«Porto al cinema il mistero e la gioia di diventare madre»

Serve poco la filosofia, a Barbara. Getta nel cestino Kant, Russel, Heidegger e con loro la sua tesi. Si deve, infatti, laureare in maternità. «La filosofia mi aveva imprigionata nei concetti e di fronte alla vita ero sprovveduta», ammette. Figuriamoci di fronte a un bebè. Davvero lei e Nicolas vengono Travolti dalla cicogna, il titolo del film di Rémi Bezançon sugli schermi da ieri, tratto dal romanzo Lieto evento di Éliette Abecassis, con due protagonisti deliziosi e bravi, Louise Bourgoin e Pio Marmaï. Anzi, tre, perché c’è anche la piccolissima bebè, che “sconquassa” la vita dei due felici genitori. «Desideravo parlare di maternità da lungo tempo – racconta il regista – ma siccome non ero ancora diventato padre non mi sentivo legittimato ad avvicinare questo tema così delicato. Poi ho letto il romanzo di Éliette e ho subito amato il modo con il quale lei affronta la nascita di un bambino, spezzando tutti i tabu».

Come è riuscito a capire il personaggio di Barbara?
Il libro è molto acuto, contiene molte riflessioni filosofiche sulla maternità, un supporto ideale per scrivere la storia di una mamma. Mi sono anche esercitato partecipando a forum online per le donne, facendomi passare per una di loro. Ho così potuto capire meglio certi aspetti di quello “sconvolgimento” totale che è la maternità.

Il film può aiutare, almeno con un sorriso, quelle mamme che vivono inizialmente con grande difficoltà il tempo della gravidanza e del post-parto?
Penso che sia la prima volta che si mostra al cinema la maternità in un modo molto reale. Le donne, credo, si possono identificare con Barbara e l’identificazione al cinema è fondamentale. Quando accade, vuol dire che non siamo lontani dalla verità e per un regista è rassicurante sapere che ciò che ha scritto e girato non è lontano dalla vita.

Il film finisce con una confessione della nuova mamma: «Col tempo tutto passa, ma quello che resta, che resiste in maniera misteriosa, è la vita». Il suo rapporto con Nicolas, però, è incrinato.
Amo immaginare i miei film come specchi davanti ai quali ciascuno può riflettere le proprie esperienze. Alcuni penseranno che il film sia pessimista e Barbara e Nicolas si separeranno, altri che sia ottimista e loro rimarranno insieme. Mi piace lasciare una parte di libertà agli spettatori, non imporre loro i sentimenti di altri.

Il suo film entra anche, con discrezione, negli aspetti intimi della vita della coppia.
Volevo fare un film, diciamo, “carnale”, mettere a nudo i fatti e, in modo rispettoso, i personaggi. Quando una donna è incinta, il suo fisico cambia e questo dovevo farlo vedere, fa parte della maternità. Nel film vediamo i corpi dei due ragazzi che si amano, si sposano, si separano. Sono andato controcorrente rispetto all’iconografia tradizionale della madre, ho amato mostrare come aspettare un figlio sia anche un’esplosione dei sensi.

Barbara, mentre il parto si avvicina, di cosa ha realmente paura?
Nel dare la vita c’è per forza un prima e un dopo. È prendere coscienza, in qualche modo, della propria morte: «Ormai la mia vita non mi apparteneva più – confessa – ormai ero madre». Per queste ragioni ho inserito nel film l’immagine onirica di lei che affoga nelle proprie acque, poco prima del parto.

Lo ritiene anche un film femminista?
In fondo lo spero. Amo l’universo femminile, mi appassiona. Una sfida, per me, capire a fondo una donna e una madre, farla esistere e parlare, entrare nei suoi pensieri più intimi. Mi hanno aiutato con grande entusiasmo tutte le donne sul set.

Luca Pellegrini – avvenire
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