Pubblicata l’Esortazione “Evangelii Gaudium” in cui il Papa disegna il pontificato: condanna l’aborto ma apre all’Eucarestia per chi si risposa

L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli». Una frase contenuta nell’esortazione apostolica di Papa Francesco «Evangelii Gaudium», la «gioia del Vangelo», che da ieri è stata diffusa pubblicamente, probabilmente è destinata a rilanciare l’annosa  questione della comunione ai divorziati e ai risposati. Una frase che certamente offre una riflessione ma che in molti saranno disposti a leggere come una «apertura» straordinaria offerta dal Pontefice, se non addirittura usata per sostenere tesi che il Papa non presenta.   In realtà, l’indicazione è quella di una visione pastorale della Chiesa e quindi anche del sacramento dell’Eucarestia, che appunto Francesco definisce, tra l’altro,  un «aiuto» ai più deboli: «Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto o per ciascuno con la sua vita faticosa». Quindi si tratta di un percorso da intraprendere, lungo la strada della misercordia verso chi, come i divorziati, vivono la loro fede in una condizione difficile.

Parole molto più dure e chiare il Papa le riserva alla questione dell’aborto e alla difesa della vita e dei più deboli: «Tra questi deboli», scrive Francesco, «di cui la Chiesa vuol prendersi cura con predilezione, ci sono anche i bambini nascituri, che sono i più indifesi e innocenti di tutti, cui oggi si vuole negare la dignità umana al fine di poterne fare quello che si vuole, togliendo loro la vita e promuovendo legislazioni in modo che nessuno possa impedirlo. Frequentemente, per ridicolizzare allegramente la difesa che la Chiesa fa delle vite dei nascituri, si fa in modo di presentare la sua posizione come qualcosa di ideologico, oscurantista e conservatore. Eppure questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano».

E poi avverte chi si attende grandi stravolgimenti della Chiesa sui valori fondamentali: «Non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione. Voglio essere del tutto onesto al riguardo. Questo non è un argomento soggetto a presunte riforme o a modernizzazioni. Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana».

Va ricordato che questo testo non è una enciclica, ma comunque si tratta di uno scritto ampio e denso che rappresenta una summa dei primi otto mesi del magistero di Bergoglio, la sua visione della Chiesa, soprattutto connotata dall’opzione preferenziale per i poveri e aperta al mondo, nemmeno centralizzata, a cominciare dalle gerarchie ecclesiatiche, dalla Curia, dalle Conferenze episcopali.

Tra le molte indicazioni pastorali anche una speciale per la attenzione alla omelia nelle messe. Il Papa mostra anche di avere chiaro come funziona il meccanismo dei media e delle sue distorsioni: «Nel mondo di oggi, con la velocità delle comunicazioni e la selezione interessata dei contenuti operata dai media, il messaggio che annunciamo corre più che mai il rischio di apparire mutilato e ridotto ad alcuni suoi aspetti secondari». La soluzione? La conversione autentica di chi si definisce cristiano. A cominciare proprio da lui, il capo della Chiesa: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato».

Caterina Maniaci – liberoquotidiano.it

L’“enciclica” trasversale di papa Francesco

Dopo le molte dichiarazioni e i gesti compiuti da papa Francesco fin dai primi minuti del suo pontificato, la esortazione apostolica Evangelii Gaudium, datata 24 novembre e pubblicata ieri, è il primo vero documento programmatico. Il titolo rappresenta bene le due fonti a cui si rifà il programma di nuova evangelizzazione (termine peraltro usato assai di rado nel documento).

Si tratta della costituzione pastorale del Vaticano II Gaudium et Spes (1965) e la Evangelii Nuntiandi di Paolo VI (1975). È la riabilitazione pubblica di un magistero conciliare e post-conciliare particolarmente negletto durante il pontificato di Benedetto XVI e nella teologia che ha fatto carriera ecclesiastica negli ultimi anni. Le citazioni del predecessore ci sono, come di Giovanni Paolo II, ma l’impianto intellettuale è molto più conciliare e post-conciliare che animato dallo scetticismo verso la «opzione preferenziale verso i poveri» – scetticismo (quando non cinismo) che ha regnato fino a pochi mesi fa nel magistero ufficiale.

Ma Evangelii Gaudium di papa Francesco offre una visione trasversale rispetto alle trincee saldatesi nel corso degli ultimi decenni. Da una parte apre a una visione sociale della Chiesa, povera per i poveri, bisognosa di riforma (incluso il papato), più collegiale (con una attenzione particolare alle conferenze episcopali), più aperta alle varie forme di ministero, meno clericale. Sulla questione della giustizia sociale Francesco si colloca nettamente a sinistra di Obama e di tutta la sinistra parlamentare mondiale, con una richiesta radicale di regolamentazione del mercato per sanare le crescenti diseguaglianze e un’accusa alle ideologie del liberismo trickle down.

Dall’altra parte Francesco non cambia la posizione della Chiesa sull’aborto, che non è vero progressismo, e sull’ordinazione delle donne, «che non è in discussione». Papa Francesco usa un linguaggio più inclusivo che nel passato, ma sostanzialmente vede nelle richieste per l’ordinazione delle donne il rischio di un maggiore e non minore clericalismo nella Chiesa: «Il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo Sposo che si consegna nell’Eucaristia, è una questione che non si pone in discussione, ma può diventare motivo di particolare conflitto se si identifica troppo la potestà sacramentale con il potere».

Ma questo argomento non placherà le teologhe femministe, che potrebbero vedere in Francesco una sostanziale continuità con «la teologia del corpo» e «il genio femminile» di Giovanni Paolo II, e in una retorica della differenza per troppo tempo usata per mantenere il sistema patriarcale nella Chiesa.

Evangelii Gaudium rappresenta un cambio di orizzonte soprattutto per la filosofia ispiratrice il pontificato. In un passaggio breve quanto tranciante, Francesco afferma che la realtà è più forte delle idee. È un addio al neo-platonismo tipico del pontificato precedente, sia quanto a visioni di Chiesa sia quanto a concezioni politico-sociali. In particolare, Francesco nota tra «i segni dei tempi» la crisi dell’impegno in favore delle cause comuni, quelle che trascendono l’interesse personale. Questo fa di Francesco un papa non assimilabile né alla cultura liberale né a quella progressista nelle sue forme individualiste e libertarie.

È un’occasione per mettere fine alle “guerre culturali” che hanno devastato la Chiesa negli ultimi anni – una situazione a cui Evangelii Gaudium fa riferimento in modo diretto. Resta da vedere quanto questo documento potrà fare per costruire un ponte tra le due diverse anime del cattolicesimo, quella tradizionalista-neoconservatrice e quella sociale-liberale.

La recezione di Francesco sarà particolarmente delicata nella Chiesa più ideologizzata e polarizzata, quella statunitense. In una discussione pubblica a Baltimora giusto tre giorni fa, di fronte alla vasta platea della convention della American Academy of Religion, il cattolico neoconservatore americano per eccellenza, George Weigel, aveva offerto una visione meramente “continuista” di Francesco con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI. Resta da vedere se la Evangelii Gaudium basterà a convincere Weigel e tutti i neoconservatori e neoliberali che Francesco è qualcosa di nuovo e di diverso dai 35 anni di Wojtyla-Ratzinger.

@MassimoFaggioli – europaquotidiano

Ecco il testo e il video del Discorso alla Luna di Papa Giovanni tagliato dal sito del vaticano

Vaticano: su web “discorso luna” tagliato

Mancano ampi stralci parole Roncalli,via ogni riferimento a luna

(ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO, 27 NOV – E’ uno dei discorsi più celebri, oltre che il più emozionante e suggestivo, di tutta la storia del papato del ventesimo secolo. Eppure il sito della Santa Sede, che raccoglie tutti gli interventi e i documenti dei Pontefici, pubblica il “discorso della luna” di Giovanni XXIII in forma non integrale, tagliata, ampiamente “purgata”.

Dall’allocuzione serale dell’11 ottobre 1962, giorno di apertura del Concilio, è sparito anche ogni riferimento alla luna.

di seguito il video e il testo di Papa Giovanni XXIII

“Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero. Qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera – osservatela in alto – a guardare a questo spettacolo. Gli è che noi chiudiamo una grande giornata di pace. Di pace. Gloria a Dio e pace agli uomini di buona volontà.

Ripetiamo spesso questo augurio! E quando possiamo dire che veramente il raggio, la dolcezza della pace del Signore ci unisce e ci prende, noi diciamo “Ecco qui un saggio di quello che dovrebbe essere la vita, sempre, di tutti i secoli, e della vita che ci attende per l’eternità”. Dite un poco: se domandassi, potessi domandare a ciascuno “Voi da che parte venite?”, i figli di Roma, che sono qui specialmente rappresentati, “Ah, noi siamo i vostri figlioli più vicini, voi siete il Vescovo di Roma”.

Ma voi, figlioli di Roma, voi sentite di rappresentare veramente la Roma caput mundi, così come nella Provvidenza è stata chiamata ad essere, per la diffusione della verità e della pace cristiana. In queste parole c’è la risposta al vostro omaggio.

La mia persona conta niente, è un fratello che parla a voi diventato padre per la volontà di Nostro Signore, ma tutti insieme, paternità e fraternità, è grazia di Dio. Tutto, tutto! Continuiamo dunque a volerci bene, a volerci bene così, guardandoci così nell’incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte quello, se c’è, qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà. Niente. Fratres sumus. La luce che splende sopra di noi, che è nei nostri cuori, che è nelle nostre coscienze, è la luce di Cristo, il quale veramente vuol dominare con la grazia sua tutte le anime.

Stamattina è stato uno spettacolo che neppure la Basilica di San Pietro, che ha quattro secoli di storia, non ha mai potuto contemplare. Apparteniamo quindi ad un’epoca nella quale siamo sensibili alle voci dall’alto, e vogliamo essere fedeli e stare secondo l’indirizzo che il Cristo benedetto ci ha fatto. Finisco dandovi la benedizione.

Accanto a me amo invitare la Madonna santa e benedetta, di cui oggi ricordiamo il grande mistero. Ho sentito qualcuno di voi che ha ricordato Efeso e le lampade accese intorno alla Basilica di là, che io ho veduto coi miei occhi – non a quei tempi, si capisce, ma recentemente – e che ricorda la proclamazione del dogma della Divina Maternità di Maria. Ebbene, invocando Lei, alzando tutti insieme lo sguardo verso Gesù benedetto, il Figliol Suo, ripensando a quello che è con voi, a quello che è nelle vostre famiglie, di gioia, di pace, e anche un poco di tribolazione e di tristezza, la grande benedizione. Accoglietela di buon animo.
Questa sera lo spettacolo offertomi è tale da restare ancora nella mia memoria, come resterà nella vostra. Facciamo onore alle impressioni di questa sera! Che siano sempre i nostri sentimenti come ora li esprimiamo davanti al cielo e davanti alla terra.
Fede, speranza, carità, amore di Dio, amore di fratelli, e poi tutti insieme, aiutati così, nella santa pace del Signore, alle opere del bene.
Tornando a casa, troverete i bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite “Questa è la carezza del Papa”.

Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualche… dite una parola buona: “Il Papa è con noi, specialmente nelle ore della tristezza e dell’amarezza”.
E poi tutti insieme ci animiamo cantando, sospirando, piangendo, ma sempre, sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuare e riprendere il nostro cammino.

Così dunque vogliate attendere alla benedizione che vi do e anche alla buona notte che mi permetto di augurarvi, con la preghiera però che non si cominci… solamente… Oggi noi iniziamo un anno, un anno, chissà… speriamolo bene! Il Concilio comincia e non sappiamo quando finirà, potesse finire prima di Natale, ma forse forse non riusciremo a dir tutto, a intenderci su tutto bene.
Ci vorrà un altro ritrovo, ma se il ritrovarci così deve sempre allietare le nostre anime, le nostre famiglie, Roma e tutto quanto il mondo tutto intero, vengano pure questi giorni, li aspettiamo in benedizione”.
Discorso pronunciato l’11 ottobre 1962 da Angelo Roncalli, Papa Giovanni XXIII, in occasione della serata di apertura del Concilio Vaticano II.

Papa: Chiesa esca verso mondo e abbia sempre porte aperte

(ASCA) – Citta’ del Vaticano, 26 nov – ”La Chiesa ‘in uscita’ e’ una Chiesa con le porte aperte”. Lo scrive papa Francesco nell’esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’ sottolineando, pero’, che ”uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte e’ meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansieta’ per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi e’ rimasto al bordo della strada”. La Chiesa, spiega il papa nel suo documento, e’ ”chiamata ad essere sempre la casa aperta del Padre. Uno dei segni concreti di questa apertura e’ avere dappertutto chiese con le porte aperte. Cosi’ che, se qualcuno vuole seguire una mozione dello Spirito e si avvicina cercando Dio, non si incontrera’ con la freddezza di una porta chiusa. Ma ci sono altre porte che neppure si devono chiudere”. ”Tutti possono partecipare in qualche modo alla vita ecclesiale, tutti possono far parte della comunita’, – afferma ancora Francesco – e nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi”.

Il decentramento di Francesco: più poteri alle conferenze episcopali

Un paragrafo dell’esortazione «Evangelii gaudium» preannuncia cambiamenti e la «conversione del papato»: la centralizzazione «complica» e non aiuta la missione
ANDREA TORNIELLI – vaticaninsider
Città del Vaticano

È un paragrafo breve, ma preannuncia cambiamenti significativi, che riguardano lo stesso papato e prevedono decentramento e maggiori competenze per le conferenze episcopali. Al numero 32 del documento reso noto oggi, Bergoglio, riferendosi alla «conversione pastorale» da lui chiesta a tutta la Chiesa, scrive: «Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato».

«A me spetta, come vescovo di Roma – aggiunge Francesco – rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione». Bergoglio ricorda che Papa Wojtyla, nell’enciclica «Ut unum sint» (1995) chiese di essere aiutato a trovare «una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova». Ma, osserva Francesco, «siamo avanzati poco in questo senso. Anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello ad una conversione pastorale. Il Concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le conferenze episcopali possono “portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente»”.

Ma anche questo auspicio conciliare, osserva il Papa, «non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale. Un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, complica la vita della Chiesa e la sua dinamica missionaria».

Ci si può dunque aspettare che tra le riforme che verranno studiate da parte del consiglio dei otto cardinali si preveda anche un ruolo accresciuto delle conferenze episcopali. Già il Sinodo dei vescovi del 1985 aveva avanzato la raccomandazione che fosse più ampiamente e profondamente esplicitato lo studio dello status teologico e giuridico delle conferenze dei vescovi e soprattutto il problema della loro autorità dottrinale. Attualmente il Codice di diritto canonico stabilisce alcune competenze dottrinali delle conferenze episcopali, come il «curare che vengano pubblicati catechismi per il proprio territorio, previa approvazione della Sede Apostolica», e l’approvazione delle edizioni dei libri delle sacre Scritture e delle loro versioni.

Nel 1998, con il Motu proprio «Apostolos suos», Giovanni Paolo II aveva ricordato che le conferenze episcopali vanno considerate nel quadro dell’intero collegio dei vescovi, e che esse non sono soggetto collegiale del governo delle Chiese particolari né istanza intermedia tra i singoli vescovi e l’intero collegio episcopale.

Ora Francesco afferma di voler compiere un passo in più nella direzione del decentramento. A questo il Papa aveva accennato anche nell’intervista con «La Civiltà Cattolica». «I dicasteri romani – aveva detto – sono al servizio del Papa e dei vescovi: devono aiutare sia le Chiese particolari sia le conferenze episcopali. Sono meccanismi di aiuto. In alcuni casi, quando non sono bene intesi, invece, corrono il rischio di diventare organismi di censura. È impressionante vedere le denunce di mancanza di ortodossia che arrivano a Roma. Credo che i casi debbano essere studiati dalle conferenze episcopali locali, alle quali può arrivare un valido aiuto da Roma. I casi, infatti, si trattano meglio sul posto. I dicasteri romani sono mediatori, non intermediari o gestori».

S’intravvede qui il disegno di riformare la Curia romana, rendendola meno burocratica e più snella, ma soprattutto configurandola come strumento al servizio del Papa e delle Chiese, non come organismo centrale di controllo e di governo. Per realizzare questo, oltre ad accorpare i dicasteri esistenti, si trasferiranno competenze dal centro agli episcopati locali.

Papa: nella Chiesa non lasciare le cose come stanno

Città del Vaticano, 26 nov. (Adnkronos) – Nella Chiesa, “non si possono lasciare le cose come stanno”. Papa Francesco, nella sua esortazione apostolica ‘Evangelii Gaudium’, esplicita con chiarezza e senza infingimenti la sua volontà di cambiamento e rinnovamento all’interno del Vaticano e della sua missione pastorale e parla addirittura di una “conversione”, nel senso di una inversione di rotta, che deve riguardare lo stesso Papato, “dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiesto agli altri”, spiega.

Se la crisi fa germogliare la città

E se invece di un vaso di begonie o di violette in salotto ci fosse un bel pomodoro rosso? Pare che a New York la cosa stia venendo di moda. Tra l’altro così si ottiene veramente il “chilometro zero”: si produce e si consuma nello stesso luogo. Anche le piante da frutto, anche gli ortaggi, anche le insalate, i limoni, le fragole o i mirtilli hanno una loro bellezza ornamentale. E inoltre consentono alla popolazione urbana di ricordarsi da dove viene il cibo. Lo stesso dicasi delle api. Nelle grandi città tedesche nel corso degli ultimi anni si è molto sviluppata la produzione di “miele urbano”. Solo a Berlino ci sono oltre 500 apicoltori e ad Amburgo vivono circa 50 milioni di questi graziosi insetti.

Ci troviamo di fronte a un fenomeno in espansione: l’agricoltura urbana. Sembra una contraddizione, ma non è così. Si tratta al contrario di uno sviluppo inevitabile e secondo alcuni auspicabile oggi, quando tutto il mondo sta divenendo città. Un impulso importante a questo fenomeno è venuto da quanto accaduto a Cuba. Qui gli orti urbani si sono diffusi, sostenuti dal governo, a partire dal crollo dell’Unione Sovietica, che interruppe improvvisamente il flusso di fertilizzanti, pesticidi, carburanti, lasciando una metropoli come l’Avana in condizioni difficili. Il fenomeno ha preso piede e già nel 2010, nelle città cubane sono state raccolte 362 mila tonnellate di prodotti agricoli, dando lavoro a 300 mila persone.

L’organismo intergovernativo europeo Cost, per la cooperazione nella scienza e nella tecnologia, ha lanciato lo scorso anno Action Urban Agriculture Europe (Uae), promuovendo una rete di ricercatori in tutto il continente e nel giugno 2013 questo ha dato luogo alla “Dichiarazione di Barcellona”. Vi si sostiene che l’agricoltura urbana sia un elemento che possa favorire lo sviluppo di tutto il comparto agricolo oltre che una «risorsa che può migliorare la qualità della vita nelle città».

A Zurigo opera Urban Farmers, un gruppo che promuove l’agricoltura biologica urbana. Il suo motto è good food from the roof, «buon cibo dal tetto»: ogni tetto può diventare un orto. Recentemente in un giardino privato a Copenaghen è spuntata la Invisible garden house, tre strutture a gazebo in polipropilene alte circa tre metri. Dall’inizio della primavera alla fine dell’autunno ci si può stare godendo di un microclima interno “estivo” grazie all’effetto serra, e coltivando piante da orto.

E come nelle campagne si possono anche allevare animali. A Londra dalla seconda metà degli anni Settanta opera Mudshute Park and Farm, 32 acri di terreno dediti all’allevamento di galline, maiali, pecore, asinelli, oche: si autodefinisce come il più grande allevamento urbano in Europa.

Là dove i livelli di vita sono buoni, l’agricoltura urbana consente di riavvicinare i cittadini all’attività agricola: per esempio permette ai bambini di vedere crescere le piante e di coglierne i frutti, apprezzando così il ciclo della natura che sostiene la vita. Perché «i piccoli di oggi non sanno che la farina viene dal grano e che questo è una pianta» dice Camilla Hammer, responsabile della fattoria posta nei giardini di Battery, sulla punta di Lower Manhattan, circondata dal panorama dei grattacieli. Su un acro di terreno (circa 4 mila metri quadrati) crescono pomodori, lattuga, piselli, fragole, menta, rosmarino, cavoli che poi finiscono nel ristorante annesso o sono dati alle scuole vicine. Ma lo scopo non è commerciale, bensì pedagogico: mostrare che cos’è l’attività agricola ai ragazzi nati e cresciuti tra i palazzoni.

Altrove cambiano i fini delle colture metropolitane: per esempio a Detroit molti spazi abbandonati a seguito della deindustrializzazione sono riconquistati dall’attività agricola perché questa consente di rivitalizzarli, altrimenti sarebbero lasciati alla decadenza di baraccopoli dove sopravvivono i disoccupati. In questo modo le coltivazioni urbane riempiono quelli che sono chiamati food desert: quartieri emarginati, dove, mancando la convenienza di aprire attività commerciali, non ci sono negozi o supermercati e quindi è difficile procurarsi il cibo. Anche un piccolo terreno può riempire le giornate, e le pance, di molti. Del resto già durante la grande depressione del ’29 negli Stati Uniti milioni di persone si impegnarono a usare gli appezzamenti liberi nelle città per produrre il cibo che altrimenti scarseggiava. Durante la seconda guerra mondiale si chiamavano victory garden gli orti urbani che soddisfacevano al 40 per cento del fabbisogno nazionale di prodotti alimentari. Perché, se c’è una componente estetica nell’attuale rinascita dell’architettura urbana, e anche una componente educativa, più importante è il fatto che essa può rispondere a reali necessità di sopravvivenza.

Come spiega il primo rapporto recentemente pubblicato dalla Fao sull’agricoltura urbana (“Growing greener cities in Africa“), la popolazione urbana del continente nero cresce più rapidamente che in qualsiasi altra parte del mondo e si prevede che per il 2020 nella zona subsahariana raggiungerà i seicento milioni, il doppio di quel che era nel 2010. E i tantissimi neoinurbati (oltre 200 milioni di persone) ingrossano sconfinati slum, dove la malnutrizione è particolarmente grave. «I leader africani – si legge nel rapporto – devono muoversi subito per deviare il processo di urbanizzazione dal suo cammino attuale, per indirizzarlo verso città più “verdi”, che garantiscano cibo sano, lavori accettabili e un ambiente pulito». L’agricoltura urbana può ottenere questi risultati.

Anzitutto i frutti e gli ortaggi prodotti in città possono essere immediatamente consumati: non si perdono tempo e soldi per i trasporti dalle campagna, durante i quali le condizioni climatiche li possono danneggiare. Inoltre si creano aree verdi ben tenute e controllate dove altrimenti ci sarebbe abbandono e per creare il “compost” con cui si fertilizzano i terreni si possono utilizzare molti degli scarti, che così diventerebbero una risorsa.

Per esempio a Nairobi, capitale del Kenya, i residenti negli ultimi 40 anni sono passati da circa mezzo milione a 3,3 milioni. Spontaneamente lungo le strade e le ferrovie si sono sviluppati gli orti urbani: si stima dal 30 al 40% delle famiglie si sia impegnata in qualche attività agricola per l’autosussistenza. In Mozambico la grossa ondata di urbanizzazione è avvenuta negli anni ’80, quando infuriava la guerra civile. Per rispondere ai bisogni di questa gente il governo ha favorito il diffondersi dell’agricoltura urbana, tramite l’organizzazione di cooperative e la designazione di alcune aree urbane come “verdi”, ovvero destinate alla coltura.

Nella capitale, Maputo, oggi operano 13 mila agricoltori urbani su 2300 acri di terreno e il loro introito medio giornaliero è di 4 dollari: molto al di sopra del limite di povertà, che è in quel Paese di 0,5 dollari al giorno.
Ma la crescita dell’agricoltura urbana comporta anche qualche problema, come sostiene Mobido T. Traoré, vicedirettore del dipartimento per la protezione dell’agricoltura e del consumatore della Fao, la novità segnalata nel rapporto è che «la produzione e il commercio di frutta e ortaggi dà di che vivere a migliaia di abitanti delle città africane e fornisce alimenti per milioni di loro. Ma questo in molte città sta divenendo insostenibile perché l’uso eccessivo di pesticidi sta inquinando le acque». Ergo: in prospettiva l’agricoltura urbana è una via per migliorare sostanzialmente la vita nelle città. Ma è importante che gli agricoltori urbani siano ben consapevoli di quel che fanno, così che la qualità dell’ambiente e della vita sia rispettata.

 

Leonardo Servadio – avvenire.it

Vaticanistra tradizionalista Magister esulta estrapolando testi Papa Francesco

>>> Da qui  è possibile leggere il testo del vaticanista Magister de L’Espresso.

http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/11/24/da-roma-a-trento-senza-passare-per-bologna/

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La redazione dei sacerdoti lavoratori sposati auspica un chiaro intervento di Papa Francesco che chiarisca definitivamente la sua linea teologica. La redazione auspica anche la piena riaccoglienza nel ministero parrocchiale attivo dei sacerdoti sposati e delle loro famiglie….

 

Londra, ecco Sally la ‘reverenda’ superstar “Vescovi-donna? Noi siamo pronte”

LONDRA, 24 novembre 2013 – REVERENDO Sally Hitchiner, com’è la vita da donna-prete?
«Non è facile, come quella di qualsiasi donna in un sistema prettamente patriarcale. Ma la chiesa anglicana sta facendo passi da gigante e oggi circa il 50% dei nuovi preti è di sesso femminile. Queste nuove leve tendono però a essere donne di mezz’età, che magari hanno sempre sognato di fare questo lavoro oppure si trovano sole con i figli all’università e vogliono fare qualcosa nelle loro comunità. Ma ci sono anche giovani donne come me che stanno prendendo la tonaca e ce ne saranno sempre di più».

Ha mai vissuto esperienze ostili da parte di fedeli che non la accettavano?
«Esperienze ostili direi di no, ma diffidenza spesso. Anche se per fortuna, negli ultimi 20 anni (da quando la chiesa anglicana ha deciso di ordinare preti donne, ndr), la situazione si è andata normalizzando e la maggioranza di fedeli adesso può dire di aver conosciuto, o almeno visto, una donna prete all’opera. Forse l’esperienza meno felice, che però mi ha fatto anche sorridere, è stata quando uno studente si è rifiutato di avere a che fare con me dicendomi che una donna prete ‘porta sfortuna’. Ho rispettato la sua volontà, ma ci ho parlato un po’ e la situazione è finita su una nota positiva. Gli ho detto: ‘Se non ti metti a studiare per gli esami finali allora sì che ti porterò sfortuna’».

Che differenza ci sarebbe tra donne e uomini vescovi?
«Una donna parlerebbe un linguaggio comune alle fedeli femmine, soprattutto su questioni come la maternità, i problemi con l’altro sesso, l’immagine del proprio corpo, insomma, questioni che una donna capirebbe istintivamente meglio. Per il resto credo che tra donne e uomini vescovi non ci sia differenza, ambedue possono guidare bene i fedeli. Ci vuole visione, fede, compassione e in questo i due sessi non hanno differenze».

Tra vescovi donne e uomini, chi sarebbe meglio?
«Ambedue devono essere presenti per riflettere meglio la nostra società. Sia gli uomini che le donne sono stati creati a immagine di Dio. E poi, la chiesa accoglie e celebra persone di entrambi i sessi, quindi perché dovrebbe essere guidata solo da uomini? Nel 1992, le donne prete sono state accettate dopo lunghe decisioni teologiche, quindi sappiamo già che sono riconosciute allo stesso livello degli uomini. Ora si tratta di fare un passo in più e accettare il vescovato; cosa di principio promossa questa settimana».

Cosa pensa delle avances della chiesa cattolica, soprattutto sotto papa Ratzinger, ai tradizionalisti, che delle ‘vescove’ non ne vogliono sentir parlare?
«La chiesa cattolica è la stessa da duemila anni e questa è la sua forza. Noi siamo una chiesa diversa, molto più tollerante, sempre in divenire. Voi adesso avete la fortuna di avere un Papa semplicemente incredibile. Francesco sta avendo un successo globale e io lo ammiro molto. Lui e il nostro arcivescovo di Canterbury (Justin Welby, con cui la Hitchiner ha lavorato per due anni, ndr) hanno optato per uno stile molto simile, riconoscendo la domanda dei fedeli per una cristianità più semplice e più diretta, scevra dalle complessità politiche e i segreti di Palazzo. Ambedue si avvicinano molto di più all’essenza di Cristo, alla carità, alla compassione».

Lei è stata molto criticata per aver deciso di posare in abiti firmati Prada per il Times, per essere comparsa in tv truccata e con accessori ingioiellati e per avere un profilo considerato troppo alto nei media.
«Credo di essere una che ama prendersi dei rischi calcolati. A volte sono sorpresa che ci sia così tanta gente che mi apprezzi. So che a molti do fastidio perché parlo chiaro e mi vesto come una donna della mia età e non come una di 80 anni. Non mi sembrano grandi peccati, però mi rendo conto che potrebbero essere ostacoli a un futuro vescovato. Ma sono fortunata in quanto sono cappellana di un’università (Brunel, Londra, ndr) che mi dà pieno supporto. Tutti i giorni ho a che fare con studenti che hanno problemi veri e che vengono da me per cercare una guida, un aiuto, e vedo la differenza che fa la fede. Tutto quello che faccio spunta dalla compassione che ho imparato leggendo la Bibbia e seguendo la mia Chiesa».

E la sua vita privata? Non è sposata, non ha figli e non è nemmeno fidanzata. Questo forse la rende ancora più pericolosa e aperta alle critiche?
«Avere una vita privata nel mio caso non è facile. Molti uomini si sentono intimiditi e chiaramente non è semplice uscire con qualcuno sotto gli occhi dei riflettori, anche se la chiesa permette i ‘boyfriend’ e molte donne-prete hanno famiglia e figli. Io posso dire che non farei quello che faccio se avessi figli e per ora sono felice così. In futuro non dico di no a una famiglia, ma non è scritto da nessuna parte che io, come donna, debba lasciare tutto per crescere i bambini. Potrebbe farlo l’uomo, no?»

quotidiano.net

Gli USA ritirano la loro ambasciata dal Vaticano

Il Dipartimento di Stato USA sta progettando di ritirare il proprio ambasciatore presso la Santa Sede per imprecisati “motivi di sicurezza”. L’ambasciata, situata presso la Villa Domiziana, nei pressi del Circo Massimo, è in funzione dal 1984 e venne organizzata in seguito a un accordo tra Reagan e Giovanni Paolo II. Il distaccamento “diplomatico” degli Stati Uniti in Vaticano verrà dunque accorpato con quella italiano a partire dal 2015; la conseguenza è facilmente comprensibile e riguarda l’indipendenza e l’autonomia futura che riuscirà ad avere l’ambasciatore in Vaticano, che verrà relegato in un’area dell’ambasciata italiana con poteri notevolmente ridimensionati. La notizia non ha fatto piacere dalle parti di San Pietro, dove avrebbero preferito di gran lunga poter avere un rapporto “diretto” con le massime autorità statunitensi, senza dover passare attraverso altri intermediari. Al Vaticano, in particolare, sta molto a cuore il tema dei diritti civili, in particolare la forte progressione che stanno avendo i matrimoni gay in numerosi stati degli USA.

La notizia della “soppressione” dell’ambasciata è stata data sul National Catholic Reporter dal vaticanista John Allen, che ha affermato che che la sede diventerà una “figliastra dell’ambasciata italiana”. “La Santa Sede – ha scritto – è un punto cardine per gli affari internazionali. relegare l’ambasciata in una dependance all’interno di un altro ufficio è un insulto ai cattolici americani e al Vaticano”.

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Festival Torino, film del belga Vincent Lannoo su preti pedofili

Torino, 23 nov. (TMNews) – Una fervente cattolica si trasforma in un’assassina sanguinaria dopo il suicidio del figlio adolescente, molestato da un prete. E’ la commedia caustica del belga Vincent Lannoo, “Au nom du fils”, che sarà proiettata domenica 24 novembre al Torino Film Festival nella sezione “After Hours”.

“E’un film sul silenzio della Chiesa cattolica, sempre pronta a dire ciò che e bene e ciò che e male, ma altrettanto pronta a nascondere ciò che è male al suo interno” ha detto a Torino l’attrice protagonista della pellicola Astrid Whettnall.

Il tema della pedofilia è molto sentito in Belgio, dove “Au nom du fils” ha fatto molto discutere. “Sui preti pedofili in Belgio c’è stata un’inchiesta che è poi stata insabbiata – ha spiegato il produttore del film Lionel Jadot – la polizia belga aveva sequestrato centinaia di documenti in 20 arcivescovadi nel nostro paese, ma la Chiesa ha deciso che il sequestro era illegale e lo ha bloccato. Alla fine il giudice che conduceva l’inchiesta ha rimesso il mandato per le troppe pressioni. Un’inchiesta che ha preso le mosse da centinaia di denunce che poi sono sparite misteriosamente. Si disse che per errore una donna delle pulizie le aveva buttate”.

Un tema scottante quello proposto dal film di Lanoo che riflette anche “sull’opportunita di farsi giustizia da sé, quando lo stato non ti difende” ha sostenuto l’attrice Astrid Whettnall, che nella finzione finirà per uccidere gli aguzzini di suo figlio. “Anche se – ha concluso la protagonista – la soluzione non è mai la pena di morte”.

Oltre 600 leader di tutte le Fedi a “Religious for Peace” a Vienna

Oltre 600 leader di tutte le Fedi a “Religious for Peace” a Vienna
Roberta Leone – Vatican Insider
Roma

“Accogliere lo straniero” con dignità, rispetto e sostegno amorevole. È l’impegno sottoscritto dai leader religiosi del mondo riuniti da questo mercoledì a Vienna per l’assemblea di Religions for Peace.

Nel dicembre 2012, a conclusione di un dialogo sul tema “Fede e protezione” con capi religiosi e organizzazioni umanitarie d’ispirazione confessionale, l’alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), António Guterres, aveva chiesto ai partecipanti l’istituzione di una task force perché fosse elaborato un “Codice di condotta per capi religiosi”.

Il documento – si legge dal testo appena sottoscritto – avrebbe incoraggiato i leader delle comunità di fede “ad accogliere migranti, rifugiati ed altre persone vittime di sfollamenti forzati e a restare uniti contro la xenofobia”. Uno “strumento pratico”, pensato per favorire il sostegno a rifugiati e sfollati lì dove la fede è vissuta.

Alla stesura del testo, che pubblichiamo (in allegato) in forma integrale, hanno collaborato, tra gli altri, il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, Islamic Relief Worldwide, la Federazione mondiale luterana e l’Unione mondiale evangelica, il Centro di studi hindu di Oxford e il Consiglio mondiale delle chiese.

Alla stesura del testo, hanno collaborato, tra gli altri,  il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, Islamic Relief Worldwide, la Federazione mondiale luterana e l’Unione mondiale evangelica, il Centro di studi hindu di Oxford e il Consiglio mondiale delle chiese.

“Concilium” e la riforma della Curia

Per la rivista teologica la discussione è al momento solo all’ inizio di un lungo percorso
Redazione Catican Insider
Roma

Proprio nel giorno in cui Papa Bergoglio loda mons. Marchetto come «migliore ermeneuta» del Concilio Vaticano II, la Casa Editrice Queriniana annuncia per lunedì 25 novembre la presentazione ufficiale dell’ultimo numero della rivista internazionale di teologia Concilium.

Un numero particolarmente importante, dedicato al tema «Per una riforma della Curia romana», proprio a partire dal Concilio Vaticano II. Un fascicolo monografico confezionato in tutta fretta, nel senso migliore del termine, visto che l’annuncio della nomina di una Commissione è stato fatto dal Papa il 13 aprile.

Concilium è la rivista internazionale di teologia, con edizioni in diverse lingue (per l’Italia è pubblicata dalla Queriniana), nata proprio dall’opera di alcuni teologi progressisti del Vaticano II, tra cui ad esempio Hans Kung ed Edward Schillebeeckx, con in quei primi anni un giovane Joseph Ratzinger, che poi se ne distaccò.

Il numero monografico, messo a punto in sette mesi di lavoro, vorrebbe essere un contributo alla discussione in corso, anche se nella presentazione ufficiale che è stata organizzata manca una voce dall’interno della Curia romana. E manca una voce della Curia anche nei diversi articoli pubblicati. In ogni caso i diversi contributi sono divisi in tre sezioni. La prima affronta alcune tematiche storiche, nei secoli dell’epoca moderna e dopo il Concilio stesso. La seconda si sofferma sulle implicazioni canoniche ed istituzionali di una riforma della Curia e sul significato della «subordinazione» dei vescovi al Papa, sull’eventuale ruolo delle donne, sulla necessità di un «moderno apparato amministrativo». Infine l’ultima parte analizza le implicazioni sul piano pastorale ed ecumenico in quanto dalla Riforma della Curia potrebbe scaturire un’iniziativa di maggiore dialogo sul piano ecumenico.

Alla presentazione di Roma, il 25 novembre, nello scenario del Centro Pro Unione dei Frati Francescani dell’Atonement, è annunciata anche la partecipazione di Felix Wilfred, teologo indiano, presidente di Concilium. Secondo il Centro, però, nell’ambito di quella serata ci sarà spazio per i diversi interventi (ne sono annunciati ben sette) e tuttavia non è previsto dibattito, nonostante il numero di Concilium voglia appunto essere un «contributo» alla discussione nella Chiesa.

Vaticanista tradizionalista Sandro Magister approfitta anche del Rugby per attaccare Papa Francesco

Ecco il titolo del sito espresso.chiesa nel blog di Sandro Magister “Rugby in Vaticano. Bergoglio allena il pacchetto di mischia”. Di seguito il testo (ndr):

Papa Francesco ama il calcio e tifa per il San Lorenzo. Ma dal 22 novembre 2013 sappiamo che anche il rugby gli è “molto simpatico”.

Nel ricevere in Vaticano le squadre nazionali dell’Italia e dell’Argentina alla vigilia di un loro incontro, ha detto che il rugby gli piace perché “è uno sport duro, c’è molto scontro fisico, ma non c’è violenza, c’è grande lealtà, grande rispetto. E questo penso che sia utile anche a temprare il carattere, la forza di volontà”.

Ma soprattutto c’è “l’equilibrio tra il gruppo e l’individuo”. Verso la meta si avanza insieme. E poi “ci sono le famose mischie, che a volte fanno impressione! Le due squadre si affrontano, due gruppi compatti, che spingono insieme uno contro l’altro e si bilanciano”.

“Forse questa mia interpretazione non è molto tecnica”, ha ammesso. Ma molto gesuitica sì.

I gesuiti hanno fondato alcune delle squadre di rugby più celebri e hanno sempre considerato questo sport un’applicazione geniale degli esercizi spirituali di sant’Ignazio, come ha spiegato padre Francesco Occhetta in un magnifico articolo su “La Civiltà Cattolica” di due anni fa.

In due scuole superiori della Compagnia di Gesù in Italia, l’Istituto Sociale a Torino e il Leone XIII a Milano, funziona un’Accademia del rugby per forgiare i migliori giovani talenti.

Nel salutare le nazionali italiana e argentina, il papa ha chiesto loro di “pregare perché anch’io, con i miei collaboratori, facciamo una buona squadra!”.

La nuova curia si prepari. L’allenatore Jorge Mario Bergoglio vuole farne un formidabile pacchetto di mischia.

fonte: http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/11/22/rugby-in-vaticano-bergoglio-allena-il-pacchetto-di-mischia/news

 

Quel Papa Francesco, fattorino di Crozza

di Guido Mocellin |vinonuovo.it
La parodia di Francesco con un frigorifero sulle spalle: che cosa fa ridere e che cosa – invece – fa pensare

Questa settimana avevo già deciso che non avrei scritto nulla per il «Preso in rete»: come i vinonuoviani più fedeli a questo appuntamento avranno immaginato, talvolta gli impegni di redazione (la chiusura del numero, una trasferta…) mi impediscono di lavorare sulla rassegna stampa con il necessario rigore, e allora «salto» un giro.

Poi però, venerdì 8 sera, mi è capitato di vedere, su La7, la benevola parodia che Maurizio Crozza ha fatto di papa Francesco, immaginandolo impegnato nel recapitare personalmente a domicilio, a piedi, un frigorifero a una tal vedova Crocetti della quale ha letto sul giornale.

La consegna si rivela assai problematica: il frigo pesa 76 chili e Bergoglio-Crozza ce l’ha sulle spalle; la vedova Crocetti abita sulla Salaria oltre il Grande Raccordo Anulare (quasi a Settebagni), e né i due preti-collaboratori che accompagnano il papa, né le diverse persone che il terzetto incrocia lungo il cammino (una prostituta dell’Est, un gruppo di ragazzi di CL, due alti prelati di curia e due tifosi della Roma) sollevano il papa dal carico.

Come se non bastasse, fioccano sul cellulare telefonate – da qualche beneficato esigente a un prolisso Scalfari – cui Bergoglio-Crozza, pressato dai due accompagnatori, è costretto a rispondere; infine la vedova Crocetti, raggiunta, respinge il regalo non apprezzandone le dimensioni né il colore, e lo fa con impertinenza: «Senti bello, se devi fare il papa impara a farlo bene, se no ci tenevamo quell’altro», gli dice in romanesco. Così i tre, più il frigo, se ne tornano verso il Vaticano, mentre al telefono si rifà vivo un temibilmente egocentrico Odifreddi.

Dico subito che la parodia mi ha molto divertito; anzi, per dirla tutta ho riso fino alle lacrime. Per quasi gli interi 11 minuti della sua durata.

Così, a qualche ora di distanza, e avendola anche voluta rivedere con occhio più critico, ma senza riuscire a trattenermi dal ridere di nuovo, ho pensato di interrogarmi a voce alta su che cosa me l’abbia fatta percepire così divertente.

Ho provato allora a trovarci tutti i limiti. Tanto per cominciare, non mi ha detto nulla del suo protagonista, papa Francesco, che già non sapessi. La fonte principale degli autori di questo tipo di testi sono, naturalmente, i mass media: e siccome sul papa leggo molto di quel che si scrive, era abbastanza difficile sorprendermi…

La metafora del frigo come il fardello che il vescovo di Roma si è caricato sulle spalle – questo vescovo di Roma in particolare, con lo stile che ha scelto – è efficace (si tratta in effetti di un frigo enorme) ma riduttiva: non solo il papa, ma ogni cristiano sa di avere sulle spalle la propria croce, e che il martirio che tale giogo può comportare è ben altro che l’affaticamento crescente che il Bergoglio-Crozza denuncia in questa parodia.

Prevedibile ma astratto il profilo dei due collaboratori come coloro che, consapevoli della mediaticità di alcuni gesti di Francesco, lo spingono strumentalmente a ripeterli, profittando del genuino buon cuore del papa e di una sua (supposta) docilità per strappare, il giorno dopo, l’ennesimo titolo su Repubblica.

Banale l’equazione secondo la quale nella Chiesa non si danno giovani fedeli che non siano ciellini, oltre che superficialotti… perché non scout, o focolarini?

Addirittura scontati i monsignori di curia, che adulano Bergoglio-Crozza per la nuova impronta di sobrietà data alla curia romana ma hanno evidentemente ben poca intenzione di cambiare stile di vita.

Retorici anche i personaggi «popolari» della prostituta e dei tifosi: luoghi comuni che incontriamo, sempre uguali, in tutte le commedie televisive campioni di audience.

Allora, cosa c’è da ridere? E c’è anche da pensare, come dovrebbe aiutarci a fare ogni buona parodia?

Da ridere c’è la perfetta riproduzione delle posture e della parlata di Francesco, con il tono grave e l’accento argentino; e ci sono le battute attraverso le quali Bergoglio-Crozza sottolinea insieme la fatica crescente nel portare «il frigo» sulle spalle e la crescente delusione nel costatare che nessuno di quelli che ha attorno se ne rende conto, perché ognuno è preoccupato solo di ridurre il papa alla propria misura.

Eccole: «Questo frigo lo regalo di cuore, ma non pensavo di consegnarlo di persona» (ai due collaboratori); «Pregherò per te appena poso il frigo» (alla prostituta); «Sarebbe stato bello fare una foto di ragazzi che aiutano il papa nella consegna del frigo» (dopo l’incontro con i ciellini); «In effetti il frigo è pesante… condividiamo questo peso» (ai monsignori, che replicano: «No, è tutto suo»); «Non so se sia più pesante il frigo o parlare con Scalfari» (ancora ai preti accompagnatori); «Non posso darvi la benedizione, perché c’ho il telefono in una mano e il frigo, non dimenticatevi del frigo» (ai tifosi, che diranno di accontentarsi di una benedizione «de parola»); «Ci incamminiamo con la gioia nel cuore e un frigo sulle spalle» (al ritorno, dopo il rifiuto della vedova Crocetti).

Da pensare c’è l’utilizzo di un modello di racconto dal sapore neanche tanto lontanamente evangelico (i tanti che «passano oltre» nella parabola del buon samaritano) per affermare l’idea che oggi, almeno in questo nostro paese, chiunque (fosse anche il papa) provasse a improntare le relazioni alla gratuità anziché al proprio tornaconto, rischierebbe un destino, se non da Cristo crocifisso, certamente da povero cristo, da fattorino di nessun conto, strumentalizzato tanto dai suoi compagni di strada, quanto da coloro ai quali indirizzasse la sua calda umanità. Speriamo che non sia così: né per il papa né, nel suo piccolo, per ciascuno di noi.

 

Sinodo. In ascolto delle realtà di base

newsGiampiero Forcesi (Redattore del sito c3dem – per una rete di cattolici democratici)
www.viandanti.org

A sorprendere non è il fatto che, per la preparazione del Sinodo dei vescovi sulla pastorale per la famiglia, sia stato predisposto e inviato ai vescovi delle chiese locali un questionario con 38 domande. Questa è una prassi seguita anche per gli altri sinodi, l’ultimo quello dell’ottobre 2012 sulla trasmissione della fede cristiana.

La definizione di Paolo VI

Nei Lineamenta, che costituiscono il primo documento di ogni percorso sinodale, l’obiettivo è proprio quello di fare il punto sul tema prescelto, ponendo interrogativi ai vescovi, e dunque alle chiese locali, per poi imbastire, in base ai dati di ritorno, l’Instrumentum laboris, che è il documento con il quale si arriva all’apertura dell’assemblea sinodale. Del resto, in quella che è considerata la definizione più appropriata e autorevole del sinodo, Paolo VI, il papa che il sinodo lo istituì durante l’ultima sessione del concilio Vaticano II, lo presenta come “uno studio comune delle condizioni della Chiesa” e come “la soluzione concorde delle questioni relative alla sua missione”. Uno studio, dunque, cioè un’indagine. Comune, che coinvolge la Chiesa cattolica nel suo insieme. Allo scopo di giungere a una “soluzione concorde”, cioè ad un orientamento pastorale condiviso. In questo senso, il sinodo è uno strumento della collegialità episcopale (come lo definì più avanti papa Woytjla). Anche se non è quella collegialità, permanente e soprattutto effettiva, che in Concilio la maggioranza dei Padri aveva cercato di istituire, senza riuscirci.

In ascolto della comunione cattolica

A sorprendere, oggi, è che quasi subito è parso chiaro che questa volta l’indagine preliminare potrebbe forse davvero raggiungere il popolo di Dio, fin nelle parrocchie, e non fermarsi, come quasi sempre in passato, ai soli vescovi e ai loro staff. Questo è apparso chiaro fin dalle prime dichiarazioni di mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti, che papa Francesco ha nominato segretario speciale del Sinodo lo scorso 14 ottobre. Bruno Forte ha spiegato che questa volta il percorso sarà in due tempi: prima, nell’ottobre del 2014, si terrà un’Assemblea straordinaria, che il papa ha voluto per sottolineare l’urgenza di dare alcune prime risposte, e poi, nel 2015, si terrà il Sinodo ordinario, per un’elaborazione più compiuta dei temi in questione. Della prima tappa, l’Assemblea straordinaria, quella di cui è segretario speciale, Bruno Forte ha detto che “vuol essere di ascolto delle realtà di base di tutte le Chiese della comunione cattolica, per individuare sfide, problemi, interrogativi, proposte”.

Per capire inquietudini e mutamenti

Il tema della famiglia, se affrontato con franchezza, con la sincera intenzione di conoscere e capire inquietudini e mutamenti che la attraversano, è ricco di implicazioni molto concrete, certo molto delicate e discusse. Dare alle realtà di base della Chiesa l’input di misurarsi con questo tema e chiamarle a dire apertamente quali sono le loro esperienze e qual è il loro sentire, è un gesto coraggioso. E, d’altra parte, poiché è papa Francesco ora a guidare il cammino della Chiesa, è forte la convinzione che questo coraggio possa davvero essere praticato e che la consultazione non sarà una cosa formale. Un precedente molto noto di consultazione, su questi temi, a cui non seguì, però, un reale percorso di ascolto e di dialogo, fu, subito dopo il Concilio, la consultazione cui diede vita Paolo VI. Furono coinvolti molti esperti e molti laici impegnati, ma il documento che ne seguì, l’enciclica Humanae vitae, se, per un verso, è stato un documento di grande intensità e anche di forza profetica, per un altro verso fu un gesto di chiusura rispetto a ciò da quella consultazione era emerso, in particolare per quanto riguarda i metodi di regolazione delle nascite.

Il documento preparatorio dell’Assemblea straordinaria che si terrà nell’ottobre del prossimo anno, a differenza dei documenti preparatori (i Lineamenta) degli altri sinodi, si compone solo di poche pagine di richiamo alle “problematiche inedite” che si profilano oggi e alle fonti bibliche e all’insegnamento della Chiesa su matrimonio e famiglia, e subito dopo dà spazio al questionario con le 38 domande, che assume pertanto un particolare rilievo.

Alcune perplessità

La struttura del questionario può destare qualche perplessità, perché si inizia con domande relative alla “diffusione della Sacra Scrittura e del Magistero della Chiesa riguardante la famiglia” e si prosegue con domande “sul matrimonio secondo la legge naturale” e altre su come si realizza attualmente “la pastorale della famiglia”. Solo a questo punto si allarga l’attenzione alle situazioni problematiche: prima le “situazioni matrimoniali difficili”, poi le “unioni di persone dello stesso sesso”, la “educazione dei figli in seno alle situazioni di matrimoni irregolari”, e infine gli interrogativi “sull’apertura degli sposi alla vita”, e cioè sui metodi regolazione delle nascite. In sostanza, prima si indicano i principi da seguire, con un riferimento tra l’altro alla “legge naturale” il cui concetto si ammette che sia piuttosto contestato ma tuttavia viene ugualmente riproposto in quanto tale, e poi si affrontano le “problematiche inedite”, quasi a volerle pre-comprendere attraverso il bagaglio del Magistero. Mentre il percorso inverso sarebbe forse risultato più coerente con le intenzioni stesse di questa Assemblea sinodale, e comunque più in sintonia con il vissuto delle persone: individuare prima i problemi, le inquietudini, le domande, e poi richiamare le parole del vangelo, la riflessione sin qui offerta dal magistero della Chiesa, ed anche le esperienze esemplari di tante famiglie cristiane in situazioni difficili, per chiedere infine alle comunità ecclesiali come quelle parole e quelle riflessioni sono percepite, accolte, interpretate. E come quelle esperienze, forti e positive, possono aiutare a discernere il cammino.

Le dimensioni del vissuto e dell’ascolto amicale

Chiedere “quali sono i fattori culturali che ostacolano la piena ricezione dell’insegnamento della Chiesa sulla famiglia” (domanda n. 4) può essere utile in uno studio accademico, ma induce a pensare che il punto sia solo quello di vedere come meglio convincere della bontà dell’insegnamento sin qui dato e non invece, anche, e forse soprattutto, quello di ascoltare ed esaminare più a fondo i problemi in vista di un insegnamento disponibile a rielaborarsi, ad arricchirsi e ad approfondirsi. Forse a farsi più essenziale.

In ogni caso, va detto che le domande attraverso le quali si cerca di leggere la realtà, nei vari paesi e contesti, e in particolare quelle in cui si chiede di avanzare delle proposte per affrontare le difficoltà, aprono a un grande lavoro di scavo nel vissuto delle persone, delle famiglie, delle comunità ecclesiali. Quando si chiede “quali sono le richieste che le persone divorziate e risposate rivolgono alla Chiesa a proposito dei sacramenti dell’eucaristia e della riconciliazione”, e se “lo snellimento della prassi canonica in ordine al riconoscimento della dichiarazione di nullità del vincolo matrimoniale potrebbe offrire un reale contributo positivo alla soluzione delle problematiche delle persone coinvolte”, o “come comportarsi pastoralmente in vista della trasmissione della fede nel caso di unioni di persone dello stesso sesso che abbiano adottato bambini”, si mostra di voler accostare i problemi più difficili senza intransigenza, dando la priorità non alla riaffermazione dei principi ma piuttosto alla dimensione dell’ascolto, allo spirito di amicizia, allo sforzo di comprensione.

E’ su questa via che il dare risposta a questioni come la comunione ai divorziati risposati, o il riconoscimento dell’unione di persone dello stesso sesso, o la valutazione morale dei differenti metodi di regolazione delle nascite, diviene possibile. Il rispetto, l’ascolto, l’amicizia possono portare sia a una rielaborazione dell’insegnamento, che da un lato si ricentra sull’essenziale dell’evangelo e dall’altro viene per lo più a presentarsi come una proposta alta, sia a una maggiore attenzione e disponibilità di quanti, immersi nelle difficoltà del loro vissuto, sentono che dal confronto con quella proposta possono trarre alimento per una ricomprensione della loro vita e, in qualche caso, per una loro profonda rigenerazione.

fonte: cdb

Chiesa… La svolta!

papa.parolinRaniero La Valle
Rocca, n°23/2013

Fu Pio XII che per primo fece un timidissimo accenno a un’opinione pubblica nella Chiesa, alludendo a una qualche voce in capitolo dei fedeli, ma la cosa non ebbe alcun seguito. Arrivò poi il Concilio, e la parola la diede ai vescovi, ma poi fu tolta anche a loro: Paolo VI decise da solo sulla contraccezione e ne blindò il divieto nella “Humanae vitae”, e poi si inventò un Sinodo dei vescovi senza alcun potere, senza collegialità e con i dibattiti tenuti segreti, e riservati al buon uso del papa. Così per cinquant’anni la grande idea riformatrice del Concilio di una Chiesa identificata col popolo di Dio e governata dal papa e dai vescovi in comunione con lui è rimasta lettera morta, e non a caso la compagine cattolica è giunta alla crisi devastante che ha portato alle dimissioni di Benedetto XVI.

Ed ecco che ora riappare il popolo di Dio nella sua identificazione con la Chiesa, a lui sono rivolte 38 domande e si innesca un grandioso processo sinodale e collegiale che dalla attuale consultazione dei fedeli (ma anche, se vogliono, degli infedeli) giungerà fino al Sinodo straordinario del 2014, dedicato ai problemi più urgenti, e a quello ordinario del 2015, in cui si prenderanno determinazioni pastorali ed evangeliche più mature e a lungo termine riguardanti cruciali problemi della vita umana sulla terra.

È la svolta che ci si aspettava da papa Francesco, dopo le grandi parole da lui dette nei primi sette mesi di pontificato, da cui già si poteva capire quale sarebbe stato il cammino. Come il Concilio, evento altrettanto innovatore, il processo sinodale e collegiale oggi avviato ha la finalità di un annuncio della fede in quei modi “che la nostra età esige” (un’età in cui è mutata l’autocomprensione dell’uomo), ma ha esteso la platea dei chiamati a prendere la parola per dire quali sono le esigenze che la nostra età pone alla fede.

Dal punto di vista teologico sono chiari i fondamenti di questa svolta: la fede trasmessa dagli apostoli è anche la fede degli uomini della “cerchia degli apostoli”, di cui parla il Concilio, ovvero la fede dei discepoli che attraverso una ininterrotta successione di secoli, tramandata e arricchita dalla universalità dei fedeli, è giunta fino a noi. È giusto quindi che ad essere interrogati sui problemi della sopravvivenza della fede nel nostro tempo non siano solo i successori degli apostoli ma anche i discepoli e, come destinatari dell’annuncio, anche tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

Se se ne vuole trovare un indizio nelle precedenti esternazioni di papa Francesco, si può trovare nell’osservazione da lui fatta nelle omelie a Santa Marta, riguardo a quelle comunità cristiane del Giappone che nel XVII secolo, dopo la cacciata dei missionari stranieri, erano rimaste senza sacerdoti per più di duecento anni. “Ma quando dopo questo tempo sono tornati di nuovo altri missionari, hanno trovato tutte le comunità a posto: tutti battezzati, tutti catechizzati, tutti sposati in chiesa, e quelli che erano morti, tutti sepolti cristianamente. Non c’erano preti. E chi aveva fatto tutto questo? I semplici battezzati!”.

Nell’intervista alla Civiltà Cattolica, ricordando il “sentire cum Ecclesia” di S. Ignazio, Francesco ha spiegato che «il popolo è soggetto. E la Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, con gioie e dolori. E l’insieme dei fedeli è infallibile nel credere… Non è dunque un sentire riferito ai teologi». Poi ha chiarito che questo non significa dimenticare “la santa madre Chiesa gerarchica”, ma ha sottolineato: «Io vedo la santità nel popolo di Dio paziente: una donna che fa crescere i figli, un uomo che lavora per portare a casa il pane, gli ammalati, le suore che lavorano tanto e che vivono una santità nascosta.

Questa per me è la santità comune”. Ed è per questo che Francesco ha detto più volte che i vescovi non devono stare soltanto davanti o in mezzo al gregge, ma anche dietro al gregge, perché c’è “un fiuto del gregge” e spesso è lui ad aprire il cammino e a indicare nuove strade.

Questa è la ragione della consultazione indetta da papa Francesco per tutta la Chiesa. Durante il Concilio i moderatori proposero ai vescovi quattro domande per sapere cosa ne pensavano della collegialità, dell’episcopato, del diaconato e di altri problemi interni alla Chiesa, e sulle risposte impostare i documenti. Successe un putiferio, ma così il Concilio prese la sua strada. Oggi le domande sono 38, perché le questioni da dirimere sulla terra sono ancora di più di quelle da dirimere nella Chiesa, e le domande sono rivolte a tutti.

Non è populismo, né demagogia, né democrazia; è che la salvezza, come canta la liturgia del Natale, scende dall’alto ma anche germina dalla terra, è che il popolo di Dio, come diceva la Lumen Gentium, nell’aderire alla fede trasmessa ai santi una volta per tutte “con retto giudizio penetra in essa più a fondo e più pienamente l’applica nella vita”. Per questo ad essere interpellati sono i membri del gregge, perché il gregge è diventato un popolo, e anche il pastore ora se n’è accorto; e se nel popolo “cresce la speranza, si moltiplicano anche le energie”come ha detto il papa al Quirinale. Allora, per favore, rispondiamo.

Le riforme di Francesco con il metodo Guadalupe

Intervista al cardinal Oscar Rodríguez Maradiaga, coordinatore del gruppo dei consiglieri del Papa
alver metalli – vaticaninsider
buenos aires

“Missione continentale” sintetizza un compito, uno slancio, qualcosa che è nella natura profonda della Chiesa. Io credo sia molto importante tornare all’impeto missionario degli inizi dell’evangelizzazione dell’America Latina; in questo senso trovo che la figura di san Paolo sia la più ricca per definire questa urgenza. L’anno a lui dedicato, che proclamò Papa Benedetto nel 2008, io l’ho goduto a fondo. Ho cercato di approfondire, di conoscere di più l’apostolo delle genti.

Di immedesimarmi con lui e il suo impeto. Mi sono veramente reso conto dell’insufficienza missionaria che stavamo vivendo. Dormiamo un po’ sugli allori di una prosopopea dell’America Latina continente maggioritariamente cattolico, con la conseguenza che ci si ripiega, senza volerlo coscientemente, in una pastorale di mantenimento; ma una posizione, qualunque posizione, non si può preservare staticamente, nemmeno una posizione più avanzata che fosse stata raggiunta; per mantenerla occorre comunque una spinta, altrimenti si retrocede inesorabilmente, fino alla rovina e al fallimento negli scopi che ci si era proposti.

In questo senso non trova che sia un momento positivo, favorevole se vogliamo…

“Per me è uno dei momenti migliori che possiamo vivere. Perché ci dà la possibilità di capire, di prendere coscienza, dunque di crescere. Il Signore ci ha detto, e ci ripete con la liturgia dell’Avvento che si avvicina, che è ora di svegliarsi dal sonno, che questo è il momento per rendersi conto di tutte le sfide che abbiamo davanti, che non è possibile continuare a deambulare mezzo addormentati. Dobbiamo recuperare il cuore missionario di San Paolo: “Guai a me se non evangelizzo!”.

Lei tra pochi giorni sarà a Roma, con gli altri cardinali riprenderà il lavoro che le ha affidato il Papa per la riforma della curia vaticana. Ci sono indicazioni, spunti, idee che porterà con sé dal lavoro di questi giorni qui, all’ombra della basilica di Guadalupe?

“Il fatto più bello è che questo incontro si sia svolto vicino alla Madre. Noi non ci siamo riuniti qui come un buon club di cattolici che si propongono di trovare alcune soluzioni particolari a dei problemi del loro tempo. I problemi ci sono, eccome…”

Ne segnali alcuni, quelli che considera che interpellano di più la Chiesa in questo momento storico dell’America Latina.

“La dipendenza economica e la disuguaglianza sociale continuano ad essere le grandi piaghe dei nostri paesi. Mentre una parte della popolazione soddisfa le proprie necessità e può permettersi lo sperpero un’altra, maggioritaria, vive nella povertà estrema. La concentrazione della ricchezza, della proprietà della terra, del potere e anche dell’educazione in mano a un settore privilegiato della società continua ad essere il parassita nel progresso dell’America Latina…”

Però ha detto che lo scopo della riunione non è quello di trovare soluzioni…

Certo, perché ci siamo riuniti come uomini di fede che ai piedi della Vergine di Guadalupe vogliono recuperare la coscienza del loro muoversi, del loro agire, di cos’è questa “nuova evangelizzazione” di cui c’è urgenza, per arrivare all’incontro personale con Cristo. Noi non ci siamo messi alla ricerca di una idea su Cristo, di una dottrina sul Figlio di Dio, ma di una persona che ci rinnova il mandato con cui finisce il Vangelo di Matteo: “andate ovunque e annunciate la buona notizia”.

Mi sembra di capire che è anche un criterio per le riforme su cui lei e gli altri cardinali siete impegnati per incarico del Papa…

“E’ uno dei punti che papa Francisco ci sta ricordando costantemente e in un modo che non può essere eluso. Se dovessi sintetizzare la missione della Chiesa dopo Aparecida e in consonanza con il “fenomeno Francisco” direi che dobbiamo appoggiarci di più sulla religiosità dei nostri popoli, sviluppare un lavoro teologico di maggior tenore ecumenico, rinnovare le comunità di base, potenziare l’opzione per i giovani, affermare il primato della grazia e il dialogo permanente con la cultura”.

La consultazione che il Papa ha avviato all’inizio di novembre, le 38 domande sulle questioni morali, familiari, etiche, è stata bene accolta? Le risulta che i destinatari, almeno in America Latina, si siano messi a lavorare su quei punti con lo spirito che il Papa richiedeva?

Io ho avuto numerosi riscontri, ho ascoltato molte realtà; ne parleremo nella nostra prossima riunione all’inizio di dicembre; il termine per tirare le conclusioni è fine di gennaio, ma posso dire che una cosa, nell’impostazione che il Santo padre ha dato alla consultazione, mi è piaciuta moltissimo: non vuole che la consultazione sia diretta solamente a coloro che “cantano nel coro”; vuole, nella misura del possibile, che si arrivi oltre i confini già conosciuti, che si coinvolgano coloro che non sono credenti ma che hanno cose da dire perché la situazione della famiglia li riguarda molto da vicino.

-Ancora una volta un criterio di apertura, missionario…

Senza alcun dubbio.

Ritiene che una consultazione come quella che il Papa ha avviato sia un metodo che può estendersi ad altri temi, ad altri problemi, ad altre situazioni e ambiti del vivere?

Di fatto la riforma dell’istituzione del sinodo dei vescovi che il Papa sta pensando va in questo senso. Che il sinodo non si celebri semplicemente ogni tre anni per redigere un documento su una tematica concreta, ma diventi un organismo permanente che possa rispondere a consultazioni su tematiche differenti.

La verità… sull’intervista al Papa

Scalfari
Il giornalista: «Ho aggiunto frasi che Francesco non aveva detto. Ma il suo segretario Xuareb mi ha dato l’ok»
Andrés Beltramo Álvarez – vaticaninsider
Città del Vaticano

La ricostruzione di un colloquio con il Papa, più che vera intervista. Così aveva definito Eugenio Scalfari l’articolo pubblicato sulle pagine di “La Repubblica” lo scorso primo ottobre. Un testo che il Vaticano ha cancellato dal proprio sito web ufficiale. Durante un incontro internazionale, il giornalista aveva riconosciuto che nel suo racconto aveva messo alcune parole in bocca di Francesco, frasi mai da lui pronunciate, senza indicare quali; tuttavia, aveva anche ribadito che prima di pubblicarlo aveva avuto ben due autorizzazioni da parte del segretario del pontefice.

Dal momento della pubblicazione, il testo ha scatenato accese polemiche nella Curia romana. Soprattutto per certi passi con delle frasi ambigue, forti, che figuravano tra virgolette. Due tra tante: la denuncia del vescovo di Roma contro la corte vaticana, quella «lebbra del papato», e un’altro passo sulla coscienza morale degli atei.

In un primo momento, il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, aveva anche pensato che Scalfari avesse registrato la conversazione, poiché così dettagliata. Ma lo scorso giovedì, il giornalista confermava di non aver registrato il suo dialogo con papa Francesco, anzi non avrebbe neanche presso appunti, e che alcune delle frasi pubblicate erano prodotti della sua memoria. Anche i virgolettati. Si era giustificato dicendo di aver da 49 anni lavorato nella stessa maniera, persino nei suoi dialoghi con personaggi come Francois Mitterand.

Poi ha offerto una ricostruzione sulla sua richiesta aperta a Jorge Mario Bergoglio di pubblicare il contenuto della loro conversazione. Scalfari ha detto di aver ricevuto un «doppio ok» da parte del segretario personale del Papa, il maltese Alfred Xuareb.

«Sono andato, abbiamo avuto una lunga conversazione, non ho presso alcun appunto. L’incontro è durato un’ora e venti. Alla fine ho detto: “Santità, Lei mi permette di dare notizia pubblica sul fatto che abbiamo avuto questa riunione?”. “Certamente”, mi ha risposto. “Ho il Suo permesso di pubblicare il contenuto del nostro colloquio?” “Ma certo, certo, lo racconti”. “Come Lei capirà, Le manderò la copia”. “Mi sembra tempo perso”, ha detto. Io ho ribadito che non sarebbe stato tempo perso, perché io ricostruisco quello che ci siamo detti, ma può darsi che a Lei non piaccia; in quel caso Lei rompe tutto e come se non fosse stato scritto. O meglio, fa tutte le correzioni. Metto questo testo nelle Sue mani. Ha detto: “va bene, se Lei insiste, me lo mandi, ma, ripeto, perdiamo del tempo. Io mi fido di Lei”», ha raccontato Scalfari.

Ha anche detto che dopo aver finito di redigere il testo lo ha inviato in Vaticano con una lettera nella quale spiegava che la sua era una “ricostruzione”, nella quale c’erano alcuni elementi estranei, per indicare ai lettori chi era il Papa.

Il giornalista ha anche detto, citando una avvertenza scritta nella sua missiva: «Consideri che alcune cose che Lei ha detto io non le ho incluse, ed altre che io La faccio dire tra virgolette, Lei non le ha dette, ma io le ho incluse perché consideravo che, facendogli dire certe cose, il lettore poteva capire meglio chi è Lei. Perciò, la legga bene questa ricostruzione».

«Dopo tre giorni, mi ha telefonato Alfred [Xuareb, segretario papale, ndr], comunicandomi l’ok per la pubblicazione. Ma io ho chiesto: “Ha letto questa lettera?”. “Questo non me l’ha detto”, ha risposto. “Per favore, chieda al Papa se ha letto il racconto”. Ma quel mattino il Papa era fuori, quindi mi ha detto che avrebbe chiamato più tardi. Ho ricevuto la telefonata dopo le 2 e la sua frase è stata: “Il Papa ha detto ok”. Io ho risposto domandando nuovamente se il Papa aveva confermato la lettura, ma don Alfred mi ha detto che il Papa aveva insistito: “Ti ho già detto al mattino che è ok, diglielo di nuovo”, ha affermato il fondatore di “La Repubblica”.

Inoltre, ha assicurato di non lamentare il fatto che l’articolo sia stato cancellato dal sito web ufficiale del Vaticano. Ma ha anche ribadito che Francesco non ha smentito il testo, come affermano invece le testate “Il Foglio” e “Libero”.

Ha anche mostrato come prova la lettera inviata al Papa lo scorso 23 ottobre, nella quale esprimeva il suo desiderio di incontrarlo di nuovo, «se la provvidenza ci lascia un momento libero».

Scalfari ha anche parlato sui passi polemici della sua ricostruzione. Sulla frase nella quale Bergoglio avrebbe detto che gli atei devono seguire la loro coscienza per fare il bene, Scalfari è stato chiaro: «Questo è quello che ha detto lui». Cioè, questa non sarebbe una delle frasi che ha messo in bocca del Papa.
Un po’ meno sicuro si è dimostrato riguardo “l’esperienza mistica” che avrebbe avuto Bergoglio prima di accettare la sua elezione.

«Quando mi ha dato l’ok per la pubblicazione, don Alfred mi ha detto: “Su un punto solo il Papa non ricorda di averglielo detto in quei termini. Si tratta del momento mistico. A me ha detto che nel momento nel quale si era ritirato gli era venuta una angoscia perché era incerto tra accettare o meno; ha chiuso gli occhi e si è detto di lasciar passare l’angoscia. Ha voluto non pensare a nulla, ma è stato invaso da una luce accecante per alcuni istanti e poi è scomparsa”», ha spiegato.

«Può essere che io mi ricordi male. Mi ha detto che quello era successo lì; infatti il Papa non è uscito subito, si è ritirato in una stanza prima di affacciarsi, questo è sicuro», ha concluso.

Trovati resti di un teschio in una chiesa, è giallo

Trovati resti di un teschio in una chiesa a Testaccio, è giallo.

I resti sono stati notati dal parroco, si trovavano su un tavolo vicino ad un’icona sacra. Erano chiusi in un sacco di plastica.

Il parroco ha subito chiamato il 133 e la polizia scientifica ha subito capito che si trattava della parte frontale di un cranio e di una mandibola.

Ora non resta che aspettare il verdetto del medico legale.

Al momento non è esclusa nessuna ipotesi come la pista satanica o il gesto di uno squilibrato. Ma gli inquirenti ci vanno cauti e aspettano i risultati ufficiali prima di pronunciarsi.

Per il momento l’unica cosa che sembra certa è il colore giallastro del cranio, che significa che il teschio potrebbe risalire a molti anni fa.

tusciaweb

Incontro Nazionale “Per una riforma della Chiesa”: Venezia 21-22 Dicembre 2013

Dal 21 al 22 Dicembre 2013 presso

Quality Hotel Delfino  4****

a Venezia Mestre

Sito a Mestre, su Corso del Popolo, a 10 minuti di autobus da Venezia e a 10 minuti a piedi dalla Stazione di Mestre, il Quality Hotel Delfino offre spaziose camere con bagno privato, connessione Wi-Fi gratuita e TV LCD

Programma

Sabato 21 Dicembre 2013

ore 18,30: Saluto, conoscenza e presentazione incontro

ore 20:  Cena insieme

ore 21: Quale riforma nella Chiesa?

Domenica 22 Dicembre 2013

ore 9: Proposte e Interventi liberi

ore 10,30: Assemblea finale

Quota di iscrizione 50 euro a persona

Prezzo per la partecipazione all’incontro  60 euro a persona–  minimo 12 iscritti
(comprende contributo affitto per sala conferenze, cena del 21 Dic, pernottamento in camera doppia, colazione americana a Buffet, Per le camere arrivo dalle 14,30 del 21 Dic; liberare le camere entro le ore 11 del 22 Dic. 2013; supplemento per camera singola 18 euro a persona).

Per prenotazioni autonome per il soggiorno e i pasti  è richiesta solo la quota di iscrizione di 50 euro

Termine ultimo per le iscrizioni Domenica 8 Dicembre 2013

Le iscrizioni si intendono confermate con il pagamento della quota (non restituibile)

Paga online quota iscrizione + quota incontro totale 110 euro

(clicca sul bottone “ISCRIVITI” in basso per effettuare il pagamento online):

La Chiesa ha sempre bisogno di riforme e il Papa è un uomo deciso

Comastri, che ha presentato il suo libro “Una buona notizia per te”, ha detto di Francesco: «Porta la semplicità e la speranza di un vescovo che viene dal “Terzo mondo”»
Redazione Vatican Insider
Roma

«La Chiesa ha sempre bisogno di riforme e il Papa è un uomo deciso, fermo, sicuramente taglierà i rami secchi, questo non c’è dubbio perché lo vuole, lo desidera ed è anche urgente farlo». È quanto assicura il cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica di San Pietro e vicario del Pontefice per la Città del Vaticano, che con la Libreria editrice vaticana ed Elledici ha appena pubblicato la raccolta di omelie «Una buona notizia per te», libro presentato oggi a Roma.

È diffusa e condivisa la sensazione che, sotto il pontificato di papa Francesco, le chiese stiano tornando a riempirsi. Questa rinnovata attenzione per il messaggio della Chiesa Comastri la interpreta così: «Noi crediamo nella Resurrezione e chiaramente crediamo che il mondo può cambiare, può risorgere, perché Cristo è risorto e sono convinto che non esiste altra buona notizia al di là di Gesù Cristo. Dostoevskij, dopo l’esperienza del carcere duro, scrivendo a un’amica – prosegue il Porporato – diceva “Io ho fatto l’esperienza del dubbio ma alla fine sono arrivato alla conclusione che non esiste niente di più bello, di più perfetto, di più ragionevole di Gesù Cristo”. Ebbene, è quello che sta scoprendo oggi tanta gente quando si trova davanti al Vangelo conclamato con tanta semplicità e con tanta trasparenza come sta facendo papa Francesco».

Qual è il «segreto» di Bergoglio? «Papa Francesco – sottolinea Comastri – è il primo vescovo del “Terzo mondo” della storia che diventa Papa e quindi è chiaro che porta tutta la semplicità, l’umiltà, la povertà e anche la carica di speranza di un vescovo che viene dal “Terzo mondo” e per noi che viviamo nel ricco Occidente questo è sicuramente un grande dono, poter dire una vera integrazione».

Francesco ha inaugurato ampie riforme nella Chiesa, da quella della Curia a quelle economico-finanziarie. Riuscirà a portarle avanti? «La Chiesa ha sempre bisogno di riforme e il Papa è un uomo deciso, fermo, sicuramente taglierà i rami secchi, questo non c’è dubbio perché lo vuole, lo desidera ed è anche urgente farlo ma la riforma della Chiesa – aggiunge – potremmo dire che è un fenomeno costante. Da quando la Chiesa è uscita dal cenacolo non fa altro che riformarsi perché siamo tutti sproporzionati al Vangelo, siamo tutti inferiori al Vangelo, è chiaro che dobbiamo continuamente riprendere il passo e questo vuol dire continuamente riformarci».

Vaticano: primo impegno per mons. Parolin

Primo impegno pubblico nel suo ruolo di Segretario di Stato vaticano per monsignor Pietro Parolin, insediato dal Papa il 15 ottobre ma assente per circa un mese per la convalescenza dovuta ad un intervento chirurgico. Dopo Papa Francesco, Parolin ha accolto nel Palazzo Apostolico il primo ministro delle Bahamas, Perry Gladstone Christie, in visita ufficiale. Parolin è apparso in forma, salutato da un caloroso applauso. Al collo aveva una croce metallica non in oro.

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Identikit del pastore secondo Francesco. Spazio per i sacerdoti sposati?

Nella catechesi dell’udienza generale, un nuovo tassello per comporre il ritratto del prete e del vescovo

pubblichiamo l’articolo de vaticanista Andrea Tornielli….
ANDREA TORNIELLI – vaticanonsider
Città del Vaticano

Omelia dopo omelia, catechesi dopo catechesi, Papa Francesco negli ultimi otto mesi ha tratteggiato l’identikit del vero pastore d’anime. Durante l’udienza generale di ieri, in piazza San Pietro, ha parlato del sacramento della confessione, ha ricordato che Gesù ha dato agli apostoli «il potere di perdonare i peccati». La Chiesa – ha aggiunto il Papa – «non è padrona del potere delle chiavi, ma è serva del ministero della misericordia e si rallegra tutte le volte che può offrire questo dono divino». Si sente qui riecheggiare ancora una volta l’invito che già lo scorso 21 aprile Francesco aveva rivolto ai nuovi sacerdoti della diocesi di Roma da lui ordinati: «Siate pastori e non funzionari. Mediatori e non intermediari».

Riflettendo sulla figura del confessore, nella catechesi di Bergoglio ha aggiunto: «Il perdono di Dio che ci viene dato nella Chiesa, ci viene trasmesso per mezzo del ministero di un nostro fratello, il sacerdote; anche lui un uomo che come noi ha bisogno di misericordia, diventa veramente strumento di misericordia, donandoci l’amore senza limiti di Dio Padre. Anche i sacerdoti devono confessarsi, anche i vescovi: tutti siamo peccatori. Anche il Papa si confessa ogni quindici giorni, perché anche il Papa è un peccatore…».

«Il servizio che il sacerdote presta come ministro, da parte di Dio, per perdonare i peccati è molto delicato – ha continuato Francesco – ed esige che il suo cuore sia in pace, che il sacerdote abbia il cuore in pace; che non maltratti i fedeli, ma che sia mite, benevolo e misericordioso; che sappia seminare speranza nei cuori e, soprattutto, sia consapevole che il fratello o la sorella che si accosta al sacramento della riconciliazione cerca il perdono e lo fa come si accostavano tante persone a Gesù perché le guarisse. Il sacerdote che non abbia questa disposizione di spirito è meglio che, finché non si corregga, non amministri questo sacramento. I fedeli penitenti hanno il diritto, tutti i fedeli hanno il diritto di trovare nei sacerdoti dei servitori del perdono di Dio».

«Un prete innamorato – aveva detto il Papa lo scorso 16 settembre nell’incontro con il clero romano – deve sempre fare memoria del primo amore, di Gesù, tornare a quella fedeltà che rimane sempre e ci aspetta. Per me, questo è il punto-chiave di un prete innamorato: che abbia la capacità di tornare con la memoria al primo amore. Una Chiesa che perde la memoria, è una Chiesa elettronica: non ha vita. Bisogna guardarsi dai preti rigoristi e lassisti. Il prete misericordioso, ha affermato, è quello che dice la verità, ma aggiunge: Non spaventarti, il Dio buono ci aspetta. Andiamo insieme. Questo dobbiamo averlo sempre sotto gli occhi: accompagnare. Essere compagni di strada. La conversione sempre si fa così, in strada, non in laboratorio».

Durante la recente visita ad Assisi, rivolgendosi al clero della diocesi umbra, Francesco aveva chiesto ai parroci di imparare a memoria non solo nome dei loro parrocchiani, ma «anche dei cani», degli animali domestici. Un modo per dire come il pastore debba essere vicino al suo gregge.

«Questo vi chiedo: di essere pastori con “l’odore delle pecore”, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini», aveva detto Francesco il 28 marzo, nell’omelia della messa crismale: «La gente ci ringrazia – aveva aggiunto – perché sente che abbiamo pregato con le realtà della sua vita di ogni giorno, le sue pene e le sue gioie, le sue angustie e le sue speranze. E quando sente che il profumo dell’Unto, di Cristo, giunge attraverso di noi, è incoraggiata ad affidarci tutto quello che desidera arrivi al Signore: “Preghi per me, padre, perché ho questo problema”, “Mi benedica”, “Preghi per me”, sono il segno che l’unzione è arrivata all’orlo del mantello, perché viene trasformata in supplica».

I preti, anche se celibi, devono essere padri. La «voglia di paternità» è iscritta nelle fibre più profonde di un uomo, ha spiegato il Papa nell’omelia di Santa Marta lo scorso 26 giugno. «Quando un uomo non ha questa voglia, qualcosa manca, in quest’uomo. Qualcosa non va. Tutti noi, per essere, per diventare pieni, per essere maturi, dobbiamo sentire la gioia della paternità: anche noi celibi. La paternità è dare vita agli altri, dare vita, dare vita… Per noi, sarà la paternità pastorale, la paternità spirituale: ma è dare vita, diventare padri». «Un padre – aveva continuato – che sa cosa significa difendere i figli. E questa è una grazia che noi preti dobbiamo chiedere: essere padri, essere padri. La grazia della paternità, della paternità pastorale, della paternità spirituale».
Parlando delle fatiche del prete, nell’incontro con il clero romano dello scorso settembre, il Papa spiegava: «Quando un prete è in contatto con il suo popolo, si fatica. Quando un prete non è in contatto con il suo popolo, si fatica, ma male e per addormentarsi deve prendere una pastiglia, no? Invece, quello che è in contatto con il popolo, ché davvero il popolo ha tante esigenze, tante esigenze! – ma sono le esigenze di Dio, no?, quello fatica sul serio, eh?, e non sono necessarie le pastiglie».

Quello proposto è un modello di pastore che non crea distanza, non vive separato, non si ritiene l’«amministratore» dei beni della grazia, non ha la preoccupazione di «regolare» la fede delle persone quanto piuttosto di «facilitarla», non si occupa eccessivamente di questioni di sartoria ecclesiastica, non cura troppo la sua immagine. Vive unito a Dio e per questo a totale servizio dei fedeli che gli sono affidati. Deriva da questa vicinanza, da questa condivisione, anche l’indicazione sulla sobrietà, che il Papa ha rivolto ai giovani seminaristi e religiosi lo scorso 6 luglio: «A me fa male quando vedo una suora o un prete con la macchina ultimo modello. Non si può andare con auto costose. La macchina è necessaria per fare tanto lavoro, ma prendetene una umile. Se ne volete una bella pensate ai bambini che muoiono di fame».

Le caratteristiche elencate da Francesco per il sacerdote sono presenti anche nell’identikit del vescovo che ha tracciato in questi mesi. Nel videomessaggio inviato a Città del Messico, al convegno sull’evangelizzazione nelle Americhe, il Papa ha parlato del vescovo come «pastore che conosce per nome le sue pecore, le guida con vicinanza, con tenerezza, con pazienza, manifestando effettivamente la maternità della Chiesa e la misericordia di Dio». Il vero pastore, ha spiegato, non ha l’atteggiamento «del principe o del mero funzionario attento principalmente alla disciplina, alle regole, ai meccanismi organizzativi». Perché «questo porta sempre ad una pastorale distante dalla gente, incapace di favorire ed ottenere l’incontro con Cristo e l’incontro con i fratelli».

«Il popolo di Dio a lui affidato – ha continuato – ha bisogno che il vescovo vegli per lui, prendendosi cura soprattutto di quello che lo mantiene unito e promuove la speranza nei cuori». Francesco ha quindi parlato dell’importanza per i vescovi di formare preti «capaci di prossimità, di incontro, che sappiano infiammare il cuore della gente, camminare con loro, entrare in dialogo con le sue speranze ed i suoi timori».

Più volte Papa Bergoglio ha accennato anche alla malattia del carrierismo: «Noi pastori – ha detto lo scorso 19 settembre ai nuovi vescovi – non siamo uomini con la “psicologia da prìncipi”, uomini ambiziosi, che sono sposi di una Chiesa, nell’attesa di un’altra più bella, più importante o più ricca. State bene attenti di non cadere nello spirito del carrierismo!». «Evitate lo scandalo – aveva aggiunto – di essere “vescovi di aeroporto”! Siate pastori accoglienti, in cammino con il vostro popolo».

Un’altro male che affligge la Chiesa, che talvolta si affianca al carrierismo, è il clericalismo, una «tentazione», l’ha definita Francesco nel videomessaggio inviato in Messico, che «tanto danno fa alla Chiesa». «La malattia tipica della Chiesa ripiegata su se stessa – ha scritto il Papa ai vescovi argentini lo scorso 18 aprile – è l’autoreferenzialità: guardarsi allo specchio, incurvarsi su se stessa come quella donna del Vangelo. È una specie di narcisismo, che ci conduce alla mondanità spirituale e al clericalismo sofisticato». Carrierismo e clericalismo, malattia quest’ultima viene talvolta trasmessa anche ai fedeli laici i quali possono desiderare di essere «clericalizzati», sono catene che impediscono di uscire, di affrontare la sfida dell’evangelizzazione in mare aperto che indica il Papa.

La vita piena nella proposta di Gesù

di Raúl Lugo Rodríguez

(…). Un mondo che appare lacerato dai problemi sociali, che si dibatte tra la morte delle utopie, la minaccia del pensiero unico e la disgregazione propria del postmodernismo, ha urgente bisogno di una proposta di buen vivir che emerga dal vangelo e si confronti con le esperienze di buen vivir di altre culture. (…).
DUE APPROCCI PRELIMINARI AL “BUEN VIVIR” NELLA VITA E NELLA PREDICAZIONE DI GESÙ

Non è molto difficile sapere quale fosse la proposta di buen vivir di Gesù. Si potrebbero prendere molti diversi testi (…) per avvicinarci alla comprensione del “Regno di Dio”, categoria teologica in cui Gesù ha racchiuso la sua proposta di buen vivir. Non pretendo tuttavia di essere esaustivo. Preferisco partire da due testi che possono servire a sintetizzare tale proposta: la risposta di Gesù alla domanda di Giovanni Battista, detenuto in una prigione di Erode – «Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro?» (Lc 7,18-23) – e la parabola delle pecore e dei capri, raccontata verso la fine del vangelo di Matteo (Mt 25,31-46).

Il primo testo è un riassunto, proposto dallo stesso Gesù, del significato della sua presenza nel mondo. La domanda dei seguaci di Giovanni ha a che vedere con il Regno di Dio che Gesù stava annunciando, un annuncio di cui Giovanni Battista, così legato all’idea della restaurazione di Israele, aveva appreso con sconcerto. (…).

La risposta di Gesù, più che chiarire a Giovanni il significato della sua missione, è probabile che abbia accentuato le sue perplessità. Quel che fa il Maestro di Nazareth è presentare una lista di situazioni che degradano l’umanità di chi le subisce. La lista comprende i gruppi più sfavoriti di Israele: ciechi, storpi, lebbrosi, sordi, poveri, categorie che rimandano a un qualche handicap (…). A queste situazioni, senza dubbio sgradite al Dio annunciato da Gesù, il Maestro collega un’azione liberatrice: i ciechi vedono, i sordi odono… (…). Gesù dice: andate e riferite a Giovanni quello che state vedendo e ascoltando: i ciechi non sono più tali, ora vedono. Gli storpi hanno smesso di esserlo, ora camminano. I lebbrosi hanno adesso la pelle risanata. I sordi riescono a sentire. I morti tornano alla vita. I poveri… non sono più poveri! Ora vivono degnamente. La Buona Notizia per i poveri viene in tal modo esplicitata: è la proposta di una vita degna e piena. (…). Il testo chiarisce quale sia il nucleo della proposta etica di Gesù: vita degna e piena per tutti e per tutte.

Una conferma ancora più evidente di questa affermazione si incontra nella parabola del giudizio finale, nota anche come parabola delle pecore e dei capri, presente esclusivamente in Matteo. Scrive José Antonio Pagola al riguardo: «Il criterio per separare i due gruppi è preciso e chiaro: gli uni hanno provato compassione di fronte ai bisognosi; gli altri hanno vissuto indifferenti alla loro sofferenza. Il re parla di sei fondamentali situazioni di necessità (…), situazioni che sono a tutti note e che si registrano in tutti i popoli di tutti i tempi. Dovunque si trovano affamati e assetati, immigrati e ignudi, infermi e prigionieri. Non vengono pronunciate parole magniloquenti. Non si parla di giustizia e di solidarietà, bensì di cibo, di abiti, di qualcosa da bere, di un tetto sotto cui trovare riparo. Non si parla neppure di “amore”, ma di cose assai concrete come “dare”, “accogliere”, “vestire”, “rendere visita”. Ciò che risulta decisivo non è un amore teorico, ma la compassione verso il bisognoso».

La vera sorpresa della parabola, tuttavia, emerge solo dalle parole del giudice. Né coloro che riceveranno il Regno né coloro che ne rimarranno esclusi comprendono perché il giudice dica: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Abituati com’erano, grazie alla predicazione dei farisei, a ritenere che la benevolenza di Dio dipendesse dal rispetto della legge religiosa, le pecore e i capri si meravigliano del fatto che la salvezza sembri passare per un’altra strada. È a questo che si riferisce Pagola quando, con chiarezza estrema, propone: «Quanti sono dichiarati “benedetti dal Padre” non hanno agito per motivi religiosi, bensì per compassione. Non è la loro religione né l’adesione esplicita a Gesù a condurli al Regno di Dio, ma il loro aiuto ai bisognosi. Il cammino che porta a Dio non passa necessariamente per la religione, il culto o la confessione di fede, ma per la compassione verso i “fratelli più piccoli”. Probabilmente, questa scena del “giudizio finale” non è stata presentata in questo modo da Gesù. Non è il suo stile né il suo linguaggio. Ma il messaggio che contiene è, senza alcun dubbio, quello che emerge dal suo messaggio e da tutta la sua attività. Possiamo affermare senza paura di sbagliarci che la “grande rivoluzione religiosa” operata da Gesù consiste nell’aver aperto una via di accesso a Dio distinta dallo spazio sacro: l’aiuto al fratello sofferente. La religione non ha il monopolio della salvezza; il cammino più corretto è l’aiuto al bisognoso. Un cammino percorso da molti uomini e molte donne che non hanno conosciuto Gesù».
LE COSTANTI DEL MESSAGGIO DEL REGNO, PARADIGMI DEL “BUEN VIVIR”

Cercherò ora (…) di cogliere nei vangeli sinottici alcune caratteristiche del progetto di vita piena che Gesù è venuto ad annunciare (…), tenendo conto del fatto che non ci imbattiamo in documenti biografici di comprovata esattezza storica, bensì in riletture postpasquali della persona di Gesù di Nazareth e della sua opera, documenti che riflettono pertanto gli interessi degli autori e dei destinatari, tutti cristiani della prima e della seconda generazione.
A. LA GLORIA DI DIO È CHE L’ESSERE UMANO VIVA

(…). Per rispondere alla volontà di Dio, cioè per fargli cosa gradita, gli ebrei potevano contare sulla Torah. (…). La Torah impregnava tutto. Era il segno dell’identità di Israele. Quello che distingueva gli ebrei dagli altri popoli. Gesù non ha mai disprezzato la Legge, ma ci ha insegnato a viverla in maniera nuova, ascoltando fino in fondo il cuore di un Dio che vuole regnare tra i suoi figli e le sue figlie cercando per tutti una vita degna e felice. Non ha disprezzato la Legge con la maiuscola, ma l’ha reinterpretata portandola alla pienezza e osando in molte occasioni sfidare le leggi con la minuscola e ricollocare la Torah in un orizzonte direttamente legato allo sviluppo e alla felicità dell’essere umano.

Due passaggi sono utili a chiarirlo. Il primo è il testo di Marco in cui ha inizio una discussione che Gesù porterà avanti per tutto il suo ministero: quella sull’osservanza del sabato (Mc 2,23-3,7).

Risalta nel testo l’intenzione di Gesù di condurre la discussione sul terreno non dell’obbedienza concreta al comandamento così scrupolosamente spiegato nei dettagli dalla tradizione farisea, ma della ragione fondamentale soggiacente. La polemica sembra rispondere non alla domanda se si debba far questo o far quello nel giorno del riposo, ma alla questione fondamentale del perché ci sia un giorno di riposo. (…). Si sta affermando, pertanto, che esiste un criterio al di fuori della Legge stessa che conferisce ad essa la sua validità e la sua legittimità. Questo criterio è dato, senza dubbio, dalla volontà del legislatore nello stabilire la legge in questione, volontà che in questo caso consiste nel bene, nella felicità dell’essere umano. (…).

La legge del sabato era un aspetto essenziale dell’identità ebraica. (…). Il riposo assoluto, l’incontro tranquillo con i familiari e i vicini e la riunione nella sinagoga permettevano a tutti di vivere un’esperienza di rinnovamento. Il sabato era vissuto come un “respiro” voluto da Dio, che, dopo aver creato i cieli e la terra, si era anche lui riposato il settimo giorno. Non dovendo seguire il penoso ritmo del lavoro quotidiano, in questo giorno tutti si sentivano più liberi e potevano ricordare che Dio li aveva sottratti alla schiavitù perché potessero godere di una terra propria. (…). Per i lavoratori dei campi, il sabato era una “benedizione di Dio”. Gesù lo sapeva bene.

In effetti, è il bene della persona che Dio ha cercato nello stabilire la legge del sabato. Si trattava di restituire al lavoro umano la sua vera dimensione e di riconoscere pubblicamente che l’essere umano non è solo un homo faber. La dignità della persona richiede il riposo, l’ozio, il tempo gratuito, il tempo per Dio. (…).

Con la domanda “Cosa è permesso fare di sabato, fare il bene o fare il male, salvare una vita o uccidere?”, Gesù sta mettendo il dito nella piaga. Può un comandamento divino venire interpretato in maniera tale che possa derivarne un male anziché un bene per l’essere umano? Può Dio – è questa la domanda fondamentale – volere il male della persona? (…).

Non c’è da stupirsi che l’interrogativo resti senza risposta. Per gli interlocutori di Gesù, la domanda sembra non aver senso: è buono o cattivo ciò che Dio permette o proibisce di fare di sabato. È la Legge a dirci ciò che è bene e ciò che è male. Per Gesù, invece, il bene e il male devono essere determinati prima di consultare la legge religiosa. (…).

Per il gruppo dei farisei, era intollerabile che un uomo si ponesse al di sopra della Legge. (…). Non si trattava solamente della lotta per l’osservanza del sabato, ma della crisi di una concezione della Legge come mezzo sicuro per conoscere la volontà di Dio. (…).

L’obiettivo di Gesù non è offrire un codice morale più avanzato, ma aiutare a cogliere com’è e come opera Dio e come sarebbero il mondo e la vita se tutti operassimo come lui. Questo è ciò che vuole comunicare con la sua parola e con la sua intera vita. E in questo si coglie una profonda sintonia con ciò che i più antichi antenati ci hanno trasmesso.
B. LA BUONA NOTIZIA: IL NOSTRO È UN DIO COMPASSIONEVOLE

(…). Dio non viene a “difendere” i suoi diritti o a punire quanti non rispettano il suo mandato. Il Dio di cui Gesù parla non viene a imporre il suo “dominio religioso”. Di fatto, Gesù non chiede ai contadini di compiere meglio l’obbligo di pagare la decima, non si rivolge ai sacerdoti perché osservino con maggiore purezza i sacrifici di espiazione nel tempio, non incoraggia gli scribi a far rispettare più fedelmente la legge del sabato e le altre prescrizioni. Il Regno di Dio è un’altra cosa. Quello che preoccupa Dio è liberare le persone da ciò che le disumanizza e che le fa soffrire. (…).

Per comprendere meglio questo contenuto essenziale della predicazione di Gesù ci avvicineremo ora a una delle sue parabole più note, forse una delle più teologicamente rilevanti di tutti i vangeli. Si tratta della parabola del Buon Samaritano (Lc 10,25-37). (…).

La prima cosa che risalta è la contestualizzazione della parabola: si tratta della risposta a una questione posta da uno scriba, un letterato, un esperto della Legge. (…). I personaggi principali sono il sacerdote, il levita, il samaritano e l’uomo ferito lungo la strada. La vittima non è descritta che per la situazione in cui si è trovata a causa dell’aggressione. Gli altri tre personaggi, invece, vengono qualificati in senso religioso. I primi due (il sacerdote e il levita) appartengono alla casta sacerdotale. (…). In virtù del loro ufficio, i rappresentanti della tribù sacerdotale dovevano conoscere e trasmettere la Legge, cioè la volontà di Dio per il popolo. Il samaritano, invece, era un eretico. (…). Cosicché, se la Legge fosse stata il mezzo privilegiato per conoscere la volontà di Dio, si poteva star certi che i samaritani sarebbero stati gli ultimi a conoscerla, perché ignoravano la Legge.

È qui che risiede la forza demolitrice della parabola. Nel racconto di Gesù, i due rappresentanti della famiglia sacerdotale passano alla larga dinanzi al ferito che giace ai margini della strada. L’eretico, invece, si ferma a soccorrerlo. Fin qui la parabola sembrerebbe riferirsi solo alla bontà o alla malvagità delle persone in questione. Ma la critica di Gesù va molto oltre. Proseguendo nel dialogo con l’esperto della Legge, Gesù gli domanda: quale di questi tre si è fatto prossimo di colui che è caduto nelle mani dei banditi? Che vuol dire: quale dei tre ha interpretato correttamente il comandamento che mi hai ripetuto a memoria al principio della nostra conversazione? Perché il comandamento dell’amore non è una questione di precetti legali, ma di compassione per il prossimo. La domanda iniziale dello scriba appare radicalmente sbagliata: non si tratta di verificare chi sia il mio prossimo, ma di chiedermi come posso farmi prossimo degli altri, specialmente di quelli caduti in disgrazia.

Così, la parabola del buon samaritano propone un criterio diverso dalla Legge per conoscere la volontà di Dio: il fratello abbandonato lungo la strada. Ciò fa dire a un teologo latinoamericano (Juan Luis Segundo): «In realtà, Gesù non ha fatto che porre tra la domanda dell’esperto della Legge e la propria risposta una questione ermeneutica… così, invece di rispondere riguardo a chi è il mio prossimo secondo la Legge, risponde riguardo a chi devo farmi prossimo io prima di consultare la Legge. Per questo, in un modo che non può non scandalizzare Israele, l’unico che risponde in maniera corretta è colui che non conosce la Legge… ma porta dentro di sé un criterio ermeneutico più giusto, per quanto più rischioso della conoscenza legale: l’opzione per il povero, la pietà per il bisognoso. Da questa posizione, e solo da questa, ci si può rivolgere alla Legge e comprendere ciò che significa come norma».

C. FAVORIRE SEMPRE I PIÙ PICCOLI

Un’altra caratteristica di Gesù nei vangeli è data dalla sua scandalosa preferenza per i più piccoli, intesi come coloro che restano esclusi dallo schema di accettazione sociale promosso dai farisei (…).

In effetti, una delle maggiori cause del conflitto tra Gesù e i farisei (…) era il fatto che egli si relazionasse in maniera preferenziale ai poveri e ai peccatori. Gesù (…) si opponeva ai farisei perché li considerava responsabili di aver deformato la religione di Israele fino a renderla irriconoscibile. (…). Lo scontro con i farisei su questo piano ha costituito l’azione politica più sovversiva di Gesù, in quanto diretta a smontare il meccanismo ideologico con cui le autorità di Israele emarginavano i poveri, gli infermi e i peccatori e a superare in maniera radicale una mentalità che rendeva Dio complice e causa dell’oppressione dell’essere umano, infondendo negli stessi poveri una concezione della religione come strumento di dominazione a beneficio dei potenti di Israele. (…).

Questa preferenza di Dio per i deboli e per i piccoli si manifesta in molte parabole, tra cui risalta quella di Luca del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31). (…). Gesù non parla della “povertà” in astratto, ma di quei poveri che incontrava percorrendo i villaggi. Famiglie che sopravvivevano a stento, persone che lottavano per non perdere la terra e l’onore, bambini minacciati dalla fame e dalle malattie, prostitute e mendicanti disprezzati da tutti, infermi e indemoniati a cui era negata ogni dignità, lebbrosi emarginati dalla società e dalla religione. (…). Per questo, per proclamare la sua misericordia in maniera più concreta, Gesù si dedicò a qualcosa che Giovanni Battista non aveva mai fatto: curare gli infermi a cui nessuno provvedeva; alleviare il dolore delle persone abbandonate; toccare i lebbrosi che tutti evitavano; benedire e abbracciare i bambini e i piccoli. Tutti dovevano sentire la vicinanza salvifica di Dio, anche i più dimenticati e disprezzati: gli esattori delle imposte, le prostitute, gli indemoniati, i samaritani. (…).

La parabola del capitolo 16 di Luca è chiara per chi vuole leggerla nella prospettiva dell’azione liberatrice di Gesù. Per quanto si possa essere tentati di identificare il ricco con un malvagio oppressore e Lazzaro con una persona onesta e buona, la parabola non dice nulla di tutto questo. E non lo dice perché vuole evidenziare, precisamente, come le virtù morali scendano in secondo piano quando la realtà è, in sé, la negazione della giustizia e dell’uguaglianza che il Regno viene a proclamare. È possibile che il ricco fosse assai devoto e il povero un bandito. La situazione, tuttavia, continuerebbe a meritare la condanna di Gesù e il verdetto sarebbe esattamente lo stesso: il Regno viene a superare questa situazione.

Se Gesù avesse detto che il Regno di Dio sarebbe venuto per rendere felici i giusti, avrebbe avuto una logica e tutti avrebbero compreso, ma era il fatto che Dio fosse dalla parte dei poveri indipendentemente dal loro comportamento morale a risultare scandaloso. (…). Proclamando le beatitudini, Gesù non dice che i poveri sono buoni o virtuosi, ma che stanno soffrendo ingiustamente. Se Dio si schiera dalla loro parte, non è perché lo meritano, ma perché lo necessitano. Dio, Padre misericordioso di tutti, non può regnare se non facendo per prima cosa giustizia a coloro a cui nessuno la fa. (…).
D. IL POTERE: UNO STRUMENTO DI SERVIZIO

(…) Anche in questo caso selezioniamo due testi del Vangelo in cui Gesù offre la sua visione sul potere. Non bisogna dimenticare che questi testi sorgono in mezzo a una controversia, spesso esacerbata, all’interno della comunità cristiana: quale deve essere il trattamento da riservare al potere? Siamo collaboratori o oppositori del regime politico? Non ci ha detto Gesù che il suo regno «non è di questo mondo»? Quale dovrà essere allora la nostra posizione di fronte ai regni di questo mondo? Anche all’interno della comunità cristiana vi è un esercizio del potere: si tratta di posti di onore? (…).

Il primo testo è quello di Mc 10,35-45. (…). L’esercizio dell’autorità nella prospettiva cristiana ha il suo punto di riferimento nel modo in cui si esercita il potere nel mondo. Gesù denuncia nel testo la gestione piramidale del potere e la prassi nefasta dei governanti che opprimono e dominano. L’esercizio dell’autorità non si identifica con l’oppressione e la tirannia. In questo senso, la comunità cristiana svolge la stessa funzione che aveva Israele: rappresentare un’alternativa all’Egitto. Come Israele aveva l’obbligo di mostrare al mondo il volto di una comunità nuova e distinta, di un popolo di fratelli, così ora la comunità cristiana è chiamata a essere una comunità in cui il potere si esercita in maniera alternativa.

In contrasto con il potere dominatore, l’esercizio dell’autorità, nella prospettiva del regno che Gesù viene a proclamare, costituisce un servizio. (…).

Risulta chiaro in tal modo che esercitare il potere come servizio non è una regola facoltativa che si può o meno rispettare, ma una norma che trasforma radicalmente l’esercizio dell’autorità all’interno della comunità cristiana e che deve essere applicata, indefettibilmente, da chiunque eserciti un potere. Questo il significato più profondo della frase di Gesù: tra voi non sia così.

Un secondo testo che può illuminarci rispetto a tale caratteristica del progetto di Gesù è Mc 12,1-12, noto come parabola dei vignaioli omicidi. I destinatari della parabola sono (…) i rappresentanti del sinedrio (sommi sacerdoti, scribi e anziani, menzionati in Mc 11,27), detentori del massimo potere politico e religioso nell’ebraismo del tempo di Gesù. Un testo che mostra come la critica di Gesù all’esercizio del potere disturbasse a tal punto chi lo deteneva da originare il complotto diretto a ucciderlo. (…). Se la fedeltà individuale alla Legge è responsabilità di ciascuno in Israele, la sua applicazione sociale ricade sulle autorità politico-religiose. (…). Questa parabola rivolgeva ai suoi destinatari un’accusa feroce. Era come se Gesù dicesse loro: siete stati posti da Dio a governare il popolo di Israele; la ragione d’essere del vostro governo è far sì che la volontà del Dio della giustizia e dell’uguaglianza regni su questo popolo. Ma ecco che Dio viene a chiedere conto e, anziché incontrare una società fedele alla sua volontà, trova, da parte dei governanti da lui stesso posti, infedeltà e tradimento. (…).

I rappresentati del sinedrio capiscono che la parabola è diretta contro di loro e cercano di catturare Gesù. Così, la reazione corrobora la parabola, in cui per l’appunto i vignaioli si trasformano in omicidi. È la peggiore delle autodenunce del cattivo uso del potere. L’uso del potere a beneficio dei governanti, a scapito della funzione sociale di servizio, viene smascherata nella parabola. Che si volge anche contro di noi: i cristiani sono i vignaioli di un regno che non appartiene loro. Dovremo renderne conto.

E. GESÙ DÀ VITA A UNA COMUNITÀ FRATERNA DI EGUALI

(…) Ripetute volte si fa accenno nel vangelo a Gesù che siede alla mensa con i peccatori, cosa proibita nel giudaismo. Ora concentriamoci sulle istruzioni date da Gesù ai suoi discepoli, in cui si richiama l’aspetto della commensalità. (…).

Teologicamente parlando, si tratta di una manifestazione della presenza del regno, che (…) diventa possibile laddove c’è una comunità disposta a condividere la mensa in maniera egualitaria.

La vita errante, propria del movimento avviato da Gesù, ha un significato sociosimbolico radicale: è la rappresentazione simbolica di un egualitarismo senza intermediari. (…).

Gesù non vive di un lavoro remunerato; non possiede casa né terra; non deve rispondere ad alcun esattore; non porta con sé alcuna moneta con l’immagine di Cesare. Ha abbandonato la sicurezza del sistema per “entrare” con fiducia nel regno di Dio. D’altra parte, la sua vita itinerante al servizio dei poveri indica come il regno di Dio non abbia un centro di potere e di controllo. Non è come l’Impero, governato da Tiberio da Roma, né come la tetrarchia di Galilea, retta da Antipa da Tiberiade, né come la religione ebraica, su cui vegliano dal tempio di Gerusalemme le élite sacerdotali. Il regno sorge là dove avvengono cose buone per i poveri.

Questo tratto di Gesù (…) si riflette in maniera speciale nel testo di Mt 23,1-12. (…).

Con una triplice negazione (non fatevi chiamare… non chiamate nessuno… né fatevi chiamare…), Gesù intende enfatizzare un tratto decisivo nella futura comunità cristiana: l’esclusione di atteggiamenti di controllo e di protagonismo ideologico, simboleggiati dai tre titoli messi in discussione: maestro, padre e guida. L’atteggiamento che dovrà prevalere nella comunità cristiana è la fraternità (perché siete tutti fratelli…).

(…) In un mondo segnato dall’assenza di fraternità, in un sistema dominante di tipo patriarcale, Gesù invita i suoi seguaci a vivere in un vincolo di fraternità che li porti a superare ogni forma di dominio e di manipolazione. (…).

Questa creazione di una comunità egualitaria non è un accidente nella prassi ministeriale di Gesù, avendo a che vedere anche con la sua esperienza personale, dal momento che, come sappiamo, Gesù abbandonò la sua famiglia per dedicarsi all’annuncio del regno di Dio. Bisogna ricordare che a Nazareth, come in tutti i piccoli paesi del Medio Oriente dei tempi di Gesù, la famiglia era tutto: luogo di nascita, scuola di vita e garanzia di lavoro. (…). Questa famiglia non si riduceva al piccolo casolare costituito dai genitori e dai loro figli, ma si estendeva a tutto il clan familiare, raggruppato sotto un’autorità patriarcale (…).

Abbandonare la famiglia era molto grave. Significava perdere il vincolo con il gruppo protettore e con il popolo (…). Tuttavia, Gesù lo fece. (…). Cercava una “famiglia” che abbracciasse tutti gli uomini e le donne disposti a compiere la volontà di Dio. La rottura con la famiglia segnò la sua vita di profeta itinerante.

È bene riflettere su questo aspetto oggi che abbiamo sacralizzato una forma de famiglia come se fosse l’unica esistente nella storia. Non vediamo mai Gesù difendere la convivenza familiare, bensì far riferimento a un nuovo gruppo umano, quello dei discepoli e delle discepole, che doveva orientarsi in base a modelli ben diversi da quelli che reggevano la famiglia patriarcale del suo tempo. (…).

Neppure la situazione della donna dell’epoca è stata mai difesa da Gesù. (…). In realtà, la donna apparteneva sempre a qualcun altro, passando dal controllo del padre a quello del marito. Suo padre poteva venderla come schiava per sanare i suoi debiti (…). Suo marito poteva ripudiarla abbandonandola alla sua sorte. Era particolarmente tragica la situazione delle ripudiate e delle vedove, che restavano senza onore, senza beni e senza protezione, a meno che un altro uomo non si prendesse cura di loro. Più tardi, Gesù difenderà le donne dalla discriminazione, accogliendole tra i suoi discepoli e adottando una posizione netta contro il ripudio deciso unilateralmente dagli uomini. (…).

F. PERDONO E NONVIOLENZA: RICOSTRUENDO LA REALTÀ

Gesù rivela un comportamento complesso in relazione alla violenza, che richiede un approfondimento. L’irruzione del regno di Dio suscita violenza (Mt 11,12). Si tratta di una violenza difficile da caratterizzare (Lc 16,16), ma che Gesù non occulta. Di fronte all’ordine ingiusto, Gesù protesta, nella linea dei profeti, con atti e parole che i conservatori dell’ordine ritengono violenti, in quanto violano apparentemente la Legge.

In effetti, Gesù elimina l’equivoco di una rassegnazione cristiana dinanzi all’ingiustizia, ponendo l’esigenza della carità. Espelle i mercanti dal tempio (Mt 21,12; Gv 2,13-22), viola molte delle convenzioni religiose del suo tempo, è padrone del sabato (Mc 2,28), si oppone a una pace ingannevole (Mt 10,34; Lc 12,51), introduce la divisione persino nell’istituzione più sacra, la famiglia (Mt 10,35), insorge contro doveri sacri (Lc 9,60) e sovverte la normale cura dell’integrità del corpo (Mt 5,29). Si tratta di una violazione dell’ordine, proprio perché l’ordine è ingiusto rispetto alla realtà superiore del regno di Dio. (…).

Ma Gesù si presenta anche come mite e umile, tanto da trionfare sulla violenza sopportandola (1Pt 2,21-24). (…). Rispetto alla legge del taglione, Gesù esige il perdono incondizionato. Diverse disposizioni di Gesù riflettono questo mandato: amare i nemici (Mt 5,44; Lc 6,27), non opporre resistenza al male (Mt 5,30). (…). Egli considera che l’unico modo di ottenere la riconciliazione tra il violento e la sua vittima è l’amore e il sacrificio, la nonviolenza. (…).

La proposta non è di sopportare passivamente le ingiustizie, ma di assumere un atteggiamento fortemente attivo: andare incontro all’avversario, cercare di fare di lui un fratello. (…).

IL “BUEN VIVIR”: PUNTO DI CONTATTO TRA IL VANGELO E LE CULTURE INDIGENE

(…) La proposta di buen vivir di Gesù, racchiusa nella categoria teologica “Regno di Dio” ed espressa dalle sue parole, dalle sue azioni, dai suoi miracoli, dalle sue dispute, diventa sempre più chiara. Non è un ricettario di azioni concrete, ma un orizzonte a partire dal quale i seguaci del Maestro dovranno prendere le loro decisioni di fronte ai più diversi problemi che si troveranno ad affrontare in futuro.

(…). La comunità cristiana guarda se stessa come un esempio vivente di ciò che in termini moderni definiremmo come “l’altro mondo possibile”, una società alternativa. (…).

Solo rendendoci poveri con i poveri troveremo la via di uscita per un mondo costruito per acuire la disuguaglianza.

Le riflessioni che si svolgeranno durante questo incontro mostreranno come, in un’armonia che può derivare solamente dall’azione dello Spirito Santo in noi e nelle nostre culture, si possa giungere a una sintesi tra la proposta di buen vivir di Gesù e il modo in cui i nostri popoli comprendono la stessa realtà: il mondo della terra senza mali, il Sumak Kawsay. Credo che potrebbe servire per la nostra riflessione successiva indicare, di passaggio, alcuni punti di contatto:

1. Non evidenziamo forse nel nostro modo di applicare la giustizia nelle comunità il fatto che, più che dell’obbedienza alle norme e del semplice castigo del colpevole proprio della giustizia occidentale, i nostri popoli si preoccupano del recupero dell’armonia spezzata (l’essere umano al di sopra delle leggi)?

2. Non indicano forse le nostre vecchie tradizioni e i nostri miti il fatto che Dio ci ha creato tutti uguali in dignità e che nell’arcobaleno della convivenza umana non vi sono colori di troppo né gerarchie che rendano gli uni più importanti di altri (opzione per i più deboli)?

3. La rotazione delle cariche nelle comunità e il lavoro comunitario non rappresentano forse un modo nuovo di esercitare il potere, facendo sì che chi governa “comandi obbedendo” (il potere come servizio)?

4. Il riscatto della visione dei nostri antenati, che in Dio contemplavano con riverenza la dualità padre-madre e uomo-donna, non è forse motivo di ispirazione per la costruzione di una comunità che cancelli ogni tipo di discriminazione (Dio è pura misericordia)?

5. La pratica del consenso comunitario praticato nelle nostre comunità, in cui anche le minoranze hanno voce e rappresentanza, non è forse un modello di convivenza in grado di ridurre la violenza e di attenuare i conflitti (perdono e nonviolenza)?

E questi sono soltanto alcuni dei tratti rispetto a cui il vangelo e le culture indigene sembrano darsi la mano. Il buen vivir, di cui Gesù Cristo è un testimone e un referente indispensabile per la tradizione dei cristiani e delle cristiane, trova eco nelle più antiche tradizioni dei nostri popoli. E non è un caso, dal momento che è lo stesso vangelo a dichiararlo: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va» (Gv 3,8).

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(RI)LANCIARE IL MADE IN ITALY INSIEME ALLE BOMBE? “SALPA” IL TOUR DEL MINISTERO DELLA DIFESA

Dell’uso improprio dei mezzi militari, o del tentativo di “riciclarli” in attività non militari e magari umanitarie per rendere il loro ingiustificabile costo più digeribile all’opinione pubblica abbiamo ampiamente detto. Basti pensare all’operazione di soccorso e pattugliamento “Mare nostrum”. (v. Adista Notizie n. 39/13). Fa scuola, in quest’ottica, la campagna navale “Sistema Paese in movimento”, che intende rilanciare il made in Italy nel mondo attraverso una fiera itinerante promossa nientemeno che a bordo della portaerei Cavour, la quale, a capo di una piccola flotta della Marina militare italiana, raggiungerà 13 porti africani e sette del Golfo Persico. Zone, ha sottolineato il ministro Mario Mauro, «che sono strategiche per i nostri investimenti».

Il lancio del tour di cinque mesi a bordo della portaerei che costa allo Stato circa 200mila euro al giorno (100 da ferma), partito da Civitavecchia il 13 novembre scorso, vede il coinvolgimento dei Ministeri della Difesa, degli Esteri, dello Sviluppo economico, dei Beni culturali e del Turismo, con l’Expo 2015 e l’Istituto nazionale per il Commercio Estero, più tutta una serie di imprese “strategiche” tra cui Finmeccanica, Fincantieri, Selex Es, Pirelli, Piaggio Aero e FederLegnoArredo e Beretta. A conti fatti, in esposizione ci saranno principalmente materiali bellici. E tanti saluti al Trattato Onu sulle armi che, ha ricordato Giulio Marcon, indipendente di Sel, impone il «divieto di venderne a Paesi che violano i diritti umani» e fa sì che sulla missione si sollevino dubbi di moralità ma anche di legalità.

Non mancano poi gli specchietti per le allodole. Partecipano infatti al progetto anche organizzazioni umanitarie, come Croce Rossa italiana, Operation Smile e la Fondazione Francesca Rava, a dimostrare che, nel “Sistema Italia”, umanitario e militare vanno sempre a braccetto, e l’uno giustifica e legittima l’altro.

Al di là di un generico «rilancio della competitività italiana nel mondo», quali sono i reali incarichi di una missione che ha mobilitato tante risorse? Secondo il sito della Marina militare, il gruppo navale guidato dalla portaerei «ricoprirà molteplici ruoli tra cui: assistenza umanitaria nei confronti delle popolazioni, promozione delle eccellenze imprenditoriali italiane, sicurezza marittima attraverso operazioni di antipirateria e protezione del traffico mercantile nazionale, sostegno alle Marine dei Paesi rivieraschi, in funzione di cooperazione, sviluppo, modernizzazione e supporto alla politica estera nazionale». Dentro la campagna “Sistema Paese in movimento”, insomma, c’è tutto e il contrario di tutto – militare, umanitario, commerciale e diplomatico, pubblico e privato – e la scarsa chiarezza sui suoi reali intenti sembra farla da padrone, tanto che in molti hanno chiesto al ministro Mauro di chiarire in Parlamento.
Improprio e inopportuno

La trovata non è andata giù ad alcuni esponenti di Sinistra Ecologia e Libertà che hanno subito presentato un’interrogazione parlamentare. Durante l’esposizione itinerante, denunciano Franco Bordo, Arturo Scotto, Donatella Duranti, Michele Piras e Giulio Marcon, «è prevista una preponderante presenza di imprese industriali del settore militare e di produzione di sistemi d’arma con relativo marketing dei propri prodotti», tra cui elicotteri da guerra, cannoni navali, sistemi radar e di combattimento, missili, ecc. L’operazione solleva poi diversi nodi che meritano un chiarimento istituzionale: «L’utilizzo di un gruppo navale della nostra flotta militare per scopi di natura commerciale, relativamente a prodotti di natura bellica»; «la scelta di utilizzare ingenti risorse del bilancio dello Stato» in un momento di crisi e di tagli; l’opportunità e la legittimità della «scelta di andare a vendere armamenti a Paesi governati da regimi non democratici e/o con conflitti interni in corso».

«Intendiamo far uscire allo scoperto il governo rispetto ad argomenti su cui abbiamo aperto una discussione da tempo», ha aggiunto Piras, «perché stanno investendo sull’industria bellica e il commercio delle armi mentre investimenti di altro tipo non se ne vedono». «Finmeccanica per esempio sta dismettendo interi settori civili e nel frattempo continua a investire nel settore degli armamenti». E conclude: «Lo Stato non dovrebbe fare il promoter delle armi e dell’industria bellica. In questo discutibile settore, il privato curi il suo lucro senza il sostegno del pubblico».

Intanto, il gruppo dei parlamentari Sel, capitanato da Gennaro Migliore, ha lanciato, sul sito Change.org, la petizione “Fermiamo il tour bellico della Cavour”, ricordando che «l’impegno dell’Italia dovrebbe andare nella direzione della pace e della diplomazia. Non privilegiare l’industria militare come strumento di politica estera. Chiediamo che il governo risponda in Parlamento di questa scelta, affinché la Marina Militare non sia trasformata in un supermarket di prodotti militari».
Nave inutile, incarichi ambigui

Ha denunciato il «silenzio tombale» di larga parte del mondo politico e dei media l’analista della Rete italiana per il Disarmo Giorgio Beretta, in un articolo pubblicato su Unimondo il 7 novembre scorso. «Sono rimasto anche stavolta l’ultimo dei Mohicani a trovare un po’ più che “discutibile” l’impiego di una portaerei per “attività promozionali del sistema Paese”?», si è chiesto, ricordando anche che la Rete italiana Disarmo fu in prima linea, insieme alla Tavola della Pace, nel contestare la decisione del governo italiano di inviare la portaerei Cavour in “missione umanitaria” ad Haiti, colpita nel 2010 da un terribile terremoto. «Ho sempre pensato che le portaerei fossero “navi da guerra”», incalza Beretta, «e servissero fondamentalmente» «per fare la guerra. Non per fare “operazioni umanitarie” o di promozione del “sistema Paese”. Se non ci serve a questo diciamocelo chiaro. E vendiamola».
Squallore dopo squallore

«Praticamente le forze armate vanno in giro a piazzare armi, una sorta di vendita porta a porta», ironizza anche Pax Christi in un “primo piano” di Antonio Lombardi sul sito del movimento (8 novembre). Due gli aspetti intollerabili della campagna navale. Primo, «verranno toccate le due zone del pianeta più sconvolte dalle guerre, per proporre l’acquisto di altre armi». Secondo, «c’è una pennellatina qua e là di iniziative umanitarie (come le cure oftalmiche per bambini) che aggiunge squallore a squallore: si usano le sofferenze per giustificare il commercio di armi, per incentivare cioè di fatto le guerre che impoveriscono i popoli. Regaliamo occhiali ai bambini africani, in cambio di lauti contratti di vendita di missili e cannoni sottoscritti dagli adulti che li uccideranno».
Caro Giorgio…

Il 13 novembre, a poche ore dalla partenza della campagna, si è aggiunto al coro dei “no” un appello al presidente Giorgio Napolitano, lanciato da un cartello di associazioni pacifiste e non governative, laiche e cattoliche, aderenti alla Rete italiana per il disarmo, tra cui Acli, Amnesty International, Archivio Disarmo, Arci, Associazione Obiettori Nonviolenti, Associazione Papa Giovanni XXIII, Associazione per la Pace, Attac, Beati i costruttori di Pace, Campagna Italiana contro le Mine, Cimi (Conferenza degli Istituti Missionari in Italia), Fim-Cisl, Fiom, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Gruppo Abele, Libera, Mani Tese, Movimento Internazionale della Riconciliazione, Movimento Nonviolento, Pax Christi, PeaceLink, Rete di Lilliput, Rete Radiè Resch, Un ponte per…

La missione navale, si legge nell’appello, «mescola una serie di attività» «che riteniamo sia importante continuare a tenere separate. Soprattutto crediamo che promuovere la vendita di sistemi militari o sostenere iniziative di tipo commerciale abbinandole ad operazioni umanitarie non sia un compito che il nostro ordinamento attribuisce al Ministero della Difesa o alle Forze Amate». La promozione di sistemi d’arma non compete al ministro della Difesa, né può essere condotta fuori dagli obblighi che derivano dall’art. 11 della Costituzione o dalla legge 185 che ad essa rinvia.

Inoltre, si legge più avanti, «l’impiego di organizzazioni umanitarie da parte di attori militari e commerciali mette in discussione non solo l’indipendenza, la neutralità e l’imparzialità delle organizzazioni autenticamente umanitarie, ma anche la stessa possibilità che gli operatori umanitari continuino ad intervenire efficacemente e in relativa sicurezza nei contesti di crisi».Il pasticcio della Cavour rischia poi di ripercuotersi anche sul piano comunitario, dopo i ripetuti pronunciamenti dell’Unione europea che hanno evidenziato come «la crisi economica stia trasformando alcuni Ministeri della Difesa in espliciti promotori delle esportazioni di armamenti. Una tendenza che, per sostenere la competitività delle industrie militari dei rispettivi Paesi, rischia di mettere a repentaglio gli sforzi in ambito comunitario per definire una politica organica di sicurezza e di difesa comune». In quanto garante della Costituzione, scrivono le associazioni al presidente della Repubblica, «le chiediamo di esprimersi su questa operazione che a nostro avviso configura un impiego delle Forze armate che non risponde al nostro ordinamento, e di agire affinché il programma della Campagna navale venga discusso a livello istituzionale». (giampaolo petrucci)

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L’ARCIVESCOVO DI PALERMO NEGA GLI IMMOBILI DELLA CURIA AI SENZA CASA. E LORO SCRIVONO AL PAPA

«Gli immobili chiusi e non utilizzati della Curia di Palermo sono molti, noi vorremmo utilizzarli, recuperandoli con la nostra stessa opera per poi restituirli alla Chiesa nel momento in cui risaliremo la china della miseria in cui adesso ci troviamo». Scrivono così, in una lettera del 3 novembre, 16 famiglie palermitane sgomberate qualche giorno prima da via Calvi, dove avevano occupato, ma anche risistemato, un edificio. E scrivono direttamente al papa, dopo tre giorni e tre notti passati all’addiaccio davanti Palazzo delle Aquile, sede del Comune, perché l’arcivescovo card. Paolo Romeo non è venuto loro incontro: le giovani coppie avevano occupato uno stabile di proprietà della Curia, in piazza Verdi, disabitato da oltre 15 anni, senza luce e senza acqua, chiedendo al cardinale di poterlo utilizzare, regolarizzando la loro situazione con affitti simbolici fino ad eventuale altra sistemazione e rendendolo abitabile per usi futuri.

«Secondo Tony Pellicane, leader del Movimento dei Senzacasa – si legge sul quotidiano online BlogSicilia il 6/11 – Paolo Romeo, avrebbe chiuso al dialogo intimando di sgomberare pacificamente gli alloggi per evitare di creare ulteriori situazioni poco piacevoli». Dalla Curia solo silenzio, non esiste alcun comunicato ufficiale, ma il diniego sarebbe riconducibile, seguita il servizio di cronaca, ad un non meglio precisato «contenzioso tra la Curia, proprietaria dell’immobile e il precedente affittuario, la Idi Informatica».

I firmatari, che si dichiarano «operai disoccupati», riprendono quanto detto dal papa in visita al centro Astalli per i rifugiati il 10 settembre scorso (a «cosa servono alla Chiesa i conventi chiusi? I conventi dovrebbero servire alla carne di Cristo e i rifugiati sono la carne di Cristo»): «Il patrimonio immobiliare della Chiesa», scrivono, è innanzitutto «stato donato per i poveri e noi vorremmo che non si sprecasse, ma venisse utilizzato e valorizzato per tutti coloro che, come noi, stanno vivendo un momento di grande disagio e di sofferenze». «Non vogliamo elemosine», sottolineano nella lettera, «non tendiamo la mano per carpire la vostra pietà, ma chiediamo che ci venga restituita la nostra dignità di uomini e donne, di padri e madri che hanno voglia di lottare e di lavorare per mantenere i propri figli». «Aprite le porte dei vostri palazzi abbandonati all’incuria – è la frase finale – e noi ve li restituiremo efficienti e abitabili per le povere famiglie come noi!». (e. c.)

adista notizie

Lanciano. Violenza privata, sacerdote rinviato a giudizio

La Procura di Lanciano ha chiesto il rinvio a giudizio per don Andrea Facchini, l’ex parroco della chiesa di Sant’Agostino di Lanciano, accusato di violenza privata aggravata. Il sacerdote, volato nel suo paese d’origine, il Brasile, all’indomani dell’apertura dell’inchiesta un anno fa, avrebbe costretto i membri della Legio Sacrum Cordium a pratiche tutt’altro che ortodosse.

Frustrate con i rosari, pavimenti da leccare, rivelazioni delle confessioni e altre situazioni raccontate da alcuni ex componenti dell’associazione prima ai microfoni della web tv
Abruzzolive e poi agli inquirenti della Procura. Il sacerdote era stato convocato negli uffici giudiziari del tribunale di Lanciano lo scorso 23 ottobre per essere interrogato dal pm Rosaria Vecchi, ma ha preferito non presentarsi.

Di qui la richiesta di rinvio a giudizio depositata pochi giorni fa dal pm di Lanciano, come rivela la web tv Abruzzolive.

quiquotidiano.it

“La messa è finita?” – Narrazioni biografiche di ex-preti. Ricerca con titolo improprio

La messa è finita?” Narrazioni biografiche di ex preti: percorsi di uscita e ricostruzioni identitarie.

di Francesco Montini

Se non siamo noi a scrivere le trame della nostra vita, è comunque vero che siamo proprio noi a creare le nostre storie. L’agency (agentività) non consiste nel controllare quanto ci accadrà, ma nel costruire quello che facciamo con quello che ci succede. Noi, proprio noi, costruiamo il significato della nostra storia” ( Salmon, 1985:138-139)

Questa tesi si occupa degli ex preti, ovvero coloro che, dopo un periodo più o meno lungo di ordinazione al sacerdozio nella Chiesa cattolica, hanno preferito rinunciare alla loro consacrazione, decidendo di lasciare la funzione ufficiale di ministri.

L’ordinazione sacerdotale fa parte dei cosiddetti “sacramenti”, che la Chiesa cattolica definisce incancellabili e indissolubili, in quanto testimonianza della grazia divina. Tuttavia, ai sacerdoti è data la possibilità di fare richiesta di dimissione dallo stato clericale, che prevede l’attribuzione dello stato laicale e la successiva dispensa dal celibato. L’ex prete dismette così le funzioni sacerdotali, rimanendo però prete in senso teologico. Scostandosi, quindi, dalla teologia sacramentaria cristiano-cattolica, il senso comune vuole che siano chiamati “ex preti” tutti coloro che abbandonano l’attività sacerdotale.

L’utilizzo da parte mia dell’avverbio “ex” non ha una attribuzione di senso morale negativo, ma rappresenta, dal punto di vista sociale, una dimensione oggettiva del fenomeno, poiché l’individuo abbandona un ruolo socialmente riconosciuto per vestirne uno nuovo. Dal momento in cui il prete cessa di celebrare i riti sacri e guidare la comunità parrocchiale, verrà sostituito da qualcun altro che ricoprirà il medesimo ruolo, diventando così “ex”, indipendentemente dalla definizione teologica o dall’immagine di sé che l’individuo conserva. La ricerca ha come obiettivo quello di definire cosa significa per questi individui diventare “ex”, in funzione del loro percorso successivo all’uscita, verso la ricostruzione della propria identità.

Uno dei presupposti teorici da cui è partita la mia riflessione è il concetto di transizione biografica (Bonica e Cardano, 2007), ovvero il passaggio da uno stato di vita ad un altro. Tale passaggio prefigura un cambiamento per l’individuo da un modo di essere ad un altro, attraverso una necessaria ridefinizione del sé. La transizione avviene mediante un processo di elaborazione del percorso di vita, durante il quale il soggetto smette di ricoprire un determinato ruolo, abbandonandone le funzioni, per vestirsi di un altro, caratterizzato da nuovi elementi distintivi. Ogni transizione costituisce un momento particolarmente rilevante per la narrazione di sé di ciascun individuo, che riconosce in questi cambiamenti “momenti-chiave” del proprio percorso di vita. L’obiettivo principale della tesi è l’analisi, da un lato, delle motivazioni che hanno portato gli ex preti alla cessazione del ministero, dall’altro, della definizione di sé che deriva dal percorso di uscita dall’istituzione ecclesiastica. Per rispondere a tale domanda di ricerca si è ritenuto opportuno partire dai percorsi biografici di un campione di ex preti.

È stata svolta una ricerca di tipo qualitativo su un campione non rappresentativo di 20 ex preti: per rispondere alle domande di ricerca si è scelto di utilizzare lo strumento dell’intervista discorsiva semi-strutturata, al fine di lasciare ampio spazio alla narrazione delle biografie degli intervistati.

Questo lavoro si confronta, inoltre, con le tre ricerche italiane che si sono precedentemente occupate del fenomeno: i contributi di Burgalassi (1968, 1970a, 1970b) e Colagiovanni (1971, 1973, 1992)e quello di Giordan (2007).

Risulta un fatto curioso che in Italia ci siano pochi studi sociologici sul fenomeno delle defezioni sacerdotali dall’istituzione ecclesiale, dal momento che in questo paese gli ex preti sono circa ottomila (Salvini 2007) [1]. Occorre però osservare che è difficile stabilire con certezza il numero effettivo dei sacerdoti che hanno lasciato il ministero. Non esistendo un censimento completo, infatti, non è possibile avere una cifra precisa di coloro che decidono di smettere di fare i preti: l’unico dato certo è quello legato a quanti fanno richiesta della dispensa degli oneri sacerdotali al Papa – che sono un numero inferiore rispetto a coloro che invece dismettono l’abito senza giungere alla formale richiesta di dispensa –, essendo gli unici “registrati” negli elenchi ufficiali della Chiesa. Tutti gli altri, ovvero quelli che si ritirano dal ministero senza presentare richiesta della dispensa, nonostante facciano una comunicazione ufficiale al proprio superiore, restano una quantità indefinibile. Per comprendere meglio questo aspetto procedurale, una parte della tesi è stata dedicata all’approfondimento del diritto canonico pertinente all’oggetto di studio.

La questione delle uscite ufficiali, invece, è stata trattata elaborando direttamente i dati pubblicati nell’Annuarium Statisticum Ecclesiae dall’anno 1970 al 2009, in modo da poter descrivere il fenomeno da un punto di vista quantitativo, a livello nazionale, e comparativo, rispetto ad altre 4 realtà europee (Francia, Germania, Polonia, Spagna). Emerge che il numero degli ordinati, per anno, è diminuito sostanzialmente a prova del fatto che c’è stata una riduzione delle vocazioni nel continente europeo: in 39 anni le defezioni rispetto alle ordinazioni hanno inciso notevolmente, soprattutto in Francia ed in Spagna dove i risultati hanno toccato livelli negativi, fino agli anni ’80, momento in cui c’è stato un netto calo delle uscite. Nella situazione odierna il valore delle uscite si è stabilizzato e sta vivendo una leggera flessione verso il basso (questo in contrapposizione alle ordinazioni che hanno una lieve tendenza di crescita).La tematizzazione dell’argomento centrale della tesi, ovvero lo studio dei percorsi di uscita degli ex preti, passa attraverso l’analisi di diversi aspetti. Il primo su cui è utile portare l’attenzione è di carattere semantico e riguarda l’accezione dell’espressione “ex”. Una delle prime tappe del “post” ha riguardato, per gran parte dei nostri intervistati, proprio la ridefinizione di sé in relazione all’essere un prete piuttosto che un “ex”. Ciò che emerge dalle interviste è, infatti, che “prete” non è solo una cosa che “si fa” ma più spesso definisce ciò che “si è”, ovvero non si tratta solo di un ruolo ma l’essenza della propria identità. Per questa ragione gran parte degli intervistati continua a sentirsi prete pur non “recitando” più quel ruolo, alcuni addirittura, in un certo senso, si sentono “più preti di prima”, poiché la scelta fatta ha comportato una crescita spirituale e una maggiore consapevolezza di sé. L’identificazione rispetto al sentirsi prete spesso segue la natura incancellabile del sacramento dell’ordinazione; per cui sembra riconosciuta la formulazione del diritto canonico secondo cui anche se dimesso dallo stato clericale come funzionario attivo dei riti, l’ex prete continua a vivere la realtà ontologica della sua consacrazione.

Le ragioni dell’uscita esprimono un malessere provato sia nell’ambito personale dell’individuo che in quello spirituale, mentre sono di natura secondaria quelle legate prevalentemente al rapporto con l’istituzione e con i superiori e appaiono praticamente nulli i casi di coloro i quali dichiarano di aver perso la fede o una totale mancanza di vocazione. Dalla ricerca emerge che gli ex preti non hanno direttamente lasciato l’ordinazione perché desiderosi di contrarre matrimonio, questa è stata nella più parte dei casi una conseguenza generata dall’incrocio più fattori. Queste considerazioni sono in accordo con Giordan (2007) che sostiene che uno dei motivi principali determinanti la rottura sia da ricercare in uno stato di conflitto con il superiore o con l’istituzione oppure al fatto che gli ex preti dopo il primo periodo di ordinazione, vissuto con grande entusiasmo, si trovavano a gestire i propri compiti con malcontento per colpa della routinizzazione o per via di una insoddisfazione determinata da uno stato di solitudine o per uno svuotamento della preghiera personale.

Gli elementi che più pesano nella scelta di lasciare il sacerdozio sono di carattere istituzionale: sono soprattutto i preti di età superiore ai 50 anni a motivare l’uscita per scarsa fiducia nel sistema clericale, in disaccordo con le politiche della Chiesa perché ritenute poco evangeliche; l’uscita quindi è considerata come mezzo per superare quegli elementi istituzionali di ostacolo alla realizzazione della personale vocazione.

Per la totalità dei soggetti intervistati emergono altri elementi che è interessante richiamare: la necessità di una vita più autonoma caratterizzata anche da un’attività lavorativa, l’allontanamento dalle pratiche religiose perché routinizzate ed il desiderio di avere una famiglia per trovare una realizzazione affettiva. Per queste ragioni il prete si allontana dalla realtà sacerdotale chiedendo di uscire senza però voler perdere quei tratti distintivi acquisiti con l’ordinazione.

Dopo aver richiamato brevemente le motivazioni emerse nel corso delle interviste, ci concentriamo ora sul tema principale della ricerca, ovvero transizioni biografiche, mettendo il luce come le motivazioni poco fa analizzate si siano intersecate agli eventi che hanno portato alla transizione vera e propria. È stato creato un modello idealtipico per indagare il percorso di uscita del prete dalla Chiesa, da considerare come una lente interpretativa flessibile rispetto alle singole individualità e narrazioni e non come una sequenza di tappe obbligate e sequenziali per tutti valide. Sono state individuate cinque fasi comuni a tutte le narrazioni: rottura, crisi, aiuto, motivazione, soluzione. La rottura è caratterizzata da spaccature inerenti alcune componenti della vita del prete. Esse sono di diversa natura: susseguenti a contrasti con l’istituzione o con il superiore; emergenti dalla necessità di ricercare un’alternativa rispetto alla dimensione sacerdotale, perché considerata poco stimolate; conseguenti alla necessità di voler vivere un rapporto di coppia e non rispettare più il celibato. La rottura genera una crisi nei sacerdoti che percepiscono come ostacolo la prosecuzione della scelta di vita sacerdotale: molti hanno vissuto un lacerante conflitto interiore che ha impedito di vivere serenamente la propria vocazione. La fase successiva è caratterizzata dalla ricerca di un aiuto da parte di un amico prete o laico con cui confrontarsi e ricevere comprensione e sostegno: il confronto con queste figure spesso riguarda questioni pratiche come la gestione della situazione economica e lavorativa dopo l’uscita.

Arriva il momento in cui i preti riconoscono esplicitamente l’esigenza di effettuare il cambiamento attraverso l’uscita, trovando la motivazione che darà senso all’exit. Questa fase precede quella “della soluzione” durante la quale avviene l’incontro con il superiore a cui il prete fa esplicita richiesta di dispensa motivando la volontà di uscita dal sacerdozio. Tutti gli ex preti intervistati riferiscono che il momento di richiesta d’uscita è stato vissuto con un senso di liberazione, che ha permesso di chiudere un capitolo della propria esistenza ed aprirne uno nuovo, nonostante tutte le difficoltà da affrontare da quel momento in poi. Le storie di vita raccolte mettono in luce come la necessità di effettuare l’uscita sia un modo per poter assumere un maggior controllo sulla propria vita. Il motivo per cui i soggetti effettuano questo passaggio è motivato dal bisogno di ricerca di nuove prospettive. Con l’uscita, gli ex preti si trovano in prima battuta a dover affrontare il rapporto con la propria famiglia: nella maggior parte dei casi diversamente da quanto immaginavano, i parenti stretti sembrano accogliere la scelta di exit in modo non del tutto negativo: vengono ricordati atteggiamenti di supporto e sostegno anche economico. Con l’uscita, il prete perde tutte le garanzie di cui ha sempre beneficiato: da quel momento in poi dovrà cercarsi una sistemazione abitativa ed un lavoro. In alcuni casi i vescovi o i superiori hanno sostenuto economicamente il prete nel primo anno dall’uscita,ma nella maggior parte dei casi, su caldo invito del superiore, ha dovuto trovarsi una sistemazione lontana dal luogo in cui risiedeva per non suscitare scandalo presso la comunità. Gli intervistati, in alcuni casi, sentono di portare uno stigma (in senso pienamente goffmaniano – crf. Goffman, 1963) e come se fossero esclusi dalla piena accettazione sociale. Sono diverse le persone con cui erano stati stretti dei legami, ritenuti forti, che dopo il ”comig out” si allontanano e abbandonano l’ex prete, come se egli con la sua scelta avesse tradito il rapporto precedente. Di fronte a queste situazioni i nostri intervistati provano un dolore profondo perché da parte loro non sentivano di aver deluso la fiducia di chi li identificava solamente con il ruolo di prete. Altre persone, però, (i “veri amici”) diversamente dai “conoscenti” seguono l’ex prete anche nell’iter successivo. Nel momento in cui si trovano a stringere nuovi legami, anche dopo anni dall’uscita, gli intervistati raccontano che preferiscono non raccontare subito la loro storia perché potrebbero compromettere il giudizio che gli altri darebbero sulla loro persona. Si presentano con la nuova immagine che faticosamente è stata ricostruita nel tempo. Torna ora la questione legata al ruolo di essere prete:nonostante tengano riservata questa informazione sul loro passato a pochi e intimi nuovi amici, continuano a sentirsi a tutti gli effetti preti e non “ex”. Preti in modo diverso, magari con una famiglia, un lavoro e dei figli. La maggioranza degli intervistati ha interrotto con l’uscita la pratica della sacramentalizzazione, ma 3 di questi continuano a svolgere presso piccole comunità, che si sono costituite attorno alla loro persona, il ruolo di prete. Nonostante questo gli sia vietato dalla norma ecclesiastica, consacrano ugualmente spezzando il pane, attraverso il rito eucaristico, sposano e battezzano, rimanendo nell’ombra della Chiesa ufficiale. Sono soggetti che anche dopo l’uscita continuano a provare nei confronti dell’istituzione ecclesiale sentimenti di attrito. Questi infatti non hanno presentato la formale richiesta di dimissione dallo stato clericale, non riconoscendo più nessuna autorità ad esso legata. Più della metà degli altri ha richiesto la dispensa perché attraverso solo a seguito del suo ottenimento hanno potuto sposarsi con rito religioso e accedere all’insegnamento della religione cattolica. Gli intervistati, oltre a ritrovarsi spesso con una nuova famiglia appena formata con cui imparare a convivere, devono reinventarsi dal punto di vista lavorativo. Una esperienza che può risultare particolarmente difficoltosa, soprattutto per quelli che non possono sfruttare l’opportunità dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Questa opportunità, resa accessibile dall’istituzione ecclesiale solo per quei casi che hanno terminato con esito positivo il processo canonico, è preclusa a tutti coloro che non hanno fatto richiesta della dispensa , ma tra i ‘dispensati’ ci sono anche coloro che non hanno potuto beneficiarne perché non ritenuti adatti al ruolo dell’insegnate dal vescovo di riferimento . Per la maggioranza degli intervistati, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole è un modo per mantenere la propria vocazione, continuando a parlare di Dio alla gente. È da notare come, a differenza della realizzazione provata da chi opera nel mondo dell’insegnamento, coloro che, magari dopo percorsi tortuosi, sono riusciti a reinserirsi nel mondo del lavoro svolgendo professioni altre -come l’operaio, il muratore, il commerciante- si sentono dequalificati, rispetto al proprio titolo di studio e rispetto alle proprie qualità personali.Al contrario, gli insegnati esprimono realizzazione personale, definita spesso in continuità con la vocazione sacerdotale. Emergono, insomma, due definizioni di lavoro: da un lato, l’occupazione finalizzata esclusivamente al sostentamento e, dall’altro, la professione come luogo di realizzazione personale. Tuttavia, in entrambi i casi, il lavoro viene quasi sempre descritto innanzitutto come fondamentale strumento di indipendenza.

All’onere del lavoro gli ex preti devono far conciliare gli impegni della vita di coppia. Questa cambia la gestione dei propri tempi quotidiani e rappresenta una realtà che porta una dimensione di novità rispetto a prima: la cura dei figli e la ricerca di momenti di intimità con la compagna diventano parte di una routine descritta come una continua negoziazione tra le diverse personalità. La ricerca di un equilibrio, non sempre facile da raggiungere, non sembra provocare motivi di fatica o stress negli intervistati anzi, essi sottolineano comunque la positività del confronto costante rispetto al decidere e vivere tutto da soli. Gli ex preti sono quindi soddisfatti della loro vita di coppia e dimostrano di aver gestito con maturità le fasi del rapporto: l’innamoramento e l’inizio della relazione sono stati momenti delicati, durante i quali i nostri intervistati si sono trovati a far fronte a sentimenti contrastanti tra l’entusiasmo per la scoperta dell’amore e il senso di colpa di dover vivere una relazione clandestina. Ma con il consolidamento del legame si descrivono completati come persone ed in alcuni casi anche come preti. Nella maggior parte dei casi, l’innamoramento è avvenuto contemporaneamente all’inizio del percorso di uscita: spesso, infatti, è stata questa la molla scatenante di propositi che già erano presenti a seguito di conflitti con il superiore o l’insoddisfazione nei confronti della propria attività. Questo elemento conferma che la scelta di sposarsi non sia improvvisata e dunque incida sull’uscita come una elaborazione e non come un mero istinto o una immaturità sentimentale.

Concludendo, dietro la storia di ogni ex prete è presente una graduale maturazione di difficoltà e malcontenti che lentamente, attraverso un percorso di elaborazione, sono diventate le ragioni che hanno portato a dare un significato di insoddisfazione della loro scelta ministeriale e da questo la decisione di lasciare il sacerdozio. I meccanismi di uscita non sono direttamente collegati alla scelta di contrarre matrimonio, spesso derivano da conflitti con l’istituzione o da un malcontento generale che gli intervistati provavano per ragioni di tipo personale, come l’insoddisfazione per i compiti svolti. La ricostruzione del sé avviene lentamente attraverso la consapevolezza che il ruolo da prete vestito in passato sarà una caratteristica incancellabile nonostante il nuovo lavoro, le relazioni e la famiglia.

Sarebbe interessante per il futuro proseguire la ricerca approfondendo la questione attraverso le compagne/i di vita degli ex preti, intervistando i figli, facendo una ricerca di tipo longitudinale che segua il percorso di uscita dal momento della crisi alla costruzione di un nucleo famigliare, in modo da osservare come i fatti vengono elaborati nelle diverse fasi della vita.

[1] In Italia, secondo una stima riportata nella rivista Jesus (agosto2006, p.9) gli ex preti sono circa ottomila, mentre secondo i dati forniti dal Vaticano, dal 1964 al 2004 a livello globale, 69.063 preti hanno lasciato il ministero (Salvini, 2007).

BIBLIOGRAFIA:

Bonica L., Cardano M. (a cura di) (2008), Punti di svolta. Analisi del mutamento biografico, Bologna, il Mulino.

Burgalassi S., (1968), Il dramma degli ex: una scelta illusoria?, in Joannes F. V. (a cura di), C’è un Domani per il Prete? Dio ha creato il sacerdote, il diavolo ha creato la casta, Arnoldo Mondadori Editore, Milano.

Burgalassi, S. (1970a), Gli ex-preti: fuga o profezia?, Editrice Queriniania, Brescia 226

Burgalassi, S. (1970b), Preti in crisi?Tendenze sociologiche del Clero italiano, Editrice Esperienze, Fossano. 226

Colagiovanni, E. (1971), Le defezioni dal ministero sacerdotale. Studio statistico-sociologico, Roma, Tipografia Poliglotta Vaticana.

Colagiovanni, E. (1973), Crisi vere e false nel ruolo del prete oggi. Uno studio sociologico a livello mondiale, Città Nuova Editrice, Roma.

Colagiovanni, E., (1992), Il procedimento di dispensa dagli oneri sacerdotali, in AA.VV., I procedimenti speciali del diritto canonico, Libreria Editrice vaticana- Lev, Città del Vaticano.

Giordan, G. (2007) (a cura di), “Vocation and Vocational «Crisis»: a study on Italian former priests”, Vocation and Social Context, Brill, Leiden.

Goffman, E. (1963), Stigma: l’identità negata, Laterza, Bari.

Salvini, G. (2007) II, “Preti che «abbandonano», preti che «ritornano», La Civiltà Cattolica, n. 158, pp. 148-155.

Salmon, P. (1985), Living in Time: A New Look at Personal Development, Dent, Londra

fonte: www.newsletterdisociologia.unito.it

In Italia i preti sposati dicono messa

Sono cattolici, ma i loro preti si possono sposare. Quattro anni fa in Italia avevano quattro comunità in due città. Oggi invece sono cresciuti con una ottantina di comunità in altrettante città: gli ucraini «uniati» sono la maggiore comunità cattolica di immigrati in Italia e l’unica diffusa tanto capillarmente su quasi tutto il territorio (le comunità di filippini infatti sono concentrate quasi esclusivamente a Roma e dintorni, e quelle di albanesi interessano pochi centri). Dei 160-180 mila ucraini in Italia, il 70-75 per cento sono cattolici, e il boom degli ultimi anni ha indotto nel 2001 a creare per loro un coordinatore nazionale. Il primo a ricoprire l’incarico è stato padre Vasyl Potochnyak, approdato in Italia nel 2000 per una licenza in liturgia interrotta prima della tesi. Padre Vasyl spiega che i cattolici ucraini vivono in Italia, ancorati al loro rito orientale in lingua ucraina che a volte è una attrattiva, a volte un elemento di distanza per gli italiani. E racconta una convivenza in cui ci sono anche problemi, come per esempio il fatto di non poter far predicare in Italia i preti sposati, su esplicita richiesta della Conferenza episcopale italiana. Ci sono oggi in Italia solo due preti sposati ucraini, che operano senza sbandierare il loro stato civile e un po’ mimetizzati: solo il vescovo è al corrente del loro matrimonio.

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