Bobin: «Il mio Cantico della solitudine»

MARIE DE SOLEMNE: Preferirebbe parlare della solitudine come di una grazia o di una maledizione?

CHRISTIAN BOBIN: Innanzitutto ne parlerei piuttosto nella sua materialità. Ancor prima di essere uno stato mentale o affettivo, la solitudine è una materia. Per esempio è proprio la materia che ho sotto gli occhi in questo momento. Sono le dieci di sera, è buio. Il cielo non è ancora completamente scuro, c’è silenzio – anche il silenzio è molto materiale –, un piccolo appartamento nel quale vivo da una quindicina d’anni, qualche sigaretta – che non riesco a impedirmi di fumare –, qualche libro – che non riesco a impedirmi di aprire –. In fondo, curiosamente, la solitudine si popola molto in fretta. La solitudine è anzitutto questo: uno stato materiale. Che nessuno venga. Che nessuno venga là dove uno è. Forse, nemmeno se stesso. Ma, per rispondere alla sua domanda, la solitudine è più una grazia che una maledizione. Nonostante molti la vivano diversamente. Succede alla solitudine come alla follia: ci sono due follie, come ci sono due solitudini. C’è una follia subita… subita da chi la vive. Questa non è invidiabile né felice. È nera, e basta. Nient’altro che nera, pesante. Così, c’è una solitudine cattiva. Una solitudine nera, pesante. Una solitudine d’abbandono, in cui uno si scopre abbandonato… magari da sempre. Questa solitudine non è quella di cui parlo nei miei libri. Non è quella che io abito, e non è in essa che mi piace entrare, anche se, come a chiunque, mi è capitato di conoscerla. È l’altra la solitudine che frequento, ed è di quest’altra che parlo, quasi da innamorato.

MARIE DE SOLEMNE: Solitudine e isolamento sono due termini che non solo vengono normalmente confusi da molti, ma per i quali gli stessi dizionari non riportano praticamente differenze di significato. Che sfumature le suggeriscono questi due termini?

CHRISTIAN BOBIN: La solitudine che amo è un dono che mi è stato fatto dalla vita. Non c’è scelta in questo. Come del resto non ho scelto di essere scrittore (ammesso che io lo sia). In verità ho scelto pochissime cose. Le mie scelte sono state soprattutto dei rifiuti. Si è trattato di dire non voglio questo o quell’altro, più che di volere qualcosa. Allora, nella solitudine di cui stiamo parlando adesso non c’è più isolamento. Non credo di essere un orso, ma ho un lato selvatico: posso, e mi piace, restare ore e giorni interi senza vedere nessuno. Ebbene, percepisco la maggior parte di quelle ore e di quei giorni come ore e giorni di pienezza in cui mi sento legato proprio a tutto!

MARIE DE SOLEMNE: Una solitudine creativa e feconda?

CHRISTIAN BOBIN: Esattamente.

MARIE DE SOLEMNE: Un tempo il solitario veniva chiamato recluso, oggi si parla più volentieri di escluso… Pare che le nostre solitudini contemporanee patiscano una chiara perdita di senso. Pensa che questa perdita condizioni il disagio che genera la solitudine?

CHRISTIAN BOBIN: Non so se posso – anzi, credo di non potere – generalizzare a partire da quello che vivo io… Quello che potrei dirle della solitudine, potrei dirlo anche dell’amore e di molte altre cose. Sono tutti aspetti contigui che interagiscono: è difficile isolarne uno. Sono tutti atomi legati, come quelli che compongono l’aria che respiriamo… D’altronde tutte queste sono realtà “respiranti”: aiutano a respirare, offrono la più ampia respirazione possibile. L’amore, la solitudine, la scrittura, il canto, il gioco: mi piace, per esempio, fare girare come trottole sulla pagina queste realtà perché sento che nella mia stessa vita girano l’una sull’altra, l’una nell’altra. Tuttavia, che cosa potrei mai dire della solitudine degli altri? Nonostante mi sia già capitato di scrivere al riguardo, riconosco di avere personalmente una tendenza ad andare a volte troppo in fretta verso il sublime, verso il celeste. Devo quindi precisare che non ho scelto di vivere come vivo, anche se ne sono felice, e anche se mi percepisco vivo in questo tipo di vita, un po’ strano e, per certi aspetti, un po’ ritirato… Non ho scelto questa vita e devo persino aggiungere – è un pensiero che mi viene spesso e che mi fa sorridere – che, con molta verosimiglianza, sarei stato un discreto malato di autismo!

MARIE DE SOLEMNE: L’amore e la solitudine non sono poi così distanti…

CHRISTIAN BOBIN: Così poco distanti che uno dei più bei titoli di poesia è quello di Paul Éluard: L’amore la solitudine. Non sono separati nemmeno da una virgola… È molto giusto perché l’amore la solitudine sono come i due occhi di uno stesso volto. Né separati né separabili. Ma io le dico questo oggi, a quarantacinque anni… Mi ci son voluti molti anni, molto tempo, per arrivare a capire qualcosa di queste realtà. È avvenuto a poco a poco, grazie a occasioni, circostanze della vita, incontri. Curiosamente, sono state alcune persone, alcuni incontri, a donarmi la solitudine. È un dono, che mi è stato fatto. Come il resto, d’altronde… Non mi appartiene, è qualcosa che mi è stato regalato.

MARIE DE SOLEMNE: Come si può donare la solitudine?

CHRISTIAN BOBIN: Credo che te la donino amandoti. Ma amandoti pienamente, senza motivo, in modo probabilmente insensato… Se ricevi anche solo una particella, un’inezia, un frammento di un tale amore, allora tutto si apre davanti a te… E anche se quello che ti è stato donato scompare, tutto resta aperto! È il più grande benessere fisico, mentale e spirituale. Mi rifiuto di separare questi ambiti. Anche se il linguaggio mi porta a formularli a tre riprese, con tre termini diversi, anche se per riflettere, per scrivere, per parlare tra noi – o per parlare in generale – sono obbligato a passare attraverso un termine e poi un altro, so che tutti questi aspetti non sono separabili. La carne, lo spirito, l’anima, il cuore… li si chiami come si vuole – e, d’altronde, è importante chiamarli per nome, è importante che ciascuno abbia il suo nome – in realtà non sono separabili. E sono tutti irradiati da un solo sguardo, quando è uno sguardo davvero giusto, pieno di benevolenza, amante. Da lì in avanti c’è una libertà, un respiro inimmaginabile! Per me le parole solitudine e libertà sono perfettamente equivalenti.

MARIE DE SOLEMNE: Per lei la solitudine è sinonimo di pace?

CHRISTIAN BOBIN: Sì… sì, ma non è sempre facile. Ha i suoi languori, i suoi terreni abbandonati. Per parlarne molto concretamente, addirittura in modo un po’ scherzoso – e sono io ad avere il ruolo del personaggio comico – faccio un esempio: io non ho la televisione, e non voglio averla, ho persino l’impressione che sia un lusso. Vivere nella solitudine è un lusso, vivere nel silenzio è un lusso. Dunque non desidero avere qui delle immagini, per avere la pace, ma è tutt’altro che un’ignoranza del mondo, dato che leggo molti giornali e ascolto molto la radio. La lettura del giornale non è una lettura paragonabile a quella di un libro. Il libro è una cosa chiusa che l’occhio, il sogno e lo spirito aprono. Come un fiore. C’è una sorta di metamorfosi che avviene tra il libro e il lettore. Una cosa che non è solo mentale, ma anche carnale. Leggiamo anche con la mano, siamo sensibili all’apparenza, alla realtà materiale del libro. Per esempio, l’occhio e lo spirito hanno bisogno del bianco. Che ci sia una quantità sufficiente di bianco, di respiro nelle pagine. Le realtà più mentali hanno sempre un piccolo risvolto materiale. La lettura dei libri mi occupa soprattutto di sera, alla sera tardi. Ma durante il giorno, se resto solo, ho bisogno, un bisogno infantile, senza dubbio legato a un’inquietudine o a una piccola angoscia infantile, di “mangiare” della carta di giornale. Leggo molti giornali, e nei giornali leggo tutto. Quanto sto dicendo ha un rapporto molto stretto con la solitudine, perché è un modo, in certi momenti, di sopportarla, di attendere che diventi “buona”. Non è sempre necessariamente buona. A volte rischia di essere pesante. A volte rischia di essere noiosa. Ma io non ho troppa paura della noia. Penso sia una cosa interessante, non così malvagia come si dice. I bambini lo sanno istintivamente. Anche se non sanno esprimerlo facilmente, sanno che la noia non è necessariamente la cosa peggiore per loro. Il che non significa che la solitudine, anche per me, sia poi così facile… Se non avessi i giornali ma la televisione, guarderei la televisione. E so benissimo che cosa preferirei guardare: qualsiasi cosa! Per questo scopo la televisione funziona benissimo: è come infilare la testa nel frigo durante le crisi di bulimia! C’è un vuoto in te, che non sopporti più e che ti affretti a riempire con cibi più o meno indigesti. Spesso riempiamo in fretta questo vuoto, questo buco, questa attesa nascente, mentre essa avrebbe bisogno ancora di un po’ di tempo per poterci dire quello che ha da dirci. Noi invece cerchiamo di colmarla immediatamente. È come una domanda che ci viene posta e che noi cerchiamo di fermare. Non rispondiamo… cerchiamo di ucciderla. Ingerendo immagini o, per quanto mi riguarda, fogli di giornale. Io “mangio” carta di giornale. Del resto, per essere precisi, preferisco alcuni giornali ad altri, perché so che sono i più lunghi da leggere, che contengono più cose da leggere. Per esempio, leggo articoli molto dettagliati di tre o quattro pagine sull’economia, o sulla tappa del Giro di Francia…

MARIE DE SOLEMNE: Nella solitudine percepisce una qualche forma di violenza a se stessi?

CHRISTIAN BOBIN: C’è una rudezza, una brutalità della solitudine. Questo è innegabile. È bene che lei affronti questo argomento perché si ha tendenza a dimenticarlo troppo in fretta. È presente perfino nei libri che leggiamo. Mi stavo chiedendo, per esempio, quali libri mi porterei in vacanza: forse qualche raccolta di testi dei padri della chiesa. Apro una parentesi ma… ci si può perfino divertire con questo tipo di scritti! Mi diverte sempre il pensarlo: ci si può divertire perfino con la verità… Penso infatti che ci sia una verità deposta in quei libri, in quelle esperienze mistiche e innamorate, indissociabilmente mistiche e innamorate. D’altronde (mi perdoni un’altra parentesi), se si vuol capire qualcosa di quello che chiamiamo “spirituale”, molto spesso ci sarebbe da guadagnare a mettere da parte il termine “spirituale” e a pensare, semplicemente, a ciò che succede quando ci si innamora. Ci si accorgerebbe che molti dei fenomeni che ci paiono a volte così lontani, così austeri, così strani nei mistici o nei religiosi, si illuminano immediatamente se li guardiamo, se li studiamo a partire dalla comune esperienza dell’essere innamorati o dell’esserlo stati. Molto semplicemente, credo che quelle persone siano degli innamorati. Peraltro ciò che li appassiona è meno tangibile, meno visibile… È una piccola differenza, ma nel contempo è un abisso.

MARIE DE SOLEMNE: Lei pensa che nella nostra solitudine Dio sia seduto accanto a noi? Che ci sia una presenza, invisibile ma capace di manifestarsi in tanti piccoli episodi, tale da far sì che questa solitudine possa di colpo avere un senso?

CHRISTIAN BOBIN: Penso che non siamo mai abbandonati. Mai, mai, mai… Mai. Però non è qualcosa che io percepisca. Quello che percepisco appartiene solo all’umano. Costantemente. Anche se “questo” passa attraverso l’umano, è comunque qualcosa di umano. Come una parola che viene a me e che è terrestre; come un’occasione che mi è data o una sorpresa che mi capita e che è anch’essa totalmente incarnata e di cui un essere reale è portatore. Io non ho quel senso di cui parla, il senso dell’invisibile nel “quasi a portata di mano” dell’invisibile. Detto questo – ed è per me una convinzione non sradicabile – credo che non siamo mai, mai, mai abbandonati. Mai.

 

Christian Bobin e Marie de Solemne – avvenire.it
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