Reintegro nel ministero – sulla scia dei pastori anglicani con moglie e figli che diverrebbero sacerdoti della Chiesa cattolica – anche dei preti cattolici

Il reintegro dei preti cattolici sposati si scontra contro resistenze tradizionaliste che hanno un sostenitore nascosto nel blog del vaticanista Sandro Magister. In tala blog viene pubblicato il seguente testo apologetico tradizionalista di Cesare Alzati

Ecco qui di seguito il suo commento completo.

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Il papa Benedetto XVI, con ennesimo coraggioso gesto, si appresta ad accogliere nella comunione della Chiesa di Roma ecclesiastici e fedeli anglicani desiderosi di confermare la propria adesione alla Chiesa una e santa, professando con essa – secondo l’insegnamento dei padri oxoniensi – “quod semper, quod ubique, quod ab omnibus”, senza peraltro abbandonare il retaggio di pietà e di santità a loro trasmesso dalla Chiesa d’Inghilterra nella sua secolare tradizione, radicata in un patrimonio ben anteriore allo scisma.

Ritengo che da tale atto solenne, destinato ad assumere un fondamentale rilievo nella storia delle Chiese cristiane, venga anzitutto uno straordinario contributo alla salvaguardia della stessa tradizione della Chiesa d’Inghilterra, nei suoi aspetti più vitali e luminosi, che nei secoli scorsi si sono irradiati nel mondo intero, fino a generare la Comunione anglicana, e che nel Novecento in modo tanto decisivo hanno contribuito alla crescita della tensione ecumenica tra le diverse componenti del mondo cristiano.

Credo altresì che la decisione rappresenti, nell’immediato, non meno che in una prospettiva di lunga durata, anche un prezioso contributo alla vita intellettuale britannica, costituendo un segno di rispetto e di rinnovata attenzione ai fondamenti spirituali, che hanno alimentato la vicenda storica dell’Inghilterra e che ne hanno corroborato lo sviluppo culturale e civile.

Merita al riguardo segnalare un altro particolare aspetto, non marginale, relativo al problema dell’ordinazione dei ministri anglicani dopo il loro ingresso nella comunione cattolica.

Sono convinto che sulla questione delle ordinazioni anglicane, prima dell’introduzione del ministero femminile, si sarebbe potuta sviluppare un’ulteriore riflessione da parte cattolica, stanti gli ulteriori dati storici acquisiti al riguardo. Ora il problema mi pare superato dai fatti e la prevista ordinazione dei ministri accolti nella comunione cattolica assume anche il significato di certificare la radice apostolica del loro ministero, sulla quale molti sono stati indotti a dubitare dalla nuova situazione determinatasi nella loro Chiesa d’origine e nella Comunione anglicana.

La prevista ordinazione non è peraltro priva di riflessi anche per l’ambito cattolico.

Quando nella prima parte degli anni Novanta i ministri, che allora lasciarono la Chiesa d’Inghilterra, furono inserti nella Chiesa romano-cattolica del Regno Unito, non mancarono all’interno di questa preti e comunità che chiesero la reintegrazione di quanti, tra gli ecclesiastici cattolici, avevano lasciato il ministero per contrarre matrimonio.

Al riguardo va osservato che – a parte il can. 10 di Ancyra che ha avuto eco soltanto in area siro-orientale – l’insieme di tutte le Chiese di tradizione apostolica ha sempre ritenuto, almeno in via di principio, che non possa darsi matrimonio dopo l’ordinazione, pena l’abbandono del ministero (cfr. can. 1 di Neocesarea).

La preventivata ordinazione dei ministri di provenienza anglicana viene a sanare, in modo generalizzato e con ogni evidenza, pure qualsiasi possibile difetto canonico al riguardo.

Il loro caso, pertanto, non potrà in alcun modo considerarsi un precedente cui riferirsi per scardinare l’ordine disciplinare all’interno del corpo ecclesiale cattolico-romano e renderà, anche sotto tale aspetto, il ministero dei nuovi ordinati pienamente conforme ai canoni antichi della Chiesa indivisa e pertanto canonicamente ineccepibile pure agli occhi dell’Oriente cristiano, sia ortodosso che unito.

Peraltro, stanti le considerazioni sopra esposte in merito alle ordinazioni anglicane, mi parrebbe auspicabile che – con modalità simile a quella seguita dalla Comunione anglicana in riferimento ai ministri di culto di dubbia successione apostolica operanti nel quadro della Chiesa costituitasi nell’India del Nord e nel Pakistan – non si procedesse all’ordinazione con la consueta formula del Pontificale Romano, ma si elaborasse una formula specifica di ordinazione, finalizzata all’esercizio, da parte di questi ecclesiastici, del ministero presbiterale nella Chiesa Ccattolica.

(Di Cesare Alzati).

Mi colpisce sempre leggere questo brano, dove si parla dei vescovi sposati

1 È degno di fede quanto vi dico se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro. 2 Ma bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, 3 non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. 4 Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, 5 perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio? 6 Inoltre non sia un neofita, perché non gli accada di montare in superbia e di cadere nella stessa condanna del diavolo. 7 È necessario che egli goda buona reputazione presso quelli di fuori, per non cadere in discredito e in qualche laccio del diavolo. 

8 Allo stesso modo i diaconi siano dignitosi, non doppi nel parlare, non dediti al molto vino né avidi di guadagno disonesto, 9 e conservino il mistero della fede in una coscienza pura. 10 Perciò siano prima sottoposti a una prova e poi, se trovati irreprensibili, siano ammessi al loro servizio. 11 Allo stesso modo le donne siano dignitose, non pettegole, sobrie, fedeli in tutto. 12 I diaconi non siano sposati che una sola volta, sappiano dirigere bene i propri figli e le proprie famiglie. 13 Coloro infatti che avranno ben servito, si acquisteranno un grado onorifico e una grande sicurezza nella fede in Cristo Gesù. 

dalla Prima Lettera a Timoteo cap. 3

Anche i vescovi si innamorano

Quotidianamente, i media lanciano gossip per fare audience, sfociando spesso nella volgarità e, soprattutto, arrivando a ledere la privacy altrui. In certi casi, però, sembra che siano gli stessi Vip ad attirare l’attenzione dei paparazzi su di sé.
Questo pensiero è stato suscitato dall’atteggiamento di un prete dell’Argentina, che ha deciso di recarsi al mare in compagnia femminile. Mons. Fernando Maria Bergallo, infatti, è stato fotografato in atteggiamenti intimi, mentre faceva il bagno con una donna, della quale non si conosce l’identità.
Immediata è giunta la risposta della Chiesa che, subito, ha convocato una riunione d’urgenza per chiarire lo scandalo. Da parte sua, il prelato argentino si è giustificato, affermando che le foto risalgono ad un viaggio in Messico fatto qualche anno fa e che la donna con la quale ha trascorso il tempo è solo un’amica d’infanzia.
Nonostante tutto, il vescovo ha porto le adeguate scuse, in nome suo e di tutta la Chiesa. A ben poco,però, valgono le giustificazioni, se si pensa che le foto accusatrici hanno già fatto il giro del mondo, sconvolgendo l’opinione pubblica. La notizia però non trova solo accusatori ma, piuttosto, verrà sostenuta da coloro che ritengono il gesto non imputabile, visto che mons. Bergallo, in fin dei conti, è sempre un uomo. Questa è l’opinione di coloro che non sono più scossi dalle atrocità della vita e da fatti non consueti. D’altro canto, c’è chi reputa il comportamento del prelato di Buenos Aires non adatto ad un uomo di chiesa e dunque vietato a priori.
In entrambi i casi, ad alzare il polverone è stato lo scatto indiscreto di un fotografo che, per motivi ancora non chiari, ha voluto scatenare il dibattito, sottolineando l’oscenità del fatto piuttosto che attenuarlo o, tantomeno, nasconderlo. Questa è la realtà moderna, costituita da gente che riesce ad arricchirsi alle spalle altrui, tantopiù se si parla di Vip.
lovepedia.net

L’interpretazione cristiana dei sogni

I sogni contengono un messaggio? Sono portatori di mozioni dello Spirito? Si possono decifrare e usare come indicazioni per la propria vita? La domanda non è peregrina, risale infatti agli albori dell’esperienza religiosa. L’oniromanzia, la divinazione in base ai sogni, fu una pratica diffusissima nell’antichità, dalla Cina all’India alla civiltà babilonese. Nell’antica Grecia si credeva che durante il sonno Asclepio, il dio della medicina, visitasse la persona per ispirarla, guarirla o guidarla. I malati si recavano negli asclepei – ne esisteva uno anche a Roma sull’isola tiberina, edificato nel 289 a.C. All’arrivo i ministri del tempio valutavano le esigenze del pellegrino, che, dopo aver compiuto rituali di purificazione, veniva ammesso in un dormitorio sacro sotterraneo e vi passava la notte. Asclepio sarebbe comparso in sogno e avrebbe operato un intervento sul male o avrebbe indicato, con scene simboliche, una cura. Una credenza a cui fece da contraltare lo spirito razionale di Aristotele, che nel sogno non vedeva rivelazioni divine, piuttosto il rilascio di stimoli sensoriali che avevano interessato il corpo durante la veglia.

Nel ’900 il problema dei sogni e della loro interpretazione è riapparso nella cultura “alta” grazie a Freud e alla psicoanalisi, con il sogno letto in una chiave immanente, come manifestazione di desideri inconsci. Anche le neuroscienze, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, sono scese in campo, senza peraltro arrivare a chiarire il nocciolo della questione: non solo sulla genesi e il significato biologico dei sogni si brancola ancora nel buio, fra ipotesi più o meno accreditate, ma è lo stesso fenomeno del sonno – delle sue finalità profonde – a rimanere in gran parte un enigma per le neuroscienze. Il ritorno in auge dell’associazione tra sogno e vita spirituale si deve negli ultimi decenni all’influsso crescente di colui che ha aperto la psicanalisi a tematiche religiose, ossia Carl Gustav Jung, e a quel movimento composito e sincretista che si è soliti classificare come New Age. Nel mondo di lingua inglese, autori avvicinabili al New Age come Betty Bethards, Gillian Holloway o Michael Lennox hanno prosperato sul filone dei sogni. L’australiano Adam F. Thompson è arrivato a fondare insieme ad altri una chiesa, la “Field of Dreams”, incentrata sui sogni intesi come rivelazioni soprannaturali.

Di fronte a questo panorama Gerard Condon, sacerdote cattolico della diocesi di Cloyne in Irlanda, già direttore del Pontificio collegio irlandese a Roma, si è chiesto se la teologia e la spiritualità cattoliche non si siano fatte “scippare” da piscologia e New Age un tema che sarebbe invece di loro competenza. E non si siano accorte di una diffusa richiesta, fra i credenti, di una guida al mondo delle “apparizioni” notturne.

Del resto, della possibile valenza spirituale dei sogni ne danno testimonianza la Bibbia e la storia dei santi. Nella Genesi Dio parla a Giacobbe in sogno, mostrandogli la famosa scala che si protende fino in Cielo. Giuseppe, figlio di Giacobbe, durante la prigionia in Egitto diventa un apprezzato interprete di sogni, così come il profeta Daniele alla corte di Nabucodonosor. E prima della battaglia contro Nicanore, Giuda Maccabeo incoraggia i suoi uomini raccontando loro un sogno che pronostica la vittoria.

Nel Vangelo di Matteo Giuseppe riceve in sogno la notizia del concepimento soprannaturale di Maria. In sogno Dio avverte i Magi di evitare Erode e di fare ritorno al loro Paese. E sempre in sogno Giuseppe è prima sollecitato a fuggire con Maria e Gesù in Egitto, poi è avvisato della morte di Erode e della possibilità di far ritorno in Israele. Per quanto riguarda i santi l’elenco sarebbe lunghissimo, ma merita una segnalazione il caso di don Bosco, la cui vita fu costellata da moltissimi sogni premonitori. A partire da quello che ebbe a nove anni, e che si ripresentò a lungo con ambientazioni e dettagli diversi, in cui Gesù e la Vergine adombrarono la sua missione di evangelizzatore della gioventù.

Il tema ci sarebbe tutto. Ma l’approccio di Gerard Condon, riassunto nel libro Il Potere dei Sogni, da poco edito per le Edizioni Messaggero Padova (pagine 240, euro 14), non sembra centrare il bersaglio, per la metodologia a cui si affida. Ossia il tentativo di mutuare, pur filtrandola, l’analisi dei sogni di Jung. Condon non è il solo ad aver tentato questa strada, altri religiosi ci hanno provato negli anni – un caso noto è quello della suora orsolina americana Pat Brockman, formatasi al C.G. Jung Institut di Zurigo – ma scivolando su un terreno insidioso, vista l’impossibilità di recuperare Jung, e anche la sua lettura dei sogni, a una prospettiva cattolica. In particolare per il ruolo divinatorio assegnato all’irrazionale onirico da parte dello psicoanalista svizzero – che in lui fu rafforzato dal contatto con gli stregoni della tribù ugandese degli elgonyi, durante un suo viaggio in Africa nel 1925 – sia per la concezione del male insito nella divinità, concezione di matrice gnostico-alchemica, da cui discende il superamento dell’idea di peccato e la necessaria integrazione di bene e male anche nella dimensione etica dell’uomo.

L’approccio cattolico ai sogni e alla loro interpretazione si trova comunque, seppur in controluce, nel libro di Condon. Il quale fa giustamente notare come le rivelazioni oniriche già nell’Antico Testamento erano soggette a critiche. Nel Deuteronomio è presente una condanna della divinazione. Geremia e Zaccaria stigmatizzano con durezza coloro che sostengono di saper discernere il volere di Dio dai sogni. Nel Nuovo Testamento la parola greca per sogno, onar, compare solo sette volte. Fra i padri della Chiesa, Atanasio di Alessandria avverte che nel sonno i demoni hanno maggiore libertà d’azione. Tertulliano, che pur riconosce come Dio possa parlare al dormiente, sostiene che la maggior parte dei sogni spirituali sono ispirati da demoni. Gregorio Magno si pronuncia nettamente contro l’interpretazione dei sogni.

Ma la posizione cattolica è stata sintetizzata e chiarita soprattutto da Tommaso d’Aquino nella Somma teologica. Per il dottore angelico i sogni possono essere influenzati in primis dalle condizioni fisiche e psicologiche del sognatore. Per quanto riguarda l’influenza soprannaturale, essa è talora demoniaca e «talaltra riferibile a Dio, che rivela certe cose agli uomini in sogno per mezzo degli angeli».

L’ uso deliberato dei sogni al fine di ottenere doni spirituali è quindi illecito, in quanto assimilabile alla divinazione. Mentre i sogni latori di messaggi divini sono doni di Dio, che non vanno cercati. Ed è proprio questo equilibrio e questa prudenza che sono presenti nella bellissima antifona che si recita nella preghiera di compieta, prima di coricarsi: «Nella veglia salvaci Signore, nel sonno non ci abbandonare: il cuore vegli con Cristo e il corpo riposi nella pace».

Andrea Galli – avvenire.it

 

Lettera ai sacerdoti sposati: “anche voi siete la Chiesa di Cristo”

Buona sera  a tutti voi Sacerdoti sposati, e benedetti.  Mi chiamo (…)  e vorrei sapere come posso ricevere   tre   Sante Messe  per tre Cari defunti. E come posso dare la mia offerta.    Anche voi siete la CHIESA di CRISTO. Auguri anche a voi in questo giorno solenne, e di festa per la chiesa di DIO. Auguri ancora. Grazie.

mail firmata inviata a sacerdotisposati@alice.it

Gesù, il Signore della vita che porta salvezza. Commento al Vangelo XIII Domenica del tempo ordinario Anno B

(…) Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. (…)

Gesù cammina verso la casa dove una bambina è morta. Cammina ed è Giairo, il padre, a dettare il ritmo; Gesù gli cammina vicino, offre un cuore perché possa appoggiarvi il suo dolore: «Non temere, soltanto continua ad aver fede». Ma come è possibile non temere quando la morte è entrata in casa mia, e si è portata via il mio sole? Secondo Gesù il contrario della paura non è il coraggio, da scovare a fatica nel fondo dell’animo, ma la fede: Tu continua ad aver fede. Anche se dubiti, anche se la tua fede non ha nulla di eroico, lascia che la sua Parola riprenda a mormorare in cuore, che il suo Nome salga alle labbra con un’ostinazione da innamorati.
Aver fede: che cosa significa? La fede è un atto umanissimo, vitale, che tende alla vita e si oppone all’abbandono e alla morte. È aderire: come un bambino aderisce al petto della madre, così io aderisco al Signore, ho fiducia nella madre mia, un bambino appena svezzato è il mio cuore. Giunsero alla casa e vide trambusto e gente che piangeva. Entrato, disse loro: «Perché piangete? Non è morta questa bambina, ma dorme». Dorme, come tutti i nostri che ci hanno preceduto e che sono in attesa del risveglio. Dormono, come una parentesi tra questo sole e il sole di domani, e per Dio l’ultimo risveglio è sulla vita.
Lo deridono, allora, con quella stessa derisione con cui dicono anche a noi: tu credi nella vita dopo la morte? Ti inganni, ti sbagli, sei un illuso, non c’è niente dopo la morte. Ma la fede biblica è che Dio è Dio dei vivi e non dei morti, che le «creature del mondo sono portatrici di salvezza e in esse non c’è veleno di morte. Dio non ha creato la morte» (Sap 1,13-14). Gesù cacciati fuori tutti, prende con sé il padre e la madre, ricompone il cerchio vitale degli affetti, il cerchio dell’amore che fa vivere. Poi prende per mano la bambina. Non era lecito per la legge toccare un morto, ma Gesù profuma di libertà. E ci insegna che bisogna toccare la disperazione delle persone per poterle rialzare. La prende per mano. Chi è Gesù ? Una mano che ti prende per mano. La sua mano nella mia mano.
E le disse: «Talità kum. Bambina alzati». Lui può aiutarla, sostenerla, ma è lei, è solo lei che può risollevarsi: alzati. E lei si alza e si mette a camminare. A ciascuno di noi, qualunque sia la porzione di dolore che portiamo dentro, qualunque sia la porzione di morte, il Signore ripete: Talità kum. In ognuno di noi c’è una vita che è giovane sempre: allora, risorgi, riprendi la fede, la lotta, il sogno.
Su ogni creatura, su ogni fiore, su ogni uomo, su ogni donna ripete la benedizione di quelle antiche parole: Talità kum, giovane vita, dico a te, alzati, rivivi, risplendi. Tu porti salvezza.
(Letture: Sapienza 1, 13-15; 2, 23-24; Salmo 29; 2 Corinzi 8, 7.9.13-15; Marco 5, 21-43)

di Ermes Ronchi – avvenire

Giordania: manifestazione contro governo

(ANSA) – AMMAN, 29 GIU – Centinaia di persone hanno partecipato oggi ad una manifestazione ad Amman promossa dal movimento islamico e da attivisti indipendenti per respingere una legge elettorale recentemente approvata e chiedere le dimissioni del governo. Il raduno e’ avvenuto alcuni giorni dopo la vittoria del candidato dei Fratelli musulmani Mohamed Morsi nelle elezioni presidenziali in Egitto, che ha dato nuovo vigore all’opposizione in Giordania.

Natività Betlemme patrimonio umanità Unesco accoglie richiesta Anp. Prima volta Territori palestinesi

(ANSA) – BETLEMME (CISGIORDANIA) – Con 13 sì, 6 no e 2 astenuti il Comitato per il patrimonio dell’Unesco, a San Pietroburgo,  ha recepito la proposta dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) di includere la Chiesa della Natività e il Percorso del Pellegrinaggio a Betlemme, in Cisgiordania, tra i siti Patrimonio mondiale dell’Umanità.  E’ la prima volta per un monumento nei Territori Palestinesi e si apre un nuovo caso politico dopo l’ingresso in ottobre dell’Anp nell’Unesco, che provocò dissenso in Usa e Israele.

Ancora forte l’export di armi italiano: 3 miliardi di autorizzazioni nel 2011

l Rapporto sull’import-export di armi è arrivato.  Finalmente possiamo sapere che le autorizzazioni all’export militare nel 2011 sono circa 2.500 e che le nostre armi finiranno in Algeria, Singapore, India, Turchia.
Tra le tabelle diffuse manca però il dettaglio sulle banche d’appoggio agli incassi.

di Francesco Vignarca e Luca Martinelli – 24 aprile 2012
TRATTO DA I signori delle guerre

Il rapporto sull’import-export di armi è arrivato. Con oltre tre settimane di ritardo rispetto alla scadenza fissata per legge al 31 marzo, finalmente possiamo leggere il “Rapporto del Presidente del Consiglio sui lineamenti di politica del Governo in materia di esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento” per l’anno 2011. Si tratta, come da alcuni anni a questa parte, di un documento riassuntivo elaborato dalla Presidenza del Consiglio a partire dai voluminosi tomi prodotti dai Ministeri coinvolti nei meccanismi di autorizzazione alla vendita di armamenti italiani. Da queste pagine – scaricabili anche a lato – possiamo trarre prime indicazioni e tendenze senza dover perdere la vista ad incrociare la miriade di dati (spesso esposti in maniera poco utile alla comprensione, come denunciato da anni dalle campagne disarmiste) che vengono tabulati in quella che è la Relazione ex legge 185/90 vera e propria. Che solo da poche ore, con il ritardo già segnalato, dovrebbe essere stata depositata presso gli Uffici Parlamentari.

Siamo però di fronte ad una “lettura per sottrazione”, perché nel Rapporto già di per sé succinto ancora una volta qualche pezzo si è perso: non compare alcuna indicazione sulle banche che hanno intermediato le transazioni finanziarie di pagamento dei contratti. Una voce che si dovrà ora derivare dai dati integrali ma che (attraverso una tabella apposita) nel Rapporto c’è sempre stata e che permetteva già in prima battuta di diffondere l’elenco delle cosiddette “banche armate”. Manca poi il dettaglio usualmente dedicato ad elencare i materiali autorizzati per Paesi di destinazione, e che descriveva – seppur in modo generale – la tipologia dei sistemi d’arma autorizzati ed esportati nel corso dell’anno (per capirci, qui potete vedere la tabella 15 estratta dal Rapporto 2010).
Fornire questo tipo di dato era stata un’indicazione di trasparenza messa in atto durante l’ultimo Governo di Romano Prodi (2006-2008), prassi poi continuata durante il Governo di Silvio Berlusconi in carica fino al novembre 2011. Una scelta descritta come “utile” anche al Parlamento, per favorire una miglior comprensione delle operazioni autorizzate, e che invece proprio nella prima produzione di dati del Governo “tecnico” Monti si è persa.

Passando all’analisi dei dati, dal Rapporto emerge subito come le autorizzazioni all’esportazione di materiale d’armamento non siano in calo, ma si mantengano sui livelli dello scorso anno superando di poco i 3 miliardi di controvalore. Nel corso del 2011 sono state rilasciate complessivamente da parte del ministero degli Esteri 2.497 (2.210 lo scorso anno) autorizzazioni all’esportazione di materiali di armamento di cui il 65% riguarda esportazioni definitive, mentre il restante 35% si divide tra esportazioni temporanee e proroghe di autorizzazioni precedentemente rilasciate. 
La tendenza ad un rafforzamento delle vendite soprattutto per quanto riguarda le grandi holding belliche è evidenziata anche nei commenti al comparto italiano contenuti nel Rapporto che segnala: “I valori globali delle autorizzazioni rilasciate nel 2011 indicano un’inversione di tendenza rispetto al 2010, dovuta principalmente alla ripresa di alcuni programmi intergovernativi di cooperazione”. In particolare va evidenziato il valore delle esportazioni definitive, per le quali è previsto il corrispettivo regolamento finanziario, pari a 3,05 miliardi ed un importo di autorizzazioni relative ai Programmi Intergovernativi pari a 2.2 miliardi di euro (quasi due miliardi in più dello scorso anno). 
”Rispetto al 2010 si è avuto un incremento, pari a 5,28%, del valore delle autorizzazioni alle esportazioni, al netto delle autorizzazioni per i programmi intergovernativi, e si è riscontrato un significativo aumento delle autorizzazioni per i programmi intergovernativi di cooperazione rispetto all’anno precedente che di fatto ha riportato i valori ai livelli del 2009″ conclude sempre il Rapporto.
È ritornato a salire, nel frattempo, il numero delle autorizzazioni “intergovernative”, ovvero quelle che monitorano le produzioni di grossi sistemi d’arma compiute su accordi dei Governi alleati per il proprio uso interno, e in questo senso per la prima volta sono state rilasciate 3 Licenze globali di progetto. Si tratta di una tipologia di autorizzazione introdotta con le modifiche alla legge del 2003 e fortemente difeso dalla lobby armiera applicabile “a tutti i programmi di coproduzione intergovernativi o interindustriali di produzione, ricerca o sviluppo di materiale di armamento svolti con imprese di paesi dell’Unione Europea e della Nato”. Una condizione di minore trasparenza e dal più difficile controllo da sempre osteggiata dalla società civile impegnata su questi temi e che solo nel 2011 ha avuto per la prima volta una sua applicazione, anche grazie ad un cambio di rotta impresso dai nuovi vertici dell’UAMA (l’ufficio che in seno al Ministero degli Esteri si occupa del rilascio delle autorizzazioni all’esportazione di armamenti).

Dopo il numero delle autorizzazioni, vengono le imprese: quella che primeggia tra gli esportatori come volume finanziario, al netto dei programmi intergovernativi, è Agusta spa con il 14,4%, pari a 756,19 milioni di euro. L’azienda elicotteristica in questi giorni al centro delle cronache giudiziarie per le presunte tangenti Finmeccanica è seguita da Orizzonte Sistemi Navali spa (con il 7,9%, per 416,17 milioni di euro), Iveco spa (5,55%, con 292,13 milioni), Alenia Aermacchi (4,81% e 252,95 milioni) e Alenia Aeronautica spa (4,30%, pari a 226,00 milioni). Ancora, sotto il 3 per cento, ci sono Oto Melara spa (2,65% e 139,50 milioni), Elettronica spa (2,345%, pari a 122,96 milioni), Whitehead Alena Ss spa (1,93%, per 101,79 milioni), Selex Galileo spa (1,60%, pari a 83,96 milioni) e Avio spa con il 1,07% pari a 56,53 milioni di euro.
Purtroppo la mancanza della tabella di dettaglio dei materiali autorizzati impedisce, al momento attuale, di sapere per quale tipo di affare e fornitura le aziende sopra elencate potranno sottoscrivere contratti.

Andando a guardare le destinazioni future delle nostre produzioni militari, scopriamo come ampiamente prevedibile che sono i Paesi più caldi o dalle maggiori spese militari ad aver stretto accordi con le nostre aziende. I principali destinatari delle autorizzazioni alle esportazioni definitive di prodotti per la difesa (sempre non considerando le operazioni da effettuare nell’ambito dei Programmi intergovernativi, per lo più destinate a Paesi europei) sono stati l’Algeria, che si attesta al 9,08%, pari a 477,52 milioni di euro, seguita da Singapore con il 7,5%, pari a 395,3 milioni, dall’India e i suoi 259,4 milioni (5,26%) dalla Turchia con il 3,2% (170 milioni) e dall’Arabia Saudita con il 3,1% (166 milioni). Gli altri paesi sono evidenziati nella tabella sottostante.
Per quanto riguarda le aree geopolitiche di destinazione di Paesi della NATO/UE ed europei OSCE con il 35,98% (valore di 1.100,82 milioni) si confermano tra i nostri tradizionali partner con autorizzazioni verso Francia, Stati Uniti d’America, Germania e Regno Unito. Ma la maggior parte delle autorizzazioni sono avvenute al di fuori di questa area di “alleanza naturale”, concentrandosi in particolare su Africa Settentrionale e Vicino Medio Oriente (24,03%) ed Asia (22,94%) mentre a distanza si sono collocate l’America Centro meridionale (9,77%) e l’America Settentrionale (4,59%).

A riguardo il Rapporto commenta: “Le autorizzazioni all’esportazione dirette verso i Paesi asiatici (Estremo Oriente) hanno registrato un significativo aumento rispetto al 2010 dovuto principalmente ad una sostenuta dinamica di esportazioni verso India e Singapore. Per quanto riguarda l’America Centro Meridionale, le autorizzazioni di operazioni definitive verso i Paesi latino-americani hanno visto un certo incremento con il Messico come principale acquirente. Nel 2011 le autorizzazioni rilasciate all’industria italiana per la difesa in alcuni mercati del Vicino e Medio Oriente hanno registrato, stante la peculiare situazione politica dell’area e l’applicazione rigorosa delle misure restrittive disposte in ambito internazionale, un certo ridimensionamento attestandosi al 24,03% del totale contro il 49,07% del 2010″.
In questa area sono regimi problematici come Algeria e Arabia Saudita a rappresentare i principali partners commerciali delle industrie militari italiane.

I commenti precedenti riguardano le “autorizzazioni” chieste e rilasciate durante il 2011, quindi relative a scelte politiche che devono ancora concretizzarsi in accordi commerciali e produzioni industriali. Si tratta dunque di un buon portafoglio per il futuro, mentre lo stato di salute produttivo del comparto, invece, emerge dall’analisi delle consegne effettive, che trovano riscontro nel numero e nel volume degli scambi doganali. Il Rapporto li evidenzia in questi termini: “Come già precisato nelle precedenti relazioni, i movimenti rilevati dal ministero dell’Economia e delle finanze tramite l’Agenzia delle Dogane sono relativi allo stato di avanzamento (utilizzazione) di licenze rilasciate, sia nel 2011 che negli anni precedenti Non c’è quindi correlazione -spiega la Relazione- tra le ‘autorizzazioni” concesse nel 2011 e le ‘operazioni’ dello stesso periodo”. Per quanto riguarda le esportazioni, “nell’anno 2011 risultano effettuati i seguenti movimenti doganali riguardanti 2.059 esportazioni definitive, per un valore complessivo di 2.664,61 milioni di euro, poco meno dello scorso anno. Le 500 esportazioni temporanee hanno invece avuto un valore complessivo di 643,91 milioni di euro.

Sullo sfondo, resta la “partita” in corso per la modifica della legge 185: per il governo esso rappresenta un (semplice) “processo di riordino della normativa nazionale relativa al controllo sulle esportazioni e i trasferimenti dei prodotto per la Difesa (vedi a p. 22 del Rapporto in allegato)”, da gestire attraverso una legge delega. Per i movimenti pacifisti -su tutti la Rete italiana per il Disarmo- la modifica della legge rappresenta invece un ulteriore passo indietro sul controllo e sulla trasparenza di un comparto problematico come quello delle armi.

Esce il II Rapporto sull’Italia delle religioni

I curatori Naso e Salvarani: “Molti cantieri aperti ma manca un progetto globale”

Roma (NEV) – A tre anni dalla prima edizione, esce in questi giorni il II Rapporto sull’Italia delle religioni intitolato “Un cantiere senza progetto”, edito dalla EMI di Bologna: quasi quattrocento pagine di dati, informazioni, quadri interpretativi sulla realtà del pluralismo religioso in Italia. Come per la prima edizione, dal titolo “Il muro di vetro”, i curatori sono Paolo Naso e Brunetto Salvarani: politologo alla “Sapienza” e coordinatore di alcuni programmi della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) il primo; teologo e direttore dell’agenzia cattolica CEM Mondialità, il secondo.

Il volume ha carattere interdisciplinare e raccoglie pertanto saggi e contributi di sociologi, giuristi, storici, giornalisti e di “testimoni” delle varie realtà confessionali presenti in Italia: circa 40 firme tra le più autorevoli di chi cerca di documentare e raccontare una dinamica – quella del pluralismo religioso in Italia – generalmente sottovalutata se non ignorata. “In realtà siamo di fronte a un processo che ridisegna la scena religiosa italiana – affermano i curatori -. La presenza degli ortodossi ormai ha una consistenza analoga a quella dei musulmani; a causa dell’immigrazione crescono notevolmente gli evangelici, e, soprattutto, cambiano i modi e le forme in cui gli italiani vivono la loro religiosità. Permane il senso di appartenenza alla tradizione cattolica ma in termini sempre più vaghi, fluidi, personalizzati e persino segnati dall’incontro con altre esperienze religiose o spirituali”.

L’analisi proposta è a tutto campo e va dalle dinamiche interne al mondo cattolico alla situazione giuridica delle varie comunità di fede, dall’evoluzione interna al mondo islamico al boom della presenza ortodossa. Il volume comprende anche una sezione che ricorda i principali eventi ecumenici e interreligiosi degli ultimi due anni, curata da Gaëlle Courtens dell’Agenzia stampa NEV, e un’altra con i dati e i riferimenti delle principali comunità di fede presenti in Italia.

A tre anni dal I Rapporto che cosa è cambiato? “C’è più consapevolezza che il pluralismo religioso costituisce un tratto caratterizzante dell’Italia di oggi – risponde Naso – e che ha bisogno di riconoscimento pubblico, interventi legislativi, politiche educative, visibilità nei circuiti dell’informazione. Nella prima edizione utilizzavamo la metafora di un ‘muro di vetro’ che lasciava vedere il pluralismo religioso ma che rendeva impossibile una vera interazione tra le sue diverse componenti. Oggi rileviamo che in ambito scolastico, nella società civile ed anche a livello istituzionale ci sono importanti cantieri aperti. Il problema è che manca un ‘progetto’, l’idea che finalmente anche l’Italia è un paese ‘normale’ nel quale diverse culture e diverse confessioni possono convivere in un quadro culturale e giuridico che garantisca parità di diritti e quindi pieno accesso allo spazio pubblico. Così non è, e questa è la principale criticità del ‘caso Italia’“.

Numerose le firme protestanti che, oltre a Naso, hanno collaborato al Rapporto: il giornalista e saggista Giampiero Comolli, il direttore di Confronti Gianmario Gillio, il redattore della medesima rivista Michele Lipori, la sociologa Alessia Passarelli, la teologa e vicepresidente della FCEI, pastora Letizia Tomassone. Tra i contributi, il ricordo di due personalità del protestantesimo italiano scomparse di recente, Giorgio Girardet e Maria Sbaffi Girardet, a cura di Luigi Sandri.

Chiesa e donna, i nodi al pettine

Il Vaticano ha commissariato l’associazione delle superiore maggiori che rappresenta la gran parte delle suore Usa, perché nelle sue assemblee si levano voci in favore dell’ordinazione delle donne. Al di là della questione in sé, il caso dimostra l’incapacità delle gerarchie ecclesiastiche di ridiscutere, alla luce dell’Evangelo, ruolo e carismi dell’«altra metà della Chiesa».

La questione femminile/femminista attraversa da tempo, sotto traccia, la vita della Chiesa cattolica romana; ma, ogni tanto, essa appare in bella vista, facendo emergere le contraddizioni profonde che, a cinquant’anni dal Vaticano II, dominano il magistero ecclesiastico.

L’ultimo caso è la decisione – resa nota negli Usa il 18 aprile – della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf), guidata dal cardinale statunitense William Levada, di commissariare di fatto la Leadership conference of women religious (Lcwr), associazione che raccoglie circa mille e cinquecento superiore maggiori in rappresentanza dell’80% delle cinquantasettemila suore degli Stati Uniti. Secondo il Vaticano, nella Lcwr sono emersi «problemi dottrinali seri» perché, nelle sue assemblee, sono state sostenute posizioni non accettabili di dissenso dal magistero papale – ad esempio in tema di ordinazione delle donne e di approccio pastorale all’omosessualità – o «affermazioni di femminismo radicale incompatibili» con l’insegnamento cattolico; perciò, e per i prossimi cinque anni, tutto l’operato della Lcwr sarà sottoposto ad un revisore (l’arcivescovo di Seattle, Peter Sartain) con pieni poteri.

Quale sia, negli States, l’eccezionale importanza della presenza delle religiose per sostenere le attività della Chiesa cattolica e, di conseguenza, le ricadute che potrebbe innescare la punitiva decisione romana, lo spiega bene Cristina Mattiello (vedi pag. 24); qui riflettiamo su un’altra faccia della medaglia, che ingloba, ma travalica, la vicenda della Lcwr. Infatti, le «colpe» ad essa imputate – il sì all’ordinazione della donna e una pastorale degli omosessuali diversa da quella ufficiale – sono le stesse di molti altri gruppi cattolici nel mondo. Ma sui due temi papa Wojtyla prima, assistito dal cardinale Ratzinger, allora prefetto della Cdf, e poi il pastore tedesco stesso, hanno deliberato senza interpellare formalmente le Conferenze episcopali; oppure, nei casi in cui queste, in Sinodi o Assemblee implicanti il «popolo di Dio», le hanno affrontate, arrivando ad orientamenti difformi dai desiderata vaticani, la Curia ha ignorato queste conclusioni.

Ma, oggi, nella Chiesa cattolica non ha più corso Roma locuta, causa finita est (una volta che Roma abbia parlato, la causa è finita); una sua decisione sarebbe forse accolta solo se, e quando, la sua parola venisse ultima, e cioè dopo molte altre parole prime, seconde, penultime… Del resto, su problemi che riguardano direttamente le donne nella comunità ecclesiale – la loro ordinazione, e non solo, e non prima di tutto – è mai possibile che nel XXI secolo il potere sacro e maschile sentenzi senza averle in qualche modo, in una loro rappresentanza, consultate? Certo, l’ipotizzata scelta apre questioni complesse (sintetizzando: Gesù non propone mai il sacerdozio; le lettere apostoliche conoscono solamente ministeri al servizio delle comunità cristiane; dunque, oggi occorrerebbe una rinnovata comprensione di essi, aperti a donne e uomini, sposati o no); per questo è inaccettabile che la domanda sia incenerita da un «ukaz» papale. Invece, essa andrebbe affrontata coralmente – perché non in un Concilio aperto anche a laici, donne e uomini? – in attento ascolto a ciò che lo Spirito dice alle Chiese ed a ciò che i tempi esigono.

Ma l’ex Sant’Uffizio, imperturbabile (e aprendo un obiettivo conflitto di competenze all’interno della Curia, perché in pratica ha esautorato la Congregazione competente, quella per gli Istituti di vita consacrata, guidata dal cardinale brasiliano João Braz de Aviz), commissaria la Lcwr che rappresenta il mainstream delle suore statunitensi, le quali affrontano con responsabile franchezza anche problemi tabù, in definitiva mostrando l’intollerabilità, storica e teologica, della esclusione dell’«altra metà della Chiesa» dal prendere parte a decisioni che riguardano l’intero popolo di Dio. Ratzinger, naturalmente, insisterà nel suo no; speriamo che la Lcwr e tutti i gruppi che la pensano allo stesso modo non demordano. Infatti, nulla vi è da attendere da Roma, almeno sotto questo pontificato (tanto più inflessibile ora con i «progressisti», per recuperare almeno una parte dei lefebvriani, baluardo della «tradizione» anti-femminista); molto, invece, si può sperare da prassi evangeliche rinnovate sgorganti dalla base, e da novelle Marie Maddalene che, oggi ancora, annuncino a Pietro e agli altri apostoli che Gesù è risorto.

David Gabrielli – confronti.net

29 Giugno 2012

Goodfellas in Vaticano: quei bravi ragazzi Oltretevere fra porpore, dollari e scandali

Francesco Peloso
www.micromega.net

Quella che si è svolta in Vaticano negli ultimi mesi con grande clamore mediatico è solo l’ultimo capitolo di una saga classica: lo scontro di potere all’interno delle mura leonine. Ma si è trattato di una lotta senza esclusione di colpi fra due destre, due correnti conservatrici. Un punto va infatti messo bene in luce: non ci sono mai state, in tutte le recenti vicende, due differenti visioni del mondo e della Chiesa che si confrontavano.

Sono stati gli uomini della lotta al comunismo, dell’appoggio alle dittature sudamericane, delle bustarelle che salivano e scendevano lungo le scale ampie e silenziose dei sacri palazzi, dei peccati inconfessabili insabbiati e coperti. Sono stati gli uomini discreti e potenti che hanno svolto con cura il ruolo di collaboratori di quello che è stato insieme l’ultimo Papa re e il primo Papa globale, cioè Karol Wojtyla, a volte scontrandosi fra di loro, ma in silenzio, mentre il loro potere si allargava a dismisura e forse immaginavano di essere, per varie ragioni, immortali. E così non hanno creduto alla loro fine, non si sono rassegnati a lasciare ai nuovi padroni, ai nuovi cardinali e arcivescovi, i parvenu della Curia romana, le poltrone che contano.

Quella che si è svolta in Vaticano negli ultimi mesi con grande clamore mediatico, a suon di corvi e di documenti riservati fuoriusciti dalle stanze del Papa, è solo l’ultimo capitolo di una saga classica: lo scontro di potere all’interno delle mura leonine. Un conflitto duro, un po’ alla Dan Brown, un po’ alla Corleone, un po’, semplicemente, in stile vatican-curiale. Essenzialmente, però, si è trattato di una lotta senza esclusione di colpi fra due destre, due correnti conservatrici, che si sono contese il controllo della Chiesa universale; un punto va infatti messo bene in luce: non ci sono mai state, in questi mesi, due differenti visioni del mondo e della Chiesa che si confrontavano.

Wojtyla con la lotta al comunismo rifonda la Chiesa integralista

Una simile rappresentazione, è l’obiezione ricorrente nei sacri palazzi, non corrisponde al vero: è falsa, dettata da intenti anti cristiani e anticattolici, ideologica, letteraria. E certo nel corso del ‘900, tanto per restare agli ultimi decenni, fra le mura vaticane si sono mossi uomini di ogni tipo: personalità di valore, fini diplomatici, evangelizzatori e missionari coraggiosi, ma anche spie, corrotti, faccendieri, manovratori dell’ombra, esperti di traffici finanziari illeciti e via dicendo. Nel determinare però una svolta negli assetti di potere interni alla Chiesa la scelta ideologica compiuta da Giovanni Paolo II – la lotta al comunismo sovietico e ai partiti satelliti al potere nell’Europa orientale – è stata decisiva. Ogni mediazione, ogni colorazione intermedia, è scomparsa, l’adesione ideologica è diventata una fede, ogni incertezza è stata esclusa, le correnti progressive fuoriuscite dal Vaticano II cancellate. In questa cavalcata ideologica che ha avuto bisogno di una Chiesa integralista, incapace di mettersi in discussione e di misurarsi con la modernità, è maturata la crisi ancora in corso.

I colombiani all’opera fra narcos e scomuniche

Si dice con buona ragione che fra i grandi elettori di Ratzinger, ci fossero due uomini dell’estrema destra ecclesiale latinoamericana e wojtyliana: i cardinali colombiani Alfonso Lopez Trujillo e Dario Castrillon Hoyos. Loro coordinarono, fra gli altri, la raccolta dei voti necessari all’elezione di Benedetto XVI nel conclave dell’aprile 2005. Lopez Trujillo, oggi scomparso, presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, è stato il grande scomunicatore: nota la scomunica impartita a medici e familiari di una bambina violentata dal patrigno e per questo indotta ad abortire. La violenza carnale su una ragazzina non era reato da pena canonica, l’aborto naturalmente sì. Molte le perle di questo tenore inanellate da Lopez Trujillo (il cardinale voleva scomunicare anche i medici che provocavano la morte di un embrione, tanto per dirne una). Su Castrillon, invece, si potrebbe scrivere un romanzo nero. Ho anche un ricordo personale. Nel 2003 mi trovavo in Colombia, la salute di Giovanni Paolo II era ormai compromessa, nel corso di un breve ricevimento con prelati e diplomatici, ebbi modo di parlare con uno degli arcivescovi di punta del Paese. Conversando dei possibili candidati alla successione di Wojtyla, feci anche il nome di Castrillon. La risposta fu più o meno la seguente: “non credo, di lui si dice che sia legato ai soldi del narcotraffico”. Feci finta di nulla e proseguii. Castrillon è stato a lungo il prefetto della Congregazione per il clero, una sorta di ministro dei preti della Chiesa universale, posizione dalla quale ha difeso a spada tratta sia attraverso lettere riservate che con dichiarazioni pubbliche, il diritto dei vescovi a nascondere gli abusi dei preti colpevoli di abuso sessuale.

Il regista dell’insabbiamento

Nella Primavera del 2010 era venuta alla luce una lettera dello stesso Castrillon risalente al 2001 e indirizzata a un vescovo francese, monsignor Pierre Pican diocesi di Bayeux, nella quale il cardinale si felicitava con lui per aver scelto di fare qualche mese di carcere piuttosto che denunciare un prete abusatore. Piccolo particolare: il sacerdote in questione, René Bissey, era stato all’epoca condannato a 18 anni di carcere per aver violentato un ragazzo e aver aggredito sessualmente 10 bambini. Castrillon, quando la storia divenne di pubblico dominio, diffuse poi altri particolari sull’episodio. Nel corso di un convegno ecclesiale tenutosi in Spagna spiegò fra l’altro: “dopo aver consultato il Papa e avergli mostrato la lettera la inviai al vescovo, congratulandomi con lui per essere stato un modello di padre che non consegna i suoi figli alla giustizia”. Secondo il cardinale fu poi lo stesso Giovanni Paolo II ad autorizzarlo a inviare “la lettera a tutti i vescovi del mondo e a metterla su internet”.

Infine il cardinale colombiano è stato presidente della Commissione Ecclesia Dei, ovvero l’organismo della Curia che presiede ai rapporti e ai negoziati con la Fraternità di San Pio X. Sua è stata, almeno in parte, la responsabilità di aver messo nei guai Benedetto XVI con il caso del vescovo negazionista della Shoah e delle camere a gas, Richard Williamson. In sostanza Castrillon fu accusato in Vaticano di non aver avvertito il Papa delle dichiarazioni di Williamson proprio mentre si stava procedendo alla revoca della scomunica per lui e per gli altri tre vescovi.

L’impero di Maciel e le simpatie dei cardinali per i legionari

Dell’ex Segretario di Stato Angelo Sodano, attualmente decano del Sacro collegio cardinalizio, e dell’ex sostituto per gli affari interni Leonardo Sandri – oggi prefetto della congregazione per le chiese orientali – le cronache hanno già raccontato molto. La stima per Pinochet e la giunta militare argentina, e poi quel rapporto preferenziale con i Legionari di Cristo, la potente e reazionaria organizzazione guidata da padre Marcial Maciel. In quest’ultimo legame erano uniti al segretario personale di Wojtyla, Stanislaw Dzisiwisz, oggi cardinale a Cracovia. Le inchieste del giornalista americano Jason Berry – pubblicate a suo tempo sul National Catholic Reporter – hanno descritto scenari inquietanti di bustarelle di denaro che venivano consegnate ai piani alti del Vaticano. Maciel si comprava l’impunità interna, il dominio assoluto nella sua congregazione, la protezione e l’omertà dei superiori che anzi promuovevano le istituzioni dei Legionari in America Latina. Secondo le inchieste mai smentite di Berry, il cardinale argentino Eduardo Pironio, per diversi anni prefetto del dicastero vaticano che si occupa degli istituti di vita religiosa, riceveva i favori di Maciel e in tal modo ogni indagine sulla congregazione veniva evitata. Pironio passò poi al ministero vaticano per i laici e morì nel 1998. Nel 2006 il cardinale Camillo Ruini ha aperto la causa di beatificazione ancora in corso.

Il caso Propaganda Fide, il patto fra cardinali e costruttori

Altro versante degno di nota è quello di Propaganda fide, centro di consulenze per laici potenti legati ai poteri italiani e vaticani, cuore di un patrimonio edilizio immenso, dicastero delle missioni implicato nelle inchieste sulla ‘cricca’ di Guido Bertolaso, il ‘fu’ delfino del Cavaliere, e Angelo Balducci, l’ex potente Presidente del Consiglio nazionale dei lavori pubblici mitico ex gentiluomo di sua santità che in Vaticano si avvaleva anche dei favori sessuali di qualche giovanotto. Quando la Segreteria di Stato un paio di anni fa provò a scaricare ogni responsabilità dei vari scandali nei quali era coinvolta Propaganda Fide sul cardinale Crescenzio Sepe – l’ex prefetto nominato da Wojtyla – questi pubblicò una lunga lettera – un capolavoro nel suo genere, va detto – in cui indicava tutti i dicasteri vaticani, a cominciare dalla Segreteria di Stato e dal cardinale Sodano, che avevano approvato il suo operato e le sue iniziative finanziarie. Sepe oggi è arcivescovo e cardinale a Napoli dove fu mandato da un Ratzinger appena eletto al soglio di Pietro smanioso di liberarsi della corte dei miracoli wojtyliana. In questo senso uomini come il cardinale Giovanni Battista Re – a lungo anche sotto Benedetto XVI a capo della Congregazione dei vescovi – sono stati certo più discreti, non risultano coinvolti in traffici, eppure hanno cercato di mantenere a tutti i costi il potere e quando gli è stato levato non hanno mandato giù il rospo tanto facilmente.

Dal clan sudamericano a quello genovese

L’attuale Segretario di Stato ha operato un cambio della guardia all’interno del sistema di potere vaticano passando dal clan sudamericano a quello genovese. Molti i liguri che si sono sistemati in Curia, e tuttavia accanto agli alti prelati – una schiera di cardinali neofiti nominati dal Papa anche su suggerimento del Segretario di Stato – sono emerse figure laiche a dir poco sorprendenti. Fra queste ultime è salito agli onori delle cronache tale Marco Simeon, personaggio dalle alterne e non sempre eccelse fortune in Liguria eppure assai potente grazie al cardinale Bertone, tanto da diventare il responsabile relazioni esterne della Rai e di essere chiamato alla guida di ‘Rai Vaticano’ – scatola vuota del sistema informativo pubblico, eppure incarico di prestigio – dopo la scomparsa del vaticanista di lungo corso Giuseppe de Carli.
Il nome di Simeon viene spesso associato a quello del manager sanitario Giuseppe Profiti, condannato in Liguria nel processo sul sistema tangentizio legato alla sanità e oggi a capo dell’ospedale vaticano Bambin Gesù di Roma, prestigiosa istituzione sanitaria di cui si dice sia però in serie difficoltà economiche. Si tratta di figure dal profilo incerto a metà fra l’uomo d’affari e l’arrampicatore sociale i cui volti un tempo sarebbero rimasti nascosti dietro le quinte; oggi invece emergono e mostrano in pubblico quei legami di potere con la politica, la finanza, l’establishment statale, ormai entrati in crisi, ma che hanno fatto parte per lunghi anni di quell’intreccio di rapporti e accordi inconfessabili fra le due sponde del Tevere.

In questo senso la Rai è specchio dei tempi. Si pensi a personalità come quella di Lorenza Lei, accreditata dai media di un bertonismo tutto d’un pezzo e di una fedeltà vaticana non discutibile; oggi è caduta in semi-disgrazia e comunque si trova in uscita dalla plancia di comando dell’azienda. Ancora della squadra fa parte quell’Antonio Preziosi, giornalista dal passato non molto noto, poi assurto ai vertici del giornali radio e di Radio Uno; di Preziosi non si ricordano grandi momenti di giornalismo, ma almeno tre interviste di riguardo: una al cardinale Angelo Bagnasco e altre due al cardinale Tarcisio Bertone, trasmesse con tutti gli onori dalla testata giornalistica. Non sarà un caso che Preziosi sia stato di recente nominato consultore del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali – un dicastero vaticano – insieme a Gian Maria Vian che però dirige l’Osservatore romano. Senza contare che ha insegnato alla Pontificia università salesiana di Roma.

Infine, rimbalzando di nuovo dalla Rai alla sanità, è emersa un’altra figura solo in apparenza minore. Quella dell’arcivescovo polacco Zygmunt Zimowski, presidente del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari. Di recente sono state avviate indagini della magistratura sull’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito che hanno portato alla luce un legame inaspettato fra lo stesso Belsito, il suo amico e compagno d’affari, l’imprenditore e faccendiere Stefano Bonet, e il Vaticano, cioè il ministero della sanità d’Oltretevere guidato dall’arcivescovo Zimowski. Oggetto delle indagini il presunto tentativo di Belsito-Bonet di ottenere dai sacri palazzi l’appalto per un’opera di tutto rispetto: la messa a punto di un sistema di monitoraggio di tutte le strutture sanitarie del mondo, un sistema di circa 140mila enti messi oggi a dura prova dalla crisi e pieni di debiti.

Afghanistan, il posto peggiore al mondo in cui essere madre. Ogni due ore una donna muore per motivi legati al parto

(TMNews) – Uno dei posti peggiori al mondo in cui essere madre è l’Afghanistan, dove ogni due ore una donna muore per problemi legati alla gravidanza. Questa studentesse di ostetricia a Kabul provano a cambiare le cose imparando un mestiere che potrebbe salvare la vita a molte loro connazionali.”Molte madri e bambini non vedranno mai per tutta la loro vita un operatore sanitario qualificato, un medico o un infermiere, tutto questo va cambiato” dice Rachel Maranto di Save The Children. L’organizzazione insieme con altre Ong sta aiutando il governo a finanziare programmi per migliorare il sistema sanitario. I corsi da ostetrica sono affollati, 10 anni fa il mestiere era praticato solo da 500 persone in tutto il Paese, ora sono in 3000. Niente testi alle lezioni, solo disegni: molte di queste donne sono analfabete ma hanno visto morire troppe madri, sorelle e bambini per rimanere inerti.”Nel mio villaggio negli ultimi due anni la mortalità è scesa del 100%” racconta questa donna, certo un caso eccezionale ma comunque segno di un cambiamento possibile in un Paese in cui una donna ha una probabilità 70 volte superiore di morire di parto piuttosto che a causa di una bomba.

Arresti per droga, spaccio a Mediaset. Intercettazioni, coca a Barale e Costanzo. Lui, di che parlano?

C’e’ anche un filone che riguarda personaggi televisivi nell’ultima indagine del Ros di Milano che hanno intercettato i membri di un’organizzazione dedita al traffico di droga arrestando 22 persone. In particolare, in una serie di intercettazioni, alcuni dei trafficanti parlano tra loro di cessioni di cocaina a gente di spettacolo legata a Mediaset. Tra i nomi citati, quelli di Paola Barale e Maurizio Costanzo. Quest’ultimo smentisce: ”non so di cosa si stia parlando”.

ansa

Prete si dimette e sceglie la famiglia a Enna: appello al Vescovo Muratore dei sacerdoti sposati

Agira, parroco si dimette per sposarsi

Don Giuseppe Serrone dell’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati (http://nuovisacerdoti.altervista.org) ha lanciato un appello a riaccogliere nel ministero i preti sposati al Vescovo di Nicosia (Enna)  Mons. Salvatore Muratore.  L’appello è stato inviato come lettera aperta inviata ai media dopo la notizia delle dimissioni del parroco di Agira padre Alessandro Screpis:

 “Ringrazio Dio per avermi dato la grazia di fare il sacerdote in questi anni ma adesso ho scelto di convogliare il mio amore in una chiesetta chiamata famiglia”. Con queste parole il parroco ha detto addio alla parrocchia Abbazia di San Filippo dopo aver presentato lo scorso 21 giugno le dimissioni manifestando la volontà di sposarsi e formare una famiglia.

“I sacerdoti sposati – ha continuato don Giuseppe Serrone, sacerdote sposato e parroco in provincia di Viterbo per 10 anni – sono una richezza da valorizzare per le diocesi e le parrocchie”.

Da anni l’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati, con don Serrone è impegnata per la promozione all’interno della chiesa e della società dei preti sposati e delle loro famiglie.

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sacerdotisposati@alice.it

http://nuovisacerdoti.altervista.org

 

Carovana della pace 2012: il grido della Terra

di P. Fernando Zolli

In uno scenario di crisi sistemica e finanziaria, che scoraggia buona parte della popolazione, crea ansietà, sfiducia nel futuro e che spesso paralizza interi settori della società, ecco la proposta della Carovana Missionaria della pace che convoca all’impegno e vuole seminare speranza. Un’iniziativa nata nel 2000, con il Giubileo degli oppressi, che nel 2012 propone una nuova edizione, segno della sua efficacia e della validità delle proposte che coinvolgono molti soggetti, associazioni e gruppi di impegno sociale, civile e religioso.

Questa edizione della Carovana è promossa da Missio Giovani, dalla commissione di Giustizia e Pace degli Istituti Missionari (Cimi), dalla Rete interdiocesana Nuovi Stili di Vita, da Missio Campania e con la collaborazione di altre realtà, come la Focsiv, Pax Christi, Aifo, Suam nazionale, Banca Etica, ecc., ed ha come obiettivo l’unione di quanti credono e sostengono un cambiamento e si mettono in cammino per visitare quelle realtà o gruppi che sono già all’opera, attraverso pratiche e iniziative che rendono visibile il cambiamento, promuovono il dialogo e stimolano all’impegno personale e comunitario nei vari ambiti della convivenza sociale, civile, politica e religiosa.

La carovana è uno strumento che si rivolge soprattutto ai giovani, che attraverso il loro dinamismo, la loro forza e il loro coraggio per un futuro sostenibile colgono l’opportunità di incontrare gente, intrecciare relazioni, leggere i segni a volte non percepibili, ma che, come piccoli semi, germogliano e alimentano la speranza e il coraggio di dissodare terreni aridi e spinosi, affrontare situazioni di disagio e di degrado e spingono per una convivenza di giustizia e pace sul proprio territorio, in sinergia con altri popoli del Sud del mondo. Ecco perché la Carovana del 2012 ha come parola d’ordine “iChange”.

Impegnandosi personalmente e comunitariamente a rifiutare ogni sistema mafioso e il suo strapotere subdolo, che, senza molte reticenze e con vergognosa spudoratezza, penetra il tessuto della convivenza dal Sud al Nord Italia e in molte altre parti del mondo. Abolire la tratta degli esseri umani come forza lavorativa a basso costo, da sfruttare nel settore agricolo, in quello edilizio, in quello familiare (in Italia operano 500mila badanti, molte delle quali dall’Est europeo) e purtroppo anche in quello dello sfruttamento sessuale, che coinvolge donne e bambini dell’Africa e dell’Asia.

La Carovana propone inoltre l’impegno a lottare contro il disastro ambientale e la salvaguardia della terra, l’uso indiscriminato di prodotti chimici, l’accaparramento delle terre e delle fonti idriche (soprattutto nei Paesi del Sud del mondo), l’emissione di gas tossici, lo sfruttamento dei Paesi poveri e delle loro risorse minerali, come per esempio il coltan del Congo…

Il cambiamento tuttavia non può né deve fermarsi all’analisi della realtà e alla denuncia. È tempo di dire basta a questo sistema e assumere “nuovi stili di vita”, come persone e come comunità, una vera “metanoia” come ci insegna il Vangelo di Gesù; instaurando relazioni nuove con le cose, con la natura, con le persone che ci vivono accanto e con realtà e popoli che la globalizzazione ha avvicinato e mescolato.

La Carovana tocca varie Regioni d’Italia approfondendo le tematiche proposte, e avrà il suo culmine nella settimana dell’itineranza in Campania, dove una cinquantina di carovanieri dal 25 al 30 settembre 2012 seguiranno un percorso per mettere in evidenza che questa regione, nota per l’invasione della “monnezza”, per il potere della camorra e delle mafie, per lo sfruttamento del lavoro, è anche terra di resistenza, di impegno, di cambiamento promosso da gruppi e associazioni che quasi mai vengono sostenuti e ottengono visibilità sui media.

Il numero dei carovanieri non potrà oltrepassare la cinquantina, per permettere a chi vi partecipa di crescere nella comunione e interagire efficacemente con le persone, le associazioni e le realtà visitate.

Dal 28 al 30 settembre però la Carovana sarà aperta a tutti coloro che vogliono condividere questo percorso: a Napoli, soprattutto nel quartiere di Scampia e nei pressi delle catacombe di San Gennaro.

Per maggiori dettagli e per l’iscrizione di gruppi e associazioni sono disponibili le schede da compilare: www.carovanadellapace.it. Sul sito si trovano anche i sussidi, il programma della settimana, degli eventi finali a Napoli, i nomi dei testimoni locali e di altri continenti che condivideranno la loro esperienza del cambiamento, reso possibile dalla forza e dall’organizzazione che viene dal basso; proposte operative per i nuovi stili di vita e l’opportunità di intervenire in un blog e su facebook.

Quando senti il desiderio di comunicare e uscire da te stesso, guardati intorno, mettiti in cammino con gli ultimi. Quando ti impegni per la giustizia, la pace e la riconciliazione… è allora che sei in carovana. Insieme rimettiamoci in cammino!

* Missionario comboniano; del coordinamento nazionale della Carovana 2012

adista

28 Giugno 2012

Droga per la guerra

di Salvador Capote
Il ruolo giocato dal narcotraffico nella politica estera degli Stati Uniti

Tratto dal portale di informazione sull’America Latina Alai-Amlatina (29 maggio 2012). Titolo originale: Narcotráfico, instrumento de dominio imperial

Dopo vari decenni di “guerra contro la droga”, con un costo colossale in termini di vite umane e risorse materiali, i narcotrafficanti sono oggi più forti che mai e controllano un territorio più ampio che in passato.

Negli ultimi sei anni in Messico si sono registrati più di 47mila omicidi collegati con il traffico di droga. Dai 2.119 del 2006 si è passati ai circa 17mila del 2011. Nel 2008, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha denunciato che le Dtos (Organizzazioni di Traffico di droga), collegate a cartelli messicani, sono attive in tutti gli Stati Uniti. In Florida agiscono mafie associate con il cartello del Golfo, gli Zetas e la Federazione di Sinaloa. Miami è uno dei principali centri di ricezione e distribuzione. Anche altri cartelli, come quello di Juárez e di Tijuana, operano negli Usa.

I cartelli messicani hanno guadagnato forza dopo essersi sostituiti a quelli colombiani di Cali e Medellín negli anni ‘90 e controllano ora il 90% della cocaina che arriva negli Usa. Il più grande impulso al narcotraffico è l’alto consumo statunitense. Nel 2010, un’inchiesta nazionale del Dipartimento di Salute ha rivelato che circa 22 milioni di statunitensi al di sopra dei 12 anni fanno uso di qualche tipo di droga. Questi dati, solo alcuni dei più inquietanti, permettono di interrogarsi sull’efficacia della cosiddetta “guerra contro la droga”. È impossibile credere che esista realmente una volontà politica di porre fine a questo flagello universale quando osserviamo il ruolo che ha giocato il narcotraffico nella controinsurrezione, nell’espansione delle transnazionali e nelle ambizioni geopolitiche degli Stati Uniti e di altre potenze.

Ripassiamo, in sintesi, la storia recente. L’amministrazione di Richard Nixon, all’inizio della “guerra contro la droga” (1971), sviluppava contemporaneamente il traffico di eroina nel Sudest asiatico con il proposito di finanziare le sue operazioni militari in questa regione. L’eroina prodotta nel Triangolo d’oro (dove si incrociano le zone montuose di Vietnam, Laos, Thailandia e Myanmar) veniva trasportata in aerei dell’“Air America” di proprietà della Cia. In una conferenza stampa televisiva, il 1° giugno del 1971, un giornalista chiedeva a Nixon : «Signor presidente che farà con le decine di migliaia di soldati statunitensi che tornano tossicodipendenti di eroina?».

Le operazioni di “Air America” proseguirono fino alla caduta di Saigon nel 1975. Mentre la Cia trafficava oppio e eroina nel Sudest asiatico, il traffico e il consumo di stupefacenti negli Usa si trasformava in tragedia nazionale. Nel 1976, il presidente Gerald Ford sollecitò il Congresso ad approvare alcune leggi che sostituivano la libertà condizionata con la prigione, stabilivano condanne minime obbligatorie e negavano la malleveria per determinati crimini di droga. Il risultato fu un aumento esponenziale del numero di condanne per delitti collegati al traffico e al consumo di droga e la conseguente trasformazione degli Usa nel Paese con il più alto numero di popolazione carceraria del mondo. Il peso principale di questa politica punitiva ricadde sulla popolazione nera e su altre minoranze.

Le amministrazioni statunitensi durante gli anni ‘80 e ‘90 sostennero governi sudamericani coinvolti direttamente nel traffico di cocaina. Sotto Carter, la Cia intervenne per evitare che due capi del cartello di Roberto Suárez (re della cocaina) fossero sottoposti a giudizio negli Usa. Tornati liberi poterono rientrare in Bolivia e rivestire ruoli da protagonista nel golpe (“Cocaine Coup”) del 17 luglio del 1980, finanziato dai baroni della droga. La sanguinosa tirannia del generale Luis García Meza fu sostenuta dall’amministrazione Reagan.

Il coinvolgimento più ampio dell’amministrazione Reagan nel narcotraffico si ebbe con lo scandalo conosciuto come “Iran-contras” il cui aspetto più pubblicizzato fu la raccolta di fondi per finanziare i contras nicaraguensi con la vendita illegale di armi all’Iran, anche se è ben documentato anche l’appoggio di Reagan, allo stesso scopo, al traffico di cocaina dentro e fuori gli Usa.

Queste connessioni le spiega il giornalista William Blum nel suo libro Rogue State. In Costa Rica, che serviva come Fronte Sud dei contras (l’Honduras era il Fronte Nord) operavano varie reti Cia-contras coinvolte nel traffico di droga. Queste reti erano associate a Jorge Morales, capo colombiano residente a Miami. Gli aerei di Morales venivano caricati di armi in Florida, volavano in Centro America e tornavano carichi di cocaina. Un’altra rete con base in Costa Rica era usata da cubani anticastristi arruolati dalla Cia come istruttori militari. Questa rete utilizzava aerei dei contras e di una compagnia di vendita di gamberetti che riciclava denaro per la Cia, per il trasporto della droga negli Usa.

In Honduras la Cia assoldò Alan Hyde, il principale trafficante del Paese (“il padrino di tutte le attività criminali”, stando a informative del governo statunitense), per trasportare sulle sue imbarcazioni aiuti ai contras. La Cia, in cambio, impediva qualsiasi azione contro Hyde da parte delle agenzie antinarcotiche.

I percorsi della cocaina facevano importanti tappe, come la base aerea di Ilopango in El Salvador. Un ex ufficiale della Cia, Celerino Castillo, raccontò come gli aerei carichi di cocaina volassero fino al nord, atterrando impunemente in vari luoghi degli Usa, inclusa la base della Forze Aeree in Texas, tornando con denaro in abbondanza per finanziare la guerra. “Tutto sotto l’ombrello protettivo del governo statunitense”. L’operazione di Ilopango si realizzava sotto la direzione di Félix Rodríguez (alias Max Gómez) in connessione con l’allora vicepresidente George H. W. Bush (padre, ndt) e con Oliver North, che faceva parte della squadra del Consiglio di Sicurezza nazionale di Reagan.

Nel 1982, il direttore della Cia, William Casey, negoziò un “memorandum di intesa” con il Procuratore Generale, William French Smith, che esonerava la Cia da qualsiasi responsabilità relazionata con le operazioni di traffico di droga realizzate dai suoi agenti. Accordo rimasto in vigore fino al 1995.

Reagan e il suo successore, George H. W. Bush, patrocinarono l’“uomo della Cia a Panama”, Manuel Noriega, legato al cartello di Medellín e al riciclaggio di grandi quantità di denaro derivanti dalla droga. Quando Noriega non fu più utile e divenne un ostacolo, gli Usa invasero Panama (20 dicembre del 1989) in un barbaro atto senza precedenti contro il diritto internazionale e la sovranità di un piccolo Paese.

Michael Ruppert, giornalista ed ex ufficiale della narcotici, presentò nel 1997 un’ampia dichiarazione, accompagnata da prove documentali, ai comitati di intelligence (“Select Intelligence Committees”) delle Camere del Congresso. In uno di questi si afferma: «La Cia trafficò con la droga non solo durante il periodo di Iran-contras; lo ha fatto durante tutti i 50 anni della sua storia. Oggi presenterò prove che dimostrano che la Cia, e molte figure celebri durante l’Iran-contras, come Richard Secord, Ted Shackley, Tom Clines, Félix Rodríguez e George H. W. Bush vendettero droga agli statunitensi dall’epoca del Vietnam».

Nel 1999, l’amministrazione Clinton bombardò spietatamente la Jugoslavia per 78 giorni e 78 notti. Anche qui, appare la droga come sfondo. I servizi di intelligence degli Usa e i suoi omologhi di Germania e Gran Bretagna utilizzarono il traffico di eroina per finanziare la creazione e l’equipaggiamento dell’Esercito di liberazione del Kosovo. L’eroina proveniente dalla Turchia e dall’Asia centrale passava per Mar Nero, Bulgaria, Macedonia e Albania (Rotta dei Balcani) con destinazione Italia. Con la distruzione della Serbia e il rafforzamento – desiderato o no – della mafia albanese, l’amministrazione Clinton lasciava aperta la rotta della droga dall’Afghanistan all’Europa occidentale. Stando a informative della Drug Enforcement Administration (Dea) e del Dipartimento di Giustizia degli Usa, l’80% dell’eroina che entra in Europa passa per il Kosovo.

Diverse amministrazioni statunitensi, e in particolare quella di George W. Bush, sono state complici del genocidio in Colombia. La “guerra contro la droga” sostenuta dagli Stati Uniti con risorse finanziarie multimilionarie, assistenza tecnica e ingenti aiuti militari, non è riuscita a fermare il flusso di cocaina ma, al contrario, è stata determinante nella nascita e nello sviluppo dei gruppi paramilitari al servizio dei narcoterratenientes e anche come pretesto per mantenere il dominio sui lavoratori e la popolazione contadina. Il Plan Colombia è risultato un completo fallimento, ma servì come paravento per le ingerenze degli Usa nel Paese e mostrò chiaramento il suo vero scopo, la controinsurrezione.

Si dimentica spesso che il narcotraffico è probabilmente l’affare più redditizio dei capitalisti. Con la guerra in Colombia lucrano le imprese chimiche che producono erbicidi, l’industria aerospazionale che produce elicotteri e aerei, i fabbricanti di armi e, in generale, tutto l’apparato militare-industriale. I miliardi di dollari che genera il traffico illegale di droga incrementa il potere finanziario delle corporazioni transnazionali e della oligarchia locale.

La recente dichiarazione del Segretario di Stato Maggiore delle Farc-Ep (Forze Armate Rvoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo), in occasione del 48° anniversario dell’inizio della lotta armata ribelle, denuncia questo legame droga-capitale: «I soldi del narcotraffico si trasformano in terre, inondano le banche, le finanze, gli investimenti produttivi e speculativi, i complessi alberghieri, la costruzione e la contrattazione pubblica, risultando funzionali e finanche necessari nel gioco della cattura e della circolazione dei grandi capitali che caratterizza il capitalismo neoliberalista di oggi. Stessa cosa succede nel Centroamerica e nel Messico».

Il Trattato di Libero Commercio Stati Uniti-Messico (Nafta) ha obbligato molti contadini, di fronte alla concorrenza dei produttori agricoli statunitensi, a coltivare nelle loro terre marihuana e papaveri. Altri, di fronte all’alternativa del lavoro schiavista nelle maquiladoras (stabilimenti industriali), preferiscono entrare nei cartelli mafiosi della droga. Il grande aumento del traffico di merci attraverso la frontiera e i controlli bancari per combattere il terrorismo hanno reindirizzato il riciclaggio di denaro dalle banche alle corporazioni commerciali. La complessità e il volume delle operazioni finanziarie, e il flusso istantaneo e costante di capitali “online”, rendono estremamente difficile seguire il percorso delle transazioni illecite.

Una delle conseguenze del Nafta è l’impunità quasi totale che accompagna il flusso dei narcodollari verso entrambi i lati della frontiera. Come in Messico, il Trattato di Libero Commercio recentemente entrato in vigore in Colombia darà fiato alla violenza, al narcotraffico e alla repressione dei lavoratori e dei contadini. L’“Iniciativa Mérida” (o Plan México, il trattato internazionale tra Stati Uniti, Messico e Centroamerica contro il narcotraffico, entrato in vigore nel 2008, ndt), è solo la versione Messico-Centroamerica del Plan Colombia. Dobbiamo meditare sul fatto che in tutti gli scenari in cui gli Usa sono intervenuti militarmente, soprattutto in quelli in cui hanno messo a ferro e fuoco il territorio, il narcotraffico, lungi dal diminuire, come sarebbe da sperare, si è moltiplicato e rafforzato. In Afghanistan, la coltivazione di papavero si era ridotta drasticamente durante il governo dei talebani per conoscere invece, sotto l’occupazione statunitense, una crescita accelerata. L’Afghanistan è attualmente il primo produttore di oppio al mondo e, inoltre, non solo lo esporta in altri Paesi in forma di pasta per la sua trasformazione, ma fabbrica eroina e morfina sul proprio territorio.

Se ci atteniamo ai fatti storici, possiamo affermare che la politica degli Usa non è stata quella della “guerra contro la droga” ma quella della “droga per la guerra”.

adista

28 Giugno 2012

Evangelizzazione e dialogo

Nessuno avrebbe ipotizzato che a metà del XXI secolo la popolazione europea non sarebbe stata più in maggioranza cristiana. È utile per la Chiesa tener presente questo trend nella pastorale del futuro.

Udienza generale a piazza San Pietro, 1 marzo 2006: il Papa saluta una delegazione di musulmani degli Stati Uniti (foto CATHOLIC PRESS PHOTO).

Il grande tema della missione della Chiesa nel mondo ha coinvolto il concilio Vaticano II in due direzioni.

La prima è quella molto ampia del rapporto che la Chiesa deve riallacciare con la società contemporanea, nella grande varietà e continua mobilità della sua cultura e dei suoi atteggiamenti. La seconda, molto più circoscritta, è quella delle “missioni”, intese tradizionalmente come le «iniziative principali con cui i divulgatori del Vangelo, andando nel mondo intero, svolgono il compito di predicarlo e di fondare la Chiesa in mezzo ai popoli e ai gruppi umani che ancora non credono in Cristo», con lo scopo specifico della «fondazione della Chiesa in seno a quei popoli e gruppi umani in cui ancora non è radicata» (AG 6).

Per il problema, che si sta imponendo all’attenzione in questi ultimi anni, della proposta della fede a coloro che non credono in Cristo, nei Paesi di antica tradizione cristiana, sembra invece che il Concilio non abbia un suo particolare messaggio da offrire. È più recente, infatti, il fenomeno di non pochi battezzati che sono passati da un atteggiamento critico verso la Chiesa a un vero e proprio abbandono della fede. Si aggiunga la crescita del numero di immigrati di altra religione e ci si rende conto di quanto l’esperienza del credente sia mutata e oggi debba confrontarsi con una quotidiana frequentazione di uomini e donne che non credono in Cristo. Cinquant’anni fa nessuno avrebbe ritenuto ipotizzabile che a metà del XXI secolo la popolazione dell’Europa potesse non essere più in maggioranza cristiana: solo oggi una tale ipotesi si sta invece profilando. Il Corriere della sera del 20 gennaio scorso riportava i dati di un’indagine del Centro di ricerca e informazione sociopolitica (Crisp), dalle cui proiezioni risulta che nel 2035 Bruxelles sarà una città a maggioranza musulmana.

Già ora nelle sue scuole primarie, per scelta delle famiglie, il 43% dei bambini, si avvale dell’insegnamento di religione islamico. Fuori della capitale la situazione è molto diversa: però in Vallonia, se solamente il 7,8% degli studenti liceali sceglie di seguire i corsi di islam e il 26,4% si avvale dell’insegnamento della religione cattolica, il 64,2% preferisce quelli di morale laica. Pur tenendo conto delle differenze che di fatto si registrano in Europa fra le nazioni diverse, è utile tener presente questo trend, il più avanzato, dell’evoluzione delle convinzioni degli europei in fatto di religione, per impostare correttamente, se non i piani pastorali dell’anno prossimo, sì certamente il cammino della Chiesa verso il futuro.

Le grandi lezioni del Vaticano II È in questa prospettiva che abbiamo moltissimoda imparare dai documenti del concilio Vaticano II. Se fino ad oggi di evangelizzazione, intesa nel senso stretto di proposta della fede ai non credenti e ai credenti di altre religioni, molto si parla e pochissimo si opera, lo si deve anche al fatto che, nel più diffuso modo di pensare, sia dei fedeli laici sia dei pastori, le grandi lezioni della Gaudium et spes sul dovere del dialogo e della Dignitatis humanae sulla dignità della coscienza di ogni uomo, qualsiasi visione del mondo professi, a mio parere, non sono state ancora assimilate. Unitatis redintegratio e Nostra aetate hanno insegnato a dialogare con i cristiani di altre confessioni e con gli uomini di altre religioni, ma non sembra siano davvero riuscite a promuovere l’atteggiamento del dialogo anche con l’uomo di oggi e la cultura moderna.

La preoccupazione più viva negli ambienti cattolici resta ancora quella provocata dall’evolversi del costume e della cultura, dagli atteggiamenti delle istituzioni civili, dal dibattito politico, nell’ansiosa ricerca di preservare il carattere cristiano dell’ethos e della legislazione civile, senza pensare abbastanza che tutte queste realtà sono determinate dalle convinzioni delle persone. Ed è alle persone in carne e ossa che la Chiesa deve poter offrire la fede. Su questo percorso, invece, le strade si ingrovigliano nelle contrapposizioni e nelle polemiche, sì che la proposta del Vangelo non trova il cuore aperto in coloro che si sentono combattuti dalla Chiesa e non amati: padre Teilhard de Chardin nel 1936 scriveva: «Non si converte se non quello che si ama». Il Concilio aveva scelto un’altra strada: «Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno», dirà Paolo VI, nel discorso di chiusura, «riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto e amore. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette».

Abbattere i bastioni era stato il titolo di un famoso libro di Hans Urs Von Balthasar del 1952. Questa sarà la tensione profonda di tutta l’opera del Concilio. I padri hanno guardato in faccia l’uomo contemporaneo, tenace promotore della libertà e geloso della laicità dello Stato, convinto che solo la democrazia è in grado di proteggere la dignità della persona umana, e hanno preso atto che bisognava fare un passo avanti rispetto alla posizione di Pio XII, il quale ancora pensava che in una compiuta democrazia un ruolo centrale «dovrà toccare alla religione di Cristo e alla Chiesa» (Radiomessaggio natalizio del 1944).

L’antica egemonia sulla società Cercare la verità, anche per il Concilio, è dovere di ogni uomo, ma bisogna riconoscere che gli uomini «non sono in grado di soddisfare, in modo rispondente alla loro natura, se non godono della libertà». Se ne ricava che «il diritto ad una tale immunità perdura anche in coloro che non soddisfano l’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa» (DH 2), per cui la medesima libertà deve essere garantita a tutti nella stessa misura. È evidente che l’affermazione di questi principi toglie fondamento ad ogni pretesa della Chiesa di poter esercitare una qualche autorità nella società civile e sugli sviluppi della sua legislazione. La Chiesa del Concilio non sente la perdita della sua antica egemonia morale sulla società come una mortificazione ma, al contrario, è consapevole che solo così si crea «quell’ambiente sociale nel quale gli esseri umani possono essere invitati senza alcuna difficoltà alla fede cristiana» (DH 10).

L’umile accettazione da parte della Chiesa di essere nella società, nonostante la sua convinzione di portare al mondo la rivelazione di Dio, un’agenzia sociale capace di dare il suo contributo al bene comune restando sullo stesso piano di tutte le altre, la mette in condizione di poter offrire a tutti quel Vangelo che fruttifica nel cuore dell’uomo nella libertà con cui egli lo accoglie. Nessun’altra preoccupazione può sopravvanzare nella Chiesa quella di poter incontrare fraternamente le persone e comunicare loro la propria gioiosa esperienza della fede e della speranza riposta in Cristo. Ciò non significa che i fedeli laici non debbano entrare nel dibattito politico e avere un ruolo attivo, guidati dalla loro coscienza cristiana, anche al di dentro dei conflitti che agitano la società. Fino a che sono i laici a farlo, resta evidente che la Chiesa non intende gettare il suo prestigio e la sua autorità morale sul piatto della bilancia, per imporsi sullo sviluppo della società.

Per il Concilio la Chiesa ha bisogno resti evidente che essa non intende giovarsi di «una qualche sovranità esteriore esercitata con mezzi puramente umani» (GS 42), per comunicare al mondo il suo messaggio. I padri conciliari la impegnano al discernimento, affinché la sua azione non sia, e neppure appaia, determinata dalla volontà di esercitare un potere sulla società, poiché i predicatori del Vangelo «essendo inviati ad annunziare agli uomini il Cristo salvatore del mondo, nell’esercizio del loro apostolato si appoggiano sulla potenza di Dio, che molto spesso manifesta la forza del Vangelo nella debolezza dei testimoni. Bisogna che tutti quelli che si dedicano al ministero della parola di Dio, utilizzino le vie e i mezzi propri del Vangelo, i quali differiscono in molti punti dai mezzi propri della città terrestre» (GS 76). È fin troppo ovvio concludere con il richiamo all’ineludibile imperativo dell’imitazione di Cristo. Lo fa ancheDH11, ricordando che Gesù «maestro e Signore nostro, mite ed umile di cuore ha invitato e attratto i discepoli pazientemente. […] Non volendo essere un messia politico e dominatore con la forza preferì essere chiamato Figlio dell’uomo che viene “per servire e dare la sua vita in redenzione di molti” (Mc 10,45). Si presentò come il perfetto servo di Dio che “non rompe la canna incrinata e non smorza il lucignolo che fuma” (Mt 12,20). Riconobbe la potestà civile e i suoi diritti. […] Il suo regno non si erige con la spada ma si costituisce ascoltando la verità e rendendo ad essa testimonianza, e cresce in virtù dell’amore con il quale Cristo esaltato in croce trae a sé gli esseri umani».

Severino Dianich

vita pastorale giugno 2012

di Severino Dianich

Nessuno avrebbe ipotizzato che a metà del XXI secolo la popolazione europea non sarebbe stata più in maggioranza cristiana. È utile per la Chiesa tener presente questo trend nella pastorale del futuro.

Udienza generale a piazza San Pietro, 1 marzo 2006: il Papa saluta una delegazione di musulmani degli Stati Uniti (foto CATHOLIC PRESS PHOTO).

Il grande tema della missione della Chiesa nel mondo ha coinvolto il concilio Vaticano II in due direzioni.

La prima è quella molto ampia del rapporto che la Chiesa deve riallacciare con la società contemporanea, nella grande varietà e continua mobilità della sua cultura e dei suoi atteggiamenti. La seconda, molto più circoscritta, è quella delle “missioni”, intese tradizionalmente come le «iniziative principali con cui i divulgatori del Vangelo, andando nel mondo intero, svolgono il compito di predicarlo e di fondare la Chiesa in mezzo ai popoli e ai gruppi umani che ancora non credono in Cristo», con lo scopo specifico della «fondazione della Chiesa in seno a quei popoli e gruppi umani in cui ancora non è radicata» (AG 6).

Per il problema, che si sta imponendo all’attenzione in questi ultimi anni, della proposta della fede a coloro che non credono in Cristo, nei Paesi di antica tradizione cristiana, sembra invece che il Concilio non abbia un suo particolare messaggio da offrire. È più recente, infatti, il fenomeno di non pochi battezzati che sono passati da un atteggiamento critico verso la Chiesa a un vero e proprio abbandono della fede. Si aggiunga la crescita del numero di immigrati di altra religione e ci si rende conto di quanto l’esperienza del credente sia mutata e oggi debba confrontarsi con una quotidiana frequentazione di uomini e donne che non credono in Cristo. Cinquant’anni fa nessuno avrebbe ritenuto ipotizzabile che a metà del XXI secolo la popolazione dell’Europa potesse non essere più in maggioranza cristiana: solo oggi una tale ipotesi si sta invece profilando. Il Corriere della sera del 20 gennaio scorso riportava i dati di un’indagine del Centro di ricerca e informazione sociopolitica (Crisp), dalle cui proiezioni risulta che nel 2035 Bruxelles sarà una città a maggioranza musulmana.

Già ora nelle sue scuole primarie, per scelta delle famiglie, il 43% dei bambini, si avvale dell’insegnamento di religione islamico. Fuori della capitale la situazione è molto diversa: però in Vallonia, se solamente il 7,8% degli studenti liceali sceglie di seguire i corsi di islam e il 26,4% si avvale dell’insegnamento della religione cattolica, il 64,2% preferisce quelli di morale laica. Pur tenendo conto delle differenze che di fatto si registrano in Europa fra le nazioni diverse, è utile tener presente questo trend, il più avanzato, dell’evoluzione delle convinzioni degli europei in fatto di religione, per impostare correttamente, se non i piani pastorali dell’anno prossimo, sì certamente il cammino della Chiesa verso il futuro.

Le grandi lezioni del Vaticano II È in questa prospettiva che abbiamo moltissimoda imparare dai documenti del concilio Vaticano II. Se fino ad oggi di evangelizzazione, intesa nel senso stretto di proposta della fede ai non credenti e ai credenti di altre religioni, molto si parla e pochissimo si opera, lo si deve anche al fatto che, nel più diffuso modo di pensare, sia dei fedeli laici sia dei pastori, le grandi lezioni della Gaudium et spes sul dovere del dialogo e della Dignitatis humanae sulla dignità della coscienza di ogni uomo, qualsiasi visione del mondo professi, a mio parere, non sono state ancora assimilate. Unitatis redintegratio e Nostra aetate hanno insegnato a dialogare con i cristiani di altre confessioni e con gli uomini di altre religioni, ma non sembra siano davvero riuscite a promuovere l’atteggiamento del dialogo anche con l’uomo di oggi e la cultura moderna.

La preoccupazione più viva negli ambienti cattolici resta ancora quella provocata dall’evolversi del costume e della cultura, dagli atteggiamenti delle istituzioni civili, dal dibattito politico, nell’ansiosa ricerca di preservare il carattere cristiano dell’ethos e della legislazione civile, senza pensare abbastanza che tutte queste realtà sono determinate dalle convinzioni delle persone. Ed è alle persone in carne e ossa che la Chiesa deve poter offrire la fede. Su questo percorso, invece, le strade si ingrovigliano nelle contrapposizioni e nelle polemiche, sì che la proposta del Vangelo non trova il cuore aperto in coloro che si sentono combattuti dalla Chiesa e non amati: padre Teilhard de Chardin nel 1936 scriveva: «Non si converte se non quello che si ama». Il Concilio aveva scelto un’altra strada: «Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno», dirà Paolo VI, nel discorso di chiusura, «riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persone solo richiamo, rispetto e amore. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette».

Abbattere i bastioni era stato il titolo di un famoso libro di Hans Urs Von Balthasar del 1952. Questa sarà la tensione profonda di tutta l’opera del Concilio. I padri hanno guardato in faccia l’uomo contemporaneo, tenace promotore della libertà e geloso della laicità dello Stato, convinto che solo la democrazia è in grado di proteggere la dignità della persona umana, e hanno preso atto che bisognava fare un passo avanti rispetto alla posizione di Pio XII, il quale ancora pensava che in una compiuta democrazia un ruolo centrale «dovrà toccare alla religione di Cristo e alla Chiesa» (Radiomessaggio natalizio del 1944).

L’antica egemonia sulla società Cercare la verità, anche per il Concilio, è dovere di ogni uomo, ma bisogna riconoscere che gli uomini «non sono in grado di soddisfare, in modo rispondente alla loro natura, se non godono della libertà». Se ne ricava che «il diritto ad una tale immunità perdura anche in coloro che non soddisfano l’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa» (DH 2), per cui la medesima libertà deve essere garantita a tutti nella stessa misura. È evidente che l’affermazione di questi principi toglie fondamento ad ogni pretesa della Chiesa di poter esercitare una qualche autorità nella società civile e sugli sviluppi della sua legislazione. La Chiesa del Concilio non sente la perdita della sua antica egemonia morale sulla società come una mortificazione ma, al contrario, è consapevole che solo così si crea «quell’ambiente sociale nel quale gli esseri umani possono essere invitati senza alcuna difficoltà alla fede cristiana» (DH 10).

L’umile accettazione da parte della Chiesa di essere nella società, nonostante la sua convinzione di portare al mondo la rivelazione di Dio, un’agenzia sociale capace di dare il suo contributo al bene comune restando sullo stesso piano di tutte le altre, la mette in condizione di poter offrire a tutti quel Vangelo che fruttifica nel cuore dell’uomo nella libertà con cui egli lo accoglie. Nessun’altra preoccupazione può sopravvanzare nella Chiesa quella di poter incontrare fraternamente le persone e comunicare loro la propria gioiosa esperienza della fede e della speranza riposta in Cristo. Ciò non significa che i fedeli laici non debbano entrare nel dibattito politico e avere un ruolo attivo, guidati dalla loro coscienza cristiana, anche al di dentro dei conflitti che agitano la società. Fino a che sono i laici a farlo, resta evidente che la Chiesa non intende gettare il suo prestigio e la sua autorità morale sul piatto della bilancia, per imporsi sullo sviluppo della società.

Per il Concilio la Chiesa ha bisogno resti evidente che essa non intende giovarsi di «una qualche sovranità esteriore esercitata con mezzi puramente umani» (GS 42), per comunicare al mondo il suo messaggio. I padri conciliari la impegnano al discernimento, affinché la sua azione non sia, e neppure appaia, determinata dalla volontà di esercitare un potere sulla società, poiché i predicatori del Vangelo «essendo inviati ad annunziare agli uomini il Cristo salvatore del mondo, nell’esercizio del loro apostolato si appoggiano sulla potenza di Dio, che molto spesso manifesta la forza del Vangelo nella debolezza dei testimoni. Bisogna che tutti quelli che si dedicano al ministero della parola di Dio, utilizzino le vie e i mezzi propri del Vangelo, i quali differiscono in molti punti dai mezzi propri della città terrestre» (GS 76). È fin troppo ovvio concludere con il richiamo all’ineludibile imperativo dell’imitazione di Cristo. Lo fa ancheDH11, ricordando che Gesù «maestro e Signore nostro, mite ed umile di cuore ha invitato e attratto i discepoli pazientemente. […] Non volendo essere un messia politico e dominatore con la forza preferì essere chiamato Figlio dell’uomo che viene “per servire e dare la sua vita in redenzione di molti” (Mc 10,45). Si presentò come il perfetto servo di Dio che “non rompe la canna incrinata e non smorza il lucignolo che fuma” (Mt 12,20). Riconobbe la potestà civile e i suoi diritti. […] Il suo regno non si erige con la spada ma si costituisce ascoltando la verità e rendendo ad essa testimonianza, e cresce in virtù dell’amore con il quale Cristo esaltato in croce trae a sé gli esseri umani».

Severino Dianich

DOSSIER – Eremiti in Italia

Noi eremiti “ricominciati” da Dio
di CRISTINA SAVIOZZI

Don Paolo Giannoni è un nome noto della teologia italiana. Da 15 anni ormai vive la sua vocazione religiosa nella «solitudine non solitaria» dell’eremo di Mosciano, in provincia di Firenze. In questa intervista racconta non solo di sé ma anche dei motivi per cui il cammino eremitico ha un segno di universalità divina.

Statua di un santo

Statua di un santo (foto B. ZANZOTTERA/PARALLELOZERO).

Quattro case attorno a un antico monastero. È Mosciano, il piccolo borgo fiorentino abbracciato dalle colline che custodisce ormai da quindici anni, invisibile e appartata, la vita di don Paolo Giannoni. Fiorentino doc, mai allontanatosi dalla sua terra se non per la parentesi romana di studio alla Gregoriana, voce nota al mondo accademico della teologia e a quello ecclesiale per la schiettezza del suo pensiero, don Paolo giunge all’eremo dopo venticinque anni di intenso servizio pastorale nella parrocchia di San Cristofano, a Strada, e quaranta di appassionato insegnamento allo Studio teologico fiorentino. Nel ’92, per obbedienza a una vocazione monastica insistente, fa il suo ingresso all’eremo di Camaldoli. Infine arriva qui, nell’antica chiesa di origini longobarde di Sant’Andrea a Mosciano e nel suo attiguo monastero, dove è solo ma non solitario, per esprimere una vita che si lascia ridurre dalla mano di Dio. Oggi vive – sereno e con la solita irriducibile ironia – l’ennesima modifica alla parabola della sua vita: una semireclusione interrotta solo dai necessari controlli medici, da quando un’ischemia cardiaca e cerebrale, dopo varie avvisaglie, lo ha colpito nell’estate del 2010. Ci apre le porte del suo eremo per raccontare dal di dentro il senso, il valore e il perché di una vocazione come la sua.

Un 
blocco degli appunti

Un blocco degli appunti ( foto D. ZANETTI).

Che vocazione è quella di un eremita?

«Si tratta di una via sempre segnata da perplessità. San Benedetto apre agli eremiti ma ponendo alcune condizioni: che la scelta non sia fatta da principianti, non sulla scia di un entusiasmo. Occorre una prolungata esperienza di addestramento da acquisire “nella schiera dei fratelli”. C’è poi la domanda di san Basilio: “L’eremita a chi li lava i piedi?”, indicando che non esiste una strada cristiana se non è fedele al servizio dei fratelli. È importante che un eremita si lasci portare dallo stesso vento della Chiesa. È per questo che nel nuovo Codice di diritto canonico si è sentito il bisogno di un canone, il 603, apposta per la vita eremitica, che è sempre forma ecclesiale, dalla quale mai può separarsi».

Una 
Madonnina

Una Madonnina (foto C. TASSO).

Oggi la spinta alla solitudine, presente del resto in molte religioni, si declina in vari modi. Qualcosa in comune con l’eremitismo cristiano?

«Di comune c’è la vita solitaria e certamente lo Spirito di Dio, che muove in tante forme intense, capaci di comunione. Non è un caso che il cammino ecumenico sia naturale tra i monaci. Come non cogliere volti luminosi in sufi musulmani e non essere grati agli amici buddhisti per la grandezza della loro accoglienza. Ma è anche facile incontrare improvvisati e volgari metodi di meticciato spirituale o quell’individualistico sistema di vita religiosa “à la carte”. A questo proposito sono stati coscienti del rischio e della fatica, oltre che dell’intensa vita con Dio e di fedeltà alla Chiesa, le grandi anime di Le Saux, Griffiths , Vannucci. Perciò ogni eremita ha la necessità di una umiltà-verità, facendo del suo “io” il “tu” che Dio vuole. Solo così sarà vero, se nella sua larghezza di spiaggia si apre e accoglie l’oceano di Dio, dell’umanità, della Chiesa e, nella passività, si lascia battere e segnare dalle loro onde».

Scorcio dell'eremo di Mosciano, in Toscana

Scorcio dell’eremo di Mosciano, in Toscana ( foto D. ZANETTI).

Oggi la spinta alla solitudine, presente del resto in molte religioni, si declina in vari modi. Qualcosa in comune con l’eremitismo cristiano?

«Di comune c’è la vita solitaria e certamente lo Spirito di Dio, che muove in tante forme intense, capaci di comunione. Non è un caso che il cammino ecumenico sia naturale tra i monaci. Come non cogliere volti luminosi in sufi musulmani e non essere grati agli amici buddhisti per la grandezza della loro accoglienza. Ma è anche facile incontrare improvvisati e volgari metodi di meticciato spirituale o quell’individualistico sistema di vita religiosa “à la carte”. A questo proposito sono stati coscienti del rischio e della fatica, oltre che dell’intensa vita con Dio e di fedeltà alla Chiesa, le grandi anime di Le Saux, Griffiths , Vannucci. Perciò ogni eremita ha la necessità di una umiltà-verità, facendo del suo “io” il “tu” che Dio vuole. Solo così sarà vero, se nella sua larghezza di spiaggia si apre e accoglie l’oceano di Dio, dell’umanità, della Chiesa e, nella passività, si lascia battere e segnare dalle loro onde».

Viviana Maria Rispoli, eremita che vive a Savigno, sull'Appennino 
bolognese

Viviana Maria Rispoli, eremita che vive a Savigno, sull’Appennino bolognese (foto D. ZANETTI).

Perché altrove le ore non sono più disponibili? Penso ai comuni fedeli e ai loro parroci, fagocitati dagli impegni.

«Non è una cosa piccola. La Chiesa cambierà quando noi preti invece dell’agenda terremo in mano il Vangelo. Certo, le cose da fare sono molte, anche troppe, spesso inutili. È vero che i preti sono pochi. È un’attenuante. Ma viene da chiedersi perché la vita del prete non deve fissare un tempo per l’ascolto. Non è forse un peccato non fare silenzio accogliente, per i fratelli, per Dio, nella preghiera, mentre si ha il tempo per il televisore e per la chat?».

Paola Biacino mentre "scrive" un'icona nel suo eremo 
sulle montagne piemontesi.

Paola Biacino mentre “scrive” un’icona nel suo eremo sulle montagne piemontesi (foto B. ZANZOTTERA/PARALLELOZERO).

L’eremita è ancora un inutile?

«A volte sembra che la vita eremitica sia un cammino alternativo alla burocrazia ecclesiastica. Resta però il fatto che, in un mondo pieno di gente sicura di sé, noi monaci, spinti dal cammino benedettino alla continua conversione e perciò grati al tempo della critica, non rientriamo in questa categoria; non siamo dei “sicuri”. Ma sulla nostra inutilità deve riflettere una Chiesa superattiva, se non riesce a capire i 30 anni della vita nascosta di Gesù, né il silenzio del suo sabato santo».

Il 
chiostro e l'esterno dell'eremo di Mosciano, sulle colline fiorentine, 
dove vive don Paolo

Il chiostro e l’esterno dell’eremo di Mosciano, sulle colline fiorentine, dove vive don Paolo Giannoni (foto D. ZANETTI).

In due millenni, nonostante tutti i cambiamenti, questa «esigenza» eremitica – pur assumendo forme e modi diversi – ha sempre resistito. In cosa consiste la sua inossidabile universalità?

«Perché il Signore vi ha posto un cromosoma del profondo della vita cristiana. Il cammino eremitico è segno di universalità divina perché la vita di un eremita, come di un monaco, è un dono di grazia, soprattutto nella limitatezza. Il nostro direttore spirituale ci ricordava sempre che “noi siamo l’accademia dei ricominciati”. È bellissimo questo sentirsi sempre “ricominciati” da Dio e il suo rifarsi daccapo con te ogni volta. Ma l’universalità è anche umana perché l’eremita non ha le braccia strette da tante necessarie faccende e gli si allargano per tutto il mondo. Quando guardo dal mio eremo la valle e vedo il cimitero, l’ospedale, il carcere, il comune, la chiesa, le tante case, le fabbriche, sento commosso di essere un segno delle braccia del crocifisso. Nella mia solitudine non solitaria vedo la città non come un formicaio, ma come l’insieme delle storie irripetibili di ciascuno. Dio è tutto in tutti e in tutti è necessario questo sguardo insieme a lui».

Don 
Paolo Giannoni. (foto D. ZANETTI).

Don Paolo Giannoni. (foto D. ZANETTI).

Quella eremitica appare come una vocazione in controtendenza, poiché è in crescita, al contrario di altre. Cosa esprime questa ripresa?

«Un eremita richiama, non perché sia un “perfetto” e viva dentro un sentimentalismo, nella facilità; la via resta stretta, ma il dono di grazia fa capire che un eremo nella storia umana attuale riceve la grazia di avere occhi e orecchi per Dio ed esprime un bisogno di Dio che, certo, è presente in ogni persona. Chiama alla attenzione, perché le cose urgenti non soffochino quelle importanti. La marginalità degli eremiti propone alla Chiesa e all’umanità di riflettere che Dio è un caso serio, come serio è il caso di ogni uomo e ogni donna. La “controtendenza” allora esprime l’esigenza spirituale dentro una Chiesa che, lasciandosi prendere dall’urgenza dell’operare, tralascia l’importanza dell’intus-legere e del pregare».

Un 
dettaglio dell'orto nell'eremo di Mosciano (foto D. ZANETTI).

Un dettaglio dell’orto nell’eremo di Mosciano (foto D. ZANETTI).

C’è, attorno all’eremita, un notevole risveglio d’interesse; studiosi, scrittori e media vi cercano. Come viene percepito questo mondo dal solitario?

«Anche questo ha il senso di un servizio. Nella solitudine dell’eremita giunge anche l’ospite come “uomo mediatico”. È una accoglienza non aliena dalla carità ospitale, essenzialmente evangelica. D’altra parte è significativo che diventino film di successo la vita dei certosini e quella dei monaci di Tibhirine. Non è forse il segno che anche in un ambito di larga distrazione ci sia in verità uno spessore di vita spirituale che rivela la necessità di un oltre? E che è impossibile che l’anima, creata da Dio, possa diventare stupida?».

Parroco, teologo, professore, poi il monastero, infine l’eremo a Mosciano. Don Paolo, c’è qualcosa che tiene assieme i vari pezzi della sua vita?

«In ogni vita sempre ci sono segni preziosi di contemplazione; la mamma che guarda il suo bambino nel dargli il latte, il respiro del mare, la bellezza delle mammole, l’amore degli sposi, la ricchezza della tecnologia, ne sono pieni. Così anche nella mia vita, sempre rivedo la contemplazione in ogni sua azione. Anche in sala operatoria, durante l’anestesia parziale più volte mi è venuto di lodare Dio ammirando i medici e gli infermieri. E da parroco il dare la vita nel battesimo, vedere i bambini che crescono nel Vangelo, la vita delle coppie. Nella camera dei malati non vivevo la stessa adorazione che vivo davanti all’Eucaristia? E avveniva già un dato radicalmente monastico, che san Tommaso descrive bene, e cioè che chi fa un servizio è come un utensile che ha l’anima, ha un sentire e un cuore come strumento di Dio e della comunità».

L'eremo di Mosciano, dall'esterno ( foto D. ZANETTI).

L’eremo di Mosciano, dall’esterno ( foto D. ZANETTI).

Cosa è rimasto del teologo?

«Non mi sono mai reputato un teologo. Chi mai lo è? Ma è bello ricordare il servizio di insegnamento della teologia; un dono ricevuto e trasmesso nello spirito di Guglielmo di Auxerre; una conoscenza cercata come tensione verso l’intimo essere di Dio, che non diminuiva l’impegno scientifico, ma c’era sempre un oltre. Alcuni miei studenti mi prendevano in giro definendo le mie lezioni, invero rigorose, delle omelie. Un’ironia che conservo con gratitudine. In questo senso, nel vivere oggi omelie e lectio divina, anche qui faccio teologia».

Progressisti, tradizionalisti; una dialettica attuale. Lei don Paolo è moderno o tradizionale?

«L’ascetica come bellezza ci porta a cogliere prima di tutto la fedeltà ai testi, alle storie, alla tradizione della vita spirituale. Qui non si tratta di “destra” o di “sinistra” ma di intus-legentia: leggere dentro la realtà in modo faticoso e amante per coglierne la verità. Non mi colloco in nessuna delle due definizioni perché è necessario vagliare ogni cosa e tenere ciò che è buono. La tradizione non è un freezer ma la condivisione dell’esperienza spirituale e un progresso nel dono di grazia, che si fa respirando con lo Spirito, respiro di Dio. Quando sono stato sospeso dall’insegnamento, silenziosamente ho taciuto e atteso. Poi la Chiesa mi ha di nuovo chiesto di lavorare. Dio e lei siano benedetti!».

Una 
veduta dell'eremo di Mosciano, situato nel comune di Scandicci.

Una veduta dell’eremo di Mosciano, situato nel comune di Scandicci.
(foto D. ZANETTI).

Come prega un eremita?

«”Pregare” non è un’azione umana; è un mistero. È respirare il respiro di Dio che ci respira e ci fa respirare e il massimo per noi è la prostrazione; “adorare”, tenere occhi e bocca a terra, solo ascoltando. La massima gioia nella mia vita di preghiera è stata quando, nei momenti di ischemia cerebrale, dicevo “Padre Nostro”, parole che non riconoscevo con la mente ma che dicevano il tutto di me. Dio pregava sé stesso in me».

Lei ha scritto che il nostro mondo è «travagliato da tanti inferni». Come guarda un eremita a questa umanità affaticata?

«È un tema delicatissimo. C’è da parlare di “peccato” ma non come assenza di morale, come senso di colpa. Il peccato esiste perché siamo impotenti, non perché siamo cattivi. Invece una lamentela di oggi è: “Non abbiamo più il senso del peccato”. Ma questo corrisponde a una Chiesa immiserita ad agenzia di etica e a una umanità che si è fatta indipendente da Dio, mentre il peccato esiste solo davanti a lui. Il travaglio e l’inferno di cui dicevo rivela l’assenza di Dio dalla vita dell’uomo, il dominio del diomercato, la volgarità dilagante. Il vero ateismo è l’indifferenza davanti a lui. La miseria umana del peccato è questo “inferno” nel quale il bisogno di Dio, essenziale, diventa lontano e l’eremita, che fa spazio nella sua vita a tutta la storia del mondo, è, nel suo assoluto, il peccato di tutto il mondo. Egli sa che non è atto di mente o di colpa ma costitutivo dell’uomo, radicalmente debole, al pari del suo essere immagine di Dio. La luce dell’immagine di Dio ci fa sperimentare la nostra ombra».

Don 
Paolo Giannoni mentre lavora al computer ( foto D. ZANETTI).

Don Paolo Giannoni mentre lavora al computer ( foto D. ZANETTI).

Rubiamo un’immagine alla sua Firenze: il volto di Dedalo, come lo racconta Andrea Pisano nella sua formella, rivolto verso il cielo. L’uomo desidera ancora volare?

«La nostra miseria estrema è l’aver abbandonato persino la nostra umanità, mentre il cuore ha ancora l’invincibile necessità di essere Dedalo e di volare. Lo può fare con le ali di Dio. E se il cuore non vola, gli resta la nostalgia delle ali; un dono anche questo».

Da prete «in cura d’anime» a eremita. È cambiata la «cura»?

«La cosa bella di sempre è l’essere curati da Dio. Ma Dio ha dato alla povertà umana la sua potenza di “cura”, anche attraverso le mani, che da povere diventano potenti e si mettono a servizio. Forse il dono più bello è quello di avere acqua che zampilla, perché la sete umana diventi a sua volta sollievo e vita. Bere da un pozzo e poi diventare sorgente, come fu lieta ventura per la samaritana».

Una moltitudine di voci, là fuori, mi sta chiedendo di fare un’ultima domanda al monaco appostato sul guardingo longobardo nascosto nella parete della sua chiesa: sentinella, quanto resta della notte? «Non c’è una risposta definita, perché è una risposta infinita. Ancora e ancora ogni notte che opprime la tenebra apre sul giorno, come ricorda la luce che, in chiesa, a ogni aurora irrompe dalla monofora a oriente. Persino nel buio infernale della mia cripta un cuore delicatissimo e intenso ha aperto l’altra monofora che illumina le aurore nelle mattine del solstizio invernale; il tempo allora è il più corto, ma subito è sete di luce. C’è questo respiro e noi continuiamo a domandare, perché domandare è sempre anche la risposta».

Cristina Saviozzi

jesus giugno 2012

Eremiti in Italia

Custodi dell’Unico necessario
di ENZO ROMEO, dossier a cura di GIOVANNI FERRÒ – jesus giugno 2012

È la più radicale, ma anche la più dolce tra le vocazioni religiose. La scelta eremitica sta tornando in auge. Perché racconta l’inesprimibile. E trasforma la solitudine in un giardino fiorito dello Spirito.

La 
primavera della scelta eremitica

Quella della vita eremitica è stata una scelta di forte richiamo spirituale sin dalle origini del cristianesimo. Messa in ombra per secoli e poi riscoperta dal Concilio Vaticano II, tale realtà sta vivendo una nuova primavera. In questo dossier, il nostro viaggio alla scoperta delle tante esperienze nella nostra penisola.
(foto D. ZANETTI).

Avvertenza: parlare dell’eremitismo è parlare dell’inesprimibile. «Dimmi una parola, tu che sei saggio», venne chiesto a un monaco eremita. «Se parlo», rispose questi, «rompo il silenzio, che è il mio linguaggio; e se mi chiedi di rompere il silenzio vuol dire che non puoi capire il mio messaggio ». Un altro monaco disse a uno che voleva venire da lui: «Se vieni, ti aprirò; ma se apro a te, aprirò a tutti e allora non rimarrò più in questo luogo». Il visitatore pensò: «Se andandoci lo caccio, non ci vado più». Osservare tacendo, accostarsi senza niente pretendere. Non c’è altro modo per provare a capire l’esperienza del solitario di Dio. Che nell’isolamento è con tutti e di tutti, grazie al riflesso divino che assume la sua vita. Così è stato per i primi anacoreti, per gli stiliti, per i romiti asceti. Mentre ci si allontanava dagli altri, gli altri cercavano un contatto.

Devozione (foto C. TASSO).

Devozione (foto C. TASSO).

Il deserto della Tebaide divenne un giardino dello spirito. Dall’epoca bizantina al Medioevo, dagli altopiani dell’Anatolia all’ultima conchiglia della spiaggia galiziana non c’è stato tempo e spazio del Vecchio mondo che non abbia conosciuto le orme di un eremita. E ancora oggi tra le balze dei monti o magari nel mezzo delle città troviamo ex impiegati, ex professionisti, ex intellettuali, ex contadini che scelgono l’eremo quale condizione di vita. Perché tutti possono sentirsi attratti da questa vocazione religiosa, la più radicale ma anche la più dolce, la più dura e insieme la più singolarmente appassionante. È vero, la solitudine è una delle piaghe della nostra società. Ma lo è perché subìta, mentre dovrebbe rappresentare uno spazio vitale che, distanziandoci per un periodo dagli altri, ci restituisca la misura della prossimità.

Preghiera (foto D. ZANETTI).

Preghiera (foto D. ZANETTI).

Ecco perché ci si sente soli soprattutto nelle grandi metropoli, dove l’anonimato è la condizione ordinaria delle persone. Non deve sorprendere, dunque, se nell’era della comunicazione c’è nostalgia del silenzio, che risulta spesso più eloquente di qualunque discorso. Non è un ossimoro né un paradosso: è semplice constatazione. Solo l’egoista non ha bisogno del silenzio. Più il silenzio si espande, più la comunicazione col mondo diventa ampia e integrale. La dimensione della contemplazione e dell’ascesi è stata apparentemente rimossa dal vivere contemporaneo. In realtà è desiderata e quasi agognata. L’uomo affannato del terzo millennio avverte sempre più chiaramente il bisogno di ritrovarsi, rientrare in sé, superare la dispersione. Il nostro corretto agire – e dunque la nostra stessa vita – non dipende dalla quantità delle azioni, bensì dalla loro qualità.

Luce
 (foto D. ZANETTI).

Luce (foto D. ZANETTI).

Ognuno si accosta in maniera diversa a colui che i certosini chiamano l’«Unico necessario». Ho conosciuto un monaco solitario che era stato brillante allievo alla Sorbona negli anni caldi della protesta studentesca. «Il Sessantotto», disse, «mi fece capire che non tutto poteva rientrare in una prospettiva materiale, ma che c’era qualcos’altro per cui valeva la pena lottare». L’eremitismo è trasversale, sia a livello sociale che confessionale. Lao-Tse e Buddha, i sadhu dell’induismo e i sufi del misticismo islamico: in tanti hanno cercato e cercano nella solitudine una forma di elevazione interiore. Senza divenire un corpo estraneo dal resto della comunità degli uomini.

L’intimità con l’assoluto dilata il cuore. La resistenza eroica di Aung San Suu Kyi e del popolo birmano davanti alla prepotenza del regime militare, ci ha consegnato – ricordate? – lo spettacolo dei monaci buddhisti che, lasciati i loro ritiri, sfilarono in migliaia lungo le strade di Rangoon per esprimere solidarietà alla leader democratica.

Nelle nostre foto, alcuni particolari degli eremi e degli eremiti 
che raccontiamo nel dossier.

Nelle nostre foto, alcuni particolari degli eremi e degli eremiti che raccontiamo nel dossier.
(foto D. ZANETTI).

Si rimane colpiti nel vedere eremiti dell’Occidente cattolico pregare davanti a un’icona ortodossa raccolti nella tipica posizione orientale del loto. Un’immagine che condensa stili e tradizioni diverse. «C’è un ecumenismo di base che è molto più avanti di quello dei vertici, spesso bloccati dai lacci e lacciuoli della diplomazia ecclesiale», mi disse una volta un monaco. «Si potrebbe affermare », aggiunse, «che tra noi solitari c’è un’intesa del cuore che nasce spontanea dalla considerazione di essere fratelli, prima che membri di una confessione diversa e legati a riti e consuetudini differenti».

L’eremita, nella sua solitudine, percepisce la precarietà dell’esistenza, sa di dover contare su Dio solo. Esce dalle logiche della redditività e dell’efficientismo che spesso impediscono di vedere i veri bisogni degli uomini. La ricerca di Dio nella contemplazione fa riconoscere il volto di Cristo nel più povero. Il vescovo brasiliano Helder Camara alimentava la sua passione per gli ultimi nell’intimità con Dio. Avvertiva che siamo istintivamente soggetti alla dispersione e alla frantumazione e che solo una gerarchia interiore perseguita con fedeltà può salvarci da questo pericolo. Per lui era necessario coltivare ogni giorno un tempo del cuore, dedicare uno spazio al mondo dello spirito.

Un 
campana (foto B. ZANZOTTERA/PARALLELOZERO).

Un campana (foto B. ZANZOTTERA/PARALLELOZERO).

La luce dell’essere e dell’agire – affermava Camara – nasce dal nostro profondo, dove si cela il mistero dell’identità personale e il bisogno della comunione con l’altro. Diceva: «Sai perché non ti fermi mai? Tu pensi, forse, che sia senso di responsabilità la mancanza di tempo da perdere, l’indifferenza e il disprezzo per tutto ciò che impedisce di approfittare al massimo del breve tempo della vita… In realtà tu stai semplicemente ingannandoti e tentando di fuggire da un incontro con te stesso». L’esatto contrario del carpe diem su cui si basa il comune pensare della società odierna.

Certo, talvolta l’inazione può risultare penosa e difficile per chi è uso a misurare tutto con il metro del fare. C’è l’ansia di dover rispondere a tante domande, a tante richieste, a tanti bisogni. Eppure, raccogliersi senza fare nulla all’apparenza, solo per tornare «in sé», per guardarsi dentro e comprendere il senso e le motivazioni delle proprie azioni, può essere più fecondo di mille variegate e inconcludenti attività. Ne era convinto Thomas Merton. Impossibile – sosteneva – interpretare correttamente il nostro tempo, trovare le soluzioni, senza prima sedersi a pensare, senza il coraggio di fare una «lettura sapienziale» di ciò che accade. Non si possono dare risposte vere se non si è in grado nel contempo di porsi in sintonia con la incommensurabile profondità delle persone, anche le più semplici. Vale il detto di un padre del deserto del V secolo, Isidoro di Pelusio: «Una vita senza parole può giovare più che le parole senza vita». L’eremita, in questo senso, avrebbe da insegnare molto all’uomo moderno, per il quale niente si radica, niente permane, tutto è a breve termine e ha il respiro corto. Le relazioni divengono frustranti, dove si era figli ci si sente schiavi, l’amore di un tempo appare una trappola.

La 
cucina

La cucina
(foto D. ZANETTI).

Quanti giovani non riescono ad assumersi le proprie responsabilità, non hanno passioni né forti interessi ?La loro domanda frequente è: «Chi me lo fa fare? Ne vale la pena?». Sognano sempre di fare qualcos’altro rispetto al presente, non sanno perseverare e vanno in cerca di distrazioni che occultino la realtà. Indubbiamente, anche nell’eremo bisogna essere attenti a non sciupare il valore delle cose. La solitudine e il silenzio, in sé, non sono né buoni né cattivi. Dipende dall’uso che se ne fa. Possono essere praticati per orgoglio, per disprezzo dell’altro o per collera nei suoi confronti. Che si pecchi con la lingua o che lo si faccia con il silenzio non cambia le cose. La frase di un padre del deserto è illuminante: «C’è un uomo che sembra tacere ma il suo cuore giudica gli altri; costui parla sempre. E c’è un altro che parla da mattina a sera ma conserva il silenzio, perché non dice niente che non sia edificante».

Qualunque sia la scelta che si compie, l’importante è che sia fatta per amore. Una volta ho chiesto a un certosino se la sua vita e quella degli altri monaci non risultino sprecate, ridotte come sono negli spazi della clausura. «Certo che lo sono», mi rispose lui tranquillo. «Siamo come quella donna che versò tutto il profumo prezioso sui piedi di Gesù. Anche noi abbiamo deciso di sprecare ciò che abbiamo di più prezioso, la nostra vita, per Gesù che amiamo; tutti quelli che sono stati innamorati sanno che le più grandi follie si fanno per amore». E chi lascia tutto per darsi a Dio – aggiunse – non può incontrare l’egoismo ma l’amore, perché Dio è amore e Dio riempie chi lo cerca. Il monaco solitario abbraccia tutti gli uomini nell’ardore di un immenso amore e di un’infinita compassione e la sua solitudine non può che sbocciare in una pienezza di comunione.

(foto C. TASSO).

(foto C. TASSO).

Si rimane stabilmente in un eremo solo se si è innamorati di Dio, a cui si giura per sempre fedeltà. Come un uomo che lascia tutte le altre donne per andare incontro alla sua sposa, così l’eremita va incontro all’Altissimo come un innamorato. Da qui nasce anche il grande desiderio di solitudine, che è voglia di restare in intimità col Signore, in un gioco fatto di richiami e risposte tra l’Amato e l’amante. Il Dio nascosto diviene per l’eremita il Dio rivelato, il Dio-bontà, colui che dona sé stesso all’altro. Ci si scopre amati nonostante le proprie colpe più che per i propri meriti. In questo modo Dio coinvolge l’uomo, che risponde restituendo il dono ricevuto.

(foto D. ZANETTI).

(foto D. ZANETTI).

In fondo sta qui per la teologia cristiana il mistero della Trinità: il Padre si dona al Figlio e questi si dona al Padre e la loro unione è lo Spirito Santo. L’unità è nella molteplicità e viceversa. Forse nessuno più di un poeta sa cogliere questa verità. Emily Dickinson visse tutta la vita in casa, nel Massachusetts, e la sua camera divenne come la cella per una claustrale. Nel 1886, al momento della morte, la sorella scoprì centinaia di poesie, scritte su foglietti ripiegati e cuciti con ago e filo in un raccoglitore. Quei versi, frutto della solitudine, hanno fatto della Dickinson una delle poetesse più rappresentative di tutti i tempi. La sua eccezionale sensibilità d’animo le fece intuire che solo il monos rende possibile l’abbraccio totale dell’assoluto: One and One – are One / Two – be finished using / Well enough for schools / But for inner Choosing / Life – just – Or Death / Or the Everlasting / More – would be too vast / For the Soul’s Comprising. Uno più uno – fa uno / Due – si finisca di usarlo / Va bene per la scuola / Ma per la scelta interiore / Vita – soltanto – o morte / O l’eternità / Di più – sarebbe troppo vasto / Per la capacità dell’anima.

Enzo Romeo

Ior, Bertone cerca “presidente esperto e autorevole”

Dopo l’uscita di Ettore Gotti Tedeschi, la Santa Sede cerca per lo Ior un nuovo presidente la cui “professionalita’ ed esperienza” siano “universalmente riconosciuti”. Lo si apprende da un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede che informa delle due riunioni sul tema tenutesi oggi “in vista della scelta del nuovo presidente del Consiglio di Sovrintendenza” che rappresenta il board della banca vaticana.

La prima è stata quella dello stesso Consiglio di Sovrintendenza e la seconda, immediatamente successiva, del Consiglio cardinalizio di Vigilanza presieduta dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, alla quale i membri del board hanno riferito sulla situazione attuale e la ricerca in corso. Bertone stesso ha poi riferito tutto quanto al Papa.

Le riunioni di oggi, commenta la nota, sono state “molto utili per condividere informazioni e proposte sia per la gestione ordinaria, sia per l’individuazione dei criteri” per la ricerca del nuovo presidente. Il Vaticano ha anche fatto sapere che “il Santo Padre Benedetto XVI segue da vicino l’attuale situazione dell’Istituto per le Opere di Religione e viene costantemente informato dal cardinale segretario di Stato” in particolare per quanto riguarda i criteri che guidano la ricerca di un nuovo presidente.

affaritaliani

La disinformazione sulla Siria è passata anche attraverso i sacri palazzi. Falsi vescovi che inventavano storie su Homs, patriarchi al servizio della polizia

Il tentativo di diffondere informazioni patacca su Al Qaeda e su presunte persecuzioni cristiane in Siria per avvalorare il sostegno al regime di Assad, ha sfruttato anche i canali informativi legati alla Santa Sede. Ma in questi i giorni alcuni tentativi sono stati smascherati proprio all’interno del Vaticano. Siamo in grado di raccontarvelo in questa nota.

Monsignor Philip Tournyol Clos, sedicente vescovo cattolico citato dall’agenzia di stampa vaticana Fides come testimone dei massacri di cristiani ad Homs, non e’ un vescovo, non fa più parte della gerarchia cattolica, non e’ mai stato ad Homs e racconta cosa che non hanno riscontro.

Lo chiarisce il Vaticano per il tramite dell’organizzazione Roaco (Riunione delle Opere in aiuto alle Chiese orientali), cioè gruppo di sostegno ai cristiani d’Oriente riunitosi pochi giorni fa a Roma insieme a Benedetto XVI, a diversi rappresentanti e vescovi delle chiese del Medio Oriente, nonché ad esponenti della diplomazia vaticana presente nella regione, compreso il nunzio a Damasco. I termini della presa di distanza da monsignor Clos sono stati perentori, come anche la convinzione che il patriarca melchita Gregorio III, circondato da persone pagate dal regime, si esprima in termini non molto diversi per effetto della disinformazione.

Nel corso dell’incontro si e’ fatto presente che indubbiamente in Siria si sono infiltrati elementi legati al fondamentalismo islamico e violenti, ma la stragrande maggioranza degli insorti non lo sono e dimostrano quotidianamente solidarietà e vicinanza alla popolazione cristiana. Questo quello che è accaduto ni Vaticano. Resta da capire come mai un’agenzia quale la Fides, espressione della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, sia potuta cadere in un simile infortunio.

Anche perché il dicastero da qualche tempo è stato posto sotto la guida del cardinale Fernando Filoni, che del Medio Oriente ha una certa conoscenza. La testimonianza del falso vescovo è finita su decine di siti internet in tutto il mondo alimentando lo scenario smentito ripetutamente dalla Santa Sede di un conflitto siriano nel quale sono coinvolti i cristiani in quanto minoranza religiosa. Si tratta di una lettura infondata e smontata da numerose e autorevoli fonti ufficiali e non.

Il fatto, grave, in questo caso, è che nel corso della riunione dei vertici ecclesiali sul Medio Oriente l’intero racconto del fantomatico monsignor Philip Tournyol Clos, è stato oggetto di una presa di distanza netta. Resta il fatto che la teoria dello scontro di civiltà e del sostegno a dittature efferate tropo spesso diventa un automatismo ideologico al quale si fa facilmente riferimento, mentre la realtà ha altre facce e altre storie da raccontare.

globalist.it

28 Giugno 2012

Ringrazio Dio per avermi dato la grazia di fare il sacerdote in questi anni ma adesso ho scelto di convogliare il mio amore in una chiesetta chiamata famiglia

Agira, il parroco dell’Abbazia lascia per crearsi una famiglia

 “Ringrazio Dio per avermi dato la grazia di fare il sacerdote in questi anni ma adesso ho scelto di convogliare il mio amore in una chiesetta chiamata famiglia”. Con queste parole padre Alessandro Screpis ha detto addio alla parrocchia Abbazia di San Filippo dopo aver presentato lo scorso 21 giugno le dimissioni da parroco ed aver manifestato al contempo la volontà di lasciare il ministero sacerdotale. A leggere la sua lettera ai parrocchiani durante la messa serale di ieri è stato il vicecancelliere della curia di Nicosia padre Filippo Rubulotta che ha celebrato insieme al viceparroco padre Gilbert e al decano monsignor Gaetano Daidone. Proprio Rubulotta, già parroco in due parrocchie leonfortesi, è stato scelto dal vescovo monsignor Salvatore Muratore come amministratore parrocchiale con la formula “fino a quando non si provvederà diversamente”. La notizia delle dimissioni di don Screpis, che era stato assegnato all’Abbazia nel settembre 2011, ha sorpreso e addolorato tanti parrocchiani che ritenevano infondate le voci circolate negli ultimi tempi. Ma il vescovo, nella lettera di nomina di Rubulotta ha voluto invitare i fedeli ad evitare i pettegolezzi citando il salmo 140: “Poni, signora una custodia alla mia bocca, sorveglia la porta delle mie labbra”.
Chiediamo al signore – ha scritto – che ci preservi dal giudizio e dalla calunnia. Egli stesso ci ha ammonito: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”. Nella lettera di dimissioni padre Screpis si è scusato con i parrocchiani che si sono sentiti esclusi, non coinvolti, scandalizzati, offesi ma si è detto soddisfatto del pur breve percorso fatto assieme a loro auspicando che il bene compiuto non vada perso.

Luca Capuano

vivienna.it

27 Giugno 2012

Mediatrade: assolti Berlusconi e figlio

Prescrizione e assoluzione per Silvio Berlusconi, il figlio Piersilvio e altri 10 imputati nel filone romano dell’inchiesta sui diritti Mediaset. Lo ha deciso il Gup Pierluigi Balestrieri.Erano accusati a vario titolo di fatturazioni per operazioni inesistenti e false dichiarazioni dei redditi. I reati, secondo la procura di Roma, sarebbero stati commessi tra il 2003 e il 2004: per quelli del 2003 il Gup ha pronunciato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione,per il 2004 l’assoluzione

ansa

Ratzinger richiama Ruini. Ghigliottinato Bertone

L’era del cardinal Bertone a segretario generale di Stato sta per terminare? Possibile…

E’ presto per dire se l’era del cardinal Bertone a segretario di Stato Vaticano stia per terminare. Ma è certo che il rinetro di Camillo Ruini tra i consiglieri più prossimi a Papa benedetto XVI potrebbe essere il segnale di un nuovo cambio di rotta della Chiesa. Come scrive Il Foglio, Ratzinger, messo alle strette dai Vatileaks, sintomo di una importante crisi di governance della curia romana, ha dato il la a un giro di consultazioni tra i cardinali che il portavoce vaticano padre Federico Lombardi ha definito di “grande e varia esperienza”. C’erano George Pell, Marc Ouellet, Jozef Tomko, Jean- Louis Tauran e, in rappresentanza dell’episcopato italiano, Camillo Ruini.

Dal “caso Boffo” in poi, il pontificato in atto è anche la storia del tentativo di diverse eminenze italiane di portare la chiesa oltre Ruini, la sua linea della presenza dei cattolici in politica all’interno di un regime di pluralismo politico, la battaglia sui princìpi e sui valori combattuta a colpi di “Family day”. Joseph Ratzinger, come il suo predecessore al soglio di Pietro prima di lui, ha sempre condiviso questa linea e l’ha confermata anche una volta divenuto Papa, prima che il problema dei peccati carnali dei preti, e il suo travolgente impatto mediatico, l’abbia convinto a portare il pontificato verso lidi più penitenziali. Ma la stima a Ruini e alla sua linea è rimasta inalterata e l’invito fattogli due giorni fa – da lui, come dagli altri quattro cardinali, ha voluto consigli pratici per uscire dalla crisi – racconta anche questo.

liberoquotidiano.it

27 Giugno 2012 07:47

Foto al mare con donna, rimosso vescovo. Quanti casi simili ancora coperti? I preti sposati con regolare percorso ancora discriminati

Le gerarchie vaticane fanno bene ad adottare simili provvedimenti. L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha denunciato anche la copertura di vescovi compiacenti alla doppia vita nel ministero di tanti preti. L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati fondata nel 2003 da don Giuseppe Serrone, ex parroco di Chia (VT) ha fra i suoi menbri un regolare percorso canonico di dimissioni dagli incarichi pastorali, di dispensa dagli obblighi del celibato e di matrimonio religioso. Preti e vescovi con la doppia vita taciuta  per tanti anni come Milingo e Sguotti hanno rovinato la giusta causa dei sacerdoti sposati.

Di seguito la notizia tratta da ansa

Il Papa ha accettato la rinuncia del vescovo della diocesi di Merlo-Moreno (Argentina), Fernando Maria Bargallo’, e ha nominato al suo posto mons. Alcides Jorge Pedro Casaretto. Lo scorso 23 giugno la televisione argentina aveva diffuso le foto di mons. Bargallo’ in atteggiamento affettuoso con una donna su una spiaggia messicana. Il presule aveva ammesso di avere una relazione sentimentale con lei e aveva presentato le dimissioni.

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segnalazione web a cura della redazione

sacerdotisposati@alice.it

http://nuovisacerdoti.altervista.org

27 Giugno 2012 07:42

Preti sposati: La castita’ non é sinonimo di santità quando é una legge che l’impone

 Il celibato non é affatto garanzia di disponibilita’. Il prete é un UOMO e come tale ha pregi e difetti che lo rendono unico come tutti gli altri uomini della terra. La disponibilita’ o meno é  insita nel carattere della persona non dello status di celibe o coniugato. Chi si spende per il prossimo e vive il suo ministero con gioia e devozione lo farebbe anche con una moglie accanto. Anzi potrebbero INSIEME farsi voce e carezza di nostro Signore per lenire le pene di tante persone. Chi non é “votato” al dono di se non lo fara’ neppure da celibe se non nelle ore d ufficio. É vero attualmente e spero per poco i preti son celibi, tanti vivono piu o meno clandestinamente relazioni travagliate in cui la peggio in tutti i sensi ce l’ha Lei, che si sente amata, precaria, destinata all oblio e impossibilitata ad agire per un amore poi da lui rinnegato, pero’ é altrettanto vero che la maggiorparte di questi preti vive in famiglia “protetto dal maligno” da madri e sorelle che si fanno paladine di sacerta’ e si intromettono negli affari intimi del uomo-santo e non dell uomo-prete. Esse sono molto piu invadenti e presenti di una qualsiasi moglie che non interferirebbe sugli affari di Dio, perché non sentirebbe il “pericolo” sempre in agguato ma vivrebbe e farebbe vivere la vocazione dell uomo in maniera libera e serena (ovviamente eccezioni a parte). Si é ancora legati all’idea che l’amore sia sessualita’ e che la sessualita’ sia sporca impura indecorosa. Tuttavia non si tralascia deliberatamente di capire che é solo tramite atto d’amore che nascono le Creature di Dio, e che solo grazie a questo atto d’amore il Signore avra’ sempre nuovi figli fino alla fine dei giorni. Perché una legge dovrebbe vietare questo? Perche dovrebbe limitare un sentimento naturale d unione fisica e spirituale? Gli eunuchi x il regno dei cieli resterebbero tali anche senza divieti, gli altri no… perché si sentirebbero spinti verso una donna e con quella costruirebbero la strada di santita’ verso l’Alto… La castita’ non é sinonimo di santita’ quando é una legge che l’impone.”

commento sulla pagina facebook della redazione

Papa: nuove nomine in Vaticano, da bibliotecario a congregazione culto

Giornata ricca di nomine in Vaticano. Oltre al nuovo presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia e al nuovo vice-presidente della Pontificia Commissione ”Ecclesia Dei”, papa Benedetto XVI ha nominato Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa mons. Jean-Louis Brugue’s, Arcivescovo-Vescovo emerito di Angers, finora Segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica.

Il pontefice ha anche nominato Segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti mons. Arthur Roche, finora Vescovo di Leeds, elevandolo in pari tempo alla dignita’ di Arcivescovo. Mons.

Roche in passato e’ stato Segretario Generale della Conferenza Episcopale d’Inghilterra e Galles e ha guidato per dieci anni la International Commission on English in the Liturgy, che ha coordinato la nuova traduzione in inglese del messale.

Oggi il papa ha poi accolto la rinuncia presentata, per raggiunti limiti di eta’, da mons. Piergiuseppe Vacchelli, Arcivescovo titolare di Minturno, all’incarico di Segretario Aggiunto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli e Presidente delle Pontificie Opere Missionarie, chiamando a succedergli nei medesimi incarichi mons. Protase Rugambwa, finora Vescovo di Kigoma, in Tanzania, elevandolo in pari tempo alla dignita’ di Arcivescovo.

Infine, Benedetto XVI ha accolto la rinuncia presentata, per raggiunti limiti di eta’, da mons. Gianfranco Girotti, Vescovo titolare di Meta, all’incarico di Reggente della Penitenzieria Apostolica ed ha chiamato a succedergli nel medesimo incarico il mons. Krzysztof Jo’zef Nykiel, finora Officiale della Congregazione per la Dottrina della Fede, segretario aggiunto della Commissione Internazionale di inchiesta su Medjugorje.

asca

Prete cattolico convertito porta moglie e i figli al sacerdozio

Preti sposati: Prete cattolico convertito porta moglie e i figli al sacerdozio proibito ancora a noi preti sposati con regolare percorso canonico

David Affleck è stato ordinato all’inizio di Giugno 2012 come nuovo sacerdote romano  cattolico, e sua moglie, Katherine, sedeva nei banchi della Cattedrale di Portland negli Usa.
Il Rev. David Affleck è uno tanti pastori protestanti che sono diventati preti nella Chiesa cattolica romana sotto un’eccezione  papale del 1980 che permette ai pastori protestanti che si convertono al cattolicesimo di rimanere sposati con le loro mogli.

David Affleck ha quattro figli adulti che erano lì pure presenti alla sua ordinazione.

Don Giuseppe Serrone, prete sposato, ex parroco di Chia (VT) e fondatore dell’associazione sacerdoti lavoratori sposati (http://nuovisacerdoti.altervista.org) ha commentato la notizia con una dichiarazione:  “Un prete cattolico sposato? Con i bambini? Questo è giusto per i protestanti che si convertono al cattolicesimo ma ancora è proibito ai preti sposati cattolici romani che si sono dimessi e hanno una regolare dispensa dagli obblighi del celibato e un matrimonio religioso”.

24 Giugno 2012

Per risolvere la crisi delle vocazioni i vescovi potrebbero servirsi del ministero dei preti sposati

comunicato stampa: 25 Giugno 2012

Per risolvere la crisi delle vocazioni i vescovi potrebbero servirsi del ministero dei preti sposati

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati con una nota di Don Giuseppe Serrone ha commentato la notizia della pubblicazione del documento della Congregazione per l’educazione cattolica, ”Orientamenti pastorali per la promozione delle vocazioni al ministero sacerdotale”, presentato oggi in Vaticano. Secondo il documento la ”mentalita’ secolarizzata” e le ”opinioni erronee” diffuse all’interno della Chiesa, ma anche la resistenze delle famiglie e lo scandalo degli abusi dei preti, sono le ragioni dietro il calo delle vocazioni al sacerdozio.Inoltre il testo afferma che anche il fatto che ”da piu’ parti la stessa scelta celibataria viene messa in discussione” opera contro la vocazione al sacerdozio: ”Non solo una mentalita’ secolarizzata, ma anche opinioni erronee all’interno della Chiesa portano a deprezzare il carisma e la scelta celibataria”.

Per don Serrone “coloro che nella Chiesa hanno la responsabilità del ministero per la comunità ecclesiale  potrebbero  servirsi del ministero del ministero dei preti sposati”.

Sarebbe un ritorno ad un servizio già svolto e al quale si era preparato con anni di studio della teologia, della morale e della Sacra Scrittura, mentre gli anni trascorsi nel contesto di una vita matrimoniale stabile  gli hanno permesso di maturare quella parte umana, affettiva e relazionale della sua personalità che nel periodo di formazione del seminario era risultata carente.

per maggiori informazioni:

sacerdotisposati@alice.it

http://nuovisacerdoti.altervista.org