Se Papa e vaticano non riaccolgono i sacerdoti sposati rischio scisma

Da Roma è arrivata quest’anno l’indicazione ai vescovi diocesani italiani di togliere le ore di insegnameto di religione ai sacerdoti sposati.

In un’intervista pubblicata sul Qn (il Giorno, la Nazione, il Resto del Carlino), edizione del 28 maggio 2014  guarda avanti, alle riforme possibili per un’istituzione ecclesiale in linea con i  tempi il teologo Vito Mancuso, 51 anni, uno dei quali in abito talare.
Nell’articolo di Giovanni Panettiere, Mancuso ribadisce tesi classiche. L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati rilancia l’appello al Papa e al Vaticano per essere riaccolti nel ministero….

I sacerdoti sposati sono ancora emarginati nella Chiesa e ricoprono spesso incarichi secondari e marginali che soffocano il dono di Dio ricevuto… Molti hanno problemi di lavoro e pur avendo i titoli e le capacità sono ostacolati nel servizio nel mondo della scuola come insegnanti di religione.

L’associazione dei sacerdoti sposati prevede che, se entro il 2014 non saranno modificate le norme della Chiesa nel senso di permettere ai sacerdoti di essere reinseriti nelle parrocchie e/o lavorare con incarico come insegnanti nel mondo della scuola, in un prossimo futuro potrebbe orientarsi a riprendere il ministero sacerdotale attivo autonomamente rispetto alla Chiesa Cattolica… Lo stato italiano prevede il riconoscimento dei sacerdoti come ministri di culto di confessioni diverse dalla cattolica…

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati si dice rammaricata per la lentezza del processo di riavvicinamento della Chiesa con i sacerdoti sposati con regolare percorso canonico che sono invece una grande ricchezza.

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sacerdotisposati@alice.it

Santo del Giorno Visitazione della Beata Vergine Maria 31 maggio

Festa del ‘Magnificat’, la Visitazione prolunga ed espande la gioia messianica della salvezza. Maria, arca della nuova alleanza, è ‘teofora’ e viene salutata da Elisabetta come Madre del Signore. La Visitazione è l’incontro fra la giovane madre, Maria, l’ancella del Signore, e l’anziana Elisabetta simbolo degli aspettanti di Israele. La premura affettuosa di Maria, con il suo cammino frettoloso, esprime insieme al gesto di carità anche l’annunzio che i tempi si sono compiuti. Giovanni che sussulta nel grembo materno inizia già la sua missione di Precursore. Il calendario liturgico tiene conto della narrazione evangelica che colloca la Visitazione entro i tre mesi fra l’Annunciazione e al nascita del Battista. (Mess. Rom.)

Martirologio Romano: Festa della Visitazione della Beata Vergine Maria, quando venne da Elisabetta sua parente, che nella vecchiaia aveva concepito un figlio, e la salutò. Nel gioioso incontro tra le due future madri, il Redentore che veniva santificò il suo precursore già nel grembo e Maria, rispondendo al saluto di Elisabetta ed esultando nello Spirito, magnificò il Signore con il cantico di lode.

santiebeati.it

Pedofilia: Vaticano rimuove prete messicano

Dopo diversi mesi di indagini, il Vaticano ha sospeso il sacerdote messicano Eduardo Cordova, sacerdote dell’Arcidiocesi di San Luis Potosí (Messico centrale Nord), per aver abusato sessualmente di diversi bambini.

La notizia è stata data dal Presidente del Collegio degli Avvocati Cattolici del Messico, Armando Martinez.

“Le interviste fatte a testimoni hanno rivelato alcune informazioni inviate  a Roma in un rapporto che  dopo  essere stato valutato dal Vaticano ha portato alla sospensione dell’esercizio sacerdotale di Padre Cordova” ha detto Martinez.

newscattoliche.it

Storie di preti sposati…

 

"Io, ex prete sposato, dico alle donne che amano i sacerdoti: chiedetegli una scelta chiara"
Fiorenzo De Molli 
di Zita Dassi – repubblica.it

Papa Francesco, tornando da Israele, ha ribadito che «il celibato dei preti non è un dogma». E Fiorenzo De Molli, prete in congedo e operatore di una grande realtà di accoglienza a Milano, ancora una volta ha ripensato alla sua storia. «Io sono stato sacerdote per 17 anni, dai 24 ai 41, dal 1982 al 1999. E mi è sempre piaciuto fare il prete, l’ho sentito come il senso più profondo della mia vita: ho cercato di vivere con radicalità quella scelta». Oggi però Fiorenzo De Molli è padre di famiglia. A quarant’anni, quando ormai i giochi della sua esistenza sembravano fatti, ha incontrato una donna, si è innamorato e tutto ha cambiato colore.

«L’incontro con Ileana mi ha mandato in crisi. Mi sono accorto che la mia vita affettiva non era in sintonia con la mia vita da sacerdote, che pure mi appassionava. Probabilmente nel mio cammino di crescita umana e cristiana, fin dal seminario, non ero riuscito – e non ero stato aiutato – a far crescere e a capire anche quella parte di me». De Molli lo dice chiaro: «A un certo punto, la vita mi ha presentato il conto. Il “problema affettivo” mi è scoppiato fra le mani». È ricordando all’incontro che gli ha cambiato la vita, mentre esce dal lavoro e va a recuperare i figli all’uscita da scuola, che Fiorenzo De Molli pensa anche agli altri che vivono la sua situazione. Ai sacerdoti innamorati e alle donne che attendono da loro un sì o un no. Ventisei delle quali hanno scritto al Papa, qualche giorno fa, per esprimere la loro “devastante sofferenza” e chiedere che “qualcosa possa cambiare non solo per noi, ma per il bene di tutta la Chiesa”

«Io ho fatto la mia scelta quando mi sono imbattuto in questa donna forte e determinata, che oggi è mia moglie e madre dei due miei figli – racconta Fiorenzo – È stata lei a dirmi di essersi innamorata. E subito dopo mi ha chiesto “E tu che fai?”». Lui era prete, ha rispettato il voto di castità fino a quando la scelta non è stata matura. «Sono stato malissimo, sono andato in depressione, è stato un dolore enorme. Ma ho avuto la fortuna di avere come vescovo il cardinale Carlo Maria Martini, le cui aperture sono note. Don Franco Brovelli era responsabile dei giovani preti, un’altra persona eccezionale. Ho chiesto un confronto, loro mi hanno ascoltato, guidato, sostenuto». Senza giudicare e colpevolizzare.

Fiorenzo oggi è un uomo risolto, una persona di grande umanità e profondità. «Martini e Brovelli mi hanno accolto e sostenuto in quella mia grave crisi, di fronte a quella situazione per me del tutto nuova e inattesa. Ho chiesto un anno di sospensione e dopo questo anno, la dispensa. Poi sono andato a convivere, dopo un anno la mia donna aspettata nostro figlio, ci siamo sposati». Determinante è stato l’incontro con quella donna particolare. «Da giovane avevo avuto altre esperienze sentimentali. Ma lei ha saputo mettermi davanti alla necessità di una scelta matura. Farei un appello alle donne che amano preti, quelle che hanno scritto al Papa: date loro lo spazio e tutto il tempo necessario, ma chiedete loro di arrivare a una scelta. La più chiara e la più limpida possibile. E poi rispettate quella scelta. Siamo chiamati a vivere alla luce del sole: è un diritto dei preti, ma soprattutto è un diritto vostro».

Sono scelte impegnative, questo de Molli lo dice chiaro: «Sarete sicuramente più felici di quello che siete adesso. Ma le grandi scelte devono essere pagate e pagate a caro prezzo». Abbandonare l’abito talare significa anche perdere qualche privilegio. «Oggi so che devo guadagnare uno stipendio per mantenere i miei figli, so che devo risparmiare, pagare il mutuo. Non sono più don Fiorenzo e questo ti toglie un sacco di potere, uno stipendio sicuro, un alloggio, l’autonomia decisionale». Rimpianti? «No. Mi manca il celebrare la messa, la facoltà di confessare e di dire Dio ti perdona. La vita che faccio oggi, è un po’ il proseguimento di quel che facevo prima, al servizio del poveri. Da prete andavo in galera e avevo i rom in parrocchia, così come oggi mi occupo di profughi e di emarginati».

In più, oggi c’è l’amore per una donna e per i figli. Lo dice senza ironia: non è che essere sposato sia più facile che fare il sacerdote. «Sono un padre e un marito felice, ma riconosco che il matrimonio è un fatto impegnativo. Per fortuna ci sono arrivato dopo i quarant’annni e dopo esser stato prete, perché prima non sarei stato forse maturo». Dalla sua posizione, Fiorenzo non ha ricette facili in tasca. «Il celibato è un tema complicatissimo, che andrebbe affrontato alla radice, a partire dalla cura nella formazione dei preti. Mi piacerebbe che ci fosse anche l’opzione per chi lo desidera di sposarsi. In questo i protestanti sono molto meglio di noi. Ma questo Papa è molto avanti, indicherà la strada».

«Quando do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando dico che i poveri non hanno da mangiare, tutti mi danno del comunista»

Dom Helder Camara, nemico storico della dittatura militare brasiliana (1964-1985) che imprigionò anche l’attuale presidente Dilma Roussef, chiamato dal regime in modo sprezzante «il vescovo rosso», «il prete comunista», è sulla via della beatificazione. A dare la notizia è stato il Jornal do Brasil che scrive che sta per partire per Roma, alla competente Congregazione per le cause dei santi, la lettera ufficiale con cui la Chiesa brasiliana chiede al Papa l’avvio del processo. La missiva porta la firma del l’arcivescovo di Olinda e Recife, dom Fernando Saburido. La documentazione è pronta e attende solo l’avallo della Conferenza episcopale brasiliana per farla partire. Se la risposta del dicastero vaticano fosse positiva si aprirà la fase diocesana, prima tappa obbligata di un lungo iter che porterà all’onore degli altari uno dei simboli della Chiesa latinoamericana, un sacerdote che si è battuto per difendere gli ultimi, i diritti umani, la libertà religiosa oltre che quella politica. Una delle sue frasi più citate, ricordata diverse volte anche dal cardinale Bergoglio quando era a Buenos Aires, riassume bene l’impegno evangelico: «Quando do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando dico che i poveri non hanno da mangiare, tutti mi danno del comunista». Dom Helder resta una delle voci profetiche di tutto il continente. Fu lui a portare al Concilio Vaticano II gli aneliti del suo popolo, preparando la via di quella che di lì a poco sarebbe stata chiamata la Teologia della Liberazione. Una visione del mondo molto nitida che presentò con coraggio alla conferenza di Puebla, in compagnia, dell’arcivescovo Oscar Romero, il quale da lui si sentì enormemente incoraggiato e sostenuto. Famosa la lettera di Camara scrisse a Giovanni XXIII in cui lo invitava a cedere il Vaticano all’Unesco e ad andare a vivere in una borgata romana. Durante la dittatura dom Helder, schierandosi a fianco del popolo denunciava coraggioso al mondo: «nel mio Paese si usa la tortura come mezzo di governo».

Preti sposati… Papa Francesco elude il problema: ” Abbiamo cose più forti da intraprendere”

Avvenire ha riportato i testi delle domande dei giornalisti a Papa Francesco.

Lunedì notte sul volo di ritorno dalla Terra Santa il Papa ha risposto ai giornalisti. Le domande, come ha precisato il direttore della Sala Stampa vaticana padre Federico Lombardi, sono state poste per gruppi linguistici. Di seguito la trascrizione integrale del dialogo tra Francesco e i giornalisti a proposito dei preti sposati… (ndr)

Il rappresentante di lingua tedesca: grazie, santità. Lei, durante il suo pellegrinaggio, ha parlato a lungo e ha incontrato più volte il patriarca Bartolomeo. Noi ci stiamo chiedendo se avete parlato anche dei passi concreti di avvicinamento, e se c’è stata occasione anche di parlare di questo. Mi chiedo anche se magari la Chiesa cattolica potrà imparare qualcosa dalle Chiese ortodosse – mi riferisco ai preti sposati, una domanda che preme a molti cattolici, in Germania. Grazie.
Ma la Chiesa cattolica ha preti sposati, no? I cattolici greci, i cattolici copti… no? Ci sono, nel rito orientale, ci sono preti sposati. Perché il celibato non è un dogma di fede, è una regola di vita che io apprezzo tanto e credo che sia un dono per la Chiesa. Non essendo un dogma di fede, sempre c’è la porta aperta: in questo momento non abbiamo parlato di questo, come programma, almeno per questo tempo. Abbiamo cose più forti da intraprendere. Con Bartolomeo, questo tema non si è toccato, perché è secondario, davvero, nei rapporti con gli ortodossi.

Yara Gambirasio, una stele nel giardino dell’oratorio di Brembate per ricordarla

BERGAMO – La parrocchia di Brembate Sopra ha deciso di ricordare Yara Gambirasio, la ragazzina rapita e uccisa, con una stele in vetro. L’iniziativa si inserisce all’interno della ‘Settimana della vita’ promossa dall’oratorio e che prosegue fino a domenica. Lo riporta L’Eco di Bergamo. La stele è opera dell’artista Carmelo Brembilla, di Bergamo, ed è stata collocata nel piccolo giardino dell’oratorio: sarà benedetta dal vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi, giovedì alle 21,30.

“Non lo chiamerei monumento ma un segno di luce, di speranza e di riflessione – spiega il parroco, don Corinno Scotti -. Per le parti di testo che sono state ‘inserite’ nel corpo stilizzato della ginnasta sono stati scelti riflessioni e pensieri tratti dai quattro quadernoni messi nella sala parrocchiale dal giorno dopo il rapimento fino al ritrovamento del corpo di Yara. Ho voluto che si collocasse questo segno per ricordare la giovane Yara, in accordo con i genitori. La mia preoccupazione era che questo fatto venisse dimenticato e si facesse finta che non fosse successo niente”. (Foto L’Eco di Bergamo).

Brescia quarant’anni dopo, strage ancora senza un colpevole

Quarant’anni. Un tempo suf­fi­ciente a veder pas­sare due gene­ra­zioni. Nelle scuole, nei par­titi, nei sin­da­cati, in città. E ancora per la magi­stra­tura non c’è un col­pe­vole per la strage del 28 mag­gio 1974. Quella bomba nasco­sta in un cestino, esplosa in Piazza della Log­gia men­tre era in corso una mani­fe­sta­zione anti­fa­sci­sta, fece otto morti e più di cento feriti. E fu forse l’attentato più gra­vido di impli­ca­zioni della sta­gione delle stragi: colpì al cuore il movi­mento dei lavo­ra­tori, nella città con il fer­mento sin­da­cale più temi­bile in Ita­lia, sul cri­nale degli anni ’70.

Le Poste Ita­liane hanno deciso di dedi­care un fran­co­bollo al qua­ran­te­simo anni­ver­sa­rio della strage di Piazza Log­gia, men­tre nelle aule giu­di­zia­rie rico­min­cia — come dispo­sto lo scorso 21 feb­braio dalla Cas­sa­zione — il pro­cesso a carico di due degli impu­tati assolti in primo e secondo grado: il capo dell’organizzazione neo­fa­sci­sta veneta Ordine Nuovo, Carlo Maria Maggi, e il col­la­bo­ra­tore del Sid, l’allora ser­vi­zio segreto mili­tare, Mau­ri­zio Tramonte.

Nei loro con­fronti, ha sta­bi­lito la suprema corte, si è veri­fi­cato «un iper­ga­ran­ti­smo distor­sivo della logica e del senso comune» che ha por­tato a con­clu­sioni «illo­gi­che e apo­dit­ti­che» da parte dei giu­dici della corte d’Assise d’Appello di Bre­scia, che il 14 aprile 2012 aveva assolto tutti gli impu­tati. Tra­monte (la «fonte Tri­tone» del Sid), con­si­de­rato infor­ma­tore ed infil­trato dei ser­vizi negli ambienti della destra ever­siva, era un per­so­nag­gio troppo interno ai neo­fa­sci­sti veneti e «non rac­con­tava al mare­sciallo Felli — scri­vono i giu­dici di Cas­sa­zione — tutto cio’ che sapeva o aveva fatto». Men­tre nei con­fronti di Maggi, medico vene­ziano e capo indi­scusso di Ordine Nuovo, sareb­bero stati svi­liti nume­rosi indizi, come il soste­gno allo stra­gi­smo ever­sivo di destra e il fatto che «l’ordigno esplo­sivo sia stato con­fe­zio­nato uti­liz­zando la geli­gnite di pro­prietà di Maggi e Digi­lio», neo­fa­sci­sta esperto di esplo­sivi — quest’ultimo — legato ai ser­vizi sta­tu­ni­tensi, morto nel 2005.

Ma ormai le prove che dove­vano spa­rire sono spa­rite (la piazza fu «lavata» imme­dia­ta­mente dopo l’attentato) e le infor­ma­tive che non dove­vano arri­vare non sono arri­vate. Come quella inviata dai ser­vizi segreti dal cen­tro di Padova a Roma, indi­riz­zate all’allora capo del Sid, Gia­na­de­lio Maletti, e riguar­dante la riu­nione in cui si sarebbe deciso l’attentato: «Maletti su una di que­ste infor­ma­tive scri­verà: “Noti­zia impor­tante, pas­sare alla magi­stra­tura” — ricorda Man­lio Milani, pre­si­dente dell’associazione fami­gliari delle vit­time della strage di Piazza Log­gia — Ma alla magi­stra­tura non arri­ve­ranno mai». Omis­sioni e depi­staggi che hanno accom­pa­gnato tutta la sto­ria delle inda­gini sulla strage del ’74: «Quando Maletti nell’agosto del 74 viene inter­ro­gato dalla magi­stra­tura, dirà che in quel momento — pro­se­gue Milani — i ser­vizi segreti non sape­vano asso­lu­ta­mente nulla. Tiene nasco­sto l’appunto. Nel 2010 abbiamo sen­tito l’ex gene­rale in video­con­fe­renza (Maletti è tut­tora in Suda­frica) la rispo­sta è stata che non si ricor­dava più di quell’aspetto». Al di là delle trame e dei con­tatti asso­dati tra i ser­vizi e gli estre­mi­sti di destra «l’ultima sen­tenza — spiega ancora Milani — ha fis­sato alcuni ele­menti impor­tanti: è asso­dato che tra il ’69 e il ’74 ha ope­rato un unico gruppo neo­fa­sci­sta facente capo a Ordine Nuovo. E che colui che ha costruito l’ordigno por­tato in Piazza Log­gia, Carlo Digi­lio, era già stato con­dan­nato per la strage di Piazza Fon­tana del 12 dicem­bre 1969. Que­sto cer­ti­fica la con­ti­nuità di quel progetto».

Accanto all’infinita vicenda giu­di­zia­ria, da tempo ormai la memo­ria della strage di Bre­scia per­corre binari pro­pri. Una memo­ria che ha ela­bo­rato — fin da subito — la con­sa­pe­vo­lezza di dover sepa­rare la verità sto­rica dalle inda­gini della magi­stra­tura. Il 28 mag­gio ’74 a Bre­scia mori­rono otto per­sone. Tra di loro c’era un gruppo di inse­gnanti, che si era riu­nito intorno alla colonna dove scop­piò la bomba, che in que­gli anni ave­vano con­tri­buito a fon­dare le sezioni sin­da­cali della scuola: Giu­lietta Banzi, Livia Bot­tardi, Alberto Tre­be­schi, Cle­men­tina Cal­zari e Luigi Pinto inse­gna­vano nei licei e nelle scuole medie della città. Insieme a loro mori­rono due lavo­ra­tori, Vit­to­rio Zam­barda e Bar­to­lo­meo Talenti, ed Euplo Natali, ope­raio in pen­sione. E se l’anniversario del 28 mag­gio è rima­sto vivo fino ad oggi, forse, lo si deve anche alle scuole. Da quarant’anni, i col­le­ghi degli inse­gnanti caduti il 28 mag­gio e gli stu­denti di allora — diven­tati a loro volta docenti — ten­gono viva la memo­ria della strage insieme ai fami­gliari delle vit­time. «La città ancora una volta sente la voglia e la neces­sità di ritro­varsi, lo dimo­stra la miriade di ini­zia­tive che ci saranno oggi» spiega ancora Man­lio Milani. A ricor­dare la strage di Bre­scia oggi alle 11,30 saranno pre­senti in città, insieme alle auto­rità locali, anche il sin­daco di Milano Giu­liano Pisa­pia e il sin­daco di Bolo­gna Vir­gi­nio Merola, due città a loro volta dura­mente col­pite dalle stragi. Nel pome­rig­gio, come ogni anno, la piazza si colo­rerà di ini­zia­tive pro­mosse dal comi­tato «Piazza di Mag­gio», con un inter­vento del fon­da­tore di Libera, Don Ciotti. Nel salone Van­vi­tel­liano, la sala di rap­pre­sen­tanza del Comune, è stata alle­stita la mostra «Sguardi sospesi» di Albano Morandi e Ken Damy, con i volti dei mani­fe­stanti negli istanti suc­ces­sivi alla strage, foto­gra­fati allora pro­prio da Ken Damy e dal col­let­tivo foto­gra­fico La Comune.

manifesto.it

Habemus papam, non habemus pacem

Men­tre il papa in Israele ascolta discorsi molto ela­bo­rati sulla magni­fica tol­le­ranza reli­giosa nel paese, sui bene­fici della fio­rente demo­cra­zia, sulle para­di­sia­che con­di­zioni per tutti, cri­stiani, musul­mani ed ebrei, i ser­vizi di sicu­rezza israe­liani dispie­gano un enorme appa­rato che tra le altre fun­zioni dovrebbe pre­ve­nire gli atti di vio­lenza e di intol­le­ranza pro­ve­nienti dalle diverse bande fasci­ste dell’estrema destra israe­liana. Sì, que­sta è una demo­cra­zia tol­le­rante per­sino verso i quo­ti­diani eccessi dell’estrema destra.

Papa Fran­ce­sco ha pre­pa­rato tutti a una visita pura­mente reli­giosa, un pel­le­gri­nag­gio di fedeli . In Israele una visita di que­sto tipo ha sem­pre pro­fondi signi­fi­cati poli­tici, con­si­de­rati non solo i secoli di per­se­cu­zione cri­stiana, ma anche i lun­ghi anni in cui il Vati­cano non ha rico­no­sciuto lo Stato di Israele. Ma le cose hanno fun­zio­nato in modo abba­stanza diverso e ogni passo del sommo pon­te­fice è stato accu­ra­ta­mente elaborato.

Il Papa Fran­ce­sco è volato in eli­cot­tero dalla Gior­da­nia a Betlemme, ter­ri­to­rio dell’Autorità pale­sti­nese e ha evi­tato di arri­vare attra­verso i posti di blocco israe­liani. I pale­sti­nesi, meno pre­oc­cu­pati degli israe­liani, hanno con­sen­tito al papa di incon­trare molti fedeli, men­tre in Israele ha tro­vato nume­ro­sis­simi poli­ziotti e agenti segreti spa­ven­tati dalla pos­si­bi­lità che qual­che «tol­le­rante» israe­liano rin­no­vasse con vio­lenza la mil­le­na­ria con­tesa ebraico-cristiana.

Prima sor­presa: il Papa chiede di toc­care il muro, la bar­riera di odio costruita da Israele per «com­bat­tere il ter­ro­ri­smo», come ha spie­gato il giorno seguente il sag­gio pre­mier Neta­nyahu. Non solo tocca il muro, la sua ora­zione per la pace è piena di con­te­nuti, sod­di­sfa enor­me­mente i pale­sti­nesi, fa infu­riare alcuni patrioti israe­liani. Da Betlemme, il papa vola in eli­cot­tero all’aeroporto inter­na­zio­nale di Israele, e da lì in eli­cot­tero a Geru­sa­lemme, dove avrebbe potuto arri­vare in mac­china in cin­que minuti. Ma c’era anche da occu­parsi dei simboli.

Grande abbrac­cio col nostro gran pre­mio Nobel per la Pace, il pre­si­dente Peres e solo una for­male stretta di mano col nostro egre­gio Neta­nyahu, cosa abba­stanza posi­tiva agli occhi di alcuni come l’ autore di que­ste righe .
Le carat­te­ri­sti­che spi­ri­tuali e reli­giose della visita erano chiare e impor­tanti, ma per la lea­der­ship israe­liana tutto non è altro che un pre­te­sto per le solite frasi di pro­pa­ganda e solo il pre­si­dente Peres ha costi­tuito una rela­tiva ecce­zione. Neta­nyahu, i rab­bini capo, il rab­bino del Muro del Pianto, tutti a ripe­tere le lita­nie pro­pa­gan­di­sti­che: noial­tri vogliamo la pace, chioc­cia un pre­mier che non farà nulla per una vera pace, noial­tri siamo le eterne vit­time del ter­ro­ri­smo, ripe­terà il coro men­tre l’esercito non arriva a nes­suna con­clu­sione sui due gio­vani pale­sti­nesi uccisi, solo due set­ti­mane fa, da sol­dati o poli­ziotti israeliani.

«Noial­tri le vit­time», tutti spie­gano al papa il sogno della pace, non spie­gano il per­ché di così tante nuove case negli inse­dia­menti, della vio­lenza quo­ti­diana dell’occupazione, della con­ti­nua con­fi­sca di terre, della costru­zione di nuovi osta­coli alla pace, ma la colpa è sem­pre dei pale­sti­nesi che non vogliono la pace e si uni­scono ai ter­ro­ri­sti! Al Muro del Pianto il rab­bino spiega al Papa la libertà di culto e dimen­tica che gli ebrei non orto­dossi non pos­sono pre­gare libe­ra­mente in quel luogo, come fa notare nel pome­rig­gio un rab­bino non ortodosso!

Il papa a Betlemme incon­tra Abu Mazen, «il pre­si­dente dell’Autorità pale­sti­nese», una vec­chia volpe. Il papa, altra vec­chia volpe, si abbrac­cia con Peres, una super volpe che ha al suo attivo nume­rosi danni ai ten­ta­tivi di pace dal ‘67, ma da anni gioca fedel­mente il ruolo di pre­mio Nobel per la pace . Risul­tato: il papa annun­cia una pre­ghiera con­giunta in Vati­cano, che forse non farà avan­zare la pace, ma ha un valore intrin­seco, rovina la dige­stione al nostro navi­gato pre­mier Neta­nyahu. Neta­nyahu, comun­que mal impres­sio­nato dalla visita del papa al muro dell’odio tenta di ripri­sti­nare un certo equi­li­brio e porta il papa a toc­care la lapide degli israe­liani uccisi in atti di ter­ro­ri­smo .
Tutti si sor­ri­dono, gli agenti segreti si sen­tono sol­le­vati, il pre­mier un po’ depresso, il nostro vec­chio pre­si­dente eufo­rico, il papa sicu­ra­mente con­for­tato di tro­vare tanti tipi pro­ble­ma­tici in poche ore, si siede nell’aereo, forse senza sapere che tutti potreb­bero arri­var­gli a Roma in una settimana.

Il pre­si­dente Peres pro­verà nuovi stra­ta­gemmi, il pre­si­dente Abbas dirà sod­di­sfatto ai pale­sti­nesi che il «pro­cesso» con­ti­nua, il papa lo acco­glierà con pia­cere, pre­gherà e farà gli auguri di un futuro migliore, l’arena inter­na­zio­nale e i gior­na­li­sti cele­bre­ranno… L’occupazione con­ti­nuerà, il pro­cesso di annes­sione colo­niale dei ter­ri­tori non diminuirà.

manifesto.it

27 Maggio 1923 – Ricordando Don Milanihttp://blog.altervista.org/it/tag/wordpress

Il 27 maggio del 1923 nasceva a Firenze Lorenzo Milani. Non dando per scontato che tutti, specie i più giovani, sappiano veramente chi è stato, vorrei soltanto ricordare qui qualche dato biografico.

Lorenzo Milani Comparetti nacque a Firenze, in una famiglia ebraica, agiata e coltissima (il nonno era uno dei più grandi filologi italiani). Dopo la maturità (aveva studiato gli ultimi due anni da autodidatta), si trasferì a Milano dove provò la carriera di pittore, iscrivendosi all’accademia di Brera. Qui, anche attraverso lo studio della liturgia, si avvicinò al cristianesimo e si convertì, suscitando un certo disappunto nella famiglia (anche se non  religiosa, la famiglia lo aveva comunque fatto battezzare per evitare le conseguenze delle leggi razziali). Nel 1943 entrò in seminario, in un freddo inverno di guerra, applicandosi con scrupolo e intensità alla formazione teologica. Dopo l’ordinazione da sacerdote, nel luglio del 1947, fu mandato a San Donato Calenzano a fare il viceparroco (pievano). Qui, dedicandosi all’attività pastorale si rese conto di dover affrontare un contesto di analfabetismo giovanile, ragion per cui iniziò ad insegnare. Non infrequenti erano i suoi rapporti con i comunisti, con cui lui cercava un dialogo, pur non facendo nessuno sconto in fatto di dottrina. E tuttavia, con un anticipo inaudito rispetto al futuro Concilio Vaticano II, improntava la sua attività ad un’apertura sociale e umana che lo fece porre sotto osservazione da parte della gerarchia ecclesiastica.

È di questo periodo la pubblicazione di un libro molto importante, che gli costò anche una feroce stroncatura dalla Civiltà Cattolica, Esperienze Pastorali (1958)

Nel libro, il giovane don Milani, scriveva cose molto avanzate e non consuete nel panorama cattolico degli anni 50, specie per un prete. Per lui l’apostolato coincideva con la lotta per la  giustizia sociale, traducendosi in una pratica di dialogo  con i militanti del partito comunista. Il libro fu condannato dalla gerarchia, e anche per questo motivo il giovane Lorenzo fu trasferito a Barbiana, una frazione piccola e isolata della diocesi fiorentina.

« …Barbiana non è nemmeno un villaggio, è una chiesa e le case sono sparse tra i boschi e i campi… In tutto ci sono rimaste 39 anime… In molte case e anche qui a scuola manca la luce elettrica e l’acqua. La strada non c’era. L’abbiamo adattata un po’ noi perché ci passi una macchina. »

Nel 1965 aveva pubblicato una lettera su Rinascita, che gli costò l’imputazione di apologia di reato. Don Milani si era schierato dalla parte degli obiettori di coscienza al servizio militare e contro la prassi dei cappellani militari. La condanna giunse tuttavia troppo tardi, il “reo” fu portato via da  un tumore, il  26 giugno 1967. Aveva 44 anni.

« Viene processato, insieme al vicedirettore responsabile di Rinascita, Luca Pavolini, per apologia di reato, a Roma dove si stampa la rivista comunista. In vista del processo, non potendo parteciparvi perché malato, prepara la Lettera ai giudici. Il 15 febbraio 1966 i giudici romani, dopo tre ore di camera di consiglio, assolvono Lorenzo Milani e Luca Pavolini perché il fatto non costituisce reato.

Don Lorenzo morirà prima del processo d’appello in cui la corte sentenzierà la condanna per Pavolini a cinque mesi e dieci giorni. Per il priore di Barbiana “il reato è estinto per morte del reo”. Una condanna. Nonostante la grave malattia viene preparata la Lettera a una professoressa, contro la scuola classista che boccia i poveri. Una rampogna agli intellettuali al servizio di una sola classe. Un’opera scritta dalla scuola di Barbiana collettivamente e che verrà pubblicata a maggio del ’67. I giudizi sulla scuola italiana sono trancianti, irrevocabili. La lettera verrà tradotta in tedesco, spagnolo, inglese e perfino giapponese» .

La sua scuola  a tempo pieno, per i figli dei contadini di Vicchio, diventerà famosissima. La pratica rivoluzionaria – e nello stesso tempo estremamente semplice – è descritta da molti libri, ma la sintesi sta in queste due frasi «La scuola sarà sempre meglio della merda». (Da Lettera a una professoressa , 1967) e «I care» (“l’esatto contrario del motto fascista «me ne frego»”) appesa sulla parete di ingresso.

Per ricordare Don Milani, in un tempo in cui il suo insegnamento corre il rischio di essere solo formalmente onorato, perchè ancora la sostanza è troppo dura per essere veramente recepita – (si tratterebbe, in fondo, dell’applicazione pura e semplice dei principi della nostra Costituzione ?-)

linkiesta.it

Vaticano, papa Francesco sul celibato dei sacerdoti: “Non è un dogma, la porta è sempre aperta”

Per la prima volta da quando è stato eletto Pontefice, Bergoglio affronta direttamente la questione con una frase che sicuramente farà discutere le gerarchie ecclesiastiche e non solo.  Una posizione ribadita l’anno scorso dal Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, che aveva detto: “Il celibato non è un dogma e può essere messo in discussione perché fa parte della tradizione ecclesiastica”.

Agli inizi di maggio, il Papa ha affrontato il problema del celibato durante un colloquio con il vescovo brasiliano Erwin Krautler, che ha portato all’attenzione di Bergoglio la straordinaria carenza di vocazioni nel proprio territorio. Secondo Krautler, il capo della Chiesa ha spiegato di non poter risolvere la penuria di sacerdoti direttamente da Roma, ma ha esortato i vescovi brasiliani a essere “coraggiosi” e a “fare proposte concrete”.

tratto da http://www.huffingtonpost.it

Papa Francesco sul celibato dei preti «Non essendo un dogma di fede, c’è sempre la porta aperta»

«La Chiesa cattolica ha preti sposati, nei riti orientali. Il celibato non è un dogma di fede, è una regola di vita, che io apprezzo tanto e credo che sia un dono per la Chiesa. Non essendo un dogma di fede, c’è sempre la porta aperta»

Lo ha affermato Papa Francesco a ruota libera durante le domande dei giornalisti, che l’hanno accompagnato in Terra Santa.

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha commentato con entusiamo le dichiarazioni di Papa Francesco invitandolo a dare immediatamente corso alle riforme, come primo passo, riaccogliendo nel ministero i sacerdoti sposati con regolare percorso canonico di dimissioni, dispensa e matrimonio religioso che hanno una valida Ordinazione Presbiterale.

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 a cura di sacerdotisposati@alice.it

Padre dall’Oglio «impiccato» il giorno della sua cattura

Il gesuita italiano Paolo Dall’Oglio sarebbe stato ucciso subito dopo la cattura da parte di miliziani qaedisti nel luglio dello scorso anno a Raqqa, nel nord della Siria. Lo afferma un disertore dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) citato dall’ong Lega siriana per i diritti umani. Per ora mancano però elementi di prova

DAMASCO – Il gesuita padre Paolo Dall’Oglio sarebbe stato ucciso il 29 luglio del 2013, due ore dopo il suo sequestro nella città di al Raqqa, roccaforte delle milizie qaediste nel Nord della Siria. A scriverlo è «Tahrir souri», («Liberazione siriana», sito vicino all’opposizionje al regime del presidente Bashar al Assad). Il sito, riferisce di un attivista, Ibrahim al Raqqawi, presentandolo come responsabile della «Campagna Raqqa sgozzata in silenzio», sarebbe entrato in contatto con un testimone oculare che avrebbe visto l’esecuzione del religioso.

IL RACCONTO – Questo testimone in condizioni di anonimato, racconta che il 29 luglio 2013 (giorno del rapimento), in città era uscito un corteo radunatosi alla chiesa dei «Martiri» di Raqqa e subito al termine della manifestazione Dall’Oglio avrebbe deciso di andare per un incontro con i leader del gruppo legato ad al Qaeda che si fa chiamare «Stato islamico in Iraq e in Siria». Dopo tre giorni di tentativi – prosegue il racconto del teste – la malasorte attendeva il religioso nella persona di «Kassab al Jazrawi» («Jazrawi» in arabo significa il «Macellaio», ndr); cittadino saudita ed uno dei capi di al Qaeda nella città. Questo Jazrawi, secondo il racconto del teste, era nervoso perchè avrebbe ricevuto la notizie della morte del fratello lo stesso giorno.

GIUDICATO DA UNA CORTE ISLAMICA – Dall’Oglio sarebbe stato prima condotto in carcere e poi giudicato da «una Corte islamica» prima di essere impiccato vicino «alla zona della diga» ed il suo cadavere «occultato e buttato» sempre nella stessa zona. Il testimone, che afferma di non aver rivelato queste informazioni prima, «per paura» aggiunge altri dettagli come «uno scontro fisico» tra Dall’Oglio ed il suo carnefice Kassaba Jazrawi alla presenza di una terza persona, un altro saudita di nome «Khaled al Jazrawi».

LA PROCURA DI ROMA CERCA RISCONTRI – Gli inquirenti della Procura di Roma stanno cercando di verificare l’attendibilità delle affermazioni di un disertore dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) secondo il gesuita italiano Paolo Dall’Oglio sarebbe stato ucciso. Il pm Sergio Colaiocco, che sul rapimento del religioso procede per sequestro di persona con finalità di terrorismo, ha avviato una serie di attività alla ricerca di riscontri. In questo senso il magistrato attende un rapporto da parte degli investigatori.

diariodelweb.it

Seguace di Milingo, Njogu, di pseudo chiesa… cerca di accaparrarsi preti sposati in Africa

Pietro Njogu, ordinato vescovo qualche anno fa da Milingo e membro di una pseudo-chiesa, torna alla carica per accaparrarsi i preti sposati. L’occasione gli viene offerta dalla lettera di qualche giorno fa di 26 donne a Papa Francesco.

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati invita a stare attenti a questo tipo di appelli. Già in passato Milingo e il suo staff hanno cercato distruggere la giusta battaglia dei sacerdoti sposati, ridicolarizzandone l’immagine e presentando una pessima visione ai media, mettendo in ridicolo il lavori di anni della redazione dei sacerdoti lavoratori sposati….

A pubblicare le affermazioni di Njogu è stato il sito   http://www.the-star.co.ke

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 © traduzione e commento a cura di Sacerdoti Lavoratori Sposati sacerdotisposati@alice.it

Per “IlFoglio.it” ogni occasione è buona per attaccare i sacerdoti sposati

La rubrica Soliloqui de Il Foglio usa un’acredine spudorata sui temi legati ai sacerdoti sposati… Da anni ignora il dibattito telogico reale sul celibato dei preti e pubblica spesso notizie apologetiche

ecco parte quanto scrive il 26 Maggio… (ndr)

“La sposa dietro l’altare… Buchi, magagne e incertezze nella lettera inviata al Papa dalle amanti dei preti (adottate da internet)

Una raccomandata al Papa, una firma, qualche numero telefonico, ventisei nomi di battesimo, un indirizzo mail che definire improbabile è usare un eufemismo, un numero di telefono che squilla a vuoto. E’ tutto quello che si sa dell’ormai celebre lettera che un gruppo di signore, da tutte le parti d’Italia “e non solo”, ha spedito a Santa Marta per supplicare Francesco di archiviare per sempre il celibato sacerdotale. Parlano chiaro e vanno dritte al cuore della questione: “Ognuna di noi sta vivendo, ha vissuto o vorrebbe vivere una relazione d’amore con un sacerdote di cui è innamorata”.”

Papa Francesco svolta sui preti sposati? La risposta di un docente di Diritto Canonico

E nel caso che la chiesa di Papa Francesco decidesse la svolta, come si potrebbe avviare il percorso? Risponde un docente di Diritto canonico della facoltà Teologica di Sicilia, Vincenzo Talluto, che è anche giudice del Tribunale ecclesiastico: «Il problema è legato alle decisioni di tutta la Chiesa e risale a scelte operate fra il III e il IV secolo confermate recentemente anche da Giovanni Paolo II». E dunque un problema insormontabile, il celibato è irriformabile? «Con il pronunciamento di tutta la Chiesa, al limite si potrebbero valutare le posizioni caso per caso e alcuni sacerdoti potrebbero essere esclusi dall’obbligo del celibato».

tratto da gds online

Otto per mille, che fine fanno i soldi dei contribuenti

Claudia La Via
www.lettera43.it

È in vigore da 30 anni. Secondo gli ultimi dati disponibili (dichiarazione dei redditi del 2009) nel 2013 vale ben 1 miliardo e 225 milioni di euro. Non costa nulla (quasi) alle tasche degli italiani. Ma su una quota millesimale del gettito Irpef si giocano equilibri importanti. Fra Stato e Chiesa. E fra le diverse confessioni religiose.

LA SCELTA TRA 12 SOGGETTI. Stiamo parlando dell’8xmille. Ogni cittadino che presenta la dichiarazione dei redditi può scegliere fra 12 soggetti a cui destinarlo: Stato, Chiesa cattolica, Unione chiese cristiane avventiste del 7° giorno, Assemblee di Dio in Italia, Unione delle chiese metodiste e valdesi, Chiesa evangelica Luterana in Italia, Unione comunità ebraiche italiane, Unione buddista, Unione induista, Chiesa apostolica, Sacra diocesi ortodossa d’Italia, Unione cristiana evangelica battista d’Italia. In realtà nessuno destina il proprio gettito: il meccanismo assomiglia più a un gigantesco sondaggio d’opinione, al termine del quale si “contano” le scelte, si calcolano le percentuali ottenute da ogni soggetto e, in base a queste percentuali, vengono poi ripartiti i fondi.

LA SCELTA DELLA DESTINAZIONE. Uno dei punti più controversi riguarda infatti la procedura di scelta della destinazione. Secondo la legge il contributo viene assegnato non solo in base a ciò che il contribuente esprime, ma conteggia anche chi non ha scelto nulla. Attualmente infatti, non più del 45% dei contribuenti aventi diritto sceglie in maniera palese la destinazione dell’8xmille. La parte restante, però, viene assegnata ugualmente secondo un meccanismo un po’ complesso: le quote dei cittadini che non esprimono la propria preferenza vengono ripartite tra i beneficiari scelti in modo diretto, in proporzione a quando già percepito. In pratica chi ottiene la maggior parte delle assegnazioni dirette si aggiudica anche quelle indirette.

AI CATTOLICI I 4/5 DELLA TORTA. A ciò si aggiunge anche la parte di contributi che provengono da chi non è tenuto a presentare la dichiarazione. Il paradosso finale è che in questo modo le varie confessioni ricevono più dalla quota di fondi non espressa che da quella espressa. E la Chiesa cattolica – che di solito ottiene la maggior parte delle assegnazioni dirette – arriva a guadagnare i quattro quinti dell’intero incasso. Alcune confessioni però (come Assemblee di Dio e Chiesa apostolica) lasciano invece allo Stato le quote non attribuite.

La nascita con il Concordato del 1984

L’8xmille è un provvedimento nato dopo un accordo di revisione del Concordato fra Stato e Chiesa del 1984 che mirava a introdurre un nuovo metodo – più moderno – di finanziamento alla Chiesa cattolica. Prima infatti l’Italia pagava parte dello stipendio del clero attraverso un apposito fondo. Poi, questa norma nata a favore del Vaticano è stata estesa anche ad altre confessioni religiose. Oggi sono in 12 a correre per aggiudicarsi i soldi messi a disposizione dalla quota del gettito Irpef. Fra queste la Chiesa valdese, la Comunità ebraica e – da poco – anche buddisti e induisti.

L’ITER PER IL RICONOSCIMENTO DELLE RELIGIONI. Perché una comunità religiosa entri a far parte delle istituzioni ‘riconosciute’ a cui è possibile assegnare una quota dell’8xmille occorre che vi sia un’intesa stipulata con lo Stato italiano e che questo accordo sia ratificato dal parlamento. Ma l’iter è spesso complicato (o reso complicato) e parecchio lungo. Come nel caso dei Testimoni di Geova la cui intesa con lo Stato è stata approvata dal Consiglio dei ministri nel 2000 ma da allora non è mai stata ratificata dal parlamento. I buddisti, invece, avevano firmato l’intesa nel 1999 e hanno dovuto attendere 15 anni prima di essere riconosciuti. E in questo arco di tempo – grazie al meccanismo delle quote non espresse – i soldi finivano comunque alla Chiesa cattolica.

Nel 2013 la Chiesa ha raccolto 1 miliardo e 33 milioni di euro

Fra i soldi destinati alla Chiesa cattolica e quelli che arrivano alle altre religioni che hanno accesso all’8xmille, infatti, c’è un abisso. Basti pensare che la seconda confessione in lista – quella valdese – raccoglie il 2% delle preferenze e la terza – l’Unione delle Comunità ebraiche italiane – vanta percentuali risicatissime, sotto l’1%.

15 MILIONI DI FIRME PER LA CEI. In base agli ultimi dati disponibili – relativi alle dichiarazioni dei redditi effettuate nel 2010 – la Conferenza episcopale italiana (Cei) è sempre in cima alla classifica con più di 15 milioni di firme (circa l’82% delle scelte espresse). Secondo un comunicato emesso dalla Cei la somma dell’8xmille assegnata alla Chiesa cattolica per il 2013 è stata di 1 miliardo e 33 milioni di euro (in pratica la fetta più grande). Di questi circa 420 mila sono stati destinati alla voce «eventi di culto e pastorale» (l’anno prima erano stati 479.226) mentre 382 mila sono andati per il sostentamento del clero (nel 2012 erano 363.850). Infine 235 milioni andranno in opere di carità di vario genere come i ‘solo’ 85 milioni destinati al Terzo mondo.

BUDDISTI E INDUISTI GUARDANO ALL’ESTERO. Fra le altre confessioni, la Chiesa valdese rifiuta di destinare i fondi ottenuti alle esigenze di culto e al sostentamento del clero. L’Unione buddista italiana destina invece i fondi a «interventi culturali, sociali e umanitari anche a favore di altri Paesi, nonché assistenziali e di sostegno al culto», mentre gli induisti li utilizzano per «il sostentamento dei ministri di culto, esigenze di culto e attività di religione, nonché interventi culturali, sociali, umanitari ed assistenziali eventualmente pure a favore di altri Paesi».

E lo Stato divora il “suo” 8xmille

Il secondo beneficiario dell’8xmille è comunque lo Stato che si aggiudica il 13,74% delle preferenze. Nonostante, però, sia previsto un impiego ben preciso di queste risorse (lotta alla fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati e conservazione di beni culturali), la legge viene infatti puntualmente disattesa. Lo dimostrano i numeri: sempre per il 2013 lo Stato ha intascato 170 milioni di euro ma ne ha spesi poco più di 400 mila per opere umanitarie. In pratica appena lo 0,24% del totale. Pochi spiccioli, insomma, a fronte di un cospicuo tesoretto.

TESORETTO EROSO PER FINANZIARE PROGETTI. Non si era mai registrata una quota così bassa ma le ragioni vanno ricercate indietro nel tempo. In questi anni, infatti, il tesoretto è stato eroso dagli interventi dei vari governi che hanno attinto a piene mani al fondo per finanziare progetti più disparati. E, nella maggior parte dei casi, non di utilità sociale. Come il “Fondo volo” su cui nel 2004 sono stati dirottati ben 5 milioni di euro con l’obiettivo di creare un portafogli di previdenza per il personale di volo delle compagnie aree. A questo si aggiungono i 35 milioni dell’8xmille statale investiti dal governo Letta per sbloccare i pagamenti alle imprese che vantano crediti verso la Pubblica amministrazione, altri 10 per la copertura del decreto del fare e poi 20 milioni per gli incentivi e le agevolazioni per il risparmi energetico (Ecobonus).

COME UN BANCOMAT. Insomma dallo Stato spesso l’8xmille è stato visto come un bancomat. Dalla riduzione del debito al salvataggio di Alitalia passando per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero.

C’era una volta la grande bellezza. Come salvare l’Italia dall’asfalto e dal cemento

ADISTA. È stato chiamato il Belpaese e mai appellativo fu più giusto (il «bel paese ch’Appennin parte e ‘l mar circonda e l’Alpe» lo definì già Petrarca nel Canzoniere). Bella, l’Italia, per i suoi paesaggi, per i suoi tesori, per i suoi borghi, per il suo immenso patrimonio archeologico e culturale, per i prodotti della sua terra. Bella eppure ferita, deturpata, sfigurata dalla crescita incontrollata e disordinata dei centri urbani, dagli ecomostri, dall’asfalto, dall’incuria: assassinata dal cemento, come cantava Francesco De Gregori in “Viva l’Italia”. Un’aggressione impressionante, continua, impietosa alla nostra “grande bellezza” che un recente rapporto dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha tradotto in cifre che lasciano interdetti: la cementificazione, in Italia, avanza al ritmo inaudito di 8 mq al secondo. E proprio questo, 8 mq al secondo. Salvare l’Italia dall’asfalto e dal cemento, è il titolo di un piccolo ma densissimo libro appena pubblicato dalla Emi per la collana Emisferi, dedicata «al nostro mondo com’è, e come lo vorremmo» (pp. 63, euro 4,50). Un opuscolo «economico ed ecologico» (utile come regalo e anche, perché no, come bomboniera), scritto da un autore con tutte, ma proprio tutte le carte in regola: Domenico Finiguerra, classe 1971, già sindaco, dal 2002 al 2012, di Cassinetta di Lugagnano – piccolo paese della provincia di Milano entrato a far parte nel 2008 dell’Associazione Comuni Virtuosi e vincitore del premio nazionale “Comuni Virtuosi” nella categoria “Gestione del territorio” (come modello di crescita zero urbanistica) -; co-promotore della campagna nazionale “Stop al Consumo di Territorio” e del Forum nazionale Salviamo il Paesaggio (sul cui sito – www.salviamoilpaesaggio.it – è possibile informarsi su tutte le battaglie esistenti in difesa del territorio italiano), fondato proprio a Cassinetta di Lugagnano nel 2011; oggi consigliere comunale ad Abbiategrasso alla guida di una lista civica e candidato alle Europee per la lista “L’altra Europa con Tsipras” (nel collegio Nordovest: Lombardia, Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta), la lista autonoma della società civile che sostiene il leader del partito greco Syriza Alexis Tsipras come candidato alla presidenza della Commissione Europea, contro il ritorno dei nazionalismi, le Costituzioni calpestate, i Parlamenti asserviti (e che presenta, tra i principali punti del suo programma, quello di una «trasformazione ecologica della produzione, per rispondere alla crisi ambientale e dare priorità alla qualità della vita»).

«Otto metri quadrati al secondo – scrive Finiguerra – è il ritmo con cui vengono asfaltate e cementificate la bellezza, la biodiversità, l’agricoltura e la cultura del nostro Paese»: 8 mq al secondo che, «moltiplicati per i secondi di un anno, che sono 31 milioni e 536.000», fanno oltre 252 kmq, dunque «un quadratone dal perimetro di 63,2 km». Un attacco che sembra inarrestabile, evidenzia l’autore. Di più: un vero «suicidio nazionale, perché la bellezza potrebbe essere il vero motore del progresso italiano» e invece si ritrova ad essere sistematicamente violata da «azioni pianificate di devastazione». Con conseguenze incalcolabili anche in termini di riduzione dell’autonomia alimentare (il nostro Paese ha perso dal 1971 al 2010 quasi 5 milioni di ettari di superficie agricola utilizzata), di dissesto idrogeologico (con danni pari a 61 miliardi di euro in poco più di 60 anni), di concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera (con la perdita di fonti di «frescura naturale» come la fittissima rete di canali che disegnano il paesaggio lombardo), di minacce alla biodiversità (garantita solo dalla disponibilità di terra non cementificata e fertile), e persino di crescita del malessere psicologico (quel disagio che si prova nel percorrere chilometri e chilometri senza più provare il minimo «sussulto di stupore», dinanzi al monotono susseguirsi di capannoni, supermercati e case; nel condannare i nostri figli a «fare i criceti in parchi giochi di plastica “regalati” dalle speculazioni edilizie per compensare le perdite di valore ambientale»): aspetti, tutti questi, su cui Finiguerra si sofferma nel suo prezioso libretto.

Una resistenza da allargare

C’è spazio, tuttavia, anche per la speranza, considerando che l’aggressione «silenziosa e costante» del cemento ha «trovato in numerose città, paesi e angoli talvolta remoti e nascosti chi è determinato a contrastarla»: una fitta rete di gruppi ambientalisti, associazioni, forum e liste civiche che, anche grazie alla formazione del Forum nazionale Salviamo il Paesaggio, con i suoi quasi mille comitati locali, sta dando vita a una vera forza di opposizione nazionale alla devastazione dei territori, protagonista di innumerevoli battaglie locali e nazionali, dalla piccola variante urbanistica alla grande speculazione immobiliare fino alle grandi opere. Senza contare l’ottantina di Comuni Virtuosi che hanno già aderito alla strategia Consumo di Suolo Zero e il sostegno ufficiale alla battaglia contro l’impermeabilizzazione del suolo espresso dalla Fillea Cgil, il maggiore sindacato italiano dei lavoratori dell’edilizia, finalmente convinto della necessità di puntare sul recupero e sul restauro dei centri storici e dei borghi antichi del nostro Paese come pure sugli indispensabili interventi di messa in sicurezza del territorio. Una resistenza, però, che «è urgente allargare a macchia d’olio», trasformando «questa moltitudine varia di lottatori per la salvaguardia della terra, del paesaggio, dell’ambiente, della biosfera» in un vero movimento politico di opinione, affinché la conversione ecologica diventi «un’esigenza sociale collettiva».

news(claudia fanti)

La nuova Tangentopoli

di Domenico Gallo

C’è un filo rosso che lega la pratica diffusa della corruzione, scoperchiata da Tangentopoli nel 1992/93, con gli avvenimenti delle ultime settimane che hanno fatto emergere a Milano una nuova cupola organizzata per il controllo degli appalti pubblici. A collegarci agli eventi di 20 anni fa, l’affiorare, nelle inchieste, degli stessi nomi di personaggi già allora inquisiti, arrestati e condannati, in quanto attori di quel sistema corruttivo che controllava gli appalti pubblici, deviando un fiume di denaro nelle tasche dei partiti politici e dei loro gruppi dirigenti. All’epoca, le inchieste della magistratura coinvolsero i vertici dei partiti che condividevano responsabilità di governo, e destrutturarono la classe dirigente, aprendo la strada ad un possibile risanamento delle istituzioni e dell’etica pubblica nel nostro Paese.

Oggi dopo 20 anni dobbiamo constatare amaramente che nulla è cambiato, che le funzioni pubbliche continuano ad essere usurpate, o quanto meno condizionate, per realizzare illecitamente profitti privati e rafforzare situazioni di potere del ceto politico-affaristico.

In realtà le cose non potevano andare diversamente.

Se la magistratura ha (almeno parzialmente) spazzato via una classe dirigente corrotta, il risanamento della vita pubblica solo la politica lo poteva attuare.

Invece in questi 20 anni il mantra ossessivamente ripetuto dai “nuovi” dirigenti politici, emersi con la galassia di Forza Italia, è stata la ricerca di soluzioni di ogni tipo per alterare l’equilibrio dei poteri e rendere il capo politico e la sua corte impermeabile ad ogni forma di controllo politico, ma soprattutto al controllo di legalità.

Così il Parlamento, grazie alle riforme elettorali, è stato trasformato in un’assise di pretoriani (o un bivacco di manipoli) che hanno incrociato i ferri con la magistratura, il presidente della Repubblica e la Corte Costituzionale, per rivendicare l’immunità per il capo politico e la sua corte. E ciò è avvenuto, sia direttamente, attraverso le leggi ad personam che impedivano alla magistratura di procedere, sia indirettamente, con un coacervo di interventi sulle leggi penali e processuali, che, attraverso la riduzione dei termini di prescrizione ed il “taglio” di alcuni reati come il falso in bilancio, nonché seminando impedimenti vari (come il divieto del pm di proporre appello in caso di proscioglimento dell’imputato, o l’impedimento ad effettuare intercettazioni), avevano il solo ed unico scopo di appassire il controllo di legalità e ampliare l’area dell’impunità per i reati dei colletti bianchi.

Gli abusi delle funzioni pubbliche si sono spinti fino a costringere il Parlamento a sollevare un conflitto di attribuzione nei confronti della magistratura fondato sul presupposto che Ruby fosse la nipote di Mubarak!

E l’insofferenza per ogni forma di regolamento amministrativo del regime degli appalti si è concretizzata con le vicende della Protezione civile che hanno visto crescere a dismisura l’area dell’intervento di emergenza che consentiva di realizzare opere faraoniche ed inutili (come quelle realizzate alla Maddalena per il G8 che non c’è stato) sottratte alle procedure che regolano l’affidamento degli appalti pubblici.

Del resto che ci sia un collegamento diretto fra la “nuova” classe dirigente emersa dopo le vicende di Tangentopoli e la vecchia, travolta dagli scandali, non lo dimostra soltanto la vicenda personale di Berlusconi che ha visto crescere il suo potere aziendale all’ombra di Craxi, ma è stato rivendicato apertis verbis dallo stesso Berlusconi.

Nella conferenza stampa di presentazione della cosiddetta “riforma epocale” della giustizia, annunciata nel marzo del 2011 dal suo governo (e per esso dal ministro della giustizia dell’epoca, Alfano), Berlusconi disse che se fosse stato in vigore questo nuovo ordinamento della giustizia non ci sarebbe stata «l’esondazione, l’invasione della magistratura nella politica e quelle situazioni che hanno portato nel corso della storia degli ultimi 20 anni a cambiamenti di governo, a un annullamento della classe dirigente nel ’93».

In sostanza Berlusconi, con l’impudenza che lo contraddistingue, si è rammaricato che in passato l’autorità giudiziaria abbia smantellato un sistema di corruzione organizzato e gestito dal ceto politico dirigente dell’epoca ed ha proposto una riforma allo scopo di impedire che le nuove classi dirigenti politiche possano subire l’onta del controllo di legalità.

Se oggi un ex ministro dell’Interno è in galera per aver favorito la fuga di un imprenditore, deputato di Forza Italia per tre legislature, condannato per concorso esterno con associazioni mafiose e se uno dei fondatori di Forza Italia, anch’egli condannato per concorso esterno, è in procinto di essere estradato in Italia per scontare la sua pena, ciò è accaduto perché la “riforma epocale” della giustizia non è mai entrata in vigore e vige ancora il regime dell’indipendenza della magistratura garantito dalla tanto vituperata Costituzione italiana.

Ma non vengano a raccontarci che la nuova dimensione della corruzione che sta emergendo con le ultime vicende giudiziarie sia frutto di mere devianze individuali.

Una politica infetta inquina le istituzioni e fa dilagare la corruzione ed ogni altra forma di malcostume che sia funzionale al ceto politico. La ripetizione, sotto altra forma, dello stesso sistema corruttivo, smantellato 20 anni fa, ci dimostra che, se è essenziale il controllo di legalità, non è dalla magistratura che può venire la salvezza, ma solo dalla politica. A patto di cambiare completamente registro.

* Giudice presso la Corte di Cassazione

adistanotizie

Arrestato prete complice dittatura argentina

37667. ASUNCIÓN-ADISTA. Colpito il 6 ottobre 2013 da ordine di cattura internazionale per omicidio, sparizione forzata e torture, perpetrati durante la dittatura argentina, l’ormai ottantenne ex cappellano militare Aldo Omar Vara (v. Adista Notizie n. 37/13) è stato arrestato il 28 aprile in Paraguay, a Ciudad del Este, nella parrocchia Virgen del Rosario dove si era nascosto da quando, il 6 agosto 2013, era stato spiccato contro di lui un mandato di arresto. Svolgeva normale attività pastorale, sotto altra identità, grazie all’accoglienza offertagli dal vescovo della diocesi, mons. Rogelio Livieres Plano, dell’Opus Dei.

In un comunicato del 3 maggio scorso emesso per incarico di Livieres, la diocesi ha voluto ringraziare Vara «per la dedizione e il sacrificio dimostrati in questo breve periodo in cui ha svolto attività pastorali». Sì, era un ricercato dall’Interpol, riconosce il comunicato, ma su di lui non pendeva alcuna sanzione canonica. Nel comunicato si afferma che comunque p. Vara «è stato accolto su richiesta del suo vescovo», quello di Bahia Blanca (diocesi d’origine dell’ex cappellano; il comunicato non fa il nome dell’ecclesiastico, che attualmente è mons. Guillermo Garlatti). E non è finita: ad ampliare lo scandalo c’è il fatto che ogni mese a Vara è stato consegnato, tramite persona appositamente incaricata del ritiro (l’impresario immobiliare Leopoldo Bochile), un assegno con la pensione. L’emolumento è giunto puntuale anche durante gli otto mesi di latitanza dell’ex cappellano, quando inoltre pendeva su di lui una taglia di 100mila dollari (circa 72mila euro) decretata dal Ministero argentino di Giustizia e Diritti Umani insieme al mandato d’arresto.
Aldo Vara, sempre in fuga dalla giustizia

Vara fu cappellano militare dal 1971 al 1979 nel V Commando dell’Esercito e del Batallón de Comunicaciones 181 nella città di Bahía Blanca. Svolse il suo ruolo nel centro clandestino detto La Escuelita sostenendo la giunta argentina, fino ad assistere personalmente alle torture perpetrate ai sequestrati. Alcuni di questi, sopravvissuti e testimoni nel Processo per la Verità di Bahia Blanca iniziato nel 1998, lo riconobbero. Egli ammise, ma era il 1999 e nulla si poté fare per incriminarlo essendo ancora vigenti le leggi di impunità (abrogate nel 2005, estinguevano i procedimenti disposti a carico delle persone coinvolte nei crimini commessi fino alla data del 10 dicembre 1983, giorno della fine della dittatura). Nel 2012, la sentenza di condanna del primo gruppo di repressori bahiensi considerò provata la «colpevolezza» di Vara nei sequestri e nelle torture e ordinò l’apertura di un’indagine che nell’aprile del 2013 stabilì l’esistenza di prove sufficienti per l’arresto.
Mons. Guillermo Garlatti, sospetto di menzogne

Quando all’inizio di maggio la stampa argentina ha fatto il nome di mons. Garlatti quale vescovo autore della «richiesta» di accogliere Vara, Garlatti ha negato di avere avuto mai a che fare con l’ex cappellano, in quanto Vara – così ha spiegato un comunicato della curia ispirato dal vescovo – ha abbandonato la diocesi nel 2001, due anni prima che Garlatti ne assumesse la guida. Il luogo dove riparò il sacerdote incriminato non è indicato. L’informazione la fornisce però Horacio Verbitski (Página12, 11/5): Vara fu inviato (allontanato per proteggerlo, si dice) «in una residenza della congregazione fanatica del Verbo Incarnato, a San Rafael in Mendoza». «Ma che casualità!», esclama fintamente stupito Verbitski: «L’allora vescovo di San Rafael era proprio Garlatti». Il quale, inoltre, ancora nello scorso novembre ha negato di conoscere l’indirizzo del ricercato. Eppure a questi arrivava la pensione con puntualità svizzera. Onorario erogato da «una cassa amministrata dalla Chiesa cattolica», puntualizza Verbitski, tanto che il 9 maggio è stata eseguita una perquisizione negli uffici diocesani, a seguito dell’apertura di un’indagine a carico di Garlatti (e di Bochile) con l’imputazione di favoreggiamento di latitante. L’imputazione potrebbe non fermarsi all’istanza diocesana, poiché i soldi, rileva il giornalista, non provenivano certo «dal salvadanaio di Garlatti».
Mons. Livieres, opusdeista molto… “accogliente”

Il vescovo di Ciudad del Este ha in un certo senso scaricato la responsabilità della protezione del ricercato p. Vara sul vescovo di Bahia Blanca, ma non è la prima volta che concede rifugio a un sacerdote straniero oggetto di forti denunce. Fu scandalo nel 2008 quando si venne a conoscenza del caso dell’argentino Carlos Urrutigoity, accusato di ripetuti abusi sessuali su minori. Allontanato più volte da diocesi e collegi, fu espulso infine dalla diocesi statunitense di Scranton (Usa) e accolto da mons. Livieres, che nel 2005 nominò Urrutigoity formatore presso il seminario San José de Ciudad del Este, e in seguito vicario generale, carica che ricopre tuttora. Insieme a Urrutigoity, liveires accolse il sacerdote Eric Ensey, anch’egli accusato di abusi sessuali ed espulso da Scranton. I due, inoltre aveva fondato La Società di San Giovanni, una comunità di preti tradizionalisti ex lefebvriani).

Così come, nel 2009, fece scalpore all’interno dell’episcopato paraguayano, che non ne era avvertito, la lettera riservata, inviata a Benedetto XVI, in cui mons. Livieres denunciava «disordine dottrinale» e «mancanza di coerenza tra la dottrina della Chiesa da un lato e l’azione di vescovi e sacerdoti dall’altro», sostenendo che in Paraguay si sarebbe costituita una specie di Chiesa nazionale o parallela, compromessa con la Teologia della Liberazione, «in contrapposizione alla Chiesa universale», e che la formazione dei futuri sacerdoti nel Seminario Maggiore sarebbe stata più politica che teologica, tanto da costringerlo a creare un altro seminario in Alto Paraná. Pertanto, il vescovo suggeriva di scegliere i futuri vescovi tra i preti stranieri «con una salda adesione alla dottrina ortodossa» (v. Adista n. 28/09). (eletta cucuzza)

Se lei ama un prete

Cara Silvia, mia figlia Nicoletta si è laureata con il massimo dei voti in Lettere Classiche ma ci vorrà tempo prima che possa mettere a frutto questo titolo. Nel frattempo segue un gruppetto di studenti, svantaggiati perché extracomunitari, che si riuniscono il pomeriggio all’oratorio per studiare e fare i compiti. Sin qui tutto bene ma, vedendola al computer tutto il resto del tempo, mi è venuto il sospetto di una relazione sentimentale con un sacerdote piuttosto giovane, che affianca il vecchio parroco. Cosa dice? Devo parlargliene o restare discretamente  in silenzio ? Grazie, “una mamma”. (Lettera a Io Donna)

Cara mamma, il tema di donne che s’innamorano di un sacerdote è giunto alla ribalta da quando un gruppo di loro ha scritto una accorata lettera al Papa chiedendo di legalizzare una relazione d’amore , ingiustamente condannata e costretta alla clandestinità. Sono d’accordo con chi esorta la Chiesa Cattolica a consentire il matrimonio dei preti, considerando la condizione coniugale, non un ostacolo ma una ricchezza nello svolgimento dell’azione pastorale. Affronti l’argomento con sua figlia cercando di ottenere la sua confidenza senza che si senta spiata.

Ma ,in proposito,  ci possono essere esperienze e opinioni  diverse . Ascoltiamole.

«Auspichiamo che col crescere della penuria di preti, il tema del celibato verrà discusso ancora»

Il celibato dei preti, missiva di 26 donne. Padre Scordato: «Affrontare gli argomenti “Intoccabili”». Padre Talluto: «Una decisione che riguarda tutta la Chiesa»

di DELIA PARRINELLO

PALERMO. Con una lettera che racconta come è terribile amare un prete in lunghe e sofferte storie clandestine, 26 firmatarie italiane «coinvolte sentimentalmente con un sacerdote o religioso» si appellano a Papa Francesco e gli chiedono di rivedere la norma sul celibato. La risonanza è planetaria, l’appello coincide con un «sondaggio» che lo stesso Papa Bergoglio ha appena messo in moto, l’invio di un questionario a tutte le comunità parrocchiali e diocesi del mondo sui temi cruciali e fra tanti altri c’è l’attenzione al ruolo delle donne, omosessualità, divorzio, limitazioni e divieti per il sacerdozio. Tutte le chiese hanno risposto o stanno per farlo, ci sarebbero già le prime indicazioni in ambito europeo, e in prospettiva c’è grande attesa per un Sinodo sulla famiglia che il pontefice ha annunciato nei prossimi mesi. Intanto in alcune diocesi italiane il referendum su sacerdozio, famiglia e celibato è stato avviato in anticipo e la parrocchia di San Saverio a Palermo «si è espressa a grande maggioranza contro il celibato: ha risposto alla domanda sulla eventuale disponibilità di offrire a un padre o a una madre di famiglia che abbiano carisma la possibilità di guidare una comunità cattolica – ricorda padre Cosimo Scordato -. Il questionario è stato sottoposto un paio di anni fa, e ora il momento è opportuno. Dopo un millennio di celibato, alcuni argomenti intoccabili in passato oggi sembrano trovare maggiori possibilità di essere affrontati».
E nel caso che la chiesa di Papa Francesco decidesse la svolta, come si potrebbe avviare il percorso? Risponde un docente di Diritto canonico della facoltà Teologica di Sicilia, Vincenzo Talluto, che è anche giudice del Tribunale ecclesiastico: «Il problema è legato alle decisioni di tutta la Chiesa e risale a scelte operate fra il III e il IV secolo confermate recentemente anche da Giovanni Paolo II». E dunque un problema insormontabile, il celibato è irriformabile? «Con il pronunciamento di tutta la Chiesa, al limite si potrebbero valutare le posizioni caso per caso e alcuni sacerdoti potrebbero essere esclusi dall’obbligo del celibato».
Fra le reazioni suscitate dalla lettera, vengono accolte «con entusiasmo» dall’associazione dei Sacerdoti lavoratori sposati le dichiarazioni del segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, che in un’intervista a Quotidiano Nazionale esprime l’augurio che nella Chiesa italiana «si possa parlare di qualsiasi argomento, di preti sposati, di eucarestia ai divorziati, di omosessualità, senza tabù, partendo dal Vangelo e dando ragioni delle proprie posizioni». «I preti sposati rappresentano una risorsa per la Chiesa Cattolica, che vede le fila del clero assottigliarsi ogni giorno di più», intervengono gli stessi Sacerdoti lavoratori sposati. E la loro associazione rilancia: «Auspichiamo che col crescere della penuria di preti, il tema del celibato verrà discusso ancora».
Ma ecco cosa scrivono le donne che amano i preti. «Caro Papa Francesco, siamo un gruppo di donne da tutte le parti d’Italia (e non solo) che ti scrive per rompere il muro di silenzio e indifferenza con cui ci scontriamo ogni giorno. Ognuna di noi sta vivendo, ha vissuto o vorrebbe vivere una relazione d’amore con un sacerdote, di cui è innamorata». Inizia così la lettera firmata (con il solo nome di battesimo più l’iniziale del cognome o la città di provenienza, ma nella raccomandata inviata in Vaticano c’era un cognome e c’erano recapiti telefonici) da 26 donne che affermano di vivere relazioni sentimentali con dei preti. Le firmatarie si definiscono «un piccolo campione» ma affermano di parlare a nome di tante che «vivono nel silenzio». «Come tu ben sai – si legge ancora nella missiva – sono state usate tantissime parole da chi si pone a favore del celibato opzionale, ma forse ben poco si conosce della devastante sofferenza a cui è soggetta una donna che vive con un prete la forte esperienza dell’innamoramento. Vogliamo, con umiltà, porre ai tuoi piedi la nostra sofferenza affinché qualcosa possa cambiare non solo per noi, ma per il bene di tutta la Chiesa».
«Noi amiamo questi uomini, loro amano noi – scrivono le 26 donne – e il più delle volte non si riesce pur con tutta la volontà possibile, a recidere un legame così solido e bello, che porta con se purtroppo tutto il dolore del “non pienamente vissuto”. Una continua altalena che dilania l’anima. E quando, straziati da tanto dolore, si decide per un allontanamento definitivo, le conseguenze non sono meno devastanti e spesso resta una cicatrice a vita per entrambi. Le alternative sono l’abbandono del sacerdozio o la persistenza a vita di una relazione segreta».
Secondo le firmatarie, il servizio totale «a Gesù e alla comunità» sarebbe svolto «con maggiore slancio da un sacerdote che non ha dovuto rinunciare alla sua vocazione all’amore coniugale, unitamente a quella sacerdotale, e che sarebbe anche supportato dalla moglie e dai figli». Le 26 donne si appellano al Papa chiedendo di essere da lui convocate «per portare davanti a te umilmente le nostre storie e le nostre esperienze, sperando di poter attivamente aiutare la Chiesa, che tanto amiamo, verso una possibile strada da intraprendere con prudenza e giudizio». «Grazie Papa Francesco! – così si conclude la missiva – Speriamo con tutto il cuore che tu benedica questi nostri amori, donandoci la gioia più grande che un padre vuole per i suoi figli: vederci felici!».

gds.it

Preti sposati nella prossima agenda di Papa Francesco

Papa Francesco ha recentemente affermato che le Conferenze episcopali Nazioali e i  vescovi locali sono i più qualificati per conoscere le esigenze del loro popolo ripetendo più volte che dovrebbero avere il coraggio di offrire suggerimenti concreti a Roma sulla questione del celibato dei preti e dei sacerdoti sposati.

C’è una carenza sacerdotale nelle diocesi di tutto il mondo dove spesso un prete è spesso responsabile di tre o quattro parrocchie.

Quali potrebbero essere le soluzioni alla carenza di sacerdoti? Reclutare i sacerdoti provenienti da altre nazioni, chiudere parrocchie, unire le parrocchie…

C’è un’altra risposta fattibile e realizzabile : consentire ai preti sposati di rientrare in servizio.

Papa Francesco ha sollevato la questione con Erwin Krauler, vescovo della diocesi di Xingu nella foresta pluviale brasiliana, incontrato in udienza privata  il 4 aprile 2014.

La notizia è stata diffusa da  “The Tablet”, un periodico settimanale cattolico in Inghilterra: il Vescovo Krauler ha esposto la tesi del Papa che dovrebbero essere le Conferenze Episcopali Nazionali ad avere il coraggio di offrire suggerimenti concreti a Roma sulla questione del celibato dei preti e della riammissione dei sacerdoti sposati.

Indagini statistiche in tutto il mondo danno indicando da diversi anni che una crescente maggioranza di laici cattolici supporta i preti sposati.

Vaticaninsider presenta modelli per i preti celibi: ma il problema è che ammettono doppia vita… e allora?

Vaticaninsider presenta modelli per i preti celibi: ma il problema è che ammettono doppia vita… e allora? Anche don Pozza intervistato da Domenico Agasso jr afferma di aver tradito il sacerdozio… Non sono quindi modelli credibili… (ndr)

Prosegue il dibattito dopo la notizia della lettera scritta a papa Francesco da 26 compagne di sacerdoti. Interviene il Cappellano del Carcere Due Palazzi
Domenico Agasso jr
Torino – vaticaninsider

Il celibato è «un “fuorionda” simpatico dell’eccedenza del Cielo». Lo afferma don Marco Pozza, chiamato anche “Don Spritz” da quando era viceparroco alla Sacra Famiglia di Padova: in quel periodo è diventato famoso perché, colpito dall’assenza di fedeli alle messe, ha iniziato a trascorrere il suo tempo libero incontrando ragazzi e studenti direttamente nei locali della “movida” padovana, in particolare durante l’ora dell’aperitivo. Pozza, 34 anni, è docente di Teologia e parroco del Carcere Due Palazzi di Padova. Con la sua opera di evangelizzazione presso i giovani è stato protagonista di una puntata del “Testimone” di Pif, su Mtv, dal titolo “La vocazione”. Giornalista – editorialista di Avvenire – e scrittore, sportivo – in particolare maratoneta amatoriale – ha incentrato i suoi libri proprio sullo sport. Ha creato e gestisce un sito internet, www.sullastradadiemmaus.it, definito una “parrocchia virtuale”, nel quale commenta i brani del Vangelo e i fatti di cronaca e dove gli utenti registrati possono commentare.

Vatican Insider l’ha intervistato a proposito della lettera scritta a papa Francesco da ventisei compagne di sacerdoti.

Don Pozza, Lei è un sacerdote brillante e coinvolgente: cosa ne pensa della lettera?

«L’ho letta attentamente e non nascondo che la delicata sofferenza e l’intima sincerità della quale è intrisa mi ha toccato nel cuore. Non è sempre facile parlare a “viso scoperto” di questa dimensione della nostra vita di sacerdoti: tanto meno immagino lo sia per quelle ragazze/donne che ne sono coinvolte direttamente. Leggendola non si respira astio o rancore: “Vogliamo porre ai tuoi piedi la nostra sofferenza”. Non c’è nemmeno un attacco tipico da uomini dell’osteria nei confronti di una Chiesa che abbiamo scelto, noi preti “in primis”. C’è solo l’amabile confidenza – tipicamente femminile – di narrare e dispiegare un amore che non s’accetta di vivere nella periferia del vissuto, che non si vuole abitare nell’ambiguità. Consapevoli da entrambe le parti d’essere dentro le trame di un’avventura con Dio e, quindi, intricata come poche altre storie: non è sempre facile comprendere il perché di certi affetti e dare un nome a certe emozioni quando si è già dentro una storia d’amore con Dio, che vive con le stesse dinamiche di tutte le altre storie d’amore. Eppure, qualora capitasse, Dio riesce sempre ad illuminare una possibile strada, magari al prezzo di cicatrici – per usare una loro bellissima immagine – che ci ricordano e ci riportano alla nostra profonda umanità. A non tradire la verità di noi stessi».

Come descrive la Sua esperienza di celibato? Quanto è difficile? Lei è felice?

«Se lei mi chiede se sono felice, le rispondo che sono un ragazzo di 34 anni che sta cercando la felicità, quella vera però: non sono un bambino al quale basta il solletico, cerco disperatamente la felicità del cuore, quella che appaga il desiderio di coloro che temono Dio. Se lei, poi, mi chiede della mia esperienza di celibato, non le nego la difficoltà di comprenderla appieno e, quindi, di viverci dentro. Abitando fuori dalla sacrestia – sotto le intemperie di una periferia difficile e intricata quali sono il carcere e le giovinezze deluse e deragliate – ho messo in conto da subito che la mia vita di sacerdote non sarebbe stata facile bensì esposta a mille perturbazioni: “Le chiamate divine non prevedono addestramento, esigono lo sbaraglio” – scrisse un giorno Erri De Luca. Dovessi descriverla non esiterei a narrarla come la parte più intricata della mia vita. Più che una gioia certi giorni è una fatica, più che un sollievo certe notti mi arreca delle solitudini, più che un dono l’avverto come una prova, seppur d’amore. È stato facile per me ragionare del celibato nei tempi del seminario: è come disquisire di una macchina dentro una concessionaria. Per provarla, però, devi accenderla e metterla in strada: così è anche della mia vita di sacerdote. Diventato prete i massimi sistemi hanno cozzato contro la massima quotidianità, la bellezza del celibato è divenuta la prova del celibato, la grandezza di un sogno è divenuta la manovalanza di una missione: non è mutato il fascino, bensì la strada per giungervi. Nei miei primi anni di sacerdozio, a proposito del celibato, ho provato a capirlo per poterlo poi amare: ho fallito il bersaglio. Oggi, con delle cicatrici addosso (delle quali mai proverò vergogna), ho invertito tutto: cerco di amarlo per poterlo un giorno capire. Consapevole che la castità non è castrazione, l’obbedienza non è servilismo, la povertà non è miseria. Certo che diventando prete non ho rinunciato alla mia umanità».
Qualche volta si sente solo? Come “combatte” la solitudine?

«Ci sono sere che sono tutt’altro che sere e serenate d’amore: sere nelle quali mi sento solo, sere nelle quali penso d’aver smarrito la rotta della mia vita, sere nelle quali tutto mi sembra inutile e persino dannoso. Sere nelle quali non finisce tutto: “Certi amori non finiscono mai. Fanno dei giri immensi e poi ritornano” (A. Venditti). Sono le medesime sere, infatti, che mostrano essere il preludio di nuovi mattini: nei quali ritento la sfida, nei quali mi rimetto in gioco, nei quali sogno di poter essere un po’ migliore di ciò che sono. La solitudine fa parte della mia vita. Non mi piace sublimarla, voglio sentirla scorrere sulla mia pelle, anche lasciarmi scottare da essa: coltivando la mia povera vita di preghiera, assaporando il gusto di praticare la maratona, creando delle relazioni e immergendomi nella quotidianità della mia vita. Eppure, anche facendo così, non posso nascondere che certe sere sogno per davvero di aver vicino qualcuno che mi possa dire “don Marco, ti voglio bene. Punto”. Detto così, con semplicità, per ricordarmi la mia umanità, per impedirmi di mettere una maschera, per aiutarmi a essere vero con il mio cuore. Per amarmi anche quando meno me lo meriterei: è forse allora che ne ho più bisogno. Per poi riuscire ad amare gli altri. Altrimenti, come potrei amare il prossimo disprezzando me stesso?».

Insomma, se dovesse spiegare a un seminarista la gioia del celibato, che cosa gli direbbe o sottolineerebbe?

«Sarò sincero: spero mi capiti poche volte l’onere di dover spiegare a un seminarista – nel pieno dei suoi sogni di Chiesa, di vita sacerdotale e di gloriosi pensieri mistici – la gioia del celibato. Dovessi ragionare per frasi fatte gli direi: “Certo che è una gioia, fratello mio”: e gli citerei a menadito passaggi sublimi del magistero ecclesiale. Però sentirei di mentirgli in qualche maniera. Preferirei allora dipingerglielo come la parte più imbarazzante e sudata della mia vita di sacerdote. Una vetta che mi capita d’ambire e contemporaneamente di fallire, di godere e di struggere, d’ammirare e di bestemmiare. Un “fuorionda” simpatico dell’eccedenza del Cielo. Che, ogni tanto spesso, sembra chiedere dei supplementari a gente dalla dura cervice come me. Poco tempo fa, al termine di un incontro con oltre 1500 studenti, uno alza la mano e mi spara a bruciapelo una domanda: “Don Marco, lei si è mai innamorato da prete?”. L’assemblea d’improvviso è ammutolita. Come dovevo rispondere: da prete o da uomo? Non so la sua risposta, conosco la mia. Ho risposto da uomo che cerca la Verità: “Si, mi è capitato d’innamorarmi. E se avete voglia ve la racconto senza mentirvi”. L’assemblea era agli sgoccioli: s’è allungata di un’altra ora, perdendo pure gli autobus per rincasare. Parlando delle mie cicatrici – e dell’onesta e intelligente fatica di chi con me s’è imbattuto nella mia storia con Dio – ho ricevuto come credito la loro attenzione e la loro simpatia. Qualcuno, uscendo, m’ha abbracciato dicendomi: “Ti voglio bene, don!”. Come saremmo belli noi preti se ci sforzassimo di essere al naturale e non ritoccati con photoshop. Quando poi mi hanno chiesto se questa fatica valesse davvero la pena, ho risposto rubando le parole a Teresa di Calcutta: “Non la farei per tutto l’oro del mondo questa vita. Ma per Cristo faccio questo e altro”. O, almeno, ci provo: nonostante tutto.

Convinto come sono ch’è sempre meglio essere un prete incidentato che un prete da laboratorio che si vergogna della propria umanità: della mia umanità sofferta e sofferente. Ogni mattina che mi alzo, ricordo a me stesso che la mia faccia è l’unica storia che un giorno potrò raccontare. E rammento pure l’incipit del mio sacerdozio: “All’origine di ogni vocazione alla vita consacrata c’è sempre un’esperienza forte di Dio, un’esperienza che non si dimentica, la si ricorda per tutta la vita” (papa Francesco). Ti segna per tutta la vita: facendo della tua avventura con Lui una storia d’amore mai scontata ma sempre passibile di nuovi riaccrediti e di nuove fatiche”.

Celibe o non celibe? questo è il problema preti sposati?

La redazione dell’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati sottoline che il vero problema è la riammissione dei sacerdoti sposati con tìregolare percorso canonico al ministero sacerdotale (ndr)

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di Antonio Santantoni

Celibe o non celibe? questo è il problema

La settimana scorsa si è chiusa con una notizia-bomba: 26 donne scrivono a papa Francesco. Il senso della lettera era questo: abbiamo tutte amato, e amiamo, un prete. All’inizio è stata dura fra gli scrupoli e le paure, ma alla fine ci siamo fatte una ragione. I nostri uomini pure.
Non è stato facile per nessuno arrivare a quel passo, affrontare il giudizio dei fedeli su una materia tanto scabrosa. In questi casi la soluzione più frequente è quella del compromesso: si vive il nostro amore nella clandestinità, con tutti i sensi di colpa che ne derivano.
«È devastante – scrivono le 26 donne – la sofferenza a cui è soggetta una donna che vive con un prete la forte esperienza dell’innamoramento». Per questo motivo esse si sono risolte a scrivere a papa Francesco, confidando nella sua grande sensibilità umana e nella speranza che egli voglia tenerne conto al fine di farli uscire dalla clandestinità, consentendo loro di professare alla luce del sole sia il loro amore umano sia la loro fedeltà a una missione che essi, donne e preti insieme, continuano ad amare malgrado la sofferenza che gliene deriva.
Il loro desiderio è quello di poter essere vicine ai loro uomini anche nelle opere del ministero, senza doversi muovere nell’ombra, dichiarandosi e mostrandosi apertamente donne, compagne, collaboratrici innamorate e partecipi della loro vocazione umana pastorale e ministeriale.
Andrea Tornielli, vaticanista di “La Stampa”, riporta una notizia fortemente significativa della posizione di papa Francesco su questo problema e sul dramma dei suoi preti e delle donne in quel dramma coinvolti.
La sua posizione è chiara: grande rispetto per il dramma umano delle persone, ma adesione convinta (almeno fin tanto che è stato arcivescovo di Buenos Aires) alla dottrina e alla disciplina tradizionali della Chiesa. Pur dimostrando grande apertura umana al dramma dei suoi preti e perfino di qualche vescovo che vi era rimasto impigliato, Bergoglio ha anche sempre ribadito con decisa adesione la bellezza e l’opportunità della dottrina tradizionale della Chiesa. Egli non negava comprensione e conforto a quei preti che “si sono lasciati trascinare dalla passione» e li ha aiutati a correggersi, ma diceva anche «che la doppia vita non ci fa bene, non gli piace, significa dare sostanza alla falsità».
Come era da aspettarsi l’arcivescovo Bergoglio ribadiva il valore di una tradizione ormai millenaria nella sua forma attuale, ma anticipata già diversi secoli prima da scelte personali di singoli ecclesiastici. In più faceva notare che anche là dove esistono preti sposati, essi si sono sposati sempre prima dell’ordinazione, mai dopo. Parlerà il papa come parlò l’arcivescovo di Baires? Era quello il vero pensiero di Bergoglio o quello era solo il doveroso ossequio di un vescovo alla dottrina ufficiale della Chiesa? Questo è il problema.
Del tutto solidale con le 26 firmatarie è invece il teologo Vito Mancuso, in un suo breve articolo su laRepubblica di lunedì 19 marzo. Nel prendere posizione egli dapprima passa in rassegna lo status quaestionis rendendocene un’ apprezzabile sintesi, sulla quale fa poi calare il suo parere che è apertamente favorevole a un cambiamento dell’ attuale disciplina in materia. Anche i preti hanno diritto a sposarsi, perché il diritto naturale è precedente e superiore a ogni diritto positivo umano, quale è da ritenersi senza dubbio il diritto celibatario nella Chiesa. Come dire: ciò che Dio ha fondato, l’uomo non può né sopprimerlo né modificarlo.
Nel suo scritto Mancuso ha il merito di distinguere nettamente la condizione del prete diocesano dal monaco e dal religioso in genere. Mentre per il primo il celibato è solo una promessa, un surplus in origine facoltativo che è stato reso obbligatorio solo all’alba del secondo Millennio con la decisa e spesso brutale riforma di Gregorio VII, per i religiosi in genere il celibato e la verginità sono qualcosa di costitutivo e di essenziale alla loro vocazione. Ciò perché i tre voti classici che caratterizzano la vita religiosa non potrebbero essere soppressi se non modificando radicalmente lo statuto della vita religiosa. Questo però in nessun modo potrebbe essere rivendicato dalla norma celibataria per il clero secolare.
La puntuale sintesi di Mancuso ha però un limite vistoso, pesante. Invano vi cercheresti un qualche argomento capace di sparigliare il gioco e aprire la strada a una nuova soluzione del secolare problema. Rimanendo fermi sulle due classiche posizioni, quella ufficiale e quella riassunta da Mancuso, si potrà discutere sine fine senza andare mai a parare da nessuna parte.
Ciò di cui invece si ha qui assoluto bisogno è un argomento che riporti la discussione ai suoi dati originari, che non sono quelli del diritto, ma quelli della “grazia” intesa come dono, come carisma.
In parole più semplici. Come può dire Mancuso che anche il prete ha diritto di sposarsi? Che senso ha ricorrere al diritto quando ci si muove sul terreno della grazia? Grazia, si noti bene ha la stessa valenza di gratis. Sta per dono (il dono è gratuito per definizione). Se gratuito, infatti, il dono è assolutamente libero. Al tempo stesso il dono è per sempre: diversamente è un prestito.
A me pare difficile contestare questa affermazione. E difatti io qui, a differenza di Mancuso, non intendo affatto contestare la liceità il diritto e la ragionevolezza del celibato ecclesiastico. Dico solo che essa va integrata. Anch’io penso che tale dono dev’essere per sempre. Quello che io contesto è solo l’ esclusività della condizione celibataria come conditio sine qua non per accedere all’ordine sacro. Non così, infatti, la pensava San Paolo nelle sue lettere a Timoteo e a Tito, dove il grande apostolo afferma l’esatto contrario: la vera condizione per essere eletto e costituito vescovo o prete nella Chiesa è quella dell’uomo sposato a una sola moglie e con prole già cresciuta e ben formata. Va anche tenuto presente che i due termini, per Paolo, si equivalgono e i due ministeri non erano ancora visti come alternativi, ma piuttosto come una sola e identica realtà (cf Ef.20, 17.28). Estremamente significativa è la ragione a cui Paolo appoggia il suo ragionameto: perché se non ha ancora potuto o saputo tirar su una famiglia esemplare, come potrà pretendere o aspirare a diventare padre e pastore e capo di un intera comunità cristiana? La buona riuscita del padre di famiglia sarà garanzia della sua buona riuscita da vescovo.
E un secondo vantaggio deriverà da questa auspicabile scelta: quello di non essere condannati, noi preti e vescovi, a sentirci dire ogni volta che noi parliamo di famiglia che noi vogliamo farci maestri di una cosa che noi non conosciamo abbastanza (o forse per nulla) perché nessuno di noi ha dovuto passare per quelle prove e quelle difficoltà che rendono tanto arduo il camminare su quella strada, con tutti i suoi pericoli, ostacoli, asprezze e asperità che solo chi le ha affrontate e c’è passato può dire di conoscere. “Ciò che sapete l’avete appreso dai libri o dal confessionale, o da qualche confidente beghino come voi. Ma la vita non né idealizzazione estetizzante, né bolgia infernale. Oppure è l’uno e l’altro insieme. Ciò non vuol dire che tutti i preti dovranno sposarsi. Ma proibire a tutti di farlo, via, forse è davvero troppo.

giornaledellumbria.it

Attacco de “il Giornale” ai sacerdoti sposati. Vergogna

La redazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha diffuso una nota di commento all’articolo “Se al matrimonio il prete fa lo sposo. A sposarsi ci tengono ormai solo i gay, i trans e le amanti dei preti” di Marcello Veneziani  (leggi tutto)…

“Un attacco irriverente al Matrimonio che è un diritto sancito dalla costituzione italiana, quello di Marcello Veneziani che Il Giornale ha ospitato oggi. Tesi aberranti quelle di Veneziani che pur di mettere in cattiva luce i sacerdoti sposati e la loro battaglia definisce il matrimonio “un sacrificio più pesante del celibato, un ergastolo col carceriere in casa”. Vergogna….

segnalazione web a cura della redazione

ass. sacerdoti lavoratori sposati

Dal 10 al 13 novembre prossimi si svolgerà ad Assisi un’Assemblea generale straordinaria sui preti… discuteranno i vescovi della riammissione dei preti sposati?

Ne dà notizia il comunicato finale della 66ª Assemblea generale della Cei (Roma, 19-22 maggio), ricordando che il Papa “vi ha fatto esplicito riferimento, chiedendo che sia preparata ‘con particolare attenzione’; nel contempo, ha raccomandato ai vescovi di assicurare vicinanza e comprensione ai sacerdoti”. L’assise di novembre si propone di “aiutare il sacerdote a una più evidente fedeltà alla missione affidata alla Chiesa e a una più pertinente risposta alle provocazioni di questo tempo”. “Il confronto tra i vescovi – prosegue il comunicato – ha orientato a concentrarsi soprattutto sulla formazione permanente, nell’orizzonte di una riforma del clero finalizzata a ‘far sì che il prete sia un credente e lo diventi sempre più’ (Giovanni Paolo II) e che richiede una forte tensione missionaria per l’evangelizzazione. Tra i punti in rilievo, l’esercizio del ministero quale fattore decisivo per la formazione; la responsabilità del ministro nel rapporto con l’unico Pastore; il presbiterio diocesano come ambito proprio della formazione permanente”. L’assemblea generale ha inoltre affrontato il percorso di preparazione al Convegno ecclesiale nazionale di Firenze (2015), il cui documento preparatorio “sarà presentato al Consiglio permanente del prossimo settembre”.

sir

Avvenire accusa quotidiano per tesi Paolo VI su celibato preti strumentalizzate

Al direttore, Un corsivista di Avvenire, il quotidiano dei vescovi che è stato oggetto di un suo giudizio più che scortese qualche giorno fa, vi rivolge l’accusa di bassezza e insinuazioni per l’articolo di martedì sul celibato sacerdotale (pare che abbiate ospitato cose poco carine su Paolo VI, strumentalmente lodato per la sua enciclica del 1967 contro le nozze tonacate). E il vaticanista di Travaglio dice che state facendo la guerriglia contro Francesco in accordo con i cardinali cattivi. Mi può spiegare?
Anacleto Parrucconi – Lettera al Direttore “Il Foglio”

Da ormai diversi anni in Germania è attivo un gruppo che unisce le donne che sono state compagne dei preti cattolici

L’associazione combatte per la fine del celibato, e cerca di supportare chi soffre per una vita affettiva impossibile da vivere in libertà e piena sincerità.

Priests hand out communion during a mass

COMPAGNE DEI PRETI – Anne Dördelmann-Lueg ha fondato 30 anni fa un’associazione, Initiativgruppe vom Zölibat betroffener Frauen, in italiano Gruppo delle donne colpite dal celibato, per mettersi in contatto con altre donne che soffrivano per la sua condizione sentimentale. Anne Dördelmann-Lueg era da ormai diverso tempo la compagna di un prete, ma a causa delle regole della Chiesa cattolica non poteva vivere in modo pieno la sua relazione. Nei primi tre anni di attività la Dördelmann-Lueg è stata contattata da altre 300 donne che vivevano una simile relazione sentimentale, e nel corso del tempo si è costruita una rete che cerca di combattere il celibato. La fondatrice di Initiativgruppe vom Zölibat betroffener Frauen ha scritto recentemente a Papa Francesco, promettendo al pontefice, in caso di risposta, l’invio di tutte le missive ricevute in questi anni che raccontano storie dolorose di donne che hanno dovuto vivere la loro vita nell’ombra per poter vivere la propria relazione amorosa. Sono sicura che il Papa piangerebbe, dice Anne Dördelmann-Lueg a Spiegel Online, raccontando il tenore delle centinaia di lettere ricevute, e rimarcando il suo rimpianto per non aver aiutato una donna che si è suicidata per i tormenti sentimentali provocati dalla relazione con un prete.

LE VITE SENTIMENTALI DEI PRETI – Spiegel Online racconta la vita di Simone Becker, nome di fantasia, da 17 anni compagna di un sacerdote che ha contattato recentemente Initiativgruppe vom Zölibat betroffener Frauen. La Becker racconta di aver provato a rompere la relazione con il suo compagno, ma di non esser riuscita a farlo. La loro vita di coppia ha tratti di normalità: nei fine settimana stanno sempre insieme, e vanno in vacanza insieme. In pubblico però Simone Becker e il suo compagno sacerdote si comportano solo come buoni amici. Dopo così tanto tempo vissuto da coppia nascosta ora il prete ha deciso di lasciare la Chiesa e cercare un altro lavoro. Una scelta fatta anche da Anton Aschenbrenner , parroco ad inizio anni novanta di un piccolo paese bavarese. La solitudine provata minò la sua fede nel celibato, e dopo aver conosciuto Birgit, iniziò una relazione amorosa che ha cambiato la sua vita. La comunità dei fedeli della parrocchia sapeva della coppia, così come i vertici della diocesi, che però preferiva non affrontare il tema. Dopo otto anni di relazione Birgit rimase incinta, e allora la Curia impose una scelta a Anton Aschenbrenner: rimanere nella Chiesa e abbandonare la compagna, oppure dire addio alla tonaca. Il sacerdote scelse la sua nuova famiglia, e da allora supporta Initiativgruppe vom Zölibat betroffener Frauen per porre fine alle sofferenze provocate dal celibato, una regole ormai millenaria della Chiesa cattolica.

di Dario Ferri – giornalettismo.com