“La messa è finita?” – Narrazioni biografiche di ex-preti. Ricerca con titolo improprio

La messa è finita?” Narrazioni biografiche di ex preti: percorsi di uscita e ricostruzioni identitarie.

di Francesco Montini

Se non siamo noi a scrivere le trame della nostra vita, è comunque vero che siamo proprio noi a creare le nostre storie. L’agency (agentività) non consiste nel controllare quanto ci accadrà, ma nel costruire quello che facciamo con quello che ci succede. Noi, proprio noi, costruiamo il significato della nostra storia” ( Salmon, 1985:138-139)

Questa tesi si occupa degli ex preti, ovvero coloro che, dopo un periodo più o meno lungo di ordinazione al sacerdozio nella Chiesa cattolica, hanno preferito rinunciare alla loro consacrazione, decidendo di lasciare la funzione ufficiale di ministri.

L’ordinazione sacerdotale fa parte dei cosiddetti “sacramenti”, che la Chiesa cattolica definisce incancellabili e indissolubili, in quanto testimonianza della grazia divina. Tuttavia, ai sacerdoti è data la possibilità di fare richiesta di dimissione dallo stato clericale, che prevede l’attribuzione dello stato laicale e la successiva dispensa dal celibato. L’ex prete dismette così le funzioni sacerdotali, rimanendo però prete in senso teologico. Scostandosi, quindi, dalla teologia sacramentaria cristiano-cattolica, il senso comune vuole che siano chiamati “ex preti” tutti coloro che abbandonano l’attività sacerdotale.

L’utilizzo da parte mia dell’avverbio “ex” non ha una attribuzione di senso morale negativo, ma rappresenta, dal punto di vista sociale, una dimensione oggettiva del fenomeno, poiché l’individuo abbandona un ruolo socialmente riconosciuto per vestirne uno nuovo. Dal momento in cui il prete cessa di celebrare i riti sacri e guidare la comunità parrocchiale, verrà sostituito da qualcun altro che ricoprirà il medesimo ruolo, diventando così “ex”, indipendentemente dalla definizione teologica o dall’immagine di sé che l’individuo conserva. La ricerca ha come obiettivo quello di definire cosa significa per questi individui diventare “ex”, in funzione del loro percorso successivo all’uscita, verso la ricostruzione della propria identità.

Uno dei presupposti teorici da cui è partita la mia riflessione è il concetto di transizione biografica (Bonica e Cardano, 2007), ovvero il passaggio da uno stato di vita ad un altro. Tale passaggio prefigura un cambiamento per l’individuo da un modo di essere ad un altro, attraverso una necessaria ridefinizione del sé. La transizione avviene mediante un processo di elaborazione del percorso di vita, durante il quale il soggetto smette di ricoprire un determinato ruolo, abbandonandone le funzioni, per vestirsi di un altro, caratterizzato da nuovi elementi distintivi. Ogni transizione costituisce un momento particolarmente rilevante per la narrazione di sé di ciascun individuo, che riconosce in questi cambiamenti “momenti-chiave” del proprio percorso di vita. L’obiettivo principale della tesi è l’analisi, da un lato, delle motivazioni che hanno portato gli ex preti alla cessazione del ministero, dall’altro, della definizione di sé che deriva dal percorso di uscita dall’istituzione ecclesiastica. Per rispondere a tale domanda di ricerca si è ritenuto opportuno partire dai percorsi biografici di un campione di ex preti.

È stata svolta una ricerca di tipo qualitativo su un campione non rappresentativo di 20 ex preti: per rispondere alle domande di ricerca si è scelto di utilizzare lo strumento dell’intervista discorsiva semi-strutturata, al fine di lasciare ampio spazio alla narrazione delle biografie degli intervistati.

Questo lavoro si confronta, inoltre, con le tre ricerche italiane che si sono precedentemente occupate del fenomeno: i contributi di Burgalassi (1968, 1970a, 1970b) e Colagiovanni (1971, 1973, 1992)e quello di Giordan (2007).

Risulta un fatto curioso che in Italia ci siano pochi studi sociologici sul fenomeno delle defezioni sacerdotali dall’istituzione ecclesiale, dal momento che in questo paese gli ex preti sono circa ottomila (Salvini 2007) [1]. Occorre però osservare che è difficile stabilire con certezza il numero effettivo dei sacerdoti che hanno lasciato il ministero. Non esistendo un censimento completo, infatti, non è possibile avere una cifra precisa di coloro che decidono di smettere di fare i preti: l’unico dato certo è quello legato a quanti fanno richiesta della dispensa degli oneri sacerdotali al Papa – che sono un numero inferiore rispetto a coloro che invece dismettono l’abito senza giungere alla formale richiesta di dispensa –, essendo gli unici “registrati” negli elenchi ufficiali della Chiesa. Tutti gli altri, ovvero quelli che si ritirano dal ministero senza presentare richiesta della dispensa, nonostante facciano una comunicazione ufficiale al proprio superiore, restano una quantità indefinibile. Per comprendere meglio questo aspetto procedurale, una parte della tesi è stata dedicata all’approfondimento del diritto canonico pertinente all’oggetto di studio.

La questione delle uscite ufficiali, invece, è stata trattata elaborando direttamente i dati pubblicati nell’Annuarium Statisticum Ecclesiae dall’anno 1970 al 2009, in modo da poter descrivere il fenomeno da un punto di vista quantitativo, a livello nazionale, e comparativo, rispetto ad altre 4 realtà europee (Francia, Germania, Polonia, Spagna). Emerge che il numero degli ordinati, per anno, è diminuito sostanzialmente a prova del fatto che c’è stata una riduzione delle vocazioni nel continente europeo: in 39 anni le defezioni rispetto alle ordinazioni hanno inciso notevolmente, soprattutto in Francia ed in Spagna dove i risultati hanno toccato livelli negativi, fino agli anni ’80, momento in cui c’è stato un netto calo delle uscite. Nella situazione odierna il valore delle uscite si è stabilizzato e sta vivendo una leggera flessione verso il basso (questo in contrapposizione alle ordinazioni che hanno una lieve tendenza di crescita).La tematizzazione dell’argomento centrale della tesi, ovvero lo studio dei percorsi di uscita degli ex preti, passa attraverso l’analisi di diversi aspetti. Il primo su cui è utile portare l’attenzione è di carattere semantico e riguarda l’accezione dell’espressione “ex”. Una delle prime tappe del “post” ha riguardato, per gran parte dei nostri intervistati, proprio la ridefinizione di sé in relazione all’essere un prete piuttosto che un “ex”. Ciò che emerge dalle interviste è, infatti, che “prete” non è solo una cosa che “si fa” ma più spesso definisce ciò che “si è”, ovvero non si tratta solo di un ruolo ma l’essenza della propria identità. Per questa ragione gran parte degli intervistati continua a sentirsi prete pur non “recitando” più quel ruolo, alcuni addirittura, in un certo senso, si sentono “più preti di prima”, poiché la scelta fatta ha comportato una crescita spirituale e una maggiore consapevolezza di sé. L’identificazione rispetto al sentirsi prete spesso segue la natura incancellabile del sacramento dell’ordinazione; per cui sembra riconosciuta la formulazione del diritto canonico secondo cui anche se dimesso dallo stato clericale come funzionario attivo dei riti, l’ex prete continua a vivere la realtà ontologica della sua consacrazione.

Le ragioni dell’uscita esprimono un malessere provato sia nell’ambito personale dell’individuo che in quello spirituale, mentre sono di natura secondaria quelle legate prevalentemente al rapporto con l’istituzione e con i superiori e appaiono praticamente nulli i casi di coloro i quali dichiarano di aver perso la fede o una totale mancanza di vocazione. Dalla ricerca emerge che gli ex preti non hanno direttamente lasciato l’ordinazione perché desiderosi di contrarre matrimonio, questa è stata nella più parte dei casi una conseguenza generata dall’incrocio più fattori. Queste considerazioni sono in accordo con Giordan (2007) che sostiene che uno dei motivi principali determinanti la rottura sia da ricercare in uno stato di conflitto con il superiore o con l’istituzione oppure al fatto che gli ex preti dopo il primo periodo di ordinazione, vissuto con grande entusiasmo, si trovavano a gestire i propri compiti con malcontento per colpa della routinizzazione o per via di una insoddisfazione determinata da uno stato di solitudine o per uno svuotamento della preghiera personale.

Gli elementi che più pesano nella scelta di lasciare il sacerdozio sono di carattere istituzionale: sono soprattutto i preti di età superiore ai 50 anni a motivare l’uscita per scarsa fiducia nel sistema clericale, in disaccordo con le politiche della Chiesa perché ritenute poco evangeliche; l’uscita quindi è considerata come mezzo per superare quegli elementi istituzionali di ostacolo alla realizzazione della personale vocazione.

Per la totalità dei soggetti intervistati emergono altri elementi che è interessante richiamare: la necessità di una vita più autonoma caratterizzata anche da un’attività lavorativa, l’allontanamento dalle pratiche religiose perché routinizzate ed il desiderio di avere una famiglia per trovare una realizzazione affettiva. Per queste ragioni il prete si allontana dalla realtà sacerdotale chiedendo di uscire senza però voler perdere quei tratti distintivi acquisiti con l’ordinazione.

Dopo aver richiamato brevemente le motivazioni emerse nel corso delle interviste, ci concentriamo ora sul tema principale della ricerca, ovvero transizioni biografiche, mettendo il luce come le motivazioni poco fa analizzate si siano intersecate agli eventi che hanno portato alla transizione vera e propria. È stato creato un modello idealtipico per indagare il percorso di uscita del prete dalla Chiesa, da considerare come una lente interpretativa flessibile rispetto alle singole individualità e narrazioni e non come una sequenza di tappe obbligate e sequenziali per tutti valide. Sono state individuate cinque fasi comuni a tutte le narrazioni: rottura, crisi, aiuto, motivazione, soluzione. La rottura è caratterizzata da spaccature inerenti alcune componenti della vita del prete. Esse sono di diversa natura: susseguenti a contrasti con l’istituzione o con il superiore; emergenti dalla necessità di ricercare un’alternativa rispetto alla dimensione sacerdotale, perché considerata poco stimolate; conseguenti alla necessità di voler vivere un rapporto di coppia e non rispettare più il celibato. La rottura genera una crisi nei sacerdoti che percepiscono come ostacolo la prosecuzione della scelta di vita sacerdotale: molti hanno vissuto un lacerante conflitto interiore che ha impedito di vivere serenamente la propria vocazione. La fase successiva è caratterizzata dalla ricerca di un aiuto da parte di un amico prete o laico con cui confrontarsi e ricevere comprensione e sostegno: il confronto con queste figure spesso riguarda questioni pratiche come la gestione della situazione economica e lavorativa dopo l’uscita.

Arriva il momento in cui i preti riconoscono esplicitamente l’esigenza di effettuare il cambiamento attraverso l’uscita, trovando la motivazione che darà senso all’exit. Questa fase precede quella “della soluzione” durante la quale avviene l’incontro con il superiore a cui il prete fa esplicita richiesta di dispensa motivando la volontà di uscita dal sacerdozio. Tutti gli ex preti intervistati riferiscono che il momento di richiesta d’uscita è stato vissuto con un senso di liberazione, che ha permesso di chiudere un capitolo della propria esistenza ed aprirne uno nuovo, nonostante tutte le difficoltà da affrontare da quel momento in poi. Le storie di vita raccolte mettono in luce come la necessità di effettuare l’uscita sia un modo per poter assumere un maggior controllo sulla propria vita. Il motivo per cui i soggetti effettuano questo passaggio è motivato dal bisogno di ricerca di nuove prospettive. Con l’uscita, gli ex preti si trovano in prima battuta a dover affrontare il rapporto con la propria famiglia: nella maggior parte dei casi diversamente da quanto immaginavano, i parenti stretti sembrano accogliere la scelta di exit in modo non del tutto negativo: vengono ricordati atteggiamenti di supporto e sostegno anche economico. Con l’uscita, il prete perde tutte le garanzie di cui ha sempre beneficiato: da quel momento in poi dovrà cercarsi una sistemazione abitativa ed un lavoro. In alcuni casi i vescovi o i superiori hanno sostenuto economicamente il prete nel primo anno dall’uscita,ma nella maggior parte dei casi, su caldo invito del superiore, ha dovuto trovarsi una sistemazione lontana dal luogo in cui risiedeva per non suscitare scandalo presso la comunità. Gli intervistati, in alcuni casi, sentono di portare uno stigma (in senso pienamente goffmaniano – crf. Goffman, 1963) e come se fossero esclusi dalla piena accettazione sociale. Sono diverse le persone con cui erano stati stretti dei legami, ritenuti forti, che dopo il ”comig out” si allontanano e abbandonano l’ex prete, come se egli con la sua scelta avesse tradito il rapporto precedente. Di fronte a queste situazioni i nostri intervistati provano un dolore profondo perché da parte loro non sentivano di aver deluso la fiducia di chi li identificava solamente con il ruolo di prete. Altre persone, però, (i “veri amici”) diversamente dai “conoscenti” seguono l’ex prete anche nell’iter successivo. Nel momento in cui si trovano a stringere nuovi legami, anche dopo anni dall’uscita, gli intervistati raccontano che preferiscono non raccontare subito la loro storia perché potrebbero compromettere il giudizio che gli altri darebbero sulla loro persona. Si presentano con la nuova immagine che faticosamente è stata ricostruita nel tempo. Torna ora la questione legata al ruolo di essere prete:nonostante tengano riservata questa informazione sul loro passato a pochi e intimi nuovi amici, continuano a sentirsi a tutti gli effetti preti e non “ex”. Preti in modo diverso, magari con una famiglia, un lavoro e dei figli. La maggioranza degli intervistati ha interrotto con l’uscita la pratica della sacramentalizzazione, ma 3 di questi continuano a svolgere presso piccole comunità, che si sono costituite attorno alla loro persona, il ruolo di prete. Nonostante questo gli sia vietato dalla norma ecclesiastica, consacrano ugualmente spezzando il pane, attraverso il rito eucaristico, sposano e battezzano, rimanendo nell’ombra della Chiesa ufficiale. Sono soggetti che anche dopo l’uscita continuano a provare nei confronti dell’istituzione ecclesiale sentimenti di attrito. Questi infatti non hanno presentato la formale richiesta di dimissione dallo stato clericale, non riconoscendo più nessuna autorità ad esso legata. Più della metà degli altri ha richiesto la dispensa perché attraverso solo a seguito del suo ottenimento hanno potuto sposarsi con rito religioso e accedere all’insegnamento della religione cattolica. Gli intervistati, oltre a ritrovarsi spesso con una nuova famiglia appena formata con cui imparare a convivere, devono reinventarsi dal punto di vista lavorativo. Una esperienza che può risultare particolarmente difficoltosa, soprattutto per quelli che non possono sfruttare l’opportunità dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Questa opportunità, resa accessibile dall’istituzione ecclesiale solo per quei casi che hanno terminato con esito positivo il processo canonico, è preclusa a tutti coloro che non hanno fatto richiesta della dispensa , ma tra i ‘dispensati’ ci sono anche coloro che non hanno potuto beneficiarne perché non ritenuti adatti al ruolo dell’insegnate dal vescovo di riferimento . Per la maggioranza degli intervistati, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole è un modo per mantenere la propria vocazione, continuando a parlare di Dio alla gente. È da notare come, a differenza della realizzazione provata da chi opera nel mondo dell’insegnamento, coloro che, magari dopo percorsi tortuosi, sono riusciti a reinserirsi nel mondo del lavoro svolgendo professioni altre -come l’operaio, il muratore, il commerciante- si sentono dequalificati, rispetto al proprio titolo di studio e rispetto alle proprie qualità personali.Al contrario, gli insegnati esprimono realizzazione personale, definita spesso in continuità con la vocazione sacerdotale. Emergono, insomma, due definizioni di lavoro: da un lato, l’occupazione finalizzata esclusivamente al sostentamento e, dall’altro, la professione come luogo di realizzazione personale. Tuttavia, in entrambi i casi, il lavoro viene quasi sempre descritto innanzitutto come fondamentale strumento di indipendenza.

All’onere del lavoro gli ex preti devono far conciliare gli impegni della vita di coppia. Questa cambia la gestione dei propri tempi quotidiani e rappresenta una realtà che porta una dimensione di novità rispetto a prima: la cura dei figli e la ricerca di momenti di intimità con la compagna diventano parte di una routine descritta come una continua negoziazione tra le diverse personalità. La ricerca di un equilibrio, non sempre facile da raggiungere, non sembra provocare motivi di fatica o stress negli intervistati anzi, essi sottolineano comunque la positività del confronto costante rispetto al decidere e vivere tutto da soli. Gli ex preti sono quindi soddisfatti della loro vita di coppia e dimostrano di aver gestito con maturità le fasi del rapporto: l’innamoramento e l’inizio della relazione sono stati momenti delicati, durante i quali i nostri intervistati si sono trovati a far fronte a sentimenti contrastanti tra l’entusiasmo per la scoperta dell’amore e il senso di colpa di dover vivere una relazione clandestina. Ma con il consolidamento del legame si descrivono completati come persone ed in alcuni casi anche come preti. Nella maggior parte dei casi, l’innamoramento è avvenuto contemporaneamente all’inizio del percorso di uscita: spesso, infatti, è stata questa la molla scatenante di propositi che già erano presenti a seguito di conflitti con il superiore o l’insoddisfazione nei confronti della propria attività. Questo elemento conferma che la scelta di sposarsi non sia improvvisata e dunque incida sull’uscita come una elaborazione e non come un mero istinto o una immaturità sentimentale.

Concludendo, dietro la storia di ogni ex prete è presente una graduale maturazione di difficoltà e malcontenti che lentamente, attraverso un percorso di elaborazione, sono diventate le ragioni che hanno portato a dare un significato di insoddisfazione della loro scelta ministeriale e da questo la decisione di lasciare il sacerdozio. I meccanismi di uscita non sono direttamente collegati alla scelta di contrarre matrimonio, spesso derivano da conflitti con l’istituzione o da un malcontento generale che gli intervistati provavano per ragioni di tipo personale, come l’insoddisfazione per i compiti svolti. La ricostruzione del sé avviene lentamente attraverso la consapevolezza che il ruolo da prete vestito in passato sarà una caratteristica incancellabile nonostante il nuovo lavoro, le relazioni e la famiglia.

Sarebbe interessante per il futuro proseguire la ricerca approfondendo la questione attraverso le compagne/i di vita degli ex preti, intervistando i figli, facendo una ricerca di tipo longitudinale che segua il percorso di uscita dal momento della crisi alla costruzione di un nucleo famigliare, in modo da osservare come i fatti vengono elaborati nelle diverse fasi della vita.

[1] In Italia, secondo una stima riportata nella rivista Jesus (agosto2006, p.9) gli ex preti sono circa ottomila, mentre secondo i dati forniti dal Vaticano, dal 1964 al 2004 a livello globale, 69.063 preti hanno lasciato il ministero (Salvini, 2007).

BIBLIOGRAFIA:

Bonica L., Cardano M. (a cura di) (2008), Punti di svolta. Analisi del mutamento biografico, Bologna, il Mulino.

Burgalassi S., (1968), Il dramma degli ex: una scelta illusoria?, in Joannes F. V. (a cura di), C’è un Domani per il Prete? Dio ha creato il sacerdote, il diavolo ha creato la casta, Arnoldo Mondadori Editore, Milano.

Burgalassi, S. (1970a), Gli ex-preti: fuga o profezia?, Editrice Queriniania, Brescia 226

Burgalassi, S. (1970b), Preti in crisi?Tendenze sociologiche del Clero italiano, Editrice Esperienze, Fossano. 226

Colagiovanni, E. (1971), Le defezioni dal ministero sacerdotale. Studio statistico-sociologico, Roma, Tipografia Poliglotta Vaticana.

Colagiovanni, E. (1973), Crisi vere e false nel ruolo del prete oggi. Uno studio sociologico a livello mondiale, Città Nuova Editrice, Roma.

Colagiovanni, E., (1992), Il procedimento di dispensa dagli oneri sacerdotali, in AA.VV., I procedimenti speciali del diritto canonico, Libreria Editrice vaticana- Lev, Città del Vaticano.

Giordan, G. (2007) (a cura di), “Vocation and Vocational «Crisis»: a study on Italian former priests”, Vocation and Social Context, Brill, Leiden.

Goffman, E. (1963), Stigma: l’identità negata, Laterza, Bari.

Salvini, G. (2007) II, “Preti che «abbandonano», preti che «ritornano», La Civiltà Cattolica, n. 158, pp. 148-155.

Salmon, P. (1985), Living in Time: A New Look at Personal Development, Dent, Londra

fonte: www.newsletterdisociologia.unito.it

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