costringere i migranti maschi, giunti in Sicilia stremati da viaggi sui barconi della speranza e atterriti dall’ipotesi di dover essere rimpatriati, ad avere rapporti sessuali con lui.

Una vicenda sordida e odiosa che, peraltro, non ha destato il clamore mediatico che meriterebbe e si aggiunge ad un lungo rosario di nefandezze di cui si rendono responsabili con una frequenza sconcertante coloro la cui missione dovrebbe attendere al benessere non solo spirituale dei fedeli, specialmente i più bisognosi.
L’affaire Don Librizzi verosimilmente non è, purtroppo, un caso isolato.

La scoperta di quest’ennesimo squallido episodio non potrebbe essere l’occasione perché il buon Papa Francesco, vada oltre l’invettiva e la condanna, mettendo mano ad una vera riforma del clero e degli statuti che ne regolano l’ordinamento?
L’ossessione sessuofobica della Chiesa cattolica, che è il brodo di coltura delle perversioni di cui sono protagonisti, da secoli, sacerdoti nonché i membri degli ordini femminili e, in particolare, l’obbligo al celibato, non dovrebbero apparire anche a lui come l’evidente, inutile e nefasto portato della Controriforma?
Fu il Concilio di Trento infatti a sanzionare la norma fino ad allora non scritta e largamente disattesa (“si non caste, tamen caute”, “se non castamente, almeno con cautela”, recita un detto latino).

Dopo secoli, il Concilio Vaticano II, convocato da Giovanni XXIII nell’intento di riformare profondamente la Chiesa ed il clero, superando le rigidità dei codici tridentini, non riuscì, almeno sotto quest’ultimo aspetto, a portare a complimento la mission affidatagli poiché fu concluso dal nuovo Papa Giovanni Battista Montini che decise di imprimere un vistoso colpo di freno al processo riformatore.

Paolo VI, salito al soglio, orientò i lavori conciliari in modo tale che il tema del superamento dell’obbligo al celibato dei preti, introdotto in apertura dei lavori conciliari dal Card. Suenens, Primate del Belgio, fosse rapidamente accantonato.

A posteriori non appare casuale la scelta di Montini di chiamarsi Paolo: come Alessandro Farnese (Paolo III) quel Pontefice che, a seguito e per reazione allo scisma di Lutero, indisse il Concilio di Trento. I nefasti risultati dell’ottusa difesa di una norma che non trova alcuna giustificazione dottrinale, non hanno tardato a manifestarsi: se da un lato è andata ad ingrossarsi la legione dei sacerdoti (e delle donne appartenenti ad ordini religiosi femminili) che hanno chiesto la riduzione allo stato laicale per poter contrarre matrimonio, dall’altro le vocazioni sacerdotali maschili hanno subito nel corso degli anni un vistoso calo.

I dati ufficiali riferiti al decennio 2000/ 2010 solo in Italia parlano chiaro: la Chiesa ha dovuto fare a meno di circa 8 mila preti, fra decessi ed abbandoni, mentre ne sono stati ordinati poco meno di quattromila. E il trend, in Italia ed in Europa, continua ad essere in ribasso. Parallelamente si è assistito all’esplodere su scala mondiale di scandali legati agli abusi sessuali di ecclesiastici su bambini e adolescenti, al punto di costringere finalmente la Curia romana, immediatamente dopo la morte di Giovanni Paolo II che, sull’occultamento e l’impunità per i membri del clero macchiatisi di simili crimini, porta gravi e documentate responsabilità, ad affrontare il problema a viso aperto.

A viso aperto certo, ma con modalità di intervento che appaiono del tutto inadeguate. Non vi è infatti solo il problema della repressione a cui, sia pure ancora troppo timidamente, si è messo mano. Fintantoché prevarrà nei vertici di Santa Romana Chiesa l’ostinazione a non “prendere il toro per le corna”, in altre parole a non porsi il tema della sessualità non più nei termini dettati dalla dottrina della Controriforma, ma con la presa d’atto che quelle direttive hanno provocato, nel clero e nei fedeli nel corso dei secoli solo danni, difficilmente si potrà rimuovere il bubbone.

Don-Sergio-Librizzi-arresto

Va considerato che lo stesso Lutero, che non era certo un’interprete libertario della dottrina biblica ed evangelica, e dopo di lui tutti i riformatori, risolsero il problema richiamandosi alla Chiesa delle origini, dove il tema del celibato esisteva unicamente per chi intendeva dedicarsi a una vita religiosa di tipo ascetico. Non per i presbiteri. Da buon gesuita, dunque formatosi in un ordine religioso nato a seguito della Controriforma, Papa Francesco fino ad oggi si è limitato all’invettiva contro la pedofilia e gli abusi sessuali da parte del clero.

Non basta. Così come non bastano proposizioni come quella della Curia vescovile di Trapani che a seguito dei fatti ha diramato una nota in cui, tra l’altro, si legge: “Esprimiamo la nostra ferma condanna verso comportamenti gravi e riprovevoli, inammissibili non solo perché reati, ma soprattutto perché offendono la dignità della persona e ledono gravemente la dignità del servizio sacerdotale”.
Postilla: La diocesi di Trapani da anni è nell’occhio del ciclone, per vicende legate a malversazioni finanziarie. Il precedente vescovo, dopo una “visita apostolica” fu rimosso e il suo vicario sospeso a divinis.

“Chiedilo a loro”, recita l’audiovideo della CEI diffuso su web e tv, che mostra la meritoria attività di preti e suore a favore dei bisognosi e che invita a donare l’8 per mille alla Chiesa cattolica.
A Don Librizzi, contestualmente alla scoperta dei suoi pessimi comportamenti, sono stati sequestrati liquidi per parecchie migliaia di euro rinvenuti, nel corso di una perquisizione, nel Tabernacolo della Chiesa (!).

Domanda: costoro sono l’eccezione che conferma la regola? Speriamo. Tuttavia, in assenza della necessaria trasparenza più volte evocata da Papa Bergoglio ma, ad oggi rimasta lettera morta, è lecito dubitarne.

Emanuele Pecheux – avantionline

Preti pedofili – Arcidiocesi di Seattle pagherà 12 milioni di dollari

 

Preti pedofili - Arcidiocesi di Seattle pagherà 12 milioni di dollari

Seattle (Usa) – Un maxi risarcimento da 12 milioni di dollari per l’arcidiocesi della città americana dove si sarebbero registrati almeno 30 casi di abusi sessuali su bambini da parte di preti pedofili.
Gli abusi sarebbero avvenuti tra il 1950 al 1984. Lo riporta la Cnn. Il pagamento avverra’ in tre rate nei mesi di giugno, luglio e agosto.
“Mi rammarico profondamente per il dolore patito da queste persone”, ha detto l’arcivescovo J. Peter Sartain. “La nostra speranza – ha aggiunto – e’ che questo accordo permettera’ loro di chiudere definitivamente questa vicenda”.

ogginotizie.it

SCANDALI… Ior contro Ior. Riesplode la guerra nella banca del Vaticano

La prima prova della carità nel prete, e soprattutto nel vescovo, è la povertà», ragionava Victor Hugo ne “I Miserabili”, anno domini 1862. Chissà che avrebbe detto lo scrittore francese che scudisciava il clero ricco e avido, se avesse potuto sbirciare nei conti segreti dello Ior di oggi.

Chissà cosa penserebbe di fronte ai buchi milionari della finanza vaticana e agli strani affari immobiliari della banca di Dio in mezzo mondo, da Budapest agli Stati Uniti. Analizzando alcune carte riservate finite sulla scrivania di papa Francesco, “L’Espresso” ha scoperto che Oltretevere non tutto sta filando liscio come la propaganda bergogliana vorrebbe far credere.

La lotta alla corruzione e ai crimini finanziari è senza quartiere, ma dietro le mura leonine è scoppiata una nuova guerra per il controllo del tesoro vaticano. Che ha come protagonisti, oltre a porporati americani e cardinali italiani l’un contro l’altro armati, avvocati siciliani, banchieri francesi e business men con qualche conflitto d’interessi che hanno preso di mira i miliardi in pancia agli enti finanziari, Ior e Apsa su tutti.

STERCO DEL DIAVOLO
Il tempo di “Vatileaks” è alle spalle. Mentre il proscenio è occupato da Francesco e dalla sua maestrìa comunicativa, la partita per il denaro si torna a giocare – come vuole la secolare tradizione – dietro le quinte. È difficile schematizzare in poche righe quali sono le fazioni in campo. È un fatto, però, che gli italiani siano stati tagliati fuori dai nuovi organismi che gestiranno i soldi, ossia dall’Aif (l’Autorità di informazione finanziaria), dalla commissione cardinalizia dello Ior, e soprattutto dalla neonata Segreteria per l’Economia (sorta di superministero delle Finanze guidato dal cardinale australiano George Pell) e dal Consiglio dell’Economia, potente organo di indirizzo e vigilanza guidato dal cardinale tedesco Reinhard Marx
Dopo aver fatto a pezzi la vecchia catena di controllo legata al cardinale Tarcisio Bertone (usciti il direttore dello Ior Paolo Cipriani e il suo vice Massimo Tulli, entrambi indagati dai pm di Roma per violazione delle norme anti-riciclaggio, l’unico che ha ancora voce in capitolo sul patrimonio è il prefetto degli Affari economici Giuseppe Versaldi), sembra che gli uomini vicini a Bergoglio abbiano deciso di dare il benservito anche al presidente dello Ior, il tedesco Ernst von Freyberg. La cui poltrona scotta, tanto che i bene informati sussuirrano che entro poche settimane verrà sostituito.

Il banchiere è stato chiamato a Roma qualche giorno prima dell’elezione del nuovo pontefice e da poco più di un anno sta lavorando assieme alla società di consulenza americana Promontory per riformare l’istituto. Bergoglio ha chiesto di chiudere i conti dei laici – circa 1400 tra cui una ventina di politici alcuni dei quali, risulta a “L’Espresso”, hanno già spostato i soldi in una banca tedesca – e individuare le operazioni sospette, in modo da trasformare l’istituto in un tempio della trasparenza e far entrare il Vaticano nei paesi della “white list” dell’Ocse
Anche se il papa non ha mai voluto incontrarlo di persona, von Freyberg ha tentato di rispettare i suoi comandamenti. Per far bella figura sui giornali ha pure assunto due consulenti in forze alla società Cnc di Monaco, che da qualche mese hanno il compito di curare la sua immagine. Se dalla stampa von Freyberg è trattato con i guanti, in Vaticano la sua posizione traballa: a inizio giugno il prelato del papa allo Ior, monsignor Battista Ricca (di cui il Papa si fida ciecamente e che ha voluto accanto a sé senza dare alcun peso ai dossier che un anno fa giravano su di lui) gli ha infatti spedito una dura lettera di contestazioni. Von Freyberg non avrebbe dato a Ricca, dunque a Francesco, tutti i dettagli del prestito da 15 milioni di euro che nel 2011 lo Ior concesse alla Lux Vide di Ettore Bernabei.

Non solo. Il tedesco avrebbe gestito male la coda di un’operazione immobiliare a Budapest: il Vaticano qualche anno fa ha comprato da un private equity, un fondo proprietario dell’ex palazzo della Borsa, un grande immobile al centro della capitale ungherese che – secondo il progetto iniziale – doveva essere ristrutturato per realizzare mini appartamenti da vendere sul mercato. Secondo Promontory l’operazione è stata economicamente sballata, tanto che nel prossimo bilancio della banca, oltre ai 15 milioni del bond della Lux Vide che gli americani considerano un favore di Bertone al produttore di “Don Matteo”, potrebbe essere svalutato anche il valore della speculazione sulle rive del Danubio.

VATICANO IN ROSSO
Ma ci sono altri titoli in capo allo Ior che Promontory ha messo nel suo mirino. Si tratta di investimenti da decine di milioni di euro effettuati negli scorsi anni per acquistare fondi finanziari e immobili (soprattutto negli Stati Uniti) che, secondo la società di consulenza, nasconderebbero operazioni inesistenti per riciclare denaro. «Si tratta di 130 milioni totali che, secondo Promontory, esistono solo sulla carta. Non è così, è un attacco politico, abbiamo comprato titoli che danno rendite e palazzi di mattone e cemento armato», ragiona un dirigente della banca, preoccupato che gli utili quest’anno possano crollare rispetto agli 86 milioni di euro registrati dodici mesi fa.

Di certo, nella lettera Ricca ha contestato al numero uno dello Ior anche i risultati di gestione dell’asset management, che non sarebbero affatto soddisfacenti. Von Freyberg infine, non si sarebbe mosso con la dovuta riservatezza: il banchiere, dopo aver licenziato due alti dirigenti, avrebbe spiegato agli impiegati che sarebbe stato lo stesso Ricca a imporgli il siluramento dei due collaboratori. «Difficile che sia stato il prelato a scrivere di suo pugno la lettera di contestazioni», chiosano dallo Ior: così dura e ben scritta che qualche malpensante ci vede la penna e i consigli del californiano Jeffrey Lena, il legale che dal 2000 difende la Santa Sede in cause delicate come quelle sugli abusi sessuali dei preti pedofili su migliaia di minori. E che con Ricca ha ottimi rapporti.

«Che cos’è rapinare una banca in confronto al fondarla?», diceva Bertolt Brecht nell’ “Opera da tre soldi”. Forse se lo è chiesto anche Francesco, quando qualche mese fa lo Ior è prima finito nella polvere in seguito allo scandalo di monsignor Nunzio Scarano, poi quando ha dovuto ripianare il buco provocato da speculazioni spericolate della diocesi di Terni con un prestito da 12 milioni di euro. Ma c’è un altra questione che preoccupa il Santo Padre: in un documento riservato che “l’Espresso” ha visionato si parla infatti di un maxi buco «da 800 milioni di euro nel fondo pensioni dei dipendenti del Vaticano». Una voragine che si è ampliata a dismisura nell’ultimo lustro, in concomitanza con la crisi finanziaria internazionale. Per mettere i conti in sicurezza gli esperti del papa chiedono che il Vaticano versi nel fondo 100 milioni cash, e che i lavoratori laici vadano in pensione più tardi, a 68 anni. Bisognerebbe, spiega la nota, anche «incrementare i contributi dei dipendenti al 9 per cento del salario lordo», misura dalle quale verrebbero escluse solo le guardie svizzere. La manovra consentirebbe di ridurre il deficit, dice il documento, «di circa 110 milioni».

OPERAZIONE “AD MAIORA”
C’è dell’altro. Un carteggio riservato, finito a Santa Marta, svela l’operazione “Ad Maiora”, dal nome di uno dei fondi con cui il Vaticano, attraverso lo Ior, è arrivato a investire fino a 230 milioni di euro. Un’iniziativa «proposta dal direttore Cipriani», si legge, «e approvata nell’aprile 2012 dal consiglio di sovrintendenza per allocare una parte del capitale nel settore della finanza etica e degli investimenti alternativi». L’operazione prevedeva la costituzione e la sottoscrizione da parte dello Ior di fondi d’investimento esteri (in Lussemburgo e a Malta) «sotto la guida di una società di consulenza nel campo dell’investimento etico, l’Ecpi di Milano». Una srl fondata da alcuni professori della Bocconi (come Michele Calcaterra e Francesco Silva) e partecipato anche da una società inglese, la Blue Capital di Londra.

Il documento degli esperti che hanno spulciato le scelte del vecchio management prende di mira le clausole del contratto con la milanese Ecpi che prevede impegni a investire di importo rilevante, l’impossibilità di uscire dai fondi senza un preavviso molto lungo e commissioni alte. Già, in 14 mesi la consulenza della società meneghina è costata la bellezza di 1,4 milioni di euro, in pratica 100 mila euro al mese. Mentre «per il fondo “Ad Maiora” le consulenze pagate e presumibilmente da pagare ammontano a 3,5 milioni di euro»: alla fine la schiera di consulenti potrebbero arrivare a incassare oltre 10 milioni di euro. «C’è un elevato rischio», conclude il documento, «di adire le vie legali per ottenere la chiusura dei fondi e di subire azioni legali da parte della Ecpi: il contratto prevede una durata illimitata e comunque non inferiore a cinque anni, ed è stato bloccato dallo Ior dopo soli 14 mesi». Il professor Calcaterra, da Milano, ammette i rapporti con lo Ior, e replica: «Le nostre commissioni sono in linea con il mercato, e sono state esplicitate nel 2012 davanti al cda dell’istituto. Escludo, inoltre, che ci saranno strascichi giudiziari con il Vaticano».

ARRIVANO GLI YUPPIES
C’è da credergli: lo sanno in pochi, ma i professori della Bocconi hanno da tempo rapporti strettissimi con la finanza bianca. Se attraverso la Fondazione Finetica hanno cominciato a collaborare con la Pontificia Università del Laterano nel lontano 1997, Ecpi è stata anche socia di Mittel, la merchant bank rilanciata da Giovanni Bazoli e presieduta da qualche anno da Franco Dalla Sega. Lo stesso manager di Ecpi Francesco Silva ha lavorato in Mittel. Proprio Dalla Sega due mesi fa è stato chiamato a Roma dal cardinale australiano Pell, capo della nuova Segreteria dell’Economia, come superconsulente dell’Apsa: dopo l’uscita di Paolo Mennini sarà il numero uno di Mittel a dover trasformare l’ente in una sorta di banca centrale. E sarà sempre lui, nell’immediato futuro, a gestire l’enorme patrimonio finanziario dell’Apsa.

Anche lo Ior verrà riformato completamente. Ma Francesco, che inizialmente sembrava volesse chiuderlo tout court, ha invece spiegato – attraverso un comunicato ufficiale della Santa Sede – che la banca resterà in vita, aiuterà le missioni e «continuerà a fornire servizi finanziari alla Chiesa cattolica in tutto il mondo». Il patrimonio gestito dalla banca è cospicuo, oltre 7 miliardi di euro nel 2012, e l’asset management fa gola a molti.

Dietro le mosse di Promontory e di Ricca, secondo alcuni cardinali vicini a Bertone e al cardinale Angelo Sodano (due fazioni da sempre contrapposte che la rivoluzione in corso ha incredibilmente riavvicinato) ci sarebbero così non solo il clero statunitense che ha contribuito in modo decisivo all’elezione di Bergoglio, ma anche alcuni finanzieri stranieri. Capeggiati dal maltese Joseph Zahra e dal francese Jean Battiste de Franssu: insieme a Dalla Sega, saranno loro a consigliare al papa i business migliori su cui scommettere. Entrambi già membri della Cosea dal luglio del 2013 (la commissione referente per gli affari economici è stata sciolta qualche giorno fa dopo aver consegnato le conclusioni del loro rapporto), sono tra i sette membri laici del nuovo Consiglio dell’Economia che – insieme a otto ecclesiastici – avranno il compito di indirizzare le scelte economiche vaticane.

Qualcuno, però, storce il naso. Gli italiani parlano di gravi rischi di conflitti di interessi. E, soprattutto, di un potere eccessivo consegnato nelle mani della lobby che gira intorno a Misco Malta, la società di consulenza finanziaria fondata da Zahra, che del Consiglio è vice coordinatore. Se su Internet c’è ancora traccia di quando de Franssu era manager della controllata Misco Directors Network (ora il profilo del francese non compare più sul sito ufficiale), l’unico componente italiano chiamato in Consiglio è Francesco Vermiglio. Un avvocato di Messina che è stato nel cda della Banca di Malta quando Zahra ne era direttore, è che nel 2011 ha creato con l’amico finanziere la Misco Advisory Ltd, una joint venture tra lo studio Vermiglio e il gruppo maltese con cui si spera di portare capitali italiani sull’isola considerata fino al 2010 un paradiso fiscale. A Messina i Vermiglio sono molto conosciuti: il fratello di Francesco, Carlo, è vice presidente del Consiglio nazionale forense, e il suo nome è finito spesso sui giornali locali per presunti rapporti con la massoneria.

«Verissimo. Io mi onoro di essere stato iscritto alla loggia “La Ragione” fino al 1988, poi mi sono messo in sonno, come si dice in gergo massonico, e non l’ho mai più frequentata. Mio fratello? Non è mai stato iscritto».
De Franssu è anche ad della società Incipit, e manager della Tages Capital Group del finanziere italiano Panfilo Tarantelli. «Sapete dove lavora il figlio di De Franssu, Luis Victor, dallo scorso marzo? Sarà una coincidenza, ma è stato assunto da Promontory», sospirano allo Ior, dove i dipendenti sperano che i nuovi arrivati siano davvero gli uomini giusti per realizzare la rivoluzione etica voluta Bergoglio.

di Emiliano Fittipaldi – espresso.repubblica