Preti sposati: “Celibato? Non è un dogma, ma prassi”. Intervista al rettore del Seminario, don Gabriele Burani

Intervista al rettore del Seminario, don Gabriele Burani

di Francesca Chilloni

 Il Giornale di Reggio

REGGIO EMILIA (21 ottobre 2012) – La natura del celibato è uno dei temi che i nostri seminaristi affrontano nelle lezioni e con il loro padre spirituale durante il loro percorso formativo».
Non si parla solo di Teologia e Diritto Canonico, nel Seminario Vescovile di viale Timavo a Reggio: i giovani discutono anche delle problematiche concrete che si troveranno ad affrontare nel corso della loro missione pastorale nella relazione con gli altri e con se stessi, e imparano nella preghiera a confrontarsi con i dissidi interiori che possono sorgere a causa della propria sessualità e nei momenti di solitudine in cui il sacerdote, giocoforza, si ritrova nel corso della sua esistenza.
Ce lo spiega senza imbarazzi don Gabriele Burani, Rettore del Seminario dal 2006. Originario di Trinità (Ciano), ha 48 anni e ha vissuto in prima persona le vicende della Chiesa reggiana da metà degli anni ’80. Lo incontriamo nel suo sobrio studio, dove l’unico vezzo (intellettuale) sono i tantissimi libri che affollano gli scaffali, dai quali il sacerdote sceglie sicuro volumi da mostrarci a chiosa del suo discorrere.
Don Gabriele, il celibato è una disciplina o un dogma?
E’ una disciplina ecclesiastica. Non c’è nessun obbligo. Un dogma è una verità fondamentale di fede, come affermare che “Gesù vero Dio e vero Uomo”. Il celibato è una norma della Chiesa che ci dice come, per il momento, vengono scelti coloro che la rappresentano, nell’ordine sacro.
Nella Chiesa cattolica ci sono preti sposati e con figli. Come si spiega?
Ci sono vicende aperte, ad esempio ci sono dei pastori anglicani sposati e con figli che hanno chiesto di entrare nella Chiesa. Poi ci sono preti cattolici di riti orientali. Di fatto, sia pur in numero limitato, ci sono preti sposati… Questo ci dice che la norma viene conservata perché il celibato è un valore bello e grande, ma anche che potrebbe anche essere cambiata in futuro.
Lei ritiene che la Chiesa possa cambiare orientamento, magari per incentivare i giovani che sentono di “avere la vocazione” ma non riescono a sopportare l’assenza di una compagna?
E’ un’ipotesi. Mantenendo la scelta della chiamata alla verginità per il Regno dei Cieli, la Chiesa potrebbe decidere di ordinare presbiteri – e anche vescovi – uomini sposati. Non ci sono complicazioni dogmatiche. Il celibato in sé raccoglie diversi valori molto importanti ma non necessariamente, e non per sempre, la struttura del clero deve essere quella attuale.
Quanti seminaristi avete?
Sono 15. Quasi tutti i seminaristi oggi entrano dopo una laurea o dopo esperienze di lavoro. Hanno di solito tra i 25 e i 30 anni.
Magari hanno esperienze precedenti di relazioni sentimentali. Devono essere molto motivati…
La solitudine è un problema per tutti. Oggettivamente la scelta del celibato comporta la rinuncia a una moglie e ad avere figli propri. Nella propria storia e vita c’è e ci sarà sempre questo aspetto di rinuncia, che comporta – anche nel ministero – la capacità di affrontare e vivere la solitudine. E’ vero che un prete è sempre in contatto con le altre persone e per motivi di servizio si hanno anche amicizie profonde, ciò non toglie che per il suo ruolo (e visti i tempi) vive momenti di solitudine.
Come il prete affronta questa solitudine?
C’è un aspetto oggettivo di mancanza, che non si supera se non c’è la dimensione costante di preghiera e rapporto con Cristo. Altrimenti diventa difficile reggere una situazione d’impegno elevato e anche di tensione. Anche per questi motivi, il consiglio che negli ultimi anni viene dato è che nel cammino di formazione, e anche da preti, si debba vivere in comunità e affrontare la vita pastorale insieme. In futuro ci sarà sempre meno il modello del parroco isolato, ma sempre di più quello di un prete che collabora con altri e vive insieme a altri preti. Ciò aiuta anche nel cammino della una maturità affettiva.
Questo orientamento è emerso dopo lo “scandalo pedofilia”, per meglio controllare cosa accade nelle parrocchie, o è legato ai mutamenti sociali?
E’ legato al cammino della Chiesa attuale. Il valore del celibato non si limita al non sposarsi, ma è l’imparare ad amare le persone in modo maturo: si va contro il celibato anche quando si ha una relazione con gli altri di eccessivo dominio, se si legano troppo a sé le persone, oppure se non riesce a far a meno di alcuni collaboratori. Celibato è la maturità di vivere nella dimensione del dono e del non-possesso.
Cosa fa la Diocesi se scopre che un suo prete ha una relazione o se un sacerdote confessa di essere innamorato?
Sono situazioni difficili. Si parla con l’interessato, si cerca di capire se è una cosa momentanea o se c’è qualcosa di più. Si prega e si ascolta. Se si capisce che c’è qualcosa di più di un sentimento passeggero, il consiglio è sempre l’allontanamento dal contesto e vivere il ministero in un’altra comunità. A volte si sente la necessità di interrompere per qualche tempo il servizio specifico che si ha.
Conosce sacerdoti che hanno chiesto la dispensa per sposarsi?
Quando ero a Sant’Ilario, ho conosciuto don Camellini. E’ capitato varie volte, anche a diversi missionari reggiani. Accade non solo se uno si rende conto di non poter più vivere il celibato, ma anche se non si riconosce più nel suo ministero o nel suo ruolo di prete. E’ una dimensione faticosa e dolorosa, come interrompere un matrimonio dopo aver fatto una promessa che doveva essere per tutta la vita. Dopo il Concilio Vaticano II lo fecero diversi preti e religiosi, che uscirono dalle loro congregazioni. Forse tra loro c’erano uomini che erano diventati preti senza sufficiente discernimento, prima degli anni della “Contestazione”.
Celibato non è la stessa cosa di continenza. Cosa accade se un omosessuale vuol diventare prete? Basta che faccia voto di castità?
Per la Chiesa non può essere ordinata una persona con tendenze omosessuali profondamente radicate: sono uscite recentemente delle norme precise. Un conto è però un uomo che in passato ha avuto una qualche esperienza di tipo omosessuale, altra cosa è l’avere un profondo radicamento personale di tipo omosessuale. L’omosessualità viene ritenuta un impedimento in quanto può essere la spia della presenza di un conflitto interiore irrisolto, di un rapporto tra i sessi non equilibrato.

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