L’outsider per il Vaticano come nuovo Papa è un prete sposato?

Il nuovo Papa non dovrà  frenare  il rinnovamento della Chiesa incentivato dal concilio Vaticano secondo. Dovrà accettare che nella Chiesa ci siano rotture non  rinforzando solo la tradizione. Non dovrà opporsi a  tutte le conquiste moderne, della democrazia, della libertà religiosa e di altri diritti.

Il potere del Papa non dovrà essere monarchico, assolutista e infallibile. In altre parole nella Chiesa si dovrà vivere più la fraternità franca e aperta, dovrà essere un focolare spirituale comune a tutti.

Il conclave sotto i peggiori auspici: uomini di chiesa osate cambiare. Spazio a una nuovo Papa sposato

Le due notizie di lunedì 25 febbraio, a tre giorni dalla fine programmata del pontificato di Benedetto XVI, gettano una luce sinistra sul conclave che sta per iniziare. La prima notizia è quella delle dimissioni, prontamente accettate da Roma, del cardinale scozzese O’Brien, per le accuse rivoltegli alla fine della settimana scorsa di abusi commessi decenni fa su seminaristi. Inoltre il cardinale O’Brien, prossimo ai 75 anni, tradurrà le sue dimissioni da vescovo diocesano nella sua mancata partecipazione al conclave, in una decisione (non è ben chiaro quanto spontanea) che crea un precedente – l’ennesimo di questa travagliatissima fase di passaggio di pontificato. O’Brien, che la settimana scorsa in un’intervista alla Bbc si era espresso a favore dell’ordinazione sacerdotale di uomini sposati, non è certo un liberal, anzi. Ma il caso di O’Brien è diverso da quello del cardinale di Los Angeles Mahony, in quanto riguarda non una responsabilità di mancati provvedimenti su colpevoli, ma un’accusa relativa a comportamenti personali. Nel clima attuale basta il sospetto o l’accusa per far scattare l’esclusione dal conclave, probabilmente il più avvelenato da quello del 1800 che si tenne a Venezia. C’è da chiedersi se questa aura di sospetto su alcuni cardinali diocesani non avvantaggi ulteriormente la Curia romana che possiede una maggioranza relativa dei voti al conclave.
La seconda decisione, ancora più importante, è il motu proprio Normas nonnullas con cui Benedetto XVI modifica, per la seconda volta durante il suo pontificato e a poche ore dall’inizio della vacatio sedis, le regole per il conclave. Il motu proprio è finalizzato a garantire la libertà e la segretezza dei lavori del conclave, ma soprattutto a dare ai cardinali che parteciperanno alle fasi preparatorie del conclave la possibilità di anticipare la data di inizio delle votazioni rispetto ai 15-20 giorni che fino ad ora dovevano intercorrere tra la vacanza della sede e l’inizio del conclave. Questo motu proprio è di grande importanza per vari motivi: un primo motivo è che dando la possibilità a tutti i cardinali (e non solo agli elettori, ma anche a quelli più anziani di 80 anni che quindi non entrano in conclave: sono ben 86 i cardinali non elettori, rispetto ai 117 cardinali elettori) di decidere sulla data del conclave, il papa avvantaggia la Curia romana garantendole margini di manovra circa la possibilità di anticipare l’inizio delle votazioni e quindi accorciando il tempo che i cardinali non romani hanno di prepararsi all’inizio degli scrutini. Nel collegio degli elettori la Curia romana è già ampiamente sovrarappresentata (circa il 35 per cento dei votanti), e con questa mossa viene ulteriormente sovrarappresentata in un momento decisivo per la preparazione di questo conclave che definire straordinario è un understatement.
Ma l’elemento che colpisce maggiormente è l’incoerenza tra una macchina vaticana che denuncia le pressioni esterne contro il conclave (questa volta da parte della stampa e non più, come una volta, da parte degli imperi) e che allo stesso tempo pare piegarsi a queste pressioni. Tra gli effetti di queste pressioni non è da escludere la vicenda O’Brien, che in altri tempi avrebbe incontrato maggiore garantismo. In punta di diritto canonico, però, se si dovessero verificare altri casi di cardinali “esclusi” dal conclave a furor di popolo e se si dovesse avere un’elezione con una maggioranza dei due terzi particolarmente risicata, ci si potrebbe legittimamente chiedere se il nuovo papa è stato eletto con la maggioranza richiesta o con un quorum alterato dalle pressioni esterne.
Tutto questo prepara il conclave sotto i peggiori auspici. La pressione a cui questa elezione papale dovrà resistere potrebbe prendere il via con una conventio ad excludendum dei vescovi diocesani oppure provenienti da certi paesi, o ancora peggio, avere come esito l’elezione di un papa inquisitore dotato di poteri straordinari. Il conclave deve eleggere il successore di Pietro, e non la versione ecclesiastica di Di Pietro.

do Massimo Faggioli – europaquotidiano

La Polonia esporta preti! Ma i preti sposati italiani sono disponibili a rientrare nel ministero

Il quotidiano “Dziennik Polski” rende noto che i preti provenienti dalla Polonia sono richiesti in tutto il mondo. I vescovi, tra l’altro, irlandesi, tedeschi e britannici supplicano l’episcopato polacco di mandargli sacerdoti polacchi. Alcuni, come il vescovo islandese Pierre Burcher, si sono recati personalmente in Polonia per cercare preti e suore polacchi. In Europa di anno in anno cala il numero dei preti. Anche in Polonia si è verificata una certa riduzione nelle vocazioni ma i preti non mancano. In tutto il paese ce ne sono circa 25 mila, con il maggior numero nella diocesi di Cracovia e Tarnów, da cui infatti viene “esportato” il maggior numero dei preti. Recentemente hanno lasciato la Polonia circa 30 sacerdoti ma ce ne sono altri che si stanno preparando ad andare all’estero. Probabilmente andranno in Islanda dove vivono quasi mille polacchi e a Cuba dove a richiedere i preti polacchi sono state addirittura tre diocesi.

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha commnetato la notizia affermando che all’interno della Chiesa Cattolica esiste una risorsa non ancora valorizzata pienamente. “Sono i sacerdoti sposati con regolare percorso canonico, matrimonio religioso e dispensa dagli obblighi del celibato. Molti di loro sono pronti a rientrare in servizio e potrebbero risolvere la crisi vocazionale di molte diocesi in ogni parte del mondo”.

 

Il prossimo Papa deve pensare seriamente ai preti sposati perché la regola del celibato non funziona

Gill Newton, docente in una scuola, è sposato ed è  anche un monsignore  e detiene il titolo di protonotario apostolico – il più alto rango di monsignore nella Chiesa cattolica romana. Come capo dell’Ordinariato, la struttura istituita da Papa Benedetto per gli ex-anglicani, è quasi un vescovo:  ha anche tre figli adulti.

La Chiesa cattolica in Inghilterra ha ordinato sacerdoti  sposati ex anglicani in numero significativo dal 1992.  Non è più tanto una novità per una parrocchia  avere un uomo sposato come guida, anche se tecnicamente non può ricoprire la carica di parroco. Ci sono già oltre  100 sacerdoti cattolici con moglie e figli in Inghilterra e i loro fedeli sono molto felici.

La domanda che la Chiesa deve ora affrontare è:  sarà il prossimo Papa a consentire ai laici cattolici sposati di diventare sacerdoti? E lui potrebbe andare oltre, e consentire ai preti celibi esistenti di sposarsi? E lui potrebbe riaccogliere nel ministero i sacerdoti sposati cattolici?

Il nuovo Papa deve affrontare l’ipocrisia soffocante di alcuni uomini del Vaticano e di alcuni Vescovi delle Conferenze Episcopali nazionali in materia.

 

La posizione dell’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati sui preti sposati e sulle dimisiioni del cardinale Keith O’Brien

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati (http.//nuovisacerdoti.altervista.org) è intervenuta con un comunicato stampa dopo la pubblicazione della notiza delle dimissioni del cardinale  Keith O’Brien…

La settimana scorsa la stampa inglese aveva riportato delle frasi  di apertura dell’ex Arcivescovo a favore dei preti sposati… Qualche giorno fa sempre la stampa inglese ha pubblicato la notizia delle presunte molestie attuate dal cardinale… Dalle date in questione per i fatti di abusi  sono passati 33 anni….

Ci chiediamo come mai sono state tirate fuori e pubblicate solo oggi con tanto ritardo.

La nostra associazione è composta da sacerdoti sposati che hanno un regolare percorso canonico di dimissioni e di matrimonio religioso. Sono preti che non hanno avuto una doppia storia nel ministero e che si sono sposati regolarmente con la dispensa dagli obllighi del celibato.

E’ una forzatura abbinare la questione dei preti sposati, del celibato obbligatorio per i preti e la pedofilia. La questione teologica e del Diritto Canonico non va confusa con l’uso apologetico  del tema dei preti sposati: un tema che diversifica le posizioni di alcuni progressisti e conservatori…. (laici, sacerdoti, vescovi, cardinali che non rappresentano la vera Chiesa di Gesù) oggi in Vaticano che cercano di condizionare gli esiti del prossimo conclave.

Noi come associazione siamo fuori da queste lotte di potere: abbiamo soltanto fatto richiesta apertamente a Benedetto XVI e al nuovo Papa di riconsiderare il celibato obbligatorio per i preti e di riaccogliere nel ministero sacerdotale i sacerdoti sposati con moglie e figli perché sono una grande ricchezza e la loro ordinazione, validamente ricevuta, è per sempre.

sacerdotisposati@alice.it

La fine del celibato obbligatorio per i preti eviterebbe comportamenti devianti nel sacerdozio

La fine del celibato obbligatorio per i preti eviterebbe comportamenti devianti nel sacerdozio.

Il nuovo Papa della Chiesa Cattolica dovrebbe essere meno conservatore e abolire il celibato per evitare comportamenti devianti nel clero.

Il celibato obbligatorio dei preti non è raccomandabile, non è praticabile assolutamente e non è utile per il ministero sacerdotale.

Un giovane chiamato da Dio con la vocazione religiosa al sacerdozio avrebbe una maggiore attrattiva verso la scelta di vita per Dio se gli fosse consentito di formare anche una famiglia.

”L’ordinazione sacerdotale, validamente ricevuta, ci consente di essere sacerdoti per sempre. Rinnoviamo l’appello al nuovo Papa e alla Conferenza Episcopale Italiana a riaccogliere nel ministero i sacerdoti sposati con le loro famiglie”

http://sacerdotisposati.altervista.org

sacerdotisposati@alice.it

l’obbligo del celibato non ha “origine divina” e quindi puo’ essere messo in discussione

(AGI) Londra – Il prossimo Papa dovrebbe permettere ai preti di sposarsi e avere bambini, come fanno da sempre i sacerdoti anglicani. A lanciare la proposta e’ il cardinale britannico Keith O’Brien, che si appresta a prendere parte al prossimo conclave che eleggera’ il successore di Benedetto XVI. O’Brien ricorda come l’obbligo del celibato non ha “origine divina” e quindi puo’ essere messo in discussione .

Gesù non ha mai parlato di celibato del clero e non ha mai vietato il matrimonio ai sacerdoti

Il Conclave che eleggerà il nuovo Papa è ormai alle porte e la fazione ‘progressista’ della Chiesa Cattolica fa la sua ‘campagna’. Mai come in questa fase, secondo la corrente più “a sinistra” che percorre il Vaticano, c’è urgenza di un rinnovamento e mai come ora le possibilità che si realizzi sono state così concrete. Nel mirino, ora, ci finiscono i matrimoni, il tema del celibato che viene imposto ai preti, da molte gole più o meno profonde correlato agli scandali di pedofilia in cui si sono trovati coinvolti molti uomini di Chiesa negli ultimi anni. Ed è così che a pochi giorni dal conclave, a cinque giorni dall’inizio della sede vacante per il “passo indietro” di Ratzinger, a prendere posizione contro il divieto di matrimonio per i sacerdoti è il cardinale Keith O’Brien, capo della Chiesa Cattolica in Scozia.

“Mai avuto la tentazione” – Il cardinale spiega in un’intervista al New York times:”Gesù non ha mai parlato di celibato del clero e non ha mai vietato il matrimonio ai sacerdoti. Sono in tanti ad avere avuto serie difficoltà con questa condizione”, riferendosi con buona probabilità ai recenti scandali di pedofilia. Il prelato ha comunque dichiarato di non aver mai avvertito il bisogno di sposarsi, precisando però: “Certo sarei stato più contento se avessi visto altri uomini di chiesa valutare serenamente la possibilità di un loro matrimonio”. Il cardinale anglicano prenderà parte al Conclave che eleggerà il successore di Pietro sul soglio pontificio, su cui O’Brien vedrebbe bene un Papa non europeo. Il capo della Chiesa Cattolica scozzese ha sottolineato come la cosa importante sia “che si tratti di un uomo giusto. Sono aperto a qualsiasi proposta, ma dev’essere un Papa giusto”

liberoquotidiano.it

Il celibato per i sacerdoti non è un dogma della chiesa, bensì una regola introdotta nella disciplina cattolica

LONDRA – I sacerdoti cattolici dovrebbero sposarsi se lo desiderano. È con questa convinzione che il cardinale scozzese Keith ÒBrien partirà martedì per Roma dove parteciperà al conclave per eleggere il nuovo papa.Le frasi shock in un’intervista oggi al servizio scozzese della Bbc: “È un mondo libero e mi sono reso conto che per i preti è difficile far fronte alla richiesta di celibato”, ha detto il porporato, primate della chiesa cattolica scozzese e l’unico rappresentante britannico al conclave.E per il cardinale 75enne queste sue osservazioni, sebbene pressochè inedite tra i rappresentanti delle alte gerarchie cattoliche, non sono ‘oltraggiosè. Il suo discorso parte infatti dalla considerazione che il mondo cambia e che il celibato per i sacerdoti non è un dogma della chiesa, bensì una regola introdotta nella diosciplina cattolica.

ticinonline

I papabili/ Da inserviente a cardinale; ora progressista e favorevole ai preti sposati

I papabili/ Da inserviente a cardinale. Ecco Tagle, il filippino che viaggia in bus

L’articolo di Antonino D’Anna presenta un cardinale filippino che insieme al cardinale O’Brien potrebbere influenzare positivamente il conclave sui preti sposati e sulla loro riaccoglienza nel ministero in servizio pastorale alle parrocchie. Potrebbero anche proporre come futuro Papa un sacerdote sposato: per una nuova Chiesa e una nuova teologia (ndr)

Martedì, 19 febbraio 2013 – 14:25:00

di Antonino D’Anna

Nel gergo degli scommettitori è considerato un “longshot”, un outsider che potrebbe apparire a sorpresa magari all’ultimo giro della corsa. Ma nella sua vita è stato anche un “muchacho”, un inserviente: lo ha fatto appena trentenne quando in America è rimasto senza soldi e si ritrovò a fare l’aiuto bibliotecario per campare. Certo è che Luis Antonio Tagle da Manila detto Chito, cardinale per volontà di Benedetto XVI a soli 55 anni (è nato nel 1957) potrebbe essere la grande sorpresa del Conclave che si aprirà all’inizio di marzo e sceglierà il successore di Joseph Ratzinger. E che possa diventare Papa un giorno è una sensazione diffusa: forse non adesso per l’età eccessivamente giovane (Karol Wojtyla fu eletto a 58 anni), ma certo per le sue qualità umane. Parla bene, è molto “emozionale” (è stato capace di commuovere i convenuti al Congresso Eucaristico Internazionale del 2008, ossia uno stadio intero), generoso, allegro, non ha la puzza sotto il naso e soprattutto riesce a toccare il cuore della gente.

GIRA IN BUS O PEDALA- È un tipo dalle maniere molto frugali: a Manila prende l’autobus oppure il taxi a pedali; all’inizio del suo episcopato, nel 2001, era solito andare in bicicletta a sostituire eventualmente qualche parroco ammalato. Una bella differenza che avrebbe divertito non poco i romani dei primi anni ’60, che davanti al viavai di berline tedesche da e per il Vaticano cariche di padri conciliari (ma tanti di più, i più poveri, affollavano gli autobus urbani vestiti già con l’abito prescritto per le sedute) erano soliti commentare che il Signore avrebbe dato “A ciascuno la sua mercede(s)”. Già che c’è, spesso invita a pranzo i barboni locali e li incontra qualora volessero parlare con lui. Ha continuità con Benedetto: un canale Youtube e una pagina Facebook.

QUAND’ERA MUCHACHO– Sacerdote dal 1982, Tagle alla fine degli anni ’80 si ritrova a studiare in America. E resta senza soldi. Per sopravvivere, come tanti suoi compatrioti, diventa un “muchacho”, ossia un inserviente. Attenzione: padre Catalino Arevalo, gesuita e decano dei teologi filippini (oltre che amico del cardinale) ha svelato questo retroscena qualche anno fa. E precisa: siccome Tagle non si presentava come sacerdote, veniva assegnato ai lavori ed alle mansioni più umili. Non sfruttava la sua condizione, cioè, per trarne un qualche vantaggio. Trasportava scatole, metteva ordine e così via. Quando venne fuori che era un prete restò a lavorare, ma fu esentato dai servizi più umili. Sua madre – che col padre sono ex impiegati di banca, la Equitable – si mise a piangere appena venne a sapere del fatto. E non volle soldi dai genitori né da suo fratello, che viveva negli States.

EQUILIBRATO MA SOSPETTATO DI PROGRESSISMO- Insomma, il cardinale Tagle è una persona che conosce – e bene – la vita vera e i lavori umili. Non si atteggia a primadonna (dicono), non è dittatoriale. Lavora serenamente e si impegna a fondo, ecco tutto. E in virtù del suo passato e del suo modo di essere, potrebbe essere un buon Papa. Solo che ai tradizionalisti non piace, lo ritengono troppo progressista. Tra le sue uscite così pericolose quella al Sindodo dedicato all’Eucarestia nel 2005: è in quest’occasione che Tagle spacca l’assemblea con un intervento ben diverso rispetto a quello di un altro odierno papabile (e già allora): il cardinale Angelo Scola, che all’epoca dei fatti è ancora Patriarca di Venezia.

IL DIBATTITO CON SCOLA– Bene, Scola ha appena finito di dire, in tema di preti sposati, che sarebbe invece più corretto raggiungere una “più adeguata distribuzione del clero nel mondo”, mentre Tagle ribatte: “La prima domenica dopo la mia ordinazione sacerdotale ho detto nove Messe e questo è ordinaria amministrazione nelle Filippine. Bisogna affrontare il problema delle comunità di fedeli, che sono quasi sempre senza sacerdote”, e si schiera per una visione del celibato più flessibile. In quell’occasione aveva proposto studi sulla crisi delle vocazioni. Poi negli anni seguenti si è occupato di pedofilia nel clero, chiarendo la necessità di linee guida per la pastorale nelle Filippine e precisando che trasferire un prete pedofilo non è la risposta adeguata; lo è invece “mettere il prete pedofilo davanti alle sue responsabilità” e, se lascia il sacerdozio, “aiutarlo a iniziare una nuova vita”. Sulla morale sessuale Tagle si è opposto ad una legge che nelle Filippine permetterebbe alle coppie più povere l’accesso alla contraccezione. Ha le idee chiare sul Conclave: tra le sue prime uscite da vescovo vi fu questa: “Il Conclave non è una gara o un reality nel quale vince chi prende più voti dal pubblico”. Adesso potrà verificare di persona l’esattezza dell’affermazione. In bocca al lupo.

Card. O’Brien, i preti si dovrebbero sposare. Porporato scozzese partecipera’ a conclave

di Anna Lisa Rapanà

I sacerdoti cattolici dovrebbero sposarsi se lo desiderano. E’ con questa convinzione che il cardinale scozzese Keith O’Brien partirà martedì per Roma dove parteciperà al conclave per eleggere il nuovo papa. Le frasi shock in un’intervista oggi al servizio scozzese della Bbc: “E’ un mondo libero e mi sono reso conto che per i preti è difficile far fronte alla richiesta di celibato”, ha detto il porporato, primate della chiesa cattolica scozzese e l’unico rappresentante britannico al conclave. E per il cardinale 75enne queste sue osservazioni, sebbene pressoché inedite tra i rappresentanti delle alte gerarchie cattoliche, non sono ‘oltraggiose’. Il suo discorso parte infatti dalla considerazione che il mondo cambia e che il celibato per i sacerdoti non è un dogma della chiesa, bensì una regola introdotta nella diosciplina cattolica.

Spiegando che a suo avviso il prossimo pontefice dovrà farsi carico di considerare se e come la chiesa cattolica possa cambiare posizione su alcune specifiche questioni che non sono di origine divina, ha subito menzionato il celibato per il clero: “Se i preti possano sposarsi, Gesù non lo ha detto”. “C’era un tempo in cui i sacerdoti si sposavano, e inoltre come sappiamo attualmente in alcuni rami della Chiesa -alcuni della chiesa cattolica- i preti possono sposarsi, per cui è ovvio che non ci sono origini divine e che può tornare ad essere argomento di discussione”, ha spiegato. Al contrario, invece, ha sottolineato come la maniera di porsi della Chiesa rispetto ad altri grandi temi, come l’aborto e l’eutanasia per esempio, sia di origine divina. Dal punto di vista personale, tuttavia, il cardinale O’Brien -che fu ordinato prete all’età di 27 anni, nel 1965, arcivescovo nel 1985 e cardinale nel 2003 da Giovanni Paolo II- ha detto di non aver mai pensato se avesse voluto o meno sposarsi, perché è sempre stato “troppo impegnato” nelle sue funzioni.

Sebbene poi abbia aggiunto: “Ai miei tempi la scelta non si poneva e non ci si pensava troppo, faceva parte dell’essere prete. Quando io ero un ragazzo i sacerdoti non si sposavano e basta”. O’Brien ha quindi spiegato: “sarei molto lieto se gli altri avessero l’opportunità di considerare se vogliano o possano sposarsi. E’ un mondo libero e mi rendo conto che molti preti fanno fronte con fatica alla richiesta di celibato e sentono la necessità di una compagnia, di una donna, con la quale sposarsi e mettere su una famiglia”. Il cardinale scozzese ha quindi raccontato come l’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI lo abbia colto di sorpresa. E per il futuro non esclude che i tempi siano maturi per un papa più giovane e non europeo: “Se c’é qualcosa cui i cardinali devono pensare seriamente è -avendo avuto papi europei per un così lungo tempo, centinaia di anni- se non sia giunto il momento di pensare il mondo in via di sviluppo come luogo di uomini eccellenti”.

ansa

I cattolici si autoconvochino per formulare proposte al Conclave da inserire nell’agenda del futuro papa: anche preti sposati

La “rinuncia” di Benedetto XVI costituisce indubbiamente un evento eccezionale. Ne sono testimoni l’attenzione dei media di tutto il mondo e la diversità delle valutazioni che ne sono state date nelle diverse sedi religiose e politiche. Valga per tutte quanto scrive Paolo Naso (Nev, n. 7/13): questo gesto «ha una evidente ricaduta sull’ecclesiologia e forse sulla stessa teologia cattolica: come pochi altri umanizza e vorrei dire “secolarizza” l’istituzione papale».

Nulla sarà più come prima. Una simile scelta, per la prima volta del tutto libera, desacralizza per forza di cose l’istituzione. Ridimensiona la stessa immagine che il papato ha di se stesso attraverso la potenza e la debolezza di un atto solitario espresse nelle parole dello stesso papa che attribuisce la sua rinuncia alla sua «incapacità di amministrare bene il ministero» a lui affidato derivante dal venir meno del «necessario vigore sia del corpo, sia dell’animo».

Si può aggiungere, sono in molti a pensarlo, che al di là della sua debolezza fisica, tale incapacità sia stata determinata dal riconoscimento della sua impotenza a governare una Santa Sede afflitta da scandali, intrighi e lotte di potere aggravati da una struttura accentrata  della Curia e mal gestita da quella Segreteria di Stato che Wojtyla aveva voluto ne fosse il perno per garantirne l’efficienza. Non ha avuto l’energia e gli strumenti necessari per attuarla come pure aveva lasciato intendere di voler fare nella sua dura denuncia contro il carrierismo, alla vigilia della sua elezione, confermata nell’omelia alla messa delle ceneri, il 13 febbraio scorso.

I suoi tentativi di ammodernamento e di moralizzazione sono falliti di fronte a meccanismi che non è riuscito a modificare perché, in verità, non intendeva radicalmente ridimensionarli. Ne è testimone la sua scelta di assumere il Concistoro come primo destinatario della sua comunicazione, implicitamente riconoscendogli una preminente funzione istituzionale. Solo dopo due giorni l’ha estesa al Popolo di Dio raccolto per l’udienza settimanale. Ben altro sarebbe stato l’impatto con la pubblica opinione. Soprattutto ben altra forza avrebbe avuto il messaggio destinato al prossimo Conclave sulla necessità di assumere come primo problema da affrontare la riforma della Curia.

Se può sembrare fuori della realtà l’auspicio di un papa che, nell’esercizio della sua funzione di governo, si rapporta direttamente al Popolo di Dio, non lo è un appello alla collegialità sinodale.

La ri-convocazione del Sinodo dei vescovi (la cui ultima assemblea si è svolta nell’autunno scorso), per annunciare la sua volontà di rinunciare, avrebbe avuto quel carattere epocale e rivoluzionario da molti attribuito al suo gesto: indubbiamente innovatore, ma non eversivo dell’attuale assetto centralistico del governo della Chiesa. Tale fu quello compiuto da Giovanni XXIII con la convocazione del Concilio che, proprio con la creazione del Sinodo dei vescovi, aveva avviato una radicale riforma, subito bloccata prima dalla pavidità di Paolo VI, poi dall’autoritarismo pre-conciliare di Giovanni Paolo II.

Il sistema curiale può avere avuto una funzione in passato: quando prima l’imperatore e/o le famiglie nobili romane e poi i sovrani degli stati cattolici interferivano pesantemente nella designazione del  successore di Pietro.

In tempo di secolarizzazione – accettata dal Concilio come salutare strumento di purificazione per la Chiesa, pari alla fine del potere temporale riconosciuta come liberatrice da Paolo VI – una piena collegialità è l’antidoto efficace alla solitudine del papa attorniato da collaboratori da lui stesso scelti, portatori magari delle diverse sensibilità ecclesiali diffuse sul territorio, ma non certo delle sempre nuove esperienze di Chiesa sollecitate dall’accelerazione dei processi storici e vissute nella dimensione comunitaria.

PS: Se i cattolici conciliari si autoconvocassero per formulare proposte al Conclave da inserire nell’agenda del futuro papa?

 

di Marcello Vigli * della Comunità di Base di San Paolo, Roma in adista

L’opzione per i poveri, la salvaguardia del Creato, un lavoro sociale nel seguire Gesù e il suo movimento

Segno di umiltà, di realismo, di responsabilità, motivo di sollievo: così si sono espressi numerosi organismi e media cattolici internazionali all’indomani delle dimissioni di Benedetto XVI, auspicando la scelta di un papa che sappia affrontare le sfide che Ratzinger non ha saputo raccogliere. Soprattutto quelle di una maggiore inclusività, di una condivisione della responsabilità, di un nuovo ascolto del Popolo di Dio. Di seguito stralci di comunicati stampa e dichiarazioni in una nostra traduzione dal francese, tedesco, inglese e spagnolo.

Christine Pedotti, cofondatrice della Conferenza dei battezzati e delle battezzate di Francia: «Le dimissioni di Benedetto XVI, di fatto, cambiano la situazione. Dopo di lui, non si sarà più papa come prima. Benedetto XVI aveva già mostrato che il papa non cancellava l’uomo. Firmando la sua trilogia su Gesù con il doppio nome di Benedetto XVI-Ratzinger, mostrava che l’uomo continuava a sussistere. In fondo, mostrava di essere come tutti gli uomini e le donne moderni. Aveva una vita privata e una vita pubblica. “Papa” era la sua funzione, ed era indubitabile che vi si dedicasse totalmente, tuttavia Joseph Ratzinger non era scomparso. (…) Voglio sperare che la decisione di Benedetto XVI contribuirà a umanizzare la pratica della funzione pontificia»

Femmes et hommes, Droits et Libertés dans les Eglises et la Societé (Fhedles): «Fhedles saluta la lucidità di Benedetto XVI nella sua rinuncia all’incarico del ministero di unità. Questa funzione desacralizza la funzione del papa. Manifesta anche l’impasse di una eccessiva centralizzazione della Chiesa e del governo burocratico di un miliardo di cattolici. Chiediamo al prossimo vescovo di Roma di tornare alla collegialità episcopale e al dialogo con il popolo cristiano che è la regola primitiva della Chiesa riportata in auge dal Concilio Vaticano II». Tre gli scacchi del monologo romano: la scomunica delle donne-prete e di chi le appoggia, il tentativo di riconquistare la Fraternità di san Pio X, le sue proposte «ambigue e irresponsabili» sull’uso del preservativo in Africa.

Homosexuelle und Kirche (HuK) e Netzwerk katholischer Lesben (NkaL) salutano «la decisione e il coraggio di Benedetto XVI. Lesbiche, gay, bisessuali e transgender sperano che con la rinuncia al suo incarico inizi un nuovo orientamento nella Chiesa cattolica». «Come molte altre persone, sperano in una Chiesa umana e credibile. Il prossimo papa dovrà essere in grado di integrare, di riformare la Chiesa, ma anche di ridurre il potere del papa e del Vaticano, in modo da valorizzare le esperienze di fede delle persone della base. Dovrà promuovere l’uguaglianza delle donne nella Chiesa e permettere una nuova visione della sessualità».

Bund der Religiösen Sozialistinnen und Sozialisten Deutschlands (Brsd): «L’assolutismo della Chiesa cattolica nel portare le comunità all’ordine e all’obbedienza, nell’ignorare l’autodeterminazione delle comunità, non farà che aggravare la crisi. Un papa dovrebbe deporre la tiara, la corona papale come simbolo del potere papale medievale. Nelle parole di Hans Küng: “Ma se tutto ancora una volta si concentra sul ministero, non finirà né il prete-signore medievale, né il principe vescovo né il papa come sovrano assoluto, che incarna contemporaneamente i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario: tutto in contraddizione con la democrazia moderna e il Vangelo”». «Là dove viviamo come cristiani all’interno di Chiese e comunità religiose, dobbiamo far sì che in esse possano essere portati avanti i seguenti impulsi biblici e teologici: l’opzione per i poveri, la salvaguardia del Creato, un lavoro sociale nel seguire Gesù e il suo movimento».

Initiative Kirche von Unten: «Accogliamo con favore l’annuncio delle dimissioni del papa. I recenti scandali hanno chiaramente dimostrato che egli difetta di energia e di volontà nel guidare la Chiesa e nel consentire riforme seppure tardive. La restaurazione conservatrice messa in atto da Roma ha portato la Chiesa cattolica romana ad essere sempre più irrilevante. Mentre la riconciliazione con le Chiese della Riforma è ferma, si parla nuovamente di ecumenismo. La mancanza di progressi nelle questioni della eucaristia comune e dell’ordinazione delle donne comportano il mancato riconoscimento delle altre Chiese e dei loro ministeri, ad esempio, come anche la valorizzazione della solidarietà ecumenica, praticata da molti cristiani. La politica unilaterale personale del papa, come la nomina di Gerhard Ludwig Müller a prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, lascia prevedere pochi miglioramenti per il futuro».

Wir sind Kirche: «L’annuncio delle prossime dimissioni di papa Benedetto rappresenta una rottura storica che merita molto rispetto. Tuttavia, essa avviene in un momento in cui la Chiesa cattolica vive un grave sconvolgimento, una crisi globale, non solo in Germania. Il tempo da qui al Conclave dei cardinali offre la grande opportunità di guidare i dibattiti prima di un intenso dialogo sulla futura direzione della Chiesa e in questo dialogo deve essere incluso il popolo della Chiesa! La Chiesa deve ora affrontare un momento critico. (…) Si tratta di molto di più dell’elezione di un nuovo papa. La situazione di stallo nella riforma della Chiesa e il fallimento della Curia richiedono con urgenza un nuovo stile di gestione e più decentramento, come il Concilio Vaticano II ha affermato. Il nuovo papa deve essere disposto a condividere l’incarico e l’autorità, a affidare responsabilità, a rafforzare il Collegio dei vescovi e la loro fiducia nella cooperazione responsabile di cristiani maturi in tutto il mondo. Poi si tratterà anche di avviare una riforma urgente su altre questioni».

Catholics for Choice: «Sarà a dir poco un miracolo se il prossimo conclave produrrà un buon leader. Benedetto XVI e Giovanni Paolo II hanno riempito il collegio cardinalizio di ultraconservatori. Ciò significa che è assai probabile che essi eleggeranno qualcuno di molto simile a loro. La Chiesa cattolica e il miliardo e 200 milioni di cattolici in tutto il mondo vorrebbero un papa che rifletta meglio il modo in cui vivono la loro fede. Vogliamo un papa che capisca le esigenze dei cattolici e del resto del mondo, oggi. Invece, si rischia di avere un papa che governa il Vaticano così come è avvenuto nei decenni scorsi, un leader campione del business-as-usual, che continuerà a condannare la contraccezione, l’aborto, le persone LGBT e tutti coloro che li sostengono. (…) È tuttavia rassicurante che il papa abbia preso la matura decisione di dimettersi. Il fatto che egli sia il primo papa negli ultimi 600 anni a scegliere di lasciare il proprio incarico è forse un segno di un approccio più maturo al governo».

Leadership Conference of Women Religious (Lcwr): «Ringraziamo papa Benedetto XVI per i suoi molti anni di servizio instancabile alla Chiesa cattolica e per i suoi contributi come teologo, come capo della Congregazione per la Dottrina della Fede e da papa. Rispettiamo la sua integrità nel prendere quella che è sicuramente stata una decisione difficile e gli promettiamo la nostra preghiera mentre si prepara a lasciare il papato. Possa egli essere riccamente benedetto per la sua profonda dedizione al servizio del Vangelo».

Call to Action: «Call To Action ammira la coraggiosa decisione di Benedetto XVI che deriva dalla sua preoccupazione per la Chiesa. Egli ha detto che le sue “energie, a causa dell’età avanzata, non sono più adatte a un adeguato esercizio del ministero petrino”. Preghiamo con preoccupazione per la Chiesa, e anche per un papa nuovo che metta le persone davanti alle politiche, che scelga l’inclusione piuttosto che l’esclusione, e garantisca che l’amore di Cristo è fondamentale per il suo modo di governare la Chiesa. I nostri cuori sono uniti a tutti i cattolici, oggi, mentre preghiamo per il processo di transizione e la selezione di una nuova guida».

Equally Blessed: «Ci uniamo ai cattolici di tutto il mondo che sono grati a Benedetto XVI per aver avuto la lungimiranza e l’umiltà di dimettersi dalla sua carica per il bene della Chiesa, a cui ha dato la vita. Con le dimissioni imminenti del papa, la Chiesa ha l’opportunità di allontanarsi dalle sue politiche oppressive nei confronti di lesbiche, gay, bisessuali e transgender cattolici, delle loro famiglie e amici, e sviluppare una nuova comprensione dei modi in cui Dio opera nella vita delle persone indipendentemente dal loro orientamento sessuale o identità di genere. Preghiamo per un papa che sia disposto ad ascoltare e imparare da tutto il popolo di Dio. Preghiamo per un papa che si renda conto che promuovendo la discriminazione contro le persone Lgbt, la Chiesa infligge dolore a persone emarginate, allontana i fedeli e conferisce credibilità morale a movimenti politici reazionari di tutto il mondo. Preghiamo per un papa che guidi la Chiesa guardando dritto negli occhi lo scandalo degli abusi sessuali e facendo una relazione completa sulla complicità della gerarchia nel trauma sessuale inflitto ai bambini di tutto il mondo. Preghiamo per un papa disposto a farsi inerme, a nome dei senza voce, dei poveri, degli emarginati e degli oppressi».

Women’s Ordination Conference: «Rispettiamo la decisione di papa Benedetto di dare le dimissioni dal suo incarico. Siamo rattristati nel venire a sapere del peggioramento della sua salute e preghiamo per lui. Durante il suo pontificato, papa Benedetto XVI ha usato il suo potere per fare passi indietro significativi per le donne. Strenuo oppositore della leadership femminile, durante il suo mandato Benedetto XVI ha dichiarato l’ordinazione delle donne il più grave crimine contro la Chiesa, ha scomunicato le donne prete cattoliche e ha espulso p. Roy Bourgeois dalla sua comunità per il suo sostegno al sacerdozio femminile. Mentre i cattolici di tutto il mondo si preparano per il conclave, ci viene ricordato che il sistema attuale rimane un “vecchio club maschile” e non consente alle voci delle donne di partecipare alla decisione del prossimo papa. Le aderenti al Woc ospiteranno veglie e solleveranno “fumo rosa” durante il Conclave, come ricordo orante delle voci della Chiesa inascoltate. Il popolo della Chiesa è alla disperata ricerca di una guida aperta al dialogo, che abbia il coraggio di creare sistemi che affrontino il sessismo, l’esclusione  e l’abuso nella nostra Chiesa. La Chiesa cattolica deve essere una voce che promuova la giustizia nel mondo. Preghiamo per un papa che possa veramente essere ministro per tutto il popolo di Dio».

New Ways Ministry: «La notizia delle dimissioni di Benedetto XVI ha sorpreso la comunità cattolica in tutto il mondo, e qui a New Ways Ministry stiamo pregando per il futuro della Chiesa e per la salute del papa. Preghiamo anche per i cattolici Lgbt e le loro famiglie e amici, le cui vite sono state più difficili sotto il regno di Benedetto sia come pontefice che come capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, dove ha prestato servizio in precedenza. Negli ultimi tre decenni, Benedetto XVI è stato uno dei principali artefici delle politiche del Vaticano contro le persone Lgbt. New Ways Ministry ha sperimentato direttamente queste dure politiche diverse volte nel corso degli anni, in particolare nel 1999, quando la CdF ha tentato di mettere a tacere i cofondatori della nostra organizzazione, suor Jeannine Gramick e p. Robert Nugent. Per fortuna, siamo sopravvissuti ai numerosi tentativi da parte del Vaticano di porre fine al nostro ministero, e, grazie al supporto di tanti cattolici, ne siamo usciti più forti. (…) Preghiamo che nel nuovo papa si combinino un’intelligenza vera e profonda e la preoccupazione pastorale per la vita delle persone di tutto il mondo. Il nuovo papa deve essere un ascoltatore in grado di discernere i segni dei tempi alla luce del Vangelo».

Victorino Pérez Prieto (teologo galiziano): «Esistono grandi sfide in questo momento nella Chiesa cattolica che questo papa non ha osato raccogliere e che il prossimo deve affrontare urgentemente, soprattutto riguardo a una maggiore democratizzazione, o koinonia, nel linguaggio teologico ed ecclesiastico, e alla concezione del clero, perché si superi il ruolo ecclesiastico-clericale che impedisce ai laici di assumere alte responsabilità nella Chiesa, che i preti possano sposarsi, che le donne possano accedere al sacerdozio.Quello di cui non sono sicuro è che il nuovo papa possa essere più aperto e avanzato. E non ne avrà colpa lo Spirito Santo… bensì le lotte di potere che segnano il conclave, lotte ben note da secoli».

Foro de Curas de Madrid: «Come animatori della fede nelle nostre comunità, siamo coscienti del fatto che l’istituzione ecclesiastica sta attraversando un’enorme crisi di credibilità. Crisi che sta intaccando seriamente la stessa credibilità della fede cristiana. Sulla base della Parola e del protagonismo del popolo cristiano, è urgente tornare alla dimensione sinodale per dare spazio alla pluralità delle Chiese locali e alla collegialità dei loro stessi rappresentanti. (…). È possibile e necessario tornare alla koinonia o Chiesa di comunione nella diversità. E questa è un’occasione propizia se il nuovo papa rinuncerà, tra altre cose, ad essere capo della Chiesa e dello Stato e assumerà la sua vera funzione di “servo dei servi di Dio” e primum inter pares, tra i vescovi. D’altra parte, per essere fedele alla sua vera identità e recuperare una presenza significativa nel mondo d’oggi, la Chiesa deve realizzare alcuni cambiamenti sostanziali. (…). Il ferreo controllo esercitato negli ultimi tempi, al servizio della verità dogmatica, è venuto spegnendo a poco a poco la creatività e l’immaginazione. (…). E, in secondo luogo, la Chiesa dovrebbe recuperare il cuore. (…). Questo gesto del papa, di cui ci rallegriamo, dovrebbe essere utilizzato dalla Chiesa per diventare più umana tra le persone e più preoccupata per la Terra che è fonte di tutte le vite. (…)».

Juan Cejudo, membro del Moceop e delle Comunidades Cristianas Populares: «Il suo gesto merita tutto il mio rispetto e direi di più: la mia ammirazione. Perché, quando vediamo che nessuno si dimette per nulla al mondo, gesti come questo devono essere apprezzati. Ciò detto, io mi rallegro delle sue dimissioni. Il suo pontificato non ha potuto essere più deludente, perché non ha dato risposta alle grandi sfide della Chiesa. (…). Per questo, la nomina del nuovo papa dovrebbe essere un momento decisivo perché la Chiesa cambi rotta. Perché torni allo spirito del Concilio Vaticano II e di Giovanni XXIII e, a partire da questo, promuova un cambiamento molto più profondo adattando tutta la struttura della Chiesa ai nuovi tempi, a questo mutamento di epoca. (…). Un cambiamento che dovrebbe realizzarsi non dall’alto, ma sulla base di un’amplissima partecipazione di tutti i settori della Chiesa universale, senza emarginare nessuno. È un sogno? È possibile. Perché quelli che devono eleggere il nuovo papa sono cardinali anziani e tutti nominati dagli ultimi due papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che sono tanto conservatori. Ci vorrebbe un miracolo!». (a cura di ludovica eugenio e claudia fanti)

adista

Basta! Basta, per favore! Lasciateci sentire cattolici adulti

P. Francesco Pierli scrive sulla rivista comboniana Nigrizia (Forum dei lettori, gennaio 2013, p. 6-7): “Grazie per l’attenzione alla nuova evangelizzazione da parte di Nigrizia, nella quale io stesso sono stato coinvolto. Ora che i riflettori sono spenti e dopo aver letto e riletto le Propositiones (mozioni) del Sinodo dei vescovi, che si è celebrato a Roma dal 7 al 28 ottobre (Nigrizia, ottobre 2012), mi permetta un’ultima condivisione”. Pubblichiamo qui di seguito il testo integrale della lettera di P. Pierli, ex superiore generale (1985-1991) dei Missionari Comboniani, oggi professore al ‘Tangaza College’ di Nairobi, Kenya.

1. Nulla di nuovo! A me sembra che ben poco di nuovo sia emerso. Nel contenuto come nello stile, negli atteggiamenti come nel linguaggio. Una monotona ripetizione e referenze a documenti vaticani già noti. Valeva la pena fare un sinodo per arrivare a tanto poco?

2. Meno papa e più episcopati e chiese locali. Una delle novità del Vaticano II che dovrebbe definitivamente marcare la nuova evangelizzazione è il ruolo centrale delle chiese locali, finalmente riconosciuto in vari documenti conciliari e del vescovo come diretto rappresentante di Cristo. Tutto ciò dovrebbe aiutare a liberare la Chiesa cattolica dal culto della personalità del papa, che tende a oscurare tutto e fare del Vaticano la più forte struttura di centralizzazione, di comando e di controllo del mondo. Speravo che la nuova evangelizzazione rendesse “nuova” la Chiesa, prima di tutto al suo interno a cominciare dalla struttura. Invece ha rafforzato il Vaticano con un altro pontificio consiglio. Mi sembra pure che il sinodo, ridotto com’è a mero strumento di consultazione del papa, sia quasi un tradimento del Vaticano II che lo aveva proposto come strumento di collegialità all’interno di una storia della Chiesa.

3. Due grandi atteggiamenti: umiltà e solidarietà dentro una umanità sempre più incasinata in problemi più grandi di noi. Era stato il messaggio della Gaudium et spes che tanta simpatia aveva suscitato nel mondo, documento simbolo di una Chiesa diversa. Una Chiesa “popolo di Dio”, in cammino con l’umanità; concetto riscoperto dal Vaticano II, simbolo per me della nuova evangelizzazione. Un popolo di Dio in cerca della verità e di comprendere i tempi nei quali viviamo con l’aiuto della parola di Dio, delle scienze che sono cresciute a ritmo impressionate, delle altre religioni nelle quali miliardi di persone trovano luce e speranza, e di tutti gli uomini di buona volontà. Nella Lumen gentium (1) si parla del compito della Chiesa di aiutare l’umanità a convergere: «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”; concetto ripetuto con forza al numero 9 dello stesso documento. Senza umiltà e solidarietà non vedo spazio per un nuovo tipo di rapporto con il mondo e la creazione di condizioni essenziali per la nuova evangelizzazione.

4. Più Vangelo e meno diritto canonico, rubriche e controllo. Mi sento soffocato da ondate di leggi e leggine emanate dalla Chiesa, dallo stato, dalle congregazioni religiose. Ognuno di noi ha sulle sue spalle migliaia e migliaia di leggi, dozzine di codici e prescrizioni. Tutti aggiungono e nessuno toglie, causando confusioni enormi. Ormai per “essere in regola” ognuno di noi ha bisogno di uno studio legale. lo speravo che la nuova evangelizzazione avesse dato alla Chiesa il coraggio di precisare e denunciare cosa c’è di vecchio nelle strutture, nelle leggi, negli atteggiamenti, nella visione della vita cristiana che deve essere eliminato. Una grande ventata liberatoria! Pensavo di essere stato creato libero e di gioire della vita nello Spirito Santo che mi aiuta, in consultazione con la comunità, in cui vivo come cristiano, ministro e cittadino, così da prendere decisioni comuni. Tutto invece mi viene dall’alto: come devo pregare, come tenere le mani durante la preghiera, come mi devo vestire … Basta! Basta, per favore! Lasciateci sentire adulti!

Mi sento realmente vicino a due miei grandi conterranei umbri: Francesco di Assisi e Aldo Capitini. Due grandi mistici, grandi ispiratori, per me, della nuova evangelizzazione. Il primo visse e propose il ritorno al vangelo nella sua integrità e semplicità. Non voleva sentir parlare di altre regole. Il secondo, pur essendo un grande mistico, un grande costruttore del Regno sulle orme di Gandhi, sentì la necessità, per coerenza di coscienza, di distanziarsi pubblicamente dalla Chiesa ufficiale e gerarchica. Lui che aveva sofferto e combattuto il fascismo, non riusciva a sentire nella Chiesa aria di libertà, di umiltà e di semplicità. Non pochi atteggiamenti ecclesiastici gli ricordavano il fascismo. Era troppo per lui! Chiese lo “sbattezzo”!

Anch’io mi sento soffocare! Vorrei salire sull’Everest per gridare al mondo: aria! aria! Lasciateci godere, sfidati dalla libertà che Dio ci ha dato e che Cristo è venuto a confermare: “Cristo ci ha liberati per la libertà!” (Gal 5,1).

5. Separare l’autorità e il potere nella Chiesa dal ministero ordinato. Nelle Propositiones come già in altri documenti si parla di spazio ai laici e della essenziale presenza delle donne nella vita ecclesiale. Sono veramente stufo di sentire ripetere queste frasi. Mi sanno di presa in giro fin tanto che non vedrò in Vaticano e nei posti di potere e di decisione laici e donne. Senza una rivoluzione copernicana nel governo della Chiesa non vedo spazi per la nuova evangelizzazione!

6. Linguaggio referenziale e ecclesiocentrico. La nuova evangelizzazione ha a che fare anche con il linguaggio. Oggi nell’era della rivoluzione informatica ancor più. Speravo che il sinodo in linea con il Vaticano II avrebbe continuato nello sforzo conciliare di inventare un linguaggio ecclesiale nuovo. Si venga in Africa a fare una ricerca per capire da quanti sono letti i documenti sinodali anche quelli dei sinodi africani! Sconosciuti sono! Perché inaccessibili per il linguaggio e l’approccio. Dal 1994, anno del primo sinodo africano, sono coinvolto con le Paulines sisters nella diffusione di tali documenti. Sono stanco e deluso! Non è questione di traduzione in lingue locali! I miei studenti africani all’università capiscono e si sintonizzano con i libri e tanti contenuti di Internet elaborati in America o in Europa. Ma non con i documenti che vengono dal Vaticano. Perché?

Caro direttore, io ero in Piazza san Pietro l’11 ottobre 1962 per l’apertura del Vaticano II. Sentivo ardere in me un’immensa speranza frutto dello Spirito Santo, della mia giovane età e del clima socioculturale di quegli anni. Ora la gioventù è un ricordo, il clima culturale globale tende piuttosto al grigio, ma il vento dello Spirito non si lascia soffocare. Questa lettera è un grido di speranza che la nuova evangelizzazione è possibile! Non solo! Ma che è intensamente desiderata da miliardi di donne e uomini, anziani e giovani, cristiani e non. Ho iniziato a sperimentarla, a concettualizzarla e a diffonderla dall’11 ottobre 1962, in Piazza san Pietro. E non mi sono mai fermato! Il sinodo mi ha offerto l’occasione e l’opportunità per apprezzarla e focalizzarla. Ora, la sfida di continuare ad attuarla in condizioni senz’altro favorevoli ma molto complesse.

Saluti e auguri per tutto quello che Nigrizia è e rappresenta.
Francesco Pierli,
missionario comboniano
Nairobi (Kenya)

comboni.org

Germania: cattolici per preti rifiutano celibato

Credenti ma emancipati: sono decisamente orientati alle riforme i cattolici tedeschi che, secondo un sondaggio, rifiutano nella maggior parte dei casi il celibato dei sacerdoti e sono a favore, invece, dei preti-donna. Condizioni possibili, ad esempio, nella chiesa protestante, che sembra fare da modello anche per molti cattolici in Germania.

Secondo il Politbarometer della ZDF, l’84% dei cattolici in Germania è favorevole a che i sacerdoti possano sposarsi. E il 75% chiede che in futuro anche le donne possano guidare una comunità cattolica, svolgendo la funzione sacerdotale per ora accessibile solo agli uomini. Percentuali non molto dissimili da quelle che si incontrano nei sondaggi sulla popolazione generale: l’88% è per l’abolizione del celibato e l’83% è a favore dei sacerdoti-donna. Il 79% dei cattolici ritiene poi che dopo un divorzio ci si dovrebbe poter sposare di nuovo in Chiesa (nel sondaggio sul resto della popolazione la percentuale sale di poco, all’81%).

ATS

Nuovo Papa e la possibilità di avere dei preti sposati

Metabolizzata la notizia delle dimissioni del Papa adesso tutto l’interesse sembra spostato sul Conclave, la riunione dei cardinali che dovranno eleggere il prossimo Pontefice.

Il Papa cesserà di essere il capo della chiesa il prossimo 28 febbraio alle ore 20, ma chi lo sostituirà? I nomi che si fanno vanno dal cardinale Scola di Milano sino all’honduregno Maradiaga.

Euronews ha chiesto a Marco Politi, noto vaticanista e biografo non ufficiale del Papa, che tipo di Conclave eleggerà il prossimo Pontefice e quali sono i rapporti di forza al suo interno.
“Certo che ci sono delle correnti: c’è un gruppo conservatore che è quello che ha voluto otto anni fa l’elezione di Papa Ratzinger, ma certo questo gruppo ultraconservatore non riuscirà a imporsi in questo conclave perché si cercherà un personaggio del centro capace di un’opera di mediazione ma i giochi sono aperti. Noi non sappiamo quanto sono forti i riformatori nel conclave e cosa pensano i papabili, perché in questi anni c’è stato un clima di conformismo. Nessuno diceva una cosa diversa da quello che diceva Ratzinger, ma ci sono problemi come la crisi dei preti, la possibilità di avere dei preti sposati il problema delle donne nella chiesa, anche il problema dell’esercizio del potere papale che richiedono riforme e nessuno finora si è pronunciato chiaramente a favore di queste riforme”.

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Per 9 tedeschi su dieci il prossimo Papa dovrà aprire al matrimonio per i preti

Tra le «richieste» al successore
di Ratzinger il sacerdozio allargato
alle donne e le nozze in chiesa
per i divorziati

Il successore di Benedetto XVI deve far sposare i preti, aprire il sacerdozio alle donne e consentire ai divorziati di sposarsi in chiesa. Queste le richieste rivolte da una stragrande maggioranza di tedeschi al successore di Papa Ratzinger. Il sondaggio Politbaromenter della seconda rete televisiva pubblica Zdf rivela che l’88% dei tedeschi e l’84% dei cattolici vuole vedere i preti sposati, mentre solo l’8% della popolazione in generale ed il 12% di quella cattolica vi si oppone. Un’altra altrettanto schiacciante maggioranza dei tedeschi (83%) vuole vedere aperto il sacerdozio alle donne, con solo il 13% di contrari.

 

Anche in questo caso i cattolici si allineano all’opinione generale, con il 75% che chiede il sacerdozio femminile ed il 22% che lo rifiuta. L’81% della popolazione ed il 79% dei cattolici è anche favorevole al matrimonio in chiesa per i divorziati, con il 13% dei tedeschi ed il 16% dei cattolici di opinione contraria. Sull’età massima per l’esercizio della funzione papale il Paese è spaccato, con il 43% del campione favorevole alle dimissioni di un Pontefice al raggiungimento di una certa età ed il 46% che rifiuta una tale ipotesi. Anche per il 41% dei cattolici il Papa dovrebbe dimettersi una volta raggiunta una determinata età, con il 52% che è contrario a questa prospettiva.

lastampa.it

Vescovo Müller e Ratzinger permettono accesso chiesa cattolica nel 2003 a prete sposato con moglie e figli

Il dibattito sul celibato dei preti riemerge ciclicamente. Il divieto dei sacerdoti di contrarre matrimonio non è infatti un sacro dogma, ma fu introdotto anche per salvaguardare i beni della Chiesa attorno alla metà del 1100. Benché il celibato sia stato raccomandato nei testi sacri, perché il sacerdote possa dedicarsi completamente al servizio divino. Tuttavia molti hanno chiesto l’abolizione del celibato, come i preti brasiliani. E, forse, si sarebbero evitati anche altri gravi problemi. Vi sono alcuni preti cattolici con moglie e figli. Uno di questi è Robert Ploss.

Sono trascorsi quasi dieci anni quando Robert Ploss fece il suo ingresso come sacerdote nella parrocchia di Marktredwitz, nell’Alta Baviera, ad appena uno sguardo dalla repubblica Ceca, nella diocesi di Regensburg, l’antica Ratisbona. Robert Ploss all’apparenza era un sacerdote cattolico come se ne incontrano tanti, ma, a differenza degli altri, era marito e padre di tre figli. A quel tempo c’era ancora Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger era alla guida della Congregazione della dottrina della fede.

Viso rubicondo, occhialini che s’intagliavano fra corti capelli rossicci e una barba con qualche accenno di cura, Ploss spiegava così la sua vicenda: “Sono stato un sacerdote evangelico-luterano per otto anni, fino al 2000”, abbozzava. Poi chiese udienza all’arcivescovo cattolico di Regensburg Gerhard Müller. Joseph Ratzinger conosceva molto bene Ratisbona, vi aveva insegnato all’università alla fine degli anni ’60. Fra il vescovo Müller e Ratzinger c’era un rapporto di amicizia e sono loro due che decidono di acconsentire che Ploss diventi un sacerdote cattolico. L’ultimo precedente risaliva a più di trent’anni prima, ma durante il Soglio Pontifico di Giovanni Paolo II nessuno, proprio nessuno, fu mai consacrato sacerdote portando l’anello nuziale al dito.

Il principio, tuttavia, rimaneva sempre in vigore: “Se un prete si sposa è automaticamente fuori dalla Chiesa, per me è stata firmata una speciale dispensa, un permesso concesso direttamente dal Papa”, chiariva Ploss. Infatti era stato proprio Joseph Ratzinger che si era fatto carico di seguire direttamente la vicenda di Ploss, con uno strappo alle “leggi”, e il Papa Giovanni Paolo II aveva acconsentito. La sua giornata era uguale a quella di tanti. La mattina a scuola ad insegnare religione in vari istituti, poi fra i malati dell’ospedale e quindi nella sua chiesa di St. Joseph per celebrare messa. Alla sera a casa, come tanti altri di padri di famiglia, come tanti altri lavoratori.

Ma la vicenda di Ploss rimase quasi unica. Chi sa se Ratzinger, a quel tempo, voleva dare un segnale di apertura nei confronti del matrimonio dei sacerdoti?

di Paolo Tessadri – il Fatto

Preti sposati e nuovo Papa. Quanto sarà moderno il nuovo Papa

Applausi scroscianti per Benedetto XVI che ha tenuto stamattina la sua penultima udienza generale. Prima di lasciare il soglio pontificio. L’Aula Paolo VI in Vaticano era stracolma di persone. Ben 3500 fedeli commossi hanno tributato al Papa una vera e propria ovazione appena ha preso parola intorno alle 10,40. Prima dell’udienza, dedicata al tema “Le tentazioni di Gesù e la conversione per il Regno dei cieli”, Papa Ratzinger ha motivato la sua storica e coraggiosa rinuncia. “Ho sentito quasi fisicamente in questi giorni per me non facili l’amore che mi portate – ha detto -. Continuate a pregare per me, per la chiesa per il futuro Papa, il signore ci guiderà”. Il Papa teologo ha affermato di aver rinunciato “in piena libertà per il bene della Chiesa, dopo aver pregato a lungo ed aver esaminato davanti a Dio la mia coscienza, ben consapevole della gravità di tale atto, ma altrettanto consapevole di non essere più in grado di svolgere il ministero petrino con quella forza che esso richiede”. Anche in questa occasione, Ratzinger ha “catechizzato” i fedeli presenti. “Non si è cristiani per tradizione – ha esclamato -“. Al contempo, il pontefice dimissionario, ha invitato tutti a fuggire dalle “tentazioni”. Dall’infedeltà matrimoniale all’aborto, dall’eutanasia alla ricerca sugli embrioni. Confermati, nel frattempo, tutti gli impegni pubblici fino al prossimo 28 febbraio. Solo il rito dell’inizio della Quaresima si celebrerà in San Pietro invece che a Santa Sabina considerata la grande affluenza di gente prevista.

Parte il toto Papa

Intanto, all’indomani della decisione di Benedetto XVI di abdicare, impazza il toto-Papa. Nonostante il Conclave si terrà a metà marzo, c’è già una ben delineata rosa di “papabili”. I bookmaker puntano soprattutto su scelte inedite e sorprendenti come quella di un “Papa nero”. In quest’ottica, in pole sarebbero i cardinali africani Francis Arinze e Peter Turkson. Per quanto riguarda i cardinali italiani, salgono le quotazioni del cardinale Angelo Scola – una delle figure più vicine a Papa Ratzinger – mentre scendono quelle degli altri cardinali del Bel Paese. Lo scandalo Vatileaks, in questo senso, avrebbe un peso tutt’altro che marginale. Da non sottovalutare il fronte dei cardinali del continente americano. Su tutti,  il carismatico ‘conservatore’ newyorkese, Timothy Dolan, avrebbe buone possibilità per salire al soglio petrino. Mentre il canadese Marc Ouellet (prefetto della Congregazione dei Vescovi), l’argentino Leonardo Sandri (prefetto delle Chiese Orientali), il brasiliano Odilo Pedro Scherer (arcivescovo di Sao Paulo) e l’honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga (arcivescovo di Tegucigalpa e presidente di Caritas Internationalis) potrebbero inserirsi come outsider. La chiesa asiatica dovrebbe, invece, puntare sul giovane cardinale di Manila, Luis Antonio Tagle, uomo dalle grandissime capacità comunicative

Temi scottanti sul tavolo del futuro pontefice

Tanti i temi ‘scottanti’ che il futuro pontefice si troverà ad affrontare: preti sposati, matrimoni gay, contraccezione, divorzio. Temi dinanzi ai quali il prossimo Papa non si potrà assolutamente sottrarre. Specie se si tiene in debita considerazione quel processo di rinnovamento che da qualche tempo percorre trasversalmente ogni angolo del pianeta Terra e coinvolge, di conseguenza, milioni di fedeli. I recenti sì ai matrimoni tra omosessuali arrivati dall’Assemblea nazionale francese e dal Parlamento inglese – giusto per citare qualche esempio – rendono chiara l’idea che la Chiesa è attesa una volta per tutte alla prova del confronto con i tempi moderni in un’ottica riformatrice. Il Washington Post, per restare in tema, ha titolato “Quanto sarà moderno il nuovo Papa”, anticipando un’analisi alla quale presto sarà necessariamente chiamata anche la stampa italiana.

dazebaonews.it

Preti sposati, vescovo Anversa proponga idea a nuovo Papa

I sacerdoti sposati italiani, rispondendo al vescovo di Anversa Johan Bonny che si era detto favorevole al matrimonio per i preti, lo invitano «a presentare la proposta al nuovo Papa e ai responsabili delle Congregazioni vaticane competenti», ha affermato l’associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati.

«Mons. Bonny crede nel valore del celibato  ma gli piacerebbe anche poter ordinare preti sposati. Un’idea che per Bonny sarebbe ben accetta anche da molti suoi colleghi».

«Avere un nostro portavoce come mons. Bonny tra l’episcopato europeo  potrebbe contribuire alla velocizzazione del processo di accoglienza e di reinserimento dei preti sposati nel ministero pastorale attivo nelle parrocchie in difficoltà per la scarsità di preti».

In un’intervista al quotidiano belga-fiammingo De Standaard, il vescovo di Anversa ha detto che i preti sposati possono contribuire ad arricchire la missione pastorale. «Credo nel valore del celibato», aveva spiegato mons. Bonny osservando che questo rappresenta un valore particolarmente importante in una società consumistica come quella attuale. «Ma mi piacerebbe anche poter ordinare presti sposati». E questo per il ‘contributò che potrebbero dare al loro servizio pastorale. Un’idea che per Benny sarebbe ben accetta anche da molti suoi colleghi.

(fonte: ANSA)

Nuovo Papa dovrà compiere le riforme che la cattolicità attende sui preti sposati

Roma, 12 febbraio 2013 – QUESTA volta alla perfetta macchina simbolica che è stata sempre un conclave romano mancherà un fattore determinante della sua suggestione: la sacralità della morte. Riconosciamo a Papa Ratzinger, un conservatore, il primo vero gesto rivoluzionario del pontificato: aver pensionato lo Spirito santo che l’aveva eletto, al solenne canto del Veni Creator Spiritus, quel 19 aprile 2005, tenendo conto della natura umana del suo compito, non più solo di quella spirituale. Ha avuto coraggio. Era dal 1294, con Celestino V, e dal 1415, con Gregorio XII, che un Papa non lo mostrava.

CHE LEZIONE per certi nostri politici che in avanzata età, avvicinandosi agli ottanta inverni, accecati dal delirio di onnipotenza, vogliono sfidare la Natura e riproporsi nelle imminenti elezioni, la cui canea, per miracolo tace finalmente davanti all’Evento! Grazie, Santità, dell’esempio che ci ha saputo dare. Glielo riconosce, di cuore, chi non aveva salutato la Sua elezione con troppo entusiasmo, rimpiangendo che l’altro campione dello Spirito Santo, Carlo Maria Martini, non fosse in grado di accettare il ministero petrino. Ora qualcosa unisce in una misteriosa fratellanza il Papa mancato a quello eletto, facendo riflettere sui misteriosi disegni della Provvidenza, chi ha fede, sulle geometrie sorprendenti del Caso, chi è laico.

Noi italiani attendiamo di sapere se perderemo un’altra volta l’ultimo retaggio universale che all’Italia era rimasto, e se sarà Vescovo di Roma un altro straniero. Gli italiani in conclave saranno solo 28 su 120, un’aliquota davvero minoritaria, più che mai debole considerando gli ultimi conclavi. Sarà difficile che la scelta cada su uno di loro, anche se ricorre il nome del ciellino Scola, spostato da Venezia a Milano di recente. Si parla di un americano, Dolan, di 62 anni, di un canadese, Ouellet, di 68, di un filippino Tagle, di 55, ma l’impressione è che le idee non siano chiare nemmeno in Vaticano. E che l’ombra lunga del Vatileaks, con la sua lotta fra fazioni di potere, non si sia esaurita, forse influenzando la decisione di un Papa vecchio e malato, di cedere il passo a chi sia più in grado di fronteggiare certe pressioni. E di compiere le riforme che la cattolicità attende sui preti sposati, sui cattolici divorziati, sull’uso dei contraccettivi, sulle coppie gay e di fatto.

di Roberto Pozzi – quotidiano.net

Opere e missioni di Justin Welby, il nuovo “papa” anglicano

L’annuncio ufficiale è arrivato solo pochi giorni fa, ma la notizia era nell’aria da tempo. Justin Welby, ex manager operante nel settore petrolifero a Parigi, è il nuovo “papa” degli anglicani. E’ stata la regina Elisabetta, che ricopre formalmente la carica di capo supremo della Chiesa anglicana, ad approvare, come prevedono le regole, la nomina del nuovo arcivescovo di Canterbury. Ma chi è, e cosa pensa veramente, Justin Welby ? Quali sono le principali sfide che dovrà affrontare alla guida dei fedeli anglicani ?

Justin Welby, il nuovo “papa” anglicano
Cinquantasette anni, ex manager della Elf Aquitaine, Welby è sposato con Caroline e ha cinque figli. Dopo una carriera nel mondo degli affari, nel 1992 viene ordinato diacono e nel 2011 diventa vescovo di Durham. Non passano neanche due anni e arriva la nomina a centocinquantesimo arcivescovo di Canterbury. Una scelta, quella di Welby, che è il risultato di mesi di discussioni, tensioni e divisioni volte ad individuare il sostituto di Roman Williams. Contro di lui, infatti, ha giocato a lungo la provenienza dalla prestigiosa scuola di Eton, dove si formano le “persone che contano” nel Regno Unito. Forte era, infatti, l’impressione che Welby potesse essere lontano dalla gente e non essere quindi in grado di far fronte alle loro richieste ed esigenze. Una sorta di snobismo insita in tutti gli studenti di Eton. E, di certo, non giocava a suo favore la celerità con la quale ha fatto “carriera”, essendo stato ordinato vescovo solamente nel 2011. Ostacoli, però, che sono stati superati, soprattutto dopo che è venuta meno l’idea di optare per un arcivescovo nero. Welby, personaggio sui generis che nel 2009 ebbe l’idea di suonare una delle canzoni più note di John Lennon (Imagine) con le campane della cattedrale di Liverpool nella convinzione che una canzone “popolare” avrebbe attirato più gente in Chiesa, è oggi il rivale principale del primo ministro inglese David Cameron in relazione al progetto di legge relativo ai matrimoni omosessuali. “Non ho idea di come andrà il voto e non ho intenzione di fare ipotesi. Ribadisco la mia posizione e il mio sostegno alla Chiesa d’Inghilterra, come ho sempre fatto nel corso degli ultimi mesi e in occasione della mia nomina” – queste sono state le dichiarazioni, molto chiare, da parte di Welby quando interpellato sulla questione. Spontanea, quindi, sorge la domanda se Cameron, nel proporre alla regina Elisabetta la nomina di Welby, si fosse informato sino in fondo di quelle che fossero le sue convinzioni in materia di matrimoni tra omosessuali.

Donne vescovo ? Ancora no
Se quello dei matrimoni tra omosessuali è forse il tema più scottante che il nuovo arcivescovo di Canterbury dovrà affrontare nell’ambito dei rapporti con lo Stato inglese, non mancano anche all’interno della Chiesa anglicana importanti sfide da affrontare. La prima di queste è rappresentata, in particolare, dall’ordinazione di donne vescovo. Ed il primo round della sfida è stato vinto dai tradizionalisti. Il sinodo generale della Chiesa d’Inghilterra ha infatti respinto, almeno per ora, la possibilità dell’ordinazione di donne vescovo. Una decisione, quest’ultima, che arriva dopo anni di discussioni e a distanza di venti anni dall’ordinazione della prima donna sacerdote. Ma, soprattutto, una scelta che ha visto sconfitti sia il nuovo arcivescovo di Canterbury Justin Welby che il suo predecessore Roman Williams. Quest’ultimo, infatti, è stato per anni colui che ha animato il dibattito in seno alla Chiesa anglicana e che davanti al risultato della votazione ha dichiarato: “Mi dispiace per le donne nella Chiesa e per quegli uomini che le sostengono”. Altrettanto chiara la posizione di Welby: “Dobbiamo portare a termine il lavoro e dobbiamo farlo adesso, nel rispetto della diversità e non nella divisione”.

Vescovi omosessuali ma casti
Altro ostacolo da affrontare è quello dell’ordinazione di vescovi omosessuali, verso i quali proprio recentemente la Chiesa anglicana ha mostrato qualche apertura. Una discussione, quest’ultima, che risale al 2003 quando il pastore John divenne vescovo di Reading e, poco dopo, fu costretto ad ammettere la propria omosessualità con conseguenti dimissioni dovute alle forti proteste dell’ala tradizionalista della Chiesa anglicana. Recente è stata, invece, la decisione di ritirare la moratoria che vietava l’ordinazione di vescovi dichiaratamente omosessuali. Una possibilità, però, subordinata a due condizioni ben precise: la scelta del celibato e il pentimento per la propria precedente attività sessuale. Un passaggio storico per la Chiesa anglicana che però non farà altro che acuire le tensioni e le divisioni al suo interno, in particolare tra progressisti e tradizionalisti. Questi ultimi, infatti, promettono battaglia

formiche.net

CULTURA – ARTE E FEDE La rivoluzione del Vaticano II

di GIOVANNI BONANNO

I padri conciliari propongono un’arte rispondente alla modernità. Paolo VI chiede ai maestri della pittura e della scultura, riuniti nella Cappella Sistina, di progettare insieme il rinascimento della bellezza nelle chiese. Non pochi artisti, appartenenti a geografie e culture diverse, aderiscono testimoniando una fede giovane e immaginifica.

Georges Rouault, Ecce Homo, Collezione d'arte religiosa moderna, Vaticano

Georges Rouault, Ecce Homo, Collezione d’arte religiosa moderna, Vaticano (foto SCALA, FIRENZE).

Si leva impetuoso il vento nell’aria stantia della città, ammorbata dal vecchiume. Da lungo tempo atteso, giunge con vortici che scuotono case e spazzano strade il vento del Concilio, fremente di libertà. Soffio cosmico che rigenera il cielo schiudendo orizzonti allo spirito in una stagione segnata da tragedie. Ne è testimone non solo la Chiesa, ma anche il mondo della cultura e dell’arte che soffre di nichilismo, di una disperazione che genera stermini e morte. Quando il vento comincia a diradare nubi, rimescolare carte, purificare pensieri, sembra profilarsi una stagione di speranza che parla con la Gaudium et spes di una vita umana più degna e con la Sacrosanctum Concilium dell’immaginazione di pittori e scultori in grado di svelare il volto di Dio e lo stupore della fede.

Non sono parole obsolete, quelle delle pagine conciliari, ma giovani, palpitanti di sogni, che infondono nei cuori la felicità di esistere con e per gli altri. Parole che riecheggiano la Parola. Parole che infondono fiducia, onorano l’intelligenza, celebrano la creatività, promuovono la bellezza dentro lo spazio liturgico. Il testo della Sacrosanctum Concilium, con cui i padri mettono a fuoco il senso teologico anche dell’arte, è sorprendente. È in esso il rispetto dovuto al genio di quanti, con profondità, traducono su tele e marmi il sensus fidei, in consonanza con la sensibilità moderna, riconoscendo che «fra le più nobili attività dell’ingegno umano sono, a pieno diritto, annoverate le arti liberali, soprattutto l’arte religiosa e il suo vertice, l’arte sacra». Le quali si connettono con la bellezza suprema, con il kadosh biblico che sta a indicare santità, bontà, potenza, amore, bellezza di Dio.

Marc Chagall, La Mariée en Blue (The Blue Bride), Collezione privata, Londra

Marc Chagall, La Mariée en Blue (The Blue Bride), Collezione privata, Londra (foto CHRISTIES’ IMAGES LONDON/SCALA, FIRENZE).

Non ha remore, il testo dei vescovi, nell’asserire che non esiste un’arte ecclesiastica: «La Chiesa non ha mai avuto come proprio un particolare stile artistico ma, secondo l’indole e le condizioni dei popoli e le esigenze dei vari riti, ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca ». Principio vero che, nei fatti, viene rinnegato per oltre centosessanta anni, da quando con l’Illuminismo gli artisti si distanziano dalla Chiesa e questa, lungo l’Ottocento e la prima metà del XX secolo, preferisce icone riconducibili a stilemi passati, che non esprimono né spiritualità né cultura moderna. Si produce una cesura drammatica. L’arte non manifesta la fede vivente, le sue ansie e grazie, ma epoche lontane. Sugli altari si affollano pale con crocifissi accademici, madonne e santi manierati, che se d’un canto contribuiscono a una religiosità rassicurante, dall’altro dichiarano il rifiuto della contemporaneità.

David Alfaro Siqueiros, Cristo de la Paz, Collezione d'arte religiosa moderna, Vaticano

David Alfaro Siqueiros, Cristo de la Paz, Collezione d’arte religiosa moderna, Vaticano (foto MUSEI VATICANI).

A questo procedimento si oppongono non pochi teologi e artisti. Ma senza fortuna. Sia in Francia che in Italia si sviluppano correnti di classicismi amorfi con iconografie edulcorate. Attorno alla scuola parigina di Saint-Sulpice germinano e si diffondono ovunque decoratori di soggetti seriali che contentano il devozionismo di clero e fedeli. Georges Rouault, il maggiore pittore cattolico del primo Novecento, si ribella all’estetismo vacuo di sulpiciani, nazareni e madonnari, proponendo linguaggi di forte pregnanza estetica e cristiana. Con l’eredità di Van Gogh, l’angoscia di Munch, la forza dei Fauves invita – insieme con Jacques Maritain e Giovanni Battista Montini – la Chiesa a rinnovarsi. I tre avviano, a fine anni Venti, con fermezza, processi formativi di indubbio valore che coinvolgono personalità come i domenicani Couturier e Régamier, artisti come Martini e Severini, vescovi come Lercaro e Fallani, sacerdoti come Rossi e Francia. Tutti protesi all’avvento di novità artistiche che trovano ragione nel Vaticano II. Il quale con la Sacrosanctum Concilium afferma: «Anche l’arte del nostro tempo e di tutti i popoli e Paesi abbia nella Chiesa libertà d’espressione, purché serva con la dovuta riverenza e il dovuto onore alle esigenze degli edifici sacri e dei sacri riti».

Otto Dix, Salita al Calvario, Collezione d'arte religiosa moderna, Vaticano

Otto Dix, Salita al Calvario, Collezione d’arte religiosa moderna, Vaticano (foto SCALA, FIRENZE).

Affermazione che entusiasma intellettuali, teologi, artisti perché i linguaggi della contemporaneità hanno diritto di divenire linguaggi di una Chiesa che parla con segni, forme, colori di pittori e scultori d’oggi, compresi dagli stessi cristiani che nei musei cercano la bellezza. Del resto alcuni di essi, che han potuto deporre, fra gli anni Venti e Cinquanta, opere religiose dentro il perimetro sacrale, come Léger, Ferrazzi, Manessier, Chagall, sono accolti quali interpreti fascinosi della fede e di un’ascesi rispondente al secolo delle conflagrazioni mondiali. Grazie a questo vento conciliare che spalanca porte e finestre di vescovadi, monasteri, università, parrocchie, riprende vigore l’azione promossa in precedenza da movimenti, riviste, rassegne che auspicano l’apertura ai maestri di Futurismo e Cubismo, valori plastici, Espressionismo e Neorealismo, astratto e informale. Si intuisce che gli artisti, perché poeti, vivono di interiorità. Per questo possono tradurre – se accompagnati da intelligenza teologica – su tele, affreschi, sculture, l’annunzio delle beatitudini, il mistero dell’Eucarestia, il sacrificio del Golgota, l’alba della Pasqua. Le loro immagini – da non confondere con ricerche e sperimentalismi – posseggono il potere di rinnovare la visione con l’incanto di composizioni inedite, come un tempo furono inedite e rivoluzionarie le opere di Giotto e Caravaggio.

Aligi Sassu, Deposizione, opera del 1969, Collezione privata, Palermo

Aligi Sassu, Deposizione, opera del 1969, Collezione privata, Palermo.

Consapevole della necessità, dentro la Chiesa, della bellezza e dell’arte contemporanea con i suoi geni, è soprattutto Paolo VI. Il quale da oltre quarant’anni frequenta i linguaggi della filosofia, della letteratura e dell’arte del XX secolo, condividendo le istanze formali e spirituali dei loro autori. È del maggio 1964 l’ardimentoso discorso di Papa Montini che, di fronte a centinaia di eminenti artisti dei cinque continenti, riuniti nella Cappella Sistina, parla dell’arte come novità e verità. Non cattedratica ma umile l’allocuzione, durante la quale, dopo aver chiesto perdono agli artisti per le incomprensioni della Chiesa, che li ha mortificati ed emarginati, invita tutti al dialogo, all’incontro, a progettare insieme un’arte che esprima la fede nel presente. «Noi abbiamo bisogno di voi», dice Paolo VI. «Il nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perché, come sapete il nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. E in questa operazione, che travasa il mondo invisibile in formule accessibili, intelligibili, voi siete maestri».

Quindi si fa folgorante la sua parola nel dire della missione degli artisti, della loro capacità di carpire i tesori del cielo, di manifestare la profezia, di rappresentare la trascendenza. Quasi a superare un complesso di colpa, il Pontefice non si esime dal ripetere: «Vi abbiamo fatto tribolare perché vi abbiamo imposto come canone primo la imitazione, a voi che siete creatori; perdonateci!». Discorso che appassiona il mondo della cultura e stupisce la stampa internazionale mettendo a nudo il bisogno della Chiesa conciliare di non nascondere la verità per potere liberamente iniziare un nuovo corso nel segno dell’amicizia. «Rifacciamo la pace? », sussurra il Papa, «Quest’oggi? Qui? Vogliamo ritornare amici?… Noi dobbiamo tornare alleati». Di là da enunciazioni filosofiche il vento del Vaticano II s’incarna nella voce di Paolo VI, nell’emozione di mente e cuore che stupisce gli artisti in quella Einfühlung, sensibilità capace di percepire l’urgenza di affetto nei rapporti perché la Chiesa possa, oggi, testimoniare il mistero di Cristo, con creazioni immaginifiche. La voce del vento sorprende. Inonda l’animo degli artisti, desiderosi di esser compresi. Ma la certezza d’esser voluti bene giunge quando Paolo VI rivolge, al cospetto del Giudizio di Michelangelo, parole di rispetto, amicizia e collaborazione con pittori, architetti e scultori, definiti «poeti e profeti». Programmatico il discorso che stabilisce punto di incontro la bellezza, capace di ridare all’uomo la dimensione umana e divina. Stupisce l’intera compagine dell’arte l’apertura del Vaticano alla creatività moderna perché il Vangelo venga significato con forme e colori del XX secolo e del tempo a venire.

Salvatore Fiume, La Madonna del Giubileo, 1995

Salvatore Fiume, La Madonna del Giubileo, 1995.

 

Inimmaginabile un decennio prima, ora il sagrato della Chiesa assurge a cantiere di progetti e di realizzazioni firmati da maestri come Manzù e Bazaine, coadiuvati nell’esegesi biblica da ecclesiastici come De Luca. Avviene un cambiamento di rotta. Pittori e scultori, che nel segreto degli atelier avevano concepito immagini di religiosità solipsistica, testimoniano un sentire comunitario, che rende i loro soggetti icone della rivelazione vissuta nella liturgia. Per cui Cristo, la Vergine, gli apostoli e i discepoli, pur declinando la peculiarità di ciascun autore, svelano il plèroma della Chiesa. Rinnovamento radicale che acquisisce forma di imperativo: l’arte sacra torni alle origini, satura di tensioni umanistiche ed esistenziali, mentre squaderni con innovativo linguaggio la visione di Dio. Benché incompiuto esempio di novità semantica e teologica, la Collezione vaticana d’arte religiosa moderna è il primo segnale di una trasformazione avvincente l’intellettualità prima, poi il popolo. In particolare la Chiesa del Concilio è a fondamento della Galleria, voluta da Paolo VI, quale prologo di una possibile ideazione spirituale. Vi è in essa la sequenza di maestri che evidenziano la forza redentrice del cristianesimo, che non cessa di annunziare la misericordia. Sculture e dipinti evocano lo stupore delle beatitudini, la grazia del perdono, la fragranza del pane. Alcuni di essi precedono di qualche anno lo stesso Vaticano II.

La maggior parte visiona la sacramentarietà di una Chiesa attenta ai drammi e pronta a colmare l’abisso di solitudine che attanaglia il presente. Centinaia gli artisti appartenenti ai cinque continenti – come Kokoschka, Carrà, Dix, Azuma, Fontana, Buffet, Shahn, Villon, Siqueiros – che tracciano l’identikit di un cristianesimo contemporaneo. Rappresentano civiltà diverse, animati dal bisogno di incontrare Dio dopo stagioni di silenzio. Quel che il Concilio comunica si chiama speranza, talvolta certezza, che essi fissano in manufatti ritraenti non tanto cardinali e patriarchi, quanto la persona di Cristo, la sua vita, il suo messaggio, dichiarando la realtà del Logos nell’esperienza della Chiesa. La quale appare disposta all’ascolto dei drammi che traversano la vita dei ricercatori di bellezza. Indicativa di questo sentire è la Cappella della pace concepita da Giacomo Manzù. Cella alitante di interiorità, nel cui biancore si stagliano i bronzi dorati: la tavola d’altare a piramide rovesciata, il tabernacolo con i bassorilievi di calice, pane e coltello, il busto di Giovanni XXIII, colombe e candelieri. In tutto ventisei pezzi sottesi da linearità lirica. Rimanda la minuscola chiesetta alla grande Porta della morte, incastonata nel prònao di San Pietro. Dentro la spazialità metafisica è l’enigma della morte. Non c’è disperazione, ma silenzio. Nella porta lo scultore traspone alcune immagini di morte: di Cristo e della Madre, di Abele, di martiri e santi, dell’impiccato e di una madre. Contemplazione che trae ragione dalla fede riproposta dal Papa del Concilio, che nella Porta sta prostrato in preghiera.

Seguendo Manzù, altri scultori si ispirano al Vaticano II. Minguzzi plasma la Porta dei Martiri documentando il sangue versato dai giusti. Per il duomo di Orvieto Greco compone la Porta della Misericordia. Messina trasfonde nel monumento a Pio XII l’angoscia di un Papa sconvolto da guerra, lager, Olocausto.

Guarda alla verità della fede Fazzini componendo per l’Aula Nervi la Resurrezione: afferma il superamento della morte e quindi l’essenza del cristianesimo. Scultura di luce dorata, traversata da vento impetuoso, che con sintassi neogotica e neobarocca esprime la certezza della risurrezione della carne.

Di Floriano Bodini emblematici sono i gruppi scultorei Crocifissione e Papa e vescovi. Scolpisce più volte Paolo VI l’artista lombardo. Nel primo monumento è arcigno e fragile il Pontefice, schiacciato da piviale e mitria; lievita nello spazio del Sacro Monte di Varese, pastore benedicente; nel duomo di Milano sta in ginocchio Papa Amleto: impetra pace per un tempo disumano. Altri scultori interpretano l’evento conciliare come Manfrini, Crocetti, Mirko, Biancini, Scorzelli, Ciminaghi che assurgono a pionieri della scultura cristiana moderna.

Suggestionata dalla poesia biblica di Chagall è protagonista la pittura, con la fisionomia immaginifica di una Chiesa giovane. Eminenti pittori inventano soggetti significanti il mistero della salvezza con l’itinerario di Cristo e il suo kerygma che giunge primaverile nel XX secolo. Opere di segni lancinanti e di densi colori che folgorano gli spazi liturgici favorendo la meditazione. Ovunque, in Italia e nel mondo, è un fiorire di iniziative. Oltre ai vertici vaticani, impegnati a sensibilizzare clero e laici, congregazioni e facoltà, non pochi vescovi e sacerdoti in diocesi organizzano corsi di formazione e aggiornamento, esposizioni d’arte antica e moderna; e commissionano tele, mosaici e vetrate a conclamati maestri al fine di dare un habitus vivo alla cristianità. Grazie a questi impulsi nasce la pittura sacra di Fiume che traduce, con accenti metafisici ed espressionisti, la vita e la morte secondo la rivelazione. Nel grandioso mosaico della basilica di Nazaret l’artista siciliano mostra pienamente il suo canto di gioia alla Theotokos.

Sassu si connota per l’insistenza sui temi della Passio: immaginazione infuocata di rossi rubensiani e del magma di Delacroix, pulsante d’amore. Splende di azzurro il cielo del Golgota nelle tavole di Pirandello, sebbene un tratto violento scarnifichi il corpo di Cristo invocante il Padre. Neorinascimentale l’iconologia di Annigoni che ripropone, all’interno dell’abbazia di Montecassino e nella basilica di Padova, la realtà di una Chiesa pane di speranza. Con francescanesimo Primo Conti svela, in dipinti colti, un turbamento mistico, trafitto di luce. Sublimi le sue maternità che celebrano, con cromie postcubiste, la Vergine Maria.

Miriadi di altri pittori, affascinati dalla Gaudium et spes, offrono a cattedrali, parrocchie, santuari il frutto del loro genio. Ne sono esempio Cantatore, Longaretti, Albert, Ruggeri, Ortega, Gauli, Foujita, Spinosa, Timoncini, Ravay, Vago. Di struggente ascesi la visione di William Congdon, la cui astrazione, tessuta del dripping di Pollock e della terra combusta di Burri, penetra la kenosis in cerca di una vita altra. Particolare valore possiede, nel contesto postconciliare, la creazione, dopo i miniati del Trecento, del primo Evangeliario moderno voluto da Giovanni Paolo II. Nelle sue pagine i diciotto maggiori artisti italiani degli anni Ottanta incidono, con riverberi trascendenti, la verità del Logos fattosi carne. Icone di puro incanto, interpreti del sensus fidei. Attualmente, dopo lunghi momenti di stasi, un sorprendente risveglio creativo sembra animare l’arte sacra con l’impegno del cardinale Gianfranco Ravasi, che infonde ardimento a vescovi e teologi e invita pittori, architetti e scultori a esser protagonisti, all’interno della Chiesa del Concilio, quali «poeti e profeti».

Giovanni Bonanno

Jesus Febbraio 2013

Il bene della chiesa ha bisogno di pastori diversi. Riaccogliere i sacerdoti sposati…

  • Il papa, dopo lunga riflessione, ha comunicato le sue dimissioni  a partire dal 28 febbraio “per il bene della chiesa”.
  • Egli ha maturato una decisione saggia, vista la sua età , le diminuite energie e le infinite diatribe vaticane.
  • Ma c’è di più. Il papa ha assunto una decisione evangelicamente e teologicamente feconda. Infatti potrà diventare normale che il mandato pontificio diventi “ad tempus”, cioè a tempo determinato.
  • A mio avviso, le dimissioni costituiscono la scelta più evangelica di tutto il pontificato di BenedettoXVI  il quale ha capito di essere diventato estraneo ad un grandissimo numero di cattolici e cattoliche, membri della sua stessa chiesa.  Questa consapevolezza, per quanto tardiva, gli fa onore perchè mette al primo posto il bene della chiesa.
  • Ora si scatenerà  la retorica religiosa e laica ed esploderà il coro delle lodi, ma il pontificato di Ratzinger è stato caratterizzato da continue prese di posizione tradizionaliste e reazionarie sul piano biblico, teologico, ecclesiologico ed etico.
  • Il bene della chiesa ha bisogno di pastori diversi. Anzi, ha bisogno di ripensare il superamento della struttura pontificale, gerarchico-romana per dar vita al ministero petrino, esercitato da uomini e donne eletti con la partecipazione di tutto il popolo di Dio.
  • Senza questo radicale ripensamento, senza questa vera conversione anche strutturale del papato romano, il nuovo eletto potrebbe trovarsi negli stessi circuiti del potere, degli affari, della nostalgia del cristianesimo dogmatico e “costantiniano”.
  • don Franco Barbero

Pubblicato da don Franco Barbero

Preti sposati: celibato questione aperta…

La comunità cattolica sotto shock: vescovi costretti a dimettersi, sacerdoti e religiosi indagati e sospesi dal Vaticano. Il motivo? Hanno famiglia. Pertanto, non sono “idonei all’adempimento del proprio ufficio” secondo i canoni ecclesiastici. Canoni che, però, faticano a essere recepiti dalla cultura africana.

I fatti. Tra gli atti pontifici, L’Osservatore Romano del 26 maggio annunciava: «Il Santo Padre ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Bangui (Repubblica Centrafricana), presentata dall’arcivescovo Paulin Pomodimo, in conformità al canone 401, paragrafo 2, del Codice di diritto canonico». Il paragrafo citato recita: «Il vescovo diocesano che per infermità o altra grave causa risultasse meno idoneo all’adempimento del suo ufficio, è vivamente invitato a presentare la rinuncia all’ufficio». La formula nasconde le dimissioni imposte. Mons. Pomodimo era succeduto nel 2003 a mons. Joachim Ndayen, per 33 anni arcivescovo di Bangui.
Dieci giorni prima, L’Osservatore aveva annunciato, con la stessa formula, le dimissioni di un altro prelato centrafricano: mons. François-Xavier Yombandje, vescovo di Bossangoa.
In Italia i giornali – non tutti – hanno fatto un semplice accenno a quanto stava succedendo in Repubblica Centrafricana, perché, all’indomani dell’annuncio delle dimissioni dell’arcivescovo, un numero importante di sacerdoti aveva deciso di iniziare uno «sciopero dei sacramenti» per protestare contro quella che ai loro occhi appariva una brutale decisione del Vaticano nei confronti dei due vescovi. Lo sciopero non è durato che ventiquattr’ore, anche per le pressioni di alcuni preti contrari alla decisione e di cristiani scontenti di non aver più la loro messa e i sacramenti. I cattolici centrafricani rappresentano poco meno del 30% della popolazione.
L’astensione dall’esercizio ministeriale intendeva anche protestare contro la nomina del nuovo amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Bangui, padre Dieudonné Nzapalainga. Centrafricano, membro dell’istituto dei missionari Spiritani, p. Nzapalainga aveva lavorato in Francia per una decina d’anni, prima di fare ritorno al paese come superiore regionale e presidente della Conferenza dei religiosi centrafricani, in servizio alla parrocchia di Notre Dame d’Afrique a Bangui.
«Non abbiamo nulla contro la persona di p. Nzapalainga», hanno precisato i preti. A infastidirli, invece, è stato il fatto che la nomina fosse avvenuta ad nutum della Santa Sede e senza consultazione del clero. Anche se qualcuno ci ha visto una contestazione della sua appartenenza a una congregazione “straniera”.
In una lettera pubblicata prima degli “avvenimenti”, i preti avevano fatto riferimento a una inchiesta del Vaticano, che avrebbe provato che «la loro condotta morale non è sempre conforme agli impegni assunti al seguito di Cristo povero, casto ed obbediente», e che li minacciava di sanzioni. Attaccavano soprattutto «quei religiosi, religiose e vescovi europei che si sono lanciati in una campagna di maldicenze, calunnie e delazioni di ogni genere contro il clero autoctono». «Deploriamo il fatto che certi missionari si stiano accaparrando tutti i posti di responsabilità nella chiesa centrafricana, in modo da guidarne il destino».
Il testo conteneva espressioni forti: «Coloro che credevamo nostri collaboratori (i missionari, ndr) si sono rivelati nostri carnefici… Questo diffondere notizie false ha trovato credito presso il nunzio che ha informato Roma… Non bisogna sperare di avere candidati autoctoni all’episcopato per i prossimi dieci anni… Siamo stanchi di queste campagne di diffamazione, basate unicamente sul celibato. Altrove succede di peggio… Non confondete la correzione fraterna con l’umiliazione fraterna». Conclusione: «Non siamo quello che si dice di noi».
Questo schietto modo di esprimersi traduce un sentimento diffuso tra i preti centrafricani. Ci sono missionari – e anche vescovi – che li trattano da ragazzetti. Il che fa sì che ogni denuncia nei loro confronti sia presa come offesa seria. E alle accuse fanno seguito le contraccuse. Circolano anche “liste nere”. Insomma: un’atmosfera detestabile in cui il Vaticano è accusato di essere discriminante, parziale e selettivo nel definire la situazione, dato che anche preti e vescovi stranieri sarebbero colpevoli degli stessi comportamenti rimproverati ai colleghi africani. I superiori provinciali degli istituti missionari presenti nel paese non possono certo negare di essersi trovati nella necessità di intervenire per porre fine a una situazione non del tutto felice, se non scandalosa, rispedendo in patria questo o quel confratello.

Questa crisi di una parte importante del clero centrafricano non è che il segno di una crisi ancora più profonda, che da alcuni anni ormai attraversa l’intera chiesa locale e si è aggravata negli ultimi mesi. Al centro della polemica, il comportamento non conforme al proprio stato ecclesiale di tanti preti e di alcuni vescovi.

A marzo, mons. Robert Sarah, segretario della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, si era recato a Bangui in qualità di visitatore apostolico ed era stato messo al corrente della gravità della situazione, sulla quale aveva già indagato l’arcivescovo vietnamita Pierre Nguyên Van Tot, nunzio apostolico nella Repubblica Centrafricana e Ciad dall’agosto 2005, arrivando alla conclusione che molti sacerdoti erano padroni di case, avevano figli e possedevano proprietà private. Il 13 maggio 2008, mons. Van Tot veniva inviato come nunzio apostolico in Costa Rica.
La visita di mons Sarah – che non ha esitato, lui guineano, a fustigare i preti che conducono una doppia vita e a invitarli ad abbandonare il ministero sacerdotale – ha dato il via a una operazione di pulizia della chiesa centrafricana, coordinata da mons. Jude Thaddeus Okolo, nigeriano, nuovo nunzio in Ciad e Repubblica Centrafricana dal 2 agosto 2008. Il risultato è che, oggi, delle 9 diocesi centrafricane, una sola è retta da un vescovo locale, 6 da vescovi missionari non centrafricani, e le 2 rimaste vacanti da amministratori. I sacerdoti locali, nonostante il loro numero sia cresciuto di molto negli ultimi anni (dagli 83 del 1990 ai 140 del 2003, fi no a costituire oggi i due terzi del clero presente nel paese), vedono che le leve del comando restano nelle mani dei missionari, percepiscono il fatto come mancanza di fiducia nei loro confronti e denunciano il complesso di superiorità («anche spirituale») che notano nei missionari.
Nei testi e nelle lettere che circolano anche nella diaspora, ritorna spesso l’espressione «neocolonialismo ecclesiale». I missionari ribattono che alcune diocesi sono state create da poco, che la presenza missionaria è ancora indispensabile e che, se ci si mette anche la gelosia tra preti, è facile che la scelta di Roma cada su un nome straniero al momento di nominare un vescovo. Era successo con la nomina dello spiritano tedesco Peter Marzinkowski a vescovo di Alindao, nel 2004, e del salesiano belga Albert Vanbuel a vescovo di Kaga-Bandoro, nel 2005. Nomine mal digerite dal clero delle due diocesi. Lo squilibrio, comunque, è patente.

INTERVIENE IL VATICANO
La verità? La possiamo indovinare percorrendo la lettera che il 19 maggio, da Roma, il card. Ivan Dias, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, ha rivolto ai cattolici centrafricani. Dopo aver ricordato che «la chiesa centrafricana ha vissuto recentemente momenti difficili che hanno turbato la pace e l’armonia tra i suoi membri», la lettera afferma che «bisogna innanzitutto riconoscere che la chiesa centrafricana di oggi è il frutto del lavoro pastorale, così paziente e laborioso, di migliaia di missionari venuti da lontano e del clero locale che essi hanno formato in questi ultimi 115 anni». Menziona, quindi, il gran bene da loro compiuto anche in campo sociale, dell’educazione e della salute. La lettera continua: «Bisogna però riconoscere anche, in tutta sincerità e umiltà, che nel campo del Signore, accanto al buon grano che con fierezza costatiamo, c’è della zizzania, che nuoce alla causa del Vangelo e della chiesa di Gesù Cristo.
Soprattutto, c’è lo stato morale di alcuni sacerdoti che tradiscono la loro sublime vocazione di essere guide spirituali del popolo di Dio sulla via della santità». E poiché la Santa Sede riceveva da tempo notizie preoccupanti al riguardo, si è decisa la visita di mons. Sarah, che «purtroppo ha potuto costatare la profondità del malessere tra il popolo di Dio a causa della condotta poco esemplare di certi membri, anche qualifi cati, del suo clero, sia autoctono che missionario». Ovvio che la Santa Sede «si è sentita obbligata a prendere le misure necessarie per porre rimedio alle situazioni irregolari in cui i pastori tradivano i loro impegni presi davanti a Dio e alla chiesa… scandalizzando il gregge».

REAZIONI
La stampa centrafricana non solo ha riconosciuto la gravità dei fatti – e cioè che, praticamente, in tutte le diocesi e in tante parrocchie preti secolari e religiosi hanno famiglia con moglie e figli e che, se i figli non portano il nome del papà, fratelli e sorelle del prete sono là a occuparsene – ma si è anche meravigliata che il Vaticano si sia accorto solo ora della situazione. Secondo Centrafrique Presse, «si naviga nell’ipocrisia: il celibato dei preti nella Repubblica Centrafricana, come altrove, è un’utopia». Questa situazione sarebbe «cominciata con il primo della cordata, cioè don Barthélemy Boganda, che dovette abbandonare la sottana per altre attività». Boganda era diventato il primo ministro di quella che sarebbe stata la Repubblica Centrafricana e ne sarebbe stato il primo presidente, se un misterioso incidente aereo non avesse messo prematuramente fine alla sua vita un anno prima dell’indipendenza.
Nelle loro reazioni – lettere ai giornali o interventi sui vari blog di Internet – i fedeli hanno espresso il proprio disappunto di fronte allo sciopero dei preti. A loro e all’arcivescovo hanno rimproverato mancanza di umiltà e di sincerità, perché, invece di riconoscere quanto era loro rimproverato, si erano difesi accusando i missionari di menzogne e di discriminazione razziale. Qualcuno ha fatto riferimento al discorso – in sango, la lingua del paese – in cui l’ex arcivescovo, la domenica precedente le dimissioni, aveva parlato della faccenda come della «storia del gobbo che non vede la propria gobba ma solo quella del vicino». Per dire: quelli che ci accusano fanno come noi!
C’è stato chi si è spinto ad accusare l’arcivescovo di essere stato l’ispiratore dello sciopero dei preti. «Bisogna rivedere il programma di formazione del seminario maggiore di Bimbo. Questa scuola non forma che dei funzionari a servizio della chiesa senza ambizioni apostoliche… Altro che obbedienza, castità e povertà! Guardandoli, sembrerebbe che questi preti abbiano fatto voto di trasgressione, dissolutezza e ricchezza».
Una cristiana ha rimproverato ai preti di farsi sorprendere nelle discoteche abbracciati alle mogli dei loro parrocchiani e di bighellonare nei bar all’ora della preghiera: «Se solo volessero ascoltare quanto pensiamo di loro! Se non ce la fanno, buttino la sottana. Vale di più un solo prete esemplare che mille che fanno apparire noi, semplici cristiani, come dei santi in confronto a loro». Un altro fedele: «La corruzione fa incancrenire l’istituzione e la doppia vita dei preti è quasi generalizzata. Bisogna non essere mai stati in Repubblica Centrafricana per credere che si tratti di una campagna di denigrazione».

COSTUME DIFFUSO
Il malessere non si limita alla Repubblica Centrafricana. Tutto fa ritenere che il problema del celibato dei preti sia stato evocato seriamente da Benedetto XVI nei suoi colloqui con i vescovi della regione, durante il suo viaggio a Yaoundé (Camerun) nel marzo scorso.
È di dominio pubblico ormai – senza voler generalizzare e far torto ai tanti che agiscono onestamente e riconoscendo che ci sono paesi dove il clero compie sforzi sinceri per vivere coerentemente – che il fenomeno dei sacerdoti e vescovi che hanno famiglia è diffuso.
Il caso africano più mediatizzato resta quello dell’ex arcivescovo di Lusaka, mons. Emmanuel Milingo, scomunicato per aver ordinato quattro sacerdoti sposati. In Zambia, la Congregazione per la dottrina della fede ha scomunicato don Luciano Anzanga Mbewe per essersi fatto consacrare vescovo da prelati della Chiesa vetero-cattolica, ottenendo così la successione apostolica cui teneva, per stabilire una chiesa cattolica in cui i preti possano sposarsi.
Ma possiamo dimenticare che i cristiani d’Austria hanno lanciato un appello contro l’obbligo del celibato e che lo stesso arcivescovo di Vienna, card. Christoph Schönborn, pur non condividendola, ha presentato la petizione al Papa? E che dire di mons. Fernando Lugo, eletto presidente del Paraguay, di cui le cronache si sono occupate per il non rispetto del celibato?
Roma, con la sua multisecolare esperienza, non misconosce la debolezza umana. Passa per paziente e tollerante. Non intende però rivedere la sua disciplina. Quasi non tenesse conto della situazione. Il Vaticano vede le cose in una prospettiva lunga, mentre preti, fedeli e non battezzati che patiscono per lo
scandalo hanno un’esistenza che si gioca nello spazio di pochi anni. Sembra di rivivere la storia dell’istituzione che viene prima del livello esistenziale e personale. I vescovi africani, d’altronde, che non ignorano la situazione e conoscono le difficoltà dei loro preti a vivere il celibato, non vogliono preti sposati, perché li vedono come di “serie b”.
Per aver vissuto con sacerdoti, religiosi e religiose africani, non siamo di quelli che sentenziano che il celibato non è fatto per gli africani. O che il presunto culto della fertilità e il bisogno di figli non permettano loro la rinuncia a una discendenza carnale. Abbiamo conosciuto africani d’ambo i sessi che vivevano generosamente e riconciliati il loro celibato per il Regno. Naturalmente, con quelle debolezze e infedeltà che ogni cristiano – sia celibe che sposato – ha il coraggio di riconoscere, fiducioso nell’aiuto e nel perdono di Dio. In Africa, come ovunque, la vocazione al celibato è segno della presenza del Regno e della consacrazione totale all’annuncio della Parola, all’istruzione dei poveri, al conforto di chi soffre, alla difesa dei più poveri contro ogni potere oppressivo.
Come il matrimonio-sacramento dell’amore di Dio, il celibato per il Regno è un segno profetico che non coincide pienamente con i valori di nessuna cultura: né passata né attuale, né africana né occidentale. Il celibato si può abbracciare solo nella fede e in piena libertà. Legarlo a istituzioni e strutture può condurre a situazioni drammatiche e scandalose, come quelle che stiamo criticando.

UN MODELLO DA RIVEDERE
Questi scandali obbligano i responsabili nella chiesa a porsi la domanda della giustezza di un modello di sacerdote e pastore che ci viene dalla riforma tridentina. Modello che ha certo i suoi vantaggi e che ha dato ottimi risultati. Ma è ancora un modello valido ovunque e per tutti?
Non tocca a noi rispondere. Pensiamo che anche la figura del sacerdote cattolico in Africa vada inculturata. Anche perché certi settori del clero vivono una situazione di schizofrenia e perché vivono a cavallo tra due culture: quella africana, in cui sono nati e cresciuti, e quella occidentale, ricevuta durante i lunghi anni di studi di filosofi a e teologia. E soprattutto perché non hanno assunto in libertà e franchezza la loro situazione di celibi, condannandosi a un’esperienza di grande frustrazione.
Basterà migliorare la formazione dei futuri sacerdoti, come la Santa Sede sostiene? L’abbondanza di sacerdoti in certi paesi e i seminari pieni dichiarano definitivamente superato il tentativo condotto dall’allora arcivescovo di Kinshasa, card. Joseph Malula, con i bakambi, fedeli sposati messi alla guida delle parrocchie della capitale congolese?
Ci piace ricordare ciò che scriveva il compianto teologo e sociologo camerunese Jean-Marc Éla in Repenser la théologie africaine a proposito dei vescovi: «La figura del vescovo che ci interessa è quella dell’autentico servitore del Vangelo di liberazione, che è al cuore del messaggio cristiano. Vogliamo incontrare non alti funzionari di Dio, ma umili pastori che lo Spirito suscita e manda al suo popolo per riattualizzare la tradizione dei vescovi difensori dei poveri e degli oppressi. L’emergenza di questa figura di vescovi attenti al grido dei poveri è una preoccupazione nelle chiese di oggi?».
Il futuro della chiesa centrafricana? Ha detto p. Nzapalainga: «Il domani della nostra comunità cristiana si scrive con una grande “S”, quella della parola “Speranza”. Chi spera non teme nulla. Sono fiducioso che Signore sa come condurre la sua chiesa. E chissà che non tocchi proprio a noi la sorpresa di costatare che il cambiamento è in atto?».

nigrizia.it

Non è vanitoso per i sacerdoti sposati tenere alto il sestante della loro identità. Quale chiesa costruire dopo le dimissioni del Papa?

Le dimissioni dalla vita consacrata di preti diocesani, religiosi e suore, in Italia e nel mondo: appello a tenere alto il sestante dell’ identità
I sacerdoti sposati rappresentano “nel mondo cattolico la sfida vivente al maschilismo della chiesa ed al suo devastante contagio, avverso all’ umanità del Vangelo ed alla riattualizzazione di un Vangelo per l’ umanità ” (Piero Barbaini).
Il problema delle dimissioni è stato trattato dalla rivista di Vocatio SULLA STRADA: in quattro numeri ha trattato questo problema sempre a cura di Claudio Balzaretti (n.29 del 1994/ n.37-38 del 1996/ n.48 del 1999/ n.57del 2002)
Fino al 1990 il numero dei sacerdoti nel mondo (compresi diocesani e religiosi) era di 400.000 e gli abbandoni era di 120.000.
In Italia il numero dei sacerdoti era di 56.000 e gli abbandoni di 9.000.
Nell’ ultimo aggiornamento di Balzaretti del 2002 che riguarda gli anni 97-98-99, Balzaretti scrive testualmente:”

 Con un certo imbarazzo riportiamo i dati statistici che aggiornano quelli già pubblicati…l’imbarazzo, da una parte, è dovuto al ritardo con cui vengono forniti i dati da parte del ANNUARIUM STATISTICUM ECCLESIAE; dall’altra parte, è dovuto al fatto che potrebbe sembrare quasi inutile ripetere le solite cifre. Però la constatazione che ritornano sempre gli stessi numeri è anche una conferma dell’importanza di questo fenomeno”.

E riporta l’aggiornamento anni 97-98-99:

In Italia (clero diocesano) anno 97: consacrati 494 abbandoni 43/ anno 98:con.485 abbandoni 32/ anno 99: con.556 abbandoni 44.

Se si tiene presente che il Vaticano non tiene presente gli abbandoni di fatto, ma solo quelli che hanno chiesto la dispensa, i numeri ufficiali degli abbandoni vanno raddoppiati.

Ne risulta: anno 97: abbandoni 86 su 494 consacrati/ anno98: abbandoni 62 su 485 con./ anno99:abbandoni 88 su 556 con. Totale 236 abbandoni su 1535 consacrati (16%)

Per i religiosi il fenomeno degli abbandoni arriva al 22%

Ha ragione Balzaretti: i numeri sono sempre i medesimi. Nel mondo 120.000 abbandoni su 400.000 (30%) La percentuale nel mondo è più alta di quella in Italia: 10.000 abbandoni su 56.000 (18%).

Per le suore in Italia: erano 150.000 (abbandono 22%) sono oltre 30.000 le suore italiane che hanno lasciato la vita religiosa.

“Per cambiare i sacerdoti bisogna cambiare la chiesa”, ha affermato Giuseppe Serrone, fondatore e presidente dell’Associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati. “Molti preti sposatie hanno scritto pagine cariche di rilievi critici verso la chiesa”, ma “per cambiare questa chiesa bisogna coniugare la gioia del Vangelo con i nuovi affanni della vita e della storia.

Non è vanitoso per i sacerdoti sposati tenere alto il sestante della loro identità.

In questa prospettiva il prete cattolico che si sposa non può essere confinato nei quadri di un fenomeno effimero della “morbosità” sociale o della crisi ” individuale “.

I sacerdoti sposati rappresentano “nel mondo cattolico la sfida vivente al maschilismo della chiesa ed al suo devastante contagio, avverso all’umanità del Vangelo ed alla riattualizzazione di un Vangelo per l’umanità ” (Piero Barbaini).

Piero Barbaini è un prete che ha insegnato per molti anni Storia della chiesa nel Seminario diocesano di Lodi e nella facoltà di teologia di Milano ed é stato titolare della Cattedra di Storia Moderna dell’Università di Parma. Un suo libro (“La Chiesa sbagliata” Ed. Il Formichiere) è un classico nella tematica dei diritti umani nella Chiesa cattolica, in modo particolare se visti dalla parte dello storico e dalla parte del prete “ridotto allo stato laicale”. Uno dei punti fondamentali del suo libro, a mio avviso, assieme alla notevole documentazione sulla prassi e sui vari interrogatori del processo di “riduzione allo stato laicale”, é certamente la riflessione storico-teologica sui condizionamenti che la Chiesa ha subito lungo i secoli, in modo particolare nel periodo storico delle “Investiture” e della conseguente “riforma gregoriana”, promossa da papa Gregorio VII°, abate di Cluny (sec. XI).

Per avere qualche conoscenza non partigiana sulla natura della Chiesa, certamente non basta lo studio dei documenti conciliari, ma é necessario conoscere anche quello che dicono i testi sacri e le vicissitudini della Chiesa lungo i secoli della storia. In riferimento ai testi sacri, il teologo Schillebeeckx dimostrò, in alcuni suoi libri, come la Chiesa, secondo i dati del Nuovo Testamento, é essenzialmente una “Assemblea di Dio”, fondata sulla fraternità, nella quale le strutture di potere, dominanti nel mondo, sono demolite (Mt. 20,25-26; Lc. 22,25; Mc. 10,42-43; Mt. 23,8 ss..).

In riferimento ai condizionamenti storici, due momenti particolari sono da sottolineare: il primo é l’incontro della Chiesa primitiva con l’Impero Romano. In questo incontro, diventato quasi-matrimonio dopo la conversione di Costantino, la religione cristiana da perseguitata e di minoranza diventa religione di Stato, o meglio dell’Impero, proprio nel momento in cui l’Impero Romano é in piena decadenza anche a motivo delle invasioni barbariche. L’imperatore Costantino abbandona Roma; il vescovo di Roma assume le insegne e il potere dell`imperium” e viene chiamato “pontifex maximus”, titolo che apparteneva esclusivamente agli imperatori romani; la corte del papa diventa come la corte dell’imperatore e la Chiesa si organizza sul modello delle strutture imperiali (cfr. L. Boof “Chiesa: carisma e potere” pg. 88 ss.). I vescovi vengono ad essere le uniche autorità in grado di ricostruire e organizzare le città dopo le distruzioni dei barbari, e anche le elezioni dei papi, in questo tipo di religione imperiale, vengono ad assumere un aspetto molto particolare: fino all’anno 685 ogni elezione del papa avrà bisogno dell’approvazione degli imperatori di Bisanzio; e dopo, fino alla “riforma gregoriana”, avrà bisogno dell’approvazione degli imperatori della Casa di Sassonia. Per quei papi che oseranno ribellarsi a questa prassi, come per es. papa Martino I° (649655) o papa Benedetto V° (964-965) la fine era segnata: il primo conoscerà la morte in carcere, e il secondo la strada dell’esilio. E’ pur vero che bisogna riconoscere che generalmente a queste elezioni partecipava il clero e il popolo romano, ma non sono mancati periodi storici in cui l’elezione del papa era completamente in balìa di alcune famiglie della nobiltà romana o di alcune famiglie imperiali. In questo modo, e per molti secoli, si é attuata nella storia la “successione apostolica”; e anche i vescovi non dovrebbero dimenticare che il loro pastorale, simbolo del loro potere, non deriva nè da Cristo nè da Pietro, ma dalla cerimonia medievale dell’investitura della diocesi-feudo, “…simbolo del dominio spirituale, confondendo di proposito i due poteri, spirituale e temporale, per sottrarre al papa la nomina dei vescovi” (Manaresi, Storia Medievale, pag. 158).

Non parliamo poi della nascita e della crescita del potere temporale della Chiesa: in alcuni periodi storici la Chiesa é venuta a trovarsi proprietaria di quasi mezza Italia, grazie alle Donazioni di Barbari, Re, Imperatori; e queste donazioni non venivano fatte per amore di Gesù Cristo o di S. Pietro, ma per ottenere legittimità e incoronazioni per i donatori, molto spesso al prezzo della dignità e della libertà della Chiesa stessa. Alcuni storiografi hanno scritto che il potere temporale della Chiesa, difeso per molti secoli a denti stretti con infinite guerre e scomuniche, ha avuto la sua fine con la “Breccia di Porta Pia” nel 1870; ma i legami che tuttora il Vaticano coltiva con le Banche del Capitalismo occidentale ci lasciano qualche dubbio in proposito.

Nel secolo XI°, con papa Gregorio VII°, arriva la lotta delle “Investiture” e la grande “riforma gregoriana” della Chiesa: questo é il secondo momento storico da non sottovalutare e che ha lasciato un segno notevole sulla natura della Chiesa, fin ai nostri giorni.

Se é vero che questa riforma é stata un momento di purificazione e di liberazione per la Chiesa, come sempre ci é stata presentata nei corsi seminaristici di Storia, Barbaini però sottolinea nel suo libro (o.c. pg. 217): “…di fatto ha trasferito all’interno del sistema ecclesiastico l’apparato politico precedentemente barattato attraverso compromessi coi poteri imperiali e con l’impianto economico feudale”. Continua Barbaini: “…tutto il sistema nelle sue componenti politico-economìche, diplomatiche e amministrative gravita attorno ai “clerici” della cancelleria romanopapale. L’elemento tecnico determinante, in questa svolta operatasi all’alba del nostro millennio, é stata la riserva dell’elezione: l’elezione del papa nelle mani della casta clericale romana (caxdinalato: 1059) e l’elezione dei vescovi nelle mani del papa (lotta delle investiture). Così il circolo si chiudeva: sorgeva nell’occidente cristiano una nuova materia su cui lavorare e plasmare un impero nuovo, non più quello misto dei carolingi, non più quello pagano dei cesari, ma quello tutto sacro e tutto clericale e tutto romano dei papi. Da quell’epoca tutta la letteratura papale, dai gregoriani al decreto di Graziano, dai decretisti ai decretalisti, sviluppa le teoria del nuovo impianto, in una sarabanda promiscua di citazioni provenienti da Agostino, Girolamo e Giustiniano, da Isidoro, Gregorio e Costantino: tutto all’insegna della nuova potenza e per la messa a punto dei suoi congegni autoritari. Lo schema era perfettamente riprodotto; ed era lo schema prefettizio: imperatore il papa, suoi prefetti i vescovi e, sia ben chiaro, soltanto suoi prefetti, non maì suoi elettori, altrimenti il sistema poteva saltare. Elettore imperiale doveva rimanere sempre e soltanto lo stretto collegio di coloro che la cancelleria romana sceglieva a tutela garantita dei propri interessi centrali; e opportunamente quel collegio veniva chiamato “sacro”. Il meccanismo é talmente delicato per la conservazione del sistema, che Trento, lungi dall’abbandonarlo, lo perfezionerà e il Vaticano II° non riuscirà a intaccarlo”.

Continua sempre Barbaini: “…Montini infatti, osservante, scrupoloso tutore della struttura papale, si guarda bene dal trasferire l’elezione del papa del sacro collegio al sinodo, che sarebbe il pur minimo indispensabile per non costruire, nell’etichetta della collegialità, una nuova, sfacciata ipocrisia clericale. Ma il dire e il non fare é tipico del sistema: questa gente cura meticolosamente l’illusione della massa da una parte, la strategia del potere dall’altra. E proprio tale comportamento scatenava la rabbia dì Cristo, quando attaccava i preti del suo tempo” (o.c. pg. 218).

Continuando la sua analisi Barbaini sottolinea che il fenomeno degenerante della Chiesa ha avuto enorme impulso a partire dalla riforma gregoriana: la religione diventa politica, il diritto prende il posto del Vangelo, la gerarchia il posto della coscienza, ecc. Poi sottolinea: “…Da questo momento storico ha inizio anche il concentramento nelle mani della Curia Romana dei beni della Chiesa periferica e la trasformazione di quelli che prima erano i liberi voti monastiaci (castità, povertà e obbedienza) nell’obbligata, integrale condotta degli arruolati, finalizzata a sostegno gratuito dell’immane struttura nascente” (o.p. pg. 222).

“…Attribuendo al clero secolare tutta la fisionomia del monaco medievale, il potere romano otteneva lo strumento perfetto per le sue conquiste: svuotava totalmente la libertà dell’individuo e ne assorbiva integralmente la personalità… Dal 1100 in poi lo schema del servizio ecclesiastico e tutto lo sforzo del sistema per consacrare la stabilità e la continuità dell’arruolamento, sono ormai chiaramente “canonizzati”: usare dei voti per imbrigliare ogni energia dell’umana esistenza e disporla al totale servizio della potenza gerarchica” (o.p. pg. 223).

Molta acqua é passata sotto i ponti da quando Cristo aveva ammonito i suoi discepoli: “…Voi sapete che i capi delle nazioni spadroneggiano su di esse e che i grandi le dominano; tra voi non deve essere così” (Mt. 20,25), e la natura della Chiesa si é completamente capovolta! Quando poi nel secolo XVI incontriamo papa Leone X (il papa che ha scomunicato Lutero) che a 14 anni é già cardinale, e che durante il suo pontificato, in una ordinazione nomina ben 31 cardinali, tutti scelti tra parenti ed amici, per contrastare l’azione di tre cardinali del sacro collegio (composto in quel momento da tredici cardinali) che volevano ucciderlo, non possiamo arrivare ad altra conclusione: dopo oltre trecento anni, nemmeno la riforma gregoriana, anche nane parte dei suoi aspetti più positivi, non era riuscita a rinnovare la Chiesa! E non fermiamoci sul periodo storico e sul pontificato di papa Borgia, Alessandro VI (1492-1503) e sulla condanna al rogo di Savonarola!

Quale Chiesa costruire?

Barbaini sottolinea in questo suo libro che la gerarchia ecclesiastica ha sempre bruciato i riformatori che fin troppo bene conoscevano cosa si doveva fare per costruire la vera Chiesa di Cristo; poi continua con questa riflessione: “…Molti degli aspetti secondo i quali la chiesa si presenta come “ufficiale” appartengono al fenomeno della degenerazione. Il mio modo di maturare nei confronti della chiesa é stato quello di scoprire una chiesa reale che normalmente é lontana, talvolta antitetica, rispetto alla chiesa ufficiale. Il sistema usa dei valori espressi dalla chiesa reale per sostenersi, ma poi si definisce secondo le etichette della chiesa ufficiale: in altre parole usa della fede di un credente, dell’amore di una madre, della generosità di un bambino, dell’entusiasmo di un giovane per poi definire e impiantare una chiesa come potere, una chiesa come papato, come gerarchia, come impresa burocratica; usa dei momenti esistenziali importanti (la nascita, il matrimonio, la morte, ecc.) per trasferirli in un regime legale di codificazioni e di controlli che costituiscono la base di una gestione redditizia (in precisi termini di soldi e di potere), che poi giustifica come azioni soprannaturali, come “sacramenti” che agiscono “ex opere operato” (cioé come congegni automatici). E usa soprattutto categorie antropologiche (cultura, storia e società), in particolare categorie della vita associata (economia, politica e diplomazia), per istituire un regime centralizzato, assolutistico e dittatoriale, definendosi come “chiesa spirituale e comunitaria”.

“Ecco per me dove si nasconde la chiesa sbagliata” – continua Barbaini – “E’ la chiesa falsa, che usa dell’uomo. Dunque corrisponde a una vecchia specie di uomo, il parassita, che nella storia, quando si organizza, si aggrappa alla sostanza dell’Umanesimo perenne: la religione. Per questo il Figlio dell’uomo si é battuto contro la casta sacerdotale del suo ambiente e del suo tempo: perché essa dominava mentendo, indicando all’uomo una vita irreale, un’esistenza ingannevole, che lo soggiogavano anziché liberarlo. I denunciati lo liquidarono e cercarono in tutte le epoche di vanificamela rivoluzione perenne. Questa: che l’uomo non sia mai usato dall’uomo; che lo stare assieme sia effetto dell’amore, non della legge; che la conversione e la salvezza si attuino nell’animo, non nel meccanismo dei segni; che la vocazione, la missione e l’impegno nel bene siano la massima espressione della libera scelta, della decisione umana, non il risultato di un reclutamento e di un proselitismo che sfruttano l’immaturità e l’indigenza degli uomini; che l’adorazione sia anzitutto interiore, sempre umile, spesso nascosta, quella che normalmente sfugge alla solennità dei trionfi e al fragore delle masse” (vedi i viaggi di papa Wojtyla n.d.r.). “Questo messaggio é stato esattamente capovolto – continua Barbaini – quando é caduto tra le mani della casta di Roma: Cristo é stato strumentalizzato e l’impero curiale ha creato una storia di antitesi al fermento evangelico. Il segno di contraddizione é dentro il sistema e la rivoluzione cristiana diventa esemplare nel mondo quando abbatte la corruzione interiore. La chiesa reale corrisponde a questa rivoluzione nascosta e sconosciuta, la cui storia é tuttavia imponente; la chiesa ufficiale normalmente corrisponde alla sovrastruttura reazionaria, la cui storia é tanto spiritualmente meschina quanto macroscopicamente divulgata. Il cattolicesimo vaticano, impresario e mercenario, gerarchico e burocratico, legalista e inquisitore, poliziesco e repressivo, rappresenta oggi la massima degenerazione del cristianesimo autentico. La rivoluzione cristiana troverà qui il suo prossimo impatto, perché qui é sommo il segno di contraddizione. La maggioranza dei cattolici ha preso coscienza della rivoluzione incombente, e questo é il segno dei tempi” (o.p. pg. 274 ss.). Barbaini, nelle ultime pagine del suo libro, lascia capire che solo da questa presa di coscienza può nascere la vera Chiesa di Cristo (recensione di Lorenzo Maestri).

Ufficio Stampa
Sacerdoti Lavoratori Sposati

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web site: http://nuovisacerdoti.altervista.org

Il nuovo Papa “dovrà rivedere l’obbligo del celibato per i preti e accogliere i sacerdoti sposati”

Il nuovo Papa “dovrà rivedere l’obbligo del celibato per i preti e accogliere i sacerdoti sposati”. Torna a farsi sentire la redazione di Sacerdoti lavoratori sposati dopo l’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI.

“Il Futuro Papa  e il Vaticano – si legge nel sito di Sacerdoti sposati – dovranno rivedere l’obbligo del celibato per i preti e riaccogliere in servizio nelle parrocchie i sacerdoti sposati con regolare percorso canonico e matrimonio religioso. I preti sposati e le loro famiglie potrebbero essere una risorsa preziosa per risolvere il problema della carenza di preti nelle parrocchie”

sacerdotisposati@alice.it

Sacerdoti sposati, uno dei passi che il Vaticano deve necessariamente compiere per una Chiesa più giusta e pietosa

Benedetto XVI sarà Papa fino alle 20 del 28 febbraio e “in questo mese” ha detto stamattina padre Federico Lombardi, responsabile della Sala stampa vaticana “ancora avremo il piacere di ascoltare il Papa e la sua voce di pastore in occasione degli angelus e delle udienze e di altri appuntamenti”.

Non se lo fanno ripetere due volte i rappresentanti del “Survivors Network of those Abused by Priests” (SNAP), la più grossa rete degli Stati Uniti che raccoglie i superstiti degli abusi dei sacerdoti, i quali, preoccupati, chiedono un maggiore impegno: ”Non importa quanto il Papa sia stanco o debole: ha ancora due settimane di tempo per usare il suo enorme potere per difendere i più piccoli”.
“Ci auguriamo che, prima di lasciare, mostri una vera leadership e sia pietoso e agisca in modo tangibile per proteggere i bambini che sono vulnerabili. (Quale sarebbe l’impatto e quanta speranza potrebbe generare il Pontefice se, nei giorni del tramonto, degradasse, punisse, o costringesse a lasciare la tonaca, anche solo alcuni dei vescovi che hanno coperto i crimini sessuali contro i bambini)”.

Pur riconoscendo che Benedetto, a differenza del suo predecessore, ha affrontato il problema degli abusi sui minori scusandosi almeno a parole, i rappresentanti della rete ricordano che questo non basta, soprattutto perché, una volta scoppiato lo scandalo, non sarebbe stato possibile ignorarlo. Le scuse tardive per il passato (“come se crimini sessuali e coperture non continuassero tuttora”) senza nessun provvedimento utile a impedire gli abusi per il futuro sono “inutili gesti simbolici” .

Per le donne che aspirano al sacerdozio si è invece espressa Bridget Mary Meehan, dell’Association of Roman Catholic Women Priests (ARCWP), in un comunicato che, mutuando il linguaggio aziendale, definisce l’abdicazione “un ‘santo avvicendamento’ all’interno della Chiesa Cattolica Romana” e la rinuncia del Papa “un segnale positivo che lo Spirito è al lavoro per rinnovare la Chiesa” perché “è ora che la Chiesa segua l’esempio di Gesù e accetti le donne come uguali e associate nel Vangelo” e quindi “C’è bisogno di una riorganizzazione totale e di nuove strutture di rendicontazione. Sacerdoti sposati, donne sacerdote sono solo alcuni dei passi che il Vaticano deve necessariamente compiere per una Chiesa più giusta e pietosa che onori i doni del Signore nel popolo del Signore”

Auguri all’ottimista Bridget Mary Meehan, anche se le previsioni sul’“avvicendamento” non paiono nella direzione da lei auspicata. Ma qui potrebbero valere i proverbi. Per esempio: “chi entra Papa esce cardinale” e “la speranza è l’ultima a morire”.

Più tradizionale il comunicato delle religiose della Leadership Conference of Women Religious (LCWR) che ringraziano Benedetto XVI per tutti i suoi contributi, “come teologo, come capo della Congregazione per la Dottrina della Fede e come Papa” e promettono di pregare per lui nel momento in cui si accinge a lasciare il papato, aggiungendo infine (più generosamente dei rappresentanti di SNAP e ARCWP): “Possa Egli ricevere ogni benedizione per la sua profonda dedizione al servizio del Vangelo”

ilfattoquotidiano

sacerdotisposati@alice.it

Libro su celibato e preti sposati presenta tesi classiche apologetiche

Un nuovo libro sui preti sposati segnalato da zenit.org ripresenta tesi apologetiche e non bibliche sui sacerdoti sposati e sul celibato dei preti. Di seguito la segnalazione (ndr)

Il libro di don Arturo Cattaneo fornisce 30 domande e riposte sull’argomento
John Flynn

ROMA, Monday, 28 January 2013 (Zenit.org).

Perché i sacerdoti non possono sposarsi? È una domanda che spesso la gente pone e il requisito del celibato è anche stato tacciato come una delle cause degli abusi sessuali da parte del clero.

Recentemente tradotto in inglese, il libro a cura di don Arturo Cattaneo, Preti sposati? (Elledici, 2011) affronta la tematica attraverso lo schema del botta-e-risposta. Il testo è stato realizzato con il contributo di vari colleghi, docenti universitari.

Siamo di fronte a un grande sfida educativa, nella spiegazione della dottrina della Chiesa sul celibato sacerdotale, ha dichiarato il cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero.

Il porporato collega il tema del celibato a quello del matrimonio: “La logica sottostante del celibato sacerdotale è la stessa che incontriamo nel matrimonio cristiano: il dono totale di ogni cosa in eterno nell’amore”.

Da un punto di vista storico, il libro osserva che Cristo scelse il celibato per se stesso, nonostante tra gli Ebrei questo stato di vita fosse visto come un’umiliazione. Gesù non generò fisicamente figli ma amò i propri discepoli come confratelli e condivise la vita con loro.

Il modo in cui Gesù ha trasmesso la vita non è attraverso la generazione fisica ma spirituale. Perciò il celibato di coloro che seguono Gesù nel sacerdozio deve essere compreso nella prospettiva della sua trasmissione spirituale della vita eterna.

Una delle domande riguarda l’affermazione secondo la quale il sacerdozio non divenne obbligatorio prima del Medioevo. In primo luogo, si legge nella risposta, sia nei Vangeli che nelle lettere di San Paolo, c’è una considerevole prova Biblica di sostegno al celibato come segno di testimonianza.

Se da un lato è vero che nei primi secoli venivano ordinati uomini sposati, dopo l’ordinazione essi erano tenuti a praticare la castità e a coloro che erano celibi o vedovi, dopo l’ordinazione non era più permesso di sposarsi, essendo ormai dei sacerdoti.

Tutti i diaconi, i sacerdoti e i vescovi, prosegue la riposta, dovevano astenersi dalla sessualità dal giorno dell’ordinazione. “Nella Chiesa non è mai stato dimostrato che un chierico sposato abbia legittimamente generato figli dopo la sua ordinazione”.

Nel tempo la Chiesa ha compreso che la castità per i chierici sposati era problematica per via della sacramentalità del matrimonio, pertanto durante il Medio Evo si arrivò alla decisione che gli aspiranti sacerdoti dovessero essere celibi.

Vocazioni

Perché non consentire ai preti di sposarsi in modo da incrementare le vocazioni? Questo, si legge nel libro di don Cattaneo, è uno degli argomenti più frequenti riguardo al celibato. Non c’è nessuna prova, tuttavia, “che richiedere meno sacrifici agli aspiranti sacerdoti, ne incrementerebbe il numero”, si legge nella risposta al quesito.

“L’esperienza dimostra invece il contrario: le vocazioni al sacerdozio fioriscono e si moltiplicano quando la radicalità del messaggio del vangelo è accolta in modo consistente e non apologetico”.

Il requisito del celibato non è un dogma, ammette l’autore, ma ciò non significa che si tratti di una mera misura disciplinare. Il celibato significa che il sacerdote deve essere simile a Cristo e vivere come Lui.

Gesù definisce se stesso lo “sposo” dell’intera comunità di credenti. La spiegazione fa riferimento alla lettera di Paolo agli Efesini (Ef 5,21-33) che usa l’immagine del matrimonio come unione tra Cristo e la Chiesa.

È forse il celibato innaturale e causa della crisi del sacerdozio? La risposta a tale domanda, fornita dallo psichiatra Manfred Lütz, spiega che la questione è basata su una premessa errata. Tutte le persone non sposate, dunque, dovrebbero essere ‘innaturali’?

Il celibato diventa innaturale solo quando il vivere da soli, isola la persona nell’egoismo e nel narcisismo, osserva Lütz.

Vita spirituale

In forza della sua esperienza di terapista, Lütz afferma che la crisi del sacerdozio non deriva dal celibato ma, piuttosto, dall’inaridimento della vita spirituale.

Una domanda successiva affronta ancora questo tema di equilibrio psicologico. La risposta viene fornita da André-Marie Jerumanis, sacerdote e medico.

Il celibato, spiega lo studioso, non è dannoso né per l’equilibrio, né per la maturità, se teniamo conto che si tratta di una scelta libera di una persona psicologicamente matura.

L’essere umano non è un mero fardello di istinti. Egli è, piuttosto, essendo dotato di intelletto, una volontà e una libera scelta, che rende possibile il controllo di sé.

“Più una persona è umanamente e spiritualmente matura, più perfettamente essa praticherà la castità ad un livello psicologico non di frustrazione ma come una perfetta libertà esercitata nel controllo di sé e nella completa disponibilità alla propria personale missione”, spiega Jerumanis.

In un’altra domanda Jerumanis affronta l’accusa al sacerdozio di essere una causa di abuso sessuale. Sarebbe temerario arrivare a tale conclusione, afferma, così come sarebbe temerario concludere che le crisi coniugali sono dovute al fatto che il matrimonio è indissolubile.

Un altro dei coautori osserva che nessuno arriverebbe a incolpare l’istituzione del matrimonio di responsabilità per abusi sessuali sui bambini da parte di un genitore. Inoltre l’abuso sessuale, si legge nel libro, è non meno frequente nelle chiese che consentono ai sacerdoti di sposarsi e di gran lunga maggiori sono i casi di abuso sessuale che si verificano in famiglia.

Queste spiegazioni ed altre domande e risposte rendono il libro di don Cattaneo una valida risorsa in un tempo in cui ferve il dibattito sul celibato sacerdotale.