La fine del celibato nella Chiesa cattolica

di Henry McDonald

in “The Guardian” del 13 settembre 2011 (traduzione di Maria Teresa Pontara Pederiva)

Nel corso del Bloody Sunday (la domenica di sangue, 30 gennaio 1972) padre Edward Daly aveva tenuto testa al Reggimento di Paracadutisti inglesi responsabile dell’uccisione di 13 civili disarmati nella città di Derry, sventolando solo un fazzoletto bianco, così come aveva protetto i feriti dai proiettili dell’esercito nel Bogside. Ora 39 anni dopo, il vescovo emerito di Derry sta fronteggiando una forza ancora più potente rispetto alla Paras: il Vaticano. Daly, che è stato vescovo di Derry per 20 anni, nel periodo dei Troubles (ndr. gli anni degli scontri tra cattolici e protestanti in Irlanda del Nord), è ora il primo alto esponente religioso della Chiesa cattolica d’Irlanda a chiedere la fine al celibato nella Chiesa. Il suo intervento nel dibattito sulla questione se ai sacerdoti dovrebbe essere consentito di sposarsi è altamente significativo perché egli rappresenta ancora una delle figure più autorevoli della Chiesa cattolica irlandese in un momento in cui la fiducia nell’istituzione è stata demolita dagli scandali di pedofilia che hanno visto coinvolti diversi preti.

Sfidando secoli di teocrazia cattolica, Daly ha dichiarato che permettere al clero di sposarsi potrebbe risolvere alcuni dei problemi della Chiesa. Il numero dei preti cattolici in Irlanda è in netto declino, visto che alla morte dei preti anziani, sono pochissimi i giovani che decidono di accettare una vita celibataria. In alcune parrocchie vengono trasferiti preti provenienti dalla Polonia o da paesi in via di sviluppo per colmare il divario. “Ci sarà sempre posto all’interno della Chiesa per un sacerdozio celibatario, ma ci dovrebbe essere anche posto per dei preti sposati”, scrive Daly nel suo nuovo libro A Troubled See. Memoirs of a Derry Bishop (Uno sguardo preoccupato. Memorie di un vescovo di Derry), che sarà presentato mercoledì prossimo al Magee College. “Sono convinto che i preti dovrebbero avere la libertà di sposarsi, se lo desiderano.

Certo potrebbe venirsi a creare una nuova serie di problemi, ma penso che in ogni modo questo costituisca un problema che dovrebbe essere considerato”, dice. “Sono preoccupato per la diminuzione del numero dei preti e il numero crescente di preti anziani. Penso che questo sia un problema che vada affrontato con urgenza”. Daly, mentre accetta di stare al passo con l’attuale concezione del Vaticano in materia, fa notare anche di non “essere impegnato in una gara di popolarità”. Dichiara che al tempo del suo episcopato trovava “straziante”, che tanti preti siano stati costretti a lasciare il loro servizio o non erano in grado di ricevere l’ordinazione a causa della questione del celibato. Molti giovani uomini che un tempo avevano considerato l’idea di abbracciare il sacerdozio, se n’erano allontanati a causa della regola, sostiene il vescovo settantaquattrenne. Daly è diventato una figura nota in tutto il mondo da quando, nel 1972, nella città di Derry fu visto sventolare un fazzoletto insanguinato bianco di fronte ai Paracadutisti britannici durante la tristemente famosa “Domenica di sangue”. La vista di quel prete durante il massacro da parte dell’esercito inglese in città è diventata una delle immagini più iconiche degli anni Troubles in Irlanda del Nord.

Daly è stato anche un feroce oppositore della campagna armata dell’IRA e un forte sostenitore del processo di pace portato avanti da artisti del calibro del suo amico e confidente, il premio Nobel John Hume. Nel libro l’ex vescovo tesse le lodi di Hume che definisce “uno dei miei grandi eroi”. Era alla sua prima esperienza al tempo della Battaglia del Bogside nel 1969 e ha preso parte alle manifestazioni per i diritti civili nella città prima dell’insorgere del periodo caldo dei Troubles. Daly ha giocato un ruolo nella campagna per liberare i Birmingham Six. Il suo mandato come vescovo a Derry ha attraversato gli anni dal 1974 al 1993 e ha quindi incluso alcune delle peggiori atrocità accadute nel periodo dei Troubles. Egli riconosce che l’ammissione di uomini sposati al sacerdozio potrebbe creare nuovi problemi e aggiungere altre questioni alla Chiesa. “Ciononostante, sotto la guida dello Spirito Santo, le decisioni più importanti devono essere prese”, aggiunge.

Nel suo libro egli denuncia anche i preti pedofili i cui crimini e la successiva copertura da parte della gerarchia cattolica hanno drasticamente ridotto la fiducia nella Chiesa e la sua influenza in Irlanda. Egli confessa di avere “il cuore spezzato e inorridito”, per i confratelli nel sacerdozio che si sono macchiati di “questi atti orribili e criminali contro i più indifesi”. Ai preti cattolici era consentito sposarsi fino all’epoca delle riforme gregoriane dell’XI secolo che hanno reso obbligatorio il celibato. Gli storici hanno sempre sostenuto che la scelta fosse stata compiuta in parte per ragioni spirituali, ma principalmente per assicurare che i beni detenuti dai chierici sarebbero passati alla Chiesa alla loro morte, piuttosto che alla loro discendenza. Tuttavia, negli ultimi anni Papa Benedetto XVI ha consentito ai ministri anglicani sposati il trasferimento verso la Chiesa cattolica, dopo le proteste seguite ai controversi problemi in ambito anglicano, tra cui l’ordinazione di donne, preti e vescovi, e l’accettazione dei ministri impegnati in relazioni omosessuali. Di fatto un prete, nato nella contea di Fermanagh, ora lavora come cappellano nella casa di riposo Foyle a Derry.

Le proposte del vescovo Daly si infrangeranno contro il silenzio tenace del Vaticano, ma incontreranno invece una comprensione diffusa all’interno della Chiesa cattolica romana. La visione di un problema dall’alto è molto chiara. Lo scorso anno, quando lo scandalo degli abusi sessuali da parte del clero era al suo apice, l’arcivescovo di Vienna, Christoph Schönborn, aveva suggerito che una parte del problema avrebbe potuto essere ascritta al celibato sacerdotale. Il suo commento è stato tanto più interessante, perché proveniva da un teologo conservatore allievo di Papa Benedetto. Ma nel caso qualcuno avesse pensato che le sue riflessioni avrebbero potuto trovare appoggio in Vaticano, il papa aveva provveduto subito alcuni giorni più tardi a lodare il celibato come “espressione del dono di sé a Dio e gli altri”. Tre mesi dopo, aveva rafforzato la sua difesa dello status quo, descrivendo il celibato come un “grande segno di fede”. Il dibattito sulla questione se ammettere uomini sposati al sacerdozio, tuttavia, è una questione che nemmeno il papa può soffocare. Due sviluppi hanno riorientato l’attenzione sul tema negli ultimi due anni: e, almeno uno è in parte attribuibile a Benedetto XVI stesso. La prima è la continuazione dello scandalo degli abusi sessuali, che martedì hanno acquisito nuova vita nel momento che l’organizzazione statunitense Survivors Network, che raccoglie le vittime degli abusi del clero, ha chiesto al tribunale penale internazionale dell’Aja di incriminare il Vaticano per crimini contro l’umanità. La prima figura autorevole che ha posto la discussione sul collegamento tra il sacerdozio celibe e l’abuso sessuale è stato il vescovo di Amburgo, Hans-Jochen Jaschke, che marzo 2010 ha detto in un’intervista ad un giornale che uno “stile di vita celibe può attirare le persone che hanno una sessualità anomala”.

L’altro sviluppo è stato l’accoglienza nella Chiesa cattolica di anglicani tradizionalisti, incapaci di conciliare la loro fede con l’ordinazione delle donne o la consacrazione di vescovi apertamente gay. La loro integrazione è stata resa più facile a partire dal mese di ottobre 2009, quando Benedetto XVI ha emesso una Nota controversa che consente loro di mantenere gran parte della loro identità precedente, delle disposizioni in materia di liturgia e incarichi pastorali. La riordinazione nella Chiesa cattolica di preti anglicani, sposati, ha messo ancor più in evidenza il fatto che il celibato sacerdotale non costituisca una dottrina, ma solamente una prassi disciplinare. Nel 1970, il calo delle vocazioni al sacerdozio aveva indotto nove teologi a firmare un memorandum dichiarando che la leadership cattolica aveva “semplicemente la responsabilità di introdurre alcune modifiche” alla regola del celibato. Estratti di questo documento sono stati ristampati nel mese di gennaio scorso. Anche perché uno dei firmatari era stato l’allora teologo Joseph Ratzinger, ora papa Benedetto XVI. 
fonte: nicodemo.net
Precedente Sacerdote a processo per abusi sessuali Avrebbe approfittato di un marocchino Successivo Se la fede deve trovare un tempo nuovo, anche i linguaggi debbono rinnovarsi