L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati ha commentato positivamente la pubblicazione dell’articolo (v. il testo di seguito) di Paolo Rodari apparso su “Il Foglio” di ieri 25 aprile 2012. “Le note di Franzoni sul continuo chiudere le porte vaticano alle istanze di rinnovamento teologico – ha dichiarato don Serrone – aiutano a riflettere anche sulla questione del celibato dei preti e sui temi dei diritti civili e religiosi” (ndr)

“Mi è facile contestare le assurde accuse che il teologo don Antonio Livi, ex decano della facoltà di Filosofia della Pontificia università lateranense, muove nei confronti del priore di Bose Enzo Bianchi tornando a Origene, il grande teologo, scrittore e catechista greco del II-III secolo. Livi sostiene che Bianchi propone una falsa teologia che in realtà altro non sarebbe che filosofia religiosa? Afferma che Bianchi non crederebbe nella divinità di Cristo e che il centro del suo discorso altro non sarebbe che un umanesimo sostanzialmente ateo? Argomenta che Bianchi criticando il Vaticano per l’ostracismo mosso contro il teologo Hans Küng confonde i fedeli e non rende un buon servizio alla sua chiesa? Anche Origene, quando era in vita, venne accusato più o meno delle stesse cose, tanto che vi fu chi lo definì eretico, un agitatore in grado soltanto di creare scompiglio. Ma, col senno di poi, tutti hanno rivalutato la sua gymnasia mentale, il suo continuo porsi domande attorno al mistero della rivelazione, certo arrivando a volte a conclusioni discutibili, ma sempre all’interno dell’alveo della chiesa di cui egli faceva parte. Così accade e accadrà con Bianchi nel quale, peraltro, non trovo quelle dottrine fuorvianti di cui parlano i suoi inquisitori. La verità è una: che questi passeranno, mentre lui no”.

Il fatto che dom (dal latino “dominus”, titolo concesso soltanto agli abati e ai superiori di comunità religiose) Giovanni Franzoni sia uno dei massimi profeti di una chiesa de-istituzionalizzata, povera, di base – teologo, fondatore della comunità di base di San Paolo a Roma, ex abate benedettino della basilica di San Paolo fuori le Mura, alfiere del dissenso cattolico negli anni ruggenti del dopo Concilio, sospeso a divinis nel 1974 da Paolo VI dopo che, durante la campagna del referendum per il divorzio, chiese la libertà di voto per i cattolici e poi ridotto allo stato laicale ma ancora col permesso di celebrare l’eucaristia – non significa che non abbia le carte in regola per argomentare, con proprietà di linguaggio, quella che lui, “a differenza di Livi” dice essere “la vera scienza teologica”.

Spiega: “Mi spiace per Livi e per tutti coloro che la pensano come lui, ma la scienza teologica non è tale se dà per buona, per assodata, la dottrina. Questa viene dagli apostoli, è un qualcosa cioè di secondo rispetto a Cristo e alla sua parola. Non a caso la teologia fondamentale studia i preamboli della fede, i preamboli necessitanti il proprio successivo argomentare. Mentre una vera teologia dovrebbe discettare sulla venuta di Cristo accettando diverse conclusioni e senza pregiudizi se non Cristo stesso. Da anni sono critico circa l’operato del ‘ministero’ della Dottrina della fede del Vaticano per questo motivo: ingabbia la ricerca al posto di farla esplodere, difende la propria posizione per timore del nuovo e così tarpa le ali a tutti. Mentre la teologia, come la fede, dovrebbe essere libertà”.

Cosa c’entra in tutto questo Origene? “Origene dimostra con la sua stessa esistenza, coi suoi scritti e il suo parlare, che la chiesa cattolica è più grande di quanto gli inquisitori non le permettano di essere. Egli era dotato di un genio incomparabile e aveva scritto moltissimo. In quella moltitudine di opere uscite si trovavano dottrine più o meno arrischiate, come ad esempio la preesistenza (platonica) delle anime e la loro caduta nei corpi, a modo di castigo per le colpe passate e tanto altro ancora. Le sue teorie furono oggetto di accese discussioni in seno alla cristianità. I monaci antropomorfiti egiziani, turbati dai suoi allegorismi (appunto dalla sua gymnasia mentale) erano i più accaniti. Ma furibonde polemiche scoppiarono su Origene un po’ ovunque. Si può dire, ad esempio, che tutti i grandi dottori d’oriente da Cirillo a Basilio fino a Crisostomo, dovettero prendere posizione pro o contro Origene. Un concilio ecumenico arrivò addirittura a porre Origene nel numero degli eretici, ma oggi si ammette senza discussioni che l’allegorismo di Origene non fu necessariamente e dovunque erroneo. Egli discettava e argomentava liberamente, ma sempre ritenendosi figlio di Dio. Allo stesso modo fa oggi Bianchi il quale, comunque lo si voglia giudicare, crede in Cristo e nella sua divinità. Per chi, se non per Cristo, dopo una laurea in Economia a Torino, si è ritirato in solitudine in una cascina, nella piccola frazione di Bose vicino a Biella? Per chi se non per Cristo è rimasto solo in questa cascina per i primi tre anni, a partire dall’8 dicembre 1965, la data che segnò l’inizio della sua esperienza, lo stesso giorno in cui ebbe termine la celebrazione del Concilio? Per chi se non per Cristo e nel nome della sua carità prende le difese di Küng, il teologo costretto ai margini della cattolicità perché dai margini, dagli ultimi, critica la chiesa intesa come istituzione?”.

Per Franzoni ribadire la dottrina, invitare a non mettere in discussione quelle verità inconfutabili che derivano da un’interpretazione autentica della parola di Dio manifestata nella Scrittura e nella tradizione e che successivamente prende il nome di dogma – un’interpretazione che spetta solo alla chiesa di Roma e, precisamente, al Papa o ai vescovi in comunione con lui, cioè ai concili –, svolgere con l’autorità acquisita un tale compito è non tanto un qualcosa di inutile quanto di ingiusto. Per lui, ribadire il cosiddetto depositum fidei e riproporlo fedelmente significa soltanto una cosa: tarpare le ali dello spirito.

Dice: “La fede non può essere imposta a furia di dogmi, di precetti che discendono da interpretazioni avanzate da uomini, per quanto autorevoli essi siano. Il dogma, il precetto, la legge, non aiuta lo spirito. Nella mia comunità ho fatto per anni il cosiddetto ‘laboratorio di religione’, una riunione con i bambini, la domenica prima della messa. Non c’è alcuna dottrina da imparare, piuttosto c’è da riflettere sul significato della scelta di fede e delle responsabilità che porta con sé. Si tratta di ore passate ad ascoltare e discutere sui temi più diversi. Profeti nei nostri laboratori possono essere tutti. La legge della vita di fede infatti è l’amore. Non ce n’è un’altra. I frutti dell’amore, che sono poi i frutti dello spirito, sono armonia, concordia, servizio. Tutto il resto è crimine. E’ la legge che nella chiesa genera il crimine. Sono gli inquisitori che vogliono mettere fuori gioco (fuori legge, appunto) Bianchi, non Cristo, non la fede. Guardiamo a cosa accade nella cristianità, guardiamoci in giro. In Austria è pieno di sacerdoti concubini. E’ un dato di fatto, una situazione oggettiva, non un’invenzione. E la chiesa, Roma e il Vaticano, cosa fa? Impone la legge del celibato. Con la legge fa divenire il loro concubinato un crimine. Ma perché, invece di agire in questo modo, non cerca di comprendere il fenomeno, di ribadire, se proprio lo vuole fare, il valore del celibato ma nello stesso tempo lasciando la possibilità per chi vuole di vivere il sacerdozio diversamente? Perché questo continuo chiudere le porte? Certo, tutto ciò non c’entra nulla con Bianchi, la cui teologia mi sembra tra l’altro ortodossa. Ma è un esempio che fa comprendere come la chiesa spesso agisce da inquisitrice: il nuovo lo blocca, rendendolo un crimine”.

di Paolo Rodari - Pubblicato sul Foglio mercoledì 25 aprile 2012

segnalato il 26 Aprile ore 05:02

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