Certi piccoli eroi esemplari dello sport

Chiedi a loro cosa sono le Olimpiadi. Una storia d’amore in cui ci si vede solo una volta ogni quattro anni. Fedeltà pura. Confronto, contatto, esame crudele. Una vita per arrivarci, un soffio per perderle. Se sbagli, non puoi riparare subito. Se le accarezzi, diventano una droga. Una volta provata, la rivuoi.
Chiedi a Josefa Idem, una che dovrebbe averne la nausea solo a pronunciarle. Lei di Olimpiadi ne ha attraversate otto, non in carrozza ma in canoa: 47 anni, due figli, 5 medaglie. Eppure è ancora lì, a remare contro il tempo e la logica. «Stanca? Qualche volta ho creduto di sì – racconta –. Poi, quando agli ultimi Europei sono rimasta fuori dalle finali, per la rabbia ho pianto per 50 minuti di fila. Non esiste, mi sono detta. Finché piango non posso smettere…».

Non ci si abitua alle Olimpiadi. Quando arrivano devi esserci. Non importa dove. Non conta come né quando. Interessa solo perché. Chiedi a Keinki Sato, giapponese, 28 anni, testa rasata come una palla di biliardo. Ogni mattina all’alba si allena con un’ora di meditazione. Lo farà anche a Londra, perché Sato è il primo monaco buddista della storia a qualificarsi per i Giochi. La sua specialità è l’equitazione. Strana per un giapponese, insolita per un monaco, incatalogabile per un buddista. «Vincere? Mi interessa meno di nulla – racconta –. Per me questa è una grande occasione per completare il percorso spirituale verso la rivelazione…».

C’è sempre un motivo. E non è mai lo stesso. Partenze e arrivi, storie e colori. Quelli dei cerchi, anelli eterni da scalare, tondi perfetti cui aggrapparsi per dondolarsi sul mondo. E dire a tutti: eccomi, sono qui, guardatemi. Ce l’ho fatta. Chiedete a Valeria Straneo se non è così: 36 anni, due figli anche lei, laureata in lingue. Un mucchietto d’ossa che corre e che un giorno deve fermarsi perché le tolgono una delle cose più indispensabili per poterlo fare. «Nel 2010 mi hanno asportato la milza: un intervento necessario per superare una sferocitosi ereditaria. Sono rimasta a letto cinque mesi, praticamente avevo chiuso…». Il 5 agosto invece Valeria inseguirà il podio della maratona femminile.

Miracolo, sogno, rinascita, contatto con la fatica. Puoi spremerli i Giochi, tiragli fuori l’anima, offenderli, pensare che non lascino effetti collaterali, congelarli nel ricordo di una sola, episodica, straordinaria impresa. Ma poi ritornano. A ricordarti cos’è lo sport, quello degli uomini e delle donne vere, quello che non ha colore perché li contiene tutti, che non ha età perché l’Olimpiade non regala l’immortalità, ma fa camminare sulle acque a lungo. E allunga i confini di quello che gli altri chiamano fatica, sacrificio, ideale.
Chiedere, per conferma, a Missy Franklin, 17 anni, americana. Soprannome: il missile. Obiettivo: infastidire la regina Federica Pellegrini in vasca. Missy si è qualificata in 7 gare, 4 individuali e 3 staffette. A quell’età i suoi coetanei hanno tempo solo per gli amici, il computer e la musica nelle orecchie. Missy invece si allena sei ore al giorno, vive in piscina, ragiona in modo liquido: «Stanca? Macché. Non vedo l’ora di cominciare. Io in acqua scivolo, mi sento a casa, mi diverto, vivo…».

Questa è l’Olimpiade, un incrocio da guardare negli occhi, la fatica dell’uomo per uscire dalla caverna, l’orgoglio della donna per non essere più schiava. Una sabbia antica sulla quale lasciare impronte nuove, da portarsi nelle scarpe per scavalcare piccole miserie, infelicità. E anche assenze. Chiedere a Matthias Steiner, tedesco, 30 anni, sollevatore di pesi, 140 chili, praticamente un frigorifero con una testa sopra. È tra i favoriti a Londra. Quattro anni fa ai Giochi di Pechino sollevò in finale allo slancio un bilanciere di 258 chili e poi confessò piangendo: «Senza mia moglie non ce l’avrei fatta. E lei che mi ha aiutato ad alzarlo…». La moglie di Steiner era morta due mesi prima in un incidente d’auto.

Storie, persone, umanità. Qualcosa che dura un attimo lunghissimo. Solo un’Olimpiade regala tanto. Riempie, sazia fino alla prossima. Un viaggio senza illusioni, non vincono sempre i buoni e spesso non perdono i cattivi. Ma c’è tanta vita dentro, c’è un senso, una speranza più alta di un podio. Chi non ci crede, chieda a Nur Suryani Mohd Taibi. Cognome che sembra un codice fiscale, 29 anni, malese con l’hobby dei tiro a segno. Sparando, agli ultimi Giochi Asiatici si è conquistata il minimo olimpico per arrivare a Londra. Poi però è rimasta incinta. Ha fatto i conti: il giorno della gara, a Londra, sarà alla 33esima settimana.

Cioè quasi all’ottavo mese. Per i medici è ok, può gareggiare, «con cautela» le hanno detto. Già, figurarsi. Il problema è che la sua è una disciplina dove si tira in apnea, cercando di annullare qualunque movimento. Se potessero, i tiratori fermerebbero anche il cuore prima di premere il grilletto. Difficile l’immobilità se hai un piccoletto nella pancia. «Ma io glielo sto ripetendo da giorni – spiega Nur Suryani – per 75 minuti dovrai stare calmo: niente calci, niente capriole. Fallo per la tua mamma…».

Questa è l’Olimpiade: per lei si spara e si nasce, difficilmente si muore. Ti chiama, ti lascia davanti ai cerchi del mondo, ti mette accanto i più bravi, ti obbliga a stare diritto, a dosare il fiato. Corri, salta, combatti. Cento corse non fanno una finale olimpica. Non c’è un’altra volta, la prossima passa tra quattro anni, se passa. E non tutti hanno la possibilità di giocare. Andiamo allora. Domani si comincia. Perde solo chi non c’è.

Alberto Caprotti – avvenire.it
Precedente Nobel asiatici 2012, un riconoscimento allo sviluppo sostenibile Successivo Il ragioniere che si è fatto prete «Ora sono felice»