Una riforma del diritto canonico che renda il celibato facoltativo potrebbe reintegrare i sacerdoti sposati

Mentre Papa Bergoglio parla di “fecondità della castità” e invita le suore ad essere madri (in senso spirituale s’intende) e “non zitelle”, c’è un esercito silenzioso di preti (secondo stime ufficiose quasi 10 mila solo in Italia) che negli anni ha deciso di rompere quella castità e sposarsi.
Esclusi dall’attività pastorale e anche dal sistema di sostentamento del clero, molti di loro si sono ritrovati senza una casa e senza uno stipendio.

È il caso di don Giuseppe Serrone, ex parroco di Chia (Viterbo), paese che negli anni ’70 fu rifugio di Pier Paolo Pasolini. Trent’anni dopo, invece, è stato il teatro di un amore nato in canonica tra don Giuseppe e Albana Ruci, una donna che nel 2000 aveva raggiunto i familiari in fuga dall’Albania. Un amore che don Giuseppe ha voluto portare alla luce del sole dando le sue dimissioni e chiedendo in seguito alla Chiesa la dispensa dal celibato per potersi sposare.
La sua scelta però è stata accompagnata da una serie di azioni avverse della stampa locale e della comunità che sono culminate nella lapidazione (reale) di Albana da parte di un gruppo di ragazzi del paese. La sua colpa, neanche a dirlo, aver fatto perdere la testa al parroco del paese.

«Quelle pietre sono state l’epilogo di una grande delusione», racconta Albana con gli occhi lucidi. «Il giorno dopo – aggiunge – mi hanno ricoverata d’urgenza in ospedale». Ma più che le contusioni, le sue ferite erano psicologiche e l’hanno spinta verso una depressione che sembrava irreversibile. «Avevo perso ogni voglia di vivere, non riuscivo neppure a camminare».

A questo si sono aggiunti i problemi economici. Don Giuseppe, che prima percepiva un modesto stipendio da parroco (era ancora in lire, circa 600 euro), si è ritrovato da un giorno all’altro senza più un soldo in tasca e con un’ingiunzione di sfratto. «Abbiamo cominciato a girare l’Italia, senza un posto dove andare, col solo sostegno della pensione dei genitori di Giuseppe», racconta Albana.

È stato in quel periodo che Serrone ha deciso di mettere su un blog in cui raccontava le sue esperienze. «In breve – dice – sono stato raggiunto da centinaia di sacerdoti sposati che vivevano le stesse cose: sfratti, discriminazioni, indigenza economica».
Quella che può essere definita un’emergenza sociale in sordina.
Il blog è diventato un’associazione, quella dei sacerdoti sposati. «Un progetto – precisa Serrone – che da diversi anni ho smesso di seguire direttamente, ma che è stato molto utile per dare consigli, anche legali, ai preti in difficoltà».

«Chi rompe l’obbligo del celibato dentro un percorso regolare – aggiunge – non smette di essere un prete, ma il suo ministero viene definito non più attivo».
Una riforma del diritto canonico che renda il celibato facoltativo potrebbe quindi reintegrare i sacerdoti come Serrone la cui vocazione si è tutt’altro che affievolita: «I preti sposati possono essere una risorsa per la Chiesa, e per me sarebbe una cosa bellissima poter tornare a esercitare il ministero».

A pensarla come Serrone sono in tanti, anche perché, com’è noto, l’obbligo del celibato è ben lungi dal riguardare tutta la cristianità e molte chiese ne fanno a meno. Per l’associazione Vocatio, che rappresenta «il movimento dei preti sposati», la conversione al cattolicesimo, nel 2011, di tre preti anglicani, sposati, che hanno potuto continuare a officiare il loro ministero con tanto di mogli e figli al seguito, costituisce un precedente promettente.

Al netto dei religiosi che nel segreto stringono relazioni sentimentali e talvolta fanno figli, secondo Vocatio il numero di preti sposati in Italia si aggira tra gli 8 e i 10 mila. Una stima approssimativa, anche perché gli annuari pontifici parlano di “abbandoni” di sacerdoti senza specificarne le motivazioni. Sta di fatto che, anche se fossero la metà, sarebbero comunque un esercito potenzialmente pronto a riempire quel vuoto di vocazioni che sta mettendo in crisi la Chiesa cattolica occidentale.

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