Papa: “Non si può negare il battesimo al figlio di una ragazza madre”

Papa Francesco, nell’omelia pronunciata questa mattina durante la messa a Santa Marta, chiede alle parrocchie di non respingere mai “una ragazza madre, che va in chiesa dicendo: ‘Voglio battezzare il bambino’”. Può capitare, denuncia, che si senta rispondere: “No, tu non puoi perché non sei sposata!”. Per il nuovo Pontefice è assurdo “che questa ragazza che ha avuto il coraggio di portare avanti la sua gravidanza e non rinviare il suo figlio al mittente” trovi poi “una porta chiusa!”. “Questo – afferma – non è zelo! Allontana dal Signore! Non apre le porte!”. “Quando noi siamo su questa strada, in questo atteggiamento, noi – lamenta – non facciamo bene alle persone, alla gente, al Popolo di Dio. Infatti “Gesù si indigna quando vede queste cose” – sottolinea il Papa – perché chi soffre è “il suo popolo fedele, la gente che Lui ama tanto”.

“Quanti si avvicinano alla Chiesa trovino le porte aperte e non dei controllori della fede”, chiede il Pontefice. “Pensiamo – suggerisce Francesco – a Gesù, che sempre vuole che tutti ci avviciniamo a Lui; pensiamo al Santo Popolo di Dio, un popolo semplice, che vuole avvicinarsi a Gesù; e pensiamo a tanti cristiani di buona volontà che sbagliano e che invece di aprire una porta la chiudono, di buona volontà”.

quotidiano.net

Papa Francesco può riparare la Chiesa in rovina

(LaPresse/AP) – “Con questo Papa, un gesuita, un Papa dal terzo mondo, possiamo respirare felicità. Papa Francesco ha il vigore e la tenerezza di cui abbiamo bisogno per creare un nuovo mondo spirituale”. Sono parole pronunciate da Leonardo Boff, tra i principali esponenti della teologia della liberazione, intervenuto alla fiera del libro a Buenos Aires, dove ha partecipato alla presentazione del libro di Clelia Luro, moglie dell’ex vescovo argentino Jeronimo Podestà.

 

Durante il suo discorso, il teologo brasiliano, 74 anni, ha indicato papa Francesco come la figura giusta per mettere a posto una chiesa “in rovina”. Nel corso dei precedenti pontificati, Boff è stato messo in silenzio dai vertici della Chiesa che hanno cercato di tracciare una linea tra i politici di sinistra e i preti attivi nel sociale. Come capo della Conferenza episcopale argentina, prima di essere eletto Papa, Jorge Maria Bergoglio rafforzò questa linea, sostenendo nel 2010 che leggere il Vangelo con una interpretazione marxista non faccia altro che mettere i sacerdoti in difficoltà.

 

Eppure il teologo oggi tende la mano al nuovo pontefice, e sostiene che l’etichetta di conservatore dalla mente chiusa non si adatti alla sua figura. “Papa Francesco – ha proseguito nel suo intervento – arriva con la prospettiva che molti di noi in America latina condividono. Nelle nostre chiese non ci limitiamo a discutere delle teorie teologiche, come nelle chiese europee. Le nostre chiese lavoriamo insieme per sostenere le cause universali, cause come i diritti umani, dalla prospettiva dei poveri, il destino dell’umanità che sta soffrendo, i servizi per le persone che vivono ai margini”.

 

Il movimento della teologia della liberazione emerse negli anni Sessanta e si diffuse rapidamente in America latina, portando parroci e persone di chiesa ad avvicinarsi molto alle lotte per il sociale e i diritti umani. Alcuni rappresentanti di chiesa, anche di alto livello, che si erano avvicinati al movimento sono rimasti vittima delle dittature militari di destra che nello scorso secolo hanno dominato per alcuni decenni i Paesi latinoamericani. Tra i nomi più noti quell’arcivescovo di El Salvador Oscar Romero, ucciso mentre celebrava messa nel 1980, vittima delle gerarchie militari che aveva criticavto. Il giorno prima aveva detto che “nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contrario al volere di Dio”. La sua uccisione fu un triste presagio della guerra civile che nei successivi 12 anni causò nel Paese centroamericano la morte di novemila persone. La causa di beatificazione di Romero è rimasta ferma sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, fermamente contrari alla teologia della liberazione. Ma pochi giorni fa papa Francesco ha sbloccato la causa, dando speranza a coloro che da anni lo chiedevano.

 

Tra gli anni Settanta e Ottanta furono molti i religiosi vicini al movimento uccisi dalle dittature. Sei insegnanti gesuiti vennero assassinati nella loro università di El Salvador nel 1989. Altri presti e operatori laici furono torturati e scomparvero nelle carceri di Cile e Argentina. Alcuni vennero uccisi a colpi di arma da fuoco mentre chiedevano maggiori diritti per i poveri del Brasile. Altri ancora sono andati più in là e hanno imbracciato le armi, oppure sono morti mentre accompagnavano come cappellani gruppi ribelli. Fu il caso dello statunitense James Carney, ucciso nel 1983 in Honduras.

 

L’atteggiamento dei vertici della chiesa nei confronti della teologia della liberazione negli ultimi anni è stato sempre duro. Lo scorso anno, l’arcivescovo di San Paolo, il brasiliano Odilo Scherer, considerato tra i papabili prima del Conclave, aveva dichiarato in un’intervista che il movimento nato negli anni Sessanta “ha perso la sua ragione di esistere a causa delle basi ideologiche marxiste, incompatibili con la teologia cristiana”. La teologia della liberazione, aggiunse, “ha il merito di aver aiutato a riportare attenzione su questioni come la giustizia sociale, la giustizia internazionale e la liberazione delle persone oppresse. Ma questi sono sempre stati temi costanti negli insegnamenti della chiesa”.

 

Nel 1984 l’allora cardinale Joseph Ratzinger, alla guida della Congregazione per la dottrina della fede, convocò Leonardo Boff in Vaticano, sottoponendolo a un processo per le tesi esposte nel libro ‘Chiesa: Carisma e Potere’. L’anno successivo il religioso brasiliano venne condannato al silenzio ossequioso e poi nel 1992 abbandonò il sacerdozio. In seguito spiegò così la sua decisione: “Nel 1992 vollero nuovamente impormi il silenzio. Alla fine ho detto no. La prima volta fu un atto di umiltà, e accettai. La seconda volta non ho potuto accettare”. Ora il teologo brasiliano spera che papa Francesco possa portare “una nuova primavera” alla chiesa, e da Buenos Aires conclude: “Joseph Ratzinger. Lui era contro la causa dei poveri, la teologia della liberazione. Ma questo appartiene al secolo passato. Ora siamo sotto un nuovo Papa”.

Il prete che si spoglia in webcam…

Il sacerdote di Ardore, piccolo comune di Locride, celebrava messa, poi toglieva l’abito tolare e dava sfogo alle sue pulsioni sessuali sul internet, armato di webcam. Lui è Don Cosimo Castanò, che davanti alla telecamera intratteneva rapporti intimi, ed è stato intercettato (online) da un commerciante della zona, Agostino Tassone 45 anni, che sul web si spacciava per “Stefania“.

Il ricatto – “Stefania” ha riconosciuto il sacerdote, e quindi ha pensato di ricattarlo. L’uomo, nato a Torino ma residente nella cittadina, ha così cominciato – attraverso lettere anonime inviate in parrocchia – a minacciare il prete: “Paga o diffondo questo video. Lo mando al Vescovo”. Gli chiedeva soldi in cambio del suo silenzio: inizialmente la cifra era di 10mila euro ma poi scese a 7,500. Il parroco acconsentì al pagamento  e Tassone diede disposizione sulla consegna del denaro ma, il giorno stabilito per il ritiro, ad attenderlo trovò le forze dell’ordine e un’accusa di estorsione aggravata.

La condanna – La storia hard risale al marzo 2009, ma è stata resa nota solo oggi. Tassone è stato condannato nel 2010 dal gup di Locri ad una pena pari ad un anno e sei mesi per estorsione. Il giudice, Gialuca Sarandrea, ha così riferito: “Aveva convinto il prete a denudarsi e mostrare l’organo genitale e aveva poi filmato la scena”. Chi invece non ha pagato dazio è don Castanò che, secondo quanto disposto dal Vescovo della città monsignor Fiorini Morosini, non è stato rimosso dal suo incarico e, nonostante l’episodio hot, ha continuato a dir messa.

liberoquotidiano.it

Violenze sessuali su 12 detenuti: a processo il prete di San Vittore

I «favoriti» – poveri loro – erano quelli ammessi direttamente nel suo ufficio. Per gli altri, c’erano le rassicurazioni. «Non ti preoccupare, è normale». Era normale per Don Alberto Barin – l’ex cappellano del carcere di San Vittore – avvicinare i detenuti, promettergli qualche piccolo regalo, e chiedere in cambio dei favori sessuali. È una storia – una brutta storia – andata avanti per anni, almeno dal 2008 al 2012, quando il sacerdote è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale. Dodici i casi contestati. E per don Barin, ora, si apre la strada del processo. Ieri, infatti, il gip Enrico Manzi ha disposto per il prete il giudizio con rito immediato.
Nel decreto del giudice vengono ricostruite le storie di abusi a cui sarebbero stati costretti 12 detenuti di San Vittore, le «tecniche» con cui don Barin avrebbe adescato le sue vittime, e gli stratagemmi usati per eviatare di finire nei guai. Su tutte, spicca uno specchietto retrovisore utilizzato per controllare «l’eventuale arrivo di persone» mentre approfittava dei detenuti. Un trucco che non gli ha evitato il carcere, dove è finito lo scorso 20 novembre.
Secondo l’accusa, l’ex cappellano di San Vittore faceva leva sullo «stato di bisogno» dei detenuti, che si rivolgevano a lui per avere sigarette, shampoo, saponette, spazzolini – piccoli beni per rendere meno dura la vita in cella – per poi chiedere in cambio favori sessuali. Ma non bastava. Quando i carcerati uscivano dal penitenziario dopo aver scontato la pena, li invitava a passare a casa sua per altre prestazioni sessuali, facendo credere loro che i suoi pareri di «buona condotta» fossero stati utili per le scarcerazioni.
Le vittime erano ragazzi africani di un’età che varia tra i 23 anni e i 43 anni. Dallo scorso aprile Barin è agli arresti domiciliari, che sta scontando in un convento. Come si legge nel decreto del giudice Manzi, l’ex cappellano controllava «l’eventuale arrivo di persone a mezzo di specchietto retrovisore, in modo da tranquillizzare il detenuto», che subiva abusi, «in merito ad una possibile sorpresa in flagranza». Inoltre, Barin «tranquillizzava» i detenuti che manifestavano il proprio «disagio» dicendo che «la sua era una condotta normale, segni di amicizia e che a Napoli “tutti sono soliti fare cos씻. E ancora: il religioso «intensificava» le «visite» di alcuni detenuti «nel proprio ufficio» facendoli sentire come i «favoriti». Il processo si aprirà il prossimo 10 luglio.

ilgiornale.it

«Perché complicarsi la vita invece di amare?»

di Marie-France, Alain e Laurence | 10 maggio 2013
La Chiesa cattolica francese – riflettendo sulla carità – ha dato la parola ai poveri. Ecco che cosa hanno detto

Da ieri e fino a domani a Lourdes la Chiesa cattolica francese sta vivendo l’esperienza di «Diaconia 2013», un grande raduno di 12 mila persone impegnate a vario titolo sul versante della carità. Si tratta di un evento che chiude un cammino durato tre anni e che ha coinvolto a livello locale tutte le diocesi. Una delle particolarità di Diaconia 2013 è che non è stato un percorso solo sul tema dei poveri: una delle scelte forti è stata anche quella di dare loro la parola. Ed è quanto è avvenuto ieri, nel momento iniziale: a portare il loro messaggio sono stati anche Marie-France, Alain e Laurence, tre rappresentanti del gruppo Place et parole des pauvres. Che hanno proposto le loro riflessioni su che cosa sia la carità. Le proponiamo qui sotto in una nostra traduzione  (G.Ber.)

Marie-France

Qui ci stiamo chiedendo che cosa sia la diaconia, che cosa voglia dire. È il servizio. È l’aiuto. È l’ascolto. È stare con gli altri. È il servizio della Chiesa nei confronti delle persone sciupate dalla malattia, da un lutto, dal carcere, dalle situazioni della vita, dalle ingiustizie, dalla disoccupazione, dalla strada.
È un modo di essere, un’attenzione verso quanti non hanno ancora trovato il loro posto nella vita e forse nemmeno nella Chiesa. Mi ricordo di aver visto sulla porta di una chiesa una targa che diceva: «Aprite le porte», «Dio è per tutti».
La diaconia è utile a tutti.
Insieme possiamo trasformare le cose e far comprendere che la Chiesa non è solo per alcune persone. Insieme dobbiamo costruire un altro cammino, un’altra esperienza, in modo che quando ci si incontra ci sia davvero lo scambio e l’ascolto, e quando si esce dalla chiesa si faccia quello che si è detto.
Diaconia così può diventare l’inizio di altre cose. Risvegliare la Chiesa a un’altra dimensione, cioè a un modo di seguire Cristo che sia come il suo modo di stare con i poveri. Perché lui, Gesù, ha attraversato la stessa strada dei poveri. La diaconia, così, diventa anche un po’ umiltà.
Si potrebbe pensare, allora, di costituire dei piccoli gruppi per vederci più spesso gli uni con gli altri. Così forse i poveri potrebbero aprire il loro cuore con i ricchi. Vedere delle persone. Lavare la propria vergogna di non essere istruiti, non avere più paura di entrare in chiesa. L’amore comincia così.

Alain:

Qualcuno nel nostro gruppo diceva: «Quando vedo i più ricchi, qualche volta provo dell’odio».
Secondo me ciò che manca è il perdono. Bisogna però impararlo il perdono. Imparare ad andare verso gli altri e perdonarli. Bisogna arrivare a dirsi: sono come noi, sono anche loro degli esseri umani.
Ma qualche volta uno è solo, e quando uno è solo non riesce a perdonare. Quando si è in gruppo è un po’ più facile perdonare. Si riesce a condividere. E condividere nella Chiesa aiuta.
Sì, qualche volta uno proprio non ci riesce a perdonare. Ha a disposizione la preghiera, è vero, ma da sola la preghiera non basta. Insieme, con il sostegno gli uni degli altri, se ne può parlare. È importante sostenersi a vicenda. Perché se uno riesce a perdonare, allora può anche diventare migliore è andare avanti meglio con e verso Cristo. E può anche imparare a chiedere perdono.
La carità è non giudicare, non giudicare se stessi né giudicare gli altri.
Il titolo di questo incontro è «Diaconia, servire la fraternità». Bene, la riconciliazione e il perdono: questa è la strada della fraternità. Certamente, ci sono delle cose che non si possono cancellare, ma insieme si può comunque costruire qualcosa di nuovo.
Qualcun altro ha detto: «A colpirmi nella vita di Gesù non è solamente il fatto che è andato incontro ai poveri, ma che ha donato a ciascuno quello che aspettava, quello di cui aveva bisogno. In un posto guarisce, con altra gente moltiplica il pane, in un altro posto ancora parla ai poveri…»

Laurence:

Quello che mi colpisce è che Gesù incontra le persone nel loro bisogno.
Per noi questo è difficile: è più facile incontrare qualcuno che non conosciamo o che non immaginiamo. Per esempio una famiglia ha delle difficoltà e gli si dice: «andate al banco alimentare» e il problema è risolto… come se non avessero bisogno anche di qualcos’altro. Siamo forse solamente degli stomaci?
Uno dei modi attraverso cui Cristo si mette al servizio degli altri e il suo lasciarli parlare.
Il nostro gruppo Place et parole des pauvres – che ci ascolta e ci rispetta – è già un gesto di Diaconia. È un po’ il terreno dello Spirito Santo dentro Diaconia.
Gesù ci dona la parola, ma ci affida anche la missione, fa sentire la gente utile. Lo Spirito Santo ha affidato a ciascuno di noi una missione e i doni per realizzarla. Ciascuno di noi è venuto sulla terra per fare qualcosa.
L’amore vero dei ricchi verso i poveri è domandare loro un servizio, piuttosto che donare loro delle cose. La carità che cerco è una condivisione più che un dono. Se non posso restituire mi dà fastidio.
Per noi si può dire che la diaconia è il fatto di essere messaggeri. La diaconia è un rapporto con ciascuno: amare ed essere amati. E non dobbiamo dimenticare che è lo Spirito Santo a realizzarla, perché è Lui che fa la Chiesa.
Perché complicarsi la vita invece di amare?

vinonuovo.it

Pastore con l’anima

Venti anni fa, il 20 aprile 1993, moriva don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, presidente di Pax Christi e, soprattutto, uomo di Dio. Per ricordare la sua grande figura, l’associazione pacifista cattolica ha sponsorizzato un film documentario sulla vicenda umana di questo vescovo «con il grembiule». Ne parliamo con il regista, Edoardo Winspeare.

Un ritratto di don Tonino Bello

Un ritratto di don Tonino Bello (foto A. SCALCIONE/PERIODICI SAN PAOLO)

È un lungo viaggio. Verso un sorridente angolo di una Puglia lunga, lunghissima. E verso una serenità che passa attraverso parole non banali, frammenti di relazioni regalati dal caso, spazi di silenzio, di campagna e di mare. L’anima attesa è Carlo, uomo di affari stressato dalla crisi economica e da una casa vuota. È lui che decide di prendersi una pausa e, dopo un iniziale rifiuto, accetta l’invito della sorella e la raggiunge ad Alessano, il paese di don Tonino Bello. Un week-end che sarà un cammino alla scoperta della possibilità di un orizzonte di vita diverso, così come l’aveva pensato il vescovo che sognava la «convivialità delle differenze».

Una scena del film documentario voluto da Pax Christi Italia,

Una scena del film documentario voluto da Pax Christi Italia, L’anima attesa..

L’anima attesa, questo bel film documentario, nasce da una volontà collettiva: è stato pensato da Pax Christi, l’associazione di cui don Tonino è stato presidente dal 1985 fino alla morte, nel 1993, e dalla rivista Mosaico di pace, ma ha avuto tra i suoi sponsor le centinaia di persone che per il ventennale della morte del vescovo di Molfetta hanno partecipato alla campagna «adotta un fotogramma». La sceneggiatura è di Carlo Bruni (protagonista della pellicola) e del regista Edoardo Winspeare, cognome inglese di origine ma napoletano da generazioni, amante appassionato del «basso Salento».

Il regista Edoardo Winspeare

Il regista Edoardo Winspeare (foto T. GENTILE/REUTERS).

Con Winspeare, che con produzioni di qualità (Sangue vivo, Pizzicata, Il miracolo, Galantuomini) si è fatto conoscere anche all’estero, parliamo di questo piccolo film, soltanto 40 minuti, che però racconta di un lungo viaggio: «È un viaggio spaziale e temporale, un viatico spirituale compiuto da una persona in crisi, che non crede in niente. La Puglia, che con i suoi ulivi assomiglia un po’ alla Palestina, si presta bene allo scopo: c’è qualcosa di sacro nell’andare verso Sud, è cercare qualcosa di materno, ciò da cui siamo partiti. Inoltre è la regione più lunga d’Italia, una lunghezza in chilometri ma anche in termini di tempo.

Il protagonista impiega sette ore da Molfetta ad Alessano: per colpa di uno sciopero delle Ferrovie prende la Littorina, la ferrovia locale del Sud-Est. E in questo tempo viene colpito dalla grazia. Lui non lo sa, ma è come se il Signore – Dio per i credenti o non so cosa per gli atei – abbia deciso per lui, l’abbia spinto in questo viaggio».

Un ritratto del vescovo

Un ritratto del vescovo (foto A. GIULIANI/CATHOLIC PRESS PHOTO/PERIODICI SAN PAOLO)

Un viaggio spirituale, dunque…

«Santa Teresa lo chiama cammino di perfezione, cammino iniziatico. Ma non c’è nulla di eccezionale: il tempo scorre lentamente, lo spazio da percorrere è tanto, perché sono 300 e passa chilometri da Molfetta, dove don Tonino era vescovo, ad Alessano, dove è nato. Così Carlo fa esperienza di varie epifanie: le persone non sono “lupi che si azzannano l’uno l’altro per i soldi e il potere”, come dice a un certo punto, ma hanno dei sogni; gli anziani credono nella cronaca “buona” che non viene mai evidenziata, ci sono giovani che vogliono fare cose belle nella loro vita, extracomunitari che non sono da temere ma ti restituiscono il telefonino che hai perso. È gente che non ha niente di eroico, ma ha qualcosa che in fondo fa molto pugliese: un popolo quasi mimetizzato in Italia, le formiche di Puglia che hanno costruito pietra su pietra, “petra su petra”. Ho messo in scena gente che parla il molfettese, il leccese, ho mostrato la differenza tra le persone, neri, bianchi, giovani, vecchi… insomma, la convivialità delle differenze, come diceva don Tonino: un orizzonte presente nel nostro territorio che non bisogna avere paura di raccontare».

C’erano dei rischi che temevi di correre facendo un film ispirato a un personaggio come don Tonino?

«Il rischio – appena parli di un personaggio così straordinario o se parli di temi come bontà e innocenza – è di essere kitsch. Il rischio drammaturgico è che allo spettatore si accapponi la pelle e prenda le distanze. Personalmente, io non mi vergogno, credo nella fratellanza, sono obbligato a crederci. Per me è un fatto di intelligenza: siamo obbligati a cercare la pace perché ci conviene, non possiamo massacrarci. Il fatto di utilizzare una persona come Carlo Bruni, già fisicamente, mi ha aiutato a non fare del protagonista un santino. D’altra parte, anche don Tonino non lo era: era eversivo a volte, voleva rompere l’ordine costituito, diceva di scendere in piazza. Nel film ho voluto inserire un brano in cui dice che “non bisogna solo osservare il corteo dal balcone e applaudire. Bisogna partecipare, sporcarsi le mani, avere il coraggio delle proprie idee, anche di scontrarsi”. Era un vescovo, ma ha avuto anche problemi con la gerarchia ecclesiastica».

Lo hai conosciuto bene?

«Bene no. Lo avrò visto tante volte in vita mia. Era parroco a Tricase, a cinque chilometri dal mio paese, quando avevo 16 anni, ma a quei tempi pensavo all’Inter e ai primi amori. L’ho riconosciuto dopo: quando l’ho rivisto in televisione, ho letto qualcosa dei suoi scritti, ho incontrato persone che l’avevano conosciuto, per me è stata come la madeleine: “Ecco il segno che ha lasciato”, ho pensato. Oggi don Tonino è la persona più importante per me dal punto di vista spirituale, mi ha fatto crescere e mi ha accompagnato. Ma questo è successo dopo che era morto. Non è stata la scoperta di un santo, ma di un uomo, di come potrebbe e dovrebbe essere un uomo. Lui non aveva le stimmate e non toccava le persone per guarirle dal cancro. Ma era molto umano, molto impegnato. Mi ricordo che i ragazzi gli dicevano: “Sei così bello, ma non ti piacciono le donne?”. E lui rispondeva: “Ma voi pensate che noi preti non siamo uomini?”. Ricordo come faceva il tifo alle partite della Tricase. Si era anche inventato una squadra di pallavolo che è andata in serie A. Era un uomo vero, pieno di vita, virile».

La tomba di don Tonino ad Alessano

La tomba di don Tonino ad Alessano (foto F. TAGLIABUE/PERIODICI SAN PAOLO).

Qual è la sua caratteristica personale che ti è rimasta più impressa?

«Come artista mi ha molto colpito il fatto che fosse così curioso, avido del mondo, di bellezza, ma senza alcun istinto di possesso. E tutto questo lo trasmetteva anche ai non credenti. Era un uomo molto spirituale, pregava tantissimo, era innamorato di Cristo e della Madonna. Era allo stesso tempo eversivo e tradizionale. Ci teneva molto alle tradizioni religiose del nostro Sud Italia, però allo stesso tempo era uno che toccava i cuori dei “lontani” perché parlava di giustizia sociale, di bellezza e della poesia nelle piccole cose. Sono un ambientalista e per me è stato importante sentire che lui soffriva quando la natura veniva disprezzata. Amava il mare, nuotava a lungo: si beava alla vista del mare ma anche sentendo l’acqua sulla pelle».

Nel film ci sono anche alcuni spunti di politica e di economia. Come hai trattato il vescovo «sociale»?

«Pax Christi mi ha chiesto di trattare anche questi temi, ma non volevo trascurare la dimensione spirituale facendo emergere solo quella sociale, volevo raccontare tutto. La mia opinione è che, se non credi in Gesù Cristo, è difficile trovare la forza di fare certe cose. Mi sono trovato in diverse situazioni, in Perù, nelle baraccopoli, in disastri tremendi, e alla domanda “chi te lo fa fare?”, la risposta è stata “l’amore di Cristo”. Questo volevo metterlo nel film. Ma è anche vero che se la carità religiosa non si traduce in carità politica è come voler medicare uno che ha gli abiti in fiamme, come dice don Tonino alla fine del film. Il suo pensiero, che si esprime negli anni Ottanta-Novanta, è attualissimo oggi: “Il tintinnare del marco non deve sopravanzare il vento dello scirocco”, diceva. E si scagliava contro la vendita delle armi, contro le industrie di mine che avrebbero dovuto riconvertirsi in aziende metallurgiche. In questo era radicale e molti cattolici lo contestavano. D’altra parte l’unica vera rivoluzione del mondo l’ha fatta Gesù Cristo e don Tonino era un vero cristiano».

Un’espressione che torna spesso nei dialoghi del film è «avere cura». Cosa significa per te l’uso di questo verbo per raccontare don Tonino?

«In una sequenza si vede una scritta nella casa di accoglienza: “Non basta avere un letto se non si sa dire buonanotte”. Bisogna avere cura. Ci vuole poco. Don Tonino ci teneva a tutti. Telefonava, aveva molta energia. Andava a cerchi concentrici: non diceva devo andare nel Terzo mondo, ma aveva cura dei poveri che gli stavano accanto, non solo poveri di soldi, ma di spirito. Per lui era molto importante fare le cose bene, metteva cura in tutto quello che faceva».

Federico Russo, che nel film interpreta il ragazzino che segue sempre il protagonista.

Federico Russo, che nel film interpreta il ragazzino che segue sempre il protagonista.

Il protagonista è accompagnato nel suo viaggio da un ragazzino che lo segue da lontano e alla fine lo aspetta, con la sua fisarmonica, alla tomba di Alessano. È incredibile la somiglianza con don Tonino. Dove l’avete trovato?

«Si chiama Federico Russo. Me l’ha indicato mia moglie quest’estate, mentre stavamo facendo il bagno a mare. Me l’ha indicato e mi ha detto: “Ecco don Tonino”. Non c’era nella sceneggiatura, me ne sono ricordato e l’ho inserito, come se fosse una presenza, un angelo che accompagna Carlo. Ognuno però ci vede quello che vuole».

Nella tua produzione artistica la Puglia è importante per dire cose universali. Questo film come si colloca?

«Nei miei film, anche se non è palese, c’è sempre una ricerca spirituale, un miracolo. E poi la Puglia la considero un po’ come la Terra Santa: Brindisi la Galilea, il capo di Leuca la Samaria… Questo è un piccolo film, fatto per don Tonino. Ma alla fine ha una sua forte dignità».

Vittoria Prisciandaro

jeusus maggio 2013

Corea: tra Nord e Sud serve infine una pace vera

Corea: tra Nord e Sud serve infine una pace vera

Corea: tra Nord e Sud serve infine una pace vera

(foto R. KRAUSE/REUTERS).

Il presidente della Conferenza episcopale coreana, monsignor Peter Kang U-il dà voce allo sconcerto dei connazionali che vivono a sud del 38° parallelo davanti ai toni minacciosi adottati negli ultimi mesi dai governanti nordcoreani. Raggiunto dall’agenzia Fides, il vescovo della diocesi di Cheju ha spiegato che «il popolo sudcoreano è in qualche modo abituato alle provocazioni del Nord. Ma questa volta il grado di provocazione è molto alto e la gente lo avverte». Ai primi di aprile il presule ha ringraziato papa Francesco per l’appello pronunciato il giorno di Pasqua («Pace in Asia, soprattutto nella Penisola coreana, perché si superino le divergenze e maturi un rinnovato spirito di riconciliazione», aveva detto il Pontefice). Monsignor U-il ha poi osservato: «Alcuni pensano ci sia davvero la possibilità di una nuova guerra, che tutti scongiurano. I due Governi, di Seoul e di Pyongyang, sanno benissimo che la guerra, nella nostra epoca, con l’esistenza di armi di distruzione di massa, sarebbe un disastro totale e potrebbe annientare il popolo coreano, al Sud e al Nord. Non credo vogliano arrivare a questo. Come cristiani auspichiamo e ci aspettiamo un sussulto di responsabilità dai leader politici e vogliamo ancora guardare al futuro con fiducia e speranza». Come altri osservatori, il presidente della Conferenza episcopale è convinto che il giovane leader Kim Jong-un e i vertici delle forze armate, che dal 1945 reggono le sorti del regime comunista di Pyongyang, stiano deliberatamente surriscaldando il clima con minacce esplicite contro i loro avversari storici – Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti – così da poterli poi indurre a negoziare la fornitura di nuovi aiuti internazionali senza dover tendere la mano. L’economia di Pyongyang è perennemente sull’orlo del baratro, al punto che solo gli alti ranghi dell’apparato godono di uno standard di vita paragonabile a quello dei “connazionali” sudcoreani. Per mantenere la presa, il regime controlla rigidamente la società e reprime ogni dissenso. All’indomani della Seconda guerra mondiale la penisola coreana fu teatro incandescente di quella che sarebbe poi stata la Guerra fredda tra blocco sovietico e Stati Uniti. Il conflitto coreano (1950-1953) non si è concluso con un trattato di pace, ma solo con un armistizio tra le due Coree. Ormai 60 anni sono trascorsi da allora, è tempo di rimettersi intorno a un tavolo e firmare una pace vera, ha auspicato a fine marzo la Conferenza episcopale.

Giampiero Sandionigi

jesus maggio 2013

Sedicenti siti di sacerdoti sposati… attenzione

La nostra redazione segnala l’esistenza sul web di due siti che si autoproclamano come siti di sacerdoti sposati

http://emmanueldioconoi.oneminutesite.it

2. http://sacerdotisposatioraitalia.myblog.it/solidarieta/

La direzione di questi siti afferma di essere legata a Milingo e afferma di operare per i sacerdoti sposati….

Attenzione questi siti non hanno nessun legame con i sacerdoti sposati della nostra associazione. In passato hanno avviato dalle loro pagine web campagne denigratorie e calunniose verso i “sacerdoti lavoratori sposati”…

Affermano di essere rappresentanti di una sedicente “Prelatura Cattolica Married Priests Now” : una contaddizione in termini…

Una nuova strategia per insinuarsi tra i sacerdoti sposati operata con l’intento di crescita numerica e ricerca di fondi economici. In passato la persona che si proclama rappresentate Vicario Generale per l’Italia è entrato in contatto con la nostra associazione ed è poi scomparso usando l’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati.

Attenzione di fatto non rappresentano la realtà italiana dei sacerdoti sposati e delle loro famiglie che hanno fatto un percoso canonico di dimissioni dagli incarichi pastorali, dispensa dagli obblighi del celibato e matrimonio religioso…

la redazione

sacerdotisposati@alice.it

Prete molestò giovane, patteggia pena. Sacerdote era in vacanza con un gruppo di fedeli

Un sacerdote accusato di aver molestato un 25enne ha patteggiato la pena di due anni. Il prete e’ comparso stamani davanti al Gup Piergiorgio Ponticelli. I fatti risalgono a piu’ di un anno fa, in una localita’ del Casentino dove il sacerdote stava trascorrendo un periodo di vacanza con alcuni suoi parrocchiani. Nei confronti di uno di loro avrebbe avuto attenzioni sessuali sfociate in un palpeggiamento. Da qui sarebbe scaturita una lite e la denuncia del giovane.

ansa

Prete candidato alle comunali, arriva l’altolà del vescovo Alfano

La candidatura del sacerdote Nicola De Maria nella lista dei «Cristiani Democratici», per le elezioni amministrative del Consiglio comunale di Sant’Agnello, è stata appresa «con dolore» dall’arcivescovo di Sorrento-Castellammare di Stabia, monsignor Francesco Alfano. Attraverso una lettera ufficiale il vescovo chiede al sacerdote, resosi protagonista di comizi elettorali all’esterno della chiesa di cui è rettore, di «rinunciare» alla candidatura e di «togliere dalla porta della chiesa di San Biagio ogni riferimento elettorale».

LA LETTERA – Lo comunica l’ufficio stampa della curia arcivescovile di Sorrento-Castellammare di Stabia in cui ricade la chiesetta di San Biagio di cui don De Maria, 79 anni è il responsabile. L’arcivescovo gli ha fatto consegnare, dal vicario generale, don Catello Malafronte, una lettera nella quale ricorda al sacerdote alcuni canoni del Codice di diritto canonico, come pure alcuni passaggi del Decreto conciliare «Presbyterorum Ordinis» e della Costituzione conciliare «Gaudium et spes», nei quali si chiarisce che «la missione propria del sacerdote, come della Chiesa, non è di ordine politico, economico o sociale, ma religioso» sia che «è fatto divieto ai chierici di assumere uffici pubblici che comportano una partecipazione all’esercizio del potere civile» e ancora che i chierici non devono fare parte attiva «nelle elezioni politiche o nella direzione di associazioni sindacali». Nella «monizione», è scritto nel comunicato della Curia, «l’arcivescovo auspica che il sacerdote receda dalla sua decisione, contribuendo alla crescita sociale e cristiana della comunità attraverso l’esercizio del ministero sacerdotale».

LA CANDIDATURA – Il monito della curia va contro la volontà di don De Maria che aveva dichiarato di voler scendere in campo per aiutare i bisognosi, per essere un prete «tra la gente», secondo l’esempio di Papa Francesco, suo presunto ispiratore per la candidatura.

Redazione online – corriere.it

Padova, prete a processo per pedofilia. Presunti abusi su un 13enne nel 2004

È iniziato il processo a don Gino Temporin, l’ex rettore del Seminario vescovile di Padova, accusato di pedofilia nei confronti del figlio di un noto avvocato della provincia di Venezia.
La presunta violenza carnale, secondo l’accusa, sarebbe avvenuta nel 2004 in condizioni di «inferiorità fisicopsichica» del ragazzo, all’epoca 13enne.
COSTRETTO AL SILENZIO. Il prete 66enne si è presentato n aula per la prima udienza, dove il pubblico ministero Maria D’Arpa lo ha accusato di aver intimato al giovane il «silenzio su quanto stava per accadere mediante giuramento su una Madonnina di legno».
E il silenzio, come spiegato dal Gazzettino, significava non rivelare una violenza carnale completa.
L’inferiorità fisicopsichica del ragazzo è emersa del tutto nel 2008. In quell’anno sono iniziati i ricoveri in una struttura psichiatrica di Teolo (Padova), e poi ad Appiano Gentile (Como). È stato all’inizio del 2009, durante una seduta con una psichiatra, che il giovane ha raccontato della presunta violenza carnale subita in seminario a 13 anni.
LA DIOCESI: «FIDUCIA IN DON TEMPORIN». Sempre secondo la ricostruzione del Gazzettino, era l’agosto 2004 quando don Temporin venne scelto dal vescovo Antonio Mattiazzo nel ruolo di dirigente scolastico della scuola media paritaria del Seminario minore. I fatti contestati sarebbero accaduti proprio in quel periodo.
Il vescovo di Padova si è detto «sorpreso della natura delle accuse» e ha confermato «piena fiducia nella persona e nell’operato di don Temporin».

Preti sposati: richiesta di una modifica della legge del celibato

Spine per Papa Francesco in tutto il mondo esigenze di rinnovamento (ndr).

… in Europa si aggiunge l’altra, ancora più pungente, della diminuzione numerica dei praticanti e della mancanza di vocazioni. Da quest’ultimo malanno viene la richiesta di una modifica della legge del celibato che autorizzi i vescovi locali a ordinare uomini sposati. L’Africa ha tutt’altri problemi: grande crescita di battezzati e tanti preti, ma laggiù il celibato è ancora più in crisi che in Europa o in America del Nord. Oggi ci sono 278 milioni di battezzati cattolici in Europa e 158 in Africa. In Europa i sacerdoti cattolici diminuiscono ogni anno di oltre un migliaio mentre in Africa aumentano della stessa cifra. Si prevede che in vent’anni i cattolici africani superino quelli europei. Ma il prete africano fa difficoltà a rinunciare ad avere figli e spesso li ha di nascosto: si parla di «clero concubinario», come l’avevamo in Europa nel Medioevo. La spinta che viene dall’Europa sommata a quella che arriva dall’Africa può convincere Papa Francesco ad affrontare la legge del celibato, che Papa Benedetto aveva sfiorato con le nuove norme riguardante gli anglicani che passano alla Chiesa Cattolica, che ha autorizzato a ordinare gli sposati.

tratto da un articolo di Accatoli Luigi – Corriere della Sera 16 Marzo 2013

Politica. Prete candidato in Costiera sorrentina

(ANSA) – SANT’AGNELLO (NAPOLI), 8 MAG – Dall’altare alle urne elettorali. A Sant’Agnello (Napoli), tra i candidati c’e’ il sacerdote Nicola De Maria, 79 anni, rettore della chiesa di San Biagio. “Un prete deve interessarsi dei suoi concittadini anche a livello politico”, dice. Cosi e’ in lista con i Cristiani Democratici, fa comizi ed ha tappezzato di manifesti la cittadina. Don De Maria dice di ispirarsi a Papa Francesco. L’ Arcivescovo di Sorrento, Mons. Francesco Alfano, per ora non si pronuncia.

Chiesa Cattolica: dovrebbe essere consentito ai sacerdoti di sposarsi?

 Chiesa Cattolica: dovrebbe essere consentito  ai sacerdoti di sposarsi?

Per Papa Francesco  è arrivato il momento di  mettersi al lavoro e di affrontare una questione di lunga data: “Se i preti potranno sposarsi?”

Questa è una delle decisioni più difficili che Papa Francesco dovrà affrontare insieme a tante altre questioni irrisolte.

Senza cambiamento sulla normativa del celibato dei preti,  il declino del cattolicesimo continuerà inesorabilmente.

Riuscirà il  nuovo Papa ad avere il coraggio di portare il cambiamento necessario per salvare la Chiesa?

San Pietro, il primo papa, era sposato e per centinaia di anni dopo San Pietro, altri sacerdoti  potevano  sposare.

 Se i preti potessero sposarsi oggi  l’elenco dei benefici positivi sarebbe incalcolabile. I Sacerdoti anglicani che sono sposati e si uniscono alla Chiesa cattolica possono rimanere sposati con le loro famiglie. Ma quelli ordinati nella Chiesa che si dimettono e si sposano  non hanno altra scelta, per ora.

Dal momento che il divieto di matrimonio per i sacerdoti è un regolamento, Papa Francesco può cambiarlo. Il matrimonio per i sacerdoti rimane un punto di svolta della Chiesa Cattolica oggi. Se la Chiesa cattolica si rifiuta ostinatamente di agire per il cambiamento della normativa canonica sul celibato, allora la religione cattolica è destinata all’irrilevanza.

Bibbia: l’inesistenza del dogma del celibato dei preti

Preti sposati? Sì, parola di Papa

di Paolo Soldini

“il Fatto Quotidiano” del 30 gennaio 2011
La Chiesa cattolica si trova “in una situazione d’emergenza”, le vocazioni calano sensibilmente e presto potrebbero verificarsi drammatiche diserzioni nell’esercito del clero tedesco. Per questo è necessario che la Conferenza episcopale affronti “una urgente verifica e un’analisi differenziata della disciplina del celibato nella chiesa cattolico-romana in Germania e nel mondo intero”. È il febbraio del 1970: la posizione sul celibato è il punto-chiave di un memorandum che la presidenza della Conferenza ha commissionato a nove teologi sui problemi della fede.

Qualche giorno fa i cattolici militanti dell’AKR, Aktionkreis Regensburg (circolo d’azione di Ratisbona), ritrovano il documento negli archivi della Conferenza episcopale. Leggendolo, nessuno, in un primo momento, si stupisce più di tanto: da sempre in Germania fioriscono, nella chiesa cattolica, polemiche sul celibato. Ma i dirigenti dell’AKR fanno un salto sulla sedia quando, preparando la pubblicazione del memorandum sulla loro rivista Pipeline, mettono gli occhi sulle firme che figurano in calce. Dei nove nomi due sono molto noti: quelli di Karl Lehmann, il presidente che ha retto più a lungo di tutti le sorti della Conferenza episcopale (1987-2008), e di Walter Kasper, cardinale, capo del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità tra i cristiani, ascoltatissimo consigliere di Benedetto XVI. Ma di nome ce n’è un altro ed è una bomba: Joseph Ratzinger. Quarantuno anni fa il papa che oggi incarna lo spirito più conservatore del cattolicesimo, il difensore del rigore assoluto contro ogni “relativismo”, aduso a demonizzare le nequizie dello Zeitgeist, compresa l’educazione sessuale, consigliava “con tutto il rispetto” ai pastori della sua chiesa di chiedersi se il celibato dei preti avesse ancora un senso nel mondo moderno, se non fosse il caso di guardare alla chiesa orientale e ai più vicini fratelli evangelici, se non fosse arrivato il momento di ripercorrere la storia della dottrina cristiana, a cominciare dalla Lettera ai Galati di San Paolo, per cogliervi l’inesistenza del dogma del celibato. Si tratta di evitare – scrivevano Ratzinger e gli altri – che chi sceglie il sacerdozio oggi debba affrontare “solitudine” e “mancanza di identità del proprio ruolo” nella società attuale. Per questo, i pastori della chiesa hanno il compito di essere “quanto meno consiglieri attenti del Papa, pure se il loro consiglio non viene ascoltato volentieri”. Insomma, secondo i nove – papa attuale compreso – i vescovi tedeschi avrebbero dovuto far pressione sul papa di allora, Paolo VI, per indurlo a riflettere sulla inopportunità del celibato dei preti. Se fosse rimasto coerente con le posizioni di allora, Ratzinger, oggi, dovrebbe sentirsi impegnato a riflettere anche lui come pretendeva che facesse Paolo VI allora. Il suo “compagno di firma” Lehmann in qualche modo questa coerenza l’ha avuta, visto che in più occasioni ha sollevato, sia pur prudentemente, la questione del celibato. Una sensibilità condizionata fortemente dalla convivenza con la chiesa evangelica, ma anche dal rapporto con la base cattolica e da un sentire generale riflesso anche dalla politica: la cancelliera Merkel, evangelica, si è espressa a favore della possibilità di matrimonio per i preti cattolici e perfino la Cdu, interconfessionale ma a maggioranza cattolica, sostiene la stessa posizione.

Preti sposati? 30 domande scottanti sul celibato

Perché i preti non si sposano? (libro online su ibs >>>) Come mai il celibato sta tanto a cuore alla Chiesa, se Gesù non l’aveva richiesto neanche agli apostoli? Non può quest’obbligo causare deviazioni della sessualità e della vita affettiva, fino a giungere ai ben noti casi di pedofilia? Negli ultimi tempi sembrano moltiplicarsi gli argomenti a favore di un’apertura ai preti sposati. Si obietta che il celibato non è un dogma, ma solo una disciplina sorta nel Medioevo; che è contro natura e quindi dannoso per l’equilibrio psicofisico della persona. E poi, se i preti potessero sposarsi, ci sarebbe un aumento delle vocazioni. A queste e altre domande e obiezioni rispondono in questo volume diversi esperti, che con linguaggio chiaro e documentato aiutano a scoprire e capire il valore del celibato oggi nella vita consacrata, alla luce delle Scritture e del Magistero della Chiesa.

Preti sposati? 30 domande scottanti sul celibato Titolo Preti sposati? 30 domande scottanti sul celibato
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(Prezzo di copertina € 9,00 Risparmio € 1,35)
Dati 2011, 144 p.

Urge pensare il nuovo

scelto da Luigi Accattoli | 04 maggio 2013
“Per varcare le soglie della fede urge pensare il nuovo, apportare il nuovo, creare il nuovo, impastando la vita con il nuovo lievito della giustizia e della santità, come insegna l’apostolo Paolo nella Prima lettera ai Corinti 5,8”
di Jorge Maria Bergoglio quando era ancora cardinale
acquista il libro su ibs http://www.ibs.it/code/9788820990558/FRANCESCO-(JORGE-MARIO-BERGOGLIO)/VARCARE-SOGLIA-DELLA-FEDE-LETTERA-ALLARCIDIOCESI-BUENOS-AIRES-PER-LANNO-DELLA-FEDE.html?shop=4533

La settimana scorsa avevo già preso una “parola” dall’ultima lettera del cardinale Jorge Mario Bergoglio all’arcidiocesi di Buenos Aires riguardante l’ “Anno” della fede, pubblicata il 1° ottobre 2012 con il titolo Varcare la soglia della fede, che è stata ora tradotta in italiano dalla Libreria Editrice Vaticana (pagine 37, 5 euro). Segnalo queste altre parole forti: “Varcare la soglia della fede è agire, avere fiducia nella forza dello Spirito Santo presente nella Chiesa e che si manifesta anche nei segni dei tempi; è accompagnare il movimento continuo della vita e della storia senza cadere nel disfattismo paralizzante secondo cui il passato è sempre migliore del presente. Urge pensare il nuovo, apportare il nuovo, creare il nuovo, impastando la vita con il nuovo lievito della giustizia e della santità (1 Corinti 5,8)”. Il cardinale Bergoglio non è ingenuo, sa i mali dell’epoca: “La porta chiusa è tutto un simbolo del nostro tempo”. Ma si adopera perché venga aperta, sia la porta della casa di ognuno, sia la porta che mette in comunicazione la Chiesa con il mondo. “Urge pensare il nuovo” è il primo passo del necessario cambiamento, in una situazione che si è fatta asfittica. Speriamo che siano in molti i cristiani disponibili a intendere il suo appello e ad aiutarlo nell’impresa.

Anche ai preti piace Twitter

di Tiziana Migliati

Sono giovani, ironici e taglienti. Preti di periferia o di campagna, che usano i social con la loro vera faccia o sotto pseudonimo. Per raccontare la quotidianità, stare vicini alla gente, parlare del Vangelo lontano dagli stereotipi. E per mostrare la Chiesa che non ti aspetti

(06 maggio 2013) “Se c’è pure il Papa, perché noi no?” Sono i nuovi preti, quelli che Vangelo in una mano e smartphone nell’altra parlano di Dio e della chiesa anche attraverso Twitter. Sacerdoti fra i 36 e i 40 anni, che con ironia e modernità fanno i preti social.

Don Dino Pirri, assistente ecclesiastico dell’Acr nazionale, cita versetti delle scritture in 140 caratteri raccogliendo i commenti sagaci e a volte sprezzanti degli utenti. Al punto da scrivere un libro insieme a loro. Don Tommaso Scicchitano cura i follower on line col piglio allegro e un po’ burbero che usa con i suoi parrocchiani a Cosenza, per non parlare della clinica psichiatrica dove presta servizio come cappellano e l’associazione Libera cui aderisce. Don Cristiano Mauri in Monza e Brianza usa la dialettica con chi lo attacca in pubblico e in privato gli scrive per chiedere un’assoluzione o cos’è lo Spirito santo. Qualcuno si mette pure in viaggio per incontrarlo di persona, il parroco ex ingegnere. Don Din Dan è davvero un prete, nonostante i suoi numerosi follower continuino a scambiarlo per un umorista o uno che fa satira politica, mentre nella sua parrocchia nulla sanno della verve, e della celebrità, del posato parroco che officia lì, da qualche parte in Puglia.

Lontani eppure uniti in una comunità virtuale su Twitter dove umorismo e spiritualità danno vita a un nuovo modo di comunicare con la gente. Il prete diventa uno di loro, un “ministro di Dio” che non teme di mostrarsi per quello che è: un uomo.

Don Dino Pirri è seduto al tavolo in un giardino poco distante dal Vaticano. Come tutti gli assidui sui social network ha l’atteggiamento compulsivo di chi maneggia continuamente lo smartphone. E anche un po’ di tensione al tunnel carpale, precisa lui. “Vedi, questa signora è un’attrice un po’ ribelle, mi scrive che oggi ha bestemmiato e vuole sapere quante Ave Maria deve recitare. Ma io non posso dare assoluzioni virtuali, né confessare la gente on line. Così rispondo in maniera scherzosa oppure spiego che ci sono delle regole”.

Don Tommaso Scicchitano annuisce alle parole di Don Dino con gli occhi verdi e intensi sotto le sopracciglia folte e la pelle abbronzata di chi cammina tanto. Telefonino poggiato sull’altro lato del tavolo, jeans e camicia col colletto bianco. Ogni tanto arriva un cinguettio, lo schermo si illumina e lo sguardo corre a leggere l’aggiornamento di Twitter. Può essere un commento a quella frase che ha scritto prima o una stellina di apprezzamento (@dontommaso: Sì, ho fame di Cristo quanto ho fame di pane, quindi non abbastanza. @mirisan66: esagerato… mettici pure un po’ di companatico che non guasta).

Cosa fanno i preti su Twitter? “Scriviamo quel ci passa per la testa: la battuta, il commento al fatto del giorno, la politica, rispondiamo alle domande. E poi, tra un tweet e l’altro, infiliamo un cinguettio di riflessione, ispirato alla parola di Dio. Che non è quella ingessata delle scritture, chiusa in un librone impolverato. Su Twitter diventa viva. Viene letta e condivisa con grande serietà oppure riceve risposte anche irriverenti, ironiche, scettiche” spiega Don Dino.

Questa modalità di condivisione ha ispirato il libro di Don Dino, Cinguettatelo sui tetti, scritto a più mani con un manipolo di personaggi molto seguiti in rete (le chiamano tweet star) @LiaCeli, @MatteoGrandi, @ItsCetty, @LupuUlula, @OssiaLaura, @AleBinni una rilettura del Vangelo di Marco, alla quale ognuno ha contribuito con il suo stile (testo della scrittura: Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento. @LiaCeli: Gesù si spiegava attraverso parabole. Chi ha antenne per intendere, intenda).

Don Tommaso su  Twitter ha due appuntamenti fissi: al mattino un messaggio ispirato alla liturgia quotidiana. Alla sera una preghiera, “donami”, che racchiude il senso della giornata. “Mi comporto esattamente come faccio con i miei parrocchiani. La mia normalità è la cosa che stupisce di più chi conosce o immagina preti ingessati. E attira chi da questi preti si era allontanato.”

espresso.repubblica.it

Don Luca, “prete biker”, perde la patente per due birre

Don Luca Baoretto è molto conosciuto nel piccolo paese di Agna (Padova), soprattutto per il suo essere “prete biker”, nell’usare una bicicletta per i suoi spostamenti.
Il giovane sacerdote, alle due di notte del primo maggio, si è visto ritirare la patente, perché risultato positivo all’alcol test. Don Luca stava tornando in macchina dalla discoteca di Noventa Padovana, lo “Showroom”, dove aveva recuperato alcuni scatoloni di scarpe nuove da donare ai poveri della sua comunità parrocchiale. Lo scherzo del destino o della Provvidenza ha voluto che la macchina venisse fermata dai carabinieri per un controllo di routine e che il sacerdote risultasse positivo al test dell’etilometro con una percentuale di 0,83 grammi di alcol per litro di sangue. Forse aveva preso due birre, ma questo gli ha procurato una denuncia e il ritiro della patente.
Dispiaciuto, forse più di don Luca, il proprietario della discoteca Luca Rinaldo, il quale ad alcuni cronisti ha raccontato di aver invitato lui stesso il prete perché, con l’aiuto di alcuni sponsor, erano riusciti a recuperare alcune scarpe nuove da offrire ai poveri. E nell’attesa e per amicizia hanno bevuto insieme due birre, prima che don Luca decidesse di tornare a casa.
Molti i messaggi di solidarietà nei confronti del sacerdote, molto conosciuto per il suo impegno nell’aiuto al prossimo. C’è anche chi, per sdrammatizzare, lo invita a stare attento al vino che beve durante la Messa, se dopo si deve mettere in macchina. Probabilmente don Luca Baoretto, continuerà a preferire la sua bicicletta. Redazione Online News

Donna accusa un prete: «Mi violentava», aperta inchiesta

di Tiziano Soresina

Ha cercato il conforto religioso in un momento non facile della sua vita, partendo dal desiderio di confessarsi.

E’ l’inizio di una storia d’umana sofferenza che però è finita sotto la lente d’ingrandimento della procura, perché quel rapporto fra una bella donna – ora 48enne – e il sacerdote sarebbe pian piano diventato qualcosa di molto diverso da una difficoltà interiore lenita grazie alla fede cristiana.

Avances, sfociate in atti sessuali negli ambienti clericali frequentati dal prete di una parrocchia della città.

Lo dice la donna che si è decisa a mettere nero su bianco in una denuncia quanto le sarebbe accaduto dal momento in cui è entrata in contatto con quel sacerdote.

E la denuncia – da quanto “trapela” – prevede accuse gravissime, soprattutto se “ritagliate” addosso a un prete: violenza sessuale, circonvenzione d’incapace e riduzione in schiavitù.

I reati denunciati fanno pensare a rapporti sessuali maturati in un clima di forte dominio psicologico, nei confronti di una persona oltretutto vulnerabile. Fragilità che la donna avrebbe descritto prima nella denuncia e poi davanti agli investigatori che l’hanno sentita di recente (nella testimonianza avrebbe confermato le accuse).

Perché gli inquirenti ci vanno con i piedi di piombo davanti ad una vicenda simile, comunque la procura ha deciso d’aprire un’inchiesta e sta facendo i suoi passi per capire se le parole della 48enne hanno un fondamento.

Siamo, quindi, in una fase molto delicata delle indagini che, comunque, sono partite.

Tante le cose da chiarire, a partire dal contesto in cui sarebbero maturati gli incontri fra la donna – descritta come dalla profonda fede e praticante – e il sacerdote più vecchio di lei.

La donna si era rivolta a quel sacerdote perché sua parrocchiana o perché conosceva il prete per altri motivi? E ancora, la confessione come via scelta per “liberarsi” da cosa? E come sarebbe riuscito il parroco ad imporsi su di lei a tal punto da far pensare addirittura alla sottomissione totale ad un potere altrui?

Gazzetta di Reggio

Arrestato per abusi su minori, prete don Marco Rasia esce dal carcere dopo due settimane

Ha passato circa due settimane in carcere don Marco Rasia, il sacerdote di 44 anni coadiutore della parrocchia di Omegna (Verbania) arrestato lo scorso 13 aprile perché avrebbe commesso abusi sessuali su minori quando prestava servizio nella parrocchia di Castelletto Ticino, in provincia di Novara. Da martedì 30 aprile don Marco è agli arresti domiciliari: attenderà lo sviluppo delle indagini dalla casa dei genitori, a Novara. Il Gip di Novara ha infatti accolto la richiesta della difesa di attenuare la misura cautelare.

L’arresto era stato eseguito dalla squadra mobile di Novara, dopo che la diocesi di Novara in un comunicato aveva espresso “sorpresa, sgomento e tristezza” per l’arresto del sacerdote e, in attesa degli sviluppi della vicenda, aveva garantito la “massima trasparenza nei confronti della comunità civile ed ecclesiale”.

Ordinato sacerdote nel 1997, don Marco aveva prestato servizio nella parrocchia di Castelletto Ticino sino al 2009. Proprio a Castelletto, in provincia di Novara, secondo l’accusa il prete avrebbe commesso gli abusi sessuali. Proprio di recente don Marco aveva chiesto e ottenuto al vescovo, monsignor Franco Giulio Brambilla, un periodo di distacco dagli impegni pastorale. La decisione del vescovo, precisa la diocesi nella nota, “era motivata da elementi per i quali non era possibile prevedere i successivi sviluppi”. (da NovaraToday)

Scrivere è resuscitare

«Ogni teiera del mondo intero fa questo». Ovvero, gocciola sul bordo. L’osservazione ammirata, in un hotel parigino nel quartiere di Saint Germain, è di Christian Bobin. Restituire ai dettagli la dignità di perle di poesia sembra una missione di ogni istante per l’autore dell’indimenticabile Francesco e l’infinitamente piccolo (San Paolo). In Italia è in uscita l’8 maggio il romanzo breve Folli i miei passi (Socrates / Anima Mundi, pagine 96, euro 10), picaresco, intimista, cosparso di pepite. In Francia, è il turno di L’homme-joie (L’Iconoclaste), raccolta di 15 intense miniature narrative. Della poesia, Bobin ci dice: «È un’insurrezione dello spirito e la più grande respirazione possibile data a ciascuno di noi in questa vita».

Per lei, la scrittura è come il pugilato. Contro chi?
«È una lotta incessante innanzitutto contro me stesso e poi contro il mondo. Più esattamente, contro ciò che vi è in me del mondo. Ovvero, la somma dei nostri addormentamenti, dei nostri consensi a non vivere da vivi. Delle nostre rinunce, abdicazioni di fronte a uno stato di cose barbaro. Del nostro violento rifiuto di essere meravigliati dal solo fatto di vivere. Scrivendo, cerco di ritrovare ciò che un neonato riceve nella culla. Cerco di tornare a questo stadio che è noto, credo, anche alle persone che sono all’estremità della vita e che chiamiamo vecchi. Mi riferisco a una capacità di vita e di emozione liberata da ogni dovere, convenzione, obbligo. Comincio a scorgere che uno dei sensi di questa vita è condurre una lotta costante contro ciò che può oscurarla. Credo che con ogni nascita giunga al contempo l’anima e ciò che vuole sconfiggerla. La posta in gioco è sempre una gaiezza fondamentale, conservare il sentimento lieto del dono della vita».

C’è dunque un’etica dietro la scrittura?
«Sì, si può parlare di un’etica che trova la sua strada di giorno in giorno, come avviene per ciascuno di noi, con ogni prova nel passaggio della vita. C’è una chiarezza che sale nel cuore, quando si vive. Questa chiarezza può condurre a conoscere l’unica necessità di essere benevoli. Questa è almeno l’etica che nel tempo ho sentito emergere scrivendo».

Lei ha parlato pure di uno sforzo dello scrittore per “risuscitare”.
«Si tratta in effetti di una parola che ormai non riesco più a dissociare dalla scrittura e dalla poesia. Per spiegarmi, farò una lieve deviazione storica. Nel 1989, il Muro di Berlino crolla. Prima, divideva Ovest ed Est, mettendo due campi in tensione. L’implosione di un campo ha reso l’altro, senza più avversari, folle. L’economia e il denaro si sono impadroniti dei nostri occhi, lingue, mani, lasciandoci in una sorta di barbarie tristemente gioiosa. Oggi, il Muro di Berlino non è più nello spazio, ma nel tempo. Ci separa da tutti i morti dei secoli precedenti. Morti di cui non possediamo più la lingua e ai quali non sappiamo più far ricorso. Fra l’altro, ed è qui che si può parlare di risurrezione, la scrittura può traversare questo muro interiore che separa i vivi dai morti, per andare a cercare soccorso per i vivi di oggi presso i morti. Farò un esempio molto concreto. Poco fa, leggevo qualche pagina di uno scrittore francese del Cinquecento, Joachim du Bellay. Sono rimasto abbagliato dalle sue parole ed è strano d’essere confortato e consolato da un morto di cinque secoli fa che era a sua volta un po’ triste. È questa la virtù della scrittura. Invita tutti a tavola. Non manca più nessuno. I vivi dialogano con i morti. Soprattutto, attraverso la scrittura, qualcosa risuscita nel nostro cuore, la nostra capacità di stupore, ammirazione, meraviglia. Un’altra proprietà molto semplice di risurrezione nella scrittura deriva dal fatto che ciò che non si scrive, si perde. Nulla scompare più in fretta di un miracolo o di una presenza. Come acqua nella sabbia. I libri tengono in vita il meglio di noi, rendendolo soprattutto ancora più vivo di quando l’abbiamo vissuto, perché condensano e restringono il fuoco della vita, permettendogli di offrire la più grande chiarezza».

Qualcuno potrebbe considerarla un nostalgico dell’era romantica.
«Penso solo che abbiamo nel petto un piccolo tamburo rosso e che abbiamo perduto le bacchette. La scrittura ci restituisce le bacchette, permettendoci di ascoltarci a vicenda e di salutarci come esseri viventi che non sono delle merci o dei clienti. Ognuno di noi, anche quando non ne ha coscienza, sta giocando la partita della propria eternità. Le nostre anime hanno bisogno di ridere, dei poeti di tanti secoli fa e di tutte le cose che oggi vengono definite inutili. Le nostre anime sono ignoranti in contabilità. Tanto meglio così».

Ciò ricorda il suo libro su san Francesco, dove lei cita la mistica Margherita Porete: «Non si può dire di nessuno che sia insignificante, essendo chiamato a vedere Dio senza fine». Prende precauzioni quando scrive di spiritualità?
«Occorre un’estrema precisione per parlare del Cielo. E quando parlo del Cielo, faccio solo allusione al meglio della vita terrestre. Ho una prudenza crescente nell’impiegare parole spirituali, religiose, di Dio, essendo parole che possono subito pure suscitare malintesi. Temo davvero d’impiegare parole troppo pesanti e al contempo non posso privarmi di un’allusione allo Spirito, perché credo sia il fiore stesso della vita, il sangue del nostro sangue. Ma cerco di rendere la sua eterna dimensione selvatica, imprevedibile, senza uniformi, persino capace di disturbarci. Quanto ai mistici e alle mistiche, non vedo quasi separazioni fra loro e i poeti. Ciò che non fa rumore ha in sé un’energia atomica e solare».

Il nome Francesco ha segnato la sua vita. Questo nome è ora sul soglio di Pietro. Che cosa prova?
«Quando scrissi il libro su san Francesco, fui mosso da una necessità interna. Devo molto a questo libro che nel tempo ha moltiplicato i suoi lettori come un fuoco di foresta. In fin dei conti, devo a questo libro la mia vita di scrittore, nel senso della capacità di poter vivere dei miei libri. È probabilmente il primo libro in cui ho potuto cristallizzare la mia coscienza delle cose. San Francesco d’Assisi è per me il primo fotografo dell’Occidente. Il primo e uno dei rari che abbia fotografato l’invisibile. E l’immagine si è poi riflessa su lui stesso. Se si vuol sapere cos’è l’invisibile, lo Spirito, l’amore, si può guardare quest’uomo rimasto senza nulla. Sono molto felice che il Papa abbia preso questo nome, che si sia accostato a questo sole».

avvenire.it

Seminari vuoti: spazio ai preti sposati e al celibato facoltativo per risolvere la crisi

Se n’è parlato una settimana fa, in occasione della cinquantesima Giornata mondiale delle vocazioni. Domenica 21 aprile, in San Pietro, papa Francesco ha ordinato dieci nuovi sacerdoti. E molti si sono chiesti (e ci hanno chiesto): quanti sono i preti nel mondo? Davvero i seminari sono ormai vestigia del passato tristi e vuote? Posto che è vocazione anche il vivere senza sconti il Vangelo nel mondo, in famiglia, sul lavoro, in politica, nel volontariato, rimanendo dunque credenti laici, quanti sono oggi i ragazzi e le ragazze che sentono una chiamata più radicale e lasciano tutto per dedicarsi totalmente a Dio e al prossimo?

Non sono pochi. E in genere sono ben motivati. In tutto il mondo ci sono 278.346 preti diocesani (di cui 6.877 nuovi ordinati), 135.072 sacerdoti religiosi e 713.206 suore. È questa la fotografia più aggiornata fornita dall’Annuarium Statisticum Ecclesiae 2011, pubblicato poche settimane fa dalla Libreria editrice vaticana (Lev). Si tratta degli ultimi dati ufficiali e certificati dalla Santa Sede sullo stato di salute della Chiesa cattolica mondiale. Un volume che fa la radiografia di numeri e cifre di ogni aspetto della vita ecclesiale (popolazione, pratica religiosa, istituti di formazione e di assistenza, congregazioni religiose e tribunali ecclesiastici), che rileva anche i numeri delle donne e degli uomini che dedicano la loro vita all’apostolato. Il risultato conferma il trend degli ultimi anni: prosegue il calo di vocazioni in Occidente (Europa, America del nord, Oceania) e Medio Oriente, continua l’aumento in Africa, Asia e America latina.

Al 31 dicembre 2011 i preti diocesani nel mondo erano 278.346, oltre mille in meno dell’anno precedente (277.009). L’andamento varia però molto da continente a continente. I sacerdoti diocesani erano infatti 132.375 in Europa (133.537 nel 2010), 26.586 in Africa (25.434 nel 2010), 1.377 in Medio Oriente (1.347 nel 2010), 34.135 in Asia (33.318 nel 2010), 2.773 in Oceania (2.807 nel 2010) e 82.477 in America (81.913 nel 2010). In particolare, erano 33.844 in America del nord (34.108 nel 2010), 17.264 in America centrale (16.987 nel 2010), 31.369 in America del Sud (30.818 nel 2010). Quanto alle nuove ordinazioni, nel 2011 sono state 1.590 in Africa (1.572 l’anno precedente), 2.200 in America (2.208 nel 2010), 1.267 in Asia (1.287 nel 2010), 1.753 in Europa (1.727 nel 2010), 67 in Oceania (69 nel 2010). In totale, nel 2011 ci sono stati 6.877 nuovi preti, mentre l’anno prima erano stati 6.863.

L’annuario statistico della Chiesa registra anche il numero delle defezioni di preti diocesani: nel 2011 sono state 84 in Africa (78 l’anno precedente), 293 in America (325 nel 2010), 64 in Asia (61 nel 2010), 203 in Europa (258 nel 2010), 15 in Oceania (sette l’anno prima), per un totale mondiale di 659 defezioni (a fronte di 729 nel 2010). Quanto ai preti religiosi presenti, al 31 dicembre del 2011 essi sono 12.471 in Africa (12.093 al 31 dicembre dell’anno prima), 40.537 in America (40.694 nel 2010), 24.543 in Asia (23.818 nel 2010), 55.489 in Europa (56.613 l’anno precedente) e 2.032 in Oceania (2.009 nel 2010). In tutto il mondo, ci sono 135.072 sacerdoti religiosi, in lievissima diminuzione rispetto al 2010 (135.227).

Nulla a che vedere con l’enorme numero delle suore, che pure continuano a calare. Le “religiose professe” al 31 dicembre del 2011 erano 713.206 in tutto il mondo (erano 721.935 nel 2010). Più in particolare, le suore risultavano essere 67.863 in Africa (erano 66.375 nel 2010), 190.683 in America (195.198 l’anno prima), 167.423 in Asia (165.308 al 31 dicembre 2010), 278.583 in Europa (286.042 nel 2010) e 8.654 in Oceania (9.012 l’anno precedente).

Iacopo Scaramuzzi – famigliacristiana.it

“Affittasi appartamento papale”, Bergoglio non lo vuole

Lusso o non lusso una cosasembrerebbe non quadrare: l’appartamento “papale” è di proprietà del Vaticano, quindi non c’è nessun affitto da pagare (mentre le spese di manutenzione ci sono sia che il papa ci abiti sia che no), mentre nella residenza-hotel Santa Marta, per quanto meno lussuosa, bisogna pagare la camera. Quindi sia che Bergoglio paghi di tasca sua sia che faccia pagare le casse vaticane… alla fine la soluzione Santa Marta è comunque più costosa. (commento all’articolo sotto riportato – Leggi il resto: http://www.linkiesta.it – ndr)

«Affittasi appartamento terzo piano palazzo apostolico, vista splendida, ampia metratura, appena restaurato. Solo referenziati». Potrebbe essere questo il testo dell’annuncio per l’appartamento papale rimasto vuoto, inaspettatamente, dallo scorso 28 febbraio alle 17 quando Benedetto XVI lo ha lasciato libero e pronto per il successore. Ma il successore non è mai arrivato. O meglio, i 115 grandi elettori della Chiesa cattolica hanno fatto il loro dovere e al quinto scrutinio hanno dato all’ex arcivescovo di Buenos Aires i voti necessari per diventare il successore di Ratzinger. Nel frattempo erano stati predisposti dei lavori di aggiornamento dell’appartamento pontificio per prepararlo al nuovo ospite.

Il nuovo Papa è stato eletto lo scorso 13 marzo e tuttavia, da allora, Papa Francesco ha deciso di restare alla residenza-Hotel Santa Marta, dentro il Vaticano. Sulle prime i responsabili della comunicazione vaticana hanno fatto sapere che si trattava «di una soluzione provvisoria». «Per ora resta a Santa Marta», aggiungevano sottolineando la transitorietà della soluzione. Col passare dei giorni la decisione del Papa è cominciata però a diventare sempre più definitiva. Francesco abita alla suite 201 di Santa Marta, la mattina celebra la messa insieme a dipendenti vaticani e a vari ospiti più o meno illustri, fa colazione con altri residenti di passaggio o stabili dell’hotel vaticano. «Preferisce stare insieme agli altri», hanno detto alcuni commentatori. È un rifiuto dell’eccesso di lusso e isolamento di cui è circondato il Papa, hanno aggiunto altri, e in quest’ultima ragione vi è certamente una parte di verità.

Intanto nei prossimi giorni dovrebbe fare ritorno in Vaticano anche il Papa emerito, Joseph Ratzinger, che si andrà a installare sul Colle Vaticano, nel monastero “Mater Ecclesiae” ristrutturato per l’occasione. Si tratta di un ambiente di circa 200 metri quadri estesi su quatto piani; nell’edificio insieme al Papa alloggeranno monsignor Georg Gaenswein, segretario personale e di Ratzinger e prefetto della Casa Pontificia, più le quattro memores, cioè le suore laiche di Comunione e liberazione che lavoravano al servizio del Papa teologo già nell’appartamento pontificio. Senza contare che di tanto in tanto anche l’altro Georg, cioè il fratello del Papa emerito, sarà ospite di Joseph. Insomma fra pochi giorni per la prima volta, in Vaticano, ci sarà una certa abbondanza di Pontefici. Ma nessuno, a quanto pare, alloggerà nel Palazzo apostolico.

Di fatto Bergoglio sistemandosi a Santa Marta e rifuggendo dal mitico terzo piano dell’appartamento papale, ha tagliato corto con un passato recente fatto di corvi, intrighi, processi, documenti fotocopiati, e anche di quell’inaccessibilità del Pontefice che da elemento di prestigio era diventato, nel pontificato di Ratzinger ma non solo, fattore di isolamento e di scarsa comunicazione con il mondo esterno. Tanto che lo stesso ex maggiordomo Paolo Gabriele motiverà le sue azioni con il fine superiore di fare il bene della Chiesa, e anzi dirà di aver provato ad avvertire il Papa più volte, approfittando della sua posizione, per informarlo su quanto non andava nella Chiesa e nella Curia.

Anche la stessa vicenda di monsignor Gaenswein, da questo punto di vista, non è del tutto lineare. Se la sua fedeltà al Papa tedesco è fuori discussione, più incerto appare il suo ruolo, all’interno dell’appartamento, nei confronti dello stesso Paolo Gabriele, che agiva di fatto in sua presenza nelle varie operazioni che portavano al trafugamento dei documenti. Gaenswein dirà al processo svoltosi nell’ottobre scorso di aver sempre controllato scrupolosamente ogni carta archiviata, e però emergerà dalle ricostruzioni che non si era accorto della sottrazione di diversi ‘originali’ dallo studio del Papa.

Il fatto è che da sempre l’appartamento del Papa è soggetto a tentativi di infiltrazione dall’esterno. In passato, con Paolo VI e Giovanni Paolo II, per motivi legati alla guerra fredda o alle vicende interne italiane. Allora furono i servizi dell’est che cercarono di raggiungere le stanze del Papa. Il tentativo di carpire segreti essenziali nella lotta fra est e ovest, e anche sulle decisioni assunte dal Papa o sulle varie posizioni esistenti ai vertici della Chiesa sulla ostpolitik. Oggi la vicenda è più direttamente connessa alle lotte di potere interne alla Santa Sede, alla battaglia intorno alla Segreteria di Stato, ai problemi legati agli scandali che hanno travolto il Vaticano siano essi a sfondo sessuale o finanziario.

Non va poi dimenticato il periodo della malattia di Giovanni Paolo II, quando il Parkinson entrò in una fase acuta sommandosi a vecchie ferite e ad altri mali. Per alcuni anni, tanto durò la decadenza fisica di Wojtyla, a prendere le redini della Chiesa universale fu, insieme al Pontefice, il suo segretario personale, monsignor Stanislaw Dziwisz. Potentissimo plenipotenziario, in grado di decidere chi potesse accedere e chi no al Palpa, fu uomo in grado di influenzare nomine, scelte, rapporti di potere. Forse non per caso Ratzinger appena eletto mandò Dziwisz a fare l’arcivescovo a Cracovia; nomina di prestigio, certo, ma anche un modo per tenerlo lontano dal Vaticano.

Infine da notare che Papa Francesco la mattina utilizza come sede di lavoro l’appartamento di rappresentanza al secondo piano del Palazzo apostolico, il luogo adatto per ricevere capi di governo e di Stato. In questa cornice si svolgerà anche l’incontro del 30 aprile con il presidente israeliano Shimon Peres, con il quale l’agenda dei colloqui è fitta. La situazione mediorientale, la possibile ripresa dei negoziati con i palestinesi, il ruolo della Chiesa in questo contesto sono fra i temi all’ordine del giorno. Ma anche uno scambio di vedute sul negoziato relativo alle proprietà della Chiesa in Israele e alla loro posizione fiscale, che va avanti da molti anni. Infine certamente Peres tornerà a invitare il Papa in Israele, ed è possibile che questo viaggio presto entri nel calendario pontificio.
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Da ‘Buco Nero’ a IOR: in libro storia del Forziere dei papi

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(di Elisa Pinna). (ANSAmed) – Roma – All’inizio era il ‘Buco Nero’. Poi e’ diventato lo ‘Ior’, l’Istituto per le Opere di Religione. Tutto sommato pero’, il soprannome appiccicato in Vaticano nel 1887 alla prima sede dove si gestivano le offerte dei fedeli, la Commissione ad pias causas, ha finito in qualche modo per segnare il destino della futura Banca vaticana. Un ‘buco nero’, appunto, avvolto nel segreto, su cui, forse, papa Francesco imporra’ adesso riforme radicali. In un libro uscito in questi giorni, Aldo Maria Valli, vaticanista del TG1, narra la storia, i volti e i misteri de ‘Il forziere dei papi”,un volume pubblicato dalle edizioni Ancora. E’ un racconto che coinvolge e affascina il lettore e che spiega, partendo dalle origini, perche’, ad un certo punto della sua storia, il Vaticano si e’ dovuto trasformare, con tutti i problemi che ne sono seguiti, in uno speculatore finanziario. Finche’ esisteva lo Stato pontificio, i papi e la Chiesa si comportavano esattamente come gli tutti altri Stati, avevano terreni agricoli, industrie, una popolazione. Nel 1870, avviene la grande svolta: lo Stato pontificio cessa di esistere e con esso finisce il potere temporale del papa, finisce l’attivita della Zecca vaticana e vengono meno anche le fonti tradizionali di rendita. Attraverso l’obolo di San Pietro, la legge delle guarantige, con cui il neo-Regno d’Italia compensa la Santa Sede per la perdita dei territori e infine con i Patti Lateranensi del 1929, nella piccola citta’ pontificia i soldi continuano ad affluire in grande quantita’. E il Vaticano, non possedendo piu’ le normali risorse di cui dispongono gli altri Stati, puo’ fare una sola cosa: speculare. Primo lo fa attraverso la Commissione ad pias causas, poi con la Comnmissione Speciale per le opere di religione, infine, nel 1942, con lo IOR, la banca vaticana che Pio XII decide di istituire per avere piena autonomia e non sottostare alle leggi italiane o di altri Paesi. Valli ripercorre, senza spirito giustizialista ma anche senza tacere dettagli scabrosi, le vicende che hanno portato l’Istituto per le opere religiose agli onori delle cronache nere: da mons.

Marcinkus alle relazioni pericolose con Sindona e Calvi, dalla maxitangente Enimont al rapimento di Emanuela Orlandi.

Si tratta di vicende di cui la stampa ed altri scrittori si sono occupati spesso. Ma Valli offre una prospettiva storica inedita. Il libro contiene molte ‘perle’. Come la descrizione che il futuro cardinale e segretario di Stato Domenico Tardini dedica a Pio XI: ”A prima vista – dice Tardini – fa un po’ meraviglia che quest’uomo, nelle cui mani sono tanti e cosi’ alti interessi spirituali, parli con piu’ calore della caduta del dollaro che del decadimento morale, lamenti con piu’ acuta amarezza la perdita dei soldi che non la rovina delle anime o le fosche nubi delle lotte e delle persecuzioni che si addensano sulla Chiesa. Sembrerebbe quasi che nelle navicella di Cristo il battelliere sia diventato banchiere”. O come l’epitaffio del cardinale Francis Spellman, arcivescovo di New York, pronunciato nel 1958 su Bernardino Nogara, il primo vero ‘banchiere di Dio’ che, con il sostegno di Pio XI, aveva arricchito la Chiesa con investimenti a tutto campo, persino nelle aziende di armi e nell’imprese coloniali dell’Italia: ”dopo Gesu’ Cristo , la cosa piu’ notevole capitata alla Chiesa e’ Bernardino Nogara”, dira’ il porporato statunitense. Molti anni prima che un suo connazionale, il famoso Paul Marcinkus, nato a Chicago nello stesso quartiere di Al Capone, diventasse famoso per un’altra frase : ”Non si governa la Chiersa con le Ave Maria”.

(ANSAmed).

Il Potere che frena…

di Giovanni Sessa

 

Il Potere che Frena, la filosofia di Massimo Cacciari tra teologia politica e secolarizzazione

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fonte: totalita.it

Indubbiamente i libri significativi, quelli che restano nella memoria collettiva, sono tali in quanto latori o di posizioni critiche e stimolanti, o addirittura, di possibili soluzioni dei problemi che caratterizzano una data circostanza storico-esistenziale. Ritengo che questo sia il caso dell’ultima opera di Massimo Cacciari, Il potere che frena(Adelphi, Piccola biblioteca, Milano 2013, euro 13,00). Il volume, a tutta prima, sembra avulso da qualsiasi riferimento all’attualità e costruito, come tutti i precedenti lavori del filosofo veneziano, su un solido apparato erudito mirato all’esegesi di un tema complesso e non privo di ambiguità, ricorrente da tempo nelle pagine cacciariane. Quello del Katechon, il potere che trattiene e contiene, che arresta e frena l’assalto dell’Anticristo, ma che dovrà essere distrutto e eliminato per lasciare emergere il che cos’è dell’Anticristo stesso, preludio necessario al definitivo giorno del Signore.

Tale figura fa la sua comparsa in letteratura nella Seconda lettera ai Tessalonicesi, attribuita a S. Paolo. Essa è stata ampiamente discussa ed interpretata nella tradizione teologica a partire dalla prima Patristica. Il volume è corredato, allo scopo, da un’antologia dei passi più significativi di tali prove esegetiche, che vanno da Ireneo di Lione a Calvino. Il che rappresenta un primo pregio del libro, consentendo al lettore un’accorta contestualizzazione storica dell’argomentazione teoretica di Cacciari, nonché la comprensione delle differenze ermeneutiche presenti nelle posizioni di chi, nel corso del tempo, si è confrontato con tale simbolo e con le problematiche ad esso connesse. Inutile dire che, la riflessione generale che domina queste pagine, sviluppata in divergente accordo con il politologo Carl Schmitt, è di natura teologico politica. Meglio, essa tende a rintracciare, muovendo dall’oblio contemporaneo, indotto dal processo di secolarizzazione, le radici escatologico-apocalittiche delle forme del Politico in Occidente.

La struttura teoretica del saggio sembra discendere, innanzitutto, da un punto ideale da cui  conseguono tutte le considerazioni filosofico-politiche di Cacciari: l’impossibilità dell’Ordnung.  Il pensatore ha analizzato questa tematica in un saggio davvero significativo, Intransitabili utopie, con il quale ha accompagnato la pubblicazione de La Torre di Hugo von Hofmannsthal (Adelphi, Milano 1987, pp. 155-226). Qui egli ha sostenuto che la riaffermazione della politica come Kultur è utopia intransitabile. Ad essa anela il personaggio hofmannsthalliano di Sigismund, che nella narrazione drammaturgica vive recluso nella Torre. Questa posizione, acquisita da tempo nei riferimenti ideali di Cacciari, fa il paio, però, con il tono generale delle riflessioni di questo volume, sovrastato, questo il nostro parere, dalla situazione emotiva dell’attesa. Il riferimento immediato che ci è sembrato di poter cogliere è heideggeriano: in particolare, esso è stato presentato dal filosofo tedesco nelle pagine dei Contributi alla filosofia (dall’Evento) (Adelphi, Milano 2007), in cui si sostiene che la nostra età è l’epoca del tramonto, termine inteso in senso essenziale, quale cammino che conduce alla tacita preparazione “…di ciò che viene” (ivi, p.389). Esattamente in tale contesto teorico il libro di Cacciari assume un tratto attuale: può essere letto come esplicitazione delle ragioni profonde del momento presente, della crisi attuale, della dimensione sospesa tra un non più e un non ancora dell’ora che viene.

Sarà stato casuale, ma Il potere che frena ha visto la luce nell’interregno della Chiesa, sospesa tra il pontificato di Benedetto XVI, che si è chiuso con una tragica presa d’atto del fallimento del grandioso progetto di ri-evangelizzazione dell’Europa iniziato da Giovanni Paolo II, e il nuovo ministero pontificale affidato a Papa Franceso. In un momento di drammatica crisi della rappresentatività politica nelle liberal-democrazie, peraltro sconvolte dal fenomeno della proletarizzazione di vasti strati sociali, e in cui domina una diffusa insicurezza. Per questo in esso è possibile leggere una sorta di fenomenologia della liquidità sociale dei nostri giorni, a patto che non lo si riduca semplicemente a una narrazione cronachistica e/o complottistica del  tempo presente!

L’incipit del discorso di Cacciari è dato dall’analisi della posizione paolina relativa al katechon: il Signore Gesù non verrà prima del compiersi definitivo dell’opera del suo Avversario, caratterizzata dal pieno dispiegarsi della apostasia e dell’anomia. Il giorno del Signore deve essere atteso in un tempo intermedio nel quale agisce la potenza raffrenante del katechon. In esso i puri di cuore, i persuasi, devono operare in modo da esplicitare come il presente, il loro esser-nel-mondo, valga semplicemente in funzione dell’ infuturarsi, essenza della promessa evangelica. Non basta, nell’affermarsi dell’anomia, mettere in atto tentativi esclusivamente “politici”, mirati a ridar forma alla realtà e al mondo, legati a un presente che in sé si chiude, un presente letto nell’ottica del Tragico. Questa è la posizione che ha conquistato nel mondo cristiano ampio spazio a muovere dalla tradizione paolino-agostiniana: ha prodotto, attraverso la decisione per il futuro, la rottura del nesso ontologico, tipicamente tradizionale, di potestas e auctoritas. Il fedele, che riesce a leggere nella distinzione trinataria di Padre e di Figlio, due volti dell’Unum, nel potere politico che sempre, per definizione, rappresenta, rinvia ad Altro, è indotto a vedere una autorità che discende dal rappresentato. Si palesa, in tali termini, la differenza sostanziale tra rappresentato e rappresentante, nella sua costitutiva ambiguità.

Per questo, la funzione del katechon è decisamente problematica nella prospettiva cristiana: è necessaria, ma deve alla fine essere spazzata via. Essa è stata più volte identificata con l’Impero, un potere in grado di costituire il destino di un’epoca, di tenerla insieme nell’ottica della lunga durata e della sicurezza del nomos, della Legge. Ma, ci ricorda Cacciari: “All’idea di epoca…cui corrisponde quella di impero come forma politica…si contrappone un’idea del tempo segnata dalla possibilità sempre aperta della crisi, della decisione, del salto” (pp. 28-29). E’ questa idea di tempo davvero consustanziale alla prospettiva teologica paolina, che riconosce l’istanza del potere politico a fare epoca, soltanto se essa si lasci ricomprendere alla luce dell’Evo: lo stare del Politico deve essere ridotto a momento, in quanto solo l’Evo è l’Aion, la Vita Eterna dell’infuturarsi. Del resto all’Impero stesso, nel suo voler-fare-epoca, è connaturata una dimensione pro-duttiva, che lo induce ad incontrare la dimensione dell’apertura e della decisione. E’ già, in qualche modo, compromesso con l’Evo e, quindi, con la sua necessaria fine. La storia d’Europa, pertanto, è connotata dall’avvallo ecclesiastico di un potere catecontico, avente il crisma dell’autorità spirituale. Venuto meno tutto ciò, non è restata che la forma mortale e desacralizzata dello Stato moderno, teatrale messa in atto, finzione del fare-epoca.

Catecontici sono stati il ruolo e la funzione della Chiesa stessa: ha cercato storicamente di trattenere l’anomia, per un certo periodo in sintonia con la funzione imperiale. La conclusione della sua opera coinciderà con il disvelarsi dell’Anticristo ma, al medesimo tempo, la sua azione testimonia: “…che il soffio della bocca del Signore ne distruggerà il regno come in un grande istante”( p. 71). Per tale ragione, qualsiasi funzione di arresto o di contenimento del dissolversi dell’insieme politico, che non sia riconducibile in profondità all’idea di conversio, non potrà apparire che complice dell’Avversario. Ciò che risulta davvero paradossale, è l’essere implicito nella stessa funzione catecontica in quanto tale, per la sua prossimità, sia pure contrastante, con il potere dissolvente, della forza dell’anomia, così come sconcertante, a tutta prima, può risultare, per la stessa ragione, il tratto normativo e non-anarchico presente nell’Avversario. Tale aspetto produce la fuga da queste istituzioni, non soltanto delle moltitudini, realtà oggi sotto gli occhi di noi tutti, ma cosa ancor più significativa e anch’essa di stringente attualità, la secessio di Chiesa e Impero: “…dalle loro proprie missioni, dalle funzioni e dalla fede che avrebbero dovuto incarnare” (p. 80).

Cacciari sviluppa una vera e propria descrittiva del nuovo ordine dell’anomia, in cui è possibile rilevare tratti salienti, sotto il profilo sociologico ed esistenziale, dei nostri giorni. Esso è fondato sull’universale mobilitazione, l’insofferenza globalizzante di ogni confine, la liquidazione di ogni ethos: “Esso opera la de-sostanzializzazione di ogni potere politico- ma quest’opera è ancora prassi politica” (p. 82). Siamo nel regno della libido dominandi, che ha assunto il volto narcisistico della realizzazione mercuriale, nell’immediato, di qualsivoglia desiderio. L’eterodirezione segna i confini, anche intellettuali, del mondo dell’ultimo uomo, mondo di greggi ostili a qualsiasi guida pastorale: “Non vi è né Fine né attesa, se non quella che sempre si ripete della soddisfazione del proprio individuale appetito” (p. 84). Questo è l’eterno ritorno nel regno di Placidus,  il nome che l’Avversario ha assunto nelle pagine di mistici russi come Florenskij e Solov’ëv.  O, come ricorda il filosofo veneziano, l’Evo di Epimeteo, dell’insecuritas diffusa, della crisi permanente: l’ultimo spasmo del tempo prima della decisione, la cui durata è imprevedibile.

Il lettore che ha avuto la pazienza di seguirci fin qui, nella breve presentazione de Il potere che frena, avrà certamente capito che si tratta di un libro nel quale si incontrano tematiche complesse e pressanti: l’autore si interroga e ci interroga in merito al nostro da dove, e questo domandare implica spostare l’attenzione sul nostro stesso per dove. Le sue argomentazioni, in qualsiasi modo le si giudichi, possono stimolare un interessante iter di pensiero in quanti siano oggi impegnati in un’opera di ri-definizione di categorie esegetiche che consentano di  portarsi oltre le logiche del mondo global . Nelle sue pagine aleggia e si manifesta il lento farsi di un pensiero in attesa di ad-venienti, il cui tratto essenziale, riteniamo per questo, possa essere definito dall’espressione filosofia futura. Nostra speranza e auspicio è che essa, integrata dal pensiero di Tradizione, possa inverarsi in una filosofia-del-divino che rinvii, in quanto pensiero dell’Ordine, ad un Nuovo Inizio. Esattamente sulla scorta di quel platonismo, recuperato dal primo Lukács, significativamente presente in Cacciari, che, in quanto ethos, è stato essenzialmente un dare-trovare luogo, all’uomo anelate ad abitare poeticamente la terra.

Speriamo che papa Francesco possa portare “una nuova primavera” alla chiesa

Buenos Aires (Argentina), 28 apr. (LaPresse/AP) – “Con questo Papa, un gesuita, un Papa dal terzo mondo, possiamo respirare felicità. Papa Francesco ha il vigore e la tenerezza di cui abbiamo bisogno per creare un nuovo mondo spirituale”. Sono parole pronunciate da Leonardo Boff, tra i principali esponenti della teologia della liberazione, intervenuto alla fiera del libro a Buenos Aires, dove ha partecipato alla presentazione del libro di Clelia Luro, moglie dell’ex vescovo argentino Jeronimo Podestà.

Durante il suo discorso, il teologo brasiliano, 74 anni, ha indicato papa Francesco come la figura giusta per mettere a posto una chiesa “in rovina”. Nel corso dei precedenti pontificati, Boff è stato messo in silenzio dai vertici della Chiesa che hanno cercato di tracciare una linea tra i politici di sinistra e i preti attivi nel sociale. Come capo della Conferenza episcopale argentina, prima di essere eletto Papa, Jorge Maria Bergoglio rafforzò questa linea, sostenendo nel 2010 che leggere il Vangelo con una interpretazione marxista non faccia altro che mettere i sacerdoti in difficoltà.

Eppure il teologo oggi tende la mano al nuovo pontefice, e sostiene che l’etichetta di conservatore dalla mente chiusa non si adatti alla sua figura. “Papa Francesco – ha proseguito nel suo intervento – arriva con la prospettiva che molti di noi in America latina condividono. Nelle nostre chiese non ci limitiamo a discutere delle teorie teologiche, come nelle chiese europee. Le nostre chiese lavoriamo insieme per sostenere le cause universali, cause come i diritti umani, dalla prospettiva dei poveri, il destino dell’umanità che sta soffrendo, i servizi per le persone che vivono ai margini”.

Il movimento della teologia della liberazione emerse negli anni Sessanta e si diffuse rapidamente in America latina, portando parroci e persone di chiesa ad avvicinarsi molto alle lotte per il sociale e i diritti umani. Alcuni rappresentanti di chiesa, anche di alto livello, che si erano avvicinati al movimento sono rimasti vittima delle dittature militari di destra che nello scorso secolo hanno dominato per alcuni decenni i Paesi latinoamericani. Tra i nomi più noti quell’arcivescovo di El Salvador Oscar Romero, ucciso mentre celebrava messa nel 1980, vittima delle gerarchie militari che aveva criticavto. Il giorno prima aveva detto che “nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contrario al volere di Dio”. La sua uccisione fu un triste presagio della guerra civile che nei successivi 12 anni causò nel Paese centroamericano la morte di novemila persone. La causa di beatificazione di Romero è rimasta ferma sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, fermamente contrari alla teologia della liberazione. Ma pochi giorni fa papa Francesco ha sbloccato la causa, dando speranza a coloro che da anni lo chiedevano.

Tra gli anni Settanta e Ottanta furono molti i religiosi vicini al movimento uccisi dalle dittature. Sei insegnanti gesuiti vennero assassinati nella loro università di El Salvador nel 1989. Altri presti e operatori laici furono torturati e scomparvero nelle carceri di Cile e Argentina. Alcuni vennero uccisi a colpi di arma da fuoco mentre chiedevano maggiori diritti per i poveri del Brasile. Altri ancora sono andati più in là e hanno imbracciato le armi, oppure sono morti mentre accompagnavano come cappellani gruppi ribelli. Fu il caso dello statunitense James Carney, ucciso nel 1983 in Honduras.

L’atteggiamento dei vertici della chiesa nei confronti della teologia della liberazione negli ultimi anni è stato sempre duro. Lo scorso anno, l’arcivescovo di San Paolo, il brasiliano Odilo Scherer, considerato tra i papabili prima del Conclave, aveva dichiarato in un’intervista che il movimento nato negli anni Sessanta “ha perso la sua ragione di esistere a causa delle basi ideologiche marxiste, incompatibili con la teologia cristiana”. La teologia della liberazione, aggiunse, “ha il merito di aver aiutato a riportare attenzione su questioni come la giustizia sociale, la giustizia internazionale e la liberazione delle persone oppresse. Ma questi sono sempre stati temi costanti negli insegnamenti della chiesa”.

Nel 1984 l’allora cardinale Joseph Ratzinger, alla guida della Congregazione per la dottrina della fede, convocò Leonardo Boff in Vaticano, sottoponendolo a un processo per le tesi esposte nel libro ‘Chiesa: Carisma e Potere’. L’anno successivo il religioso brasiliano venne condannato al silenzio ossequioso e poi nel 1992 abbandonò il sacerdozio. In seguito spiegò così la sua decisione: “Nel 1992 vollero nuovamente impormi il silenzio. Alla fine ho detto no. La prima volta fu un atto di umiltà, e accettai. La seconda volta non ho potuto accettare”. Ora il teologo brasiliano spera che papa Francesco possa portare “una nuova primavera” alla chiesa, e da Buenos Aires conclude: “Joseph Ratzinger. Lui era contro la causa dei poveri, la teologia della liberazione. Ma questo appartiene al secolo passato. Ora siamo sotto un nuovo Papa”.

Pubblicato il 28 aprile 2013

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