Milingo annuncia dimissioni: la parabola discendente di un impegno per i preti sposati

E’ arrivata dagli Stati Uniti la notizia delle dimissioni di Milingo, a causa dell’età, da Presidente delle  associazioni “Married Priests Now” e Prelatura che si autodefinisce Cattolica dei “Santi Pietro e Paolo”. Milingo ha conservato tuttavia il titolo onorifico con cui  è Stato Proclamata da alcuni vescovi  Patriarca d’Africa.

Una parabola discendente che è arrivata alla fine dopo aver portato solo note negative alla causa dei sacerdoti sposati e delle loro famiglie…. per l’infiltrazione nel movimento di vescovi e sacerdoti che hanno deviato la traccia originaria.

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha diffuso in Italia la notizia che è stata comunicata dal  Vescovo Brennan eletto da Milingo nel 2006. Peter Paul Brennan gestisce un gruppo su Yahoo che ha attaccato gratuitamente la nostra associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati” il nostro impegno e il nostro Fondatore…  L’associazione dei sacerdoti Lavoratori Sposati prende le distanza da Brennan e dalle sue associazioni che risentono di mania di potere.

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha commentato la notizia dichiarando che è arrivato il momento di un cambiamento nel collegamento tra le varie associazione dei sacerdoti sposati nel mondo.

Le dimissioni risalgono ufficialmente al 16 Aprile 2013 ma sono state comunicate solo oggi. Milingo è stato vittima nell’ultimo periodo di alcune malattie: ha avuto una paralisi facciale con difficoltà a parlare… Il Primo  Maggio sarà operato di cataratta.

Milingo ha comunicato di vivere in Zambia dove ha fondato una nuova Chiesa…

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha comunicato che intende continuare nel sostenere in Italia la campagna per il celibato facoltativo e la riammissione nel ministero pastorale attivo dei sacerdoti sposati e delle loro famiglie… I sacerdoti sposati con dispensa e regolare percorso canonico di dispensa e matrimonio religioso sono una realtà…

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segnalazione web a cura di sacerdotisposati@alice.it

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Preti sposati: associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha rilanciato la campagna per far discutere nella Chiesa Cattolica romana il tema del celibato

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha rilanciato la campagna  per far discutere nella Chiesa Cattolica romana il tema del celibato per i preti e la possibilità di renderlo facoltativo o addirittura di abrogarlo…

Nei giorni scorsi una anziana donna argentina Clelia Luro, moglie di un vescovo, ora defunto,  Jeronimo Podestà di Avellaneda, ha rivelato di essere amica con Papa Francesco,  e di averlo chiamato al telefono  ogni Domenica, quando era cardinale in Argentina.

Luro è convinta che il  celibato sacerdotale diventerà facoltativo.

Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e altri Papi prima di loro proibirono  qualsiasi discussione aperta per  cambiare la regola del celibato, e Papa Francesco non ha menzionato l’argomento da quando è diventato Vescovo di Roma e capo della Chiesa Cattolica.

Il Rev. Robert Gahl, un teologo morale dell’Opus Dei dellla Pontificia Università della Santa Croce ha detto che non vede assolutamente il tema del celibato dei preti all’ordine del giorno di Papa Francesco.

Ma, come cardinale, Jorge Mario Bergoglio, ha fatto riferimento alla questione del celibato in modo indiretto tanto da indurre molti commentatori a  sostenere che presto potrebbe arrivare per i cattolici romani un cambiamento sulla questione del celibato dei preti.

In un libro, pubblicato lo scorso anno, Bergoglio ha detto: “Per il momento io sono a favore al mantenimento celibato, con i suoi pro e contro, perché ci sono stati 10 secoli di buone esperienze, piuttosto che fallimenti.” Ma egli ha anche osservato che “si tratta di una questione di disciplina, non di fede. Potrebbe cambiare “, e ha detto che le chiese di rito orientale, che adottano il celibato dei preti opzionale, hanno buoni sacerdoti.

Il reverendo Thomas Reese, un analista del Vaticano alla Georgetown University, ha detto che un primo passo potrebbe essere per Francesco per segnalare semplicemente la sua approvazione per discutere la questione.

I Papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano  affermato  che certi temi, come quelli relativi alla questione del celibato erano  fuori dai tavoli. Vescovo e teologi che ne hanno discusso pubblicamente si sono trovati poi in qualche guaio.

Nel Canone 277 del codice di Diritto Canonico del Vaticano si legge: “I chierici sono tenuti ad osservare la continenza perfetta e perpetua per il bene del regno dei cieli e sono pertanto tenuti al celibato. Il celibato è un dono particolare di Dio mediante il quale i ministri sacri possono aderire più facilmente a Cristo con cuore indiviso, e possono dedicarsi più liberamente al servizio di Dio e del prossimo “.

Eppure, il celibato non è dogma – una legge di origine divina – ma una tradizione della Chiesa cattolica romana. Il dogma non può cambiare, ma le tradizioni possono cambiare.

“Siamo molto entusiasti e fiduciosi che Francesco potrebbe invertire questo provvedimento canonico”, ha detto Guillermo Schefer, un ex sacerdote che insieme a sua moglie, Natalia Bertoldi, sono rappresentanti dei sacerdoti sposati in America Latina. “E ‘importante che i sacerdoti possono anche optare per una vita di matrimonio e famiglia. Sarebbe un modo per aiutarli ad integrarsi di più con le persone “.

Nella Chiesa cattolica orientale, seminaristi che sono già sposati possono essere ordinati in seguito come sacerdoti. Ad alcuni sacerdoti anglicani sposati inoltre è stato permesso di convertirsi al cattolicesimo romano, e alcuni vedovi con le famiglie sono diventati sacerdoti in seguito.

segnalazione web e traduzione a cura di redazione sacerdoti lavoratori sposati

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Arcivescovo ortodosso sostiene che gli scandali sessuali della Chiesa Cattolica potrebbero essere evitati se i preti fossero sposati

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha diffuso in Italia le dichiarazioni di un arcivescovo in relazione ai temi della pedofilia, celibato preti e preti sposati….

L’Arcivescovo Stylianos ha rivelato che la Chiesa greco-ortodossa non è immune da casi di abuso sessuale su bambini.
L’Arcivescovo ritiene che nessuna organizzazione religiosa è immune: “Le organizzazioni religiose, che hanno al loro interno  esseri umani, anche  sacerdoti, non possono mai essere considerati in anticipo come immuni da tali atti criminali”, ha detto a Neos Kosmos.

L’Arcivescovo Sytlianos sostiene che gli scandali sessuali della Chiesa Cattolica potrebbero essere evitati se i preti fossero sposati.

A cura di sacerdotisposati@alice.it

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Don Tonino il pacifista

Il 20 aprile del ’93 moriva don Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi. Antimilitarista e dalla parte degli oppressi, si scontrò con il mondo della politica e con le gerarchie ecclesiastiche, che lo consideravano «estremista». Ma divenne un punto di riferimento per il pacifismo nonviolento italiano. La sua era la «Chiesa del grembiule», opposta a quella della stola.

Nel dicembre del 1992 a Sarajevo, sotto assedio dal mese di aprile, cadono le bombe. Cinquecento pacifisti, il 7 dicembre, si imbarcano ad Ancona e, dopo una traversata burrascosa con mare forza 8, raggiungono Spalato e poi la capitale bosniaca, la sera dell’11 dicembre, per una marcia della pace attraverso la città promossa dai Beati i costruttori di pace. Ci sono militanti nonviolenti e dei partiti della sinistra, i sindaci, qualche parlamentare e diversi preti. C’è anche don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, che racconterà i momenti salienti di quell’esperienza sulle colonne del manifesto, con cui collaborava dal 1990.

La marcia di Sarajevo sarà una delle sue ultime azioni: morirà pochi mesi dopo, il 20 aprile del 1993, sconfitto da un tumore che lo affliggeva già da molti mesi. La strada per la pace è la «nonviolenza attiva, gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati», disse in un cinema di Sarajevo illuminato da fiaccole e candele perché mancava l’elettricità. Un discorso che ricorda molto bene Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, anche lui presente alla marcia: «Don Tonino prese la parola per dire che eravamo giunti fin lì per comunicare ai nostri fratelli che eravamo loro vicini e che il mondo non li aveva dimenticati. In secondo luogo che volevamo richiamare le nostre responsabilità nel conflitto, di europei e di italiani. In terzo luogo, per ribadire che in mezzo a quella violenza e a quella ferocia l’unica risposta possibile era la nonviolenza».

La pace, l’antimilitarismo, il disarmo, la giustizia sociale e la scelta di schierarsi accanto agli oppressi sono state le stelle polari dell’azione pastorale e sociale di don Tonino Bello. Battaglie condotte con una radicalità che più volte lo hanno fatto scontrare duramente con alcuni settori del mondo politico – sulle questioni della guerra, degli armamenti, dell’obiezione di coscienza al servizio militare, degli immigrati che all’inizio degli anni ’90 iniziavano ad arrivare sulle coste italiane e pugliesi in particolare – e delle gerarchie ecclesiastiche, che non condividevano le sue posizioni “estreme”, in realtà solo profondamente fedeli al Vangelo e al Concilio Vaticano II.

Quando interviene alle assemblee della Cei, gli altri vescovi lo ascoltano con sorrisetti di compiacenza e mormorii di dissenso. Ma arrivano anche i richiami formali. «Mi dicono che sei stato rimproverato», gli scrive in una lettera padre David Turoldo, «a maggior ragione intervieni, intervieni sempre di più, e insieme di’ che sei stato richiamato, dillo pubblicamente, perché di questo hanno paura». Salentino di Alessano, dove nasce nel 1935, Tonino Bello viene ordinato prete nel 1957. Negli anni ’60 accompagna spesso a Roma il suo vescovo, impegnato nei lavori del Concilio Vaticano II, partecipando con entusiasmo alle istanze di rinnovamento e di aggiornamento radicale della vita della Chiesa. Diventa parroco, prima ad Ugento, poi a Tricase, dove il suo impegno comincia a delinearsi: fonda la Caritas, promuove l’Osservatorio sulle povertà, organizza incontri sul Concilio e sui temi della giustizia e della pace. Nel 1982 viene ordinato vescovo della diocesi di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi, il paese di Nichi Vendola, che sarà sempre molto vicino a Bello. «La bellezza e la scandalosità delle sue parole rispetto al perbenismo piccolo-borghese che impacchettava la vita del clero in un cattolicesimo pacificato, pronto a fare sconti soprattutto ai potenti, fu un’illuminazione», spiega Vendola in un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno di venerdì. «Ci insegnò non a consolare gli afflitti, ma ad affliggere i consolati. Ci spiegò che i poveri non vanno aiutati con l’ottica neocoloniale e che bisogna dividere con loro non solo il pane».

È la «Chiesa del grembiule», una delle immagini più efficaci coniate da don Bello, insieme a quella della «convivialità delle differenze». «L’accostamento della stola con il grembiule a qualcuno potrà apparire un sacrilegio», scriveva. «Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato nel Vangelo che, per la “messa solenne” celebrata da Gesù nella notte del giovedì santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il maestro si cinse ai fianchi» per lavare i piedi ai discepoli. È la traduzione plastica della «Chiesa povera e dei poveri» sognata dal Concilio e da Giovanni XXIII. Il vescovo di Molfetta sceglie la pace e il disarmo, diventa presto uno dei punti di riferimento del movimento pacifista italiano, sia della componente cattolica – nel 1985 viene nominato presidente di Pax Christi al posto di Bettazzi, che ha concluso il suo mandato – che laica: interviene contro la militarizzazione della Puglia – dal mega poligono di tiro che avrebbe sottratto migliaia di ettari di terra a contadini e allevatori della Murgia barese, all’installazione degli F16 a Gioia del Colle, convincendo gli altri vescovi pugliesi a scrivere un documento contro i cacciabombardieri – e marcia a Comiso contro gli euromissili; attacca le politiche di riarmo del governo Craxi (incassando un severo richiamo da parte del presidente della Cei, il cardinal Poletti) e sostiene la campagna “Contro i mercanti di morte” che porterà all’approvazione nel ’90 della legge 185 che regola il commercio di armi; difende pubblicamente monsignor Bettazzi, oggetto di una dura campagna del Giornale , diretto allora da Indro Montanelli, che lo accusa di scarso senso dello Stato per aver sostenuto la campagna di obiezione di coscienza alle spese militari; nella sua diocesi accompagna le lotte dei cassintegrati, dei disoccupati e degli sfrattati, che spesso accoglie nel palazzo vescovile. Nel 1991 l’Iraq di Saddam Hussein invade il Kuwait e gli Usa, insieme agli alleati occidentali, bombardano Baghdad, in diretta televisiva.

Tonino Bello scrive ai parlamentari perché non approvino l’intervento armato e – come fece dieci anni prima mons. Romero invitando i militari a disobbedire agli ordini ingiusti dei generali – paventa la possibilità di «dover esortare direttamente i soldati, nel caso deprecabile di guerra, a riconsiderare secondo la propria coscienza l’enorme gravità morale dell’uso delle armi». Ripeterà l’appello davanti alle telecamere di Samarcanda , e Michele Santoro lo invita a moderare i toni e a non incitare alla diserzione. Nei giorni successivi arrivano puntuali i rimproveri – ma anche gli attestati di solidarietà – da parte della gerarchia ecclesiastica militarista e dei politici patriottici. Ma tira dritto e anzi l’anno dopo polemizza con il presidente della Repubblica Cossiga che, il giorno prima di sciogliere il Parlamento, rinvia alle Camere la nuova legge sull’obiezione di coscienza (un nuovo testo verrà approvato solo nel 1998). Intanto in Puglia approdano le prime navi con migliaia di albanesi, che il governo rinchiude nello stadio di Bari, e don Tonino è in prima linea, sui moli, ad organizzare l’accoglienza. Ma arriva anche il cancro, allo stomaco. Operazioni e terapie non riescono a vincere il male. C’è solo il tempo di andare a Sarajevo, sotto le bombe, e poi di morire.

Luca Kocci da Serenoregis.org

Il Papa sveli i casi di pedofilia aprendo gli archivi diocesani

Papa Francesco recentemente ha ricevuto il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede per invitarlo ad “agire con decisione” in tema di abusi sessuali. Ha dato istruzione di proteggere i minori, aiutare le vittime, intervenire con i “procedimenti dovuti contro i colpevoli”, sollecitare le iniziative degli episcopati. Sono indicazioni pubblicate in prima pagina dall’Osservatore Romano. Un segnale importante. Non c’è dubbio che Francesco voglia una Chiesa più autentica e trasparente. Bisogna vedere come le sue istruzioni saranno concretizzate. CON I RAPPORTI ufficiali sugli abusi pubblicati negli anni scorsi l’Irlanda ha giocato un ruolo enorme nel costringere il Vaticano ad adottare una nuova strategia rispetto al passato, espressa dalla Lettera agli Irlandesi di Benedetto XVI del marzo 2010. Dentro la Chiesa, e fuori, gli abusi sui minori hanno una storia secolare. Già nell’anno 306 il concilio di Elvira in Spagna condanna gli “stupratori di fanciulli”: a loro niente comunione neanche in punto di morte. Papa Pio V (in un’epoca in cui non si distingue tra rapporti omosessuali con adulti e con minori) in un enciclica del 1568 è durissimo: i colpevoli vanno degradati, privati dello status sacerdotale quale che sia il loro rango, consegnati al potere civile per soffrire le pene peggiori, morte compresa. È stato così? No. La ricerca recentissima di due studiosi dell’università di Napoli dedicata al “Clero criminale” (Michele Mancino, Giovanni Romeo, ed.Laterza) dimostra che proprio nell’epoca riformatrice del Concilio di Trento i preti colpevoli sono trattati sempre con molto maggiore riguardo dei laici colpevoli e anche quando alcuni vescovi rigorosi tentano di comminare condanne esemplari, le autorità ecclesiastiche in seconda istanza hanno svuotato sistematicamente le sentenze. L’istituzione ecclesiastica ha sempre protetto se stessa. Ancora nel 1985 il cardinale Ratzinger in una lettera al vescovo di Oakland sulla riduzione allo stato laicale di un prete, che ha abusato di due ragazzi, soppesa i pro e i contro dell’espulsione rispetto alle reazioni della comunità parrocchiale. In diciannove righe di testo non si menzionano mai le vittime. La sua Lettera del 2010 è una svolta avvenuta sotto lo choc delle vicende in Irlanda, Germania, Belgio, Austria. Sono convinto che Benedetto XVI sia maturato. Il documento è molto importante per l’evoluzione della Chiesa rispetto a questo tema. Il Papa riconosce che non sono state applicate le leggi canoniche, accusa i vescovi di mancanza di leadership, dice che i colpevoli devono sottomettersi alle leggi statali e soprattutto pone l’accento sulle vittime. “Voi siete stati traditi e non siete stati ascoltati”, dichiara papa Ratzinger. NEL LUGLIO 2010 l’ex Sant’Uffizio ha emanato norme più severe. La prescrizione decorre venti anni dopo la maggiore età (più a lungo che in molti Stati), cardinali e patriarchi possono essere processati, è perseguito l’abuso su malati mentali e il possesso di materiale pedopornografico, possono far parte dei tribunali diocesani anche semplici fedeli: uomini e donne. Nel 2012 è stato organizzato dal Vaticano un convegno all’università Gregoriana per sensibilizzare i vescovi di tutto il mondo. Insomma c’è stato un cambiamento strategico inimmaginabile ancora dieci anni prima. Ma è una strategia incompiuta. Che cosa non funziona? I pontefici incontrano singole vittime, ma non le loro associazioni. Non è stato emanata l’istruzione ad aprire gli archivi diocesani dove giacciono i casi di tante vittime ignote. Non è stato ordinato ai vescovi di denunciare sempre i criminali all’autorità giudiziaria. Manca inoltre la trasparenza sulla sorte e la destinazione dei colpevoli. L’Italia rappresenta il punto debole della strategia di tolleranza zero. È la terra dove ha sede il governo centrale della Chiesa, i pontefici sono “primati d’Italia”, il presidente della conferenza episcopale italiana è nominato dal Papa (e non eletto come ovunque nel mondo), le sue relazioni all’episcopato sono visionate anticipatamente in Vaticano. La Chiesa italiana dovrebbe essere all’avanguar – dia. Invece sta nelle retrovie. L’ex “promotore di giustizia” del Sant’Uffizio monsignor Scicluna ha lamentato il persistere di una “cultura del silenzio”. L’episcopato italiano non ha un vescovo responsabile del dossier abusi a livello nazionale, non ci sono referenti diocesani, non c’è una commissione investigativa indipendente, non c’è una commissione per i risarcimenti, non c’è nemmeno un numero verde a cui le vittime possano rivolgersi. Un prete siciliano don Di Noto, impegnato contro la pedopornografia su internet, ha proposto di istituire nelle diocesi un “vicario per bambini”. È stato ignorato. Tema di questa conferenza è il concetto di accountability , cioè la “responsabilità di dovere rendere conto”. Per essere di esempio alla Chiesa universale le cose devono cambiare in Italia. il testo è l’intervento dell’autore alla prima onferenza internazionale sugli abusi sessuali del clero, riunita a Dublino da Snap (Survivors’ Network of Abused by Priests).

mentiinformatiche.com

Preti pedofili e tutto il resto

Al via la più grande inchiesta del mondo sugli abusi sessuali ai danni dei minori. Una commissione indagherà a 360°, a partire dai troppi scandali che hanno investito la Chiesa. Non solo le responsabilità ma anche le coperture, connivenze e complicità

 

Quella che si è aperta ieri in Australia è la più grande inchiesta sugli abusi sessuali commessi ai danni dei minori mai avviata al mondo.
Una Commissione nazionale, istituita dal governo australiano, indagherà a 360 gradi per almeno tre anni in modo da quantificare l’entità del fenomeno degli abusi, individuare le responsabilità delle istituzioni e delle organizzazioni sia pubbliche che private e punire i colpevoli.
La Royal Commission, dotata dei massimi poteri di inchiesta, punterà ad accertare non solo le responsabilità dirette dei singoli, ma anche le omissioni, le coperture, le connivenze e le complicità da parte di vari soggetti: amministrazioni locali, forze di polizia, scuole, gruppi sportivi, associazioni di volontariato e caritatevoli come l’Esercito della salvezza, organizzazioni giovanili come i boy scout e soprattutto la Chiesa cattolica.

Gerarchie ecclesiastiche
Del resto la decisione del governo di dare vita alla Commissione d’inchiesta è scaturita proprio dal dilagare in Australia – uno dei Paesi maggiormente coinvolti nel mondo, insieme agli Usa e all’Irlanda – dello scandalo dei preti pedofili: le denunce da parte delle numerose associazioni delle vittime, le pressioni di molti parlamentari, la scoperta delle azioni di insabbiamento e di depistaggio messe in atto dalle gerarchie ecclesiastiche cattoliche per coprire i religiosi accusati di aver compiuto abusi e violenze sui minori hanno convinto il governo federale di Julia Gillard, nello scorso novembre, ad annunciare la costituzione della Commissione che ieri a Melbourne ha iniziato ufficialmente i lavori, cominciando l’analisi del documenti e ascoltando i primi tra gli almeno cinquemila testimoni – che potranno avvalersi di un servizio gratuito di consulenza legale – previsti da qui fino a tutto il 2015.
La Commissione – spiegano in un comunicato congiunto la premier laburista Gillard e i ministri della giustizia, Mark Dreyfus, e della famiglia, Jenny Macklin -, permetterà a «migliaia di australiani che hanno sofferto da bambini di riferire le loro esperienze e di esprimere sentimenti che molti portano ancora con sé in conseguenza del danno loro causato Il riconoscimento formale di questi torti è di enorme importanza, se vogliamo impedire che accadano di nuovo».

Dal 1930 a oggi
A finire sotto le lenti dei sei magistrati della Royal Commission sarà principalmente la Chiesa cattolica, ai cui vertici il presidente, il giudice Peter McClellan, ha chiesto la consegna di una serie di documenti.
La Commissione non si muoverà al buio, dal momento che nel recente passato da parte delle istituzioni ecclesiastiche ci sono già state ammissioni di responsabilità ma anche tentativi di depistaggio: a Victoria – lo Stato dell’estremo sud-est continentale – i vescovi hanno confessato che oltre 600 bambini hanno subito abusi sessuali da parte di preti e religiosi dal 1930 ad oggi; e in New South Galles le autorità ecclesiastiche – a cominciare dall’arcivescovo di Sidney, card. George Pell, che in più di un’occasione ha dovuto giustificare i propri comportamenti – sono state accusate di ostacolare le indagini, distruggere le prove e trasferire i preti pedofili per proteggerli dalle inchieste. Inoltre in tutta l’Australia oltre 110 preti religiosi sono stati già condannati per abusi e violenze sessuali su minori. Tanto che Ratzinger, durante il suo viaggio in Australia nel 2008, incontrò alcune vittime dei preti pedofili e chiese pubblicamente scusa per le colpe degli uomini di Chiesa.
Dal Vaticano per ora nessuna reazione all’inchiesta australiana. Ma il tema della pedofilia del clero sarà uno dei primi impegnativi banchi di prova di papa Bergoglio.

ilmanifesto.it

Comune dedica piazzetta a prete in vita

Una piazza intitolata ad una persona ancora in vita: succede a Caresana, piccolo comune in provincia di Vercelli. Il sindaco, Sergio Cavagliano, ha deciso di dedicare lo spazio davanti ad una cascina alle porte del paese a don Giorgio Necco, storico parroco di 86 anni, ora monsignore e canonico. ”Chi ha detto che bisogna intitolarla dopo il decesso della persona? – ha detto il sindaco -.

Monsignor Necco ha fatto tanto per il paese: merita di godersi, da vivo, questo riconoscimento”.

ansa

MUSSOLINI, PRETE PADOVANO LO RICORDA NELLA MESSA?

LOREGGIA (PADOVA) – Domenica prossima, nell’anniversario della sua morte, Benito Mussolini sarà ricordato tra gli altri defunti nel corso della messa delle 11 a Loreggia, Padova, così come richiesto al parroco Leone Cecchetto da un fedele.
«Non mettiamo sullo stesso piano l’uomo Mussolini – dice don Cecchetto – e le sue azioni e vittime, c’è una legittima richiesta che assecondo, e che io interpreto, da cristiano, come un possibile momento di riconciliazione». «Voglio sperare – aggiunge – che un momento simile all’interno di una liturgia, che non è assolutamente dedicata a Mussolini ma è una semplice messa, che la preghiera e la fede facciano superare le barriere politiche e storiche». «Non capisco tanto clamore – sottolinea – viene ricordato, assieme ad altri, un defunto e mi sarei aspettato meno attenzione mediatica e un profilo più basso su questa storia». «Questo perché per i cattolici – conclude don Cecchetto – è giusto che qualsiasi peccatore, anche uno come Mussolini, possa redimersi anche dopo la morte».

 leggo.it

Se le regole riguardanti il celibato venissero ammorbidite, sarebbero molte di più le persone che si orientano all’ordinazione

È anomalo che i preti anglicani che si convertono alla Chiesa cattolica siano ordinati anche se sposati, mentre non possono farlo gli uomini sposati cattolici. Lo sottolineano, in una lettera-appello a papa Francesco, 21 deputati cattolici inglesi capitanati da Rob Flello e Lord Alton di Liverpool, chiedendogli di riconsiderare la possibilità di permettere ai vescovi di ordinare al sacerdozio i viri probati. I 21 parlamentari, appartenenti a diversi partiti, scrivono che «se le regole riguardanti il celibato venissero ammorbidite, sarebbero molte di più le persone che si orientano all’ordinazione, portando così grande vantaggio al sacerdozio».
La posizione sul tema assunta da Bergoglio, tuttavia, non fa presumere grandi cambiamenti. In un’intervista del 2012 contenuta nel libro Sobre el Cielo y la Tierra, affermava: «Per il momento sono a favore del mantenimento del celibato, con tutti i suoi pro e contro, perché abbiamo dieci secoli di esperienze positive più che di fallimenti».
«Negli ultimi anni – così si legge nella lettera dei 21 parlamentari inglesi – siamo stati rattristati dalla perdita di troppi bravi preti»; «riconosciamo che la Chiesa opera seriamente per la nuova evangelizzazione e per l’esigenza di rinnovare la fede cristiana nelle nostre società secolari. Poiché una delle nostre priorità dev’essere quella di garantire che le parrocchie abbiano preti che amministrino i sacramenti, crediamo che permettere la presenza di preti sposati sia auspicabile e imperativo».
«Apra i file sulla pedofilia in Argentina»
In queste prime settimane di pontificato, quello dei 21 parlamentari inglesi non è il primo appello rivolto al papa. Un gruppo di attivisti cattolici con base negli Stati Uniti, Bishop Accountability, che monitora gli abusi commessi dal clero, ha giudicato lenta l’azione di Bergoglio nel guidare la Chiesa argentina ad agire efficacemente contro tali abusi e lo ha sollecitato a chiedere perdono per la protezione della Chiesa nei confronti di due preti condannati per pedofilia, p. Julio Cesar Grassi, leader della fondazione Felices los Ninos, riconosciuto colpevole nel 2008, e p. Napoleon Sasso, condannato per aver abusato di 25 bambine di età compresa tra i 3 e i 16 anni presso una mensa per poveri nelle periferie di Buenos Aires, dove fu trasferito dopo essere già stato accusato di pedofilia nella provincia di San Juan. Grassi è a piede libero, grazie al processo d’appello: Secondo l’avvocato delle vittime, Ernesto Moreau (Associated Press, 19/3) Bergoglio non ha rimosso i sacerdoti e non ha voluto incontrare le vittime, sovvenzionando, anzi, con le finanze della Chiesa un rapporto in difesa di Grassi, che ha esplicitamente ringraziato Bergoglio per «non averlo mai abbandonato». Quanto a Sasso, questi ricevette l’incarico presso la mensa per poveri proprio mentre Bergoglio era presidente della Conferenza episcopale, e dopo le accuse riuscì a restare nascosto per un anno in strutture ecclesiastiche all’interno della stessa diocesi in cui si erano verificati gli abusi.
«Saremmo preoccupati se Bergoglio si fosse comportato in questo modo negli anni ’60 o ’70, sarebbe triste», ha detto all’Associated Press Anne Doyle, co-direttrice di Bishop Accountability. «Ma il fatto che si sia comportato così cinque anni fa, quando altri vescovi in altri Paesi incontravano le vittime e applicavano normative di tolleranza zero, lo pone più indietro rispetto alla sua controparte statunitense, questo è certo».
Bergoglio, che secondo Moreau è stato «l’uomo più potente della Chiesa argentina dall’inizio di questo secolo», dimostrerebbe che la Chiesa «non ha mai fatto nulla per rimuovere queste persone dal loro incarico né per alleviare la sofferenza delle vittime». Il papa dovrebbe dunque sforzarsi di mandare un messaggio forte e planetario di tolleranza zero nei confronti degli abusi sessuali: in primo luogo, ha affermato Anne Doyle, chiedendo all’arcidiocesi di Buenos Aires di rendere accessibili tutti i dossier relativi ai due preti coinvolti ma anche di tutti coloro che sono stati oggetto di «accuse credibili», dando un fermo appoggio all’obbligo, da parte dei funzionari ecclesiali, di denuncia alle autorità dei casi sospetti e riconoscendo la propria responsabilità nella mala gestione dei casi di Grassi e Sasso, accettando finalmente di incontrare le loro vittime e di chiedere perdono. I poveri di cui ha parlato Bergoglio nei primi giorni del suo pontificato «sono le vittime di questi due preti», ha detto Doyle. «Sono loro i più indifesi tra i poveri. Speriamo che per Francesco sarà una priorità, che tenderà le braccia alle vittime e correggerà l’atroce indifferenza mostrata ai tempi in cui era arcivescovo».
Adesso, Francesco sarà responsabile del lavoro della Congregazione per la Dottrina della Fede, che lo scorso anno ha imposto alle Conferenze episcopali di tutto il mondo di elaborare entro un anno linee guida per il monitoraggio, la gestione, la denuncia e la rimozione del clero responsabile di abusi. Le sue più recenti dichiarazioni in materia sembrano incoraggianti: «Quando ciò accade – affermò l’anno scorso Bergoglio nel libro Sobre el Cielo y la Tierra – non bisogna chiudere un occhio. Non si può essere in una posizione di potere e distruggere la vita di un’altra persona».

(ludovica eugenio – adista)

Vedova di un vescovo argentino, ritiene che Papa Francesco porrà fine al celibato dei preti

Clelia Luro è stata sposato per 35 anni con  l’ex Vescovo di Avellaneda Jeronimo Podestá.
Oggi  ha rivelato  l’amicizia con l’ex cardinale di Buenos Aires Bergoglio,  l’attuale papa Francesco.

Clelia, 87 anni,  è stato presidente della Federazione Latinoamericana di sacerdoti sposati ed è stata sposato per circa 35 anni con l’ex vescovo Podestà (morto nel 2000).

Nel mese di marzo, quando il cardinale Jorge Bergoglio è stato scelto come Papa Francesco, Clelia ha esultato per la  scelta. “Lui è un mio amico. Ero felice, perché lui è un uomo di grande potere spirituale e politico”, ha detto in un’intervista al quotidiano “La Nación”.

segnalazione e traduzione dal portoghese a cura di sacerdotisposati@alice.it

© Associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati

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fonte: globo.com

 

Celibato preti e preti sposati: il cambio delle norme è ormai quasi un processo irreversibile

 Non possiamo aspettare che il Papa o dei responsabili della Chiesa cambino  la Chiesa. Noi siamo la Chiesa, e dobbiamo cambiare noi stessi e gli altri.
Specialmente i sacerdoti sposati dovrebbero  uscire fuori pubblicamente per ridiscutere e far cambiare le norme ecclesiali  sul celibato, e le tesi che affermano che il celibato rende migliori i  sacerdoti.  Centinaia di sacerdoti sposati sono infinitamente migliori sacerdoti ora di quello che erano quando erano celibi.

a cura di sacerdotisposati@alice.it

27 Aprile 2013

I Sacerdoti Sposati con regolare percorso canonico continuano ad essere sacerdoti per sempre della Chiesa cattolica

Un sacerdote può smettere di esserlo?

Ci sono sacerdoti che per varie ragioni si secolarizzano, si sposano, abbandonano il ministero. Smettono quindi di essere sacerdoti?

1. Bisogna indubbiamente iniziare dalla nozione di “sacerdote”, partendo dal sacerdozio di Cristo e continuando con la nozione di sacerdozio ministeriale, distinguendolo dal sacerdozio comune dei fedeli.

Forse non c’è miglior modo per spiegarlo che rifarsi alla Lettera agli Ebrei. È vero che guardando alla storia delle religioni si può trovare il concetto di “sacerdote” anche in altre fedi: è la persona che agisce “professionalmente” come intermediario tra la comunità che rappresenta e le sue rispettive divinità; per questo è equivalente dire sacerdote o dire pontefice. Il sacerdote è il ponte di comunicazione tra la divinità e il popolo, ma non ritengo necessario approfondire ulteriormente in questa sede e in questo momento questa nozione generica di sacerdozio.

Arrivando alla prima epoca del cristianesimo, con i primi cristiani che provenivano dall’ebraismo, sorge la necessità di chiarire a quei cristiani la vera nozione, la nozione cristiana del sacerdozio. 
Quegli ebrei convertiti al cristianesimo sentivano la mancanza della grandiosità del tempio e dei suoi sacrifici, degli incensi sull’altare e delle vittime sgozzate, delle funzioni esteriori dei leviti (i discendenti di Levi, incaricati del tempio).

L’autore della Lettera agli Ebrei vuole convincere quei neofiti cristiani provenienti dall’ebraismo che ormai – dalla Morte e Resurrezione di Cristo – non è necessario quel culto grandioso e spettacolare del tempio di Gerusalemme, né sono necessari il tempio o l’altare o quegli animali che venivano offerti come vittime, e quindi non sono nemmeno necessari “altri sacerdoti” che si succedano gli uni agli altri di generazione in generazione: Cristo è il tempio, l’altare, la vittima e il sacerdote. Egli è l’UNICO tempio, perché Egli è il “luogo” in cui Dio e l’uomo si sono incontrati per sempre; l’UNICO altare è la sua CROCE redentrice; l’UNICA ostia e vittima: il corpo che si dona e il sangue che si versa; l’UNICO sacerdote per sempre perché Cristo Risorto “non muore più”. È imprescindibile una lettura pensata, riflessiva della Lettera agli Ebrei per entrare in questa verità cristiana: il sacerdozio unico di Cristo (cfr. Gv 4,21 e Ap 21,22)
.

Questa realtà di Cristo SANTUARIO, Cristo SACERDOTE, Cristo VITTIMA la viviamo partendo dalla fede, mentre siamo pellegrini sulla terra, la viviamo partendo dalla fede nella speranza. Siamo nella fase del “GIÀ E NON ANCORA”. E visto che viviamo sulla terra (fino a quando arriverà la fine dei tempi e allora la fede non esisterà perché vedremo Dio “faccia a faccia” per com’è), per quel tempo del “NON ANCORA” che è il tempo della Chiesa abbiamo bisogno di aiuti alla nostra caduca fragilità. Sono i sacramenti, tutti e ciascuno in quanto segno e presenza viva del Signore Gesù.

E in questa dinamica del “non ancora” rientra anche il sacerdozio ministeriale.

Come dice San Pietro, i cristiani sono “la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato” (1 Pietro 2,9 e Esodo 19,5). Ciò vuol dire che tutti i battezzati formano un sacerdozio che ha accesso a Dio, e per questo la loro funzione – come quella di Cristo – è annunciare i prodigi di Dio, il grande prodigio che è la Redenzione mediante l’amore di Dio manifestato in Cristo morto, sepolto e risorto. Per questo, quando Gesù è morto “il velo del tempio si è squarciato” (Mt 27, 51); quando il costato di Cristo viene aperto (Gv 19, 34), Egli diventa Sacerdote per sempre secondo il rito di Melchisedek (Eb 8, 17) e mediante Cristo-Santificatore i santificati con il suo sangue hanno già accesso al Padre (Eb 9 e 10).

Per questa stessa ragione, mentre dura questa fase terrena del “non ancora”, per questa nostra fragilità umana abbiamo bisogno di “visualizzare” quel fatto unico e irripetibile che riguarda Gesù (Eb 9, 24-26), Sacerdote che allo stesso tempo si offre come vittima: “Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10, 6-7).

2. A partire da queste tre idee o nozioni (sacerdozio di Cristo, sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune) si può raggiungere un’altra idea: il “carattere” sacramentale, e in concreto il carattere che imprime il sacramento dell’ordine.

A quanti viene affidata “ministerialmente” questa “ripetizione” dell’UNICO SACRIFICIO, l’incarico viene consegnato mediante l’imposizione della mani nel sacramento dell’ordine sacerdotale, che fa sì che colui che lo riceve si configuri con Cristo-Capo del Corpo dei “santificati”. Per questo il sacerdozio ministeriale, configurando il “ministro ordinato” con Cristo sacerdote per sempre, fa sì che quel sacerdote che riceve il sacerdozio lo riceva per sempre: per sempre resta marcato e sigillato, in aeternum secondo il rito di Melchisedek, come dice Cristo stesso nella Lettera agli Ebrei.


3. Torniamo allora alla domanda iniziale: un sacerdote può smettere di esserlo?

La risposta è la conclusione di tutto ciò che è stato detto finora: un sacerdote non smette mai di esserlo, un sacerdote validamente ordinato non perderà mai il suo “carattere” sacerdotale, il suo sacerdozio è per sempre.


E allora i sacerdoti che abbandonano? La risposta è chiara: continuano ad essere sacerdoti, ma la Chiesa che ha imposto loro degli obblighi per esercitare il sacerdozio può dispensarli da quegli obblighi se il sacerdote lo richiede perché gli risulta impossibile o oltremodo difficile rispettarli (la recita del breviario, il celibato, il servizio in una parrocchia); allo stesso tempo in cui viene concessa la dispensa, vengono esortati a che da quel momento in poi “non esercitino il sacerdozio”.

Questa dispensa dai doveri, e il conseguente non esercizio del ministero sacerdotale (non ascoltare confessioni – tranne in pericolo di morte –, non celebrare l’Eucaristia, non svolgere incarichi pastorali alla guida di una comunità di credenti…), viene concessa mediante un iter minuziosamente regolamentato, e su richiesta espressa al Santo Padre e per concessione totalmente “di grazia” da parte del papa; ciò vuol dire che si richiede una dispensa che può essere concessa o meno, ma non si “reclama un diritto” da parte del richiedente.

Non bisogna tuttavia concludere con questa affermazione finale, che può sembrare dura. La Chiesa è sempre Madre, e prima di concedere questa dispensa ciò che desidera è che il richiedente rifletta seriamente sulla grandezza del dono che Dio gli ha fatto dandogli questa configurazione con Cristo, così marcata e sigillata da consistere nel fatto che un povero uomo, indegno come qualsiasi altro, possa dire con le labbra e con il cuore dello stesso Cristo: Ti perdono i peccati; questo è il mio corpo; questo è il mio sangue.

Rendiamo grazie a Dio per il dono del sacerdozio alla sua Chiesa; per questo abbiamo l’Eucaristia; per questo abbiamo il perdono dei peccati; per questo abbiamo il Pane della Parola.

aleteia.org

segnalazione a cura di

sacerdotisposati@alice.it

http://nuovisacerdoti.altervista.org

Il celibato dei preti, un’altra sfida all’orizzonte per Papa Francesco

Clelia Luro combattuto più della metà dei suoi 87 anni contro il celibato imposto dalla Chiesa cattolica ai suoi sacerdoti. Oggi, seduta in una sedia a rotelle,  ha la la speranza che il suo amico Papa Francesco ponga fine ad un obbligo  “che il mondo non capisce.”

Questa donna ha sposato un vescovo che non ha abbandonato il ministero  ha motivo di avere speranza: mantiene una amicizia da più di un decennio con Jorge Bergoglio , che ha chiamato religiosamente ogni Domenica fino alla sua partenza per Roma per il conclave che lo ha scelto come Papa.

Nelle lunghe conversazioni che ha tenuto sul tema con il Papa,  oggi crede che Francesco risolverà la crisi globale della mancanza di sacerdoti  autorizzando per loro  la celebrazione del matrimonio e la formazione di una  famiglia.

Decine di migliaia di sacerdoti hanno lasciato la Chiesa cattolica per sposarsi. Molti altri, soprattutto in Africa e in America Latina, hanno continuato il loro ministero, pur intrattenendo  rapporti con le donne e persino diventando genitori.

“Prossimamente probabilmente sarà scelto  il celibato opzionale … Sono sicura che Papa Francesco lo attuerà” ha affermato Luro  in un’intervista con l’Associated Press nella sua casa di Buenos Aires, dopo aver inviato una lettera aperta al papa in cui ha dichiarato” abbiamo una grande speranza di rinnovamento per la nostra chiesa”.

Con Bergoglio “Abbiamo discusso molto sul tema del celibato … Oggi il mondo non capisce che i preti non possono sposarsi “, ha detto Luro mentre  con la mano accarezzava una croce scolpita in argento che apparteneva al marito Girolamo Podestà, il primo vescovo cattolico che contraddiceva la legge del celibato e che sposò senza abbandonare il sacerdozio. “Oggi la donna non è più considerato un pericolo per l’uomo.”

Traduzione e adattamento a cura della Redazione

© Associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati

sacerdotisposati@alice.it

Fonte AP Argentina

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati è da anni impegnata per il celibato facoltativo nella Chiesa e per la riammissione nel ministero dei sacerdoti sposati (ndr)

Papa Francesco: aumentano gli italiani che chiedono di riflettere sul celibato dei sacerdoti

IPR Marketing, che aveva sondato l’opinione degli italiani dopo l’elezione, ha effettuato un nuovo sondaggio e quello che emerge è una quasi in totale sintonia con Papa Francesco, tanto che la fiducia cresce di oltre 10 punti, arrivando all’84%.

Se da parte dei cattolici era lecito attendersi più attenzione e benevolenza (e infatti tra i cattolici il livello aumenta fino a raggiungere la quasi totalità, con il 97%) è da notare che anche tra i non cattolici si raggiunge un alto livello di fiducia (62%) che non era per niente scontato.

Papa Francescoè considerato vicino ai fedeli, umile, determinato, vicino ai giovani, autorevole, onesto, sincero, moderno, tanto che l’opinione positiva nei suoi confronti raggiunge la vetta del 92% (il 77% da parte dei non cattolici).  Grazie a Papa Francesco, un italiano su due dichiara di sentirsi più vicino alla Chiesa ed è significativo che anche in questo caso tra i non cattolici siano quasi due su dieci (18%) coloro che si sentono avvicinati dalla figura del nuovo Pontefice.

Ma solo l’11% sostiene che cambierà le proprie abitudini recandosi più spesso a Messa. La vicinanza non corrisponde però alla fiducia, se i cattolici si dividono (per il 45% non cambia nulla, mentre Il 47% degli intervistati grazie a Papa Francesco ha più fiducia nella Chiesa) per la maggioranza (67%) dei non credenti il rapporto con le istituzioni rimane inalterato.

Ma di cosa dovrà occuparsi Bergoglio? Quali modifiche si aspettano gli italiani? Quali i problemi più urgenti a cui far fronte? In testa a tutte le questioni di cui occuparsi c’è il dilagare della pedofilia. A distanza di un mese, però, sembra preoccupare leggermente meno: se prima era il 67% degli italiani a ritenerlo un problema prioritario ora è il 60%.

Lo stesso numero di intervistati sostiene che vadano affrontate immediatamente le tematiche legate alla Banca dello Ior, che preoccupa soprattutto i non credenti (il 76%), ma anche la metà dei cattolici. Le aspettative verso Bergoglio sembrano riguardare più i rapporti con la società che le questioni dottrinali: solo il 18% crede che la crisi delle vocazioni sia un problema urgente.

Aumentano invece gli italiani che chiedono di riflettere sul celibato dei sacerdoti, attualmente sono il 36% contro il 18% di un mese fa. Sarà per questo che un italiano su due vorrebbe affidare a Papa Papa Francesco il compito di interprete dell’ammodernamento della Chiesa.

quotidiano.net

Vaticano, la spending review di Papa Francesco comincia dallo Ior

La spending review di papa Francesco parte dallo Ior, la banca vaticana che sarà riformata all’interno del processo di riorganizzazione e revisione della Curia romana. É una decisone recente di Bergoglio quella di tagliare il gettone di presenza destinato ai porporati che compongono la commissione cardinalizia presieduta dal segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Si tratta di un assegno di 2.100 euro al mese – 25 mila annui – che rappresentava un’eccezione nel panorama curiale, dove i cardinali ricevono tutti lo stesso stipendio. Questo taglio naturalmente è poca cosa, ma rappresenta un primo passo sia sulla strada del risparmio effettivo sia nella equiparazione dello Ior al resto della Santa Sede.

Infatti – a quanto risulta – i dipendenti del Torrione Niccolò V, che alla fine dello scorso anno erano 112 in tutto, di cui un direttore generale (Paolo Cipriani) un vice e quattro dirigenti, hanno una retribuzione più elevata rispetto agli altri dipendenti laici del Vaticano. Una “differenza” che ai piani alti d’Oltretevere si sta pensando di rimuovere o comunque di attenuare progressivamente. Intanto allo Ior, senza aspettare interventi dall’alto, si è deciso di non usare più le auto blu per gli spostamenti dei consiglieri laici, che venivano prelevati in aeroporto e riaccompagnati: si sta optando per automobili più modeste o ci si limita al rimborso dei taxi.

Lo stile-Francesco, insomma, sta avendo effetto dentro le mura leonine, anche se qualche mugugno si è sollevato tra il personale dopo la decisione papale di non erogare ai 4.600 dipendenti la gratifica che in passato è stata corrisposta ad ogni elezione di nuovo papa. La scorsa volta, nel 2005, ogni dipendente ricevette 1.500 euro, e molto meglio andò nel 1978, anno che vide l’elezione di due papi. Gli effetti di questo nuova linea di rigore francescano si sentiranno a partire dal bilancio del prossimo anno.

Nel 2012 il “dividendo” dello Ior destinato alle casse papali è stato di 49 milioni di euro, l’anno prima di 55 e quello prima ancora di 50 milioni di euro (in precedenza non veniva comunicato). La Santa Sede e il Governatorato presentano il bilancio consolidato in luglio: nei giorni scorsi il presidente dell’Apsa (il “ministero del Tesoro” vaticano, che ha in portafoglio gli investimenti sui mercati internazionali), cardinale Domenico Calcagno, ha detto: «Nel 2012 abbiamo portato a casa a la pelle, poteva andare molto peggio».

ilsole24ore

Papa Bergoglio: dichiarazione choc “Lo Ior non è tanto necessario”

A seguito dell’elezione del nuovo Pontefice, e dopo il cratere nero ampiamente disquisito apertosi dentro e fuori le mura leonine grazie alla scandalosa vicenda di Vatileaks, lo Ior, l’Istituto per le opere di religione, non è più stato menzionato da nessuno. In realtà, la corruzione disvelata tra i meandri di potere della più ampia cassa religiosa non è affatto passata in sordina. La valenza, sino a poco tempo fa, neanche lontanamente contestabile dell’Istituto oggi è stata messa in dubbio dallo stesso Pontefice uscente, Papa Francesco I.

“È sì necessario, ma fino a un certo punto”. È stato infatti questo il senso ‘temerario’ di un passaggio estrapolato dall’intervento di Sua Santità durante l’omelia della messa celebrata mercoledi nella Domus Santa Marta, dinanzi la folta schiera di presenti, tra cui proprio i dipendenti della Banca Vaticana. “Ci sono quelli dello Ior, scusatemi eh, tutto é necessario, gli uffici sono necessari, ma sono necessari fino a un certo punto”, si è spinto a dire, senza remore, il Pontefice. Forse sarà proprio la ferma credenza nei valori fondanti il messaggio di Cristo di semplicità e povertà, mostrata da Bergoglio negli anni precedenti al pontificato, e ora largamente trasportata entro il Soglio pontificio, ad aver portato il Papa a palesare un convincimento così netto, peraltro mai avanzato pubblicamente da nessun pontefice prima di lui.

In occasione dell’udienza generale in Piazza San Pietro, il Papa Francesco ha poi rivolto il proprio appello direttamente ai giovani: “A voi che siete all’inizio della vostra vita, chiedo: avete pensato ai talenti che Dio vi ha dato? Avete pensato come metterli a servizio degli altri? Non sotterrate i talenti, scommettete su ideali grandi che renderanno fecondi i vostri. Cari giovani, abbiate un animo grande, non abbiate paura di sognare cose grandi”. Il Papa ‘semplice’ non si certo rifiutato poi di rispondere alle rappresentanti del movimento Nonne di Plaza de Mayo, le quali in conclusione dell’udienza generale, ne hanno richiesto l’aiuto nella ricerca, tramite gli archivi della Chiesa argentina e del Vaticano, dei figli dei desaparecidos sottratti ai genitori durante la dittatura.

Aprire i registri della Chiesa per cercare figli desaparecidos. Potete contare su di me”, ha ribadito il Pontefice. Papa Francesco in merito alla peculiare natura dell’Istituto creditizio vaticano è tornato a sottolineare l’importanza di non rischiare di trasformare la Chiesa in una vera e propria Ong: “E quando la Chiesa vuol vantarsi della sua quantità e fa delle organizzazioni – ha spiegato sempre durante la celebrazione mattutina – e fa uffici e diventa un po’ burocratica, la Chiesa perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in una Ong. E la Chiesa non è una Ong. È una storia d’amore. Ma ci sono quelli dello Ior  -ha aggiunto Francesco- scusatemi, eh! (…) Ma sono necessari fino ad un certo punto: come aiuto a questa storia d’amore. Ma quando l’organizzazione prende il primo posto, l’amore viene giù e la Chiesa, poveretta, diventa una Ong. E questa – ha concluso Papa Francesco – non è la strada”.

leggioggi.it

“Il Papa pensa a comunione ai divorziati risposati”. Ma il Vaticano smentisce

 “Non è in preparazione nessun documento sulla comunione ai divorziati risposati”. La smentita, stringata ma decisa, arriva dal Pontificio Consiglio per la Famiglia, il dicastero vaticano guidato da monsignor Vincenzo Paglia, esponente di punta della Comunità di Sant’Egidio fondata dal ministro Andrea Riccardi. “Non c’è fondamento alcuno – si legge in una nota vaticana – in merito alla notizia, diffusa da alcuni organi di stampa, che sia in preparazione un documento sulla comunione ai divorziati risposati”. Il riferimento, seppur non esplicito, è a un articolo pubblicato oggi su La Repubblica dove si legge che Papa Francesco avrebbe ascoltato la richiesta rivoltagli da diversi vescovi italiani, ricevuti in questi giorni in Vaticano per la visita ad limina interrotta dalle dimissioni di Benedetto XVI: trovare nuove soluzioni per i divorziati risposati che oggi non sono ammessi a ricevere l’Eucaristia.

“Francesco – scrive oggi Repubblica – ha ascoltato in silenzio e poi, ricevendo in udienza sabato scorso monsignor Vincenzo Paglia, capo del ‘ministero’ vaticano che si occupa di famiglia, ha girato a lui la richiesta dei vescovi. Ciò – prosegue il quotidiano – significa che, nei prossimi mesi, il ‘ministero’ della famiglia, guidato da Paglia – che già sta lavorando a un testo riguardante i ‘fidanzati’ dovrà lavorare alla redazione di un documento nel quale trovare ‘nuove soluzioni per i divorziati risposati’ perché – si legge ancora – troppa la sofferenza delle famiglie che hanno perso l’unità per divorzi o separazioni”. È indubbia, però, la richiesta di moltissimi fedeli divorziati risposati che sperano, oggi più che mai, che Papa Francesco possa concedere loro qualche apertura. La loro sofferenza aumenta quando a ricevere abitualmente la Comunione sono divorziati risposati “celebri”, che spesso ricevono un trattamento “privilegiato”.

Su questo aspetto il cardinale di New York, Timothy Michael Dolan, subito dopo l’elezione di Bergoglio, ha spiegato con chiarezza che sbaglia chi attende da Papa Francesco grandi cambiamenti nella dottrina della Chiesa su questioni delicate. “Mi aspetto – ha affermato Dolan – che Bergoglio riesca a dare alla Chiesa un aspetto più attraente e accogliente. Però Papa Francesco non può cambiare la sostanza, le certezze della Chiesa, ma può sempre cambiare il modo in cui vengono presentate”. Anche il vaticanista de La Stampa, Andrea Tornielli, nella sua biografia del Papa argentino, “Francesco insieme” (Piemme), scrive che “non è escluso che possano essere fatti dei passi nella direzione dei divorziati risposati: anzitutto per farli sentire amati e figli della Chiesa che, pur non potendo ricevere la comunione sacramentale, devono essere accolti e sentirsi parte della comunità”.

Nella lettera agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione, “Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito”, l’allora arcivescovo di Milano, il cardinale Dionigi Tettamanzi, spiegava così la norma della Chiesa che impedisce ai divorziati risposati di accedere alla Comunione: “Nell’Eucaristia abbiamo il segno dell’amore sponsale indissolubile di Cristo per noi; un amore, questo, che viene oggettivamente contraddetto dal ‘segno infranto’ di sposi che hanno chiuso un’esperienza matrimoniale e vivono un secondo legame”. Ma, spiegava Tettamanzi, “la norma della Chiesa non esprime un giudizio sul valore affettivo e sulla qualità della relazione che unisce i divorziati risposati. Il fatto che spesso queste relazioni siano vissute con senso di responsabilità e con amore nella coppia e verso i figli è una realtà che non sfugge alla Chiesa e ai suoi pastori. Non c’è dunque – concludeva Tettamanzi – un giudizio sulle persone e sul loro vissuto, ma una norma necessaria a motivo del fatto che queste nuove unioni nella loro realtà oggettiva non possono esprimere il segno dell’amore unico, fedele, indiviso di Gesù per la Chiesa”. Una norma che, è facile prevederlo, non sarà modificata nemmeno da Papa Francesco, ma che potrà essere meglio spiegata e accompagnata da gesti significativi di accoglienza verso tanti credenti divorziati risposati.

 Francesco Grana – ilfattoquotidiano.it

Papa: allo studio soluzione per riaccogliere divorziati risposati

Il tema complesso e doloroso della piena riammissione ai sacramenti della Chiesa i divorziati risposati sarebbe ormai sul tavolo di papa Bergoglio. A darne notizia, il quotidiano ‘La Repubblica’ che ricorda come lo scottante tema, piu’ volte preso in esame anche dai precedenti papi ma mai risolto, e’ stato sottoposto all’attenzione del pontefice da molti vescovi italiani nei giorni scorsi. Presuli che avrebbero chiesto a Papa Francesco di trovare nuove soluzioni per riammettere alla comunione i divorziati risposati.

”Istanze – sostiene il quotidiano – che Bergoglio ha recepito, incaricando mons. Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio consiglio per la Famiglia, di redigere un documento e trovare una soluzione al problema”.

Tra le soluzioni al vaglio quella della valutazione ”caso per caso”, in continuita’ con l’apertura gia’ auspicata da Benedetto XVI in un colloquio con i preti della diocesi di Aosta nel 2005. ”Molti di coloro che sono passati a una seconda convivenza probabilmente – si afferma – hanno contratto un primo matrimonio ecclesiastico ‘senza fede’.

Quindi, nullo il primo matrimonio, possono tornare alla pratica cristiana ed essere ammessi alla comunione. La Chiesa cattolica cosi’ – aggiunge ‘La Repubblica’ – potrebbe rivedere la posizione del 1994, quando l’allora cardinale Joseph Ratzinger difendeva l’impossibilita’ di riconoscere una nuova unione, di fronte a un primo matrimonio valido”.

asca

A cinquant’anni dal Vaticano II si moltiplicano in tutto il mondo i gruppi che chiedono un rilancio dello spirito conciliare e l’avvio di una nuova stagione di riforme

Le proposte vanno dall’abolizione dell’obbligo del celibato all’ordinazione sacerdotale delle donne, dalla partecipazione delle comunità cristiane alla scelta di vescovi e parroci a una più effettiva collegialità episcopale attorno al papa, dall’accesso dei divorziati risposati ai sacramenti al superamento di ogni discriminazione verso le minoranze sessuali. A queste sollecitazioni Roma ha sino ad ora risposto solo sanzionando i loro promotori oppure con provvedimenti in direzione opposta, preferendo la strada dell’irrigidimento disciplinare e del rilancio della “identità cattolica” tradizionale. Di queste tensioni il libro da conto. Partendo dalla ricostruzione delle recenti vicende esemplari, come il pensionamento anticipato imposto al vescovo australiano di Toowoomba, mons. Bill Morris, e il contenzioso ancora aperto tra i dicasteri romani e la Conferenza delle superiori delle suore statunitensi, queste pagine, riscattandoli dal silenzio, offrono un compendio finalmente completo dei principali movimenti riformatori che negli ultimi anni sono sorti soprattutto in Europa, in particolare a partire dal clamoroso caso dei “preti disobbedienti” austriaci. Movimenti che in questa fase nuova possono tornare a sperare in un dialogo e confronto.

Il dissenso soffocato: un’agenda per Papa Francesco

A stimolare la crescente “presa di parola” di presbiteri, religiosi, religiose, laici e laiche a favore di tali cambiamenti sono i “punti di crisi” che i credenti e le comunità cristiane si trovano a vivere. […] E senza dubbio sul modo di affrontare le questioni qui sollevate si giocherà buona parte del pontificato di Papa Francesco. (dall’introduzione degli autori)

Sembra quasi che Papa Francesco sia arrivato al momento giusto. Quello di raccogliere il bisogno di ascolto, inclusione, confronto che da più parti nelle Chiese sparse nel mondo, soprattutto fuori dall’Italia, è cresciuto. Vescovi, comunità parrocchiali intere, ordini religiosi e monastici, laici impegnati hanno da tempo chiesto al papato, invocando il Concilio Vaticano II, un tempo di coraggio e di coerenza. Il loro era apostrofato come dissenso. Ora, forse, quel dissenso può essere letto come proposta.

Il dissenso soffocato: un’agenda per Papa Francesco (collana paginealtre, pp. 300, Euro 18,50) è la novità delle edizioni la meridiana curata da Mauro Castagnaro e Ludovica Eugenio che ha provato a raccogliere e raccontare le esperienze più significative di ‘dissenso soffocato’ cresciute negli ultimi anni nell’ambito della Chiesa. Mauro Castagnaro – collaboratore dell’associazione italiana “Noi siamo Chiesa” – e Ludovica Eugenio – giornalista redattrice del settimanale di informazione religiosa “Adista” – hanno trasformato queste esperienze nei temi di lavoro per l’agenda di Papa Francesco: la povertà, il ruolo delle donne, la scelta della dimensione relazionale (soprattutto in merito alla partecipazione delle comunità cristiane alla scelta di vescovi e parroci a una più effettiva collegialità episcopale attorno al Papa), l’attenzione al creato, la sobrietà economica, ma anche la collegialità nella Chiesa, il celibato dei sacerdoti, temi di etica pubblica e sessuale.

Partendo dalla ricostruzione di alcune vicende esemplari recenti, come il pensionamento anticipato imposto al vescovo australiano di Toowoomba mons. Bill Morris e il contenzioso ancora aperto tra i dicasteri romani e la Conferenza delle superiori delle suore statunitensi, queste pagine, riscattandoli dal silenzio, offrono un compendio finalmente completo dei principali movimenti riformatori che negli ultimi anni sono sorti soprattutto in Europa, in particolare a partire dal clamoroso caso dei “preti disobbedienti” austriaci. Movimenti che in questa fase nuova possono tornare a sperare in un dialogo e confronto.

A queste sollecitazioni Roma ha sino ad ora risposto solo sanzionando i loro promotori oppure con provvedimenti in direzione opposta, preferendo la strada dell’irrigidimento disciplinare e del rilancio della “identità cattolica” tradizionale. Di queste tensioni il libro da conto.

Sono temi la cui sensibilità è nelle corde di Papa Francesco. Questo ci lascia sperare che lui sia arrivato al momento giusto per mettere in agenda le questioni, ispirando le soluzioni a maggiori scelte evangeliche e conciliari.

quotidianoitaliano.it

Processo al prete che disse a una madre «Non denunciare chi molesta tua figlia»

Un parroco non è una persona qualunque. E se consiglia ad una vittima di non denunciare un abuso sessuale, il suo non è un consiglio ma un reato, e il prete va processato: perché in questo modo ha fornito al violentatore un robusto, concreto aiuto per non essere chiamato a rispondere del suo delitto.
Da pastore del gregge, potrebbe dirsi, il prete si è fatto complice del predatore. Per questo la Cassazione ha annullato il proscioglimento da parte del giudice preliminare di Savona del parroco di un paese del ponente ligure, Pietra Ligure, incriminato per avere cercato di dissuadere una parrocchiana dal rivolgersi ai carabinieri, dopo avere scoperto che la propria bambina aveva ricevuto le pesanti attenzioni di un collaboratore parrocchiale. Ma la donna, fortunatamente, non ha ascoltato il consiglio del suo parroco. Anzi, dopo avere denunciato il violentatore ha denunciato anche il prete. Che ora, dopo la decisione della Cassazione, finirà a processo per favoreggiamento.
«Devi dire a tua figlia che la denuncia è contro la Chiesa». La frase terribile non venne pronunciata in un confessionale o in un incontro in parrocchia. Ma nulla cambia. Perché l’autorità morale che il parroco riveste è una autorità permamente. E in quel caso non gli lasciava risposta possibile che quella di mandare la donna a denunciare immediatamente l’orco. Invece le disse di tacere.
La vicenda avviene a Pietra, uno dei tanti che d’estate si affollano di villeggianti, e che nel resto del tempo sono microcosmi dove tutti si conoscono. La vittima è una bambina, meno di dieci anni. Quando la madre si rende conto di quanto è accaduto, si rivolge alla persona di cui ha più fiducia, cioè il parroco, don Luigi Fusta. Ed è lui che, si legge nella sentenza, «cercava di dissuaderla dallo sporgere denuncia suggerendole espressamente di non fare nulla». Indagato per favoreggiamento, don Luigi nel luglio dell’anno scorso si era visto prosciogliere dal giudice preliminare di Savona con una motivazione singolare. Poiché la madre della bambina non aveva alcun obbligo giuridico di denunciare il violentatore di sua figlia, il parroco che le aveva consigliato la strada del silenzio non l’aveva istigata a commettere alcun reato. Inoltre, secondo il giudice, non c’era la prova che la mancata denuncia avesse davvero aiutato il violentatore a farla franca: «l’omessa denuncia costituirebbe atto neutro che non elude le investigazioni, anche se non le aiuta e non ne determina l’avvio».
Ora la sentenza della Cassazione (le motivazioni sono state depositate nei giorni scorsi, scritte dal giudice Angelo Capozzi) spazza via quella sentenza assolutoria. «Si esula – scrive la Suprema Corte – dall’ipotesi del mero consiglio (…) l’imputato ha invece abusato della qualità rivestita, violando i doveri connessi al suo ministero pastorale, allorquando ha strumentalizzato il legame spirituale di colei che gli si era rivolta in quel grave frangente». «Ponendo, senz’altro e radicalmente, in conflitto la denuncia con la stessa istituzione religiosa», don Luigi avrebbe «conculcato la libera determinazione della madre così pressa ad omettere la denuncia ed a condizionare nello stesso senso la piccola vittima».
La Cassazione rimprovera al giudice che ha assolto il prete di non avere affatto considerato «la qualità di ministro del culto rivestita dall’imputato con la correlata violazione dei doveri discendenti da detta qualità». Il parroco, si legge nella sentenza, si servì per convincere la donna «dell’autorità e il prestigio connessi alla qualità di sacerdote» e violando i doveri «anche generici, nascenti da tale qualità». Insomma: alla richiesta di aiuto della madre, il parroco rispose secondo quella «tradizione di omertà» che Carlo Maria Martini denunciava come l’atteggiamento troppo frequente della Chiesa davanti agli abusi.

ilgiornale.it

Milano, arrestato missionario portoghese: abusava di una 12enne

l 39enne sacerdote ha costretto per tre anni la ragazzina, ora 15enne, a baciarlo e ad essere palpeggiata da lui. La ragazza si è sfogata con lo psicologo della scuola e il 20 marzo il missionario è stato arrestato.

Era un amico di famiglia, oltre che un missionario. Così il 39 enne portoghese S.F. per ben tre anni ha potuto liberamente abusare di una ragazza, figlia della coppia sua amica, che quando è iniziato tutto aveva solamente 12 anni. In questo periodo la ragazza ha cercato timidamente di far capire ai genitori quello che stava succedendo ma questi non le hanno creduto, facendosi invece convincere dal sacerdote che quelle lamentele fossero solamente invenzioni di un’adolescente. La giovane, oggi 15 enne, non ha più retto e nello scorso gennaio ha raccontato tutto allo psicologo della sua scuola. Ha confidato che per tre anni è stata molestata dal missionario: baci, palpeggiamenti ma mai un rapporto completo. Questo fino a fine 2012 quando i suoi genitori hanno cominciato ad insospettirsi, mentre in precedenza, convinti dal sacerdote, avevano creduto che si trattasse di un modo di “attirare l’attenzione” da parte della ragazza. Lo psicologo ha subito avvertito la famiglia e le autorità. Tre mesi fa sono così partite le indagini: sono stati sentiti gli insegnanti e il preside della scuola della giovane e anche i sacerdoti dell’oratorio da lei frequentato. Il 20 marzo si è proceduto all‘arresto del sacerdote che da anni risiedeva in un istituto missionario milanese. L’accusa per lui è di violenza sessuale su minore. La notizia dell’arresto è arrivata solo in questi giorni.

net1news.org

Famiglie e sacerdoti «Educare insieme»

Impegnate in sfide sempre più urgenti, una su tutte quella educativa, la famiglia e la comunità cristiana trovano nella collaborazione tra presbiteri e sposi una nuova «sorgente di fecondità». Una fonte capace di arricchire entrambi (coniugi e preti) e di far crescere la società.

Sono questi i temi che saranno affrontati nella XV Settimana di studi sulla spiritualità coniugale e familiare, in programma dal 24 al 28 aprile a Nocera Umbra (Perugia), che chiuderà il biennio avviato nel 2012. «Dove la ministerialità sponsale si integra con la ministerialità del presbitero – spiega don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio famiglia della Cei, che ha promosso la Settimana – la comunità cristiana ne riceve una sorgente di fecondità. La Grazia di Cristo, infatti, è all’origine del sacramento dell’ordine e del sacramento del matrimonio. La vocazione sponsale e quella presbiterale hanno nel battesimo l’unica radice e nell’Eucarestia la medesima forza sorgiva».

Sono queste, quindi, le fondamenta di un impegno pastorale che vede sposi e sacerdoti collaborare, mettendo in comune talenti e carismi per arrivare a una «spiritualità più ampia fondata sulla carità», aggiungono i coniugi Giulia e Tommaso Cioncolini, collaboratori dell’Ufficio nazionale per la famiglia.

«Per troppo tempo – aggiungono – gli sposi si sono occupati della propria casa e i sacerdoti della canonica. C’è invece una comunità più ampia che chiede agli uni e agli altri di uscire per essere presenti in maniera feconda dove più forti sono le sfide da affrontare».

Il banco di prova non è solo l’Italia ma sempre di più l’Europa e una legislazione comunitaria che «sta continuamente mettendo in discussione il ruolo della famiglia come fondamento della società». Per approfondire, con testimonianze sul campo, queste tematiche, a Nocera sono stati chiamati ad intervenire esperti di altri Paesi. La professoressa Blanca Castilla, docente all’Istituto Giovanni Paolo II di Madrid, giovedì 25 aprile inquadrerà “celibato a matrimonio nel contesto culturale contemporaneo”, mentre il professor Yves Semen, docente di teologia del corpo all’Istituto Philantropos di Friburgo (Svizzera), interverrà su “genitorialità dei coniugi e paternità del presbitero”. Infine, venerdì 26, don Emmanuel Goulard, formatore al seminario Saint-Cyprien, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica di Tolosa, in Francia, terrà una relazione su “La Parola di Dio guida sposi e presbiteri nell’edificare la Chiesa”.

«Anche attraverso questi contributi – continuano i coniugi Cioncolini – vogliamo aiutare la famiglia a riappropriarsi del ruolo che le compete nella società, dimostrando di essere una cellula vivificante, capace di tessere reti solide e feconde per uscire dalla crisi anche l’Europa è precipitata».

Esempi di queste reti saranno portati anche durante la Settimana. Sempre giovedì 25 la diocesi di Milano presenterà l’esperienza di Casa Nicodemo, luogo dove i giovani possono vivere giornate di crescita umana e spirituale. Sabato 27 è prevista una tavola rotonda per presentare testimonianze di fecondità tra presbiteri e sposi negli ambiti dell’affettività, della fragilità e del lavoro e festa.

La diocesi di Fidenza (Parma) presenterà il percorso “Il corpo racconta” per un’educazione degli adolescenti alla verità dell’amore. La diocesi di Pescara-Penne parlerà del “Percorso Samaria”, pensato per le famiglie lacerate da separazioni e divorzi. Infine, la diocesi di Padova presenterà l’esperienza della “Domenica delle tre erre: relazione, riposo e Risorto”, per coniugare i tempi e i luoghi della festa. Infine, domenica 28 aprile, giornata conclusiva della Settimana, la diocesi di Locri-Gerace (Reggio Calabria) presenterà esperienze nell’ambito della trasmissione della fede ai figli.

Ulteriori testimonianze di fecondità ministeriale di sposi e sacerdoti saranno portate nei cinque laboratori su affettività, fragilità, cittadinanza, tradizione, lavoro e festa. Ciascuno di questi ambiti sarà curato da tutor (una coppia di sposi e un sacerdote), che, in questi due anni, hanno coordinato le riflessioni sul territorio e ora sono chiamati a tirare le fila del lavoro svolto. Anche da qui, oltre che dal “Mercatino delle idee” (vedi articolo sotto), arriveranno nuove proposte per una pastorale familiare sempre più attenta alle tematiche emergenti, tra cui la tutela dell’ambiente, la mondialità, la missionarietà e il consumo critico e solidale.

 

Paolo Ferrario – avvenire.it

Chiesa: non irrigidendoci su modelli che nel passato hanno giocato un ruolo importante ma che da almeno un secolo meritano di essere adeguatamente e pacatamente riformati

Tutte le volte che Roberto de Mattei scrive sul Foglio, gli storici e i teologi italiani un po’ si irritano e un po’ si agitano. Perché l’ex vicepresidente del Cnr è abile a pungere sul vivo la koinè religiosa post conciliare in nome della tradizione, alla quale ormai resterebbero fedeli soltanto lui e la piccola ma agguerrita pattuglia di cattolici di cui è il portavoce di fatto.

Il teologo Andrea Grillo, docente al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo (l’università romana dei benedettini), riconosce che De Mattei centra il discorso quando dice che occorre “riflettere sul papato come istituzione, più che sul Papa come personaggio”, ma poi De Mattei aggiunge subito che “tra l’11 febbraio e il 13 marzo del 2013, sembra essere stata profondamente ferita la stessa costituzione del papato”. E questo, ci dice Grillo, è “un pregiudizio ideologico, una lettura del tutto unilaterale che si fa ancora più evidente quando De Mattei prova ad argomentare: da un lato le dimissioni di Papa Benedetto sarebbero state ‘un evento canonicamente legittimo, ma dall’impatto storico devastante’, dall’altro la decisione di Ratzinger di autodefinirsi ‘Papa emerito’ sarebbe percepita come una sorta di vulnus alla immediata comprensione della unicità della guida della chiesa cattolica”. E guai se il Papa emerito dovesse pubblicare qualcosa, avverte De Mattei: “Si dissolverebbe la percezione di ciò che è atto magisteriale e ciò che non lo è, frantumando quel concetto di infallibilità, di cui tanto a sproposito spesso si parla”.

Nel suo articolo De Mattei prende di mira anche Severino Dianich, il decano degli ecclesiologi italiani, per la sua tesi del “passaggio da una visione giuridica della chiesa, basata sul criterio di giurisdizione, a una concezione sacramentale, basata sull’idea di comunione… Il Papa non governa ‘dall’alto’ la chiesa, ma la guida nell’ordine della comunione… Queste tesi sono storicamente false – sostiene De Mattei – La storia del papato non è infatti la storia di forme storiche diverse e tra loro confliggenti, ma l’evoluzione omogenea di un principio di suprema giurisdizione”.
“Mi sorprende che sia uno storico ad accusare uno dei migliori teologi italiani – replica Grillo – riproponendo una teoria del papato che non ha più alcun fondamento né sul piano storico né in dottrina. Qui lo storico, arrogandosi il ruolo di teologo, finisce in un mare di contraddizioni. Anzitutto perché pretende di derivare direttamente dalle parole di Gesù di Nazareth l’istituzione del principio di suprema giurisdizione, traendolo da Matteo 16,14-18. Bisognerebbe ricordare a De Mattei ciò che diceva Chesterton, ossia che i cattolici, quando entrano in chiesa si levano il cappello, non la testa. Da almeno settant’anni una lettura così apertamente ingenua del testo evangelico non ha alcuna autorevolezza né scientifica né spirituale”, conclude Grillo.

De Mattei ha riassunto così la sua tesi: “Il papato è una monarchia assoluta in cui il Sommo Pontefice regna e governa e non può essere trasformato in una monarchia costituzionale, in cui il sovrano regna ma non governa. Un cambiamento di tale governo non toccherebbe la forma storica, ma l’essenza divina del papato”. Una tesi “totalmente ideologica e che legge la tradizione in modo tradizionalistico – ribatte Grillo – De Mattei legge la storia con strumenti teologici rudimentali, perseverando in una contrapposizione tra sacramento e giurisdizione che gli garantisce un fraintendimento di tutta la tradizione, letta secondo una contrapposizione del tutto antistorica tra modernità dissolutrice e chiesa monarchica antimoderna” (senza contare che l’esercizio della giurisdizione si è sempre evoluto con la società, come ha dimostrato in pagine fondamentali Paolo Prodi, un altro storico tirato in ballo da De Mattei).

Ma in questo modo di ragionare è presupposta un’altra contrapposizione: il Papa dei mass media da un parte e il Papa della teologia e del diritto canonico dall’altra. “E’ la stessa cosa che hanno cercato di fare con il concilio – osserva Grillo – Il rischio altissimo di queste letture consiste nell’usare la teologia come alibi, per garantirsi di non essere qui, in questa storia, in questi mutamenti, in queste benedette aperture. Ma non si può usare la teologia e il diritto canonico come armi per difendersi dalla realtà, è solo una forma di relativismo capovolto. Noi restiamo cattolici perché non accettiamo che l’infallibilità sia semplicemente liquidata, ma nemmeno che sia inopportunamente enfatizzata. Dobbiamo superare questa apologetica di sapore ottocentesco per difendere la tradizione in tutta la sua ricchezza, in tutta la sua complessità e in tutta la sua inesauribile capacità di sorprenderci. Vogliamo fare gli storici e i teologi accettando la storia nella sua irriducibile effettività. Se De Mattei continua a difendere il papato identificandolo con questo concetto di infallibilità, e in questo modo teologicamente rozzo, finirà per convincere i lettori che un tale fenomeno, così sfigurato, non abbia più alcun margine di plausibilità storica”.

Grillo, che di mestiere studia ciò che è più vivo del mistero cristiano, la liturgia, sostiene che “quello che cambia oggi con Papa Francesco non è il personaggio ma l’istituzione”. Proprio questo spaventa De Mattei e i suoi amici che, dopo l’ipoteca lanciata sul pontificato di Ratzinger (il quale peraltro li ha spiazzati con la sua rinuncia), temono il peggio. “Invece questo è ciò che dobbiamo accogliere docilmente come novità dello Spirito, non irrigidendoci su modelli che nel passato hanno giocato un ruolo importante ma che da almeno un secolo meritano di essere adeguatamente e pacatamente riformati”, conclude Grillo.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Marco Burini

Teologia: Il pensiero di Karl Barth , uno dei più alti messaggi della meditazione religiosa del secolo scorso

di Stefano Piazzese

Nei primi anni del novecento si manifesta una profonda crisi della teologia liberale. Gli eventi storici si affiancavano ad una crisi spirituale che spinse i teologi a prendere atto della problematicità di tante “sicurezze” di ieri: la fede nella ragione, il privilegiamento della prospettiva umanistico-storicistica, l’esistenza di valori etici universali e oggettivi. Questa fase di profonda crisi indusse molti a considerare superficiale e ottimistica la teologia liberale e a riproporre con nuova drammaticità , con un novo linguaggio la limitatezza e la peccaminosità del mondo terreno, l’irriducibilità della trascendenza all’immanenza, la distanza tra l’umano il divino. Il pensiero kierkegaardiano era il punto fermo dove alcuni teologi orientarono la loro riflessione e su questi temi vollero definire il loro pensiero “dialettico” non nel senso hegeliano di un superamento e inveramento degli opposti, ma in quello kierkegaardiano della presenza di una tensione costitutiva e irresolubile tra essi. La celebre rivista “Tra i tempi” ebbe un ruolo di grande importanza nella propaganda della teologia “Dialettica”. Il gruppo redazionale era composto da: Rudolf Bultmann, Friedrich Gogarten, Eduard Thurneysen, Emil Brunne e Karl Barth che ovviamente era la personalità di maggior rilievo tra i nuovi teologi “dialettici”. Karl Barth (Basilea, 10 maggio 1886 –Basilea, 10 dicembre 1968) ), nato in Svizzera studia presso varie università svizzere e tedesche acquisendo una formazione in linea con le tendenze dominanti nel mondo protestante di inizio Novecento. Suoi maestri sono i teologi liberali Herrmann eHarnack, sue letture preferite Schleiermacher e Kant. In linea con questa corrente teologica Barth matura interesse per l’indagine storico-critica, l’interpretazione della fede come “sentimento interiore”, la riduzione del cristianesimo a messaggio morale di cui Cristo sarebbe stato il più esemplare portatore.

Nel tempo varie influenze si sovrappongono a questa base e portano Barth a maturare una sensibilità molto diversa.L’attività pastorale, iniziata nel 1909, il contatto con la questione operaia, la povertà materiale e culturale dei suoi parrocchiani, la difficoltà a trasmettere e insegnare il Regno di Dio, maturano in lui la convinzione della abissale distanza tra la teologia liberale, che aveva imparato all’Università, e la condizione esistenziale concreta della chiesa. Il Regno di Dio diventa una realtà “indicibile”, problematica, trascendente e che se agisce, agisce al di fuori delle capacità umane e delle istituzioni storiche.

Lo scoppio della prima guerra mondiale nel 1914, porta Barth a prendere le distanze dai suoi maestri tedeschi che avevano dichiarato il loro sostegno alla guerra. Egli vive così il “tramonto degli dei”, è portato a valutare criticamente i suoi maestri e le sue convinzioni. Nel secondo decennio del Novecento si allontanò dalle posizioni della teologia liberale. Nel 1919 pubblicò uno scritto sull’Epistola ai Romani (revisionato nel 1922), fu subito considerato un’opera rivoluzionaria per la radicalità delle tesi che vi erano contenute, nonostante la forma di semplice commentario. Il motivo principale dell’Epistola ai Romani è la duplice convinzione barthiana dell’esistenza di un’insuperabile differenza ontologica tra la creatura e il creatore e della necessità di ridimensionare radicalmente le pretese esplicative del razionalismo filosofico-teologico, ricollocando al centro dell’esperienza umana la dimensione religiosa: anzi, propriamente, la fede.” Dio è in cielo e tu sei in terra e ciò significa che la linea codificata dalla teologia liberale per unire finito e infinito, uomo e Dio presenta una soluzione di continuità. Quanto alla filosofia, se tende a uccidere l’atteggiamento religioso, e se costituisce la più peculiare forma di riflessione mondana dell’uomo bisognerà saperla mettere da parte. La vicinanza di Barth a Kierkegaard si evince anche nella sua riflessione sull’umano, che fa della sua opera una delle più significative sorgenti dell’esistenzialismo europeo. Tra le più eloquenti pagine barthiane troviamo quelle dedicate all’esistenza umana e ai suoi limiti: ma è anche vero che al centro di quelle stesse pagine sta non tanto l’essere umano quanto l’essere divino – o meglio il loro drammatico rapporto. Dio è, la “figura” che attraverso la meditazione barthiana torna ad assumere – con tratti di potente originalità – un rilievo assolutamente centrale e predominante nella teologia primo-novecentesca. Dio è, per Barth, lo “sconosciuto”, il “totalmente Altro”. Dio è alterità assoluta e incolmabile differenza nei confronti di tutto ciò che è umano, e non può pertanto essere conosciuto né come potenza naturale né come forza che sta al di sopra della natura: ogni pretesa di questo tipo è un “equivoco” religioso, se non una superstizione, e si adatta a compromessi mondani. Bisogna rinunciare alla religione, la cui funzione consolatoria ha solo aiutato l’uomo a mettere fra parentesi la sua drammatica situazione. “Dio è il Dio sconosciuto, come tale egli dà a tutti la vita, il fiato e ogni cosa. Perciò la sua potenza non è né una forza naturale né una forza dell’anima, né alcuna delle più alte o altissime forze che noi conosciamo o che potremmo eventualmente conoscere, né la suprema di esse, né la loro fonte, ma la crisi di tutte le forze, il totalmente Altro, commisurate al quale esse sono qualche cosa e nulla, nulla e qualche cosa, il loro primo motore e la loro ultima quiete, l’origine che tutte le annulla, il fine che tutte le fonda.”[…] L’uomo si trova in questo mondo in prigione. Una riflessione alquanto profonda non può concedersi nessuna incertezza sulla limitazione delle nostre possibilità che sono qui e ora a nostra disposizione. Ma noi siamo più lontani da Dio, la nostra decezione da lui è più grande e le sue conseguenze sono sempre ancora più vaste di quante ci permettiamo di pensare. L’uomo è signore di se stesso (Lettera ai romani). L’uomo non può per Barth affidare le sue possibilità di salvezza né alla conoscenza razionale, né al progresso storico, bensì solo alla fede, sulla quale Barth ha scritto alcune delle pagine più intense del Novecento: ” La fede è questo: il rispetto dell’incognito divino, l’amore di Dio nella coscienza della differenza tra Dio e l’Uomo, tra Dio e il mondo, l’affermazione del ‘No’ divino in Cristo, il fermarsi, turbati, davanti a Dio […]. La fede è la conversione, il radicale nuovo orientamento dell’uomo che sta nudo davanti a Dio, che per acquistare la perla di gran prezzo è diventato povero e che per amore di Cristo è pronto a perdere la sua anima […]. La fede non è mai compiuta, mai data, mai assicurata, è sempre e sempre di nuovo, dal punto di vista della psicologia, il salto nell’incerto, nell’oscuro, nel vuoto […]. Non vi è nessuna presupposizione umana (pedagogica, intellettuale, economica, psicologica, ecc..) che debba essere adempiuta come preliminare della fede […]. La fede è sempre l’inizio, la presupposizione, il fondamento. Si può credere come Galileo e come Greco, come fanciullo e come vegliardo, come uomo colto o come ignorante, come uomo semplice e complicato, si può credere nella tempesta e nella bonaccia, si può credere a tutti i gradini di tutte le immaginabili scale umane. L’energia della fede interseca trasversalmente tutte le differenze della religione, della morale, delle condotta e dell’esperienze della vita, della penetrazione spirituale e della posizione sociale. La fede è per tutti altrettanto facile e altrettanto difficile. ” . Negli anni seguenti Barth vorrà aprire qualche strada nuova all’impegno storico-razionale dell’uomo e dell’azione della Chiesa. .Gli influssi di Dostoevskij e Kierkegaard lo avvicinano ai temi e alla sensibilità dell’esistenzialismo, pur senza identificalo con questo movimento, in quanto per Barth la centralità sta in Dio e non nell’uomo e nella sua esistenza, come abbiamo detto prima. Si pone sulla linea classica della Riforma quando si oppone ai tentativi di rapportare troppo strettamente teologia e filosofia. Il suo approccio a questo tema è chiamato “kerigmatico” in contrapposizione a quello “apologetico”. Il pensiero di Karl Barth , uno dei più alti messaggi della meditazione religiosa del secolo scorso, è stato un tentativo di purificare la teologia liberale dalle incrostazioni umanizzanti ed esistenzialistiche

cristiani.info

Con Jorge Mario Bergoglio alias Francesco l’istituzione cambia pelle. Per affrontare i tempi nuovi

Si potrebbe partire dai gesti irriverenti: l’autografo sul gesso di una ragazzina, la papalina scambiata con un fedele, le già tante maglie di calcio sventolate. Oppure soppesarne i gusti: Hölderlin e qualche dimenticato scrittore francese, Guardini e Kasper, Chagall e il cinema neorealista italiano, Anna Magnani e Astor Piazzolla. Oppure frugare nell’armadio: magari salta fuori uno scheletro o anche solo un ossicino, uno scivolone, una frase infelice, una mossa falsa. Ma è già stato fatto tutto molto bene e piuttosto inutilmente. L’aneddotica sul Jorge Mario Bergoglio alias Papa Francesco è già lievitata a dismisura e siamo vicini alla saturazione, anche perché la luna di miele con i mass media ancora regge. Meglio seguire un’altra pista, provare a riflettere su cosa sta capitando a un’istituzione fondamentale della chiesa come il papato nel passaggio di testimone tra Benedetto XVI e Francesco, nella maniera unica e sorprendente che sappiamo.

Lo chiedo al monaco tedesco Elmar Salmann, uno dei pochi talenti in circolazione ancora in grado di mescolare con perizia teologia, filosofia, letteratura, storia, arte, psicoanalisi. Dal suo punto di osservazione, la cella dell’abbazia di Gerleve in Westfalia, alla vigilia del Conclave mi aveva detto di non aspettarsi “niente di particolare”, con quel tono di affabile distacco che lo contraddistingue. Adesso, a giochi fatti, mi accompagna via telefono in una ricognizione che parte da qualche considerazione storica. “Ormai sta per chiudersi una fase della chiesa iniziata con l’epoca postnapoleonica. Dopo il trauma feudale, nell’Ottocento il cattolicesimo si costruisce come organizzazione moderna anche se sostenuto da un’ideologia antimoderna. Un’organizzazione centralizzata, efficiente, in cui nascono nuove congregazioni, istituti religiosi e associazioni di laici, si riorganizzano diocesi e seminari; e dove, soprattutto, il papato assume all’interno della chiesa un ruolo centrale, fino all’apoteosi con il dogma dell’infallibilità (nella costituzione “Pastor aeternus” del Concilio Vaticano I, 1870, ndr). Tutto ciò avviene in controtendenza con il nazionalismo del tempo. Ma ora questa fase sta per esaurirsi sia per la fine della centralità europea sia per la molteplicità delle culture che non si lasciano facilmente ricondurre a unità. In tutto ciò è evidente l’incapacità della curia romana di reggere a queste nuove dimensioni mondiali mentre assistiamo al lento trasformarsi del papato, a ben vedere già con Giovanni XXIII: da istanza giuridica, di governo e sacrale, a figura simbolica, carismatica, mediatica. Il ritiro di Papa Benedetto e il dolce stil novo di Papa Francesco sono le condensazioni più visibili di questa trasformazione”.

Un secondo elemento più spirituale della transizione in atto riguarda gli ordini religiosi che vengono tirati in ballo dai due pontefici: benedettini, francescani e gesuiti. “Questo la dice lunga sulla incisività della trasformazione in atto sul piano umano, spirituale e mistico – osserva il benedettino Salmann – Sono tre forme di vita diverse. Che prima sia un Papa dalla filosofia platonica a scegliere il nome di Benedetto e poi un gesuita a scegliere quello di Francesco denota il sorgere di una nuova costellazione di senso e una contaminazione degli ideali religiosi, che sono legati alle diverse forme di quella povertà tanto proclamata da Papa Francesco. Bisogna dire anzitutto che la vita benedettina, agli esordi, non gode di grandi splendori spirituali, è piuttosto il modo per dare rilievo a uno stato di emergenza mentre l’impero romano è in via di disfacimento. In effetti, san Benedetto intende fondare una scuola per principianti della vita spirituale, pensa a una officina dove usare gli strumenti per un buon artigianato; vuole dare un assetto, un ordine agli spazi e ai tempi nell’epoca di migrazioni globali, in vista di una vita comunitaria coram Deo, davanti a Dio. In san Benedetto, poi, abbiamo una forma sobria, tardoromana, dell’ideale monastico importato dal vicino oriente. Grande è anche l’arte di san Benedetto nel riprendere diversi filoni di spiritualità e di ordini religiosi, copiando ciò che serviva al suo scopo – anche questo è un atto di umiltà. Sempre con la sua discrezione, Benedetto fa balenare davanti ai nostri occhi l’ideale del vero monaco salvo poi confezionarlo in vista della sua vivibilità”.
Il secondo archetipo è Francesco d’Assisi. “La spiritualità francescana vuole seguire il Cristo nudo – dice Salmann – soprattutto per come si mostra nel presepe e nel passaggio della morte: qui è la presenza qualificante di Dio. Adeguandosi a questi stati di passaggio, tutta la vita e la natura appaiono come simboli di tale presenza. La creazione parla della presenza del Dio umile”. A questo proposito, Salmann ricorda il celebre episodio affrescato da Giotto nella basilica superiore di Assisi: “Papa Innocenzo ebbe un incubo in cui vedeva la chiesa in sfacelo e una figura profetica che poteva salvarla. Certo, non avrebbe mai immaginato che gli comparisse davanti un uomo vestito con il saio dei poveri, eppure andò esattamente così. Perché è il nudo, il profeta, che ricostruisce una chiesa all’apparenza potente ma interiormente in crisi”.

E poi c’è il terzo archetipo della transizione in atto, Ignazio di Loyola e la sua formidabile invenzione: la Compagnia di Gesù. “In un tempo di passaggio altrettanto difficile – continua il monaco tedesco –, tra Rinascimento e Riforma, i gesuiti nascono dall’intuizione di un cavaliere in pensione, zoppicante, che con pochi compagni va a Parigi per studiare teologia. E poi dà il via a un grande esperimento, gli Esercizi spirituali, un laboratorio per trovare la volontà di Dio nelle mosse dell’anima e confrontandole con gli stati della vita di Gesù. Nasce così un ordine senza clausura, senza coro, senza abito, con uomini disposti a lasciarsi mandare dove non avrebbero mai nemmeno immaginato. Mi viene in mente il gesuita all’inizio del ‘Soulier du satin’ di Claudel che si trova sul relitto di una nave, legato all’albero maestro, e prima di affondare invoca il suo Dio. Ora un altro gesuita latino-americano prende il mare per approdare nella vecchia Europa e riprendere la strada della povertà, della nudità e dell’essere inermi dentro una chiesa ancora potente ma ormai priva di splendore. Come se, sulla scia di Francesco e Ignazio, dovessimo tornare a Gerusalemme e bussare di nuovo alla porta del Nuovo Testamento per trovarvi la nostra misura e la speranza dell’inedito. Come se, adesso, dovessimo vivere la storia di quella povertà non più come un ideale spirituale ma come un punto di partenza concreto, come la realtà in cui ci troviamo a vivere”.

“Ah, come vorrei una chiesa povera e per i poveri!”, ha esclamato Papa Francesco davanti ai giornalisti di tutto il mondo tre giorni dopo l’elezione. E poi ha insistito più volte sulle “periferie”, sul servizio agli ultimi; il Giovedì Santo ha lavato i piedi ai ragazzi del carcere minorile di Roma. Non perde occasione per parlare di “misericordia” e “tenerezza”.

Secondo Salmann, questa può essere la risposta a “una chiesa che ha perso il potere, che è divenuta inerme, vulnerabile, confutata, ed è in cerca di un altro stile per rappresentare il Cristo in una società democratica, pluriprospettica e globale. I gesti profetici del ritiro nella solitudine di Papa Benedetto e dell’inaugurazione del mandato di Papa Francesco mi sembrano voler indicare e qualificare questa situazione della chiesa, trasformandola in un kàiros promettente. Se da questa gestualità nascerà una strategia politica e trasformatrice è presto per dirlo, ma la porta verso un tale futuro è aperta, quantomeno socchiusa”.

Intanto a funzionare è la gestualità sciolta e rilassata di Bergoglio (ammicca, sorride, abbraccia, sgrana gli occhi, sostiene lo sguardo) nonché il suo eloquio breve e incisivo, di taglio giornalistico. E’ visibilmente a suo agio e disinvolto tanto quanto il suo predecessore era impacciato e spaurito; il feeling con l’opinione pubblica è stato immediato. Non a caso. I gesuiti sanno stare al mondo. A suo tempo hanno reinventato il teatro, oggi sono tra i non molti nel cattolicesimo a conoscere davvero i media, e a frequentarli con understatement. Maestri della dissimulazione onesta, puntano dritti all’obiettivo: “Todo modo para buscar la voluntad divina”. Certo, è un paradosso che proprio adesso che la modernità è finita la chiesa si affidi a uno di loro: i gesuiti sono stati i grandi precettori dell’epoca moderna. “In realtà nessuno dei tre ordini, benedettini, francescani e gesuiti, gode oggi di buona salute – nota Salmann –, eppure proprio nel momento del loro tramonto sanno spremere un succo saporito. Per quanto riguarda Papa Francesco, il suo stile verrà messo alla prova del tempo. Non bisogna scordare la trappola dell’umanizzazione del rito: dopo la decima volta che dici buonasera non significa più nulla e la semplicità dei gesti si riduce a banalità. Ratzinger correva il rischio opposto, la sua era una gestualità iperstilizzata. Ancora prima, Wojtyla aveva puntato tutto sul suo carisma di attore, di grande istrione”.

Un altro tema caro a questo Papa è la “custodia del creato” alla quale ha dedicato riflessioni molto interessanti nella messa di inaugurazione del ministero petrino. “E’ un tema tipicamente francescano – ricorda Salmann –: tutto il mondo parla di Dio, animali piante uomini, tutto fa parte del giardino di Dio, è un nascere alla gioia”. Anche “Madonna Povertà” è un’icona dello spirito francescano. “Sì, però il discorso sulla povertà non è soltanto un tema particolare di teologia o spiritualità, ma un vero e proprio locus theologicus: uno stile, una prospettiva integrale e una base comunitaria di vivere e pensare il mistero cristiano e la sua presenza feconda nel mondo. Come la teologia monastica, simbolica e sapienziale, era legata alla forma di vita nel chiostro e la teologia mistica a forme specifiche della esperienza della presenza divina così, dopo secoli di dominio insano della teologia universitaria, riemergono altri tipi di prassi e di riflessione teologica, come li conosciamo da Benedetto, Bernardo, Ildegarda – non casualmente nominata Dottore della chiesa da Benedetto XVI poco tempo fa –, Francesco di Sales, Giovanni della Croce; forme oggi più legate a un’esperienza di gruppo, come in fondo già la teologia francescana e quella del primo Ignazio”.

Il passaggio del papato da una forma prevalentemente giuridica a una forma decisamente carismatica ha delle conseguenze, non tutte gradevoli. Salmann avverte che “forse ci si comincia a interessare troppo della personalità e della biografia del singolo Papa o vescovo. E’ un biografismo insalubre che porta al culto della personalità ma anche a una sua rapida denigrazione; soprattutto in un’epoca che conosce la proscrizione facile ma non più il diritto di prescrizione, cioè l’indulgenza del dimenticare, del flusso dei tempi, del rivalutare positivamente l’evolversi di una persona. Invece oggi tutto viene scoperto e messo a nudo, anche quando i tempi, le circostanze e la persona stessa si sono trasformate. Un che di pudore, magnanimità, equo giudizio sarebbero auspicabili nel nostro giudicare le persone pubbliche”.

In effetti tutti si sono lanciati a radiografarne il passato, ma per capire Bergoglio Papa quanto conta la sua biografia e quanto invece la sua azione odierna assistita dalla cosiddetta grazia di stato, se si può ancora dire così? “Una volta si parlava di grazia di stato o di santità di ruolo. Ma oggi il rispetto dell’officium, di cui parlavano Cicerone e Ambrogio, non c’è più, nel bene e nel male. E’ il contraccolpo dell’enfasi carismatica e biografica che si riverbera su qualunque figura pubblica. E’ venuto a mancare quel sovrappiù di decoro e dignità dell’ufficio rispetto alla biografia del singolo. Ho ben presente il caso del ministro dell’Istruzione tedesco, Annette Schavan, che poco tempo fa s’è dovuta dimettere per avere copiato ben trent’anni fa una tesi di dottorato. E’ un’esagerazione ma con Internet sta dilagando una frenesia di persecuzione degli eretici, si spulcia ovunque in cerca di plagi e non si mette mai termine alla caccia. E così i personaggi pubblici perdono la loro immunità, non sono più immuni da alcunché”. In effetti il munus, su cui ha scritto pagine illuminanti Roberto Esposito, è il nocciolo e il nodo di qualunque istituzione. “E’ vero – mi dice Salmann – il munus è un problema che tocca tutte le istituzioni che chiedono rispetto per se stesse, in quanto tali. Ed è il sintomo fondamentale del nostro mondo. Certo le zone d’ombra ci sono, a volte si fa abuso dell’immunità ma l’immunità aveva un senso, garantiva una certa incolumità ai rappresentanti pubblici. L’enfasi psicoanalitica, invece, ci ha portato a un biografismo che non perdona nulla, a una colpevolizzazione infinita”. L’oblio è merce rara, oggigiorno. “D’altronde siamo nella società del politically correct e la comunicazione è l’unico feticcio religioso rimasto. Che però sta mangiando i suoi figli, come ogni rivoluzione…”, aggiunge Salmann.

La polarità tra carisma e munus è decisiva anche per l’istituzione papale. “Bergoglio è sostenuto dal gesto carismatico che però deve trasformarsi in habitus e strategia. Finora la sua è tattica nel senso di tatto, di sensibilità per la situazione, ma poi ci vuole la strategia che è lungimiranza e processo politico”. In effetti la mossa di Bergoglio è tanto affascinante quanto rischiosa: un Papa che si chiama Francesco, ovvero l’istituzione che prende il nome del carisma. Scintilla o cortocircuito? Quest’uomo preso “quasi dalla fine del mondo”, per usare le sue parole, è uno strano ibrido che incarna i passi e i passaggi che il cristianesimo si trova a vivere. “Forse lo ha segnato l’esperienza di ambivalenza che ha vissuto ai tempi della dittatura in Argentina. Tergiversare, trattare, resistere al potere è logorante. E’ quasi più facile essere martire o collaboratore che restare in questa terra di mezzo, nella zona grigia. E ho l’impressione che il suo francescanesimo – e cioè un approccio semplice, senza sovrastrutture – nasca proprio per integrare il suo essere gesuita in una condizione storica del genere. Ha visto quella fotografia che lo riprende sul metrò? Mostra una naturalezza più francescana che gesuitica”, suggerisce il mio benedettino. Bergoglio guarda in macchina, come si dice in gergo, con un’aria indefinibile. Forse però non guarda esattamente l’obiettivo che lo immortala ma qualcosa poco più in alto, e oltre. Forse quello che lo aspetta. Quello che ci aspetta.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Marco Burini

La Chiesa non è una «organizzazione burocratica né un’impresa soltanto umana». Lo ha ricordato papa Francesco

La Chiesa non è una «organizzazione burocratica né un’impresa soltanto umana». Lo ha ricordato papa Francesco, la mattina del 24 aprile, celebrando la messa a Santa Marta, alla quale erano presenti anche i dipendenti dello Ior. In un passaggio dell’omelia Bergoglio si è rivolto direttamente a loro.
«Quando vuol vantarsi della sua quantità e fa delle organizzazioni, e fa uffici e diventa un po’ burocratica, la Chiesa perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in una Ong. E la Chiesa non è una Ong. È una storia d’amore», ha ribadito Bergoglio, che poi ha criticato apertamente l’Istituto di opere religiose: «Ma ci sono quelli dello Ior, scusatemi, tutto è necessario, gli uffici sono necessari. Ma sono necessari fino a un certo punto: come aiuto a questa storia d’amore. Ma quando l’organizzazione prende il primo posto, l’amore viene giù e la Chiesa, poveretta, diventa una Ong. E questa non è la strada».
Dal giorno della sua elezione papa Francesco ha dato un netto taglio col passato, soprattutto per quanto riguarda lo Ior. Bergoglio ha già tagliato gli stipendi ai cardinali dello Ior. E il futuro non si preannuncia affatto roseo.
UDIENZA GENERALE DOPO LA MESSA. Successivamente, nella sua udienza generale, Bergoglio ha anche richiesto di una «rapida e equa soluzione» per la E.On di Sassari e la disoccupazione in Italia, e ha rivolto un appello per i vescovi rapiti ad Aleppo e una «soluzione politica» contro lo spargimento di sangue in Siria, prima di trattenersi a salutare fedeli e malati fin oltre le 13, dopo essere ridisceso dalla jeep bianca con la quale avrebbe dovuto rientrare attraverso l’Arco delle Campane. Nella riflessione all’udienza papa Francesco si è mosso tra talenti e giudizio universale, crisi e impiego del tempo, offrendo una serie di spunti che sono andati ad aggiungersi a quanto aveva detto al mattino celebrando la messa a Santa Marta, alla presenza dei dipendenti dello Ior.
Clima festoso in udienza e grande accoglienza al papa, maestro nel farsi prossimo con un tocco di semplicità a tutte le realtà, anche le più difficili. «Vedo che questa volta i sassaresi ce l’hanno fatta ad arrivare», ha detto rivolto ai lavoratori della E.On di Fiumesanto, che mercoledì 17 aprile, per problemi di traffico aereo, avevano perso l’appuntamento in piazza San Pietro.
Tra teologia e inserti a braccio papa Bergoglio ha svolto la sua catechesi sul giudizio finale e i talenti, grazie alle parabole delle vergini stolte, dei talenti e dell’ultimo giorno.
IL RICHIAMO AI GIOVANI E IL TEMA DEL TALENTO. «Nella piazza ho visto che ci sono molti giovani, è vero questo ci sono molti giovani? Dove sono?». A questo punto i gruppi di ragazzi in piazza hanno fatto una gran confusione, per far rilevare la loro presenza. «A voi che siete all’inizio del cammino della vita chiedo: ‘avete pensato ai talenti che Dio vi ha dato, a come potete metterli al servizio degli altri? Avete pensato a quegli ideali di servizio che renderanno fecondi i vostri talenti?», ha detto il papa.
«La vita non ci è data perché la conserviamo gelosamente per noi stessi; cari giovani abbiate un  animo grande, non abbiate paura di sognare cose grandi». Poi un invito a non guardare con paura al giudizio finale e «piuttosto a vivere meglio il presente: Dio ci offre questo tempo affinché impariamo ogni giorno a riconoscerlo nei poveri e nei piccoli, perché ci adoperiamo e siamo vigilanti nella preghiera e nell’amore» e così «il Signore al termine della storia possa riconoscerci come servi buoni e fedeli. In particolare in questo tempo di crisi è importante non chiuderci in noi stessi sotterrando le proprie ricchezze, spirituali e materiale, ma aprirsi, essere solidali, essere attenti agli altri».
Che a Roma vuole dire anche essere attenti «agli stranieri: che facciamo per loro?». Tra gli ammessi al baciamano del 24 aprile anche Estela de Carlotto, nonna di Plaza de Mayo: il Papa l’ha baciata sul capo, lei gli ha consegnato una busta, hanno sorriso e conversato un paio di minuti.

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Editoria: e’ morto D’Agostino, con Borla rinnovo’ teologia cattolica

(Adnkronos) – Il giornalista ed editore Vincenzo D’Agostino, proprietario e direttore editoriale della Borla, e’ morto in una clinica di Roma all’eta’ di 75 anni. I funerali si sono svolti oggi nella chiesa di Santa Maria delle Fornaci.

Nata in Piemonte nel 1853, la casa editrice Borla fu trasferita a Roma nel 1976, anno in cui D’Agostino ne divenne il proprietario. Da allora Borla si e’ distinta per una qualificata e coraggiosa produzione di libri che hanno puntualmente segnato il dibattito delle scienze umane e delle scienze religiose.

Dal 1976 la produzione Borla si e’ dedicata soprattutto ai settori della psicologia,, della psicoanalisi e della psicoterapia infantile. Nell’ambito delle scienze religiose sono stati approfonditi particolarmente i filoni della teologia, della Bibbia e della storia della Chiesa e della spiritualita’, con collane dirette da Juan Arias, Ettore Masina, Rinaldo Fabris, Giuseppe Barbaglio, Carlo Molari, Michel Quoist, Lucio Pinkus. Il catalogo delle Edizioni Borla conta circa 1.400 titoli e oltre 1.150 autori italiani e stranieri. Numerosi libri sono stati tradotti nelle principali lingue del mondo.

Teologia della liberazione, Papa Francesco ricuce la ferita

«Si è sbloccata la causa di beatificazione di monsignor Romero». A dare lo storico annuncio è stato sabato scorso monsignor Vincenzo Paglia a Molfetta, nel corso della messa celebrata nella cittadina pugliese in occasione del ventennale della morte di don Tonino Bello. Dunque coincidenza non troppo casuale: entrambi i vescovi sono simbolo di impegno per la giustizia e la pace, ma certo la vicenda di Romero è fra le più complesse della Chiesa contemporanea. Paglia, che oltre a essere Presidente del Pontificio consiglio per la famiglia è anche il postulatore della causa di Romero, aveva incontrato nel corso della mattinata dello stesso giorno il Papa.

Francesco ha dato il via libera al processo di Romero bloccato da molti anni per ragioni politiche e di prudenza curiale. Prima Giovanni Paolo II e poi lo stesso Benedetto XVI avevano infatti preferito soprassedere per il timore che la figura di Romero fosse troppo divisiva all’interno della Chiesa rappresentando cioè in modo troppo evidente quella parte dell’episcopato e del clero che si era battuta contro i regimi militari in America Latina.

Romero non fu certamente un alleato della guerriglia, tuttavia nel Salvador della fine degli anni ’70 e dei primi anni ’80, l’arcivescovo fece una scelta di campo inequivocabile in favore delle fasce più povere della popolazione e dei campesinos vittime in quel periodo dei famigerati squadroni della morte impegnati in una sorta di pulizia etnica mentre infuriava il conflitto con la guerriglia che percorreva il Salvador. Romero venne assassinato nella cattedrale di San Salvador, città di cui era arcivescovo dal 1977, il 24 marzo del 1980.

I suoi contrasti con la ristretta oligarchia del Paese centroamericano sostenuta dai militari era ormai divenuta nota e le sue omelie venivano ascoltate in tutti i Paesi della regione. «Si deve mettere bene in chiaro che il conflitto è tra il governo e il popolo», affermava il 2 maggio del 1979 monsignor Romero in un’intervista su “Vida Nueva”. «Vi è conflitto con la Chiesa – aggiungeva – perché noi ci poniamo dalla parte del popolo. Insisto nel dire che la Chiesa non esiste per litigare con il governo. E, da parte mia, non voglio contese con il governo. Quando mi dicono che sono sovversivo, che mi metto in politica, dico: è falso; il cerco di definire la missione della Chiesa, che è il prolungamento di quella di Cristo». E anche: «La Chiesa – spiegava l’arcivescovo – deve salvare il popolo, accompagnarlo nelle sue rivendicazioni, e anche non lasciarlo andare sulle vie di violenze ingiuste, di odi, di vendette. In questo senso accompagniamo il popolo, questo popolo che soffre tanto. È chiaro che coloro che calpestano questo popolo debbano stare in contesa con questa Chiesa».

Romero non era un “rivoluzionario”: aveva alle spalle un passato e una formazione da conservatore e assunse determinate posizioni, peraltro sempre in favore di una lotta non violenta, venendo a contatto con le violenze e le miserie del suo Paese. Entrò così in contrasto anche con una parte della Chiesa del Salvador; alcuni esponenti dell’episcopato salvadoregno inviarono a Roma una lettera di protesta nella quale si criticava l’operato dell’arcivescovo attribuendogli posizioni favorevoli alla lotta di classe. Erano gli anni della Teologia della Liberazione in America Latina, delle dittature nelle “repubbliche delle banane” dell’area centrale del continente e dei pronunciamenti militari nei grandi Stati del cono sud. Romero si trovò vicino a quell’area liberazionista lontana dalla scelta rivoluzionaria ma ben decisa a denunciare le gravi ingiustizie e le violenze feroci che venivano perpetrate sulla popolazione inerme dagli apparati di sicurezza e dagli eserciti.

Il suo principale collaboratore, il gesuita Rutilio Grande, venne assassinato il 12 marzo del 1977 – Romero era alla guida della diocesi di San Salvador dal febbraio dello stesso anno – e dopo di lui diversi altri sacerdoti e laici impegnati furono uccisi; l’omicidio di Romero quindi fu preceduto e poi seguito da una lunga serie di omicidi che colpirono la Chiesa del piccolo paese centroamericano. Il due dicembre del 1980 vengono trucidate quattro suore missionarie americane, al 1989 – diversi anni dopo l’uccisione di Romero – risale invece il massacro di sei gesuiti nella residenza dell’università della Compagnia di Gesù, José Simeon Canas. Con i religiosi troveranno la morte una collaboratrice domestica e la giovane figlia.

È in questa lunga scia di sangue che s’inserisce la morte e il successivo processi di beatificazione di Oscar Arnulfo Romero. Tuttavia la figura di Romero è rimasta a lungo un problema per la Chiesa di Roma, sopratutto in quegli anni ’80 in cui Roma decise di reprimere con durezza la teologia della liberazione, compito che Giovanni Paolo II affidò all’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Joseph Ratzinger.

Lo stesso Romero si lamentò per i rimproveri che ricevette da Giovanni Paolo II nell’incontro che ebbe con lui nel maggio del 1979, Wojtyla temeva infatti l’eccessivo impegno dell’arcivescovo nello scontro con il regime al governo in Salvador. Quando poi Giovanni Paolo II si recò nel Paese centroamericano nel 1993, pretese di vistare la tomba di Romero nonostante la contrarietà delle autorità, quindi una volta sul posto esclamò «Romero è nostro», quasi a significare la piena appartenenza al martirio della Chiesa dell’arcivescovo di San Salvador.

E tuttavia indubbiamente la Chiesa rappresentata negli anni ’80 da figure come Romero fu guardata con sospetto dal Vaticano impegnato sul fronte della guerra fredda. Il che ebbe come conseguenza una presa di distanza dai movimenti ecclesiali latinoamericani che si battevano per una maggiore giustizia sociale e soprattutto per il rispetto dei diritti umani nella sfera d’influenza degli Stati Uniti. Non a caso risalgono a quel periodo molte vicende controverse nella storia della Chiesa latinoamericana.

Vi furono arcivescovi e cardinali vicini alla teologia della liberazione come Paulo Evaristo Arns e Alois Lorschider in Brasile, o il cardinale Raul Silva Henriquez in Cile che apertamente sostenne e diede aiuto ai perseguitati dalla dittature cilena. In Argentina la Chiesa si divise fra quanti si opposero e quanti sostennero il regime militare. Da parte della Santa Sede ci furono molte ambiguità, azioni diplomatiche positive, ma anche il sostegno a regimi militari violenti. L’annuncio dato da monsignor Paglia sembra significare che Bergoglio ha intenzione di fare chiarezza e chiudere quella pagina. La beatificazione di Romero vuole restituire piena titolarità alla Chiesa che si oppose alle dittature, una Chiesa martire che lasciò decine e decine di vittime lungo il suo cammino.

linkiesta.it

Sacerdoti sposati: dove va la Chiesa oggi… e dove stiamo andando noi?

Dove va la Chiesa oggi in Italia? In Particolare: dove stiamo andando noi, come sacerdoti sposati che ci sentiamo e siamo considerati dentro a questa comunità credente?…

L’elezione del nuovo Papa Francesco potrebbe probabilmente far avviare la discussione sulla realtà dei preti sposati nella Chiesa… Noi come associazione dei sacerdoti lavoratori sposati siamo pronti a rientrare nel servizio pastorale attivo nelle parrocchie….