Donne cardinale, il sogno di Ratzinger “Voleva Madre Teresa con la porpora”

Dal classico saio bianco a strisce celesti alla tonaca rosso porpora. Madre Teresa di Calcutta cardinale in pectore di Santa Romana Chiesa. Sogno a lungo accarezzato dal cardinale Joseph Ratzinger, futuro Benedetto XVI, quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio. “Se dipendesse da me anche le donne dovrebbero accedere al cardinalato e la prima dovrebbe Madre Teresa, per quanto ha fatto per i più poveri con le sue Missionarie della Carità”, confidò Ratzinger a Franca Zambonini, firma storica del settimanale Famiglia Cristiana, durante la presentazione a Milano de La Matita di Dio, la biografia dedicata dalla giornalista alla religiosa insignita tra l’altro anche del Premio Nobel per la pace. L’incontro avvenne verso la metà degli anni Novanta, ricorda oggi Franca Zambonini, specificando che l’attuale Papa emerito a quel tempo “vedeva con grande favore il potenziamento del ruolo della donna nella Chiesa in ambiti più decisionali, e l’istituzione del cardinalato femminile, a partire da  Madre Teresa, poteva essere certamente un segnale importante di rinnovamento”.

Sappiamo tutti come è andata a finire: Madre Teresa morì nel 1997 e la Chiesa l’ha subito elevata agli onori degli altari col titolo di beata. E Ratzinger nel 2005 è succeduto a Giovanni Paolo II, per farsi da parte lo scorso 28 febbraio, sostituito da papa Francesco, il gesuita argentino Jorge Mario Bergoglio. Lo stesso Bergoglio che, tra le tante novità già introdotte nei suoi primi sei mesi di pontificato, ha fatto capire di essere sulla stessa  lunghezza d’onda in materia di donne nella Chiesa e cardinalato femminile col predecessore Benedetto XVI. Papa Francesco ne ha parlato, indirettamente, nella lunga intervista concessa al direttore della rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, al quale ha detto  –  tra l’altro – di essere intenzionato a dare più “peso e più responsabilità” alle donne nel governo della Chiesa. Prendendo a modello il ruolo che la Madonna svolse nel Cenacolo di Gerusalemme dopo l’ascesa al cielo di Gesù.

Nella prima comunità cristiana, ha ricordato Bergoglio nell’intervista a padre Spadaro, Maria era la guida morale e spirituale, superiore a tutti gli apostoli. Perché, si è chiesto il Pontefice, non riprendere quel modello permettendo alle donne  –  pur rispettando il no al sacerdozio femminile ribadito da Giovanni Paolo II  –  di accedere a posti di maggiore responsabilità? Implicito il riferimento al cardinalato nel ragionamento di Francesco, stando anche ad alcune indiscrezioni avanzate dal quotidiano spagnolo El Pais mai smentite dalle autorità vaticane. Una idea, comunque, ben radicata nella Compagnia di Gesù, dove il primo ad avanzarla esplicitamente fu nel 1994 monsignor Ernest Kombo, vescovo del Congo e gesuita come Bergoglio. Un altro autorevole gesuita, il cardinale Carlo Maria Martini, la rilanciò nel Sinodo dei vescovi del 1997 proponendo la reintroduzione delle diaconesse come era già avvenuto agli albori del cristianesimo, il primo indispensabile gradino per l’accesso al cardinalato. Ora la “pratica” è in mano al gesuita Bergoglio che, non è azzardato immaginarlo, potrebbe usufruire di una positiva spinta alla istituzione del cardinalato femminile proprio da Benedetto XVI, magari uniti dalla comune ammirazione per Madre Teresa di Calcutta, la prima donna cardinale in pectore.

di Orazio La Rocca – repubblica.it

Russia/ “Addestramento militare” per i preti. Come sotto lo zar

(TMNews) – Corsi di tattica bellica, di leggi e regolamenti militari, di storia dell’esercito. Per i preti ortodossi russi sono pronte le prime lezioni di addestramento militare, un programma di un mese che per ora sarà frequentato da un gruppo scelto di prelati, poi dovrà essere esteso a fasce più ampie. Come ai tempi dello zar.

La novità è stata annunciata oggi l’esercito russo, con un comunicato che non precisa quando cominceranno questi corsi. Ma l’idea, lanciata da Dmitri Medvedev nel 2009 (all’epoca era presidente) è di arrivare alla reintroduzione dei “preti militari” nelle forze armate russe, come era prassi nel dal 18esimo secolo, fino alla Rivoluzione d’Ottobre.

Negli ultimi anni il numero di prelati ortodossi che servono su base fissa nell’esercito è aumentato velocemente e al momento sono oltre ottanta. Il nuovo ministro della Difesa, Sergei Shoigu, ha impresso un’accelerazione, in sintonia con il sempre più stretto rapporto tra autorità russe e Patriarcato.

Prete alla guida travolge tre pedoni Muore una donna, tragedia a Santa Venerina

L’incidente è avvenuto nei pressi del cimitero del paese. Era da lì che tornavano madre e figli centrati dall’auto guidata da un sacerdote che non li avrebbe visti perchè abbagliato dal sole. Nulla da fare per la 84enne Venera Torrisi.

SANTA VENERINA. La tragedia si è consumata questa mattina. Quando, forse a causa del sole che ha abbagliato la sua vettura, un sacerdote ha finito col travolgere tre pedoni che stavano attraversando la strada che porta al cimitero di Santa Venerina da dove erano di ritorno. L’auto ha centrato ed ucciso una donna di 84 anni che si trovava in compagnia del figlio. L’impatto, purtroppo, non ha lasciato scampo all’anziana donna e nemmeno i soccorritori giunti sul posto hanno potuto salvargli la vita: la vittima è morta sul colpo. Il figlio della 84enne (un uomo di 42 anni) che, come detto, stava accompagnando la donna è rimasto anch’egli ferito riportando la frattura del femore e diversi politraumi. Si trova adesso ricoverato in ospedale ad Acireale. Piccole ferite rimediate anche per l’altra figlia 58enne ritrovatasi pure lei sulla traiettoria dell’auto.

Secondo la ricostruzione effettuata dai carabinieri, sarebbe stato il sole ad abbagliare d’improvviso il prete quarantenne, don Giovanni Cavallaro, in forte stato di shock per l’accaduto, che si trovava alla guida dell’auto e che all’altezza di una curva della strada non si sarebbe accorto delle tre persone che stavano attraversando la strada: in un tratto, a quanto sembra, dove non vi erano le strisce pedonali e dove l’auto stava procedendo a velocità ridotta. Gli investigatori hanno aperto un fascicolo per “omicidio colposo”: un atto dovuto, in attesa di far luce sull’accaduto. Il Comune di Santa Venerina ha annullato il Palio delle botti in programma proprio nella giornata di oggi.

livesicilia.it

Clamoroso in Vaticano. Il cardinale Angelo Bagnasco sarebbe pronto a lasciare l’incarico di presidente della Cei

L’ arcivescovo di Genova resterà tuttavia in carica per un anno in modo da rendere più morbida la transizione. Papa Francesco ritiene un’anomalia, quella italiana, in cui il presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) viene designato col suo vice dal Pontefice e non eletto dagli altri vescovi. Francesco desidera anche conferenze episcopali regionali affinché la Chiesa, più snella, sia maggiormente vicina ai fedeli. Ma lascia ai vescovi la decisione di avallare o meno la sua proposta. Il cardinale Bagnasco, in teoria, una volta approvato il nuovo statuto, potrebbe tornare ad essere eletto presidente della Cei.

Agli occhi del Conclave – secondo quanto riporta il Corriere della Sera – la crisi che ha portato alle dimissioni di Benedetto XVI è nata da conflitti “romani» nei quali le responsabilità si sono mescolate e confuse. La conseguenza sarà quella di riscrivere la geografia e le coordinate del potere ecclesiastico in Italia. Per gli episcopati mondiali, il ruolo controverso di Bertone non ha evitato di mettere in discussione anche il vertice della Cei, con il quale il “primo ministro” si era scontrato a lungo. Il loro sordo conflitto ha finito per appannare l’intero “partito italiano”, approdato al Conclave tanto numeroso quanto diviso e guardato con ostilità. Francesco ha ribadito che i rapporti con la politica italiana spettano alla Cei, chiudendo una lunga e logorante disputa con la Segreteria di Stato. Ma gli ultimi giorni avrebbero confermato anche la volontà del Papa di riformare in profondità la Conferenza guidata da Bagnasco.Nel documento approvato il 25 settembre non si trova traccia della possibilità di un passo indietro del vertice della Cei. L’unico riferimento, assai vago, è quello alla “piena e cordiale disponibilità” a fare proprie le indicazioni date da Bergoglio in alcuni colloqui avuti con Bagnasco: alcuni noti, altri rimasti segreti come quello del 21 settembre scorso. Sono state udienze non rituali, nelle quali, spiegano in Vaticano, l’agenda del capo dei vescovi italiani si è dovuta adattare a quella del Pontefice. Francesco ha fatto capire chiaramente che ha captato uno scontento diffuso; e che spetta agli stessi vescovi dire se qualcosa non va nel modo di lavorare dei vertici della Cei. Nel Consiglio finito il 25 settembre ci sarebbe stata una discussione sull’opportunità o meno di fare un riferimento esplicito all’offerta di dimissioni: sebbene il pontefice non le abbia chieste né voglia provocarle.

Anzi, a chi lo incontra Francesco assicura di non avere nessuna fretta: il suo unico obiettivo è che la Chiesa italiana cambi registro e cultura. Significa fermare un’elefantiasi che ha reso l’episcopato burocratico e autoreferenziale, malato in alcuni casi di carrierismo e incline a ostentare un’immagine di potere in contraddizione con la frugalità di Casa Santa Marta, la residenza papale in Vaticano.

affaritaliani

Cei, Papa accelera su elezione diretta del vertice. Bagnasco è di nuovo in bilico

Presto nulla sarà più come prima nella Conferenza episcopale italiana. Nei giorni scorsi il Papa ha incontrato il cardinale Angelo Bagnasco, capo dei vescovi, e con lui ha discusso di come cambiare nel profondo un organismo che poco corrisponde alle esigenze di maggiore essenzialità del nuovo pontificato. Per questo Bagnasco, insieme al Consiglio permanente riunito a Roma, ha aperto la strada a riforme al cui centro c’è il cambio dello statuto e dunque la possibilità di eleggere direttamente il presidente, fino a oggi nominato dal Papa. La svolta potrebbe avvenire anche prima della fine del mandato di Bagnasco (2017), il quale, nel caso, non potrebbe fare altro che dimettersi.

Ieri, intanto, Francesco ha lanciato un monito: basta “chiacchiere” in Vaticano. No al diavolo che semina “zizzania”. L’avvertimento di Bergoglio contro le “lingue” che vogliono creare una “una guerra civile” punta in realtà, secondo fonti interne, a fermare l’uso indiscriminato di dossier, costruiti spesso con notizie vere e a volte con materiale falso. E diretti, nel recente passato, a umiliare persone e distruggere carriere tanto di monsignori quanto di professionisti operanti nella Santa Sede. È così che può essere interpretata la sferzante dichiarazione fatta ieri dal Pontefice nella messa celebrata per la Gendarmeria vaticana. Una tirata che va accostata alla questione Vatileaks, il caso dei documenti segreti trafugati nell’appartamento di Benedetto XVI dal “corvo”, il suo maggiordomo, e finiti sui media. Non è la prima volta che Francesco affronta l’argomento, già toccato in privato con il suo predecessore il giorno in cui questi gli consegnò il voluminoso incartamento con il rapporto ultrasegreto di tre cardinali incaricati di lavorare oltre l’inchiesta legale; e poi ancora evidenziato nel viaggio di ritorno da Rio de Janeiro nel luglio scorso, quando il Pontefice argentino confermò ai giornalisti l’esistenza di una “lobby gay” interna alla vicenda.

Ieri mattina il Papa è nuovamente tornato sul tema, nella messa celebrata alla grotta di Lourdes dei Giardini Vaticani. E non a caso ha parlato del “diavolo” nella festa di San Michele Arcangelo, patrono dei gendarmi. “Nella rocca del Vaticano – ha esordito Bergoglio – il male ha un passaggio attraverso il quale s’insinua per spargere il suo veleno: è la chiacchiera, quella che porta l’uno a parlare male dell’altro e distruggere l’unità”.

Ha poi continuato Francesco rivolto ai gendarmi, alcuni dei quali novizi, presentati in settimana in Vaticano dal comandante del corpo, il generale Domenico Giani, protagonista di primo piano del caso Vatileaks. “Qualcuno di voi potrà dirmi: “Ma, padre, noi come c’entriamo qui col diavolo? Noi dobbiamo difendere la sicurezza di questo Stato, di questa città: che non ci siano i ladri, che non ci siano i delinquenti, che non vengano i nemici a prendere la città”. Ma, anche quello è vero, ma Napoleone non tornerà più, eh? Se ne è andato”. Da rilevare come nel libro di Gianluigi Nuzzi Sua Santità dedicato alle carte segrete di Joseph Ratzinger un capitolo intitolato Napoleone in Vaticano si concentrasse proprio sulla figura di Giani.

“Il Papa ci ha ringraziato per il servizio che svolgiamo – ha commentato ieri il capo della Gendarmeria – e ci ha chiesto di fare un servizio speciale: non solo la difesa dello Stato o della sua persona, ma la difesa del nostro ambiente dalla maldicenza, dal chiacchierio pernicioso. È un suggerimento interessante e originale”.

repubblica.it – di Marco Ansaldo e Paolo Rodari

Argentina. Prete Julio Cesar Grassi sconta 15 anni di prigione per abuso minore

BUENOS AIRES, ARGENTINA -Ha cominciato a scontare la sua pena il sacerdote Julio Cesar Grassi, condannato nel 2009 a 15 anni di prigione con l’accusa di aver abusato di un minore, sentenza confermata in questi giorni dal Tribunale Supremo di Buenos Aires. Grassi, che oggi ha 56 anni, venne denunciato anonimamente la prima volta nel 2000.

La giustizia lo aveva poi accusato di 17 casi di abuso sessuale, corruzione di minori e minacce contro tre ragazzi, fino ad arrivare alla condanna nel 2009. Il sacerdote si trovava in liberta vigilata fino a pochi giorni fa, quando un tribunale ha revocato la misura.

Nel manifestare ”dubbi” sulle responsabilità del sacerdote, il vescovato dal quale Grassi dipende ha in un comunicato reso noto di avergli comunque proibito ”l’esercizio del ministero sacerdotale” fino al chiarimento del caso, precisando di aver inviato in Vaticano ”un’inchiesta e un rapporto sul procedimento giudiziario e il comportamento di padre Grassi”.

Nel ribadire la sua innocenza, i legali del sacerdote hanno respinto l’incarceramento ordinato dal tribunale. ‘Non c’è alcuna ragione” per la quale non poteva rimanere in liberta’ vigilata, ha precisato uno degli avvocati, escludendo una possibile fuga di Grassi.

blizquotidiano.it

Un prete aquilano scrive a Papa Bergoglio “Il celibato non è dogma, concedici il matrimonio”

Caro direttore,
chieda al Papa a nome mio e di tanti altri preti, quando la Chiesa si sveglierà nell’approvare il celibato facoltativo dei sacerdoti! il Cardinale Martini aveva ragione a dire che la Chiesa è indietro di 200 anni. Apprezzo il celibato, ma la Bibbia, soprattutto le lettere pastorali di Paolo, ci fa capire che il celibato non va imposto. San Paolo attacca chi vieta il matrimonio definendolo falso profeta…. San Paolo scrive che i preti, vescovi e diaconi dovevano essere uomini di una sola moglie. Quindi sposati una sola volta. Rimasti vedovi, penso potevano risposarsi. Così mi insegnò pure un mio prof della facoltà teologica. La chiesa cattolica di rito bizantino e maronita permette ai seminaristi di sposarsi, ma devono decidere prima del diaconato. Abbiamo infatti preti bizantini e maroniti sposati! Caro Papa Francesco, ti voglio bene e mi commuovi perché parli col cuore libero…allora ti chiedo: perché la chiesa cattolica romana di rito latino non rivede la norma sul celibato obbligatorio? La trovo una norma stupida, anti biblica! Il celibato deve essere facoltativo.

Alcuni miei amici preti bravissimi sono stati costretti a lasciare il sacerdozio perché si sono innamorati seriamente di una donna. Ora hanno famiglia, figli e sanno cosa è il sacrificio e la gioia di guidare la famiglia piccola chiesa domestica. Sono preti che potrebbero benissimo essere reinseriti nella Chiesa vista la crisi grave di vocazioni. Preti omosessuali, che rispetto e stimo, possono invece continuare a fare i preti. Convivono pure col compagno e nessuno dice nulla. Se invece ti vedono con una donna, subito la gente bigotta e fissata inizia a pensare male quando invece non c’è nulla di male se c’è amore vero!! Siamo indietro di 200 anni…

Caro cardinal Martini dal Cielo, aiuta Papa Francesco insieme allo Spirito Santo a portare la Chiesa verso nuovi orizzonti. Basta liberarsi dai pensieri farisaici e ipocriti. Il bello è che Papa Giovanni Paolo II parlò bene del matrimonio dei preti quando approvò il codice di diritto canonico per le chiese orientali. Bellissimo il libro di Donald Cozzens “Verso un volto nuovo del sacerdozio” (Queriniana). Cozzens, prete psicologo americano, scrisse questo libro dopo gli scandali dei preti pedofili. Il vescovo don Tonino Bello, morto in concetto di santità, nel libricino intervista “Chiesa di parte”, scrisse che il celibato è un dazio e ciò non va bene. Profetizzò che in futuro uomini sposati sarebbero diventati preti! Don Tonino Bello vescovo ha la stessa tempra del Papa. Peccato che pure don Tonino è salito al Cielo, ma Dio sa come fare. Don Andrea Gallo, nel suo libro “Come un cane in Chiesa” ci aiuta a riflettere su temi che danno fastidio a certi uomini di Chiesa ultra moralisti e retrogradi.

Non voglio fare polemica, ma questa mia lettera vuole essere una critica rispettosa e costruttiva verso la Santa Sede. L’Abbe Pierre, nel suo libro “Mio Dio perché”, ci aiuta come don Gallo ad aprire gli occhi pure sulla castità repressa e bloccante. Ben venga la castità, ma ben vengano pure i rapporti sessuali fatti con amore vero e vita! Ci vuole equilibrio e ci vuole una morale più aperta se no la scienza teologica viene meno! Ben vengano i valori e i principi! Ma sono stufo di difendere una teologia morale obsoleta e fossilizzata.Credo nell’amore infinito di Dio. Dio ci ama e questo è il tempo della Misericordia Infinita di Dio. Poi sarà la Fine!

Cara Chiesa, ritorna alle origini e apri gli occhi!! Caro Papa Francesco, grazie per aver scelto mons. Parolin come nuovo segretario di Stato: ha già detto che il celibato non è un dogma! E bravo pure il cardinale Hummes, ex prefetto della Congregazione per il clero che fu messo a tacere perché pure lui disse che il celibato dei preti non È un dogma.

Caro Papa Francesco grazie per aver parlato delle lobby gay del Vaticano. Sei un Papa eccezionale e senza peli sulla lingua. Non sono arrabbiato con i gay, li rispetto e li accolgo come fratelli. Sono arrabbiato con gli ipocriti e li affido alla potenza rinnovatrice di amore dello Spirito Santo.

Caro Papa se mi vuoi contattare chiama il direttore del giornale, ma non punirmi. Anzi ti chiedo scusa se mi sono sfogato così apertamente. Prega per me caro Papa e se mi chiami non dirò di questa nostra mail perché ho paura di certi monsignori, vescovi e cardinali che sono indietro di 200 anni. Ma di te caro Papa non ho paura e ti voglio tanto bene. Prega per me perché sono un po’ in crisi, ma ho tanta voglia di amare, di evangelizzare, di celebrare con amore e gioia L’Eucarestia fonte e culmine della vita cristiana. Sono in crisi perché non esiste più una Fede matura. Poca gente frequenta i sacramenti con sincerità. Gli altri lo fanno solo per tradizione ma i loro cuori sono lontani da Dio. Ogni giorno nella mia parrocchia e altrove devo lottare contro i farisei ipocriti o contro un certo fanatismo deviante. I cristiani veri sono pochi. Pazienza, meglio pochi ma buoni.

Un sacerdote aquilano

fonte: Il Centro

Il sogno ininterrotto di una Chiesa collegiale

di Aldo Maria Valli

Il 7 ottobre del 1999 in Vaticano si tiene l’assemblea per l’Europa del Sinodo dei vescovi e quando il cardinale Carlo Maria Martini prende la parola il suo primo pensiero è per l’amico Basil Hume, morto il 17 giugno di quell’anno. Il monaco benedettino dal sorriso gentile, tifoso del Newcastle e autore di libri come Un cardinale che cammina al buio, se n’è andato all’età di 76 anni, ucciso da un tumore all’addome. Nel 1998, al compimento dei 75 anni, aveva chiesto a Giovanni Paolo II di poter tornare in convento ad Ampleforth per vivere gli ultimi anni nella preghiera e nella contemplazione, ma dal Vaticano era arrivato l’ordine di restare al suo posto, quello di arcivescovo di Westminster. Nelle assemblee sinodali, ricorda Martini, Hume incominciava i suoi interventi con le parole «I had a dream», «Ho fatto un sogno», e «anch’io – aggiunge l’arcivescovo di Milano – in questi giorni ho avuto un sogno, anzi parecchi sogni».

Ciò che Martini dice in quel giorno di ottobre nell’aula del Sinodo rappresenta una sintesi efficace del suo pensiero ed è un’indicazione per il futuro della Chiesa (testo integrale in Adista n. 73/99, ndr). A 72 anni, avvicinandosi a sua volta al limite dei 75 e guardando già a Gerusalemme, la città santa nella quale desidera fortemente trascorrere l’ultima parte della sua vita terrena, il cardinale tocca tre punti: l’ecclesiologia di comunione, ovvero la necessità, alla luce del Concilio Vaticano II, di un confronto tra i vescovi sulle questioni più pressanti per la vita della Chiesa, la centralità della comunità parrocchiale rispetto alla crescita dei movimenti ecclesiali, e infine il rapporto con la Sacra Scrittura.

È un discorso breve, com’è da abitudine al Sinodo, ma va analizzato con attenzione perché attraverso rapidi accenni Martini esprime ciò che veramente gli sta a cuore e lascia una consegna che oggi è diventata più che mai attuale.

Martini chiede per la Chiesa, in presenza di tante sensibilità diverse a seconda dei contesti culturali, la fine del centralismo e l’inizio di una nuova era all’insegna di un’autentica collegialità. Chiede, precisamente, che si proceda a un «confronto collegiale e autorevole fra tutti i vescovi su alcuni temi nodali» emersi dopo la fine del Concilio Vaticano II. Non è un sogno rivoluzionario: si tratta semplicemente di applicare la lezione conciliare. Eppure la proposta di Martini viene guardata per lo più con sospetto, tanto che il Vaticano si guarda bene dal diffondere il testo.

Il cardinale non si limita al metodo. Accenna infatti anche ai temi che dovrebbero essere al centro di un confronto ampio e sincero tra i pastori: la carenza di ministri ordinati, il ruolo della donna nella società e nella Chiesa, la disciplina del matrimonio, la visione cattolica della sessualità, la prassi penitenziale, i rapporti con le Chiese sorelle dell’ortodossia e più in generale il bisogno di ravvivare la speranza ecumenica, il rapporto tra democrazia e valori e tra leggi civili e legge morale. Sullo sfondo c’è una domanda: in che modo Gesù Cristo, vivente nella Chiesa, è oggi sorgente di speranza?

Per Martini la parrocchia mantiene un ruolo centrale. Si tratta di vedere in quale modo può continuare ad attualizzare, «col suo servizio profetico, sacerdotale e diaconale, quella presenza del Risorto nei nostri territori che i discepoli di Emmaus poterono sperimentare nella frazione del pane». Nel corso del Sinodo, rileva, si è sottolineato l’importante ruolo dei movimenti ecclesiali nel ridare un’anima spirituale alla società, «ma è necessario che i membri dei movimenti e delle nuove comunità si inseriscano vitalmente nella comunione della pastorale parrocchiale e diocesana, per mettere a disposizione di tutti i doni particolari ricevuti dal Signore e per sottoporli al vaglio dell’intero popolo di Dio». Infatti, «dove questo non avviene, ne soffre la vita intera della Chiesa, tanto quella delle comunità parrocchiali quanto quella degli stessi movimenti». Al contrario, quando invece «si realizza una efficace esperienza di comunione e di corresponsabilità la Chiesa si offre più facilmente come segno di speranza e proposta credibile alternativa alla disgregazione sociale ed etica da tanti qui lamentata».

Ora, anche se il linguaggio martiniano è diverso da quello bergogliano, è davvero difficile non scorgere una profonda affinità tra il “sogno” del cardinale e quanto papa Francesco sta predicando: la collegialità all’interno di una Chiesa povera, accogliente e misericordiosa, l’idea che la consultazione non sia da considerare un pericolo ma un’opportunità, la richiesta di uscire senza timore, la disponibilità al confronto con le trasformazioni sociali e culturali.Da Martini veniva una provocazione salutare e la prova sta nel fatto che, quasi quindici anni dopo, la Chiesa è stata costretta, in seguito a vicende drammatiche, a prendere atto della validità di quel “sogno”, del quale oggi si sta facendo interprete un altro gesuita.

È un passaggio, quello maturato con l’elezione di Francesco, che il cardinale Martini – morto un anno fa, il 31 agosto 2012 – non ha potuto vivere. Fosse stato in vita, ne avrebbe gioito, anche se sicuramente, con la sua signorilità, avrebbe evitato di rivendicare primogeniture. Di certo il suo testamento spirituale, con quell’accenno alla Chiesa che è indietro di duecento anni, ha fatto breccia nella maggioranza dei cardinali elettori. E siamo sicuri che ora il padre Carlo Maria sorride e continua nella sua preghiera di intercessione.

* Giornalista Rai e scrittore

in adista segni nuovi 32 2013

Se la Chiesa rischia di perdere le donne. Per una fede non sottomessa al modello patriarcale

Ha raccontato una volta la teologa Joan Chittister di una bambina di cinque anni che, dopo aver interrogato i genitori a proposito dell’assenza di donne prete nella sua parrocchia, e avere così appreso che «non ci sono sacerdoti donne nella nostra Chiesa», è rimasta un minuto in silenzio e poi ha chiesto: «E allora perché ci andiamo?». Così, stanche di essere trattate come cittadine di seconda classe, e insofferenti rispetto a qualunque riconoscimento che non sia di fatto accompagnato da cambiamenti strutturali, le donne alzano con sempre più forza la voce, senza paura neppure di muovere rilievi a papa Francesco e di andare in tal modo controcorrente rispetto al clima di entusiasmo che si respira attualmente nella Chiesa (v. Adista Notizie n. 29/13). Critiche rispetto all’auspicio espresso dal papa, durante il suo viaggio di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù, di «una vera e profonda teologia delle donne nella Chiesa», al di là dunque anche della sua chiusura rispetto al sacerdozio femminile, vengono per esempio espresse dalla teologa statunitense Katie Grimes, la quale, in un articolo apparso sul sito Womenintheology.org (21/8), del quale è una delle animatrici, evidenzia come il problema non venga dalla mancanza di una “teologia delle donne”, ma, esattamente al contrario, dal «fatto che tanti rappresentanti della Chiesa la considerino necessaria». «Invece di chiedere una “vera e profonda teologia delle donne” – sostiene infatti la teologa -, avrei preferito che il papa invocasse una critica più incisiva del sessismo, della misoginia e dell’androcentrismo. Invece di una teologia più profonda delle donne, avrei voluto che riconoscesse la necessità di più teologia fatta dalle donne».

E se Katie Grimes contesta la dottrina della complementarità sessuale (sostenuta anche da papa Francesco), che fonda il sacerdozio esclusivamente maschile sulla differenza tra i sessi, sottolineando così «nelle donne l’iconica rappresentazione di Maria e negli uomini la rappresentazione di Gesù», una critica puntuale all’immagine di Maria viene da un’altra teologa statunitense, la notissima religiosa benedettina suor Joan Chittister, la quale, in un articolo pubblicato sul numero del 30/8 del National Catholic Reporter, rivendica la figura di Maria come donna non condizionata da risposte maschili, dotata di «un senso elevato di responsabilità personale» e «assolutamente priva di dubbi riguardo al suo posto nella gerarchia della Chiesa».

Convinto che le religioni siano profondamente in debito nei confronti delle donne, «eterne dimenticate e grandi sconfitte», è anche il teologo spagnolo Juan José Tamayo, che, invitato lo scorso giugno dall’Associazione cattolica per il Diritto a decidere di El Salvador a tenere una conferenza in occasione dell’inaugurazione della Scuola di Teologia Femminista, ha evidenziato, da un lato, il peso enorme della violenza – fisica, psicologica, religiosa e simbolica – di cui le donne sono state e sono ancora oggi vittime e, dall’altro, il sorgere negli ultimi decenni di «un’autentica ribellione delle donne in campo religioso, tanto a livello personale che collettivo, tanto all’interno delle religioni che nella società». E ha concluso lanciando un allarme: se «nel XIX secolo le religioni hanno perso la classe operaia perché hanno scelto di stare dalla parte dei padroni sfruttatori» e se «nel XX secolo hanno perso i giovani e gli intellettuali a causa delle loro posizioni filosofiche e culturali integraliste», nel XXI secolo, andando avanti per questa strada, rischiano di perdere le donne, «che sono state finora le migliori e più fedeli seguaci». E, allora, «senza la classe lavoratrice, i giovani, gli intellettuali e le donne, le religioni arriveranno al capolinea. E non potranno dare la colpa del loro fallimento a nessuno, avendo loro stesse compiuto il loro harakiri».

(claudia fanti) – adista documenti 33 2013

Edifici ecclesiatici e tasse

Nell’annoso e confuso dibattito su Imu sì, Imu no, Imu forse, una sola cosa sembra assolutamente certa: gli immobili di proprietà ecclesiastica – e delle organizzazioni senza fini di lucro – continueranno ad essere esentati dal pagamento dell’imposta.

Il presidente del Consiglio Enrico Letta, presentando la nuova Service tax – la tassa che dovrebbe sostituire ed inglobare una serie di imposte locali, da quelle sulla casa (appunto l’Imu) a quelle sulla spazzatura (Tarsu) – è stato esplicito: «C’è tutto il tema dei locali legati alle attività non profit del Terzo settore (compresi quindi gli immobili di proprietà ecclesiastica, ndr) che sono stati pesantemente penalizzati dall’Imu», ha detto Letta nella conferenza stampa di presentazione della nuova tassa. «Nella Service tax vogliamo completamente alleggerirla, perché crediamo che questo passo sia importante».

La traduzione del lessico coperto, e ancora un po’ democristiano, del presidente del Consiglio è inequivocabile: esenzione totale. Si torna quindi alle origini, quando tutti gli immobili di proprietà degli enti ecclesiastici non pagavano una lira, perché all’epoca c’era ancora la lira.

La storia dell’esenzione Ici è infatti piuttosto lunga e travagliata. Venne introdotta fin da subito, nel 1992, con la nascita dell’imposta. Però a metà degli anni ‘90 il Comune dell’Aquila avviò un contenzioso con l’Istituto delle suore zelatrici del Sacro Cuore e gli intimò il pagamento dell’Ici per alcuni immobili usati come casa di cura per anziani e pensionato per studentesse universitarie. Ne scaturì una battaglia di ricorsi e contro-ricorsi fra le religiose e l’amministrazione comunale che, dopo una trafila legale durata quasi dieci anni, il Comune vinse: la Corte di Cassazione stabilì che l’attività delle suore non era né di culto né benefica – come prevedeva la legge – ma commerciale, perché le anziane e le studentesse pagavano l’ospitalità, quindi l’Ici andava versata.

A quel punto ci fu l’intervento risolutivo di Silvio Berlusconi (presidente del Consiglio) e Giulio Tremonti (ministro dell’Economia), al governo nel 2005, che modificarono la legge: erano esentati dall’Ici tutti gli immobili di proprietà ecclesiastica in cui si svolgevano anche attività commerciali purché «connesse a finalità di religione o di culto». Un condono tombale.

L’anno successivo, vinte le elezioni, Romano Prodi (presidente del Consiglio) e Pierluigi Bersani (ministro dello Sviluppo economico) corressero la rotta – anche perché l’Unione europea si stava interessando al caso sulla base di una denuncia presentata dai Radicali per improprio aiuto di Stato – giocando con gli avverbi: sono esentati dall’Ici gli immobili di proprietà ecclesiastica (e degli enti senza fini di lucro) destinati al culto e allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive purché «non abbiano esclusivamente natura commerciale». Il «non esclusivamente» sanò alcune situazioni limite, ma mantenne intatti i privilegi delle migliaia di conventi trasformati in alberghi – gli stessi ricordati da papa Bergoglio durante la sua visita al Centro Astalli di Roma lo scorso 10 settembre: «Carissimi religiosi e religiose, i conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati» –, case di riposo, cliniche e scuole private, tanto che lo stesso Bersani, l’inventore della formula avverbiale, ammise che la norma lasciava spazio ad una «casistica di confine», all’interno della quale era possibile ottenere l’esenzione dal pagamento.

Con la trasformazione dell’Ici in Imu, sembrava che l’esenzione potesse essere abolita: si sarebbero dovute delimitare le superfici in cui venivano svolte attività sociali e di culto distinguendole da quelle destinate ad attività commerciali, per esentare le prime e far pagare le seconde. Ma i tempi troppo stretti non lo hanno permesso e così l’esenzione è rimasta in vigore anche per il 2012. E sarebbe restata anche negli anni successivi perché, con il governo Monti ancora formalmente in carica benché le elezioni politiche si fossero svolte la settimana prima, la risoluzione n. 3/DF del 4 marzo 2013, firmata dal direttore generale delle Finanze, Fabrizia Lapecorella (nomen omen, avrebbero detto i romani), chiariva che per gli enti ecclesiastici e non profit la scadenza del 31 dicembre 2012 per adeguarsi alla nuova normativa che prevedeva la suddivisione degli spazi commerciali/non commerciali «non deve considerarsi perentoria», ma poteva essere assolta «entro il 31 dicembre del quinto anno». Cinque anni in più, quindi, per riscrivere i loro Atti costitutivi e i loro Statuti, passaggi obbligatori per godere dell’esenzione dal pagamento dell’Imu sulle porzioni degli edifici adibiti ad uno scopo non commerciale che così risultava di fatto garantita fino a tutto il 2017.

Poco dopo, il 28 aprile 2013, nasce il governo Letta-Alfano che prima sospende il pagamento dell’Imu e poi abolisce l’imposta inserendola nella nuova Service tax, da cui gli enti ecclesiastici e non profit, come ha detto il presidente del Consiglio, saranno esentati. A meno che i conti pubblici in agonia non costringano il governo a tornare sui suoi passi.

È impossibile quantificare con precisione il patrimonio immobiliare della Chiesa in Italia. Una parte è di proprietà vaticana – in particolare dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica) e di Propaganda Fide (ovvero la Congregazione vaticana per l’Evangelizzazione dei Popoli) –, quindi formalmente di uno Stato estero per cui i dati sono inaccessibili; il resto è disperso in una miriade di enti ecclesiastici (diocesi e arcidiocesi, istituti per il sostentamento del clero, istituti religiosi, capitoli, parrocchie, confraternite, pie società ecc.). Una stima esatta quindi è irrealizzabile. La valutazione più attendibile resta quella operata dal Gruppo Re, una società fondata nel 1984 e specializzata nella consulenza e nei servizi immobiliari, finanziari e gestionali agli organismi ecclesiastici: la Chiesa italiana sarebbe padrona del 20% del patrimonio immobiliare italiano. A parte le chiese e gli edifici di culto, si tratta di decine di migliaia di istituti religiosi, conventi, collegi, seminari, canoniche – spesso dismessi e convertiti ad altro uso, da alberghi a case di accoglienza – ma anche palazzi e appartamenti, spesso in zone di pregio, terreni e campi accumulati in 2000 anni di storia o acquisiti recentemente sotto forma di donazioni e lasciti. Tutti questi immobili di proprietà ecclesiastica (ma anche di altri enti catalogati come «senza fini di lucro») destinati «allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive» sono esenti dal pagamento delle tasse, prima Ici e ora Imu. L’Associazione nazionale dei Comuni italiani calcola che le mancate entrate dovute all’esenzione ammonterebbero ad una cifra fra i 400 e i 700 milioni di euro annui. (luca kocci)

adista notizie – 33 2013

TESTATE DI ISPIRAZIONE CRISTIANA: MENO F35, PIÙ LAVORO

Tante sono state sinora le iniziative, i dibattiti, le manifestazioni contro l’acquisto dei cacciabombardieri F35. Tanti coloro che, dentro il mondo laico come in quello cristiano, tra gli attivisti dei movimenti per la pace, ma anche tra gli esperti di difesa e strategia militare, hanno rilevato i costi sproporzionati che i governi italiani che si sono succeduti, in maniera trasversale – e sin dal 1998 – hanno deciso di accollare sulle spalle dei contribuenti, a fronte di benefici assai discutibili sia in termini occupazionali che di reale impatto strategico dei nuovi armamenti sui nostri sistemi di difesa. Tutti aspetti puntualmente rilevati anche dalla più importante campagna lanciata sul tema sin dal 2009, “Taglia le ali alle armi”, promossa da Rete Italiana per il Disarmo, Sbilanciamoci! e Tavola della Pace. La mobilitazione di questi anni ha ottenuto qualche significativo risultato. Se infatti il governo Letta è intenzionato ad andare avanti nel progetto, la Camera dei Deputati, a giugno, ha approvato una mozione che vincola l’esecutivo ad attendere, prima di procedere ad ulteriori acquisti, un tempo massimo di sei mesi, durante il quale le commissioni parlamentari competenti concluderanno un’istruttoria sull’efficacia e i costi di questo sistema d’arma.

Un periodo durante il quale, per il settimanale delle Chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi italiane Riforma, è importante mantenere alta la soglia di attenzione. Proseguendo il dibattito e la mobilitazione, anche e soprattutto in ambito cristiano. Per questo Riforma ha lanciato un appello ecumenico, cui hanno già aderito 15 testate di ispirazione cristiana, che intende specificamente rivolgersi a coloro che, in quanto credenti impegnati sul fronte della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato, hanno particolarmente a cuore il tema del disarmo. E continuano a credere che la pace non possa mai essere “armata”. La petizione chiede infatti che l’Italia receda dal progetto di acquisto dei 90 aerei da combattimento F35, destinando invece i miliardi per esso stanziati ad un grande piano per il lavoro. Coloro che avessero desiderio di impegnarsi a raccogliere firme, possono scaricare i moduli dal sito di Riforma: www.riforma.it/documents/Petizione_F35.pdf. Le firme raccolte andranno poi inviate a Riforma, via san Pio V 15, 10125 Torino. Di seguito il testo dell’appello. (valerio gigante)

OCCUPAZIONE, NON F35!

Petizione ecumenica
Come organi di informazione di ispirazione cristiana impegnati nel cammino della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato – con le prime adesioni di: Riforma (settimanale delle Chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi), Confronti (mensile di fede, politica, vita quotidiana), Adista (fatti, notizie, avvenimenti su mondo cattolico e realtà religiose), Mosaico di pace (rivista promossa dal movimento Pax Christi), Missione Oggi (rivista dei Missionari saveriani), Popoli (mensile internazionale dei gesuiti), Nigrizia (Notizie sull’Africa e sul mondo nero), Il dialogo (periodico di cultura, politica, dialogo interreligioso dell’Irpinia), Gioventù evangelica (rivista della Federazione giovanile evangelica italiana), Il Margine (mensile dell’associazione Oscar A. Romero), il foglio (mensile di alcuni cristiani torinesi), Coordinamento radio evangeliche in Italia (Crei), CEM Mondialità (rivista dell’interculturalità), Qol (rivista del dialogo ebraico-cristiano), Radio Beckwith evangelica, Narcomafie (mensile del gruppo Abele) – invitiamo ad aderire alla seguente petizione sugli F35:

«Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Matteo 5,9)

Noi, cristiani appartenenti a diverse tradizioni confessionali, constatata la determinazione del governo italiano di procedere all’acquisto di 90 cacciabombardieri progettati per trasportare anche bombe atomiche, esprimiamo il nostro sdegno per una scelta che va contro lo spirito dell’articolo 11 della Costituzione («l’Italia ripudia la guerra»). Una scelta, per noi credenti, in palese contraddizione con il comandamento «Non uccidere» e il messaggio di pace del vangelo di Cristo; uniamo la nostra voce a quella di tanti «operatori di pace», credenti e non credenti nel chiedere che i parlamentari (in particolare quelli di orientamento cristiano, cattolici e protestanti) e il governo italiano, onorando gli impegni presi durante la campagna elettorale, recedano dal Progetto F35; destinino i miliardi per esso stanziati ad un grande piano per il lavoro che restituisca un futuro alle giovani generazioni creando occupazione nei settori della scuola e della ricerca, della salvaguardia dell’ambiente, delle energie rinnovabili, della valorizzazione del patrimonio artistico del nostro Paese.

adista notizie 33 2013

“LA DONNA PER LA CHIESA È IMPRESCINDIBILE”

Non ho ancora letto commenti di donne allo scambio epistolare tra il giornalista Scalfari e papa Bergoglio sul quotidiano La Repubblica. Come mai? Comunque, mi ha colpito l’entusiasmo incondizionato che ha preso sia uomini “di fede”, sia uomini laici. Certo, il papa che porta il nome del frate assisano ha un’apertura pastorale che i suoi colleghi raramente hanno dimostrato, dopo il papa del Concilio Vaticano II.

Ma, come ha scritto il presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, Francesco papa è aperto al dialogo fraterno da una posizione privilegiata: lui si colloca nella “luce della fede”. Gli altri hanno soltanto il bene della ragione. E adesso è arrivata anche la lunga intervista di padre Antonio Spadaro per Civiltà Cattolica . Lunga, lunghissima e interessante anche perché la linea della preferenza della pastorale è evidente e incontrovertibile. Va bene il catechismo, dice in buona sostanza il papa, ma noi incontriamo delle persone che hanno bisogno di misericordia. Ecco: misericordia è una delle parole chiave di questo pontefice. Il confessionale “ non è una sala di tortura, ma il luogo della misericordia nel quale il Signore ci stimola a fare il meglio che possiamo.”

“Sogno una Chiesa Madre e Pastora. I ministri della Chiesa devono essere misericordiosi, farsi carico delle persone, accompagnandole come il buon samaritano…”.

Segue un esempio, per così dire, emblematico: “ Penso anche alla situazione di una donna che ha avuto alle spalle un matrimonio fallito nel quale ha pure abortito. Poi questa donna si è risposata e adesso è serena con cinque figli. L’aborto le pesa enormemente ed è sinceramente pentita. Vorrebbe andare avanti nella vita cristiana. Che cosa fa il confessore? Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto. Matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. “.

Non c’è dubbio che sta dando una mano ai preti che nelle parrocchie hanno applicato una pastorale di questo tipo. I preti tradizionalisti o fondamentalisti saranno molto irritati. Ma anche “salvati” perché la donna in questione dell’aborto deve pentirsi per ottenere misericordia.

L’intervistatore ha chiesto al papa di esprimersi anche sul ruolo della donna nella Chiesa. E’ interessante riportare per intero la risposta: “E’ necessario ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Temo la soluzione del ‘machismo in gonnella’, perché in realtà la donna ha una struttura differente dall’uomo. E invece i discorsi che sento sul ruolo della donna sono spesso ispirati proprio da una ideologia machista. Le donne stanno ponendo domande profonde che vanno affrontate. La Chiesa non può essere se stessa senza la donna e il suo ruolo. La donna per la Chiesa è imprescindibile. Maria, una donna, è più importante dei Vescovi. Dico questo perché non bisogna confondere la funzione con la dignità. Bisogna dunque approfondire meglio la figura della donna nella Chiesa Bisogna lavorare di più per fare una profonda teologia della donna. Solo compiendo questo passaggio si potrà riflettere meglio sulla funzione della donna all’interno della Chiesa. Il genio femminile è necessario nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti. La sfida oggi è proprio questa: riflettere sul posto specifico della donna anche proprio lì dove si esercita l’autorità nei vari ambiti della Chiesa.”. Un auspicio che però evita l’interrogarsi: come mai ancora siamo lì a ribadire che sarebbe necessario, ecc.?

Nessun accenno alla disciplina del celibato dei preti anche perché non gli è stata posta esplicitamente una domanda. O forse perché ha chiesto che non gli fosse posta? E sempre a proposito del ruolo della donna, non gli è stata posta la domanda sull’accesso al sacerdozio. Anche se ,implicitamente, il suo parere emerge quando dice che c’è un problema di dignità, piuttosto che di funzione. Non c’è dubbio che il papa argentino coltiva una dottrina tradizionale: donne e uomini sono complementari, in altre parole la legge di natura ha fissato i ruoli sessuali per sempre.

Si evince chiaramente nella lettera al Venerato Fratello Cardinale Angelo Bagnasco Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, in occasione della settimana Sociale, giunta al quarantasette imo appuntamento. Quest’anno il tema era “La famiglia, speranza e futuro per la società italiana”.

Scrive il papa che nella famiglia “riconosciamo un bene per tutti, la prima società naturale, come recepito anche nella Costituzione della Repubblica italiana. Infine vogliamo affermare che la famiglia così intesa rimane primo e principale soggetto costruttore della società e di un’economia a misura d’uomo, e come tale merita di essere fattivamente sostenuta.”. Nessun accenno alla violenza contro le donne nell’ambito domestico; anzi, le parole spese sembrano volutamente generiche “Non possiamo ignorare la sofferenza di tante famiglie, dovuta alla mancanza del lavoro, al problema della casa, all’impossibilità pratica di attuare liberamente le proprie scelte educative; la sofferenza dovuta anche ai conflitti interni alle famiglie stesse, ai fallimenti dell’esperienza coniugale e familiare, alla violenza che purtroppo si annida e fa danni anche all’interno delle nostre case.”

Certamente questo papa inaugura uno stile più moderno, privo di orpelli sacrali e baroccheggianti come nel passato anche recente. E interessante è il colloquiale racconto della sua giovanile esperienza di superiore dei gesuiti in Argentina. Era giovane, aveva 36 anni e forse per quello assunse un atteggiamento autoritario nel prendere le decisioni .”ecco –aggiunge- no, non sono stato come la Beata Imelda, ma non sono mai stato di destra. E’ stato il mio modo autoritario di prendere le decisioni a creare problemi”.

L’esempio tratto dalla sua vita, gli serve chiaramente per dire che preferirà la collegialità.

E’ un papa che nomina anche la pedagogia , la “pedagogia di governo “ attuata poi da vescovo di Buenos Aires. La pedagogia raccontata anche a proposito di quanto esercitò il ruolo di insegnante di Letteratura e i giovani allievi non amavano molto gli scrittori previsti dal programma. Il prof. Bergoglio allora li invitò a leggere a casa quegli autori, mentre in classe affrontava quelli che a loro piacevano di più. Alla fine il programma risultava svolto e il rapporto con gli studenti salvo e proficuo.

Un papa che favorisce la pedagogia della pastorale , forse renderà più difficile l’ingerenza episcopale italiana nella politica e le strumentalizzazioni dei partiti in nome dei valori irrinunciabili. Anche se vincola i cattolici a considerare la famiglia soltanto come formata da un uomo e una donna…complementari. Ruoli complementari, nella salda tradizione italica, significa ancora sottomissione della donna o ruolo marginale nel pubblico, dominante tra le mura domestiche.

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”Sordi invisibili anche nella Chiesa”. In Italia meno di 20 celebrazioni in Lis

“Segnare” la messa per i sordi si può. Anche in un’assemblea di circa 10 mila pellegrini. Lo ha fatto ieri sera, in una gremita cripta San Pio X – sottostante il santuario di Lourdes – padre Savino Castiglione, della Piccola missione per i sordomuti, venuto in pellegrinaggio con un gruppo di 15 sordi per lo più romani, a cui si sono aggregati due calabresi e un toscano. Insieme a loro, anche due seminaristi nigeriani della congregazione, di cui padre Savino – campano di origine, trapiantato a Firenze – è vicario generale.

“Purtroppo non abbiamo vocazioni in Italia, ma nelle Filippine, in Brasile e in Congo, dove stiamo aprendo una comunità”, racconta il sacerdote, che ha altri 26 confratelli sparsi nel mondo. “L’apostolato per i sordi è molto particolare: bisogna esserne appassionati”. Ma padre Savino osserva una scarsa attenzione da parte delle diocesi verso queste persone con una disabilità sensoriale: “L’apostolato al sordo non si capisce e non si vede. I sordi non vanno a messa per colpa nostra: in Italia sono meno di 20 le celebrazioni segnate ogni domenica, cioè tradotte in lingua dei segni. Ma in tutto il Paese solo cinque preti si dedicano a tempo pieno a questa missione”. La sordità, prosegue padre Castiglione, “è un handicap invisibile: non fa tenerezza. A detta dei sordociechi, la sordità li fa soffrire di più della cecità, perché li separa dalle persone, mentre il non vedere li separa dalle cose. Ma mentre il cieco in casa si orienta con il tatto, il sordo non riesce a comunicare e a entrare in relazione”.

Padre Savino ha fatto scoprire anche all’Unitalsi il mondo dei sordi: “Grazie alla loro sensibilità e disponibilità, ho guidato un corso di formazione in lingua dei segni proprio qui a Lourdes, destinato ai ragazzi del servizio civile perché imparassero a comunicare con i non udenti. Analoghi corsi li abbiamo organizzati con i volontari, in alcune sezioni locali. Abbiamo portato in pellegrinaggio anche un gruppo di 140 sordi, compresi diversi sordociechi. I sordi vanno dove sono accolti”. Dalla chiusura delle scuole speciali, dove le congregazioni religiose si prendevano cura anche della loro formazione spirituale, “c’è stato un vuoto non colmato dalle parrocchie e dalle diocesi: un lasso di tempo in cui la Chiesa è stata assente, purtroppo riempito dalle sette come i testimoni di Geova, oppure da chiese battiste, movimenti carismatici”. (lab)

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Parlare Civile presentato alla Camera. “Non censura, ma recupero del potere della parola”

Boldrini: “Strumento a tutela dei soggetti deboli che soccombono all’uso improprio delle parole”. Don Vinicio Albanesi: “Con ogni parola sbagliata si torna indietro”. Meli (Carta di Roma): “Libro che sfida a colmare il divario con gli altri paesi”

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ROMA – “Parlare civile” è necessario “tutti i giorni, quando i soggetti deboli soccombono all’uso improprio delle parole, dai disabili, ai migranti, alle donne vittime di violenza”: Con queste parole la Presidente della Camera Laura Boldrini ha presentato oggi alla Camera dei Deputati il libro “Parlare Civile – Comunicare senza discriminare”, curato da Redattore Sociale in collaborazione con l’associazione Parsec (Bruno Mondadori, aprile 2013) e il sostegno di Open Society Foundations. Si tratta del primo libro in Italia dedicato ai principali temi a rischio di discriminazione e al linguaggio per parlarne. Un mini-dizionario di 25 parole chiave, a cui se ne legano quasi 350: da “Disabilità”, a “Genere e orientamento sessuale”, da “Immigrazione”, a “Povertà ed emarginazione”, “Prostituzione e tratta”, “Religioni”, “Rom e Sinti”, “Salute mentale”.

Anna Meli, Coordinatrice dell’associazione Carta di Roma che è intervenuta alla presentazione, ha sottolineato come i meriti del libro siano quelli di “recuperare la memoria della parola, analizzarla e andare alla sua origine” e di “non avere intenti censori o di predica, ma di servizio” alla professione giornalistica. Per la Meli il libro rappresenta anche una “sfida a colmare il divario con gli altri paesi europei, in termini di dibattito su questi temi”. “Non si tratta né di buonismo né di politically correct ma di un modo per riappropriarci del lavoro giornalistico con responsabilità e correttezza”, ha concluso.

Domenico Iannacone, autore del programma di Rai Tre “I Dieci Comandamenti”, che ha descritto come un “nuovo modello televisivo che utilizza anche il silenzio”, ha affermato l’importanza della libertà di raccontare recuperando il senso delle parole, “che dovrebbero illuminare ma invece sono usate per occultare”. “Parole come ‘clandestino’ – ha detto Iannacone – sono termini che nascondono e creano prigioni sociali”. “Per questo, ha affermato, bisogna recuperare il senso parola, oggi perso dai media”.

E’ quindi intervenuto Don Vinicio Albanesi che ha spiegato come il libro “Parlare Civile” affronta , attraverso il linguaggio, il tema di “come i ricchi trattano i poveri”: “Chiamiamo ‘badante’ e ‘straniera’ la donna che assiste i nostri nonni, mentre una ragazza alla pari, viene chiamata con il suo nome”, ha evidenziato. Allo stesso modo, “la ragazza di strada viene chiamata in modo diverso dalla escort“. Si tratta, per Albanesi, di “quello che Focault chiamava stigma”. “Anni fa il disabile veniva definito ‘mongoloide’, ‘spastico’, ‘infelice’, ‘innocente'”. Per il Presidente della Comunità di Capodarco, l’utilizzo corretto della parola, obiettivo di questo libro, significa “non regredire dalla civiltà che ci accompagna da 3000 anni”: “Con ogni parola sbagliata si torna indietro”.

La presidente della Camera Laura Boldrini ha concluso la presentazione del volume, ricordando come una delle principali battaglie che ha condotto nelle organizzazioni internazionali sia stata quella del linguaggio, “che non è neutro, ma influenza fortemente”. Boldrini ha sottolineato come sia “miope liquidare lo sforzo per un’informazione responsabile come buonismo e politically correct“, perché è un atteggiamento che “non considera il grande impatto sull’opinione pubblica nella comunicazione dei fenomeni”. La Presidente delle Camera ha poi parlato di come in altri Paesi, come l’Inghilterra, il dibattito sul linguaggio giornalistico si più ampio, e riguardi la garanzia “che tutti i gruppi siano rappresentati nel mondo dell’informazione”.

Boldrini ha poi voluto citare l’episodio che ha dato vita alla Carta di Roma, ovvero lo strumento per aiutare i giornalisti ai fini di una comunicazione più corretta, anche giuridicamente: “Un quotidiano nazionale, in buona fede aveva intervistato tre rifugiati eritrei, pubblicandone fotografie e nomi”. Dal sequestro parenti con la richiesta di un compenso altissimo che era seguito alla pubblicazione del servizio, e dalla volontà di reagire del giornalista che lo aveva pubblicato, Boldrini ha raccontato che è nata l’idea di fornire agli operatori dell’informazione uno strumento nuovo.

Per Boldrini, il volume “Parlare Civile” va nella stessa direzione della Carta di Roma ed è un “lavoro prezioso per fare sì che il linguaggio non sia vittima di pregiudizio”, “che sarà importante veicolare attraverso il web”, cosa che – ha poi assicurato il Direttore di Redattore Sociale Stefano Trasatti – avverrà a settembre, quando il libro si trasformerà in sito.
“Le parole fanno più male delle botte, ha continuato Boldrini, per questo è importante “educare i giovani all’utilizzo delle parole”. “Ma bisogna iniziare dagli adulti”. “Parlare civile” è necessario “tutti i giorni, quando i soggetti deboli soccombono all’uso improprio delle parole, dai disabili, ai migranti, alle donne vittime di violenza”: “Si tratta di coloro per cui mi batto ogni giorno, e per questo sarò al vostro fianco, con l’obiettivo comune di un’informazione responsabile”, ha concluso. (lj)

fonte: http://www.giornalisti.redattoresociale.it/2013/6/11/parlare-civile-presentato-alla-camera.aspx

L’orgoglio e i pregiudizi: 4 seminari su giornalismo e persone Lgbt

Promossi dall’Unar e organizzati da Redattore Sociale si svolgeranno in ottobre a Milano, Roma, Napoli e Palermo. Rientrano nella strategia nazionale contro le discriminazioni basate su genere e orientamento sessuale

“Ogni volta che i riflettori della cronaca si accendono su ‘ambienti gay’ torbidi e devianti, o l’omosessualità di qualcuno è usata come un’arma di dileggio, ogni volta che transessualità diviene sinonimo di prostituzione e l’orgoglio è trasformato in ‘esibizionismo’, i media italiani allontanano di un passo la conoscenza delle persone LGBT, delle loro lotte, delle loro vite, dei loro diritti”.

È l’incipit di “L’orgoglio e i pregiudizi”, la nuova serie di quattro quattro seminari di formazione per giornalisti e operatori della comunicazione che Redattore Socialeorganizza su incarico dell’Unar (l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali del Dipartimento Pari opportunità). Si svolgeranno tutti in ottobre 2013 – il 15 a Milano, il16 a Roma, il 18 a Napoli, il 22 a Palermo – e saranno il primo atto di un progetto di sensibilizzazione dei media realizzato nell’ambito della “Strategia nazionale 2013-2015 per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, voluta dal Consiglio d’Europa (su raccomandazione CM/Rec del 2010).

Talvolta, dicono gli organizzatori, una cattiva rappresentazione delle persone LGBT avviene per imbarazzo, talaltra per incompetenza. In molti casi, appunto “per pregiudizio, più o meno consapevole”. E’ così che i mezzi di informazione possono rendersi complici di una cultura omofobica che esclude e discrimina queste persone. “Omofobia, lesbofobia, transfobia – si legge ancora nell’introduzione – sono forme di avversione irrazionali, ‘analoghe al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e al sessismo’, secondo la definizione del Parlamento Europeo. Possono esprimersi attraverso discorsi intrisi d’odio e istigazione alla discriminazione, ma anche con l’occultamento e la cancellazione delle identità sessuali e di genere che si discostano da una presunta ‘norma’ eterosessuale”.

Le azioni previste dalla “Strategia”, che interesseranno vari altri ambiti come scuola, lavoro, carcere ecc., sono da anni portate avanti da varie organizzazioni della società civile, tra cui un gruppo nazionale di lavoro di 29 associazioni periodicamente riunite presso l’Unar, tutte volte a anche promuovere da anni un cambiamento che parta dalla cultura e dal linguaggio.

I seminari, a partecipazione gratuita ma con iscrizione obbligatoria, si svolgeranno dalle 9 alle 14. Hanno il patrocinio dell’Ordine nazionale dei giornalisti (e degli ordini regionali competenti) e della Federazione nazionale della stampa italiana, e sono finanziati con fondi del Consiglio d’Europa. Nelle quattro città sono organizzati in collaborazione con le rispettive amministrazioni comunali. I programmi saranno diffusi entro pochi giorni, è intanto possibile iscriversi a partire da questo link.

Il progetto dell’Unar con Redattore Sociale si svilupperà entro il 31 dicembre 2013 con altre due attività: un modulo di formazione di due ore da svolgere nelle scuole di giornalismo italiane riconosciute dall’Ordine. Una pubblicazione con le Linee guida a una trattazione corretta sui media delle tematiche riguardanti le persone LGBT. Il testo sarà presentato in anteprima al prossimo seminario nazionale di formazione di Redattore Sociale – XX edizione – in programma alla Comunità di Capodarco dal 29 novembre all’1 dicembre.

Per informazioni: tel. 0734 681001, giornalisti@redattoresociale.it,www.giornalisti.redattoresociale.it.

Sacerdoti sposati. Celibato: si rischia la lacerazione in Vaticano. Cardinale Madrid dice no, ancora chiusure

Il celibato dei preti – Ma è sul celibato dei preti che si rischia la lacerazione. Tutto è partito dall’intervista concessa dal neo segretario di Stato, Pietro Parolin, a un quotidiano venezuelano. Il diplomatico vaticanoha infatti dettoche la questione può essere discussa, in quanto il celibato dei preti non è un dogma bensì una «tradizione ecclesiastica». Dichiarazioni che riprendevano quelle dell’ex prefetto per il Clero, il brasiliano Claudio Hummes (molto vicino a Francesco), che qualche anno fa parlò esplicitamente di «riflessione necessaria su questa forma disciplinare». Sul tema si era espresso anche Joseph Ratzinger, ben prima di essere eletto Pontefice: «La volontà di optare soltanto per uno solo dei due termini, celibato e sacerdozio, non implica già una minore considerazione del sacerdozio?»,si domandòl’allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio. Qualche giorno fa, poi, sentito dalla Stampa, il cardinale Velasio De Paolis ricordava che «il celibato è un carisma ritenuto fin dai primi secoli adatto e conveniente al sacerdozio». Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’attuale prefetto del Clero (e successore di Hummes), Mauro Piacenza.

Il no di Varela – Un no chiaro alla possibilità di rivedere la prassi è stato espresso ieri anche dal presidente della conferenza episcopale spagnola, il cardinale Antonio Maria Rouco Varela, arcivescovo di Madrid: «Il celibato non deve essere tema oggetto di revisione, come già hanno chiarito l’insegnamento dei papi e i sinodi».

 

tratto da italiaoggi.it

Preti sposati, perché no? Cardinale tedesco immagina questa novità nella Chiesa cattolica romana

In un’intervista realizzata un paio di mesi fa ma pubblicata solo oggi dalla rivista regionale ‘Mainz’, il porporato ha detto di potersi immaginare preti sposati. L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha commentato: “Un altro gerarca vaticano si esprime a favore dei preti sposati. Papa Francesco dovrà presto affrontare il problema…”.

Preti sposati, perché no? Il cardinale tedesco Karl Lehmann ha detto di potersi immaginare questa novità nella Chiesa cattolica romana.
Il celibato obbligatorio, ha detto Lehmann, ex presidente della conferenza episcopale tedesca e a lungo capofila dei cattolici progressisti tedeschi, è divenuto più difficile “anche perché viene sempre meno capita e manca il riconoscimento dall’esterno” della società. Lehmann, 77 anni, ha partecipato al Conclave che ha eletto Papa Bergoglio.

fonte: TMNews

Chiesa/ Card. Karl Lehmann: preti sposati possibili in futuro

Città del Vaticano, 18 set. (TMNews) – Preti sposati, perché no? Il cardinale tedesco Karl Lehmann ha detto di potersi immaginare questa novità nella Chiesa cattolica romana.

In un’intervista realizzata un paio di mesi fa ma pubblicata solo oggi dalla rivista regionale ‘Mainz’, il porporato ha detto di potersi immaginare che alcuni diaconi sposati tra alcuni anni “ricevano l’ordinaziona sacerdotale”. Il celibato obbligatorio, ha detto Lehmann, ex presidente della conferenza episcopale tedesca e a lungo capofila dei cattolici progressisti tedeschi, è divenuto più difficile “anche perché viene sempre meno capita e manca il riconoscimento dall’esterno” della società. Lehmann, 77 anni, ha partecipato al Conclave che ha eletto Papa Bergoglio.

Dibattito sacerdoti sposati…

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, riguardo al celibato dei preti, cita un passo di san Paolo: «Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come piacere al Signore; lo sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso. Così la donna non maritata e la vergine si danno pensiero delle cose del Signore». Ora, a prescindere dal fatto che specialmente in tema di sessualità non sempre san Paolo può essere preso sul serio, la differenza tra la Chiesa Cattolica e l’ebreo di Tarso è che la prima “impone”, ed il secondo dà consigli e non ordini. La rinuncia al matrimonio, per un sacerdote, dovrebbe essere una conseguenza della propria scelta, e non una condizione indispensabile per l’ordinazione. Inoltre, non è importante il tempo che si dedica a Dio, ma l’intensità dell’amore verso Dio. Un sacerdote potrebbe benissimo “donarsi totalmente” al Signore, dedicandosi anche alle sue creature (sposa, figli, prossimo bisognoso). Non ci sarebbe “divisione” alcuna, poiché l’amore verso Dio, e l’amore verso le sue creature sono una sola cosa. L’importante è che tale amore sia autentico.

Ad ogni modo, c’è un problema che non viene considerato dalla Chiesa. L’evirazione, proibita espressamente nell’Antico Testamento, era intesa ovviamente da Gesù nel senso spirituale, come rinuncia perpetua al matrimonio; ma la rinuncia al matrimonio significa forse rinuncia alla sessualità? Ed è sempre vero che il celibe, e la vergine, rinunciando al matrimonio, possono pensare unicamente alle cose del Signore? Il comportamento non solo di molti preti, ma anche di santi famosi, dimostra il contrario. Un fiume, se non ha la possibilità di scorrere naturalmente nel proprio letto, straripa, e cerca altre vie. San Francesco passò una nottata a far pupazzi di neve… Santa Caterina da Siena era ossessionata da visioni lascive. Santa Gemma Galgani, l’ultima grande mistica italiana, per tutta la vita fu tormentata da quelle che lei chiamava le “orribili tentazioni”.

Non del tutto aveva ragione san Paolo, dunque, e non del tutto ha ragione la Chiesa quando afferma: «Chiamati a consacrarsi con cuore indiviso al Signore e alle sue cose, essi [i ministri] si donano interamente a Dio e agli uomini». Essi, in realtà, anziché pensare soltanto alle cose del Signore, sono spesso costretti a pensare a cose assai meno spirituali. Altro che cuore indiviso!

Renato Pierri

http://www.reset-italia.net

«C’è un complotto contro Papa Francesco»

Il teologo austriaco Paul Zulehner spera che Papa Francesco vada avanti e continui a impegnarsi nella sua opera di riforma della chiesa, ma è preoccupato per le reazioni dei piani pià alti del clero e dei conservatori. Giovedì infatti, durante la trasmissione televisiva “Vorarlberg Heute” andata in onda su “ORF”, Zuhlener ha detto di aver sentito delle indiscrezioni riguardanti un complotto mortale ai danni del pontefice. La notizia è stata riportata daKrone.

LA CARENZA DI SACERDOTI – «Alcune persone temono che quanto vuole fare il papa sia troppo per i conservatori e che alcune persone stiano tramando  per ucciderlo. Girano queste voci», ha detto Zulehner. In molte comunità, domenica scorsa non poteva più essere celebrata l’eucarestia, infatti vi sarebbe una forte penuria di sacerdoti, soprattutto in Sud America. Molti credenti infatti hanno abbandonato il cattolicesimo per il movimento pentecostale. Per quanto riguarda la carenza di sacerdoti, Zulehner ha detto che la situazione sta diventando sempre più precaria.

LA NECESSITÀ  DEL CELIBATO – «Il fatto di concedere il celibato ai sacerdoti è una necesstità pastorale, non una deriva liberale» , tuona Zulehner, che aggiunge: «I fedeli hanno il diritto di celebrare l’Eucarestia, se questo diritto non viene concesso, la chiesa si deve ritenere colpevole nei confronti dei credenti». Per questo motivo varrebe la pena considerare il fatto di permettere ai sacerdoti di sposarsi. Zulehner si è detto ottimista riguardo al fatto che la questione possa essere portata avanti. «Papa Francesco non porterà avanti da solo questa battaglia, ma si consulterà con i corpi ecclesiastici», ha detto il teologo.

giornalettismo.com

Il teologo Zulehner: “Papa Francesco è in pericolo. C’è un complotto per ucciderlo”

Papa Francesco è in pericolo,  alcune persone tramano e complottano per ucciderlo”. Paul Zulehner, teologo austriaco, in un’intervista durante la trasmissione televisiva austriaca Vorarlberg Heute sulla rete ORF ha detto di aver sentito voci, di sapere che qualcuno, nell’ombra, sta tramando per uccidere Papa Francesco: “Alcune persone temono che quanto vuole fare il papa sia troppo per i conservatori e che alcune persone stiano tramando  per ucciderlo. Girano queste voci.”

E ancora: “Il fatto di concedere il celibato ai sacerdoti è una necessità pastorale, non una deriva liberale. I fedeli hanno il diritto di celebrare l’Eucarestia, se questo diritto non viene concesso, la chiesa si deve ritenere colpevole nei confronti dei credenti. Papa Francesco non porterà avanti da solo questa battaglia, ma si consulterà con i corpi ecclesiastici”

blizquotidiano

Matrimonio per i preti? Padre Reider aspetta ancora la ‘riforma’

Per amore di una donna abbandona il saio e per vivere un’autentica vocazione. Georg Reider per 33 anni ha portato il saio francescano e per 26 è stato sacerdote. Per lungo tempo ha guidato i discepoli di San Francesco in Alto Adige, poi l’incontro con quella donna di Dresda, pure lei votata alla religione. Non come fedele di Papa Francesco, ma seguace di Martin Lutero. Stephanie è, infatti, una teologa protestante. Fra loro due la scintilla dell’amore è tardiva: lui ha 58 anni, lei la stessa età. Reider confessa che non è stato semplice e quella fiamma ha travolto la sua vita.

Era ancora sacerdote al convento francescano di Caldaro in Alto Adige quando è scoppiato l’amore per quella donna. Lì, con i suoi collaboratori, psicologici, psicoterapeuti e consulenti, si era dedicato ad aiutare giovani, ragazzi e chi vive crisi e difficoltà. In Alto Adige il disagio giovanile ha punte da primato: molta ricchezza ma anche fragilità personali. Un mix di malessere composto da violenze, abuso di alcool e scontri fra diversi gruppi etnici. Dentro questa condizione ha svolto la sua attività pastorale il sacerdote Georg Reider. Ma l’amore arriva improvviso ed è più forte del saio.

Dopo i primi momenti di disorientamento, Georg cede. E arriva la scelta: “Non mi pareva giusto nascondere la nostra relazione. Non so se ci sposeremo, ma è una relazione preziosa, alla quale non posso e non voglio rinunciare. Per la mia anima sarebbe stato indegno celare agli altri la mia relazione. Non sarebbe onesto né nei confronti degli interessati, né nei confronti della mia testimonianza di fede’”. Perché la sua relazione sia alla luce del sole, è costretto a lasciare la Chiesa di Roma e si converte ai luterani. “Purtroppo, non è possibile nella Chiesa cattolica, vivere un rapporto apertamente e esercitare contemporaneamente il ministero sacerdotale”.

Georg Reider non si è mai chiuso in convento. “Per carattere mi è sempre piaciuto percorrere vie nuove, di apertura, di sviluppo, nella direzione di una chiesa viva, nello spirito di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II. Così speravo, specialmente nell’ultimo decennio, che arrivassero almeno cenni di riforma”, riflette a voce alta il religioso. Il suo moto al rinnovamento indica precise riforme: “Sono almeno quattro. In primo luogo l’obbligo del celibato per i preti: è una scelta personale, non dovrebbe essere legata al sacerdozio. Ognuno dovrebbe essere libero di legare alla vocazione sacerdotale la vita coniugale o quella celibe. In secondo luogo, il ruolo della donna nella chiesa. Se la chiesa lo permettesse, le donne potrebbero apportare grandi contributi anche a livello sacramentale e ministeriale, come nella società civile. Gesù ai suoi tempi aprì alle donne, in una società molto rigida e chiusa nei loro confronti. Terzo, la marginalizzazione dei separati e dei divorziati e, infine, la questione della democrazia nella Chiesa e apertura verso gli ultimi, cioè tornare alle origini. La chiesa dovrebbe agire maggiormente secondo il consenso e la compartecipazione, piuttosto che vincolata a principi gerarchici”.

Il suo curriculum sacerdotale fra i cattolici, fino ad allora, è di primo piano. Docente di didattica della religione e spiritualità e all’attivo molte pubblicazioni su questi temi.

La scelta di lasciare il saio non è indolore e ci impiega un anno e mezzo per decidere. “Ho sofferto e lottato con me stesso”, confessa. Arrivano anche i contraccolpi, i Francescani gli dicono di lasciare le stanze che occupa da 17 anni al convento con il Centro Tau di aiuto ai giovani e adulti. “Sarebbe stato molto bello se avessi potuto continuare e un segno di apertura ecumenica”. Nel nuovo centro vicino Bolzano, durante gli incontri, c’è un affollamento incredibile. Si parla anche di religione, ma “non intendiamo riferirci ad una confessione, ma al sentimento religioso che guida in modo sotterraneo il rapporto con noi stessi e con gli altri”. Presso il suo centro si tengono corsi per Counselor, i nuovi pastori spirituali. In mancanza di preti, ora c’è il consulente psicologico che cura anche l’anima.

di Paolo Tessadri

fonte:  http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/16/matrimonio-per-preti-padre-reider-aspetta-ancora-riforma/712697/

Matrimonio per i sacerdoti: favorevole o contrario?

“Del celibato per i sacerdoti si può discutere”. Il nuovo segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin, ha aperto il dibattito: “Non è un dogma di fede ma una regola della tradizione ecclesiale”, e come tale si può anche modificare.

Il giornalista Piero Ricca ha portato la questione in strada, discutendola con i passanti per le vie di Milano.

Anche online è stato attivato un sondaggio. Il 73.69 % è favorevole al matrimonio dei sacerdoti

fonte per il video: http://tv.ilfattoquotidiano.it/2013/09/14/matrimonio-per-preti-favorevole-o-contrario-vox-di-ricca/244636/

Sacerdoti sposati per risolvere il problema della scarsità di vocazioni

Le parole del nuovo segretario di Stato vaticano Mons. Parolin hanno diviso in due la chiesa cattolica e innescato un nuovo confronto sulla necessità o l’inopportunità del matrimonio per i sacerdoti

Pietro Parolin, l’arcivescovo che Papa Francesco lo scorso 31 agosto ha indicato come nuovo segretario di Stato vaticano, ochi giorni fa in un’intervista rilasciata al quotidiano venezuelano El Universal Parolin si è espressamente dichiarato possibilista sulla revisione della norma che stabilisce l’obbligo del celibato per il clero di rito latino.

Le nozze dei preti consentirebbero ai pastori di essere maggiormente vicini alla loro gente e al passo con la vita moderna, ma anche di risolvere il problema della scarsità di vocazioni

Si riapre il dibattito sulla necessità o l’inopportunità di consentire il matrimonio dei sacerdoti

Se ai preti venisse consentito di sposarsi, come cambierebbe la Chiesa? L’interrogativo ritorna d’attualità dopo le parole pronunciate di recente da Pietro Parolin, l’arcivescovo che Papa Francesco lo scorso 31 agosto ha indicato come nuovo segretario di Stato vaticano. Pochi giorni fa in un’intervista rilasciata al quotidiano venezuelano El Universal Parolin si è espressamente dichiarato possibilista sulla revisione della norma che stabilisce l’obbligo del celibato per il clero di rito latino

IL DIBATTITO SULLE NOZZE DEI PRETI -L’arcivescovo, precisando che «all’interno della Chiesa ci sono resistenze» in merito al rinnovamento e al recepimento delle novità introdotte dal Concilio Vaticano II, al giornale sudamericano ha dichiarato che «il celibato non è un dogma della Chiesa» e che di conseguenza «può essere discusso perché è una tradizione ecclesiastica». «Si tratta di una tradizione – ha spiegato Parolin – che risale ai primi secoli. Da allora si applicò durante tutto il primo Millennio» ma «a partire dal Concilio di Trento si insistette molto con la sua applicazione».

I FAVOREVOLI – Le parole del nuovo segretario di Stato vaticano (in carica dal 15 ottobre prossimo) hanno ovviamente diviso in due il mondo cattolico e innescato un acceso confronto sulla necessità o l’inopportunità del matrimonio per i sacerdoti. I sostenitori del superamento del celibato sacerdotale sostengono che le nozze dei preti consentirebbero ai pastori di essere maggiormente vicini alla loro gente e al passo con la vita moderna, ma anche di risolvere il problema della scarsità di vocazioni. «Un sondaggio Galup ha dimostrato che la maggioranza dei cattolici è favorevole al matrimonio dei sacerdoti» ha dichiarato Christine Schenk, una delle promotrici di Future Chrurch, organizzazione no profit nata nel 1990 a Cleveland, in Ohio, che sostiene varie cause interne alla Chiesa romana cattolica, tra le quali anche la fine del celibato sacerdotale.

I CRITICI- I critici temono invece che i preti possano in seguito contribuire al grande tasso di divorzi che caratterizza la società occidentale e che una causa di separazione del pastore può condizionare la vita in parrocchia, con il paradosso dei fedeli che si dividono in pro e contro la posizione del proprio sacerdote. C’è chi si schiererebbe con il prete e chi con sua moglie, ha spiegato lo scrittore cattolico Mark Shea.

LA SOLUZIONE POSSIBILE – Non la pensa nello stesso modo Anthony Vrame, direttore per l’educazione religiosa presso l’Arcidiocesi greco-ortodossa d’America, che ricorda che le chiese ortodosse orientali ordinano sacerdoti sposati, ma che i divorzi sono «relativamente rari». A volte, soprattutto se l’infedeltà è causa della separazione, al sacerdote può essere chiesto di dimettersi, o viene trasferito in un’altra parrocchia, per evitare ripercussioni sul suo gregge. La rottura della famiglia di un prete, insomma, certamente non si ripercuote positivamente sulla parrocchia. Ma il paradigma ortodosso può rappresentare un buon compromesso per evitare di creare disagi. «Gli uomini che vogliono sposarsi devono farlo prima che siano ordinati; chi non lo fa, resta celibe per tutta la vita», dice Vrame.

I NUMERI – Stando ad alcune stime dlla Georgetown University il numero dei sacrdoti in America è calato dai 60mila del 1965 ai poco più di 40mila odierni. Secondo Thomas Groome, professore di teologia al Boston College, sono circa 30mila invece i sacerdoti americani che hanno smesso perché volevano un rapporto. Un numero che in tutto il mondo potrebbe raggiungere le 125mila unità, secondo Schenk.

di Dario Ferri – giornalettismo.com

Sacerdoti sposati… Il peccato non è nel sesso

Abbiamo già avvertito come soprattutto in età moderna l’accento si sia spostato dall’adulterio alla sessualità come tale, ontologizzando e dogmatizzando visioni culturali estranee al messaggio cristiano. Proprio per questo, bisognerebbe riformularlo nel segno della cura, dell’attenzione alla fragilità preziosa che ci costituisce nella concretezza ultima, sessuata, del nostro essere al mondo. E allora, forse, il senso delle “parole” che lo riguardano potrebbe essere: «Non offendere la tua e l’altrui carne».

Il problema infatti è proprio la nostra corporeità, il nostro essere corpo, l’essere carne. La storia nostra di cristiani paradossalmente è segnata dal rifiuto della carne, dimenticando che per essa abbiamo acquisito la salvezza. Si parli di pesantezza, debolezza della carne; si legga con disgusto, con astio quasi, l’involucro pesante del nostro essere al mondo, l’idea, neppure tanto nascosta, è quella pagana di una identità debole, onticamente peccaminosa, contro cui occorre lottare e che, comunque, bisogna oltrepassare.

In fondo c’è il rammarico di una creaturalità angelica, unilateralmente spirituale; c’è l’aspirazione a una condizione emancipata dal bisogno: cibarsi, ad esempio, accoppiarsi, o, più semplicemente, dalla modalità drammatica del nascere, crescere, invecchiare. La stessa parabola del corpo, la sua metamorfosi fisica, appare repellente. Lo spirito, invece, non invecchia mai… Non so perché l’idea di sporco, di impuro, si leghi da sempre ai nostri bisogni.

Certo siamo capaci di transignificarli, di fare del bisogno, dell’uso dei nostri sensi un’arte, ma questo appare più che arte edonismo, peccaminoso indulgere su cose che dovrebbero restare fuori dalla vita del saggio o del credente.

Gesù e la corporeità dell’uomo.
Il cristianesimo non è l’unica religione che si accanisca contro il corpo, che alimenti vilipendio del corpo. Ma dimentica che, a differenza delle altre, la salvezza che annuncia è legata all’esperienza di un corpo vilipeso e piagato, un corpo che ha attraversato (e sconfitto) l’annullamento della morte. Personalmente guardo con incredulità l’ipotesi di un Gesù di Nazaret filosofo cinico; non riesco a pensarlo come uno straccione itinerante insensibile ai beni di questo mondo.

Ammesso che certi suoi precetti coincidessero con quelli delle scuole filosofiche o rabbiniche del tempo, i vangeli ce lo mostrano attento ai sensi, alla corporeità, alla carne. Mangia e beve con i suoi; guarisce le infermità del corpo; è presente a un banchetto di nozze; frequenta e ama discepoli e discepole. Le sue parabole del Regno sono il più delle volte nel segno della gioia riassunta nelle metafore delle nozze e del banchetto. Gesù ce lo siamo raffigurato etereo, asessuato.

Vergine la madre, vergine lui stesso e, piano piano, abbiamo dimenticato la condizione di quelli che chiama a seguirlo, i quali, vergini o non vergini, rispondono al suo invito, lo seguono incondizionatamente, sedotti dal suo carisma, ma non per questo smettono di avere moglie o figli, o disdegnano la mensa o l’allegrezza contagiosa del seguirlo e dello stare insieme. Non so dove sia nata l’idea che l’ideale evangelico s’incentrasse tutto nella continenza e che questa significasse in partenza disprezzo della sessualità e del corpo sessualmente segnato.

Di certo tutta la precettistica cristiana, tutti i divieti che punteggiano la nostra esistenza, hanno la loro radice in una corporeità “irredenta”, come se il Figlio di Dio non avesse preso carne. Essere femmina: che disgrazia! Essere maschio: che privilegio! Alle donne s’è chiesto subito di “diventare maschio”, di sanare la scissura del loro sesso, di contrastare la rottura inflitta dal loro essere al mondo alla purezza/ interezza (maschile) dell’uno. Negativamente “seconde”; negativamente “perforate”; diabolicamente portatrici di un’interpellanza che va dritta alla carne dell’altro. L’ascesi, la continenza, la verginità sempre e comunque riparo, bastione alla corruzione di un’impura mescolanza.

Ho studiato a suo tempo la molestia nuptiarum. I temi erano quelli della cultura greca, della sua tradizionale androcentrica misoginia. Come li abbiamo bene metabolizzati! Come ci sono serviti per invitare gli uomini e le donne a sconfiggere il demone della sessualità, ad annullare la loro corporeità per vivere come “angeli”! Si capisce allora come sia diventata “peccato” la scoperta della nostra identità sessuata, le modalità istintive del prenderne consapevolezza.

Peccato è diventato la domanda, la ricerca dell’altro. Peccaminoso lo stesso remedium concupiscentiae, il matrimonio, tollerato in funzione della permanenza della specie, ma da usare solo a questo scopo e quanto basta. Tutto ci è diventato impurità, porneia, indipendentemente dal fatto che lo fosse veramente, scambiando per sporcizia la stessa fisiologia, lo stesso ciclo che segna la nostra identità sessuata. Ci siamo inventati addirittura una purificatio Mariae, dimenticando che la madre del Signore non aveva di che purificarsi.

L’innocenza della carne diventa offesa a Dio quando s’intreccia al dispositivo globale dei comandamenti.

La peccaminosità nasce nel cuore
Nella casistica del sesto comandamento, nei peccati condannati dalla nostra casistica morale, spesso leggo nient’altro che l’orrore della carne, quello stesso che nel Te Deum ci fa cantare: «Non horruisti virginis uterum ». L’idea che il Figlio di Dio possa serrarsi nelle umide viscere di una donna risulta sconvolgente al punto da mettere in secondo piano il miracolo dell’incarnazione, la santità di colui che s’incarna e quella stessa di colei che lo accoglie.

Personalmente trovo in questo antico inno una riproposizione di quel «nato da donna» di Gal 4,4 che con buona pace dei miei colleghi mariologi non è tanto la prima e più antica memoria di Maria, quanto la presa d’atto del paradosso sconvolgente dell’incarnazione: nascere, appunto, da donna, umiliarsi nel senso dell’abbassamento, del fare propria la prigione, il limite del corpo per assumerlo come proprio. Naturalmente, e intendo mostrarlo, non è che i peccati di cui parliamo non siano tali.

È peccato violare l’innocenza; è peccato abusare dei piccoli e degli adulti; è peccato chiudersi egoisticamente nella solitudine della propria carne; è peccato rifiutarsi al dono della vita; è peccato guardare con impudicizia chi ci sta accanto; è peccato commettere adulterio. Ma prima che tutto ciò si configuri come peccato sta, a monte, l’accettazione di sé, della propria corporeità, la cura verso il proprio corpo e il corpo altrui, l’accettazione del nostro limite, del sangue e della carne di cui siamo intessuti e che non sono poi così lontani da ciò che chiamiamo spirito.

È dono di Dio questo corpo di carne; sono dono di Dio tutti e cinque i sensi; è dono il sesso che ci connota, segnaletica della dialogia ontica di colui che ci ha voluti a sua immagine, che ci ha radicalmente fatti domanda, ricerca infinita di lui e di quanti/quante ce ne rendono fruibile, immediatamente fruibile l’immagine. Impuro non è certamente il desiderio dell’altro/a. Impuro non è l’ascoltarsi dentro per riconoscersi indigenti dell’altro/ a, della carne dell’altro/a. Impuro non è l’amore anche se si intreccia a sudore e a sangue. Impuro è piuttosto ciò che il nostro “spirito” cova alienandosi da Dio e che non viene necessariamente dalla carne, ma piuttosto viene dall’intimo, dalle facoltà cosiddette “spirituali”.

Non a caso abbiamo richiamato le parole evangeliche, quelle relative alla peccaminosità di ciò che esce dal cuore dell’uomo, dalla sua incapacità di riappacificarsi con sé stesso e con gli altri; dal non sapere aprirsi all’altro cordialmente, senza ipoteca di possesso, senza volerne il male. Aben pensarci il VI comandamento di per sé evoca un terreno neutro, indifferente. È l’intreccio con gli altri comandamenti che lo declina nella disobbedienza del peccato.

Lo si colga nella prospettiva dei doveri verso Dio: abuso della carne come idolatria; nella prospettiva del rispetto dei/ai genitori: incesto; nella prospettiva del “non uccidere”: violenza in tutte le sue forme sino al dare la morte, al considerare cosa da buttar via, immondizia, il corpo dell’altro; nella prospettiva del “non rubare”: impossessarsi dell’altro/a sino a privarlo/ la della sua dignità; nella prospettiva del “non testimoniare il falso”: calunnia ingiuriosa, disprezzo dell’onore e della onorabilità altrui… Il discorso conduce anche alla dimensione del “non desiderare la donna d’altri”, ovviamente, pur nella ipoteca patriarcale del possesso.

Insomma, l’innocenza della carne, la neutralità che la connota, diventa offesa a Dio e agli altri/e nella misura in cui s’intreccia al dispositivo globale dei comandamenti. Ciò vale ovviamente per la nostra tradizione, avendo noi e solo noi riformulato il comandamento nella forma “non commettere atti impuri”. Cose tutte su cui torneremo ancora a riflettere.

Cettina Militello

vita pastorale n. 8 2013

Ricatta parroco dopo sesso, arrestata. 350 mila euro in due anni per non diffondere video e foto osè

Soldi, almeno 350 mila euro, per non rivelare i loro rapporti sessuali a pagamento. Questo il ricatto a cui una rom di 32 anni ha costretto un anziano parroco di Torino. La donna, che minacciava il prete di divulgare foto e video che li ritraevano in atteggiamenti intimi, è stata arrestata dai carabinieri per estorsione. Era appena rientrata in Italia, dopo un periodo in Romania, e aveva l’intenzione di tornare alla carica con il prete per farsi consegnare altri 50 mila euro.

ansa

 

“I preti cattolici potrebbero sposarsi”, titola il Times

L’uomo che sta per diventare il “vice” di papa Francesco segnala un’altra possibile svolta, diciamo pure una rivoluzione, nella chiesa cattolica. L’arcivescovo Pietro Parolin, nunzio apostolico in Venezuela, incarico che lascerà il mese prossimo per diventare segretario di stato vaticano, ha detto in un’intervista al quotidiano di Caracas El Universal, secondo quanto riporta il Times di Londra, che il celibato dei sacerdoti “non è un dogma” e può quindi essere messo in discussione. “Non è un dogma della Chiea e può essere discusso perché è una tradizione ecclesiastico”, afferma il prossimo “numero 2″ della Santa Sede.

fonte: http://franceschini.blogautore.repubblica.it

Il parroco non si trova, si candidano i sacerdoti sposati

FILIGNANO. Solo qualche giorno fa avevamo dato la notizia, diffusa anche dall’Ansa, secondo cui un gruppo di fedeli del piccolo centro della Valle del Volturno, si era rivolto al Santo Pontefice per avere in paese un parroco.

All’appello dei fedeli di Filignano rispondono i sacerdoti Sacerdoti Sposati, appartenenti all’omonima associazione che riunisce Sacerdoti Lavoratori Sposati. La notizia è che nel piccolo centro alle pendici della Mainarde potrebbe presto arrivare un nuovo sacerdote, sposato. L’indiscrezione è trapelata dal sito informazione.it .
Sul sito, si legge infatti che “Si è innescato finalmente un processo di apertura teologica e rinnovamento ecclesiale, grazie a Papa Francesco e al nuovo Segretario di Stato Vaticano”.

“Ora – scrivono i sacerdoti sposati nel loro appello – sono arrivati i tempi della nostra riaccoglienza nel ministero pastorale. I sacerdoti sposati con un regolare percorso canonico di dimissioni, dispensa e matrimonio religioso, con le loro famiglie sono una risorsa per la Chiesa. Siamo pronti a rientrare in servizio qualora Papa Francesco cambiasse la normativa attualmente in vigore, consentendoci di esercitare il ministero sacerdotale”.

L’appello dei sacerdoti aderenti a questa associazione è stato diffuso proprio in seguito alla segnalazione da parte dell’Ansa delle richiesta rivolte a Papa Francesco dai fedeli di Filignano. Come in molti ricorderanno, i fedeli di Filignano lamentavano l’assenza di una sacerdote in paese, da orami quattro anni. I fedeli portavano a conoscenza del Santo Padre i disagi legati alla mancanza di questa importante figura in seno alla collettività locale. Il piccolo paese senza un parroco è un centro allo sbaraglio, i fedeli non frequentano la chiesa, i giovani disertano le funzioni, il Coro non esiste più e le celebrazioni vengono garantite dalla presenza per il tempo strettamente necessario alla celebrazione della messa dai parroci inviati di volta in volta dalla diocesi.

Una situazione che però ai fedeli non piace più e che sentono la necessità di avere nel parroco una guida che possa condurre il gregge dei fedeli che si sta disperdendo.
La diocesi, fino ad ora non ha potuto rimpiazzare il parroco di Filignano con un sostituto a causa del numero esiguo dei prelati a disposizione della Curia. L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha recentemente rilanciato una appello a Papa Francesco per riaccogliere i sacerdoti sposati nelle parrocchie senza sacerdote. Ancora è presto però per capire se in questa innovazione, auspicata da questi parroci che si sono sposati si celi la soluzione ai problemi avanzati dalla comunità dei fedeli di Filignano.

fonte: http://www.quotidianomolise.com/il-parroco-non-si-trova-si-candidano-i-preti-sposati/