Se le religioni così come le conosciamo sono destinate a morire: verso un paradigma post-religionale

Se le religioni così come le conosciamo sono destinate a morire, per la spiritualità umana si apre invece un futuro ricco di straordinarie possibilità. È a questo tema in larga parte inesplorato, quello della crisi e delle prospettive della religione (intesa come la forma socioculturale concreta, quindi storica, contingente e mutevole, che la spiritualità, cioè la dimensione profonda costitutiva dell’essere umano, ha rivestito dall’età neolitica), che è dedicato il primo numero del 2012 di Voices, la rivista di teologia dell’Associazione dei Teologi e delle Teologhe del Terzo Mondo (Asett o Eatwot), dal titolo “Verso un paradigma post-religionale?”. Un numero che raccoglie i risultati della Consultazione Latinoamericana sulla Religione realizzata dall’Eatwot dell’America Latina nel settembre del 2011, nel quadro del Congresso Internazionale della Pontificia Università Cattolica di Minas Gerais, a Belo Horizonte, rilanciando il tema in vista di una tappa ulteriore del dibattito. Si tratta, certamente, di un’iniziativa «controcorrente», dal momento che, evidenzia la Commissione latinoamericana dell’Eatwot, «la corrente principale del fiume della religione in America Latina non parla di crisi, ma di vitalità e, in alcuni aspetti, persino di fervore e di entusiasmo», almeno per quanto riguarda la prodigiosa crescita del movimento pentecostale carismatico. In generale, secondo la Commissione, si può dire che la religione mostri grande effervescenza in metà del mondo e riveli una profonda crisi nell’altra metà, e che le due metà si presentino spesso mescolate e non facilmente identificabili. Ma se il mondo religioso appare attraversato da questi due fenomeni contrapposti, il ritorno a forme del passato e un’evoluzione verso una laicizzazione di dimensioni inedite, è su quest’ultimo, che alcuni riconducono per l’appunto a un nuovo paradigma post-religionale (intendendo per “religionale” ciò che è relativo alla configurazione socio-religiosa propria del neolitico), che si concentra l’iniziativa della consultazione promossa dell’Eatwot. La trasformazione in atto nella comprensione della religione è, del resto, sotto gli occhi di tutti, per quanto non esista in campo teologico una riflessione sistematica che dia conto di essa, del suo significato e delle sue sfide. Oggi, sottolinea la Commissione latinoamericana dell’Eatwot, si parla frequentemente della religione non più come un’opera divina, «un dono proveniente da Dio stesso», ma come di una «costruzione umana, culturale, finita, contingente e ambigua, capace tanto di favorire come di ostacolare la relazione con la trascendenza», come pure è diventata comune la «distinzione netta tra religione e spiritualità», prima di fatto indistinguibili. Già in molti luoghi le religioni registrano segnali di declino, dal calo di fedeli alla perdita di credibilità e plausibilità, e già molte persone avvertono la necessità di trasformare la propria religiosità, radicalmente, vivendo dolorosamente la contraddizione con la dottrina ufficiale, considerata infallibile e immutabile. «In alcune società sono già decine di milioni le persone che abbandonano silenziosamente le religioni per continuare ad essere religiose post-religionalmente».

Si apre allora per la ricerca teologica una vasta gamma di interrogativi a cui tentare di dare risposta: se il suo ruolo tradizionale è in crisi irreversibile, come si presenterà la religione in una società post-religionale? Sarà una religione «senza controllo sul pensiero, sull’opinione e sulla sua espressione, senza dogmi, senza dottrina, senza verità, senza sottomissione»? Su cosa sarà centrata? E cosa ne sarà, in particolare, della tradizione di Gesù nel nuovo mondo post-religionale? Sarà possibile reinterpretare e riformulare il cristianesimo «non religiosamente»? Del resto, il messaggio di Gesù non rappresenta precisamente il superamento delle religioni? E, in particolare, riuscirà il cattolicesimo nell’impresa di trasformare se stesso, malgrado il suo radicamento profondo nella «dottrina dell’infallibilità, dell’immutabilità e della non interpretabilità dei suoi dogmi, della fede rivelata, del deposito della fede», e malgrado la persecuzione della dissidenza e dell’eterodossia, o piuttosto «morirà vittima e martire della fedeltà a questi principi»? E quali «strategie pastorali e sociali» possono venire adottate «per accompagnare le religioni e la società in questa transizione», aiutando le istituzioni religiose a rinnovarsi radicalmente in vista del futuro che le attende e aiutando i credenti a superare il pensiero mitico, «l’epistemologia del controllo», «l’ontologia della sottomissione»? Un compito, quest’ultimo, a cui, per esempio, si sono già dedicati teologi come Roger Lenaers, con la sua proposta di riformulazione della fede nel linguaggio della modernità (v. Adista n. 44/09) o John Shelby Spong, con la sua rilettura post-teista del cristianesimo (superando, cioè, il concetto di Dio come un essere con potere soprannaturale, che dimora al di fuori di questo mondo e che interviene  nel mondo per realizzare la sua divina volontà, v. Adista n. 94/2010). Ma è un compito che richiederà grandi approfondimenti e sviluppi, a fronte della sfida che attende l’umanità: quello che sta arrivando è «uno tsunami culturale e religioso, una metamorfosi che forse renderà difficile riconoscere noi stessi in un prossimo futuro». Se infatti «gli antropologi dicono che il passaggio dalla società paleolitica a quella neolitica, con la rivoluzione agraria, è stata la situazione più difficile che abbia sperimentato la nostra specie», è possibile che ci si trovi dinanzi «a un momento evolutivo simile». Ed è dovere allora «di una teologia responsabile scrutare questi problemi e cercare di accompagnare questo “passaggio” inevitabile in cui già ci troviamo».

di Claudia Fanti / adista documenti n. 16 del 2012

23 Aprile 2012 ore 20:28

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