Teologia: Karl Barth e le speranze sul Concilio

Nel 1967 la Claudiana editava Domande a Roma, libro che nell’originale s’intitolava Ad limina apostolorum, composto dalla cronaca di Karl Barth sul suo viaggio dell’anno prima nella città eterna, nonché da alcuni suoi testi su diversi documenti conciliari e concentrati su temi come la Scrittura, la questione mariana, l’autorità del magistero ecclesiastico e il rapporto della chiesa nel mondo.

Quasi cinquant’anni dopo, quelle pagine ritornano affidate a due nuovi curatori (il pastore valdese Fulvio Ferrario e il teologo Marco Vergottini) nonché arricchite di nuovi testi: una conferenza inedita di Eberhard Busch; un articolo di Barth uscito nel ’63 sull’”Ecumenical Review”; brevi scambi epistolari (ad esempio tra il teologo di Basilea e Paolo VI, oppure con Visser ’T Hoof, il cardinal Bea, Ernst Wolf) tradotti per la prima volta. L’esito è una riedizione che recupera in parte il titolo originale (Karl Barth e il Concilio Vaticano II.

Ad limina apostolorum e altri scritti, Claudiana, pagg. 156 pagg, 15 euro) e la ricollocazione di una tessera nel mosaico della teologia del XX secolo, benché la ricostruzione storiografica dell’influsso barthiano sulla vicenda conciliare, il movimento ecumenico e la teologia cattolica successiva sia complessa (come già evidenziava Angelo Maffeis nel saggio Karl Barth, un teologo tra le confessioni apparso su “Hermeneutica” tre anni fa).

È noto che, invitato come osservatore al Vaticano II, Barth non aveva potuto accettare per gravi motivi di salute. Solo nel ’66, dunque a Concilio concluso, con la moglie Nelly e il medico personale Alfred Briellmann, raggiunse Roma. E lì incontrò teologi, docenti, domenicani, gesuiti…, conversando anche con Karl Rahner e Joseph Ratzinger su temi come la mariologia, dove le divergenze non mancavano. Tappa importante, prima del rientro in Svizzera, fu l’incontro, il 26 settembre ’66, con papa Montini, in cui i due parlarono, oltre che del ruolo di Maria nella Chiesa, di ecumenismo e dell’appellativo “fratelli separati” usato nei documenti conciliari per indicare i protestanti, poi congedandosi con uno scambio di doni: un facsimile del Codex vaticanum da parte del papa, testi delle sue opere con dedica da parte del «fratello separato Karl Barth, nel comune servizio dell’unico Signore… al vescovo Paolo VI, umilissimo servo di Dio».

Seguirono, a quella conversazione, la manciata di lettere riportata in questo nuovo libro che conferma in chiave “irenico-critica” il crescente interesse barthiano per «il cattolicesimo in movimento» scaturito da quel Concilio voluto da Giovanni XXIII e portato a termine da Paolo VI, additato come «sicura bussola» da Giovanni Paolo II, raccomandato da Benedetto XVI nel quadro di una riforma ecclesiale ispirata da una «sintesi di fedeltà e dinamica».

E si va qui dalla lettera di Barth del 3 ottobre ’67 (nella quale il teologo esprime con gli auguri per il settantesimo compleanno di Paolo VI, la sua gratitudine per l’udienza, la sua attenzione ai lavori del Sinodo dei vescovi riunito a Roma in quel periodo) alla risposta di papa Montini indirizzata allo «stimatissimo professore» il 14 novembre ’67, dove si riconosce nel destinatario «uno studioso che ricerca coraggiosamente la verità e al quale sta molto a cuore il pensiero della comunione fraterna in Cristo».

A questo documento manoscritto ne seguono due di Barth (nei mesi precedenti gravemente malato): del 16 marzo e del 28 settembre ’68, dopo aver ricevuto i due volumi su Pietro e Paolo pubblicati in preparazione al giubileo del ’69 per il martirio dei due apostoli: letti dal teologo «non senza serie domande di natura teologica, storica e anche estetica». Circa il libro su Pietro, a proposito dello sviluppo della teologia postconciliare cattolico-romana Barth confida: «Anch’io, come frater sejunctus, accompagno questo sviluppo con intensa attenzione, già solo per il fatto che sono in stretto contatto personale con più d’uno dei suoi esponenti.

E posso dire che, in ogni caso, alcune delle preoccupazioni che Vostra Santità esprime a questo proposito, non sono estranee nemmeno a me». Circa quello su Paolo, Barth manifesta il suo apprezzamento nella scelta dell’«Epistola ai Romani, divenuta così importante per la storia della chiesa intera», riconoscendo convergenza di apprezzamenti «nella speranza che la stessa cosa, come accaduto fin qui, così anche nel futuro, possa accadere, anche in questioni ancora più importanti, tra Roma e Ginevra»; né manca, nella missiva, con una riflessione sul «potere delle chiavi», un lungo cenno all’enciclica Humanae vitae (del quale riportiamo uno stralcio).

Chiuso il volumetto il Barth degli esordi, protestante combattivo, avverso al cattolicesimo, non solo appare molto lontano, ma il suo atteggiamento innanzi al Vaticano II, è quello di «un’apertura di credito» (così Vergottini) di grande significato, mentre il pensiero cattolico si staglia ai suoi occhi, scrive Ferrario, «come una seria interrogazione rivolta alla teologia evangelica, un richiamo all’essenziale, cioè alla realtà di Dio».

Marco Roncalli
avvenire.it
12 Aprile 2012 ore 06:34
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