Teologia cristallina e di rottura

BORGO A MOZZANO (Lucca), 30 agosto – Tutto è pronto, all’ex convento delle Oblate di Borgo a Mozzano, per ospitare il docente, editorialista, scrittore e soprattutto teologo Vito Mancuso, protagonista dell’appuntamento di domani (31 agosto), alle 21,15.

Uno studioso dal pensiero fino e dalla penna acuta, capace di rompere gli schemi tanto nei suoi scritti quanto nella vita. Un uomo che non teme di sfoderare il coraggio nelle sue opinioni come nelle sue azioni. Basti pensare che, una volta ordinato sacerdote a soli 23 anni, a distanza di un anno ha abbandonato l’abito talare per dedicarsi all’approfondimento della teologia da uomo laico, incontrando poi l’amore di una donna – ingegnere civile – con cui condivide un longevo matrimonio e due figli.

Le sue analisi profonde e il suo registro divulgativo e vicino alla gente hanno trovato spazio e consenso sulle pagine di tutti i maggiori organi di stampa a livello nazionale: da Repubblica (di cui è editorialista) al Tg1, da Panorama al Maurizio Costanzo Show, dal Corriere ad Avvenire, dal Foglio a Radio24.

Egocentrico? Presenzialista? Forse. Di certo questo cinquantenne brianzolo di origini siciliane ha saputo attirare l’attenzione su di sé, ma anche su temi a dir poco spinosi. E non solo per le profonde radici cattoliche che pervadono trasversalmente la società italiana, ma anche perché il suo pensiero ha spesso suscitato polemiche e scossoni giunti fino alle alte sfere delle gerarchie vaticane.

Citiamo solo un passaggio, pubblicato da Repubblica nell’articolo “La religione civile che manca all’Italia”: “Fino a quando la Chiesa tutelerà i suoi interessi particolari come una delle tante lobby senza essere davvero “cattolica”, cioè universale, non sarà fedele al suo compito”. Lo pensiamo tutti? Probabilmente sì, ma lui lo ha scritto nero su bianco e ci ha messo la faccia.

Vito Mancuso, per dirne una, è il tipo d’uomo che per introdurre la versione audiolibro del suo “La vita autentica” ha voluto una prefazione dell’epicureo e peccaminoso Lucio Dalla. In altre produzioni letterarie spiccano le collaborazioni più disparate: con Eugenio Scalfari, Mario Luzi, Carlo Maria Martini e Corrado Augias. L’ospite atteso domani sera al convento San Francesco è un teologo fuori dagli schemi, non c’è che dire.

Il suo è un sapere che incanta e stordisce, un distillato cristallino di teologia pura che, in qualche misterioso modo, riesce a raggiungere il pubblico facendo breccia nell’animo grazie a una comprensibilità quasi elementare, che rifugge le dinamiche dello stucchevole e contorto sapere accademico.

Quest’anno, per Garzanti, ha pubblicato “Il caso o la speranza. Un dibattito senza diplomazia”. Dei suoi contenuti parlerà, a partire dalle 21.15, insieme a padre Benedetto Mathieu, ospite con lui nella serata del Teatro di Verzura dal titolo “Io e Dio. Una guida dei perplessi”.

Silvia Senette

@silviasenette – loschermo.it

Annuncio shock del parroco durante la messa: la mia fidanzata è incinta, lascio la tonaca

“Abbandono la tonaca perché amo la mia fidanzata e lei aspetta un bambino”. Così, senza troppi giri di parole, padre Geronimo Moreira ha annunciato le sue intenzioni ai fedeli durante la Messa. E’ accaduto nella parrocchia di Nostra Signora della Concezione di Gaviao, nello stato di Bahia, dove il prete brasiliano di 32 anni ha lasciato senza parole tutti i presenti mentre celebrava la funzione.

La sua fidanzata, al terzo mese di gravidanza, si chiama Emilia Carnerio e ha 23 anni: ”Con il passare del tempo l’amicizia si è trasformata in qualcos’altro – ha raccontato il sacerdote – e non sono riuscito a rispettare il celibato. Ora lei è incinta e voglio assumermi le mie responsabilità di padre”. I due si sono conosciuti nel 2007, “ma il primo bacio ce lo siamo dato nel 2012”, ha voluto precisare padre Geronimo intervistato da una tv locale. “Siamo passati dalla crisi della fede all’amore: è stata dura ma ora siamo felici”. L’ormai ex prete ha fatto anche sapere di volersi sposare in chiesa, ma le autorità religiose locali gli hanno fatto presente che sarà necessaria una dispensa di Papa Francesco.

Poco più di un anno fa, verso la fine di giugno 2012, un episodio molto simile si verificò in provincia di Enna, dove don Alessandro Screpis, parroco dell’abbazia di San Filippo ad Agira, annunciò di voler convolare a nozze: “Ringrazio Dio per avermi dato la grazia di fare il sacerdote in questi anni – scrisse in un messaggio – ma adesso ho scelto di convogliare il mio amore in una chiesetta chiamata famiglia”. Voci di dimissioni si rincorrevano già da prima in città e tra i fedeli, ma nessuno le aveva prese realmente sul serio definendole solamente meri pettegolezzi.

La rinuncia è stata invece ufficializzata il 21 giugno, attraverso una lettera letta durante la Messa dal vicecancelliere della curia di Nicosia, don Filippo Rubulotta. Fu questa vicenda a spingere Giuseppe Serrone, dell’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati, a lanciare nuovamente l’appello affinché possa essere accettata all’interno della chiesa una comunità di preti sposati e le loro famiglie: “I sacerdoti sposati – ha scritto nel suo appello don Serrone – sono una ricchezza da valorizzare per le diocesi e le parrocchie. Matrimonio e ordine sacro sono due sacramenti conciliabili tra loro, secondo la prassi delle prime comunità cristiane che avevano al loro interno papi, vescovi e preti sposati”.

ilsussidiario.net

Curia sostituito Bertone che cercava di blindare il celibato dei preti… ora via alle riforme. Preti sposati presto nel ministero

Bertone aveva blinda il celibato ecclesiastico come sotto riportato in un articolo di Giacomo Galeazzi (http://www.lastampa.it/2010/06/12/blogs/oltretevere/mai-preti-sposati-hZQnv3r0RUn10TehrtJliJ/pagina.html).

Ora sembra possibile una riforma del celibato ecclesiastico e una riaccoglienza nel ministero per i sacerdoti sposati come da anni auspicato dall’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati. (ndr)

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L’esigenza del «celibato per il Regno dei cieli», cui sono tenuti i sacerdoti cattolici, è la «condizione della integrale e definitiva consacrazione che l’Ordinazione sacerdotale comporta»,riafferma oggi il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Con l’Ordinazione sacerdotale, spiega il card. Bertone,«è stata ridefinita la nostra identità, è stato tracciato il nostro sentiero nel mondo, è stata come ridisegnata la nostra presenza nella Chiesa e nella società»: ogni sacerdote diventa un «’alter Christus’ – ha ricordato il segretario di Stato -,come afferma ampiamente la Tradizione ecclesiale».Bertone ha invitato a «rinnovare quotidianamente il nostro ’si» ad un Ministero che non viene da noi, ma da Dio, e che si delinea a partire da una vocazione soprannaturale«. »Questa chiamata – ha proseguito – si manifesta anche con l’esigenza del celibato per il Regno dei cieli, quale condizione della integrale e definitiva consacrazione che l’Ordinazione sacerdotale comporta«.»Il celibato sacerdotale – ha aggiunto Bertone citando il decreto conciliare ’Presbyterium Ordinis’ – ’è segno e insieme stimolo della carità pastorale e fonte speciale di fecondità spirituale nel mondò«. »Il suo valore – ha concluso – è ben presente e tenuto in grande onore alla stessa tradizione delle Chiese orientali, che pure conoscono anche la possibilità di un ministero uxorato

Lettera a Papa Francesco sul celibato dei preti e la reintegrazione dei sacerdoti sposati nel ministero

Richiesta che cominci una discussione ai massimi livelli della Chiesa sulla necessità di ritornare alla nostra antica tradizione, che permetteva al clero sia il matrimonio che il celibato, e sulla necessità di riammettere nel ministero i sacerdoti sposati
Roma, 30/08/2013 (informazione.it – comunicati stampa)

Caro Papa Francesco,
la ringraziamo per il servizio che lei presta alla Chiesa…

Nutriamo grande preoccupazione per il fatto che così tante parrocchie piene di vita vengano chiuse in tutto il mondo a causa della carenza di preti.
Ed anche per le migliaia di persone cattoliche che nei paesi in via di sviluppo hanno scarsissime possibilità di partecipare alla messa o di ricevere i sacramenti a causa del numero estremamente basso di uomini disponibili ad un sacerdozio celibatario.

Scriviamo quindi per chiedere che cominci una discussione ai massimi livelli della Chiesa sulla necessità di ritornare alla nostra antica tradizione, che permetteva al clero sia il matrimonio che il celibato, e sulla necessità di riammettere nel ministero i sacerdoti sposati.

Apprezzeremmo moltissimo una sua cortese risposta.
Cordiali saluti

Associazione sacerdoti lavoratori sposati
sacerdotisposati@alice.it
http://nuovisacerdoti.altervista.org

Preti sposati e Papa Francesco: da cardinale affermò che il celibato è “una questione di disciplina, non di fede. Si può cambiare”

Lo affermò in una conversazione con il rabbino Abraham Skorka, rettore del Seminario Rabbinico Latinoamericano, raccolta nel libro “Sobre el cielo y la tierra”, pubblicato nel 2012 dalla casa editrice Sudamericana (http://www.edsudamericana.com.ar). Roma, 20/03/2013 – L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha ripreso alcune affermazioni da Cardinale di Papa Francesco sul celibato dei preti…
In una conversazione con il rabbino Abraham Skorka, rettore del Seminario Rabbinico Latinoamericano, raccolta nel libro “Sobre el cielo y la tierra”, pubblicato nel 2012 dalla casa editrice Sudamericana (http://www.edsudamericana.com.ar) affermò: ” I ministri cattolici hanno scelto il celibato a poco a poco. Fino al 1100 c’era chi optava per il celibato e chi no. In seguito, in Oriente si è seguita la tradizione non celibataria, come opzione personale, e in Occidente il contrario. È una questione di disciplina, non di fede. Si può cambiare”.
La nostra associazione rilancia a Papa Francesco la proposta di cambiare la disciplina sul celibato dei preti invitandolo a riaccogliere nel ministero i preti sposati.

fonte: http://www.radio-m.it

Lettera a Papa Francesco sul celibato dei preti e la reintegrazione dei sacerdoti sposati nel ministero

Caro Papa Francesco,

la ringraziamo per il servizio che lei presta alla Chiesa…

Nutriamo  grande preoccupazione per il fatto che così tante parrocchie piene di vita vengano chiuse  in tutto il mondo a causa della carenza di preti.
Ed anche per le migliaia di persone cattoliche che nei paesi in via di sviluppo hanno scarsissime possibilità di partecipare alla messa o di ricevere i sacramenti a causa del numero estremamente basso di uomini disponibili ad un sacerdozio celibatario.

Scriviamo quindi per chiedere che  cominci una discussione ai massimi livelli della Chiesa sulla necessità di ritornare alla nostra antica tradizione, che permetteva al clero sia il matrimonio che il celibato, e sulla necessità di riammettere nel ministero i sacerdoti sposati.

Apprezzeremmo moltissimo una sua cortese risposta.

Cordiali saluti

Associazione sacerdoti lavoratori sposati

sacerdotisposati@alice.it

http://nuovisacerdoti.altervista.org 

Preti sposati e celibato: in campo c’è anche la discussione sul concetto di sacerdozio ordinato

C’è posto per i preti sposati?

di Luca Baratto

Certo i tempi sono cambiati. Una volta a far scalpore sarebbe stata la figura di un pastore o una pastora protestanti sposati; oggi a far notizia è invece il celibato ecclesiastico sul quale la stampa riprende, con una certa regolarità, le dichiarazioni di questo o quel porporato cattolico. Ultimo, il cardinale Roger Etchegaray che si è detto possibilista sull’ordinazione dei preti sposati.

Il celibato ecclesiastico non nasce con il cristianesimo ma si sviluppa al suo interno come regola della chiesa cristiana occidentale. Una disciplina dalla quale la Riforma protestante decise di allontanarsi, soprattutto per due motivi. Prima di tutto perché, secondo la testimonianza delle Scritture, il celibato non è di per sé un valore. Nell’Antico Testamento il matrimonio è un dono che riguarda tutto il popolo di Dio: ci sono sacerdoti, mogli di sacerdoti e, soprattutto, figli e figlie di sacerdoti. Nel Nuovo Testamento vengono citate le mogli degli apostoli (I Corinzi 9, 5) e dei vescovi (Tito 1, 5-7) che, è specificato, per la loro reputazione è meglio che abbiano una sola sposa (1 Timoteo 3, 1-6). Insomma, l’imposizione del celibato non trova fondamento nella testimonianza biblica.

C’è però una seconda e più ampia ragione che ha spinto i Riformatori ad ammettere il matrimonio dei pastori: una diversa valutazione del mondo secolare. La vocazione cristiana, secondo il protestantesimo, può essere vissuta soltanto nel mondo secolare: non esistono né luoghi appartati come i monasteri, né condizioni particolari come il sacerdozio, nei quali vivere una fedeltà maggiore di quella che ti consente la vita di tutti i giorni. Per questo la Riforma chiuse i primi e abolì la distinzione tra clero e laicato. Un pastore – e oggi una pastora – si distingue dai membri di chiesa per i doni ricevuti dal Signore, per la preparazione teologica che ha, ma è un laico come tutti gli altri che è chiamato a esprimere la sua vocazione nella vita di tutti i giorni, accompagnando la sua comunità, e condividendo con essa tutti quei doni che il Signore elargisce: tra questi, il matrimonio, con le responsabilità familiari che esso comporta.

In positivo, l’avere famiglia ha sicuramente contribuito a radicare la predicazione tanto nelle Scritture quanto nell’esperienza e nei problemi quotidiani; a comprendere la sessualità in termini più positivi; a seguire la complessità dei cambiamenti nella società, i diritti di uomini e donne nella società e nella chiesa, tanto che oggi non ci sono solo i pastori e le loro mogli, ma anche le pastore con i loro mariti.

Certo, parlare di celibato ecclesiastico apre anche questioni che vanno al di là delle scelte personali o delle leggi, sempre emendabili, della chiesa cattolica. In campo c’è anche la discussione sul concetto di sacerdozio ordinato, che nei rapporti tra cattolici e protestanti è la questione delle questioni. Tanto che la domanda cruciale mi sembra questa: se l’abolizione del celibato ecclesiastico sia compatibile con l’attuale concezione romana del sacerdozio ordinato. Forse una risposta a questo quesito ci potrebbe dare l’idea di quanto tempo dovrà passare perché un prete sposato possa ritrovare il suo posto nella chiesa di Roma.

Tratto da Riforma

Preti sposati messi al bando. PERCHÉ NON POSSONO ESSERE REINSERITI NELLA CHIESA? lettera a Famiglia Cristiana

Molte comunità cristiane sono sprovviste di un servizio sacerdotale. La loro reintegrazione potrebbe sopperire a questa necessità, sempre più urgente.

Caro padre, i preti sposati in chiesa che hanno ottenuto la dispensa sono molto numerosi. È stata loro riconosciuta la validità del sacerdozio, però non possono più esercitarlo essendosi creata una famiglia: “sospensione dell’esercizio sacerdotale”, come si legge nella dichiarazione del processo. È noto che il celibato dei sacerdoti diocesani è uno status voluto dalla Chiesa e codificato nel diritto canonico. È una legge umana e non divina. Come tale, la Chiesa se ha la possibilità di sospendere l’esercizio sacerdotale, ha anche la facoltà di annullare la sospensione concessa a tanti sacerdoti.

Molte comunità cristiane sono sprovviste di un servizio sacerdotale. La reintegrazione di sacerdoti sospesi, considerando che lo vogliano, potrebbe sopperire a questa necessità sempre più urgente. A mio parere, il maggiore ostacolo che si pone è dato dalla gerarchia ecclesiastica, timorosa di perdere il quieto vivere di tanti suoi sacerdoti e dalla paura del nuovo che lo Spirito santo alita su tutta la vita della Chiesa.

In questo anno duemila, tutti hanno celebrato il loro Giubileo: bambini, famiglie, ammalati, operai, attori, militari, sacerdoti, sportivi, carcerati… Però, si sono volutamente dimenticati i preti sposati. Su di essi è calato un silenzio assoluto, anche se il Papa ne ha fatto un tenue e sfuggente cenno nel Giubileo sacerdotale. Nei credenti c’è la sensazione che si abbia paura di affrontare, con chiarezza e verità storica, tale problematica. Si preferisce ignorarla, o rimandarla. Così, ancora una volta, si compie una grande ingiustizia nei confronti dei preti sposati.

Il Papa ha chiesto perdono a tutti coloro che sono stati “vittime” della Chiesa: agli ebrei, agli eretici, agli schiavi, ai popoli oppressi in nome di Dio, alle donne misconosciute nella loro dignità e non di rado emarginate e ridotte in schiavitù, ai cristiani separati da Roma. Ma sarebbe stato giusto ricordare anche le sofferenze che sono state inflitte, lungo i secoli, a quei preti che hanno cambiato stato di vita. La Chiesa verso di loro si è mostrata veramente matrigna. Pensiamo ai tanti sacerdoti, conosciuti anche da molti di noi, che sono stati messi al bando. Spesso, per loro non c’è stato né perdono né comprensione. Qualcuno ha subìto forme di persecuzione. Sono stati buttati fuori dalla Chiesa come se, all’istante, avessero perso ogni dignità umana. Chi poi non è riuscito a ricostruirsi una vita attraverso il lavoro, si è ritrovato nella più squallida povertà, insieme con la sua famiglia. E così morivano nella più completa dimenticanza. È incomprensibile come ci si possa dimenticare, così velocemente, di tutto il bene che hanno compiuto questi sacerdoti, che hanno speso la loro giovane vita per dieci, venti, trent’anni al servizio delle comunità cristiane, aiutandole a crescere nella fede e nell’amore verso Dio e i fratelli. Si fa un gran parlare di diritti umani e di giustizia, ci si riempie tanto la bocca, e poi non abbiamo aiutato questi fratelli a ricostruirsi una vita dignitosa, fornendo loro una casa e un lavoro.

Spero che in un prossimo futuro la Chiesa abbia il coraggio di affrontare il problema dei preti sposati. Con lealtà e giustizia. Solo così si può rimuovere un peso che si trascina da secoli. A beneficio loro e di tutta la comunità cristiana.

Domenico C. (Lucca)

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La lettera di Domenico contiene due spunti o proposte: il suggerimento di un migliore utilizzo dei preti sposati (quindi, considerati “ex”), reinserendoli nel servizio pastorale, e la richiesta di perdono (ancora uno!) da parte della Chiesa per le vessazioni cui ha sottoposto i sacerdoti che hanno lasciato il ministero. Tra i due aspetti del problema, che hanno diverso peso e natura, possiamo individuare un sottile legame. Le discriminazioni messe in atto nei confronti degli “ex” sono un fatto più grave della loro non utilizzazione. Risalgono però al passato, più che al presente. Ma è un passato così prossimo che brucia ancora. Ci sono esempi comuni, sconosciuti ai più, e casi più noti, di cui si è spesso parlato. Basterebbe pensare, tanto per fare un esempio, alle persecuzioni ecclesiastiche nei confronti di Ernesto Bonaiuti, sacerdote-storico, accusato di modernismo e sospeso a divinis. Con la complicità del regime fascista, gli fu resa la vita impossibile, creandogli ostacoli di ogni genere nell’ambito dell’insegnamento universitario. Il regime concordatario fu spesso utilizzato per creare il deserto intorno a sacerdoti che erano considerati disertori del loro posto nella Chiesa.

Bisogna anche aggiungere che la società civile non è stata meno ingiusta e persecutoria di quella religiosa. Basti pensare al sapore spregiativo che ha avuto la parola “spretato”, utilizzata anche in senso figurato per qualificare chi ha abbandonato un ideale, o un’associazione, o la militanza in un partito, per diventare un oppositore fanatico. Lo spretato ha su di sé uno stigma di condanna divina e sociale; oppure è una patetica figura che muove a compassione (vedi il ritratto impietoso che ne ha fatto Nanni Moretti nel film La messa è finita).

Il clima sociale dei nostri giorni è diventato più tollerante. O forse bisognerebbe dire indifferente. I preti che lasciano il ministero e che si sposano, con o senza dispensa, suscitano sempre meno interesse. Né oggi è pensabile che le gerarchie ecclesiastiche possano usare pressioni per togliere i diritti civili ai preti che abbandonano, così da fare dell’isolamento (e della miseria, come ricorda il nostro lettore) uno strumento di dissuasione nei confronti degli abbandoni.

Tuttavia non è pensabile – almeno nel breve periodo – che in ambito cattolico si passi da una prassi di discriminazione all’integrazione pastorale dei preti sposati. Sappiamo che in altre tradizioni cristiane – sia ortodosse sia protestanti – il sacerdozio coniugato è stato accettato senza difficoltà per le comunità. Non è questo il caso della Chiesa cattolica, che ha difeso e continua a difendere il celibato ecclesiastico come un suo tratto caratteristico. Se mai un giorno rivedrà questa decisione, è più probabile che ammetta al ministero degli uomini sposati e che continui a tenere chiuse le porte ai preti che, dopo essersi impegnati per il celibato, hanno poi scelto il matrimonio.

Su scelte di questo genere pesa un sospetto di debolezza e cedimento. Anche se non ha più corso l’immagine dello spretato come simbolo di indegnità morale, attorno al quale creare una cintura sanitaria di isolamento per evitare il contagio, permane una traccia di sospetto legata alla condizione di “ex”: come qualcuno di cui non ci si possa fidare appieno. È un’esperienza spiacevole, che anche molti laici condividono. Mi riferisco ai divorziati e risposati. Fatte salve tutte le differenze, anche i credenti che sono passati attraverso la grande tribolazione di un matrimonio naufragato e hanno ricostruito la propria vita su un altro progetto si sentono tenuti in disparte dalla Chiesa. Non resta loro che affidarsi al tribunale d’appello, quello che scavalca le mediazioni umane.

d.a. – fonte: http://www.stpauls.it

Monsignor Alberto Carrara, delegato vescovile per la Cultura della diocesi di Bergamo, affronta il tema del celibato dei sacerdoti

“Se posso dire anche una cosa forse un po’ scandalosa: mi sembra che se un prete qualche volta ha delle scantonate non credo che sia il peccato più grave”. Usa il condizionale e riporta tutto nelle debite proporzioni monsignor Alberto Carrara, delegato vescovile alla Cultura della Diocesi di Bergamo.

Mentre la bufera mediatica travolge don Pietro Corsi, in parroco di San Terenzio a Lerici che sulla porta della chiesa ha affisso un manifesto in cui viene data alle donne parte della colpa dei femminicidi, un’intervista a monsignor Carrara rilasciata lo scorso agosto a Più Valli Tv  svela una visione del rapporto tra gli uomini di Chiesa e le donne. Il femminicidio e la violenza sulle donne sono lontanissimi. Don Carrara nell’intervista affronta le debolezze carnali dei preti. L’unica parte che riserva alle donne è stringatissima: “Anche l’altra parte del cielo a volte si dà da fare” e ben relegata nell’ambito dell’innamoramento.

Quella “debolezza” a cui i sacerdoti non sono immuni. “Che un prete si possa prima o poi innamorare è normale, che una donna si possa innamorare del prete è normale. Non direi che bisogna farci sopra una malattia, nel senso che va gestita, va superata. Se posso dire anche una cosa un po’ scandalosa forse: mi sembra anche che se prete qualche volta ha delle scantonate non credo che sia il peccato più grave”.

Quindi perdonabile? Chiede il giornalista. E monsignor Carrara risponde: “Sì”. Anche se subito aggiunge: “Ho parlato di scantonate, quindi di una debolezza. Ciò significa che il prete è capace di ammetterla a se stesso e chiede perdono”. E ancora: “Qualsiasi peccato può essere perdonato, ma non si deve ripetere”.

Da buon pastore monsignor Carrara non svela se e quanti sacerdoti si sono rivolti a lui per chiedere perdono per certe debolezze, anche se non batte in ritirata sul tema: “Io sono convinto che se un prete ha dei buoni rapporti con un suo consigliere spirituale, con gli amici con cui si può confidare, può benissimo uscirne e tanti preti hanno superato situazioni così. Io dicevo che non è il peccato più grave perché, secondo me, se un prete riesce a riconosce una sua debolezza e ne esce, che cosa è cambiato? Non è crollato il mondo. Certo deve uscirne però, e soprattutto poi deve essere un prete che non vivacchia negli altri aspetti fondamentali della sua vita: deve essere un prete che sa pregare, che sa appassionarsi alla sua attività pastorale, che ama la sua gente, queste sono le cose che contano. Se queste non ci sono, a che cosa serve il celibato?”.

bergamonews

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati: noi possibili interlicutori con la Chiesa per i preti sposati

Una vera riforma della Chiesa passa necessariamente attraverso una maggiore trasparenza a tutti i livelli delle Chiesa.

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati sul tema del celibato facoltativo per i preti e sulla riammissione nel servizio pastorale per i preti sposati potrebbe essere un validissimo interlocutore con i vescovi, i cardinali i responsabili dei dicasteri romani, il nuovo Papa e la Chiesa tutta.

 

Preti sposati: si deve permettere ai preti di sposarsi

Le teorie su celibato e preti sposati di molti uomini di chiesa secondo cui i sacerdoti non dovrebbero mettere in discussione il celibato sono tipiche di rappresentanti dell’ istituzione che rifiutano di accettare le novità e i cambiamenti.
Molti continuaano  a nascondere la testa sotto la sabbia riguardo a questo problema. Altre confessioni cristiane permettono ai loro ministri di sposarsi, così come la fede ebraica. E’ giunto il momento per molti uomini di chiesa  di scendere dal trono ed essere disposto ad accettare il cambiamento teologico.

sacerdotisposati@alice.it

I sacerdoti sposati non sono contro la Chiesa ma per la riforma della Chiesa

I sacerdoti sposati impegnai da anni per il cambiamento verso il futuro della Chiesa. Il loro impegno interpretato malamente come lotta alla Chiesa

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati è impegnata dal 2001 per una Riforma della figura dei sacerdoti nella Chiesa…. Spesso alcuni uomini di Chiesa hanno interpretato il loro impegno come “lotta alla Chiesa” stravolgendone il senso e la prospettiva teologica.

Proprio ieri i media hanno pubblicato un’intervista al teologo domenicano Thimothy Radcliffe che ha espresso l’idea che “la Chiesa è aperta a tutti”.  Anche il Vicedirettore dell’Osservatore Romano aveva dichiarato recentemente che i sacerdoti sposati con regolare percorso canonico di dispensa e matrimonio religioso sono dentro la Chiesa….

La Chiesa dovrebbe aprirsi al più presto alla contemporaneità in modo intelligente.   I sacerdoti sposati sono l’avanguardia del rinnovamento ecclesiale pronti a rientrare in servizio se il Papa e i vertici vaticani autorizzassero il loro reingresso estendo anche a loro le stesse prerogrative concesse ai pastori e ministri protestanti accolti nel cattolicesimo romano.

I Beni Culturali Ecclesiastici ammettono: mancano sacerdoti… Si offrono i sacerdoti sposati

La Dottoressa Grazia Di Natale, pro-direttore dell’ufficio Beni Culturali Ecclesiastici di Genova ha dichiarato in un’intervista a genova.repubblica.it del 15 Agosto 2013 (>>> fonte):  “Il problema più grande per le chiese è la mancanza di sacerdoti. Questo porta a ridurre il tempo in cui le chiese possono essere aperte, ma in alcuni casi purtroppo restano chiuse per giorni interi. E’ un grande peccato perché oltre ad avere una funzione religiosa, le chiese del centro storico sono dei veri e propri musei”. L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati che ha al suo interno sacerdoti ex-parroci attraverso una lettera aperta lancia l’offerta per gestire a Genova una chiesa chiusa che avesse anche la possibilità di un alloggio per un sacerdote sposato e la sua famiglia. L’offerta di collaborazione per la gestione delle Chiese è stata rilanciata anche all’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici della Conferenza Episcopale Italiana di retto da Mons. Stefano Russo: “Siamo pronti a rientrare in servizio nel ministero pastorale e possiamo gestire le Chiese vuote che hanno anche una canonica. Aspettiamo una convocazione a Roma da parte di Papa Francesco”.

 

Per informazioni: sacerdotisposati@alice.it

 

Brasile, padre Geronimo a messa: “La mia fidanzata è incinta” (foto)

fonte: bliz.quotidiano

SAN PAOLO – “Abbandono la tonaca perché amo la mia fidanzata e lei è incinta“:  padre Geronimo Moreira, prete brasiliano di 32 anni, ha fatto questo singolare annuncio ai suoi fedeli durante la messa.

Stava celebrando la funzione alla parrocchia di Nostra Signora della Concezione di Gaviao, nello stato di Bahia, quando ha svelato la propria relazione, tra lo stupore dei presenti.

La fidanzata del sacerdote, Emilia Carnerio, ha 23 anni. I due si sono conosciuti nel 2007. ”Ma il primo bacio ce lo siamo dato nel 2012”, ha detto il prete. ”Con il passare del tempo l’amicizia si è trasformata in qualcos’altro e non sono riuscito a rispettare il celibato. Ora lei è incinta e voglio assumermi le mie responsabilità di padre”, ha detto ai suoi fedeli il sacerdote.

”Siamo passati dalla crisi della fede all’amore: è stata dura ma ora siamo felici”, ha detto ad una tv locale la giovane, al terzo mese di gravidanza. ”Siamo rimasti scioccati”, ha confessato invece uno dei parrocchiani.

Il prete, che una volta tolta la tonaca tornerà al suo mestiere di falegname, ha detto che vorrebbe sposare la sua fidanzata il chiesa ma le autorità religiose locali hanno detto che sarà necessaria una dispensa di papa Francesco.

Reato di favoreggiamento per il prete che consigli di non denunciare un pedofilo

di Eugenio Gargiulo
Rischia la condanna per favoreggiamento il parroco che induce la madre di una ragazzina undicenne a non sporgere denuncia per le molestie a cui un terzo aveva sottoposto la figlia dicendogli “dì a tua figlia che la denuncia è contro la chiesa”.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, V sez. penale, con la sentenza del 10 aprile n.. 574/2013
Pertanto, il sacerdote che consiglia alla madre di una vittima di pedofilia di non denunciare un confratello commette il reato di favoreggiamento personale aggravato.(art. 378 cod. pen.)
La particolare influenza che un sacerdote può esercitare su di un fedele comporta infatti che il suggerimento rappresenti non soltanto un innocuo consiglio, ma un reale impedimento alla giustizia.Così gli Ermellini del Palazzaccio hanno condannato un sacerdote dopo aver consigliato una signora di non denunciare gli atti di pedofilia compiuti da un altro prete sulla figlia. In particolare, il sacerdote aveva avvertito la fedele che denunciare tali fatti era un atto contrario alla Chiesa.
Il reato di favoreggiamento richiede che l’autore del crimine sia aiutato a sottrarsi alle indagini. L’aiuto può consistere anche nella pressione esercitata su di una persona che abbia la possibilità di denunciare la violenza subita, anche se le indagini sono già avviate o addirittura concluse. Questa pressione è particolarmente forte e può costituire violenza morale quando è esercitata da una personalità dotata di riconosciuto prestigio o autorità, come accade per un sacerdote nei confronti di un fedele.
Il reato è inoltre aggravato poiché l’autore ha strumentalizzato il legame di fiducia e di autorità che lo lega al fedele, violando così i propri doveri di ministro di culto.
Secondo i giudici l’imputato ha abusato della qualità rivestita, violando i doveri connessi al suo ministero pastorale, “allorquando ha strumentalizzato il legame spirituale di colei che gli si era rivolto in quel grave frangente ponendo, senz’altro e radicalmente, in conflitto la denuncia con la stessa istituzione e confessione religiose. In tal modo, conculcando la libera determinazione della madre così pressata ad omettere la denuncia ed a condizionare nello stesso senso la piccola vittima”.
Inoltre la Suprema Corte ha chiarito che “per condotta di favoreggiamento personale deve intendersi non solo quella diretta a deviare le indagini già in atto, ma anche quella diretta ad evitare che l’autorità proceda ad accertamenti in ordine al reato e alla scoperta dell’autore di esso. Risulta, quindi, errato anche il secondo argomento della sentenza sulla assenza di obiettiva valenza elusiva della perseguita omissione della denuncia, tenuto conto che per l’integrazione della fattispecie non è necessaria la dimostrazione dell’effettivo vantaggio conseguito dal soggetto favorito, occorrendo solo la prova della oggettiva idoneità della condotta favoreggiatrice ad intralciare il corso della giustizia”.

Avv. Eugenio Gargiulo – oggi.it

Prete pedofilo violentò una bimba per 5 anni. Diocesi e parrocchia devono risarcire per 700mila euro

Nuovo colpo di scena nel caso di dell sacerdote bolzanino prosciolto nel 2009 per prescrizione in Cassazione (dopo una pesante condanna in secondo grado) dall’accusa di abusi sessuali nei confronti di una parrocchiana minorenne all’epoca dei fatti.

Nel 2003 il religioso fu arrestato con l’accusa di aver violentato in canonica la giovane per cinque anni: da quando la vittima ne aveva nove ai quattordici.

La prima sezione civile del tribunale di Bolzano ha ora condannato, in solido fra loro, la diocesi di Bolzano e Bressanone e la parrocchia San Pio X di Bolzano al risarcimento di complessivamente 700.000 euro, oltre agli interessi legali.

La vicenda giudiziaria, iniziata nel 2003 con l’arresto del sacerdote, fece molto scalpore. Nel processo ebbero un ruolo determinante i ricordi della donna, affiorati in età adulta nel corso di una cura psicanalitica. Il sacerdote che si è sempre professato innocente, in primo grado fu assolto, in secondo grado fu condannato a sette anni e mezzo di reclusione e infine la Cassazione decretò la sopraggiunta prescrizione, con l’obbligo, però di risarcire economicamente la parrocchiana.

Secondo la sentenza della sezione civile del tribunale di Bolzano, depositata ora, alla donna spettano 500mila euro, mentre i suoi genitori dovranno ricevere 100mila euro ciascuno. Si tratta infatti delle cifre stabilite ancora dalla Corte d’appello. «La sentenza – ha detto all’Ansa il legale della donna, l’avvocato bolzanino Gianni Lanzinger – è probabilmente la prima di questo genere in Italia e consente, almeno in parte, una forma di risarcimento morale».

La diocesi si dice invece «sorpresa e delusa, ma prende atto della decisione del Tribunale, anche se risulta incomprensibile il motivo per cui si venga chiamati al risarcimento civile dei danni, dopo che nessuno è stato né accusato, né condannato». «In seguito al processo penale contro il prete, la sezione civile del tribunale di Bolzano ha stabilito con sentenza parziale del 21 agosto 2013 che non solo il sacerdote, ma anche la parrocchia San Pio X e la diocesi sono chiamate al risarcimento civile dei danni, nonostante che durante il processo penale, quando il vescovo era stato chiamato come testimone, fosse evidente che egli non fosse a conoscenza delle accuse contro il sacerdote negli anni dal 1991 al 1994», afferma la diocesi. È probabile il ricorso e così la parola fine è ancora lontana.

ilmattino.it

Un altro caso di prete che desidera sposarsi

Chissà se Papa Francesco concederà la dispensa al matrimonio. Lui, padre Geronimo Moreira, 32 anni, la chiederà senza dubbio visto che ha già abbandonato l’abito talare per sposare la donna che ama e che aspetta un figlio da lui. Vuole, insomma, prendersi le sue responsabilità.

L’annuncio è arrivato direttamente dal pulpito della parrocchia Nostra Signora della Concezione di Gaviao, nello stato di Bahia, in Brasile, di fronte a una folla di parrocchiani stupiti. Il giovane prete ha ammesso di essersi innamorato di quella che vorrebbe diventasse sua moglie, la 23enne Emilia Carneiro, conosciuta nel 2007. Cinque anni dopo il primo bacio che ha fatto scoccare la scintilla dell’amore.

La notizia, come era prevedibile, è rimbalzata su tutti i media brasiliani. La giovane è al terzo mese di gravidanza. L’ultima parola sul matrimonio spetterà ora al Papa.

 

Il Festival del Cinema di Venezia ricorda il cardinale Martini a un anno dalla scomparsa

Radio Vaticana – Alla Mostra del Cinema di Venezia sono stati presentati questa mattina nello spazio della Fondazione Ente dello Spettacolo il DVD del film-dossier di Salvatore Nocita “Un uomo di Dio” e il volume “Il silenzio della parola” delle Edizioni San Paolo, due importanti iniziative che ricostruiscono la figura e il pensiero del cardinale Carlo Maria Martini a un anno dalla scomparsa. Un pastore amato da tutta la Diocesi di Milano e che viene ricordato al Festival come un grande comunicatore della Parola di Dio. Il servizio di Luca Pellegrini:

Fu un ricordo particolare, quello che si svolse lo scorso anno alla Mostra veneziana: nel momento dei suoi funerali, il cardinale Martini trovava commossa accoglienza da parte del mondo del cinema. Attori, registi, amici si erano ritrovati attorno a questa figura di pastore capace di costruire grandi ponti con tutti gli uomini di buona volontà, anche i non credenti, diventando l’esempio di uomo del dialogo, della comprensione e dell’accoglienza. A un anno dalla scomparsa, la Fondazione Ente dello Spettacolo ha voluto commemorare nuovamente questa straordinaria figura della Chiesa italiana con un incontro cui hanno partecipato, tra gli altri, don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, e mons. Dario Edoardo Viganò, direttore del Centro Televisivo Vaticano, che ha fornito per il film un’intervista inedita al cardinale. Gli abbiamo chiesto quali sono i motivi della sua forza comunicativa:

“A un anno dalla morte, si ricorda il cardinale Martini e in particolare il tema della comunicazione, che è una innervatura del suo magistero, del suo episcopato, almeno per tre livelli: il primo è un livello con il quale il cardinale Martini conosceva bene le portate simboliche dei gesti. Penso, ad esempio, al suo ingresso in Milano con in mano il Vangelo. Non ha raccontato l’importanza del Vangelo, l’importanza di leggere la Storia a partire dal Vangelo, ma di fatto lo ha posto, come gesto. Il secondo, con la consapevolezza delle strategie della comunicazione. Penso, ad esempio, ad alcune scelte importanti come la ‘Cattedra dei non credenti’, la ‘Scuola della Parola’ dove, attraverso il racconto della Parola, c’è – di fatto – l’induzione a una ristrutturazione della propria identità rispetto alla Parola stessa di Dio. Il terzo è il livello di contenuto: il cardinale è intervenuto sul tema della comunicazione in maniera esplicita con la Lettera pastorale ‘In principio è la Parola’; certamente con le due Lettere pastorali ‘Effatà’ e ‘Il lembo del mantello’ e non lo ha dimenticato negli aspetti più propriamente educativi nella sua lettera ‘Itinerari educativi’ dove, appunto, pone a tema la questione della comunicazione”.

Don Davide Milani, responsabile delle Comunicazioni sociali della Diocesi di Milano, riflettendo sulla figura del cardinale Martini, aggiunge:

R. – In un recente intervento il cardinale Scola, successore a Milano del cardinale Martini, ha definito Martini come il volto che cerca il volto di Cristo. Ecco: il cardinale Martini è stato un grande comunicatore perché ha messo in gioco il suo volto, la sua persona, la sua storia in ogni incontro: nei grandi incontri ecumenici, nella “Cattedra dei non credenti”, nelle grandi adunate in Duomo ma anche negli incontri personali. La sua comunicazione – il segreto della sua comunicazione – sta in questo: ha messo in gioco il suo volto, la sua storia, la sua fede, la sua identità, la sua persona.

D. – La diocesi di Milano lo ricorda quindi anche alla Mostra del Cinema di Venezia …

R. – Siamo alla Mostra del Cinema perché spontaneamente l’anno scorso, in occasione della morte, venne organizzato un piccolo incontro di preghiera e di commemorazione. La diocesi lo ricorderà sabato sera 31 agosto in Duomo, alle 17.30, con la Messa solenne presieduta dal cardinale Scola, con i preti diocesani e il popolo.

Cercasi sacerdote

Si cerca per la Chiesa
un prete capace di rinascere
nello Spirito ogni giorno.

Si cerca per la Chiesa un uomo
senza paura del domani
senza paura dell’oggi
senza complessi del passato.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che non abbia paura di cambiare
che non cambi per cambiare
che non parli per parlare.

Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di vivere insieme agli altri
di lavorare insieme
di piangere insieme
di ridere insieme
di amare insieme
di sognare insieme.

Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di perdere senza sentirsi distrutto
di mettere in dubbio senza perdere la fede
di portare la pace dove c’è inquietudine
e inquietudine dove c’è pace.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che sappia usare le mani per benedire
e indicare la strada da seguire.

Si cerca per la Chiesa un uomo
senza molti mezzi,
ma con molto da fare,
un uomo che nelle crisi
non cerchi altro lavoro,
ma come meglio lavorare.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che trovi la sua libertà
nel vivere e nel servire
e non nel fare quello che vuole.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che abbia nostalgia di Dio,
che abbia nostalgia della Chiesa,
nostalgia della gente,
nostalgia della povertà di Gesù,
nostalgia dell’obbedienza di Gesù.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che non confonda la preghiera
con le parole dette d’abitudine,
la spiritualità col sentimentalismo,
la chiamata con l’interesse,
il servizio con la sistemazione.

Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di morire per lei,
ma ancora più capace di vivere per la Chiesa;
un uomo capace di diventare ministro di Cristo,
profeta di Dio, un uomo che parli con la sua vita.

Si cerca per la Chiesa un uomo.

(don Primo Mazzolari)

Ecco l’agenda dei teologi europei

Si apre domani a Bressanone, in Alto Adige, il nuovo Congresso internazionale dell’Associazione europea per la teologia cattolica (Aetc). Il tema dell’evento (quattro giorni di lavori, undici interventi in programma, discussioni a seguire) è “Dio in questione – il linguaggio religioso e i linguaggi del mondo”. Sullo sfondo, come premetteva nella presentazione del convegno Martin Lintner, vicepresidente dell’Aetc, il problema della secolarizzazione: “L’indifferenza religiosa e la secolarizzazione contraddistinguono in vario modo la vita pubblica, molti si definiscono religiosamente stonati e in diverse parti si fanno strada con forza nuove forme di ateismo spesso legate alle scienze naturali”.

Il Congresso è quindi dedicato “al dialogo europeo tra credenti, persone in cerca e non credenti”. La domanda di fondo è, continua Lintner, “come possiamo noi chiesa, noi teologhe e teologi parlare di Dio in modo tale che il messaggio di Cristo risulti comprensibile e capace di suscitare attrattiva per il mondo odierno? Come possiamo contribuire positivamente alla formazione sociale, culturale e politica dell’Europa?”. A dare, o cercare di dare risposta a tali interrogativi saranno i relatori invitati.

La relazione di mons. Bruno Forte

Aprirà i lavori mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, che parlerà della “fede e il dialogo con i non credenti”. Il giorno seguente, dopo “il discorso biblico su Dio”, sarà la volta di Paul Valadier, teologo gesuita francese che toccherà uno dei temi più frequentemente sviluppati da Francesco in questi mesi di pontificato: “Nuove situazioni di evangelizzazione. La presenza del religioso nella società”. Didier Pollefeyt dell’Università di Lovanio (quella dove lavorò per anni il grande storico delle religioni belga Julien Ries, creato cardinale da Benedetto XVI nel 2012 e deceduto un anno più tardi) relazionerà sul “Dio assente – Il linguaggio religioso dopo la Shoah”, mentre Tomas Halik si interroga sul “conflitto o compatibilità tra il parlare di Dio e il tacere su Dio”.

I teologi che prenderanno parte al convegno provengono da tutta Europa (più di venti i paesi coinvolti”. Ci sarà anche spazio per il conferimento del premio per il miglior libro teologico dell’anno.

Il ritrovo a Castel Gandolfo

Mentre a Bressanone ci si interrogherà sul linguaggio religioso e i linguaggi del mondo, negli stessi giorni a Castel Gandolfo si ritroveranno ancora una volta (sarà la trentanovesima) gli ex allievi di Benedetto XVI riuniti nel Ratzinger Schulerkreis. Sarà il primo anno in cui il teologo bavarese non prenderà parte all’evento. Una scelta di coerenza con la decisione di rimanere il più possibile nascosto al mondo. Anche del suo recente pomeriggio di relax tra i giardini della villa pontificia adagiata sul lago Albano si è saputo il giorno dopo, a cose fatte. Un momento di ritrovo e di saluto con i suoi allievi, a ogni modo, ci sarà.

Come riporta il sito Korazym.org, è probabile che il Papa emerito celebrerà una messa con tutti i partecipanti al ritrovo nel chiuso del monastero Mater Ecclesiae. Il tema dell’appuntamento è stato deciso da tempo e approvato da Ratzinger in persona: “La questione di Dio sullo sfondo della secolarizzazione”. Al centro delle riflessioni, la produzione filosofica e teologica di Rémi Brague, titolare di un seggio all’Académie Catholique de France, e vincitore nel 2012 del premio Ratzinger.

Ecumenismo e secolarizzazione

L’anno scorso l’incontro ruotò attorno al tema dell’ecumenismo: “Risultati e domande ecumenici nel dialogo con il luteranesimo e l’anglicanesimo”. Traccia per gli interventi e le riflessioni fu il libro del teologo tedesco (non sempre in sintonia con Benedetto XVI, in passato) Walter Kasper, “Raccogliere i frutti. Fondamenta della fede cristiana nel dialogo ecumenico”. Ecumenismo che non era una novità assoluta: già nel 2009 si discusse di “missione nella prospettiva ecumenica”. Il principale animatore del Ratzinger Schulerkreis, il cardinale arcivescovo di Vienna Christoph Schönborn, disse che “ciò che colpisce sempre è come il Santo Padre conosca i suoi allievi. Penso che anche questo sia in parte uno dei motivi per cui questo circolo si è mantenuto dal 1977 fino a oggi”.

Vaticano, Francesco boccia la gestione post Vatileaks di Tarcisio Bertone

Papa Francesco boccia la gestione post Vatileaks di Tarcisio Bertone. A cadere per prima è la testa di monsignor Giuseppe Sciacca, fino a oggi segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, nominato da Bergoglio segretario aggiunto del supremo tribunale della Segnatura apostolica. Un incarico creato ad hoc per lui dal Papa. Era stato Bertone, nel settembre 2011, a volere Sciacca al posto di monsignor Carlo Maria Viganò che, in totale rotta di collisione con il porporato salesiano per la sua opera di risanamento del bilancio del Governatorato vaticano, era stato trasferito da Benedetto XVI che lo aveva inviato nunzio apostolico a Washington dopo che aveva denunciato casi di “corruzione” negli appalti della Santa Sede. Lettere a dir poco infuocate erano state scritte da Viganò a Bertone e a Benedetto XVI per scongiurare il suo allontanamento da Roma che equivaleva a un’inappellabile bocciatura del suo operato all’insegna della trasparenza finanziaria e di una gestione eticamente corretta del denaro all’interno dei sacri palazzi. Ma Benedetto XVI aveva avallato la rimozione voluta fortemente da Bertone. La decisione di Papa Francesco è, invece, un ulteriore e importante passo verso la trasparenza finanziaria vaticana, la lotta al riciclaggio e alla corruzione che, come dimostrò Viganò nelle sue lettere rese pubbliche da Gianluigi Nuzzi, sono ben radicate dentro le mura leonine.

La rimozione di Sciacca, con Benedetto XVI regnante considerato papabile per la sede cardinalizia di Palermo, è anche un avviso di sfratto imminente a Bertone. Secondo alcune voci insistenti si tratterebbe ancora di pochi giorni prima della successione, “non più di una settimana”. Da molti nella Curia romana il nuovo incarico di Sciacca è considerato una sorta di “parcheggio” per uno degli uomini più vicini al porporato salesiano. Sciacca, tra l’altro, era entrato da diversi mesi in forte contrasto con il suo diretto superiore, il presidente del Governatorato Giuseppe Bertello, l’unico porporato con incarico a Roma nominato da Papa Francesco nel gruppo di otto cardinali che dovrà consigliarlo nel governo della Chiesa e nella riforma della macchina curiale. Bertello, fedelissimo di Bergoglio e tra i suoi principali grandi elettori nel conclave di marzo, è anche in pole position, subito dietro il favorito nunzio in Venezuela Pietro Parolin, per succedere a Bertone alla guida della Segreteria di Stato.

Oltre a Parolin e a Bertello, in Curia si fanno i nomi di Luigi Ventura, nunzio in Francia, e proprio di Viganò, la cui candidatura è fortemente sostenuta dal cardinale di New York e presidente dei vescovi Usa, Timothy Michael Dolan. Non a caso è stato proprio il porporato americano, qualche settimana fa, a criticare duramente il Papa argentino per non aver rimosso ancora Bertone. La nomina di Viganò però, fanno notare in Curia, sarebbe troppo dirompente con il “duumvirato” Ratzinger-Bertone e provocherebbe non pochi dispiaceri al Papa emerito che verrebbe clamorosamente sconfessato in una delle decisioni più delicate del pontificato, come emerso dai documenti pubblicati da Nuzzi nel suo libro “Sua Santità”.

Proprio a Benedetto XVI Viganò aveva espresso “profondo dolore e amarezza” per la decisione di trasferirlo negli Stati Uniti d’America. “In altre circostanze – aveva scritto il nunzio al Papa tedesco – tale nomina sarebbe stata motivo di gioia e segno di grande stima e fiducia nei miei confronti ma, nel presente contesto, sarà percepita da tutti come un verdetto di condanna del mio operato e quindi come una punizione”. Ma Ratzinger non aveva voluto sentire ragioni e aveva confermato quella decisione. Ora Papa Francesco riparte proprio da quella nomina e Viganò entra di diritto nella corsa per la successione di Bertone.

ilfattoquotidiano

Vaticano, si prepara la rivoluzione d’autunno

di Matteo Matzuzzi www.formiche.net

Monsignor Giuseppe Sciacca, 58 anni, è stato nominato ieri dal Papa segretario aggiunto del Supremo Tribunale della Segnatura apostolica, l’organo guidato dal cardinale americano Raymond Leo Burke. Fino a ieri, Sciacca ricopriva l’incarico di segretario del Governatorato della Città del Vaticano. Dopo due anni, ecco il trasferimento, che era comunque nell’aria da qualche tempo. Non sono stati anni facili, quelli del prelato siciliano, fine giurista e stimato anche da Benedetto XVI. Nel 2011, sembrava pronta per lui la promozione a un altro importante incarico curiale, ma all’ultimo Joseph Ratzinger decise di affidargli la scrivania occupata fino a quel momento da Carlo Maria Viganò.

Lo scontro – L’accelerata e il cambio di piani fu dovuto a uno scontro fortissimo tra Viganò e la segreteria di stato (in testa il cardinale Bertone): l’allora segretario del Governatorato, nominato nunzio negli Stati Uniti, accusava Bertone di aver tramato per allontanarlo da Roma dopo le denunce riservate sul malaffare serpeggiante nel Governatorato. In particolare, nel dossier di Viganò, c’erano accuse esplicite e specifiche su episodi di corruzione, sprechi e spese esorbitanti.

Il caso Vatileaks – Il tutto divenne di dominio pubblico quando la trasmissione di Gianluigi Nuzzi «Gli Intoccabili» su La7 rivelò il contenuto delle lettere scritte dallo stesso Viganò al Papa e al segretario di Stato. Lettere che furono fotocopiate dagli originali custoditi nella scrivania di Benedetto XVI. Era l’inizio di Vatileaks, lo scandalo che avrebbe travolto il Vaticano nei mesi successivi. Monsignor Viganò rivendicava di aver avuto assicurazione che, anziché a Washington, per lui ci sarebbe stata la promozione a governatore e (successivamente) la creazione cardinalizia. Niente di tutto questo, per lui il più classico dei promoveatur ut amoveatur. Seppur per una destinazione tra le più prestigiose e ambite. «Nel presente contesto, sarà percepita da tutti come un verdetto di condanna del mio operato e quindi come una punizione», scriveva Viganò a Benedetto XVI il 7 luglio 2011.

L’ultima nomina estiva – Per calmare le acque e riportare il rigore nel palazzo alle spalle di San Pietro, il tandem Ratzinger-Bertone scelse monsignor Giuseppe Sciacca. Giurista e uomo apprezzato per la sua onestà, in questi due anni il segretario del Governatorato ha mantenuto un profilo basso, cercando di ripristinare un clima di serenità all’interno degli uffici guidati oggi dal cardinale Bertello (anch’egli nominato nel 2011) e di evitare spese elevate, come quelle per il tradizionale presepe natalizio di piazza san Pietro. Nel suo caso, quella di oggi non va letta come una rimozione. Tutt’altro: finita l’emergenza, Sciacca viene assegnato a un dicastero le cui competenze saranno utili. Non è un caso che Francesco lo abbia nominato «segretario aggiunto» – in affiancamento al segretario Frans Daneels – segno di un possibile rafforzamento del tribunale.

Le prossime mosse – Dopo quella dell’elemosiniere (ai primi di agosto il Papa sostituì Guido Pozzo, tornato alla commissione Ecclesia Dei, con Konrad Krawjeski), è la seconda nomina estiva che ha a che fare con la curia o gli uffici ad essa collegati. È il preludio ai cambiamenti dell’autunno che porteranno, con ogni probabilità, anche alla sostituzione del segretario di stato. In questi giorni si moltiplicano le voci su nomine imminenti, spesso smentite (come è di rito). È il caso dell’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin, che viene dato in partenza per Roma con un importante incarico curiale. Lui smentisce, dice che nulla di ciò che viene scritto è vero. Si vedrà. Un altro possibile arrivo in Vaticano è quello dell’attuale arcivescovo di Washington, Donald William Wuerl. Per lui potrebbe essere in vista la guida della congregazione per il Clero. Ma con Papa Francesco è meglio non dare nulla per scontato, le sorprese sono sempre dietro l’angolo.

La curia condannata a risarcire la vittima di un prete pedofilo: ecco il primo precedente in Italia evoca le cause che negli Usa hanno mandato in fallimento diverse diocesi

Prescrizione nel processo penale, ma maxi risarcimento nella causa civile. Il caso di don Giorgio Carli, sacerdote bolzanino che nel 2009 si è visto riconoscere la prescrizione in Cassazione (dopo una pesante condanna in secondo grado) dell’accusa di abusi sessuali su una parrocchiana minorenne, potrebbe essere uno dei primi in Italia in cui è l’istituzione Chiesa a pagare. La prima sezione civile del tribunale di Bolzano ha ora condannato, in solido fra loro, la diocesi di Bolzano eBressanone e la parrocchia San Pio X di Bolzano al risarcimento di complessivamente 700.000 euro, oltre agli interessi legali.

La vicenda giudiziaria, iniziata nel 2003 con l’arresto del sacerdote, fece molto scalpore. Nel processo ebbero un ruolo determinante i ricordi della donna, affiorati in età adulta nel corso di unacura psicanalitica. Don Carli, che si è sempre professato innocente, in primo grado fu assolto, in secondo grado fu condannato a sette anni e mezzo di reclusione e infine la Cassazione decretò la sopraggiunta prescrizione, con l’obbligo, però di risarcire economicamente la parrocchiana. Secondo la sentenza della sezione civile del tribunale di Bolzano, depositata ora, alla donna spettano 500.000 euro, mentre i suoi genitori dovranno ricevere 100.000 euro ciascuno. Si tratta infatti delle cifre stabilite ancora dalla Corte d’appello.

“La sentenza – ha detto all’Ansa il legale della donna, l’avvocato bolzanino Gianni Lanzinger – è probabilmente la prima di questo genere in Italia e consente, almeno in parte, una forma dirisarcimento morale”. La diocesi si dice invece “sorpresa e delusa, ma prende atto della decisione del Tribunale, anche se risulta incomprensibile il motivo per cui si venga chiamati al risarcimento civile dei danni, dopo che nessuno è stato né accusato, né condannato”. “In seguito alprocesso penale contro don Carli, la sezione civile del tribunale di Bolzano ha stabilito con sentenza parziale del 21 agosto 2013 che non solo don Giorgio Carli, ma anche la parrocchia San Pio X e la diocesi sono chiamate al risarcimento civile dei danni, nonostante che durante il processo penale, quando il vescovo Wilhelm Egger era stato chiamato come testimone, fosse evidente che egli non fosse a conoscenza delle accuse contro Giorgio Carli negli anni dal 1991 al 1994”, afferma la diocesi.

ilfattoquotidiano

Chiesa: perché le porte siano realmente aperte

di Catholic Church Reform in adista 31 Agosto 2013

Caro papa Francesco,

Siamo in tanti in tutto il mondo – cattolici e anche non cattolici – a sperare che la tua elezione rappresenti un momento cruciale nella Storia della Chiesa. Ci ha incoraggiato la tua decisione di creare una commissione consultiva costituita principalmente da vescovi residenziali di tutti i continenti per riesaminare il modo in cui la Chiesa è chiamata a governarsi. Siamo felici specialmente per il tuo nuovo stile, più simile a quello di un semplice vescovo al servizio e in ascolto del popolo di Dio che a quello di un monarca. Noi firmatari di questa lettera, provenienti da tutto il mondo e da ogni ambito, vorremmo che ci prestassi ascolto.

La modalità di governo della Chiesa è stata definita 50 anni fa al Concilio Vaticano II: «L’ordine dei vescovi… è anch’esso insieme col suo capo il romano Pontefice, e mai senza questo capo, il soggetto di una suprema e piena potestà su tutta la Chiesa». Ciò significa chiaramente che i vescovi di tutto il mondo, insieme al papa, sono chiamati a governare la Chiesa. Tuttavia, dalla fine del Concilio, la Curia Romana, istituzione assai distante dalla gente, ha messo da parte i vescovi e spesso fa sì che questi sentano di dover lavorare per la Curia. È il momento di tornare allo spirito del Vaticano II ponendo maggiore enfasi su due dei suoi principi: collegialità, collocando la responsabilità nelle mani di molti piuttosto che di uno, e sussidiarietà, perché nessuna decisione venga adottata ad un livello più alto se può essere presa più efficacemente a un livello inferiore.

Siamo profondamente consapevoli del fatto che, attraverso i secoli, la modalità di governo della Chiesa è cambiata in molte forme: i fedeli della Chiesa primitiva sceglievano i propri vescovi. Tornando alle nostre radici e riprendendo la tradizione più antica della Chiesa, ci piacerebbe unirci a molti leader ecclesiali in tutto il mondo per chiederti di incoraggiare il popolo di Dio nei diversi continenti – sotto la guida del clero locale, dei religiosi e dei laici – a eleggere i vescovi delle proprie diocesi. Con il tempo, a mano a mano che andranno in pensione i vescovi attuali e i nuovi vescovi eletti ne prenderanno il posto, questo movimento darebbe ai fedeli voce, voto e senso di cittadinanza e giungeremmo ad una Chiesa più corresponsabile. Le Chiese locali, guidate dallo Spirito Santo, potrebbero allora affrontare collegialmente le tante questioni che oggi si pongono e il vescovo ricorrerebbe ad esse per avere indicazioni sulle riforme necessarie. Vescovi aperti all’ascolto sarebbero, a loro volta, maggiormente preparati ad aiutare il papa sui temi che la Chiesa universale è chiamata ad affrontare.

Per decenni, come sai, numerosi studiosi, teologi e leader religiosi (compreso Joseph Ratzinger quando era ancora cardinale) hanno parlato della necessità di un decentramento della Chiesa, perché, come dicono in tanti, la Chiesa è diventata “ingestibile”. Inviamo questa proposta in uno spirito d’amore verso la nostra Chiesa e di profonda preoccupazione per il suo futuro. Se la Chiesa deve essere, come hai affermato, il «luogo della misericordia e dell’amore di Dio, in cui ciascuno può sentirsi accolto, amato, perdonato e incoraggiato a vivere secondo la buona vita del Vangelo», dovrà esserci un sistema di governo che permetta una maggiore partecipazione delle persone che formano la Chiesa. E se la Chiesa deve tenere «le porte aperte perché tutti possano entrare», anche la partecipazione di quelli che stanno fuori della Chiesa dovrà essere benvenuta. Concludiamo con la richiesta urgente di un decentramento della Chiesa e dell’inclusione del tema dell’elezione dei vescovi da parte del popolo nell’agenda della riunione di ottobre.

Monarchia papale, addio? Una campagna per il decentramento della Chiesa

DOC-2546. ROMA-ADISTA. Se la speranza di una nuova primavera ecclesiale si fa strada con forza e convinzione crescenti in larghissima parte della Chiesa cattolica, da più parti si attendono ora i primi frutti concreti della nuova stagione. È allora con ben altro ottimismo che viene espressa la richiesta di riforme, e di una riforma complessiva e profonda della Chiesa (richiesta divenuta via via sempre più forte durante il lungo inverno dei pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI), malgrado la cautela di alcuni e la non superata diffidenza di alcuni altri. È in questo quadro che si pone la campagna Catholic Church Reform (www.catholicchurchreform.com o, in spagnolo,www.IglesiaCatolicaReforma.com) promossa da gruppi degli Stati Uniti – a cui se ne sono subito aggiunti altri dalla Spagna, come Redes Cristianas e il forum dei preti di Bizkaia – diretta ad ottenere l’elezione dei vescovi da parte delle Chiese locali, come nella più antica tradizione della Chiesa. Così, in una lettera a Bergoglio e al consiglio di cardinali incaricato dal papa di elaborare un progetto di riforma della Curia (v. Adista Notizie n. 16/13), gli aderenti alla campagna, che ha tra i suoi consulenti teologi e teologhe del calibro di Joan Chittister, Paul Collins, Hans Küng, James Coriden e Alberto Melloni, chiedono che siano i fedeli di ogni diocesi, in unione con il clero locale, a scegliere il proprio vescovo, individuando nel decentramento della Chiesa la condizione necessaria per portare avanti tutte le riforme necessarie.

Che il nodo sia quello del decentramento ne è convinto anche il benedettino e teologo della liberazione brasiliano Marcelo Barros, il quale, prendendo spunto dalla passata Giornata mondiale della gioventù («evento creato da Giovanni Paolo II nel 1985 per attrarre i giovani del mondo verso la Chiesa cattolica tradizionale», nel senso di «un ritorno alla vecchia cristianità centralizzata e simboleggiata dalla figura monarchica del pontefice»), ricorda sul suo blog (http://www.marcelobarros.com) che, quale che sia il papa, la sua figura così come si presenta oggi, come «capo di Stato e sommo pontefice», come «monarca assoluto della cristianità medievale», finisce comunque per rafforzare «la struttura ecclesiastica e patriarcale» a scapito della «testimonianza del Cristo semplice, povero e liberatore» (e ciò senza tacere della speranza suscitata dalla figura, dai gesti e dalle parole di papa Bergoglio: la speranza che il suo programma si orienti «non solo a correggere errori ed abusi», ma anche «ad attualizzare permanentemente il messaggio di Gesù per il mondo e per ogni generazione»).

Se, allora, il decentramento è necessario, non c’è modo migliore di realizzarlo, sottolinea la Campagna, che quello dell’introduzione, «in maniera graduale e non traumatica», del processo elettorale nella scelta dei vescovi. Un passo ritenuto indispensabile anche da Redes Cristianas, cartello di 150 gruppi, comunità e movimenti cattolici di base della Spagna, che, in una nota, esprime una profonda preoccupazione riguardo all’imminente passaggio di consegne nell’arcidiocesi di Madrid – il cui controverso cardinale, Antonio María Rouco Varela, è ormai prossimo al pensionamento – già tanto penalizzata da un «giuridicismo» che «ha fatto del settarismo e dell’anacronismo preconciliare la sua principale bandiera». «Con l’aria nuova che sta immettendo da Roma papa Francesco, crediamo che sia giunto il momento opportuno perché la diocesi di Madrid assuma la sua responsabilità nell’elezione del suo vescovo», si legge nella nota di Redes Cristianas. E se pure, prosegue, «non si può giungere, al momento, all’utopia riflessa dalla Tradizione Apostolica, dovremmo almeno iniziare a muovere i primi passi», a cominciare da quello di «non imporre da fuori un vescovo di cui si sa che non è voluto dalla Chiesa locale». Dove il riferimento è al card. Antonio Cañizares, già arcivescovo di Toledo e attuale prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, la cui nomina al vertice dell’arcidiocesi di Madrid, secondo quanto riferito dalla stampa spagnola, è stata già comunicata dal papa al card. Rouco durante l’udienza concessa a quest’ultimo il 28 giugno scorso. Un nome, quello di Cañizares, sgraditissimo alla Chiesa di base spagnola (e allo stesso Rouco, essendo i rapporti tra i due notoriamente ben poco amichevoli), che lo considera reazionario né più né meno dell’arcivescovo uscente (tristemente famosa la sua dichiarazione sulla superiore gravità dell’aborto rispetto agli abusi sessuali: «Non è comparabile quanto è potuto accadere in alcuni collegi con i milioni di vite distrutte dall’aborto», El País, 29/5/09).

Non sembra essere andata bene neppure ai fedeli della diocesi di Orán, a Salta, in Argentina, alla cui guida è stato chiamato da papa Francesco Gustavo Zanchetta, un prete che nella diocesi di Quilmes, da cui proviene e in cui ha ricoperto importanti incarichi, ha raccolto ben poche simpatie. Horacio Verbitsky, giornalista da sempre critico nei confronti di Bergoglio, descrivendo Zanchetta su Página 12 (29/7) come «prototipo del carrierista che il papa critica nei suoi discorsi», riporta nel suo articolo, in forma anonima, un elenco di opinioni riprese testualmente da una mailing list «a cui partecipano sacerdoti e laici di Quilmes», tutti «indignati, sorpresi, paralizzati o furiosi per la designazione». C’è chi domanda: «Ma il vescovo non doveva odorare di pecora?» e chi esclama: «Zanchetta vescovo! Ha fatto carriera. Povero popolo di Orán (…). Non riesco a riprendermi»; chi denuncia: «In questo procedimento vedo il papa nella sua ideologia più genuina: Gustavo è uno dei suoi fedeli seguaci e non gli importa un fico secco della sua posizione nel presbiterio e di come ha gestito il potere in relazione alla gente»; chi considera: «Gustavo non avrebbe dovuto essere ordinato se si fosse tenuto conto della consultazione promossa tra i presbiteri della diocesi» e chi evidenzia: «La sua nomina dimostra che vi sono cose che non cambiano così facilmente».

(claudia fanti)

Sedicente associazione di sacerdoti sposati collegata a Milingo si auto-pubblicizza nel web

Ha adesso anche un sito ufficiale la sedicente associazione di Sacerdoti Sposati che si autodefinisce prelatura nata dal movimento Married Priests Now, stravolgendone la fondazione….

Onnipresente Salvatore Micalef che si autoproclama “Vicario Generale per l’Italia Married Pristers Now! Catholic Prelature”.

Tale Salvatore Micalef fu presentato a da uno dei nostri sacerdoti… Micalef poi ha cercato di combattere per distruggere non riuscendoci il nostro gruppo… Attenzione dunque a tale sedicente associazione di sacerdoti sposati… che si autodefinisce “No Profit” e chiede di versare donazioni attraverso Western Union Trasfer…

 

Perché per i nostri superiori i preti dissidenti sono più pericolosi di quelli pedofili?

Mi piacerebbe entrare nella testa (o nella mente) di qualche mio superiore per capire quale sia il suo reale giudizio sulle tante cose che succedono nella Chiesa o nella Diocesi, o che cosa pensi delle decisioni che provengono dai gerarchi, di cui devono eseguire gli ordini.
Il problema è che dall’esterno non si riesce proprio a capire. Questi superiori sanno coprire molto bene il loro stato d’animo, e soprattutto i giudizi che provengono dalla loro coscienza.
Sembrano talora delle sfingi, quasi impassibili, e talora ipocriti nel senso etimologico della parola: attori che sanno recitare la loro parte, anche maldestramente, ma cambiando di volta in volta la maschera.
Sembrano magari umani, ma è solo un’impressione: dietro al sorriso, ecco pronta la sentenza che prevale su ogni apparente dialogo.
Di fronte all’evidenza essi negano, o meglio cercano di arrampicarsi sui vetri, contraddicendosi senza per nulla vergognarsi. Sul momento. Ma in realtà hanno dentro qualche rimorso? Oppure sono stati così castrati a dovere che, finché dura l’incarico di servitore della gerarchia, hanno rimosso ogni possibile ravvedimento? Difficile rispondere.
Su mille e più preti che ci sono nella nostra Diocesi è chiaro che si può anche sbagliare, prendere delle cantonate, non avere elementi sufficienti per giudicare. Tuttavia, mi viene un dubbio che, non solo nel passato, anche oggi, un vescovo si senta più padre, ovvero comprensivo e protettivo, verso i preti che sbagliano in certi campi coprendo ad esempio delitti come la pedofilia, e invece usi il bastone contro i preti “dissidenti” che contestano la struttura della Chiesa o mettono in serio pericolo qualche dogma o la morale.
Vorrei dire di più: a me sta bene, anzi benissimo, che ci siano preti impegnati nei Centri di recupero o nell’assistenza di ogni tipo, ma anche qui stiamo attenti. In fondo, questi preti o suore fanno comodo alla Chiesa struttura, ne salvano la faccia. Difficilmente vedo questi preti o suore contestare la Chiesa. Talora sono conniventi col potere più corrotto. Non c’è solo il caso don Pierino Gelmini. Ma alla Chiesa non va proprio giù che ci siano preti che la contestino nel suo marciume istituzionale o che risveglino il popolo di Dio. Adesso qualcuno mi accuserà di essere ingrato verso chi s’impegna nel mondo assistenziale. Non è così! Certo, preferirei che i preti impegnati ad esempio nell’antimafia o nell’anticamorra alzassero di più la voce contro una Chiesa che pensa solo a fare documenti o a far pregare la madonna e i santi, lasciando il popolo ignorante e obbediente, succube di una gerarchia che predica bene e razzola male.

fonte: dongiorgio.it

Istruzioni per incontrare papa Francesco

In molti cercano il modo percomunicare col Pontefice della Chiesa Cattolica.

Il metodo classico è la lettera. L’indirizzo postale del Papa è “Sua Santità Francesco, 00120 Città del Vaticano”. Il Pontefice al momento non ha un indirizzo pubblico di posta elettronica ma ha un profilo twitter declinato in più lingue, ovvio che non possa rispondere alle richieste di tutti gli utenti.

Per vedere di persona il Santo Padre oltre all’Angelus in piazza San Pietro ci sono le udienze papali, gestite dalla Prefettura della Casa Pontificia che prepara tutti gli incontri, privati, speciali e generali e le visite delle persone ammesse alla presenza del Sommo Pontefice.

Le udienze pubbliche prevedono un biglietto d’invito, assolutamente gratuito, di cui però va fatta preventiva richiesta al Vaticano.

Le strade sono due: inviare un fax (numero 06-698.858.63) alla Prefettura della Casa Pontificia, aperta nei giorni feriali dalle 9 alle 13 (numeri di telefono 06-698.831.14, 06-698.848.76, 06-698.832.73), indicando a quale udienza si vuol partecipare e il numero dei partecipanti o richiederli via posta ordinaria all’indirizzo Prefettura della Casa Pontificia, 00120 Città del Vaticano (la Prefettura invierà una comunicazione di risposta scritta solo a chi risiede fuori Roma tramite fax o posta normale).

I biglietti per l’udienza potranno essere ritirati presso l’apposito Ufficio istituito internamente al Portone di Bronzo al colonnato di destra in Piazza San Pietro.

Ricevere una benedizione speciale dal Pontefice contempla la spedizione da parte del Vaticano di una pergamena a pagamento che si ottiene tramite apposita richiesta all’Elemosineria Apostolica che si può raggiungere di persona all’interno della Città del Vaticano, con entrata dall’Ingresso Sant’Anna (sulla destra del Colonnato della Piazza San Pietro) negli orari di apertura: 9-12, dal lunedì al sabato.

Se non è possibile recarsi personalmente si può inviare una richiesta tramite lettera o fax, niente posta elettronica, all’indirizzo: Elemosineria Apostolica, Ufficio pergamene – 00120 Città del Vaticano; il fax risponde invece al numero 06.698.831.32.

La benedizione può essere richiesta per Battesimo, Prima Comunione, Cresima; Matrimonio; Ordinazione Presbiterale; Professione Religiosa; Consacrazione Secolare; Ordinazione Diacono permanente; di matrimonio o di professione religiosa; compleanno; Persona singola cattolica o famiglia.

In alcuni casi è necessario un nulla osta del proprio parroco.

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