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Nella Chiesa di santa Caterina nella frazione di Rovereto (comune di Novi di Modena) è morto sotto le macerie del terremoto don Ivo Martini

di Marida Lombardo Pijola

ROVERETO – Per esorcizzare il lutto e lo sgomento, quelli di Rovereto sulla Secchia dicono che, in Paradiso, («dove si trova certamente»), don Ivan sta ridendo persino di questa sua morte originale, così piena di simboli: travolto dal crollo della sua parrocchia. Dicono che don Ivan sta ridendo «perché rideva sempre, affrontando ogni problema e ogni dramma col sorriso». Dicono che forse fa ridere anche gli angeli, raccontando loro di essersi sacrificato, suo malgrado, «per salvare la chiesa, come i santi martiri», e se sei un prete cosa vuoi di più. E chissà quale divina e messianica e ironica coerenza avrebbe letto, don Ivan Martini, 64 anni, in quell’essere stato travolto dalle scosse proprio nella sua chiesa, intitolata a Santa Caterina da Alessandria, patrona del paese e dei mugnai, che era il cuore pulsante del paese, ed era la sua vita.

L’agguato del nuovo terremoto lo ha intrappolato proprio lì, dov’era andato per salvare il salvabile degli arredi sacri, accompagnato dai vigili del fuoco, dopo che aveva rassicurato i parrocchiani durante la messa di domenica nella tendopoli, accanto alla popolarissima statua della Madonnina dell’Assunta, che il 20 maggio scorso era stata soccorsa e messa in salvo dai pompieri: «State tranquilli, amici miei, non c’è più pericolo. Abbiamo dalla nostra la Madonnina della peste, che salvò questa zona dall’epidemia. Io la battezzo, ora e qui, Madonnina del terremoto. Ci proteggerà».

Ma le vie del Signore e di sua Madre sono imperscrutabili, e perciò l’unico del paese non salvato è stato lui, (cosa di cui certo, assicurano i parrocchiani, «sarebbe felice ed orgoglioso»). Lui che tranquillo, in realtà, non era per niente. «Dopo il terremoto di dieci giorni fa, aveva tanta paura, diceva che di notte restava sveglio in attesa delle scosse», racconta Rosanna, la più fidata delle parrocchiane. Eppure don Ivan sapeva fare anche i miracoli, certi piccolissimi miracoli di paese, molto a buon mercato eppure efficacissimi, come dissimulare il suo terrore e riuscire a far ridere, con le battute nel nativo dialetto cremonese, i compaesani accampati sotto le tende dopo il terremoto; oppure organizzare feste nel campo di sfollati, imponendo al medesimo il nome «oasi», «perché conta come stiamo, e con che spirito, non dove». E perciò stava organizzando una festa per il fine settimana, il «don», pasta al sugo e carne ai ferri, il cibo dei terremotati, «ma che importa?».

Adesso, raccolti in quell’oasi surreale, a interrogarsi sul loro destino, sulle loro case diroccate, sulle aziende di maglieria e di sanitari che hanno chiuso «e chissà se e quando riapriranno», i parrocchiani di don Ivan sgranano ricordi. Lui che recita l’omelia come se fosse una commedia, con la voce profondissima e arrochita dal fumo, facendo le battute, «e io gli dicevo siete proprio un attore, don, un commediante», ricorda Lucia. Lui che visita i carcerati e gli ammalati, che organizza la vita in parrocchia come un’inesauribile festa di amicizia, risate, gite, teatro e apostolato. Lui che striglia i genitori durante i battesimi quando cercano di calmare i figli strepitanti, «e lascialo piangere, ha ragione, gli sto versando l’acqua sulla testa, non lo vedi?». Lui che si preoccupa quando i ragazzini sono troppo tranquilli, all’oratorio, e che li sgrida: «Fate un bell’urlo, siete ragazzini o no?».

«Ieri pomeriggio -racconta Francesca- è passato davanti alle scuole recitando una sua filastrocca per i bimbi: ho già messo Gesù nella capannina a fare la ninna. Tra poco tocca a voi». E rideva, don Ivan, come sempre, anche di quelle sue rime strampalate, nell’ingenuità di quell’amore senza riserve per le pecorelle del suo gregge.

«Era il nostro sostegno, ora sarà tutto più difficile», piange Rosanna. Don Ivan è morto a pochi passi da lei. «E’ entrato coi vigili del fuoco per fare un sopralluogo. Io lo aspettavo davanti alla chiesa. Voleva controllare in che condizioni fossero alcuni oggetti a cui teneva molto, e se fosse possibile recuperarli». Nessuno sa dire cosa gli stesse così a cuore. Il reliquario dei santi, le decorazioni del Giubileo del Duemila, la tela, la pala, il coro ligneo del seicento? O forse soltanto i libretti della messa, il calice sacro, i paramenti, i piccoli oggetti indispensabili a quel rito che lega la comunità di Rovereto attorno a quella Chiesa antica e animatissima, che ora è inagibile.

Rosanna combatte contro il ricordo di quei minuti, e della sua impotenza. «Quando ho sentito le scosse, sono corsa in bici a rassicurarmi sulla sorte di mio marito e di mio figlio. Poi sono tornata lì e ho cominciato a gridare. Aiuto, aiuto, là dentro c’è don Ivan. C’era un silenzio totale, in quella chiesa. Sapevo che gli era successo qualcosa di terribile». Lo hanno recuperato i vigili sotto le macerie di un arcata e del soffitto, colpito a morte da una trave. Lo hanno portato fuori. «Il polso non batteva più». Uno di quei vigili ora è molto grave, in ospedale.

Ora, nella tendopoli, quelli di Rovereto sperano che in Paradiso accolgano don Ivan con molta allegria. E che lo lascino fumare. Era un suo vizio ostinatissimo. «L’unico che aveva».

ilmattino.it

31 Maggio 2012 05:37

Pesante il bilancio finale del terremoto: 17 morti, 350 feriti, 15mila sfollati. Enormi danni all’economia

Il sindaco di Cavezzo, uno dei comuni più colpiti dalla seconda ondata sismica che ha piegato l’Emilia Romagna, scuote la testa: «Abbiamo vissuto qualcosa di molto simile all’Apocalisse». Il paese è distrutto, sotto le macerie sono morte tre persone di cui due per il crollo di una fabbrica. A Medolla il sindaco emana un’ordinanza che ordina ai seimila residenti di rimanere fino a oggi fuori dalle proprie abitazioni. A San Felice sul Panaro, altro centro da zona rossa, i giardini pubblici si riempiono di tende: la gente ha paura a rientrare nelle case, che siano pericolanti o meno. E del resto, dopo la prima, devastante scossa di martedì mattina, ne sono arrivate altre 228, non esattamente una cosa che mette sicurezza. E tanto più che i geologi insistono: lo sciame sismico andrà avanti per un bel po’.
Sono solo alcune delle istantanee del day after emiliano in cui la voglia di reagire si mescola col timore che non sia finita qui. E in cui l’elenco delle vittime si stabilizza a diciassette, (tanti lavoratori, imprenditori e operai, e proprio l’operaio disperso a Medolla è stato ritrovato ieri senza vita), i feriti a 350 e gli sfollati assistiti dalla protezione civile, la cui macchina funziona ormai a pieno ritmo, arrivano a sforare quota quindicimila.
Ma è anche un day after in cui non accennano a diminuire le polemiche sulla sicurezza sul lavoro e sulla prevenzione. Con una secca replica del presidente della Confindustria Giorgio Squinzi: «Sono artificiose. I capannoni erano in assoluta normalità e la zona non era specificata come particolarmente sismica. Escludo la malafede dal punto di vista imprenditoriale». Da Pordenone il capo dello stato torna sul tema: «Dobbiamo cambiare i nostri comportamenti anche nelle politiche pubbliche per le prevenzioni che sono state gravemente inadeguate. Quando arriva il conto delle catastrofi che non abbiamo potuto prevenire, ci accorgiamo che è più salato del previsto».
Intanto la procura di Modena apre un’inchiesta, sulla scorta di quella già avviata a Ferrara, i cui capi di imputazione potrebbero essere omicidio colposo e violazione delle norme edilizie. Al momento gli indagati sono una ventina. Spiega il capo della procura Vito Zincani che il lavoro dei magistrati si focalizzerà sul crollo dei capannoni industriali costruiti di recente per verificare se, ripetto alle norme antisismiche del 2003, ci siano state negligenze nella costruzione, nella progettazione e nel collaudo degli edifici stessi. «La politica nazionale sulla costruzione di questi fabbricati è stata suicida – sottolinea Zincani – Sono stati fatti con l’ottica del risarmio. Ma ora paghiamo il risparmio nelle costruzioni con un pezzo di gran lunga superiore, che si calcola in vite umane». Il numero di lavoratori deceduti induce il ministro dell’interno Cancellieri a commentare: «Sono morti sul lavoro, in gran parte operai e imprenditori». Così anche il ministro del welfare Fornero: «È stato il lavoro il vero epicentro del sisma».
Intanto a Roma, il consiglio dei ministri vara le misure per sostenere le zone colpite – coperte soprattutto con l’aumento dell’accisa sulla benzina e con fondi resi disponibili dalla spending review – e nomina il presidente della regione Vasco Errani commissario per la ricostruzione. Mentre dopo un vertice al Quirinale con Monti, Schifani, Fini e Catricalà, la presidenza della repubblica assicura «il massimo impegno delle forze dello stato e la più ampia solidarietà nazionale» per l’Emilia. Monti cancella il suo viaggio a Bruxelles per monitorare la situazione. Salta la manifestazione convocata dall’Anci sull’Imu a Venezia. E anche i sindacati annullano la protesta (unitaria) sul welfare programmata per il 2 giugno: i leader sindacali andranno in Emilia a portare solidarietà a chi è stato colpito dal terremoto.
Non si placa la polemica sul 2 giugno, che si celebrerà «sobriamente». Lunedì lutto nazionale.

Fabrizia Bagozzi  – europaquotidiano

31 Maggio 2012 05:19

Vaticano fa muro, ma gli spifferi sono tanti

I documenti usciti da diversi uffici. E l’obiettivo sembra essere Bertone, l’accentratore

«Da Babele all’unità» titolava in prima pagina l’edizione di ieri dell’Osservatore Romano, rilanciando con grande enfasi le parole pronunciate dal papa durante la messa di Pentecoste. Un auspicio smentito dai fatti e dalle notizie che arrivano quotidianamente da Oltretevere in merito al caso Vaticanleaks – la diffusione di documenti riservati indirizzati al pontefice e ai suoi stretti collaboratori – ma anche al licenziamento del presidente dello Ior, che si arricchisce di nuovi particolari.
Al momento c’è un unico indagato, nella cui casa sono stati trovati documenti riservati: l’assistente di camera di Ratzinger, Paolo Gabriele, accusato di «furto aggravato» e agli arresti da una settimana in una camera di sicurezza della Gendarmeria. Intende «collaborare con la magistratura vaticana», conferma il gesuita padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa della Sede, che però smentisce sia il ritrovamento di casse di documenti e di plichi pronti per essere inviati a specifici destinatari, sia l’interrogatorio di una donna e di cinque cardinali sospettati. Si è conclusa la prima fase di istruttoria sommaria e si è avviata l’istruttoria formale, al termine della quale il giudice procederà al proscioglimento o più probabilmente al rinvio a giudizio. E al di là delle voci che si rincorrono, altro non è dato sapere: del resto il Vaticano non è uno stato liberale ma, di fatto, una monarchia assoluta.
Che i “corvi” siano più di uno è comunque ormai certo: le indagini della commissione dei cardinali proseguono e «sono state sentite e interrogate altre persone», dice Lombardi. Inoltre fra i documenti pubblicati, alcuni provengono dall’appartamento papale, ma molti sono usciti da altri uffici, a cui Gabriele non aveva accesso. «Ci sono più persone», il nostro scopo «è quello di far emergere il marcio che c’è dentro la Chiesa», ha detto a Repubblica uno dei presunti “corvi”. Ma più che voglia di fare pulizia, l’obiettivo sembra essere un altro: il cardinal Bertone, fedelissimo di Ratzinger, da lui nominato segretario di Stato nel 2006, nonostante i malumori di molti, anche in Vaticano. Ha già superato i canonici 75 anni per la pensione (ne ha quasi 78), ma rimane saldo al suo posto, nomina suoi uomini nei posti chiave della Curia e accentra sempre più il potere nelle sue mani: non solo per la pubblicazione di documenti ma anche per avere colloqui con il papa, tutti i cardinali devono passare da lui. La fuga di notizie e di documenti – peraltro cominciata da tempo -, nella maggior parte dei quali Bertone non fa una bella figura, pare allora un chiaro messaggio per segnalare l’incapacità di governo, e di controllo, del segretario di Stato, a cui sembrano scappare i buoi nonostante abbia chiuso la stalla.
E a proposito di fughe di documenti, due giorni dopo la cacciata di Gotti Tedeschi dalla presidenza dello Ior è stato fatto circolare il verbale della riunione del Consiglio di sovrintendenza della banca vaticana (una sorta di Cda) in cui è stato proposto il suo licenziamento, poi ratificato dalla Commissione cardinalizia di vigilanza. Fra le accuse mosse a Gotti Tedeschi, oltre a quelle di non aver svolto al meglio le sue funzioni, la «diffusione ingiustificata di documenti in possesso del presidente» e di «informazioni inesatte sull’Istituto». La questione dello Ior «è distinta e separata» dal Vaticanleaks, precisa Lombardi, ma i “corvi” sembrano volare nello stesso cielo.
Soffocati da queste notizie, si parla poco o per niente di altri importanti documenti che illuminano ulteriormente i rapporti fra Stato e Chiesa pubblicati nel libro Sua Santità di Gianluigi Nuzzi. C’è una nota preparatoria per una cena privata fra Ratzinger e Napolitano (gennaio 2009); o il resoconto di una serie di incontri segreti e privati, a fine 2010, fra Gotti Tedeschi e l’allora ministro dell’Economia Tremonti per elaborare una strategia comune affinché l’Italia potesse evitare la condanna dell’Unione europea, in seguito alla denuncia dei Radicali sull’esenzione Ici per gli enti ecclesiastici, senza tuttavia cancellare il privilegio.

LUCA KOCCI – IL MANIFESTO