Anche i preti potranno sposare: quel che Francesco non dice

ROMA – Gran dibattito nel cortile Italia. Sorpresa, stupore e talvolta sgomento per un Papa che fa niente meno che il Papa. E lo fa con il buon senso, la ragione e la misura. Dice che un gay, un omosessuale, è essere umano come e quanto ogni altro. Dice quindi una sacrosanta ovvietà. Dice che un gay può essere un peccatore come e quanto ogni altro essere umano. E la Chiesa cattolica sta lì per accogliere e perdonare peccatori, così come il suo Dio. Dice di non aver titoli né mandato per “giudicare” un gay perché non c’è nulla da giudicare. Dice Papa Francesco  il sano e il giusto ma soprattutto l’ovvio. Eppure il cortile Italia sobbalza. Ma non si era detto finora che i gay sì, va bene ma proprio proprio come gli altri non sono?

Sì, si era detto e si continua a dire, ma appunto nel cortile Italia e non più da tanto tempo nell’Occidente del mondo. Cortile Italia stupisce e si capisce: non a caso la nostra legislazione in materia di diritti civili, non solo per i gay, è molto più simile a quella dei paese dell’ex Europa dell’Est afflitti da “bigottismo di Stato” di quanto non lo sia rispetto alle leggi spagnole, francesi, portoghesi perfino, per non dire dell’Europa centrale e del Nord. Divorzio, fine vita, omosessualità, fecondazione artificiale, biogenetica…il nostro gruppo di riferimento è composto da Grecia, Turchia, Polonia. Papa Francesco però non vive nel Cortile Italia e quindi dice l’ovvio, ciò che è ovvio per il resto del mondo cristiano sì, cattolico certo, ma civilizzato pure.

Dice cose Papa Francesco più importanti e innovative della sacrosanta ovvietà sui gay, dice per i divorziati risposati la Chiesa cattolica deve trovare una via che li riporti…ai sacramenti? Questo Francesco non lo dice ma il cattolici divorziati e risposati sono tanti, sono vita vera, umanità vera e la Chiesa non può, non deve e ora annuncia di non voler più tenerli fuori e lontani da sé in una dannazione di fatto.

Dice Papa Francesco perfino cose intollerabili oltre che inaudite per Cortile Italia, dice che il problema, anzi il guaio sono le lobby. Qualunque lobby, quella gay in Vaticano se c’è. La lobby, non i gay. La lobby, non i monsignori gay. La lobby è la forma in cui si organizza e consolida il danno collettivo. Cortile Italia finge di non capire o forse non “sente” davvero. Le lobby il guaio nel paese delle lobby? Cortile Italia le lobby le chiama diritti acquisiti oppure diritti sociali, oppure professionalità, oppure presidi sociali. Le lobby sono Cortile Italia: quella degli avvocati, quella degli agricoltori, quella dei dipendenti di aziende pubbliche, quella di ogni professione e attività. I trasportatori, i commercianti, i medici, i politici, gli studenti, i genitori, gli utenti, i consumatori: la regola e il comandamento da noi è organizzarsi in lobby per ottenere così la benedizione e l’acqua santa dei poteri e del denaro pubblico. E Francesco va a dire che la lobby, l’idea stessa di lobby è il guaio? Meglio non aver sentito, Cortile Italia fa il distratto.

Poi ce n’è una che Papa Francesco non dice e cioè che i preti, i suoi preti, potranno sposare. Era un verso di Lucio Dalla, datato “nell’anno che verrà”. Un anno che però non viene per Santa Romana Chiesa che su questo resta muta e ferma. Ci sono stati secoli e secoli in cui la vocazione al sacerdozio era in parte figlia della devozione e della fede, della chiamata e voce divina. E in parte era scelta di una “carriera”, di un ruolo sociale. Carriera sia per i figli dei ricchi che per i poveri. Per i primi un modo concreto di far parte attiva della classe dirigente, per i secondi la possibilità di procurarsi sostentamento in questa vita oltre che benemerenze per la prossima di vita.

Ora invece in tutto il mondo e maggiormente in Occidente, America latina compresa, il sacerdozio è sempre più solo devozione e missione e sempre meno carriera. Come “carriera” non ne vale la pena, le società contemporanee offrono di che sopravvivere e vivere senza bisogno di prendere i voti, di far voto soprattutto di castità e di celibato. Altre Chiese e confessioni cristiane non impongono ai loro sacerdoti il celibato, quella cattolica lo fa. Ed è fuori di dubbio che questo divieto di matrimonio accentui il crollo delle vocazioni sacerdotali ed enfatizzi dal punto di vista statistico la percentuale di omosessuale nei ranghi del clero cattolico. Dicesse un Papa che anche i suoi preti potranno sposare, la Chiesa, almeno quella su questa terra, ne trarrebbe giovamento.

Ma finora nessuno lo fa e ce la fa a dirlo. E’ una delle forme più evidenti e resistenti della sessuofobia che caratterizza, marchia, segna il cristianesimo. Come l’ebraismo e l’islamismo. Qualcosa vorrà dire, qualcosa significherà che i monoteismi, le religioni del Libro e del solo e unico Dio, sono ciascuna a sua modo ma tutte fortemente sessuofobe, terrorizzate dal sesso. Il che non accade ai politeismi, da quelli dell’era classica greco romana a quelli contemporanei a quelli preistorici o quasi. Qualcosa vorrà dire ma chissà cosa. Prima o poi un Francesco lo dirà? No, non sarebbe più un Papa.

di Lucio Fero –

fonte: http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/lucio-fero-opinioni/preti-matrimonio-sposare-papa-francesco-1634180/

Il problema dei figli dei preti e delle donne dei preti… Franzoni scrive a Papa Francesco

Non intendo esaminare qui tutta l’ampia problematica del celibato sacerdotale, cioè l’insieme delle ragioni storiche, bibliche, ecclesiali che oggi ne consigliano, o meno, il mantenimento nella Chiesa cattolica di rito latino. Voglio solo affrontare uno spicchio di tale realtà: il concubinato del clero. Con ciò non intendo affatto dire che tutto il clero sia oggi concubinario: assolutamente no! Tutti conosciamo preti lieti e fedeli al loro celibato e carichi di umanità. Ma certo, per una parte, sia pure limitata, del clero, il problema esiste.
Ricordo un episodio: quando, come “padre” conciliare, ero al Vaticano II, avevo come vicino di banco un vescovo dell’America Latina. Questi rimase molto male quando Paolo VI avocò a sé la questione della legge del celibato nella Chiesa latina, impedendo dunque al Concilio di discuterne liberamente. In tale situazione mi disse: «Caro padre abate, e adesso come faccio, dato che nella mia diocesi tutti i preti sono concubinari? Ero venuto in Concilio proprio per favorire l’abolizione della legge del celibato!».
Già incombente ai tempi di Paolo VI, la questione del celibato si è fatta ancor più grave sotto Giovanni Paolo II. A questo papa imputo come scelta assai temeraria quella di avere impedito, in proposito, un reale dibattito ai vari livelli della Chiesa.
Wojtyla ha talmente insistito sulla “saldatura” tra ministero presbiterale e celibato da occultare l’esperienza dei sacerdoti delle Chiese cattoliche orientali, spesso sposati. Ma, soprattutto, la sua esasperata difesa della legge in atto ha dimenticato un particolare decisivo, che un pastore saggio in alcun modo potrebbe ignorare: il problema dei figli dei preti e delle donne dei preti.
Obbligando i preti latini che, in relazioni clandestine, avessero avuto dei figli ad assumersi apertamente le loro responsabilità, e dunque a sposarsi per essere – coram populo – padri amorosi dei loro figli e sposi affettuosi di donne non più tenute nascoste, si compirebbe un gesto di giustizia. Ribadendo invece astrattamente la legge del celibato, di fatto si esimono questi presbiteri dall’assumersi le loro responsabilità e si permette loro di continuare a trattare le madri dei loro figli come persone senza diritti.
Sono migliaia e migliaia, nel mondo – dalla Germania al Brasile al Congo – i figli dei preti che non hanno diritto di avere una normale famiglia, essendo il loro padre “inesistente”. Una tale situazione lede molti diritti umani, e stringe il cuore. È impressionante che Wojtyla non abbia mai voluto affrontare pubblicamente questo “tabù”, preferendo le certezze dell’istituzione alle dolorose conseguenze derivanti dall’addentrarsi con realismo nelle problematiche concrete della vita, spesso assai complicate.
Tema differente, ma sempre legato al clero, è quello delle violenze sessuali di preti contro minori. La sgradevole impressione che si ha, in proposito, è che Wojtyla abbia affrontato questa piaga tremenda solo quando essa esplose negli Stati Uniti d’America, sul finire degli anni Novanta.

tratto da http://www.noisiamochiesa.org/?p=2745

Introvigne “asino in cattedra” chima utopismo i preti sposati e parla per Papa Francesco…

Ecco il testo di un articolo di Massimo Introvigne che accenna al tema dei preti sposati: Introvigne si fa interprete del pensiero di Papa Francesco etichettandolo la tematica dei preti sposati come “’utopismo di chi vive in improbabili futuri”… (ndr)

fonte: http://unacasasullaroccia.wordpress.com/2013/07/30/siate-rivoluzionari-fate-scelte-definitive/

di Massimo Introvigne

Papa Francesco è tornato in Italia dopo avere salutato i volontari della GMG e averli ancora una volta ammoniti a superare la «cultura del provvisorio». Condividendo con i giovani la storia della sua vocazione sacerdotale, il Papa ha affermato che «Dio chiama a scelte definitive». Se alcuni – ancora oggi, anche se percepire la chiamata di Dio si è fatto più difficile – sono chiamati al sacerdozio e alla vita religiosa, altri «sono chiamati a santificarsi costituendo una famiglia mediante il Sacramento del matrimonio. C’è chi dice che oggi il matrimonio è “fuori moda”. E’ fuori moda? [No…]. Nella cultura del provvisorio, del relativo, molti predicano che l’importante è “godere” il momento, che non vale la pena di impegnarsi per tutta la vita, di fare scelte definitive, “per sempre”, perché non si sa cosa riserva il domani. Io, invece, vi chiedo di essere rivoluzionari, vi chiedo di andare contro corrente; sì, in questo vi chiedo di ribellarvi a questa cultura del provvisorio, che, in fondo, crede che voi non siate in grado di assumervi responsabilità, crede che voi non siate capaci di amare veramente». E in un’intervista alla radio diocesana di Rio Francesco ha aggiunto che «la famiglia è importante, è necessaria per la sopravvivenza dell’umanità. Se non c’è la famiglia, è a rischio la sopravvivenza culturale dell’umanità. La famiglia, ci piaccia o no, è la base».

Che cosa resta della GMG? Il primo dato su cui riflettere è quello quantitativo. Nella sociologia della religione i numeri sono sempre importanti: è un campo dove – come ama dire il mio amico e maestro Rodney Stark – «chi non conta non conta», chi trascura il dato numerico finisce per fare affermazioni irrilevanti. Nessuno oggi in Occidente – il mondo islamico, l’India, anche le Filippine cattoliche hanno talora numeri ancora più grandi – è in grado di radunare tre milioni di persone. E la Chiesa alla GMG le ha radunate per la preghiera e la Messa, non per un concerto rock. Piaccia o no, in un momento di crisi che non è solo economica, alla fine la Chiesa appare come l’unica presenza credibile.

A ogni GMG assistiamo alla solita litania di commenti giornalistici secondo cui tutto questo non cambia niente, si va a vedere il Papa come una qualunque superstar della musica o dello sport, tornati a casa questi giovani continueranno a vivere da pagani, a non andare in chiesa e a infischiarsi della morale cattolica. Sono commenti vecchi. Trascurano decine di studi sociologici su come, particolarmente in Italia,  la «generazione Giovanni Paolo II» – quella delle grandi GMG – abbia effettivamente invertito le statistiche e i numeri, frenando l’emorragia di presenze giovanili nelle chiese e regalando alla Chiesa un gran numero di giovani non solo presenti, ma impegnati. È certamente possibile che fra quei tre milioni di persone ci fossero dei semplici curiosi. Ma ci sono state anche migliaia di confessioni. Certo, le GMG non hanno alcun effetto magico o miracoloso. Perché cambino la Chiesa e la società – per esempio, perché da questo consenso intorno alla Chiesa nascano anche conseguenze  politiche che portino a contrastare leggi immorali come quelle sull’aborto, le unioni omosessuali, l’omofobia – occorrono infinite mediazioni, ed è necessaria una classe politica cattolica ben formata che, come ebbe a dire Benedetto XVI, «non s’improvvisa». Tuttavia un intellettuale molto critico nei confronti del cristianesimo come Alain de Benoist a proposito dell’oceanica «Manif pour tous» in Francia ha affermato che quelle folle – non convocate da nessuno, e i cui numeri restano un mistero per molti commentatori – erano in gran parte le «generazioni GMG», salvo criticarle perché, in quanto cristiane e non violente, si sono lasciate malmenare dai poliziotti anziché, come avrebbe preferito lui, attaccare le caserme della polizia.

Il Papa è consapevole dei rischi, ma anche delle possibilità. Ha ripetuto che la GMG non è finita, comincia ora. Ha proposto ai giovani una «rivoluzione copernicana»: rovesciare il tavolo della post-modernità, dove la cultura dominante ci seduce sussurrandoci che è giusto mettere al centro «io», cambiare tutto e mettere invece al centro Dio. E «uscire», uscire, uscire – un verbo ripetuto cento volte da Papa Francesco -, smetterla di rimanere nelle parrocchie, nei movimenti, nelle riunioni senza fine di Conferenze Episcopali che soffrono di «elefantiasi» per andare a evangelizzare la maggioranza che in chiesa non ci va più. Perché anche tre milioni sono pochi, rispetto alle decine di milioni di lontani dalla Chiesa.

Nel discorso più importante fra quelli che ha finora pronunciato nel suo pontificato, ai vescovi latino-americani del CELAM, Francesco ha affermato che il tempo del l’evangelizzazione può essere solo il presente. Ha criticato l’utopismo di chi vive in improbabili futuri, chiede i preti sposati, le donne prete e la comunione ai divorziati e non si accorge che non sono questi i temi che davvero interessano all’immenso popolo dei disperati, lasciati soli dalla globalizzazione che pure – ha detto Francesco – ha anche «aspetti positivi». E ha criticato anche l’utopia del passato, che pensa sia possibile tornare indietro a un’epoca che non c’è più. Con un riferimento storico certo suscettibile di approfondimenti, Papa Francesco ha definito l’utopia progressista del futuro «gnostica» e quella ultra-conservatrice del passato «pelagiana». Non è immediatamente evidente come il riferimento all’eresia di Pelagio (360-420), il monaco irlandese che riteneva possibile salvarsi solo con il proprio sforzo intellettuale e le buone opere, senza bisogno della grazia, sia pertinente per gli ultra-conservatori di oggi. Ma è possibile che Francesco lo desuma dal cardinale Joseph Ratzinger il quale aveva parlato anche lui di pelagianesimo con riferimento a  coloro che nella Chiesa cercano «non speranza ma sicurezza. Con un duro rigorismo di esercizi religiosi, con preghiere e azioni, essi vogliono procurarsi un diritto alla beatitudine».

Al di là dei riferimenti storici, dobbiamo essere attenti a cogliere l’essenziale del messaggio di Francesco, senza metterci alla sequela improvvida di chi cerca nelle parole del Papa un sostegno alla sua fazione o corrente, o al contrario si sente preso di mira e si risente. Quando poniamo la nostra fiducia nella nostra scienza e nel nostro sapere anziché nella dottrina della Chiesa siamo tutti gnostici, e quando pensiamo di salvarci con le nostre opere e le nostre certezze – fossero pure «tradizionali» – anziché ripetere a noi stessi tutti giorni che solo la grazia di Dio salva siamo tutti pelagiani. E nell’uno e nell’altro caso continueremo a parlarci addosso, a considerare fondamentali cose che interessano solo a noi e a pochi altri, mentre là fuori c’è tutto un mondo disperato da evangelizzare. Rimanendo nelle nostre conventicole autoreferenziali – non importa di quale segno ideologico – non riusciremo a «uscire», che è quanto il Papa ci chiede. E lo zelo amaro non ci renderà felici. «Abbiate il coraggio di essere felici», ha detto Francesco ai giovani. È la lezione più profonda della GMG.

[Fonte: lanuovabq.it, 30-07-2013]

 

“Le vittime di pedofilia denunciano da adulti, assurda la prescrizione”

“Ci vogliono molti anni per prendere coscienza degli abusi subiti, superare la vergogna e sentire la necessità di raccontare quello che subito nell’infanzia”, spiega lo psichiatra Alfonso Rossi, il terapista di Diego, vittima a 11 anni di un prete suo insegnante di religione. “Nel nostro apparato di giustizia la vittima occupa un ruolo poco rilevante, la sua sofferenza non è tenuta in conto”, prosegue il medico: “Un prescrizione di dieci o vent’anni è un termine troppo breve per i reati di pedofilia, perché una vittima prende consapevolezza solo da adulto, quando il reato è già stato cancellato dalla prescrizione. Il suo bisogno di giustizia rischia di non essere mai soddisfatto”
di ELENA AFFINITO e GIORGIO RAGNOLI

tratto da inchieste.repubblica.it

Presunti abusi su una minore dai 6 ai 14 anni: prete indagato per violenza

Per otto anni, dal 2001 al 2009, avrebbe abusato di una ragazzina che all’inizio della vicenda aveva solo 6 anni. Per questo un prete bergamasco di 38 anni, ex vice parroco della parrocchia di un comune della Valle Brembana, attualmente in un convento francescano a Trento dove sta facendo il noviziato, è stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di violenza sessuale. Nei suoi confronti il pm Gianluigi Dettori, titolare dell’inchiesta, aveva chiesto la misura cautelare degli arresti domiciliari, ma il gip Giovanni Petillo ha respinto l’istanza.

Non sussisterebbero più i pericoli di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove, visto che l’ultimo episodio risalirebbe al 2009, quando la piccola, ormai 14enne, avrebbe deciso di dire basta alle richieste del religioso e lui da quel momento avrebbe smesso di molestarla. Il pm, prima di fare ricorso contro la decisione del gip, si è riservato di valutare l’ordinanza. Secondo le contestazioni, tutto ha inizio nel 2001, quando il sacerdote è anche insegnante di religione alle scuole elementari frequentate dalla piccola e responsabile dell’oratorio e del centro ricreativo estivo della parrocchia del comune della Valle Brembana, anch’essi frequentati dalla presunta vittima.

È in queste vesti che il sacerdote, secondo il pubblico ministero, avrebbe abusato più volte nel corso degli anni della ragazzina. In alcune occasioni, l’avrebbe invitata a seguirlo nelle stanze della parrocchia e l’avrebbe costretta a denudarsi. In altre, invece, sempre secondo le accuse, si sarebbe spogliato lui e avrebbe costretto la piccola a toccarlo nelle parti intime. La vicenda sarebbe proseguita fino al 2009, quando la piccola, ormai compiuti i 14 anni, avrebbe detto basta e il religioso avrebbe accettato il suo rifiuto. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, per quattro anni la giovane non avrebbe rivelato a nessuno il suo segreto, neppure ai genitori.

Poi, qualche settimana fa, a pochi giorni dal suo diciottesimo compleanno, ecco la decisione di denunciare il prete. Tutto sarebbe nato, secondo quanto da lei raccontato al pm, durante una cena in pizzeria con alcuni amici, quando, a un certo punto, uno dei presenti aveva rivelato la sua intenzione di denunciare alla magistratura un ragazzo che giorni prima, al termine di una discussione, lo aveva colpito al viso con un pugno.

La giovane era scoppiata all’improvviso a piangere, ma non aveva spiegato il perché del suo atteggiamento ai compagni. La denuncia ventilata dall’amico le aveva risvegliato il ricordo del sacerdote e dentro di sè aveva maturato l’intenzione di rivelare tutto ai carabinieri. E così il primo luglio scorso, a pochi giorni dal compleanno, la giovane si era recata dal pm a raccontare tutta la storia. Il religioso, invece, non è ancora stato sentito dal magistrato.

Michele Andreucci – ilgiorno.it

Accuse del corvo all’ex militare diventato prete: e lui si schianta in moto: è grave

SONO STATI due giorni terribili per Don Salvatore Landolfi, 45 anni, parroco di San Lazzaro e Castelnuovo, nella valle del Magra. Ore concluse nel modo più drammatico, con un gravissimo incidente mentre era in sella alla sua moto. E’ ricoverato in rianimazione all’ospedale di Pisa, dove lotta per sopravvivere. Soltanto poche ore prima il prete era stato oggetto degli attacchi di un ‘corvo’ che aveva inondato di volantini la parrocchia con accuse infamanti su presunti atteggiamenti discutibili riguardanti la sua vita privata.

La stessa moto dell’incidente, una Yamaha 800, era stata oggetto di veleni, perché ritenuta non idonea all’abito talare. E lui, che dalle colonne de ‘La Nazione’ aveva parlato di «menzogne, diavolerie, schifezze», quella Yamaha aveva deciso di venderla. Una scelta fatta a malincuore, solo per non dare soddisfazioni alle malelingue. Così aveva confidato ai parrocchiani. Al momento dell’incidente a Ortonovo, probabilmente, era diretto a Carrara, per consegnarla nelle mani di un concessionario.

UNA VITA, quella di don Salvatore, che somiglia a un romanzo d’avventura. La gioventù passata sui velivoli della Marina, dove si era arruolato a soli 17 anni e dove è rimasto fino a raggiungere il grado di maresciallo elicotterista. La divisa indossata per 12 anni, partecipando a tante missioni all’estero. Ha imbracciato il mitra, il maresciallo Landolfi, poi ha cambiato abito. «Sono passato dalle ali degli elicotteri a quelle della fede», amava raccontare. La decisione era maturata proprio alla vigilia delle nozze. «E’ vero, a quell’epoca — così il prete si ‘confessava’ ai parrocchiani — c’era stato anche il momento dell’amore. Un fidanzamento di due anni con una ragazza. Ho condiviso momenti stupendi della mia vita. Con lei sono rimasto amico. Ha capito che a tre mesi dal matrimonio il Signore aveva iniziato la sua opera».
TRE GLI EPISODI che, a suo dire, gli avrebbero cambiato la vita: un pellegrinaggio alla tomba di Padre Pio, il cammino neocatecumenale e la morte del padre, anche lui con le stellette, colpito da un infarto in un supermercato militare.

DOPO IL SEMINARIO e l’ordinazione, è arrivata l’assegnazione delle parrocchie di San Lazzaro e Castelnuovo. E lì don Salvatore ha iniziato la sua attività frenetica rivolta in modo particolare ai giovani, ottenendo da parte loro un grande affetto. Si è accollato un mutuo di 730 euro mensili per rifare la chiesa dopo i danni del terremoto. Quando era stata dichiarata inagibile aveva improvvisato una Messa sul sagrato, sotto lo sguardo incuriosito dei passanti e la pioggia battente.

«Sono orgoglioso di averlo fatto — diceva don Salvatore negli ultimi giorni, quelli segnati dalla ferita dei volantini-corvo —. Ho agito per loro, per i fedeli, per i miei parrocchiani. Altro che serate in Versilia e donne». «E’ un grande parroco, un grande uomo — dicevano ieri pomeriggio i fedeli prima della Messa, officiata da un frate —. Ha fatto tanto per noi. Ora preghiamo perché possa ristabilirsi e tornare qui. Ne abbiamo bisogno». E in segno di affetto ieri sera i parrocchiani hanno organizzato una veglia di preghiera.
Carlo Galazzo – lanazione.it

Bach e la barriera di Pomposa: le chiusure del Vescovo Nervi

di Roberta Pacifico | vinonuovo.it
Non c’è una sola nota di Bach che non sia stata scritta “Soli Deo Gloria”. Con buona pace del divieto della Curia di Ferrara di eseguire in chiesa Sonate e Partite

I giornali, presi e compresi dalla Gmg e dalla nascita del royal baby, hanno dato poca attenzione a una notizia che invece ha suscitato la mia attenzione, anche se, di per sé, resta una notizia minore. Qualche giorno fa la curia di Ferrara ha deciso di vietare l’esecuzione di un concerto violinistico che prevedeva brani di Bach all’interno dell’abbazia di Pomposa perché non si tratta di musica liturgica. La cosa mi ha fatto saltare dalla sedia: da quando in qua si vietano concerti di musica classica in chiesa? Proprio un paio di settimane fa sono andata a sentire un Requiem di Fauré in una famosa chiesa di Milano, e alzi la mano quel musicista che non ha iniziato a fare le prime esperienze esibendosi proprio in chiesa.

Questa prassi dura da secoli, se vogliamo tener conto che la chiesa, oltre che luogo di culto, è sempre stata anche un centro aggregativo per la comunità e veicolo di cultura per un popolo che, altrimenti, non avrebbe avuto altro modo per accedervi. Esistono, ad esempio, alcune trascrizioni per organo delle opere liriche, segno che questa musica, nell’Ottocento, veniva tranquillamente eseguita in chiesa. In questo modo, le persone che non avevano la possibilità di andare a teatro potevano conoscere lo stesso le opere dei grandi compositori. Con ciò non voglio dire che si debba ritornare ad eseguire le opere, ma signori miei, stiamo parlando di Bach, e la decisione della curia di Ferrara mi sembra una chiusura senza senso. Monsignor Negri e i suoi hanno provato a giustificarsi dicendo che si sono attenuti a quanto prescritto dalla Congregazione per il Culto, che però rimanda alla discrezionalità del sacerdote sulla possibilità di far eseguire musica “religiosa”. In effetti, il programma previsto per la serata incriminata riguardava le Sonate e le Partite di Bach per violino solo, che sono alcune delle poche composizioni “laiche” dell’autore tedesco. Ma anche se non si tratta di musica esplicitamente “religiosa” resta assurdo a mio parere vietare l’esecuzione di una qualsiasi opera di Bach in chiesa. Provo a spiegare perché, sperando di non cadere in tecnicismi da musicologa.

Bach non ha scritto una sola nota senza che dietro non vi fosse un significato, un’idea da comunicare. È stato un grande utilizzatore della retorica musicale, in cui ogni figura è legata ad un significato. Bach inoltre legò la sua musica alla numerologia, dando a questa dei rimandi alla religione cristiana. Tutta la sua opera, anche quella non specificatamente sacra, ha quindi un significato religioso, e questo non lo dico io, che sono l’ultima arrivata, ma fiumi di studi a cavallo tra musicologia e teologia.

Proprio in riferimento alle Sonate e alle Partite per violino solo, possiamo notare come si dividano in tre Sonate e tre Partite, e questo è solo il primo richiamo alla Trinità. Sembra utile inoltre fare l’esempio della Ciaccona, il quinto tempo della Partita n.2. Un interessante studio della musicologa tedesca Helga Thoene dimostra come la Ciaccona bachiana sia intrisa di simboli che richiamano la liturgia latina e la Bibbia. La Thoene ha inoltre scoperto come all’interno della Ciaccona siano estrapolabili dei Corali, tipici degli inni religiosi della tradizione luterana.

La motivazione di questa presenza nascosta potrebbe essere dovuta al fatto che in quel periodo Bach era al servizio del principe Leopoldo a Cöthen, il quale era calvinista e aveva rigidi principi per quanto riguardava la musica liturgica, ma questa non è la sede per azzardare tesi di questo tipo.

Altri punti a nostro favore sono il fatto che Bach visse gran parte della sua vita professionale all’interno di chiese, lavorando come organista, e alla fine di ogni sua composizione mettesse in calce la sigla SDG, cioè Soli Deo Gloria, che attraverso un’analisi numerologica porta alle sue iniziali, JSB.

Alla fine di queste lunghe spiegazioni, resta la mia perplessità di fronte ad una tale presa di posizione della Curia e al conseguente arroccamento dietro le leggi della Congregazione per il Culto. A parte che questa chiusura può essere un pericoloso precedente, non capisco perché si debba andare a castrare un linguaggio, come quello universale della musica, che può invece aiutare ad avvicinare l’uomo alla fede, e favorire il dialogo. Il fatto è ancora più assurdo se si pensa che ad essere stata vietata non è certo stata una band di metallari, ma Johann Sebastian Bach.

A me sinceramente, viene in mente una sola immagine, in opposizione a questa chiusura che, ripeto, non riesco a spiegare: quel finestrino aperto di Papa Francesco appena arrivato in Brasile. Un finestrino che non impone barriere, chiusure, gradini, nonostante il pericolo. Che direbbe un Papa così di questa scelta della curia ferrarese? Darebbe importanza a questa differenza tra musica sacra e musica liturgica? E il Papa Emerito, così amante della grande musica, avrebbe applicato una simile norma su Bach? Io credo proprio di no, visto che più volte ha dichiarato che la musica di Bach è espressione di Dio.

Dal Brasile con furore: papa Francesco su lobby gay, donne e divorzio

Prima di partire per il Brasile, papa Francesco aveva spiegato a qualche amico giornalista che la tradizionale conferenza stampa ci sarebbe stata, ma non si sarebbe tenuta sul volo d’andata. Piuttosto su quello di ritorno. L’idea di fondo era evitare che, come in passato, le parole pronunciate in aereo oscurassero i gesti dei primi giorni di Giornata mondiale della gioventù. Scelta efficace, perché – come nelle attese – è stata una conferenza stampa densissima.

Tanto più perché le domande dei giornalisti hanno insistito su quello di cui a Rio de Janeiro non si è parlato. A partire dal tema del giudizio della Chiesa sull’omosessualità, legato, stavolta, alla questione della “lobby gay” in Vaticano. Citiamo la risposta come riportata da Andrea Tornielli, il “Vatican Insider” della Stampa, come sempre rapidissimo nel riportare tutto parola per parola: «Bisogna distinguere tra l’essere gay, avere questa tendenza, e fare lobby. Le lobby, tutte le lobby, non sono buone. Se una persona è gay e cerca il Signore con buona volontà, chi sono io per giudicarlo? Il Catechismo della Chiesa cattolica insegna che le persone gay non si devono discriminare, ma si devono accogliere. Il problema non è avere questa tendenza, il problema è fare lobby e questo vale per questo come per le lobby d’affari, le lobby politiche, le lobby massoniche». Ma perché in Brasile non ha parlato di aborto e nozze gay? – insistono i cronisti. «La Chiesa si è già espressa su questi argomenti, ha già una posizione chiara. E durante il viaggio in Brasile era necessario parlare positivamente».

La risposta di papa Bergoglio tiene insieme esigenze comunicative (semplice ed efficace la formula “il problema è la lobby, non i gay”) e dottrina cattolica. Il papa è riuscito a dare al mondo un segnale di apertura (il sito del New York Times già titola «Pope says he won’t judge gay priests») senza discostarsi di una virgola dall’insegnamento tradizionale della Chiesa.

Un atteggiamento simile a quello del passaggio sulla riforma della Curia. Non accenna a “rivoluzioni”, papa Francesco spiega «abbiamo bisogno del profilo dei vecchi curiali», quelli che «vanno dai poveri di nascosto o che nel tempo libero vanno in qualche chiesa e esercitare il ministero». Rinnovamento nella tradizione, anche se la carcerazione di monsignor Scarano, contabile dell’amministrazione del patrimonio apostolico, «provoca dolore».

La lingua dei giornalisti batte sempre sugli stessi punti. Sacerdozio femminile. Il papa non parla di innovazioni istituzionale, non ce ne sono in vista. «Una Chiesa senza le donne è come il collegio apostolico senza Maria»: anche qui il riferimento è semplicemente al Vangelo. Ma il cambiamento è necessario: «Non abbiamo ancora fatto una teologia della donna. Bisogna farlo. Per quanto riguarda l’ordinazione delle donne, la Chiesa ha parlato e ha detto no. Giovanni Paolo II si è pronunciato con una formulazione definitiva, quella porta è chiusa. Ma ricordiamo che Maria è più importante degli apostoli vescovi, e così la donna nella Chiesa è più importante dei vescovi e dei preti».

Il problema non è nella Tradizione, nella dottrina. Piuttosto nelle debolezze della Chiesa storica. Come sulla questione dei sacramenti ai divorziati: «Il clericalismo ha lasciato tanti feriti e bisogna andare a curare questi feriti con la misericordia. La Chiesa è mamma, e nella Chiesa si deve trovare misericordia per tutti». Già oggi, dice il papa, «i divorziati possono fare la comunione, sono i divorziati in seconda unione che non possono». Ed è ammesso lo scioglimento del matrimonio per nullità («il tema della nullità si deve studiare»). Parole che suonano come un’apertura, e non da poco.

di Lorenzo Biondi – europaquotidiano

Papa: no a sacerdozio donne, si’ a teologia al femminile

(AGI) – CdV, 29 lug. – “Sull’ordinazione delle donne, la Chiesa ha parlato. Quella di Giovanni Paolo II e’ una formulazione definitiva. E’ chiusa quella porta. Ma Maria era piu’ importante che gli apostoli. E dunque le donne sono piu’ importanti dei vescovi e dei preti”. Papa Francesco – nella conversazione con i giornalisti sull’aereo che lo riporta a Roma da Rio de Janeiro – usa una immagine emblematica: “una Chiesa senza le donne e’ come il collegio apostolico senza Maria”. E lo fa per esaltare il ruolo della donna nella Chiesa.
“La Madonna – sottolinea – e’ piu’ importante degli apostoli”.
Per Francesco “occorre guardare alla donna in questa prospettiva. Non solo dire: ‘nella Chiesa puo’ far questo o quello, la chierichetta o la presidente della Caritas'”. “Non abbiamo sviluppato ancora una profonda teologia della donna”, ha ammesso il Papa, per il quale bisogna vigilare affinche’ non si releghi il genio femminile solo nella dimensione della maternita’, peraltro fondamentale come dimostra l’omaggio che ha rivolto nel suo ragionamento “alle donne del Paraguay che quando la guerra decimo’ il Paese e si trovarono otto per ogni uomo, hanno fatto la scelta difficile di avere figli per salvare patria, cultura, fede e lingua”. La donna del Paraguay, ha concluso Francesco, “e’ il simbolo dell’America Latina”.
(AGI) .

Papa Francesco e la riforma della Chiesa

di Bernardo Cervellera
Alla Giornata mondiale della gioventù, il pontefice traccia la rotta del cambiamento che investirà non solo la Curia ma soprattutto la Chiesa, impegnata a facilitare l’incontro di Cristo col mondo. Egli prende a esempio Aparecida, un “mistero” nel quale si possono leggere le necessità della comunità cattolica contemporanea e le necessità del mondo. In piena comunione con Benedetto XVI e rimanendo estraneo alle categorie di “destra” e di “sinistra” con cui lo si vuole classificare.

Roma (AsiaNews) – La Giornata mondiale della gioventù a Rio de Janeiro avrà conseguenze per la Chiesa e il mondo. Non solo perché i circa 3 milioni di giovani sono partiti come missionari da questa incandescente settimana di festa, di messaggi e di gesti, ma anche perché papa Francesco, a pochi mesi dalla sua elezione, ha mostrato più a pieno il suo volto e ha tracciato le linee su cui sta lavorando per la riforma della Curia e di tutta la Chiesa.

Le Gmg sono state spesso giudicate come degli scoppi di entusiasmo temporaneo che però non fanno storia nella vita dei giovani. Eppure dentro la festa, le danze, le risa, le commozioni, è chiaro che dei tre milioni di giovani “molti sono arrivati come discepoli, tutti sono partiti come missionari”. Il tempo farà verificare questa affermazione di Francesco a conclusione della sua “Settimana dei giovani”, ma già fin d’ora è evidente che il messaggio ai ragazzi e alle ragazze che hanno invaso la spiaggia di Copacabana è stato sempre netto, cattolico e cioè legato a Cristo e alla responsabilità personale nel mondo.

Molti commentatori della Gmg si sono fermati al facile rapporto fra Francesco e i giovani – gli scambi di cappelli, magliette, gli abbracci, i sorrisi, le battute, le carezze ai malati, il bacio dei bambini – facendo scivolare il tutto in un sentimentalismo buonista e stucchevole. Altri, tradizionalisti, si sono scandalizzati della Via Crucis mimata, delle canzoni in stile rock, degli “ola” nei momenti più sacri. Nessuno dei due gruppi si è accorto – o ha voluto vedere – che il richiamo di Francesco alla dolcezza di Cristo si concludeva sempre in un invito alla responsabilità “controcorrente”. Fino all’ultimo, anche ai volontari della Gmg, egli ha proposto scelte “controcorrente” come lo sposarsi o decidersi per la vita consacrata a causa di Cristo. In tal modo Francesco ha reso evidente che la commozione per il malato o il disabile è frutto di un incontro con la verità; e che dentro  i riti di massa (“pagani”, come qualcuno ha definito le assemblee dei giovani) lo Spirito agisce plasmando le libertà e le vocazioni.

Il rapporto di Francesco con i giovani è fatto di gesti amichevoli e personalizzati (lo scambio di cappelli, il sorriso, il pollice alzato, la bevuta di “mate”), ma non scivola mai nel giovanilismo. Egli chiede ai giovani di andare oltre se stessi, oltre la palude delle “illusioni”, fino ad abbracciare gli anziani “fonte di saggezza”. Anzi ha detto ad un certo punto che giovani e anziani soffrono lo stesso destino di essere “scartati” dalla cultura contemporanea e ha proposto un’alleanza fra loro per costruire il futuro del mondo.

Questo stile e il contenuto del suo messaggio sta mostrando più a tutto tondo il volto di questo pontefice, sospettato spesso di accarezzare la mentalità dominante, di fare silenzio su questioni fondamentali di fede e di morale.

Alla Veglia del 28 luglio a Copacabana i giovani avevano puntato molto sulla figura di san Francesco, il santo che soffre di più manipolazioni al mondo (ecologista, pacifista, una specie di Peter Pan cattolico). Di tutto quanto si può dire su san Francesco, il papa ha ricordato la sua risposta alla chiamata del Signore: “Va’ e ricostruisci la mia Chiesa”. In più alla Veglia (e ai vescovi della Gmg) egli ha continuato a citare la Beata Teresa di Calcutta, una suore che potremmo definire “tradizionalista” (i rosari, le adorazioni eucaristiche, i digiuni,…), per spingere i giovani a rispondere “in fretta” all’appello alla missione, per portare Cristo nelle “periferie esistenziali” e nei luoghi del dolore.

Fra i commentatori si studia al microscopio ogni passo di Francesco per vedere se egli è “di sinistra” o “di destra”, se “progressista” o “tradizionalista”. Ma ormai queste categorie non tengono più: è passato il tempo delle etichettature concettuali, di partito, e Francesco sta mostrando un nuovo modo di vivere e di appartenere alla Chiesa.

Alcune settimane fa, alla celebrazione della Vita nell’Anno della fede, qualcuno è rimasto scandalizzato che egli non avesse citato la parola “aborto” o “eutanasia”. Ieri, alla messa conclusiva della Gmg egli ha voluto che fra le “offerte” da presentare all’altare ci fosse anche una  bambina nata anencefala, cioè priva del cervello. La piccola è ancora in vita, nonostante questo tipo di menomazione porti rapidamente alla morte. Il fatto è che pur potendo scegliere di abortire – in casi simili le leggi del Brasile consentono questa opzione – i genitori della bimba, che il papa aveva incontrato il giorno prima, hanno deciso di portare avanti la gravidanza.  E si sono presentati all’altare in maglietta stampigliata con slogan contro l’aborto.

Questo papa fa discorsi, ma conosce l’eloquenza dei fatti – dei segni – e sa che nel nostro tempo i discorsi sono manipolabili fino a farli diventare ideologie. I fatti invece richiamano alla realtà e i segni alle realtà più profonde.

Molti si domandano come Francesco riformerà la Curia romana. Ma nei giorni di Rio egli ha già tracciato una pista su come vuole riformare la stessa Chiesa. E lo ha fatto riferendosi sempre all’Aparecida, alla Madonna patrona del Brasile, ma anche al documento del Celam del 2007, che ha visto proprio Francesco come protagonista ed estensore. Nel suo incontro con i vescovi del Celam e soprattutto in quello con i vescovi del Brasile (purtroppo non pubblicato da nessuno) si legge la sua lotta contro il clericalismo, l’autoreferenzialità, il razionalismo, il suo sostegno al contributo dei laici e delle donne (“Perdendo le donne la Chiesa rischia la sterilità”).

Qualcuno, a sentire ciò si frega le mani e sogna già la vittoria della teologia della liberazione del passato, in rivincita contro “l’inquisitore” card. Ratzinger. Ma non lo è. Francesco ha citato Benedetto XVI come uno dei promotori dell’incontro di Aparecida e fra i difetti della Chiesa, egli cita proprio “la riduzione socializzante”, con la sua “pretesa interpretativa in base a una ermeneutica secondo le scienze sociali”. Ma parla anche di una Chiesa tentata dalla “proposta pelagiana”, che “davanti ai mali della Chiesa …  cerca una soluzione solo disciplinare, nella restaurazione di condotte e forme superate che, neppure culturalmente, hanno capacità di essere significative”.

Entrambe – ed è ben visibile in America latina, in Brasile, ma anche altrove – ignorano la “‘rivoluzione della tenerezza’ che provocò l’incarnazione del Verbo. Vi sono pastorali impostate con una tale dose di distanza che sono incapaci di raggiungere l’incontro: incontro con Gesù Cristo, incontro con i fratelli”.

Francesco ha citato la “cultura dell’incontro” anche ai politici brasiliani. Ma per lui questa è una specie di categoria teologica. Se c’è qualcosa che caratterizza questo papa è il suo desiderio, la sua spinta a fare di tutto perché l’uomo incontri Gesù Cristo e perché Cristo non sia fermato dalla nostra pusillanimità di cristiani ideologizzati.

È questa tensione che è alla radice della riforma della Chiesa: “La Chiesa – dice ai vescovi del Celam – è istituzione, ma quando si erige in ‘centro’ si funzionalizza e un poco alla volta si trasforma in una ONG. Allora la Chiesa pretende di avere luce propria e smette di essere quel ‘misterium lunae’ del quale ci parlano i Santi Padri. Diventa ogni volta più autoreferenziale e si indebolisce la sua necessità di essere missionaria. Da ‘Istituzione’ si trasforma in ‘Opera’. Smette di essere Sposa per finire con l’essere Amministratrice; da Serva si trasforma in ‘Controllore’. Aparecida vuole una Chiesa Sposa, Madre, Serva, facilitatrice della fede e non controllore della fede”.

Da qui si svolge una rivoluzione copernicana sul modo di fare i preti e di fare i vescovi: “I Vescovi devono essere Pastori, vicini alla gente, padri e fratelli, con molta mansuetudine; pazienti e misericordiosi. Uomini che amano la povertà, tanto la povertà interiore come libertà davanti al Signore, quanto la povertà esteriore come semplicità e austerità di vita. Uomini che non abbiano ‘psicologia da príncipi’. Uomini che non siano ambiziosi e che siano sposi di una Chiesa senza stare in attesa di un’altra. Uomini capaci di vegliare sul gregge che è stato loro affidato e di avere cura di tutto ciò che lo tiene unito: vigilare sul loro popolo con attenzione sugli eventuali pericoli che lo minacciano ma soprattutto per accrescere la speranza: che abbiano sole e luce nei cuori. Uomini capaci di sostenere con amore e pazienza i passi di Dio nel suo popolo. E il posto del Vescovo per stare col suo popolo è triplice: o davanti per indicare il cammino, o nel mezzo per mantenerlo unito e neutralizzare gli sbandamenti, o dietro per evitare che nessuno rimanga indietro, ma anche, e fondamentalmente, perché il gregge stesso ha il proprio fiuto per trovare nuove strade”.

E per quanto riguarda la testimonianza nella società, ai vescovi brasiliani ha detto:  “C’è una sola cosa che la Chiesa chiede con particolare chiarezza: la libertà di annunciare il Vangelo in modo integrale, anche quando si pone in contrasto con il mondo, anche quando va controcorrente, difendendo il tesoro di cui è solo custode, e i valori dei quali non dispone, ma che ha ricevuto e ai quali deve essere fedele”.

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“Ho tentato di denunciare quel prete ma dopo 20 anni il reato è prescritto”

La storia di Diego, vittima del viceparroco della chiesa nel cui oratorio andava a giocare. Un’infanzia cancellata, gli incubi che si rincorrono, fino alla decisione di raccontare tutto alla madre. Poi la terapia da uno psichiatra che ha solo lenito il dolore. “Sono andato dal sacerdote e gli ho ricordato quello che era successo. Ma lui è stato impassibile. Non ha mai ammesso. Mi ha invitato a pregare. Come un povero malato di mente”. Inutile il ricorso alla magistratura. Un’assurdità che riguarda centinaia di vittime private della giustizia per un reato odioso

NAPOLI “Faceva molto caldo quel pomeriggio, la scuola era quasi finita. Ricordo ancora come ero vestito: un paio di pantaloncini e una canottiera di spugnetta blu. Il prete mi invitò a casa sua. Io accettai. In camera da letto mi chiese di sedermi vicino a lui, poi cominciò a toccarmi. Non capivo cosa mi stava facendo: ero solo un bambino, per me lui era come un Dio. Mentre mi baciava, diceva che mi amava. Lo accontentai”.

Diego (così lo chiameremo con un nome ovviamente di fantasia, ndr ) nasce nel 1975 in un quartiere alla periferia di Napoli. Cresce frequentando l’oratorio del suo quartiere, come tanti altri bambini della sua età. I suoi genitori sono molto cattolici. Nel 1986 si iscrive alla scuola media del suo rione. Di lì a pochi mesi, per cinque lunghi anni, diventerà l’oggetto delle attenzioni  sessuali di don S. M., suo insegnante di religione. Del sacerdote useremo solo le iniziali, come sono indicate su un video pubblicato su Youtube. Il dolore ha impresso nella memoria di questo ragazzo ogni dettaglio di quei momenti. La sua infanzia è stata cancellata. Ogni ricordo precedente rimosso e lui condannato a una vita di angoscia. La sua storia è nota ed è stata diffusa dalla rete “L’Abuso”, una struttura impegnata contro le violenze sessuali degli uomini di chiesa. Ci ha voluto contattare ancora una volta per ribadire e rilanciare non tanto quell’incubo che lo assilla ormai da oltre vent’anni ma per sollevare un problema che riguarda decine se non centinaia di vittime come lui: la prescrizione del reato di pedofilia dopo 15 anni per il codice civile e 20 per quello penale. Un’assurdità se si pensa che chi subisce violenze sessuali di solito è un bambino, non ha la forza, la lucidità, la forza di denunciare l’abuso e chi lo ha commesso. Soprattutto se si tratta di un sacerdote, di un uomo di chiesa, a cui ci si confida e ci si affida. “Avrei voluto farlo anni dopo”, ci racconta il nostro testimone. “Ma i carabinieri hanno potuto solo raccogliere la mia testimonianza senza procedere ad una vera denuncia. Mancavano le prove. Ma il reato, anche se fosse stato dimostrato, era comunque caduto in prescrizione. Non avevo altra scelta: continuare a convivere con i miei fantasmi e rinunciare ad ogni più piccola forma di giustizia”.

In quegli anni cruciali, il viceparroco diventa amico di famiglia e inizia a frequentare la casa di Diego. “Arrivava e scherzava con mia madre e i miei fratelli mentre io rimanevo in un angolo”, ricorda. Il prete convince il ragazzino a non confessare a nessuno il loro segreto. Ma negli anni il silenzio diventa insostenibile: “Stavo sempre peggio. Una sera mi sentii malissimo e fui portato in ospedale. Vomitavo, non riuscivo a respirare. Ero convinto che stavo per morire. Ero disperato e decisi di confessare tutto a mia madre”.
La donna si allarma. Conosce suo figlio. Come ogni madre. saa che non sta mentendo, che non è un mitomane. Non si tratta di un pessimo scherzo, di una vendetta, di una fantasia morbosa di un ragazzino troppo sveglio. Diego dice il vero. Ha bisogno di aiuto. Su consiglio della madre, il ragazzo contatta lo psichiatra Alfonso Rossi, un primario in pensione con una grande esperienza “sul campo”.

Ricorda oggi il professionista: “Arrivò da me nell’ottobre del 2009 in un profondissimo stato di angoscia, con un’aggressività mal gestita, ripetendo continuamente di voler parlare ma non riuscendovi mai. Ogni tanto si alzava e andava a vomitare nel bagno”. Passano i mesi, le sedute continuano tra sforzi sfibranti, progressi e nuove regressioni. Lo psichiatra insiste. Ottiene i primi risultati. Fino alla svolta decisiva. Mesi dopo. Diego riesce finalmente a raccontare gli abusi subiti da bambino. Su consiglio dello psichiatra nel giugno 2010 il ragazzo presenta una denuncia presso la caserma più vicina ma riceve la prima delusione: il reato è ormai prescritto. Per lo Stato quel prete non ha mai compiuto gli abusi e non può essere sottoposto alla giustizia ordinaria.

Il giovane non si dà pace. E’ convinto che almeno la Chiesa possa risarcirlo. Non dal punto di vista economico ma spirituale, psicologico. Si rivolge anche al vescovo ausiliare di Napoli, Lucio Lemmo. Senza successo. Con una telecamera nascosta cerca il suo carnefice con l’intento di farlo confessare, ma inutilmente. “Andai là anche per fargli capire come mi aveva ridotto, lui mi trattò con fastidio come se non fosse un problema suo, riuscì anche a farmi recitare l'”Ave Maria” insieme a lui”, racconta Diego.

Nel 2011, con non poche difficoltà, il medico riesce a farsi ricevere dal vescovo in persona. Redige una breve relazione sulle condizioni del ragazzo che così si conclude: “Ho segnalato questo drammatico caso umano alla Chiesa perché lo ritenevo soprattutto utile per le strategie terapeutiche, oltre che un mio obbligo morale di cittadino e cattolico. […] Gradirei molto che il giovane venisse sottoposto a una valutazione clinica da un professionista di Loro fiducia che possa valutare i rapporti causali tra gli eventi delittuosi e lo stato attuale di Diego, augurandomi che possiate acquisire gli elementi necessari per intraprendere un percorso di giustizia e garanzia per le altre fragili e future vittime”.

Di lì a poco anche il giovane verrà ricevuto in Curia, racconta i fatti al vescovo che li annota promettendogli che quanto da lui denunciato verrà inviato a Roma. Poi i contatti con la diocesi si interrompono. Nel 2012, popo ripetute richieste di spiegazioni da parte anche della famiglia di Diego, la Curia, a firma della segreteria del vicariato, risponde che il vescovo non ha più tempo per ricevere il giovane. Si legge nella missiva: “Gentile Sig.[…] in merito alla sua richiesta di poter incontrare il Vescovo, Le comunico che sarà molto difficile poterla accontentare perché i suoi impegni di Curia ed altro gli impediscono di poter continuare gli incontri con lei”. Diego sente di vivere un secondo tradimento: “Non sono stato creduto nonostante anche il mio psichiatra abbia spiegato i fatti molto chiaramente, quell’uomo pericoloso sta ancora in mezzo ai ragazzi mentre io non ho ricevuto il minimo sostegno spirituale”.

Contattando il vescovo, spiega lo psichiatra, Diego chiedeva di essere riabbracciato dalla sua Chiesa, che però non sembra disponibile a farlo. Nell’estate del 2012 il ragazzo scopre che il sacerdote è stato allontanato dalla parrocchia e ne è profondamente sollevato: “Il mio interesse era soprattutto quello di evitare che quell’uomo facesse del male ad altri ragazzini”. Un mese fa, grazie a Francesco Zanardi e alla rete “L’Abuso”, Diego viene a sapere che don S. M. nell’anno scolastico 2012-2013 ha regolarmente insegnato in una scuola professionale pochi chilometri fuori Napoli: “Mi è crollato il mondo addosso, niente di quello che avevo fatto era servito. Avevo l’impressione che la Chiesa in questo modo autorizzasse non solo gli abusi fatti a me da quel sacerdote, ma la pedofilia in generale” spiega Diego.

Il prete, è stato per molti anni animatore spirituale di un importante movimento ecclesiale per la diocesi di Napoli e nel 2012, poco prima di essere “allontanato” ha accolto nella sua parrocchia per l’ultima stazione di Quaresima un importante esponente del mondo ecclesiastico, accompagnandolo durante la processione penitenziale e concelebrando con lui la messa. Diego nel frattempo si è sposato, ha avuto due bambini. Ha tentato di riprendere una vita normale. “Ma è servito a poco”, ammette adesso. “Quella violenza mi perseguiterà per sempre”.

In Italia dall’ottobre 2012 a seguito delle ratifica della convenzione del consiglio d’Europa per la protezione dei minori, cosiddetta di Lanzarote, si è proceduto alla modifica di alcuni articoli del codice di procedura penale e il termine della prescrizione per questo tipo di reati è stato innalzato da 10 a 20 anni. Ma lo psichiatra Alfonso Rossi spiega che reati del genere dovrebbero rimanere imprescrittibili, perché la possibilità di maturare un senso di giustizia per il danno subito arriva moltissimi anni dopo la violenza. La prescrizione non cancella soltanto il reato ma qualsiasi possibilità per la vittima di riconciliarsi con le istituzioni che non l’hanno saputa proteggere. “Il ragazzo, per stare meglio oggi, avrebbe bisogno di un atto di giustizia riparatore” spiega lo psichiatra che lo ha avuto in cura.

La storia di Diego parla di una Chiesa impreparata a gestire il caso, apparentemente attenta a proteggere esclusivamente il proprio sacerdote. Don S. M. è stato allontanato dalla sua parrocchia, ma il suo nome continua ad essere proposto agli istituti scolastici, nonostante la possibilità per il vescovo, in base alle norme concordatarie, di revocarne eventualmente l’idoneità all’insegnamento della religione. Oggi il ragazzo, soffre di violenti attacchi di panico e diverse malattie psicosomatiche: “Non c’è un giorno che io non pensi a quello che mi è capitato, nè una notte in cui non sogni quei terribili momenti. Continuo a chiedermi perché proprio io? Purtroppo nel mio cuore so che non sono stato l’unico e che ci sono altre vittime”.

Negli Stati Uniti, il governatore democratico della California Gray Davis firmò nel 2002 una legge che sospendeva per un anno tutti i termini di prescrizione per i reati di abuso sessuale. La legge permise di avviare diversi procedimenti contro l’arcidiocesi di Los Angeles consentendo alle vittime già prescritte da molti anni, di ottenere risarcimenti milionari. In Italia, una volta iniziato il processo in primo grado, il termine di prescrizione non decade . Secondo l’avvocato Sergio Cavaliere che collabora con la rete “L’Abuso”, l’imprescrittibilità del reato su minori sembra essere l’unica soluzione alla richiesta di giustizia delle vittime che troppo tardi maturano la coscienza del male ricevuto. “E’ tempo che la società si faccia carico anche delle vittime e non solo del reo, in questa vicenda sono loro ad essere condannate ad anni di oblio. Che differenza c’è tra chi uccide una persona e chi ne uccide la sua mente, condannandola a una vita di sofferenza estrema?”, gli fa eco lo psichiatra Alfonso Rossi. Da questo punto di vista la prescrizione appare come una barbarie e abolirla un atto inevitabile di civiltà.

fonte: http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/07/23/news/preti_pedofili-63549187/

Chiesa che reincorpori al ministero sacerdotale i preti sposati: appello a papa Francesco

Caro papa Francesco, il popolo brasiliano la aspetta con braccia e cuore aperti. Dopo la sua elezione il papato ha una faccia più allegra. Lei ha rinnovato la speranza che la Chiesa cattolica si riavvicini al Vangelo di Gesù e si allontani dalla monarchia che domina il Vaticano. I suoi primi gesti ci hanno commossi. Quel tornare nell’albergo tre stelle per pagare il conto subito dopo l’elezione a pontefice; quel decidere di vivere nella Casa di Santa Marta, alloggio per ospiti, e non nella Casa Pontificia che somiglia a un palazzo di principi; quel mangiare alla mensa dei funzionari senza un posto d’onore, cambiando tavolo di volta in volta; quel liberarsi di un sacerdote del Banco Vaticano finito in galera perché coinvolto nel traffico oscuro di 20 milioni di euro, insomma tutto questo fa sì che ogni fedele la senta più vicino. E IL VIAGGIO a Lampedusa, dove si aggrappano gli emigranti in fuga dalle miserie africane, più di ventimila morti nel disinteresse dell’Europa: le sue parole hanno condannato la globalizzazione dell’indifferenza. Un Brasile diverso la aspetta nella Giornata Mondiale della Gioventù: i nostri ragazzi inondano le strade con le loro rivendicazioni soprattutto con la speranza di un paese e di un mondo migliori. Le nostre autorità ecclesiali e civili non hanno previsto di lasciarla dialogare per lungo tempo coi giovani accorsi per ascoltarla. Secondo i programmi ufficiali avrà molti più contatti, incontri, confronti con chi ci governa e chi dirige la Chiesa e dialoghi ristretti coi protagonisti della giornata mondiale. Succede proprio nel momento nel quale il nostro popolo vive la democrazia diretta agitando le strade mentre gli organizzatori hanno deciso di chiuderla in saloni e palazzi. Si dice che i suoi discorsi siano oggetto di revisioni per tenere conto dei clamori della gioventù brasiliana. Sarebbe stupendo – è la speranza – se lei rovesciasse i programmi che le hanno preparato per dedicare buona parte della visita al dialogo coi ragazzi. UN ESEMPIO: CHE SENSO ha che lei benedica nel municipio di Rio le bandiere dei Giochi Olimpici e Paralimpici, avvenimenti sportivi al di fuori e al di sopra di ogni diversità religiosa, culturale, etnica, nazionale, politica? Perché il capo della Chiesa cattolica deve simbolicamente consacrare le bandiere di due avvenimenti che non hanno niente di religioso pur simboleggiando valori evangelici che trascendono le divergenze e promuovono la pace? Forse il solo momento di fraternizzazione fra atleti della Corea del Nord e degli Stati Uniti. Che reazione potrebbero avere i cattolici se le bandiere fossero state consacrate da un rabbino o da un’autorità musulmana? Al momento della sua elezione lei ha annunciato alla moltitudine riunita in piazza San Pietro che i cardinali erano andati a cercare un papa “alla fine del mondo”. Sarebbe bello se il suo pontificato rappresentasse l’inizio di un nuovo tempo per la Chiesa Cattolica liberata da moralismo, clericalismo, diffidenza verso la postmodernità. Chiesa che metta fine al celibato obbligatorio per i religiosi, alla proibizione dei contraccettivi, all’esclusione delle donne dal sacerdozio. Chiesa che reincorpori al ministero sacerdotale i preti sposati, che dialoghi senza arroganza con le tradizioni religiose diverse, una Chiesa aperta alle scoperte della scienza, una Chiesa che nel nome del Cristo denunci le cause di miseria, disuguaglianze sociali, flussi migratori, devastazione della natura. I ragazzi che la aspettano in Brasile sperano che la Chiesa diventi una comunità allegra ed amica, senza lussi ed ostentazioni ma capace di riflettere il volto del ragazzo di Nazaret illuminato da un amore fraterno. Benvenuto in Brasile, papa Chico. Se gli argentini sono giustamente orgogliosi di avere un compaesano successore di Pietro, vorrei dirle che noi la accogliamo sapendo che Dio è brasiliano.

di Frei Betto*

* Carlos Alberto Libânio Christo (Frei Betto): teologo della liberazione e scrittore. Nel 2011 l’Accademia Brasiliana lo ha proclamato “intellettuale dell’anno”. Fra i suoi ultimi libri: “Un uomo chiamato Gesù”

Innamorata del prete, ci ricasca

Argenta. Se fosse ricambiata si potrebbe parlare di uccelli di rovo. Ma lui, il prete, in questa storia d’amore a metà ha solo la parte della vittima. È stata condannata a quattro mesi di reclusione una giornalista di 32 anni, di Milano, già finita indagata due anni fa per stalking nei confronti del bel sacerdote che presta la sua opera in una parrocchia dell’argentano.

L’episodio ha radici lontane. Nel 2008 infatti i due si incontrano in Sardegna. La 32enne era ospite di un amico a Santa Teresa di Gallura. Lì si incontrano durante una messa e la donna rimane “folgorata”. Da quel momento iniziano le attenzioni pressanti, culminate con la richiesta di consiglio con il vescovo di Ravenna (nella cui diocesi insiste la parrocchia dell’argentano) e infine con la denuncia che portò la donna agli arresti domiciliari.

La vittima ha 45 anni e svolge il suo ufficio in un paese dell’argentano. Agli inquirenti raccontò dell’insistenza della “pecorella”, che gli lasciava messaggi “non sempre del tutto «spirituali» che nascondeva in chiesa durante le funzioni creando imbarazzo tra i parrocchiani. La donna, tra l’altro, ogni volta che faceva una sortita nel paesino del ferrarese violava gli obblighi di firma che aveva presso i carabinieri di Milano, dove abita e lavora – anche tuttora – come giornalista in una casa editrice: misura cautelare connessa proprio agli arresti domiciliari.

Il processo per stalking si interruppe grazie alla remissione di querela. La donna doveva però osservare la misura del divieto di ritorno nel comune di residenza del “don” per tre anni. E invece, a cadenza almeno mensile, lui se la ritrovava tra i banchi dei fedeli. Tanto che per questi ultimi fatti è già partita una seconda denuncia sempre per stalking, affidata ai legali del prete, gli avvocati Daniela Vitali ed Elena Cavallini.

estense.com

Il punto di svolta cattolico: conversazioni anche su fine del celibato obbligatorio per i preti

Alessandro Speciale
Città del Vaticano – vaticaninsider

Un tour di tre settimane per gli Stati Uniti, con 15 tappe da New York a Los Angeles, da Seattle a Detroit. No, non stiamo parlando di una rock star ma di padre Helmut Schüller, il leader della Iniziativa dei parroci austriaci che ha scosso, con le sue richieste di riforme profonde, la Chiesa nei Paesi germanici.

E, a giudicare dalle folle accorse a sentirlo parlare Oltreoceano, non solo lì. Le prime tappe del ‘tour’ di Schüller, a New York, Boston e Philadelphia, hanno fatto registrare il tutto esaurito, con centinaia di persone assiepate fuori dalle chiese dove teneva la sua conferenza per ascoltarlo dagli altoparlanti.

Il ciclo di conferenze, intitolato The Catholic Tipping Point: Conversations (Il punto di svolta cattolico: conversazioni) è stato organizzato da una decina di organizzazioni cattoliche progressiste e liberal, come FutureChurch, Call to Action, DignityUSA e Voice of the Faithful.

Ma tra i più efficaci sponsor del prete ‘ribelle’ austriaco – come è stato ribattezzato Schüller dai media in Europa – ci sono paradossalmente gli arcivescovi di Boston e Philadelphia, che hanno proibito alle parrocchie cattoliche delle loro diocesi di ospitare l’incontro.

Per l’ufficio del cardinale Sean O’Malley, “la politica dell’arcidiocesi di Boston… è di non permettere di parlare nelle parrocchie cattoliche o ad eventi ecclesiali individui che promuovono posizioni contrarie alla dottrina della Chiesa”. Così, all’ultimo momento, l’incontro del 17 luglio è stato spostato dalla parrocchia di Santa Susanna ad una chiesa unitariana. “La cosa triste – ha commentato Schüller con durante l’incontro newyorchese – non è che mi sia stato proibito di parlare. Triste è che a voi sarebbe stato proibito ascoltare”.

Nel 2006, Schüller – ex vicario generale dell’arcivescovo di Vienna cardinale Christoph Schönborn ed ex presidente di Caritas Austria – ha fondato La Pfarrer Initiative (Iniziativa dei parroci) per cercare una risposta alla crisi del ‘mestiere’ di prete provocato dal calo delle vocazioni.

Nel 2011, l’Iniziativa, sull’onda dello scandalo degli abusi su minori nella Chiesa, ha lanciato l’Appello alla Disobbedienza per chiedere riforme profonde, dalla fine del celibato obbligatorio all’accoglienza per i divorziati risposati e omosessuali, fino a un ruolo più attivo per le donne nella Chiesa e al cambiamento del processo di selezione dei vescovi. L’appello in pochi mesi ha raccolto il sostegno di oltre 450 tra preti e diaconi, circa un decimo di tutto il clero austriaco, e ha suscitato iniziative simili in tutta Europa e negli Stati Uniti.

Il 16 luglio a New York, secondo quanto riferisce il settimanale cattolico National Catholic Reporter, nella Judson Memorial Church di Washington Square Schüller ha spiegato che l’Iniziativa nasce dall’amore per la Chiesa e da una idea di obbedienza “per gradi”, prima di tutto a Dio, poi alla loro coscienza e infine agli ordini della Chiesa. “È problematico obbedire a dei leader che non sono responsabili di ciò che fanno del loro potere”, ha aggiunto.

L’Iniziativa nasce come reazione di fronte alla sempre maggiore difficoltà di assicurare a tutti i cattolici l’eucaristia – qualcosa che sta diventando sempre più difficile con gli accorpamenti e la chiusura di parrocchie figlie del calo di vocazioni. Per Schüller, l’eucaristia è “il centro spirituale delle nostre comunità”, il “pane del cielo, e dobbiamo riceverlo insieme”.

A questo si uniscono i ritmi sempre più frenetici imposti ai parroci dalla moltiplicazione degli incarichi e del territorio da ‘coprire’. Per Schüller, non c’è nulla di peggiore per un prete che sentirsi dire da uno dei propri parrocchiani: “Lo so, padre, che non ha molto tempo”. Se un sacerdote è obbligato a dar l’impressione di non poter essere presente alla sua comunità, ha aggiunto, “è la fine del suo ministero”.

A New York, il sacerdote austriaco ha dialogato sull’ordinazione femminile con una ‘donna prete’ americana, pur ribadendo la distanza dell’Iniziativa da questo movimento. Per Schüller, infatti, l’accento deve andare soprattutto nella direzione di dare un ruolo maggiore e diritti certi ai laici: “Non dovremmo parlare di laici, ma di ‘cittadini della Chiesa’. La parola laico fa pensare a persone senza competenza ed esperienza”. “La visione cristiana degli esseri umani – ha aggiunto – è che hanno diritti e responsabilità ed una dignità speciale che deve essere rispettata. Perciò hanno titolo a partecipare all’assunzione di decisioni nella Chiesa”.

Schüller e il suo movimento guardano però con interesse e fiducia a papa Francesco. “Ci fa sperare, davvero, perché i suoi primi gesti sono molto interessanti, il suo orientamento è verso un papato più semplice”, ha detto a Boston.

Per il Cardinale Kasper Papa Francesco non cambiera’ sul celibato dei preti dottrina… si sbaglia? Vedremo in futuro

Più passa il tempo e più l’azione di Francesco incontra resistenze. Nei corridoi dei Sacri Palazzi si percepisce il mormorio contro questo Papa “fuori di testa”, assolutamente ingestibile e in continuo movimento. Forse perché le vecchie volpi della burocrazia vaticana hanno capito che Bergoglio invece che proclamare riforme o minacciare rivoluzioni sta semplicemente abbandonando a se stesse consuetudini e strutture anacronistiche. E che i suoi primi gesti non erano frutto di un’improvvisazione generosa e ingenua, quella dell’outsider che a sorpresa arriva in cima e fa qualche pazzia che tutti gli perdonano volentieri sapendo bene che non durerà, ma le prime tracce di un disegno organico e meditato. Tra gli alleati e consiglieri fidati su cui Bergoglio può contare c’è senza dubbio il cardinale tedesco Walter Kasper, teologo di valore che per anni ha guidato il dicastero vaticano per l’unità dei cristiani, tema al quale Bergoglio è molto sensibile. Gli abbiamo chiesto di aiutarci a capire quello che sta succedendo a un’istituzione vecchia di duemila anni ma capace ancora di regalare sorprese.

Secondo lei quello tra Benedetto e Francesco è un passaggio epocale? “In effetti un passaggio c’è, ma non comincia con Papa Francesco. All’inizio del Ventesimo secolo soltanto il venticinque per cento dei cattolici non viveva in Europa, alla fine del secolo solo il venticinque per cento dei cattolici è europeo mentre la grande maggioranza vive nell’emisfero sud. In Europa la chiesa dà ormai segni di stanchezza mentre in Africa e in Asia la chiesa cresce ed è giovane e vitale. D’altronde l’eurocentrismo è finito anche in campo politico ed economico. Certo, questo non significa che la chiesa europea non conti più nulla, Roma resta il centro visibile della chiesa cattolica; il mondo globalizzato di oggi ha le sue radici cristiane in Europa che poi si sono secolarizzate. Abbiamo esportato anche questo… L’Europa deve svegliarsi, spero che rimarrà comunque un punto di riferimento”.

Benedetto era un Papa europeo, un platonico, un agostiniano. “Certo – risponde Kasper – ha studiato Agostino che in un certo senso fu il padre del pensiero europeo occidentale, e poi Bonaventura; conosce la teologia medievale. La sua Denkform è quella. E poi la scelta del nome, Benedetto, il padre del monachesimo che ha profondamente influenzato la cultura e la storia europea. Adesso con Francesco arriva l’emisfero sud e la chiesa latinoamericana che rappresenta quasi la metà dei cattolici; ma anche la chiesa in Africa e Asia sta crescendo molto. Anzi, credo che l’Asia sia la grande sfida di adesso e che soprattutto con la Cina diventi un centro del potere politico-economico. Sono appena stato in Corea del sud e ho trovato una comunità cattolica molto vivace, ci sono moltissime conversioni. Ma anche in Cina, nonostante le difficoltà che conosciamo, i cattolici sono aumentati”.

Ma in cosa consiste, di fatto, la svolta di Papa Francesco? Kasper sostiene che “non è possibile inquadrarlo nel classico dibattito europeo conservatori-progressisti, è uno schema esaurito. Francesco non è un conservatore né un progressista. Vuole una chiesa povera e dei poveri, lui ha ben presente che la gran parte degli uomini nel mondo vive in miseria e credo che cambierà l’agenda della chiesa. Il modello di civilizzazione occidentale non funziona più, e d’altronde noi siamo una minoranza. La chiesa deve prendere più sul serio i problemi non del cosiddetto Terzo mondo, espressione che ormai non dice più nulla, ma del nuovo mondo, tutte le terre che non sono occidente. Molti resteranno delusi da Francesco. I conservatori già lo sono perché non ha la statura intellettuale di Benedetto e poi perché ha abolito la corte pontificia – cosa di cui gli sono grato, era un barocchismo anacronistico. Ma anche i progressisti resteranno delusi: è vero, ha cambiato il modo di fare il Papa, ma non cambierà i contenuti. Tra lui e Benedetto c’è continuità nella dottrina: non cambierà sul celibato dei preti e non aprirà alle ordinazioni delle donne e tutte queste cose invocate dai progressisti”.

Guardando alla biografia di Bergoglio, in effetti, non ci si dovrebbe aspettare rivoluzioni dottrinali. “Alcuni pensano che forse cambiando vita cambi anche impostazione, ma non sarà così – ci dice il cardinale tedesco – E questo potrebbe diventare un problema, per lui. Molti adesso ne sono entusiasti: è un pastore vero, ha un grande charme e un approccio immediato alle persone, un linguaggio diretto e comprensibile. C’è chi lo accusa di fare uno show, ma secondo me la sua è una testimonianza autentica: vive ciò che dice”. Beh, è un gesuita, il senso della scena ce l’ha, è bravissimo a stare sul palco davanti a una platea; eppure la sostanza non gli manca. “E poi fa una vita semplice e questo gli dà credibilità, non vive come un principe. Anche Benedetto era una persona semplice ma si era un po’ adeguato a certe forme che Francesco rifiuta”, aggiunge Kasper.
E se la riforma di Francesco fosse più di stile che politica? Sono tutti lì a chiedersi chi sarà il nuovo segretario di stato, quali nomine farà: i soliti dettagli senza vedere l’insieme… “Anzitutto lui sta lavorando sulla mentalità della curia: non deve essere di potere e burocrazia ma di servizio per la chiesa universale e anche per le chiese locali, un tema sul quale insiste molto”. Subito, la prima sera, si è presentato come vescovo della chiesa di Roma. “Questo è necessario in una realtà plurale – osserva Kasper – Noi cattolici abbiamo un centro, e questo è un bene, ma centro non vuol dire centralismo curiale. Poi ci vuole qualche cambiamento a livello istituzionale. Questo era il desiderio quasi unanime dei cardinali alla vigilia del Conclave. D’altronde si vede che qualcosa non funziona nella curia, non è un segreto”.

Ma qual è l’ostacolo maggiore? “Il deficit di comunicazione – risponde deciso Kasper – Bisogna incontrarsi, parlarsi. I capi dicastero devono vedersi frequentemente, almeno una volta al mese, e poter accedere direttamente al Papa senza passare dalla segreteria di stato che ultimamente funzionava come organo di governo intermedio”. D’altronde la Segreteria di stato, per come è strutturata adesso, è il residuo di un’epoca ormai al tramonto, quella degli stati sovrani. “Il titolo di segretario di stato non ha più senso – riconosce Kasper – ci vuole piuttosto un moderatore. Comunque il nome non è fondamentale, ciò che conta è una migliore moderazione della curia perché adesso non c’è comunicazione”.
Lei crede davvero che la curia sia riformabile? “Ci saranno difficoltà, come per ogni grande istituzione – ammette Kasper – Sono strutture pesanti però questo Papa è molto determinato: sa ciò che vuole, e ciò che vuole fa. Ci saranno resistenze, è normale, ma una riforma della curia è necessaria sia nella mentalità che nelle strutture. Oltre a eseguire la volontà del Papa, la curia potrebbe divenire un luogo di scambio di esperienze fra le chiese, di informazione e di consultazione”. Anche lei, da teologo, ha sempre insistito sull’importanza delle chiese locali. “In un mondo globalizzato le chiese devono collaborare, imparare l’una dall’altra. E in questo senso anche la curia potrebbe giocare un ruolo importante. Adesso invece manca la comunicazione, la mano destra non sa cosa fa la mano sinistra”.
Cos’altro si potrebbe fare? “Dare molto più spazio alle donne. Ci sono diversi dicasteri vaticani che non hanno potere giurisdizionale e non richiedono quindi ministri ordinati. Ad esempio il Pontificio consiglio per i laici, quello per la famiglia, i migranti, gli operatori sanitari. Oggi abbiamo molte donne preparate e capaci, hanno un approccio diverso alla realtà rispetto ai noi uomini, più integrale. La chiesa è più povera se non sfrutta questa ricchezza, basta vedere le parrocchie. E poi la presenza delle donne è utile per superare il clericalismo che in fondo è uno zelo sterile. Un altro aspetto importante è la trasparenza, e non riguarda solo lo Ior ma tutti gli enti vaticani che amministrano denaro, palazzi. Perché la chiesa ci perde con questi scandali”.

Se poi un Papa prende il nome di Francesco… “Non è solo un nome, è un programma”, riconosce Kasper. Certo, l’istituzione che prende il nome del carisma fa effetto. “Anche Benedetto era il nome di un carisma – ricorda il cardinale – Certo, Francesco è la povertà e anche la pace. Ma soprattutto, dal punto di vista teologico, Francesco è icona di Cristo, il simbolo del rinnovamento della chiesa. Che è più di una riforma. Perché il tema non è sociologico ma teologico: è Cristo che si fa povero affinché noi diventiamo ricchi. E’ un punto molto importante sul quale già Papa Benedetto ha insistito parlando di demondanizzazione. Francesco adesso la mette in pratica”.
Per quanto riguarda gli scandali, il grande teologo tedesco Karl Rahner già negli anni Sessanta diceva che il modo migliore per confrontarsi con un’opinione pubblica plasmata dai media era far crescere un’opinione pubblica dentro la chiesa stessa. “In realtà lo diceva già Pio XII – ricorda Kasper – ma poi questa esigenza si è persa nel tempo. Forse questo Papa ha la forza per riuscirci, è molto amato ma non si tratta di un’emozione superficiale. Molti parroci mi hanno detto che a Pasqua molte più persone si sono confessate, anche gente che non si accostava ai sacramenti da anni. Forse perché Francesco parla molto di misericordia… In ogni caso ci vuole tempo per formare un’opinione pubblica nella comunità ecclesiale, perché richiede libertà di parola. E poi è normale che ogni Papa affronti resistenze. Oggi questo Papa è amato ma un giorno capiterà anche a lui di subire contestazioni, è già successo a Gesù di Nazaret. Io sono cresciuto sotto il Terzo Reich ma ho avuto un’educazione antinazista. Mi ricordo quello che mi diceva mia madre (mio padre era al fronte): tu sei cattolico, quindi sei contro Hitler. La chiesa cresce nella resistenza mentre oggi il nostro mondo pluralista è debole: tutto è possibile, anything goes. Per i giovani non ci sono punti per resistere, affrontarsi, e solo confrontandosi si cresce”.

Manca il conflitto. “Sì, in questo senso sì. Non il conflitto come violenza ma come riconoscimento di posizioni diverse. E solo chi ha un’identità personale può confrontarsi con un’altra identità”. Ma questo relativismo che ci estenua da dove viene, dal Sessantotto? Per caso anche lei è rimasto choccato dal Sessantotto come Ratzinger? “La mia reazione è stata un po’ diversa – risponde Kasper – Il confronto con gli studenti mi andava bene, quelli di adesso sono fin troppo tranquilli. Il Sessantotto in realtà segnò la fine del Dopoguerra, fu un’ondata di secolarizzazione e di emancipazione. Ha distrutto molti valori non solo cristiani ma anche umani, come il rapporto uomo-donna, che finora non sono stati recuperati. Oggi tutto è tranquillo ma niente è stato risolto. Perciò credo, come dicevo prima, che il discorso sulla modernità sia esaurito mentre questo Papa ci porta un discorso nuovo. Il Sessantotto era l’ultimo stadio dell’Illuminismo ma adesso sono tramontati anche i valori del vero Illuminismo. Da qui il disorientamento di uno come Habermas”. In effetti è qualcos’altro a condurre il gioco, il paradigma dominante è economico. “Prevalgono gli interessi, ciò che conta è il profitto. Certo, l’economia è importante per vivere ma non è il tutto come sembra oggi guardando certe discussioni come il salvataggio dell’euro”.

Questo Papa non è un teologo in senso tecnico ma è un uomo che legge e studia. I teologi possono ritrovare un loro spazio in dialettica col magistero? “Possono, anzi devono – si accalora Kasper – Ai tempi del Concilio abbiamo avuto grandi personaggi come Congar, De Lubac, Balthasar, Rahner e lo stesso Ratzinger, senza contare teologi riformati come Barth e Bonhoeffer. Oggi figure simili non ci sono più: abbiamo professori di teologia ma non teologi. La situazione della filosofia è simile e per noi teologi sistematici questo è un problema”. Un altro sintomo della fiacchezza europea. “E’ vero, anche se vedo alcuni giovani teologi che promettono bene, speriamo… Una comunità come la chiesa ha bisogno della riflessione per dialogare col mondo e le altre religioni. Penso soprattutto all’Asia”. Anche perché molti, a proposito del dominio cinese, parlano di un paradigma neoconfuciano. “Entrare in profondità in queste culture richiede una vera capacità di dialogo”, ricorda Kasper. Ma con un Papa gesuita potrebbe tornare una controversia dei riti come quella che contrappose Matteo Ricci e compagni a Roma? “Forse. D’altronde i gesuiti stessi hanno una grande tradizione di studio teologico anche se pure loro hanno vissuto una stagione di debolezza. Certo, l’Asia è un altro mondo, penso al buddismo. Eppure anche loro stanno scoprendo la nostra cultura, ci sono punti di contatto. Hanno scoperto Meister Eckhart, Hegel e Heidegger sono tradotti in giapponese”.

E con i fratelli cristiani separati, per i quali tanto lei ha lavorato come presidente del pontificio consiglio per la Promozione dell’unità dei cristiani? Com’è la situazione oggi? “I progressi ci sono stati. Quand’ero ragazzo tra cattolici e luterani c’era un muro. Un protestante non sarebbe mai entrato in una chiesa cattolica e io non sarei mai entrato in una chiesa evangelica: avrei avuto paura di dover andare a confessarmi! Adesso siamo amici, ci siamo riconosciuti come fratelli in Cristo e questo è fondamentale. Però ci sono ancora dei problemi. Con i protestanti non siamo d’accordo su cosa sia la chiesa e quindi su quale sia il traguardo finale dell’unità”. E poi loro hanno sposato più dei cattolici la causa liberale. “Molto. Infatti ci sono delle differenze, come mai fino ad ora, sulle questioni morali. Nondimeno dobbiamo continuare il dialogo. Con gli ortodossi c’è più vicinanza, specie con il patriarcato di Costantinopoli, ma a loro manca il concetto di chiesa universale e quindi del ministero petrino. Oggi si può dire che abbiamo un’unità della cristianità più che della chiesa e quindi possiamo dare al mondo, malgrado posizioni talvolta diverse, una testimonianza di amicizia. D’altronde l’ecumenismo è nato prima del Concilio in piccoli gruppi e forse oggi dobbiamo rifare lo stesso percorso, partendo da piccole realtà che preparino la strada. D’altronde Papa Francesco è molto sensibile all’ecumenismo, già quand’era a Buenos Aires coltivava relazioni forti con la comunità evangelica e ortodossa, ma anche con quella ebraica”, ricorda Kasper.

Quindi nonostante tutti i problemi e le fatiche che appesantiscono l’istituzione, questo potrebbe essere un kairos, un tempo propizio per la chiesa: “Sì, il cristianesimo è l’unica forza spirituale e intellettuale nel mondo di oggi che ha un’alternativa per il futuro. Il liberalismo non risponde ai problemi della miseria diffusa nel mondo, è frutto della storia europea ma adesso questo Papa affronta problemi diversi. Così il cristianesimo è l’unica forza che può dare qualcosa al mondo. E ciò non dipende dai grandi numeri, come già diceva lo storico Arnold Toynbee. Una concezione, quella di minoranza creativa in situazioni di crisi, ripresa da Benedetto XVI. Oggi, con Francesco, si apre una stagione di rinnovamento spirituale. Ne ho fatto esperienza durante il Conclave, e anche altri cardinali me l’hanno confermato”. Il vento dello Spirito ha soffiato. “Sì, qualcosa è accaduto – ci dice Kasper con gli occhi che gli brillano – All’inizio non c’era un nome che emergesse ma alla fine Bergoglio ha preso più dei due terzi dei voti. In Conclave ho visto molti pregare, questa atmosfera era forte e si percepiva. Alla fine è uscito il suo nome ed è stata una sorpresa, soprattutto per i giornalisti che avevano altri nomi… Poi ho osservato con molta attenzione la reazione della folla quando si è affacciato alla loggia di San Pietro: sono bastati pochi secondi e si capiva che funzionava: la gente ha capito i primi segnali che ha dato, la richiesta di benedizione con l’inchino verso la piazza. E questo mi ha fatto molto contento”, conclude con un sorriso.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Marco Burini

Ecco chi combatte Papa Francesco

All’inizio sembravano solo colpi bassi in una partita sotterranea, veleni che tracimavano dalle brecce delle mura leonine. Poi i sospetti si sono consolidati nelle scarne indiscrezioni trapelate dal segreto dell’inchiesta choc disposta da Benedetto XVI.

Adesso le notizie taciute a papa Francesco sul passato di monsignor Battista Ricca sembrano chiudere il cerchio, in un disegno che ha qualcosa di diabolico: la lobby gay in Vaticano esiste, forte, radicata intorno alla gestione degli affari e dei ricatti.
Il sacrilegio di due comandamenti – non rubare e non commettere atti impuri – è proseguito all’ombra di San Pietro, intrecciando passioni mondane e interessi economici in una ragnatela perversa che appare così solida da arrivare fino al vertice dello Ior e sfidare l’autorità del papa con un peccato di omissione senza precedenti.

Il nuovo pontefice conosce la “Relationem”, il rapporto conclusivo sulla Curia stilato dai tre cardinali investigatori nominati dal suo predecessore. Un’inchiesta meticolosa durata otto mesi, condotta da figure di spessore come Juliàn Herranz, Salvatore De Giorgi e Jozef Tomko, l’austera guida dell’intelligence vaticana nella fase finale della Guerra Fredda.

Nella radiografia delle faide che stavano dilaniando la credibilità della Santa Sede, tra i documenti diffusi dal Corvo, i tradimenti persino del maggiordomo personale del papa, la sfida sulla riservatezza dei forzieri più oscuri dell’Istituto opere religiose, i tre inquisitori avevano individuato i due mali che lacerano il Vaticano: sesso e cupidigia. Ma in un lavoro così accurato non c’era nulla che potesse gettare cattiva luce su monsignor Ricca, allora responsabile della struttura che ospita gli alti prelati e dove lo stesso Francesco ha scelto di abitare.

Eppure la “Relationem” contiene una denuncia possente di quanto siano profonde le crepe nella Santa Sede. Il dossier consegnato in copia unica a Joseph Ratzinger e da lui trasmesso al successore, stando alle rivelazioni di “Repubblica”, partiva da vecchi episodi. Alcuni documentati dalla magistratura, come la rete di prostituzione maschile tra seminaristi e coristi a cui si rivolgeva Angelo Balducci, l’arbitro di tutti gli appalti italiani e gentiluomo di Sua Santità, intercettato mentre interrompeva summit a Palazzo Chigi per informarsi delle prestazioni dei ragazzi. Altri rimasti in sospeso tra gossip e notizia, come il centro per massaggi Priscilla legato a Marco Simeon, il protetto del cardinale Tarcisio Bertone arrivato ai piani alti della Rai. Poco alla volta, l’inchiesta ha ricostruito una mappa di alberghetti, saune e club per incontri gay frequentati da personalità con posizioni chiave nell’amministrazione vaticana.

Da questa suburra di relazioni inconfessabili, però, nasceva un groviglio di ricatti capace di tenere in scacco tutta la gerarchia. Nell’accusativo latino i ricatti venivano definiti “impropriam influentiam”, termine antico che ricorda il modernissimo reato di “traffico di influenze”: il crimine delle lobby che illecitamente si impossessano delle istituzioni. Oltretevere, la minaccia dello scandalo sarebbe giunta a condizionare ogni equilibrio, inclusi quelli che dominano l’apparato finanziario pontificio.

Il grande snodo è lo Ior, l’Istituto Opere di Religione, una banca offshore sempre sopravvissuta ai tentativi di pulizia: una costante delle trame del dopoguerra, passando da Michele Sindona, Roberto Calvi e l’Enimont. Fino alle ultime storiacce di soldi riciclati per mafiosi, truffatori, tangentisti, bancarottieri ed evasori: un bancomat a disposizione di chi sapesse conquistare la fiducia di un prelato. L’impressione diffusa è che i magistrati abbiano scoperto solo minima parte di una struttura nerissima, che nasconde capitali enormi di provenienza a dir poco dubbia, mentre le indagini delle procure già si stanno allargando all’Apsa, lo sconfinato patrimonio apostolico con investimenti in immobili di lusso e paradisi fiscali.

La lotta intestina per il controllo dell’Istituto si è combattuta in parallelo ai tentativi di renderlo più trasparente, nel rispetto delle leggi internazionali. Non a caso, è stato su questo fronte che si è registrata la prima irruzione del Corvo, diffondendo nel gennaio 2012 una lettera di monsignor Attilio Nicora. Nel testo si citavano le “difese oltranzistiche delle prerogative dello Ior” e il pericolo di “un colpo alla reputazione della Santa Sede”. In pochi mesi c’è stata una corsa frenetica alle poltrone che custodiscono il forziere, con più cordate all’opera. La commissione dei tre cardinali ha cercato di ritrarre i volti degli schieramenti in campo. Ha tentato di suddividerli per ordini – gesuiti, salesiani – e per origine geografica – liguri, milanesi – fino a rendersi conto che tutto ormai era trasfigurato in un conglomerato trasversale dai confini opachi. Al centro, il ruolo di Bertone, il segretario di Stato che ha fatto di Genova il punto di riferimento per le decisioni più rilevanti.

di GianLuca  Di Feo

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/sesso-e-potere/2211473

Vaticanista Magister stravolge la figura di Papa Francesco

Il Vaticanista Magister animato da intenti apologetici tradizionalisti stravolge la figura di Papa Francesco… (ndr)

ecco il suo testo  tratto da
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/ma-bergoglio-non-e-di-sinistra/2210749/25

di Sandro Magister – espresso.repubblica.it

In perdurante luna di miele con la pubblica opinione, papa Francesco s’è guadagnato anche l’elogio del più barricadiero dei teologi francescani, il brasiliano Leonardo Boff: «Francesco darà una lezione alla Chiesa. Usciamo da un inverno rigido e tenebroso. Con lui viene la primavera».

Veramente, Boff ha lasciato da tempo il saio, si è sposato, e all’amore per Marx ha sostituito quello ecologista per madre terra e fratello sole. Ma è pur sempre il più famoso e citato dei teologi della liberazione.

Quando, appena tre giorni dopo la sua elezione a papa, Jorge Mario Bergoglio ha invocato «una Chiesa povera e per i poveri», la sua annessione nelle file dei rivoluzionari sembrava cosa fatta.

In realtà c’è un abisso tra la visione dei teologi latinoamericani della liberazione e la visione di questo papa argentino.

Bergoglio non è un prolifico autore di libri, ma quel che ha lasciato di scritto basta e avanza per capire che cosa ha in mente con quel suo insistito mescolarsi col “popolo”.

La teologia della liberazione la conosce bene, la vide nascere e crescere anche tra i suoi confratelli gesuiti, ma con essa marcò sempre il suo disaccordo anche a costo di ritrovarsi isolato.

Suoi teologi di riferimento non erano Boff, né Gutierrez, né Sobrino, ma l’argentino Juan Carlos Scannone, anche lui gesuita inviso ai più, che era stato suo professore di greco e che aveva elaborato una teologia non della liberazione ma “del popolo”, centrata sulla cultura e la religiosità della gente comune, dei poveri in primo luogo, con la loro spiritualità tradizionale e la loro sensibilità per la giustizia.

Oggi Scannone, 81 anni, è ritenuto il massimo teologo argentino vivente, mentre su quel che resta della teologia della liberazione già nel 2005 Bergoglio chiuse il discorso così: «Dopo il crollo del ‘socialismo reale’ queste correnti di pensiero sono sprofondate nello sconcerto. Incapaci sia di una riformulazione radicale che di una nuova creatività, sono sopravvissute per inerzia, anche se non manca ancora oggi chi le voglia anacronisticamente riproporre».

Questa sentenza liquidatoria contro la teologia della liberazione Bergoglio l’ha infilata in uno dei suoi scritti più rivelatori: la prefazione a un libro sul futuro dell’America Latina che ha per autore il suo amico più stretto nella curia vaticana, l’uruguaiano Guzmán Carriquiry Lecour, segretario generale della pontificia commissione per l’America Latina, sposato con figli e nipoti, il laico di più alto grado in curia.

A giudizio di Bergoglio, il continente latinoamericano ha già conquistato un posto di “classe media” nell’ordine mondiale ed è destinato ad imporsi ancor più nei futuri scenari, ma è insidiato in ciò che ha di più proprio, la fede e la “saggezza cattolica” del suo popolo.

L’insidia più temibile egli la vede in ciò che chiama “progressismo adolescenziale”, un entusiasmo per il progresso che in realtà si ritorce – dice – contro i popoli e le nazioni, contro la loro identità cattolica, «in stretto rapporto con una concezione dello Stato che è in larga misura un laicismo militante».

Domenica 12 maggio ha spezzato una lancia per la protezione giuridica dell’embrione, in Europa. A Buenos Aires non si dimentica la sua tenace opposizione contro le leggi per l’aborto libero e i matrimoni gay.  Nel dilagare in tutto il mondo di simili leggi egli vede l’offensiva di «una concezione imperialista della globalizzazione», che «costituisce il totalitarismo più pericoloso della postmodernità».

E’ un’offensiva che per Bergoglio porta il segno dell’Anticristo, come in un romanzo che egli ama citare: “Il signore del mondo” di Robert H. Benson, un sacerdote anglicano, figlio di un arcivescovo di Canterbury, che si convertì al cattolicesimo un secolo fa.

Nelle sue omelie da papa, il frequentissimo rimando al diavolo non è un artificio retorico. Per papa Francesco il diavolo è più reale che mai, è «il principe di questo mondo» che Gesù ha sconfitto per sempre ma che ancora è libero di fare del male.

Lettera: “il celibato forzato è una tortura per migliaia e migliaia di persone”

Vorrei che Papa Francesco capisse che il celibato forzato è una tortura per migliaia e migliaia di persone. Sarebbe ora che la Chiesa si decidesse ad attuare un rinnovamento, ad uscire da questo vecchiume, per il bene dei suoi sacerdoti stessi. Che mi sapete dire a riguardo?
Saluti. Claudia.
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Il rinnovamento della Chiesa è fondamentale ed è stato lanciato un appello a Papa Francesco…

>>> Video appello…

http://www.corriere.it/inchieste/reportime/societa/gli-esodati-chiesa/ba7b6958-cd29-11e2-9f50-c0f256ee2bf8.shtml

I ”trascorsi scandalosi” del nuovo ‘prelato’ dello Ior, monsignor Battista Ricca

I ”trascorsi scandalosi” del nuovo ‘prelato’ dello Ior, monsignor Battista Ricca, sono oggetto di un’inchiesta pubblicata sull’ultimo numero dell’Espresso, secondo cui papa Francesco, rimasto in precedenza all’oscuro, ne e’ venuto ora a conoscenza e, amareggiato, ne ”trarrà le decisioni conseguenti”

Ricca, 57 anni, originario della diocesi di Brescia, proviene dalla carriera diplomatica. Ha prestato servizio per 15 anni in nunziature di vari Paesi, prima di essere richiamato in Vaticano, alla segreteria di Stato.

”Ma ha conquistato la fiducia di Bergoglio – scrive L’Espresso – in un’altra veste, inizialmente come direttore della residenza di via della Scrofa nella quale alloggiava l’arcivescovo durante le sue visite a Roma, e ora anche come direttore della Domus Sanctae Martae nella quale Francesco ha scelto di abitare da papa”.

Prima della nomina, al pontefice era stato fatto vedere, come è consuetudine, il fascicolo personale riguardante Ricca, ”dove non aveva trovato nulla di disdicevole”, ma una settimana dopo la nomina ”il papa è venuto a conoscenza, da più fonti, di trascorsi di Ricca a lui fin lì ignoti”.

Il riferimento è a presunte relazioni omosessuali del sacerdote. Il ‘buco nero’ nella storia di Ricca, secondo L’Espresso, è il suo periodo trascorso alla nunziatura di Montevideo, in Uruguay, dove arrivò nel 1999 dopo aver prestato servizio a Berna. Proprio a Berna aveva stretto amicizia con un capitano dell’esercito svizzero, Patrick Haari. ”I due arrivarono in Uruguay assieme. E Ricca chiese che anche al suo amico fossero dati un ruolo e un alloggio nella nunziatura”, cosa che alla fine avvenne, dopo che il nunzio ando’ in pensione.

A detta del settimanale ”l’intimità di rapporti tra Ricca e Haari era così scoperta da scandalizzare numerosi vescovi, preti e laici di quel piccolo paese sudamericano, non ultime le suore che accudivano alla nunziatura. Anche il nuovo nunzio, il polacco Janusz Bolonek, arrivato a Montevideo all’inizio del 2000, trovò subito intollerabile quel ‘ménage’ e ne informò le autorità vaticane, insistendo più volte con Haari perché se ne andasse. Ma inutilmente, dati i legami di questi con Ricca”. Nei primi mesi del 2001 Ricca ”incappò in più di un incidente per la sua condotta sconsiderata.

Un giorno, recatosi come già altre volte… in un locale di incontri tra omosessuali, fu picchiato e dovette chiamare in aiuto dei sacerdoti per essere riportato in nunziatura, con il volto tumefatto”. Nell’agosto dello stesso 2001, ”in piena notte l’ascensore della nunziatura si bloccò e di prima mattina dovettero accorrere i pompieri. I quali trovarono imprigionato nella cabina, assieme a monsignor Ricca, un giovane”. Il nunzio Bolonek chiese l’immediato allontanamento di Ricca dalla nunziatura e il licenziamento di Haari.

E ottenne il via libera dal segretario di Stato, cardinale Angelo Sodano. Ricca venne prima trasferito a Trinidad e Tobago e poi richiamato in Vaticano. Secondo L’Espresso, nonostante il nunzio si sia sempre pronunciato ”con severità nei confronti di Ricca, nel riferire a Roma”, ”una coltre di pubblico silenzio ha coperto fino ad oggi quei trascorsi del monsignore” ed ”in Vaticano c’e’ chi ha promosso attivamente questa operazione di copertura”.

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Papa Francesco dà fastidio ai conservatori ottusi, ai prelati traffichini, ai cinici amanti del potere

di Marco Politi in “il Fatto Quotidiano” del 10 luglio 2013

Chi vuole lo scalpo di Francesco? Sin dal primo “buonasera” del papa argentino è zampillata una corrente carsica di attacchi che affiora, si nasconde e poi si ripresenta per sabotare gli sforzi di riforma di Bergoglio, per dipingerlo come un ingenuo malinformato, per ridicolizzarlo fingendo di difenderlo. In ultima analisi per delegittimarlo.

DOPO LA SCOSSA provocata dal viaggio a Lampedusa, il tiro al bersaglio è ricominciato. “Un conto è la predicazione religiosa, altro conto è la gestione da parte dello Stato” del fenomeno dell’immigrazione in cui si muovono gruppi criminali, ha bacchettato l’esponente pdl Fabrizio Cicchitto. Nel tripudio delle frecce avvelenate si sono ritrovati Il Giornale, Giuliano Ferrara, Radio Padana. Ferrara, in una mielosa lettera al “caro Francesco”, dà praticamente del deficiente al papa perché non avrebbe capito che la globalizzazione e la libertà dei mercati garantisce “emancipazione e liberazione” alle masse del Terzo mondo. In realtà Bergoglio e tutta la dottrina sociale della Chiesa da Wojtyla in poi non hanno mai condannato la globalizzazione, ma il liberismo selvaggio che ne abusa. Poco importa, Ferrara mette in guardia Bergoglio dai “demagoghi”. A ruota Giordano Bruno Guerri su Il Giornale evoca lamentosamente il rischio che Francesco sia trasformato in “fan dei clandestini”. Guerri si scaglia contro quei fautori del papa, che sarebbero “pubblici peccatori, infrangitori di una mezza dozzina di comandamenti, individui senza pentimento”.

Più greve la fiera su Radio Padania. La “cattolica” Laura si dice indignata perché “non ho mai sentito il papa preoccuparsi dei massacri che questi combinano”. Questi sono naturalmente gli immigrati… “Perché non se li porta in Vaticano?”, sbraita tale Luigi. Una certa Giovanna va al sodo: “Mi sarei aspettata qualche parola per quanti vengono ammazzati e stuprati da loro”. Non è solo folclore. Dietro le quinte il nucleo granitico del conservatorismo ecclesiastico, specie nei suoi strati più reazionari, sorride soddisfatto delle polemiche. Basta con questo “Papa piacione”, fece intendere tempo fa il sito Messa in latino. La gerarchia ecclesiastica anti-riforma per ora tace. È tipico nei sistemi dove vige il potere assoluto di un solo uomo e tutte le strutture formalmente gli devono obbedienza – e da almeno mille anni, da Gregorio VII, la Chiesa cattolica questo è – che i dignitari all’opposizione si tengano discretamente nell’ombra, lasciando che scoppino conflitti su temi apparentemente marginali, utilizzando punture di spillo fino a farne un’arma letale.

Durante la perestrojka di Gorbaciov un attacco tra i più violenti alla politica di rinnovamento partì da un’oscura insegnante di Leningrado, Nina Andreeva, che mandò una lettera al giornale Soviestkaya Rossia. Ne godettero i calibri grossi anti-perestrojka e rafforzarono la loro campagna contro i riformatori.

Papa Francesco dà fastidio ai conservatori ottusi, ai prelati traffichini, ai cinici amanti del potere: per la pulizia che vuole introdurre negli affari vaticani, per la coerenza che pretende dal clero, per i rimproveri ai vescovi-principi, per l’intenzione di abolire la monarchia assoluta cattolica, facendo partecipare i vescovi al governo della Chiesa. Altro che piccola riforma della Curia! E così da mesi – sotto l’occhio compiacente di vecchi gruppi di potere dalle vesti violette o color porpora – è partita la girandola dei colpi bassi su siti e giornali.

Ferrara lo ha denunciato per “troppa tenerezza”, Marcello Veneziani lo ha paragonato a una possibile “macchietta”, Marco Bertoncini su Italia Oggi lo ha accusato di stravolgere il Vangelo, che condannerebbe soltanto la “ricchezza ingiusta”, il sociologo Gianfranco Morra lo ha fustigato perché non è andato al famoso concerto, definendo tutta la sua comunicazione con i fedeli improntata ad “archetipi populistici”.

È L’ACCUSA SU CUI vanno a nozze tanti siti, che gli imputano “populismo, pauperismo,

demagogia”… Per non dire delle critiche per avere trasgredito i testi liturgici, lavando i piedi il Giovedì Santo nel carcere di Casal di Marmo a donne e persino a musulmani!

L’Avvenire , invece, appare così preoccupato dai rigurgiti anti-papali dell’ex musulmano, ex cattolico, ex pasionario occidentalista Magdi Allam (ben collegato con il cattolicesimo più nostalgico) che nelle “Lettere” di ieri gli dedica uno spazio spropositato. Il direttore Marco Tarquinio si dice rattristato. Allarmato sarebbe la parola giusta. Perché quanto più papa Bergoglio procederà lungo il cammino che si è prefisso, tanto più forte si gonfierà l’onda dell’opposizione prelatizia sotterranea. Il momento più pericoloso sarà quando proverà a dare all’episcopato mondiale un qualche potere di co-decisione come ha adombrato il cardinale honduregno Maradiaga, coordinatore del “consiglio della corona” di otto cardinali.

Non è un caso che tra il popolo romano, fin da marzo, circoli la domanda: “Fino a quando, a Francesco, lo lasceranno fare?”.

A Casirate d’Adda non si placa il malumore per la presenza all’oratorio di don Luigi Mantia, che a febbraio aveva patteggiato due anni per atti sessuali con minori

In vista della vacanza in montagna sono stati già organizzati due incontri, il primo nei giorni scorsi e il secondo ieri sera, durante i quali sono emersi i malesseri dei genitori dei bambini. Alla vacanza (la partenza è lunedì prossimo) parteciperanno infatti ragazzi di Casirate ma anche qualcuno di Pumenengo, l’altro paese della Bergamasca dove don Luigi è attualmente in servizio `distaccato´ (in realtà abita al santuario di Caravaggio). Ma secondo la Curia cremonese (i due paesi bergamaschi ricadono infatti sotto la Diocesi di Cremona) non era previsto che il sacerdote partecipasse alla vacanza in montagna. Mentre a Pumenengo i parrocchiani sapevano della sentenza e hanno accolto il sacerdote senza problemi, a Casirate la sua presenza all’oratorio sta scatenando un polverone. Nel 2009, quando don Luigi era a Martignana Po (Cremona), un bimbo di 8 anni raccontò al papà che, all’oratorio durante alcuni giochi, ci sarebbero stati alcuni comportamenti equivoci del sacerdote. Emerse poi anche un caso analogo e precedente.

di Giacomo Galeazzi – lastampa.it

Grecia: licenziare i preti (la maggior parte dei quali sono preti sposati e hanno figli)?

(di Furio Morroni) (ANSAmed) – ATENE, 15 LUG – E’ di nuovo tensione fra il governo di Atene ed i massimi vertici della potente Chiesa greco-ortodossa dopo che la troika, come riferiscono con evidenza i media locali, ha rispolverato una vecchia proposta ventilata dal precedente governo socialista che prevede – nell’ambito delle drastiche riduzioni della spesa pubblica volute dai creditori internazionali del Paese – un taglio degli stipendi dei circa 9.500 preti ortodossi (i cosiddetti ”pope”) in servizio in tutta la Grecia.

Il governo greco sente il fiato sul collo da parte dei rappresentanti dei creditori internazionali i quali hanno fatto capire chiaramente che occorre tagliare senza indugi, ma la pressante richiesta – come riferisce il quotidiano Parapolitika – è destinata a suscitare aspre polemiche e forti resistenze da parte degli ambienti religiosi e soprattutto del suo leader, l’influente arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, Ieronimos.

Secondo il giornale, i rappresentanti della troika (Ue, Bce e Fmi) hanno chiesto al governo conservatore del premier Antonis Samaras di riprendere in esame la proposta avanzata nel 2011 (e poi accantonata) all’esecutivo dell’allora premier socialista George Papandreou in base alla quale lo Stato dovrebbe smettere di pagare gli stipendi dei pope o, nella migliore delle ipotesi, condividerne il pagamento con la Chiesa.

All’epoca un combattivo Ieronimos rispedì la proposta al mittente affermando che era ”per tradizione un obbligo dello Stato provvedere agli stipendi dei preti”. E, per ribattere alle affermazioni di quanti asseriscono che la Chiesa ortodossa è estremamente ricca, rese pubblici i dati di bilancio per l’anno prima (il 2010) precisando che i redditi della Chiesa erano stati di 10 milioni di euro, 9.1 dei quali provenienti dal leasing di proprietà immobiliari. Però le spese (alle quali contribuiscono in gran parte le chiese, i monasteri e le organizzazioni religiose) sempre per il 2010 erano ammontate a 16.5 milioni di euro. Lo Stato ellenico, secondo i dati del Segretariato generale per gli Affari Religiosi, spende ogni anno circa 200 milioni di euro per pagare gli stipendi dei preti che si basano su queste tariffe: un pope di prima nomina guadagna 1.092 euro lordi al mese (770 netti), un prete con 10 anni di anzianità arriva a 1.381 euro lordi (1.032 netti), un vescovo metropolita con 30 anni di anzianità riceve 2.543 euro (1.750 netti) mentre l’arcivescovo Ieronimos prende 2.978 euro al mese (2.213 netti).

Un’eventuale riduzione del contributo statale, secondo Parapolitika, metterebbe la Chiesa di fronte al dilemma di aumentare la propria quota di partecipazione agli stipendi oppure cominciare a licenziare i pope (la maggior parte dei quali sono sposati e hanno figli) nello stesso modo in cui il governo di Atene – sempre nell’ambito delle misure per la riduzione della spesa pubblica – sta portando avanti le controverse iniziative per il licenziamento di decine di migliaia di dipendenti statali. (ANSAmed).

Preti sposati con figli ordinati dal Vescovo cattolico romano di Westminster

L’Arcivescovo di Westminster ha ordinato otto uomini al sacerdozio Sabato.

Nella sua omelia l’Arcivescovo Nichols ha detto che i sacerdoti sono  di vitale importanza per la comunità cattolica e sono  “segni visibili della nostra unità nella persona di Cristo.”

Due di quelli ordinati sono ex sacerdoti nella Chiesa d’Inghilterra:  uno  è sposato con sei figli e l’altro è sposato con quattro figli.

tratto da:

http://www.thetablet.co.uk/latest-news/5460

Preti sposati: il requisito del celibato “un suicidio istituzionale”

Patrick J. McCloskey, un direttore di progetto presso l’ University Chicago, ha scritto un pezzo sul New York Times proponendo soluzioni o come la chiama lui “salvezza” per le difficoltà in cui versa  il cattolicasimo. Primo fra tutti è a favore di un sacerdozio sposato e dichiara il requisito del  celibato “un suicidio istituzionale.”

Una soluzione è a portata di mano. Alla fine del 1960, il Vaticano ha permesso agli uomini di essere ordinati diaconi. Oggi ce ne sono quasi 17.000 negli Stati Uniti, circa lo stesso numero di sacerdoti diocesani attivi. Nel prossimo decennio, il diaconato continuerà a crescere, mentre il numero dei sacerdoti ordinati dovrebbe ridursi a 12.500 entro il 2035.

Molti diaconi hanno valide competenze professionali, manageriali e imprenditoriali che potrebbero rivitalizzare l’istruzione parrocchiale.   Il celibato deve essere un sacrificio offerto liberamente, non una scusa per un suicidio istituzionale.

fonte: http://www.cardinalnewmansociety.org/CatholicEducationDaily/DetailsPage/tabid/102/ArticleID/1856/Loyola-Chicago-Prof-Advocates-Married-Priesthood-in-NY-Times.aspx

Il Papa affronta il tema del celibato e della castità per i preti e per le suore: ancora nulla sui preti sposati

Papa Francesco continua la sua crociata contro il lusso nella chiesa. Davanti ai seminaristi nell’aula Paolo Sesto afferma: “A me fa male quando vedo un prete o una suora con un’auto di ultimo modello: ma non si può!”. E aggiunge: “Non si può andare con auto costose. La macchina – ha spiegato – è necessaria per fare tanto lavoro, ma prendetene una umile. Se ne volete una bella pensate ai bambini che muoiono di fame”. Poi il pontefice parla anche della “fuga dalla fede” e ai novizi ricorda: “Siate sempre sposi di Cristo”.

Siate sempre sposi di Cristo – Il Papa è severo con i tanti preti che abbandonano il ministero: “Siamo tutti sotto pressione per questa cultura del provvisorio, che fa dire: Io mi sposo finchè dura l’amore. Oppure: Sarò suora per un pochino. Oggi siete in festa – ha esordito Francesco – perché vivete un tempo di nozze, applaudite, fate festa. Ma quando finisce la luna di miele che succede?”. Poi il Pontefice ha citato “un seminarista bravo che gli aveva confidato di voler servire Cristo per 10 anni e poi ricominciare. Questo – ha affermato – è pericoloso. Non rimprovero voi, ha detto ai giovani che hanno scelto la vita consacrata. Rimprovero – ha spiegato – questa cultura del provvisorio che ci bastona tutti. Ai miei tempi – ha aggiunto Francesco – era più facile, la cultura favoriva una scelta definitiva”.

Castità – Infine il Papa affronta il tema del celibato e della castità per i preti e per le suore. Quando un seminarista è triste, per papa Francesco, si tratta di “un problema di celibato: voi consacrate il vostro amore a Gesù, un amore grande, e questo ci porta a fare il voto di castità, di celibato. Ma questo voto – ha spiegato il pontefice – non finisce nel momento del voto, va avanti, è una strada che matura verso la maternità e la paternità pastorale. Quando non si raggiungere questa maturità si diventa tristi. Questa maturità deve portare alla fecondità”. (I.S.)

fonte: http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/1274899/Papa-Francesco—Basta-preti-e-suore-con-auto-ultimo-modello-.html

Non vogliamo un prete celibe. Il prete può essere celibe o no, ma questo dato non deve essere considerato parte del suo ministero

di Gruppo Advent (Regno Unito)

1. Non vogliamo qualcuno che si senta una vocazione sacerdotale, che si senta chiamato da Dio.Non dobbiamo perdere di vista la base del ministero presbiterale che è la comunità. È la comunità che chiama per il servizio della comunità.

2. Non vogliamo qualcuno che è stato allontanato dalla comunità e isolato per i sei anni della formazione. La maturità appropriata a un leader della comunità non può che svilupparsi in seno alla comunità (…)

3. Non vogliamo qualcuno che sia paracadutato dall’esterno della comunità (…).La nostra teologia, la nostra spiritualità devono essere incarnate. Devono potersi sviluppare nel terreno della cultura particolare, nazionale e locale.

4. Non vogliamo un prete che si considera “in carica”.È la comunità ad avere “in carico” la propria vita (…). Troppi nostri preti sono oberati da un terribile senso di “responsabilità”.

5. Non vogliamo un prete che si veda come un manager della parrocchia.Il suo settore di attività è la preghiera e la crescita spirituale dei membri della comunità, prete incluso, affinché vivano la loro vita come membri del Regno di Dio.

6. Non vogliamo una persona che sia per forza altamente qualificata nei domini del diritto canonico, della storia o della teologia dogmatica.Dobbiamo riflettere su quali dovrebbero essere le esigenze di una teologia più “pastorale” (…).

7. Non vogliamo un prete il cui ruolo sia semplicemente quello di dire messa e amministrare i sacramenti.Di conseguenza, abbiamo bisogno di molti più preti scelti nella comunità, magari part time, affinché abbiano il tempo e la possibilità di condividere tutti i diversi aspetti della vita della comunità.

8. Non vogliamo un prete celibe. Il prete può essere celibe o no, ma questo dato non deve essere considerato parte del suo ministero. Psicologicamente questo lo taglia fuori da tante cose della vita della comunità.

9. Non vogliamo un prete che non sia rappresentativo della comunità. Contiamo la proporzione maschio/femmina tra i banchi delle chiese e finiamola con la discriminazione.

10. Non vogliamo un prete obbediente, una persona che dice sempre sì, rigida e inflessibile, Legge alla mano e agli ordini dei vescovi.Il Vangelo è un vangelo di libertà per il servizio. Abbiamo bisogno di una persona coraggiosa, pronta ad agire secondo la propria coscienza. La capacità di esprimersi e di dialogare, tanto con la comunità che con l’istituzione, è essenziale.

11. Non vogliamo un prete che “sa tutto”.Il prete deve essere allievo per tutta la sua vita, capace di unirsi alla comunità come il capo famiglia in Matteo 13, che trova «cose antiche e cose nuove» nella riserva del Regno di Dio.

12. Non vogliamo una persona che ostenta simboli di superiorità e isolamento.Il suo abito e il suo stile di vita dovrebbero essere quelli della comunità.

13. Non vogliamo un purista liturgico per il quale le categorie sono più importanti del contenuto.La flessibilità, la sperimentazione e l’apprendimento sul campo sono il solo modo di crescere insieme.

14. Non vogliamo un prete la cui visione è limitata a ciò che si è sempre fatto.L’immaginazione è necessaria, lo sguardo rivolto all’esterno, in modo tale che, con il senso della storia, noi possiamo affrontare ciò che accade, ciò che cambia nella realtà della nostra tradizione comunitaria. È necessaria una visione per proiettarsi con coraggio verso il futuro.

15. Non vogliamo qualcuno che si veda come alter Christus.Questa arroganza eleva il prete al di sopra del popolo di Dio, corpo di Cristo. Il prete presiede all’altare come rappresentante della comunità ed è quest’ultima a celebrare.

fonte: http://www.adista.it/index.php?op=articolo&id=53013

Preti sposati europei Lettera al vescovo di Roma

di Federazione Europea dei Preti Cattolici Sposati

Il documento che riportiamo di seguito, in una nostra traduzione dall’inglese, è stato approvato al termine della riunione della Federazione Europea dei Preti Cattolici Sposati (che riunisce i gruppi di preti sposati di Regno Unito, Belgio, Spagna, Francia, Austria, Germania, Italia), tenutasi a Bruxelles dal 7 al 9 giugno scorsi.

 

Caro vescovo Francesco,

in occasione della sua chiamata a servire la comunità come vescovo di Roma, noi, membri della Federazione europea dei preti cattolici sposati, vorremmo offrirle un caloroso saluto. Guardiamo a lei per la speranza, la gioia e il nutrimento spirituale.Desideriamo condividere con lei una meravigliosa immagine biblica. Nel libro della Genesi, il settimo giorno della creazione, Dio finisce il suo lavoro e vede che non era solo cosa buona, ma molto buona. Abbiamo un’immagine di questo Dio, seduto, che si rallegra della meravigliosa diversità dell’universo, lasciandola crescere e divenire ciò che è nelle sue potenzialità. La “diversità” richiama la nostra attenzione su come il nostro pensiero può essere incarnato. La vita non può sgorgare e svilupparsi in tutta la sua diversità che nei diversi suoli, così differenti da un luogo all’altro.. (…) Per questo chiediamo che il governo della nostra comunità ecclesiale muti da un sistema di potere, con controlli e limiti, a uno che sostiene e nutre la vita della fede nella comunità mondiale in tutte le sue diversità.

Dobbiamo quindi cercare di sviluppare ciò che è stato accennato al Vaticano II: il concetto di collegialità. Il governo della nostra comunità è sorprendentemente ipercentralizzato. Dobbiamo prendere coscienza che è impossibile “microgestire” una comunità che ha una portata universale senza soffocare e opprimere la stessa vita che vorremmo sostenere. Tuttavia bisogna aggiungere che il principio di collegialità è piccola cosa se non è costantemente e rigorosamente collegato al principio di sussidiarietà. Siamo tutti obbligati e chiamati dal battesimo al servizio della comunità cui deve essere consentito di rispondere liberamente e volontariamente, senza restrizioni da parte delle alte sfere della gerarchia.

Il governo della Chiesa deve anche essere rappresentativo della comunità che serve. Abbiamo pensato alla crescita e al nutrimento: nelle nostre famiglie e comunità quale grande contributo è dato dalle donne! Il nostro pensiero va a quell’amorevole immagine del Libro dei Proverbi, quella della “Signora Sapienza” attiva nell’universo e che si rallegra di essere con l’umanità. Dobbiamo immediatamente includere le donne nel governo della nostra comunità. Sono l’incarnazione della Signora Sapienza e hanno così tanto da dare per la nostra crescita nel giardino del Regno di Dio.(…) Osiamo fare un’esortazione: «Abbracciamo tutto ciò che è buono». Troppo a lungo abbiamo ascoltato il linguaggio triste e mortificante del peccato e dei peccatori. Certamente non siamo all’altezza della gloria di Dio. Ascoltiamo allora genitori e insegnanti: se non aiutiamo i giovani a costruire l’immagine che hanno di loro stessi non saranno capaci di fare un lavoro positivo e creativo. Pur lasciando alle comunità ecclesiali nel mondo la libertà di diventare ciò che possono diventare queste devono essere aiutate a vedere il bene che è in loro, per far sì che costruiscano un’immagine solida di loro stesse.

(…)Ci perdoni se offriamo un’altra immagine biblica. Nel Libro dei Re, Salomone può chiedere ciò che desidera: ricchezze, benessere, onore. Egli chiede un “cuore che ascolta” per fare il bene del suo popolo. Il nostro governo purtroppo ha tutto ciò che è stato offerto a Salomone in termini di ricchezza, benessere e potere. Avessimo più semplicità! Ciò che non abbiamo è un cuore che ascolta perché il popolo non ha voce. Quando una voce profetica si esprime sulla nostra mancanza di visione poetica, è spesso brutalmente messa a tacere. Sulla base del principio di sussidiarietà dobbiamo lasciare che la voce della comunità sia ascoltata. Dobbiamo sviluppare le procedure e i meccanismi democratici necessari se vogliamo crescere nel servizio del Regno di Dio. Basta con il manto di segretezza e la totale mancanza di trasparenza nella gestione della nostra comunità!Ci troviamo in una lunga tradizione. Che troppo spesso è stata usata per dire: “Abbiamo sempre fatto così e sempre lo faremo”.

Torniamo all’immagine del Dio creatore che lascia che l’universo cresca e diventi ciò che è nelle sue potenzialità. La Tradizione è uno sviluppo fisiologico e perciò, mentre facciamo tesoro di ciò che di buono c’è stato in passato, dobbiamo avere l’immaginazione per fare un passo coraggioso nel futuro, così come il padrone di casa in Matteo 13 che estrae «cose nuove e cose antiche» dal tesoro del Regno di Dio.Fu Newman a dire: «Qui sulla terra vivere è cambiare, e la perfezione è il risultato di molte trasformazioni»?Siamo pronti a incamminarci insieme per condividere un ricco e meraviglioso futuro?

fonte: http://www.adista.it/index.php?op=articolo&id=53012

Lavoro e diritti, pace e disarmo, mafia e antimafia

fonte: http://www.adista.it/index.php?op=articolo&id=53002

su questi temi sociali, nelle ultime settimane, i vescovi di diverse diocesi italiane si sono schierati pubblicamente, assumendo posizioni coraggiose e “di frontiera”.
Mons. Depalma: dalla parte dei lavoratori

Il caso più noto, che ha trovato ampio spazio anche nelle cronache nazionali, è stato quello che ha avuto come protagonista il vescovo di Nola, mons. Beniamino Depalma, che lo scorso 15 giugno ha partecipato ad una manifestazione degli operai dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco (Na) – da anni alle prese con la cassa integrazione – per contestare i sabati lavorativi di “recupero produttivo”.

Il vescovo si è collocato «dalla parte dei violenti e dei prevaricatori», ha affermato il responsabile dello stabilimento di Pomigliano, Giuseppe Figliuolo, in una lettera indirizzata al vescovo nel giorni successivi alla manifestazione. Nella missiva Figliuolo ha criticato la presenza del vescovo davanti ai cancelli dello stabilimento «per portare la sua solidarietà ad alcuni manifestanti che con azioni violente e minacce hanno tentato di impedire l’ingresso in fabbrica ai lavoratori della Fiat». «La sua scelta di essere dalla parte dei violenti e prevaricatori – aggiunge – è stata involontaria e causata dalle mistificazioni veicolate da alcuni organi di informazione che hanno volutamente travisato la realtà dei fatti», omettendo che «era stato sottoscritto un accordo sindacale tra azienda e legittimi rappresentanti dei lavoratori».

«No, dottor Figliuolo, io non sto dalla parte dei violenti, né volontariamente né, come dice lei, “involontariamente”», ha replicato il vescovo – che più volte, in passato, è intervenuto su questioni sociali che riguardavano il suo territorio, dalle lotte degli operai della Fiat al problema rifiuti e discariche abusive (v. Adista nn. 5/08; 34 e 52/09) – in una lettera pubblicata dal quotidiano napoletano Il Mattino (7/7). «Bisogna provare in ogni circostanza, anche la più burrascosa, a mettere le persone intorno allo stesso tavolo. Un vescovo, un pastore, non è un dirigente di un’azienda: quando vede e sente uomini gridare, ha l’obbligo morale di andare a vedere e sentire con i suoi occhi e con le sue orecchie. Credo che oggi, in questo tempo così difficile, i complici dei violenti siano tutti coloro che stanno rinchiusi nei loro fortini sperando che la burrasca passi senza bagnarli. Opera davvero violenza chi nega la speranza negando prospettive di futuro alle persone e alle famiglie. La Chiesa ha una sola preoccupazione: che le famiglie non perdano il salario». «Ha difeso i deboli, ha parlato in favore del diritto al lavoro. La sua è stata l’espressione di un pastore e non dovrebbe essere sindacata, e tantomeno censurata da parte di un’azienda», difende il suo vescovo don Peppino Gambardella, parroco di San Felice in Pincis a Pomigliano, anche lui da sempre schierato accanto agli operai della Fiat (v. Adista n. 25/09). «Ancora una volta i vertici Fiat hanno dimostrato arroganza e anche poco rispetto della dignità del pastore della Chiesa. Probabilmente a loro, che vivono una vita staccata dalla gente, sfugge il valore morale che il vescovo rappresenta per i lavoratori. A lui arriva il grido di aiuto dei poveri, la loro disperazione. Tutto questo purtroppo sfugge ai dirigenti della Fiat. Forse sono abituati a comandare e ad avere gente che deve solo obbedire. Sono poco adusi alla democrazia».

Intanto Depalma ha fatto sapere di aver accettato l’invito di Figliuolo a visitare lo stabilimento di Pomigliano: mi pare un modo «per avere l’opportunità di un confronto franco e diretto», ha motivato la sua decisione il vescovo.
Mons. Pizziol: l’unico valore è la pace

Ha invece declinato l’invito a partecipare all’inaugurazione della nuova base militare Usa all’aeroporto Dal Molin di Vicenza il vescovo della città, mons. Beniamino Pizziol, come peraltro gli aveva chiesto il Coordinamento cristiani per la pace di Vicenza e altre associazioni (v. Adista Notizie n. 23/13), evidenziando quindi un atteggiamento ben diverso da quello del suo predecessore, mons. Cesare Nosiglia, sempre piuttosto disponibile verso il Dal Molin.

«La decisione se presenziare o meno a detta inaugurazione – scrive il vescovo al colonnello David W. Buckingham, comandante della guarnigione dell’esercito Usa a Vicenza – è stata fonte di un sereno e condiviso discernimento sul significato della presenza di un vescovo in questa struttura che, al di là della buona coscienza delle persone che vi operano, resta il segno che siamo ancora lontani dalla realizzazione di quel progetto di pace, che tutti portiamo nel cuore come un “anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi” (Giovanni XXIII, Pacem in Terris, n. 1)».

La lettera del vescovo al colonnello Usa si conclude con una «speranza», che però pare piuttosto un auspicio di improbabile realizzazione: che la base di Vicenza – dove verranno collocate alcune attività di Africom, il comando militare Usa per l’Africa – «possa essere trasformata in un centro di formazione e di azione per promuovere lo sviluppo del Continente africano, a servizio della vera libertà e della democrazia».
Mons. Morosini: via i condannati dalle associazioni ecclesiali

Tornando a sud, il vescovo di Locri, mons. Giuseppe Morosini (nel frattempo nominato nuovo arcivescovo metropolita di Reggio Calabria), ha emanato un decreto molto severo nei confronti di chi è stato rinviato a giudizio in un procedimento penale: non può far parte delle associazioni ecclesiali presenti nella diocesi, compresi i Consigli pastorali parrocchiali. Morosini parla in generale dei rinviati a giudizio, ma è abbastanza chiaro – data la specificità del territorio della Locride – che il provvedimento sia diretto ad escludere dalla vita delle associazioni ecclesiali le persone coinvolte in indagini sulla ‘ndrangheta.Gli indagati, è scritto nel decreto, devono subito informare il responsabile dell’associazione del procedimento aperto a loro carico e autosospendersi dall’associazione. Se non lo fanno, interviene d’ufficio il capo dell’associazione o il vescovo. Il quale può anche sciogliere l’associazione nel momento in cui ravvisasse che è stata messa in atto una copertura dell’associato sotto indagine. L’esclusione dall’associazione resta in vigore fino alla fine del procedimento penale ed è definitiva in caso di condanna.

Il provvedimento del vescovo Morosini segue di qualche giorno quello del vescovo di Acireale, mons. Antonino Raspanti, che ha vietato, nel territorio della sua diocesi, i funerali ai condannati per mafia (v. Adista Notizie n. 25/13).
Don Diana: laurea post mortem

A Napoli, la Facoltà teologica dell’Italia meridionale – la sezione San Luigi, quella gestita dai gesuiti – ha deliberato di concedere la licenza in Teologia biblica a don Peppe Diana, il parroco di Casal di Principe ucciso dalla camorra nel 1994, come peraltro era stato proposto da diversi docenti e studenti della facoltà nel 2011, al termine della Giornata di studio “Martiri per la giustizia, martiri per il Sud. Livatino, Puglisi, Diana, uccisi non per errore” (v. Adista n. 35/11).

«Alcuni anni fa – spiega Sergio Tanzarella, docente di Storia del cristianesimo alla Facolta teologica, fra i principali promotori dell’iniziativa – ricostruendo la carriera universitaria di don Peppe, si è deciso di riconoscere il titolo che il parroco di Casale non aveva potuto conseguire. Don Diana era arrivato quasi alla fine dei suoi studi teologici, ma non riuscì a completarli perché fu ucciso dalla camorra il 19 marzo del 1994. Era una persona che amava studiare. Si era laureato in filosofia, ed era quasi arrivato alla conclusione degli studi in teologia biblica quando fu assassinato. Così il Consiglio di Facoltà ha deciso di riconoscere a don Diana la laurea nonostante non abbia concluso il corso di studi. Nel mese di ottobre avrà luogo la cerimonia di assegnazione». Sul fronte del processo di beatificazione di don Diana – anche su questo punto, in occasione della stessa Giornata di studio, era stata inviata una sollecitazione al vescovo di Aversa, mons. Angelo Spinillo – invece, nulla di fatto. «In diocesi non è presente nessuna forma di culto nei confronti del parroco di Casal di Principe», dicono ad Adista fonti vicine alla Curia aversana. Un appello a proclamare martiri anche dei laici che si sono impegnati fino alla fine per la giustizia arriva invece dal vescovo emerito di Caserta, mons. Raffaele Nogaro, che propone la beatificazione del magistrato ucciso dalla mafia Rosario Livatino: «Mi piace una Chiesa che ricosce anche la laicità della santità”, perché “i santi non sono quelli con l’aureola”». (luca kocci)

Caro papa, la vera indifferenza è quella di parte della Chiesa

di Vitaliano Della Sala

Santo Padre,

quando alcuni anni fa alle porte della mia canonica bussò un gruppo di immigrati clandestini, non mi ero mai occupato di migranti, ma decisi di ospitarli e farmi carico della loro situazione. In nome del Vangelo non me la sono sentita di dare un’elemosina di circostanza per liberarmene. E come me anche la mia comunità parrocchiale. Ospitavamo gli immigrati nelle aule del catechismo. E, forse, per i bambini del catechismo è stata la più bella esperienza di catechesi concreta, vissuta. Anche quella volta il mio vescovo di allora mi rimproverò e nessuno del presbiterio mi difese.

Nello stesso periodo insieme a pochissimi confratelli e ai famigerati “no global”, affittammo una nave, andammo in Albania e cercammo di portare in Italia il maggior numero di albanesi; nel tragitto anche noi lanciammo una corona di fiori per ricordare i morti di un barcone affondato la notte di Natale. Se non volevamo più piangere i morti – ci dicemmo – conveniva andare noi a prenderli prima che si imbarcassero su pericolose carrette del mare. Anche allora né la Cei, né i partiti e i governi che si spacciano per cristiani, mossero un dito quando ci bloccarono, al ritorno, nel porto di Brindisi. Gli esempi di tragedie di immigrati, dell’omertà della maggior parte dei cattolici e della denuncia inascoltata di pochi, potrebbero essere tanti.

Per anni ho guardato i telegiornali e letto i quotidiani con grande sofferenza e rabbia, anche se con una non spenta speranza di sentire la voce forte e rappresentativa dei vertici della Chiesa italiana che finalmente facesse diventare scelte concrete le bellissime parole dei documenti ufficiali: quando non accogliamo i migranti, spranghiamo la porta a Gesù Cristo presente, vivo e vero nel povero, per trastullarci con l’adorazione eucaristica e le processioni del Corpus Domini, con un’ostia fin troppo asettica che non ci contamina le mani come le carni del povero. Perciò ho seguito con emozione in tv la tua visita a Lampedusa. Mai avrei immaginato che un papa potesse fare un gesto del genere. Ma anche se sono certo della tua sincerità, non mi fido di chi ti circonda: gli stessi che non hanno mai denunciato ciò che tu stai denunciando, gli stessi che hanno fatto arrivare “Pietro” troppo tardi a Lampedusa. Anch’io mi sono posto con te le domande: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo? Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle?». E sono d’accordo con te quando dici: «Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!». Per la verità nella società di cui parli c’è una minoranza, forse una maggioranza silenziosa, che sa ancora piangere per e con chi è colpito dall’ingiustizia; ci sono tanti testardi che non si rassegnano al pensiero unico e cercano di opporsi alla peggiore globalizzazione e all’indifferenza; tra questi, tanti fedeli laici, alcune suore e preti, pochissimi vescovi.

Santo Padre, accettare fino in fondo il Vangelo di Nostro Signore e l’insegnamento della Chiesa dovrebbe portare proprio noi cristiani a denunciare fermamente l’imperante ondata di razzismo, ponendoci di fronte ad un dissidio inconciliabile: all’impossibilità, cioè, di rispettare le leggi dello Stato che si ergono come muro ad arginare la massa dei disperati che preme. Perciò, per non ridurre il tuo grandissimo gesto a qualcosa di stravagante, ti chiedo di far capire anche ai vescovi che una presa di posizione forte della Chiesa Italiana in merito alla questione è inderogabile, una voce levata alta che faccia capire senza equivoci da che parte i cattolici, laici e gerarchia, stanno e devono stare. La storia procede anche senza di noi: le migrazioni sono inarrestabili ed è una forma di grande miopia storica cercare di opporsi a questo fenomeno.

 

* Amministratore parrocchiale a Mercogliano (Av)

fonte: http://www.adista.it/index.php?op=articolo&id=52999