Le dinamiche che l’attuale crisi può innescare sono imprevedibili e ingestibili. Sono «i contesti in cui nascono i fascismi, ma sono anche quelli in cui nascono le rivoluzioni d’ottobre»

Si può risolvere la crisi dell’euro a base di lacrime e sangue, come prescrivono la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario Internazionale? Le politiche di austerità seguite in Italia dal governo Monti serviranno almeno a qualcosa? E perché a versare lacrime e sangue devono essere sempre i lavoratori e le fasce più povere? È su tali questioni che abbiamo interrogato Antonio Tricarico, coordinatore della Campagna per la riforma della Banca Mondiale (Crbm), uno dei promotori della Campagna per il congelamento del debito, l’iniziativa diretta ad ottenere un’immediata sospensione del pagamento del debito italiano, accompagnata dalla creazione di un’autorevole commissione d’indagine popolare (audit) per accertarne la legittimità e definire un piano di uscita «ponderato e partecipato», oltre che da «una riforma delle entrate e delle uscite pubbliche improntata a criteri di fiscalità progressiva, eliminazione degli sprechi, salvaguardia della spesa sociale, recupero di investimenti per la difesa dei beni comuni e riconversione socio-ambientale della produzione» (v. Adista n. 77/11).

Il quadro tracciato da Tricarico è senza dubbio drammatico: con la «pesantissima deindustrializzazione» subita, un’agricoltura in difficoltà e il settore dei servizi in mano ad avventurieri, l’Italia, spiega il coordinatore della Crbm, non è in grado di «compensare gli impatti delle misure di austerità e reinvertire l’attuale ciclo economico». Nessuno, infatti, è disposto, in Italia (e non solo), a investire nell’economia reale: chi ha i capitali li ha già spostati all’estero e le banche sono ben più interessate ai profitti garantiti dall’economia finanziaria. Cosa fare, dunque? Per Tricarico non ci sono dubbi: reintrodurre il controllo dei capitali e procedere alla nazionalizzazione delle banche. E se la prima misura, oggetto di un’opposizione ideologica radicale, si scontra con lo stesso Trattato istitutivo dell’Unione Europea, nulla impedirebbe in realtà di realizzare la seconda, la creazione, cioè, di vere banche pubbliche, «banche che seguano non una logica di mercato, ma una logica di trasformazione dell’economia fuori dal mercato, per produrre cambiamento nel ciclo economico».

Convinto dell’ineluttabilità, «prima o poi», di una ristrutturazione del debito italiano, Tricarico invita inoltre ad avviare una seria discussione politica su come tale ristrutturazione possa avvenire, scongiurando il pericolo che ad avvantaggiarsene siano proprio «quelli che i soldi ce l’hanno». Da qui l’idea di un audit popolare sul debito pubblico, utile «ad aggregare le forze interessate ad opporsi alle politiche di austerità, fino ad acquisire forza sufficiente per porre la questione nell’agenda politica», contrastando il disegno di potere che si cela dietro lo stesso governo Monti: quello di «privatizzare sistematicamente tutti gli enti pubblici locali, fino ad arrivare, ma se ne parlerà fra 7-8 anni, alla privatizzazione dell’Inps». Una strategia che il governo non si preoccupa neppure di nascondere, varando un decreto sulle liberalizzazioni da cui solo grazie alla mobilitazione in difesa del voto referendario dello scorso giugno è rimasto fuori il provvedimento che vietava la gestione del servizio idrico attraverso enti di diritto pubblico. Un decreto, comunque, sottolinea il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, che «peggiora le già pessime misure del precedente governo sulla privatizzazione degli altri servizi pubblici locali».

Viviamo tempi unici, sostiene Tricarico: le dinamiche che l’attuale crisi può innescare sono imprevedibili e ingestibili. Sono «i contesti in cui nascono i fascismi, ma sono anche quelli in cui nascono le rivoluzioni d’ottobre». Per questo, conclude, è indispensabile preparare il terreno, «per disporre di forze sufficienti qualora avvengano cortocircuiti improvvisi, qualora la situazione diventi drammatica e la gente non trovi più i soldi al bancomat».

di Claudia Fanti – adistadocumenti n. 9 del 2012

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Infiltrazioni camorristiche nelle feste patronali: la statua del patrono si inchina al boss

Ormai è una tradizione: la processione di san Catello, patrono di Castellammare di Stabia, si ferma sotto la casa del boss della camorra stabiese agli arresti domiciliari – il 78enne Renato Raffone – che si affaccia, omaggia la statua del santo lanciando un bacio dal balcone, dopodiché il corteo riparte. Era accaduto lo scorso anno ed è accaduto anche quest’anno, lo scorso 19 gennaio, nonostante il sindaco di Castellammare, l’ex magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Napoli Luigi Bobbio (Pdl), da mesi chiedesse di vigilare sulla processione.

La Curia di Castellammare-Sorrento prima nega: la processione «si è svolta secondo le indicazioni concordate con le competenti autorità cittadine e di pubblica sicurezza» e non si è fermata sotto la casa di un anziano boss come era avvenuto in passato. Poi però, quando iniziano a circolare le foto e un video che riprende la scena del capo camorra affacciato al balcone e del sindaco che si sfila la fascia tricolore e abbandona la processione insieme al gonfalone del Comune, fa retromarcia e ammette tutto, scaricando però la colpa sui portantini, che avrebbero fatto di testa loro: si è trattato di «una sosta arbitraria dei portatori della statua», fa sapere in un comunicato l’arcivescovo mons. Felice Cece. «La Chiesa sorrentino-stabiese è la prima a voler far chiarezza su quanto è accaduto» e condanna «quelli che si illudono di onorare Dio disonorando l’uomo, che ostentano devozione ai santi, visti non come modelli da imitare, ma come protettori dei loro malaffari e, magari, delle loro imprese criminali». Tuttavia non perde occasione per stigmatizzare il comportamento del sindaco: «Per il bene della città occorre che si crei un vero clima di armonia e di collaborazione tra le istituzioni, nel rispetto della reciproca autonomia. Perciò, addolora che ancora una volta, nonostante l’incontro chiarificatore dei giorni scorsi, il sindaco abbia abbandonato la processione, senza avvertire di quello che stava succedendo e convocato contestualmente una conferenza stampa. Di qui l’auspicio che in futuro si possa serenamente discutere dei problemi nelle sedi appropriate».

Bobbio da ottobre chiedeva alle forze dell’ordine e alla Curia di vigilare per evitare commistioni, seguendo anche l’indicazione del prefetto di Napoli che aveva invitato i sindaci a «riservare particolare attenzione alla prevenzione di rischi di infiltrazione da parte della criminalità organizzata»: «Al fine di impedire il ripetersi dei noti accadimenti delle ultime edizioni della processione quando, inopinatamente, la statua del santo patrono fu fatta fermare in prossimità dell’abitazione di un noto pregiudicato, sarebbe opportuno concordare con esattezza, anche alla presenza delle autorità religiose cittadine, il percorso da seguire, oltre agli eventuali rallentamenti e soste che la statua deve effettuare», aveva scritto il sindaco al vescovo. Il quale, però, aveva risposto con irritazione: «La comunità ecclesiale di Sorrento-Castellammare di Stabia esprime stupore e dolore nel constatare che, dopo i molteplici, infondati e offensivi interventi sulla stampa locale e nazionale dei mesi scorsi in merito alla processione del santo patrono della città di Castellammare, ancora una volta, il sindaco Bobbio nell’approssimarsi della processione di gennaio di san Catello ha dato inizio ad un’ulteriore  infondata  polemica».

Alla luce dei fatti del 19 gennaio sembra proprio che avesse ragione il sindaco, il quale, già da magistrato, si era interessato alle infiltrazioni camorristiche nelle feste patronali, utilizzate come occasioni privilegiate per riaffermare la propria egemonia sul territorio. Una questione non nuova, che interessa anche altre regioni meridionali, come la Calabria – dove recentemente è intervenuto il vescovo di Locri mons. Giuseppe Fiorini Morosini sulla festa di san Rocco di Gioiosa Jonica (v. Adista n. 65/11) – e la Sicilia, dove il prossimo 5 febbraio, a Catania, si svolgerà la festa e la processione di sant’Agata, patrona della città, in passato al centro di un’inchiesta giudiziaria (v. Adista n. 23/08) che mise in evidenza il controllo totale delle cosche sulla festa. (luca kocci – adista notizie n. 8 del 2012 )

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Celibato preti: una chiusura che impedisce alla Chiesa di crescere

CASTITÀ E “RELAZIONI PERICOLOSE” IN CONVENTO.
IN CANADA UN LIBRO FA SCANDALO

36520. MONTRÉAL-ADISTA. Falsità, toni provocatori, discorsi populisti. Sono solo alcune delle accuse piovute su suor Marie-Paul Ross, della congregazione delle Missionarie dell’Immacolata Concezione, rea di aver dato alle stampe un volume – Je voudrais vous parler d’amour… et de sexe (per l’editrice canadese Michel Lafon, 2011) – in cui, tra le molte altre cose, afferma che circa l’80% di preti, religiosi e religiose si discostano nel corso della loro vita dagli impegni derivanti, in materia di sessualità, dal loro status.

Le conclusioni che la sessuologa – fondatrice dell’Iidi (Institut International de Développement Intégral) in Québec e inventrice del Migs (Modèle d’Intervention Globale en Sexologie), una forma di terapia integrale –, ha tratto da ricerche effettuate a livello internazionale e sotto la supervisione di un comitato scientifico non sono piaciute alla diocesi del Québec che, preoccupata, forse, più che da alcuni passaggi del libro dal rilievo mediatico che ha assunto la vicenda, le ha sferrato un duro contrattacco.

«In passato abbiamo recensito sulle nostre pagine i suoi primi due libri – scrive p. René Tessier sul numero di novembre della rivista diocesana Pastorale-Québec –, questa volta abbiamo ritenuto opportuno interpellare diverse personalità della Chiesa esperte delle problematiche affrontare da suor Ross. Tenuto conto della visibilità di cui ha già goduto, abbiamo ritenuto fosse il caso di dare voce ad altre persone anch’esse con una solida esperienza in merito». Seguivano gli interventi di cinque “esperti” tutti concordi nel riconoscere il valore della promozione di una sessualità sana e responsabile – scopo dichiarato del volume – e altrettanto concordi nello stracciare le conclusioni di suor Ross. «Soprattutto nell’ultimo capitolo che invita la Chiesa a evolversi e fare una rivoluzione – scrive p. Mario Côté, rettore del Grande seminario del Québec –, suor Ross fa un discorso quasi populista che moltiplica le affermazioni dal dubbio fondamento». «Ha adottato toni provocatori che hanno fatto discutere», gli fa eco, senza peraltro aver letto il libro, suor Anne-Marie Richard, superiora provinciale delle Servantes du Saint-Coeur de Marie e psicoterapeuta: «Affermare che l’80% di preti, religiosi e religiose non adempie ai propri impegni mi sembra non rifletta la realtà e apra le porte a false interpretazioni e a supposizioni di ogni tipo». «Non mi avventurerei in discussioni su temi che non conosco – è il commento di Hermann Giguère, prelato d’onore, teologo e superiore generale del Seminario del Québec – ma oserei dire che questa signora è una maga del marketing: ha fatto di tutto per far parlare di sé e affinché il suo libro vendesse bene».

Ma suor Ross respinge al mittente ogni addebito con una lettera (4 gennaio) pubblicata sul sito di Pastorale-Québec, in cui replica punto per punto e si lamenta che non le abbiano dato modo di replica. «Non posso che constatare un attacco alla mia persona e dunque un attacco alla mia integrità religiosa e scientifica». «Sono religiosa e sono cattolica e non ho alcuna intenzione di abbandonare la Chiesa. È comprensibile che il disordine sessuale di chi ha la missione di testimoniare il messaggio evangelico (l’amore autentico) sia un fattore inquietante. Provo tanta pena quando sento colleghi del mondo religioso dire che “questo disordine c’è anche nel mondo laico”. Questa risposta non fa che dimostrare la mancanza di trasparenza nell’affrontare realtà sconvolgenti che minacciano la credibilità pastorale».

Quanto alle accuse di confusione circa i termini di questo “discostamento” dagli impegni derivanti dal celibato, suor Ross specifica che consiste in una «varietà di condotte e atteggiamenti sottostimati ma che nuocciono comunque al celibato». Come l’attaccamento eccessivo a una persona o a un luogo di missione, l’autoerotismo, la visione di film porno, flirt, dipendenza da internet e social network e via dicendo.

«Faccio parte di una Chiesa che si dice universale», prosegue. «Spesso mi domando cosa direbbe Gesù visitando gli angoli nascosti delle nostre istituzioni religiose». «Lo scopo dei miei studi in sessuologia era offrire un sostegno alla formazione al celibato che deve essere vissuto in modo sano». «Constato ancora una volta – conclude – una chiusura che impedisce alla Chiesa di crescere». (ingrid colanicchia – adista notizie n. 8 del 2012)

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Io, da spacciatore a sacerdote

Da ragazzo non sono stato uno stinco di santo, anzi. Ho vissuto un’adolescenza spericolata e ho rischiato grosso racconta Don Roberto Dichiera a Ok Salute. Grazie a Dio mi sono salvato: non è un modo di dire. A 12 anni le prime sigarette, per sentirmi grande e per il gusto del proibito. Poi i superalcolici e le canne, a 14 anni erano già un’abitudine. Ero in cerca di sensazioni forti, cercavo la trasgressione e pensavo solo a divertirmi. Non avevo ideali, ambizioni. Dopo le medie ho chiuso con la scuola e mi sono arrangiato con piccoli lavoretti. Aspettavo con ansia il fine settimana per andare in giro a sballarmi. Frequentando i rave-party e le discoteche più eccessive ho iniziato a farmi di altro, gli spinelli non mi bastavano più. Mi sono messo anche a spacciare: ero il punto di riferimento di tanti ragazzi che, come me, cercavano una dose effimera di felicità, lo stordimento, una scarica di emozioni fasulle.

Ho provato di tutto, perfino il popper – Ho usato di tutto, tranne l’eroina: ecstasy, acidi, cocaina, perfino il popper, un solvente che si inala. Mi sentivo forte, padrone del mondo, non avevo paura di finire male o di essere arrestato. In fondo, sapevo di essere diventato dipendente, ma avevo la consapevolezza (sbagliata) di poter controllare il consumo e non avevo nessuna intenzione di smettere. La droga è così, ti avvolge in una spirale da cui è sempre più difficile uscire, e spesso ti annienta. Ogni giorno, più volte al giorno, fumavo spinelli e consumavo regolarmente tutto il resto. Sono stato male diverse volte, in particolare dopo aver assunto cocktail di sostanze abbinate all’alcol. In alcune occasioni ho perso momentaneamente la vista, non riuscivo a distinguere più niente, vedevo solo rosso. Ho avuto allucinazioni tremende, ho vomitato spesso per intossicazione. Una ragazza a cui avevo ceduto degli acidi ha rischiato di morire: si è salvata dopo un ricovero di tre giorni, in ospedale. Me la sono ritrovata per terra, collassata, col volto cianotico. L’ho soccorsa, è vero, ma niente mi scuoteva, rimanevo un incosciente e un menefreghista. Volevo continuare a sentirmi euforico e riempire quel vuoto che mi attanagliava. Durante il servizio di leva le cose non sono migliorate. In quel periodo, era il 1993, il servizio militare era obbligatorio e anche in caserma ho continuato la mia attività, con la complicità dei commilitoni a cui fornivo le sostanze. Riuscivo sempre a farla franca: avevo soffiate prima dei controlli e facevo sparire la roba in discarica per poi recuperarla. Quando bisognava sottoporsi agli esami delle urine scambiavamo i campioni, non sono mai risultato positivo.

La preghiera mi ha fatto cambiare vita – In treno, durante un permesso, ho incontrato Manuela. Volevo coinvolgerla nella mia vita di eccessi, ma è stata lei che ha avuto la meglio e mi ha riportato sulla retta via. Per un po’ ho continuato a drogarmi, e a 21 anni ho anche avuto paura, seriamente. Avvertivo dei brividi fortissimi in testa, come scariche elettriche. Per la prima volta mi sono reso conto che l’uso di sostanze rischiava di bruciarmi il cervello. L’amore di Manuela, la sua fede, hanno lentamente fatto breccia dentro di me. Non mi ero mai innamorato, avevo molte compagne, una marea di rapporti occasionali. Lontanissimo dalla chiesa e dalla preghiera, ho iniziato ad accompagnarla a messa, solo per compiacerla, senza alcun interesse. E dire che bestemmiavo in continuazione e disprezzavo i preti. Nel giro di un anno le cose sono cambiate, ho cominciato a pregare, a riavvicinarmi a Dio. Ho scoperto una forza di volontà che non pensavo di avere e ho smesso di assumere sostanze. A 22 anni la vocazione, leggendo il Vangelo: il calore di un abbraccio paterno e una luce piena d’amore. Ho sperimentato una pienezza di gioia traboccante, di contro al paradiso artificiale prodotto dalla droga, e ho scelto di dedicare la mia vita al Signore, come prete di strada. L’incontro con la Comunità Nuovi Orizzonti è stato l’occasione per mettermi a servizio degli ultimi, di testimoniare la gioia autentica, di coinvolgere i giovani, proponendo loro un modo nuovo di intendere la vita. Lontano dall’autodistruzione, in cerca della vera libertà.

Don Roberto Dichiera
Testimonianza raccolta da Francesca Turi – corriere.it

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Il Vaticano aderisce alla normativa antiriciclaggio internazionale, ma i buoni propositi non bastano

di Francesco Peloso

Il Vaticano aderisce alla normativa antiriciclaggio internazionale, ma i buoni propositi non bastano. Così Consiglio d’Europa e Ue procedono a ispezioni e chiedono nuove leggi al Vaticano, quelle approvate un anno fa sono insufficienti. I Sacri palazzi si adeguano, mettono in soffitta il diritto canonico – carico di gloria ma non più adatto ai tempi – aprono la porta alla globalizzazione e si affidano al Tribunale dello Stato vaticano, guidato da un laico. E poi dicono sì all’Europa.

Forse si sta davvero chiudendo un’epoca: anche il Vaticano, infatti, comincia ad assomigliare a uno Stato di diritto e il diritto canonico, viceversa, sta finendo lentamente in soffitta. Ad accelerare in modo drastico la rivoluzione ancora in corso è stato ‘l’assedio’ stretto dagli organismi internazionali – Ue, Fondo Monetario, Consiglio d’Europa – intorno ai sacri palazzi per ottenere l’adeguamento della Santa Sede agli standard internazionali in materia di contrasto al riciclaggio del denaro.

Il Vaticano ha aderito poco più di un anno fa alle convenzioni internazionali antiriciclaggio, poi, nel corso del 2011, ha subito alcune ispezioni internazionali che hanno comportato nuovi interventi legislativi fino alla riscrittura delle leggi interne sul contrasto al traffico di denaro sporco.

Il gruppo di ispettori Moneyval (l’agenzia del Consiglio d’Europa che valuta le misure antiriciclaggio) ha visitato diversi dicasteri della Santa Sede e lo Ior (la banca vaticana presieduta da Ettore Gotti Tedeschi) a fine novembre, poi, il 19 dicembre scorso, una riunione del Comitato misto Ue-Città del Vaticano, ha stabilito alcune novità importanti. La più significativa riguarda il fatto che la Bce, la Banca centrale europea, guidata da Mario Draghi, potrà sanzionare violazioni all’interno delle mura leonine passando però attraverso il Promotore di Giustizia, cioè il Tribunale dello Stato vaticano. E’ stato lo stesso Promotore, l’avvocato Nicola Picardi, a dare informazioni rilevanti sulla materia aprendo il 14 gennaio l’anno giudiziario vaticano alla presenza del Segretario di Stato Tarcisio Bertone e di una nutrita delegazione italiana nella quale spiccava il ministro per la giustizia Paola Severino. “Sono stati stabiliti – ha sottolineato Picardi – rapporti diretti fra Promotore di giustizia e Bce”.

Il Tribunale dello Stato vaticano, inoltre, eserciterà la giurisdizione in materia di antiriciclaggio su tutti i dicasteri vaticani e sullo stesso Ior. E qui si registra una novità sorprendete, secondo lo stesso Promotore di giustizia: “Siamo in presenza di una estensione – rispetto ad organismi soggetti a legislazione canonica – della giurisdizione di questo tribunale che finisce così per assumere ormai funzioni di autorità giurisdizionale ultrastatuale”. Insomma la globalizzazione entra in Vaticano e costringe una delle più antiche istituzioni del mondo ad adeguarsi alle leggi che regolano i rapporti fra gli Stati e l’economia. In questa stessa direzione va quanto affermato dal “ministro degli Esteri vaticano”, monsignor Dominique Mamberti. Il Vaticano, infatti, ha appena aderito a tre nuove convenzioni internazionali dell’Onu relative al contrasto della criminalità internazionale. Spiegando le ragioni dell’impegno della Santa Sede, monsignor Mamberti precisava fra l’altro come la normativa antiriciclaggio del 2010 fosse stata modificata in questi giorni. In particolare, spiegava, sono stati potenziati gli strumenti di collaborazione con gli Stati e aumentate le sanzioni per chi viola la legge. “Inoltre – affermava Mamberti – queste innovazioni con i nuovi strumenti giuridici offerti dalle tre Convenzioni che mirano a favorire un elevato livello di collaborazione tra i tribunali dello Stato della Città del Vaticano e quelli di altri Stati, rednono la lotta al riciclaggio e la criminalità organizzata transnazionale ancora più determinata”. In base alle ultime novità legislative, anche lo Ior, per esempio, potrà essere sanzionato fino a 2 milioni di euro per eventuali violazioni, e allo stesso tempo potrà ricorrere in appello al tribunale vaticano.

In questo contesto è attesa per la metà del 2012 la discussione nella plenaria del Moneyval sulla relazione che gli ispettori avranno redatto in merito alla situazione in Vaticano. Infine l’unico altro organismo che indaga sui movimenti finanziari in Vaticano, è l’Autorità di informazione finanziaria (Aif), che gode di ampia autonomia ed è affidata al cardinale Attilio Nicora, uomo non legato a Bertone. L’Aif interagisce comunque per statuto con il Promotore di giustizia ma ha anche la possibilità di dialogare con altre istituzioni internazionali. Resta il fatto che quasi tutto il potere legislativo e di controllo finanziario è ora nelle mani degli organismi dello Stato vaticano al cui vertice il Papa ha appena chiamato due ‘bertoniani’: il futuro cardinale Giuseppe Bertello, e il segretario monsignor Giuseppe Sciacca. Quest’ultimo, va ricordato, prende il posto di quel Carlo Maria Viganò spedito a fare il nunzio a Washington che ha denunciato la corruzione in Vaticano proprio in ambito di gestione delle finanze e di appalti.

fonte: www.globalist.it

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Messico. Parroco ucciso da rapinatori nella sua chiesa

Genaro Diaz, un sacerdote di 68 anni, e’ stato picchiato a morte da due malavitosi che, alle prime ore dell’alba di oggi, erano penetrati nella sua parrocchia situata nel quartiere Villas de la Hacienda, alla periferia della capitale.

Lo hanno reso noto fonti della polizia, precisando che il religioso, probabilmente dopo aver sentito dei rumori, si era recato nella chiesa in pigiama e pantofole, sorprendendo i delinquenti che stavano rubando e che lo hanno ucciso, apparentemente con una mazza da baseball.

blizquotidiano

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L’ inchiesta La perdita di appeal della Chiesa fotografata dai dati Istat. Calo del 5,6% in 15 anni

«La messa è finita. Andate in pace». Il sacerdote congeda i fedeli. Ma quelli radunati sotto le volte della basilica medievale di San Paolo, sulla collina che domina Cantù, non riempiono che le prime panche. «Sono sempre meno. La fede non è più quella di un tempo», mormora don Lino Cerutti. E le sue parole immortalano un crollo: quello dell’ affluenza alla messa non solo in Brianza, ormai ex sacrestia della Diocesi ambrosiana, ma in tutta la Lombardia. «Nella società di oggi – incalza il prevosto emerito -, giovani, famiglie e pensionati assediano i nuovi santuari. Quei centri commerciali fioriti ovunque e che non chiudono mai, neanche nel dì di festa». La perdita d’ appeal della Chiesa denunciata dal vecchio curato è confermata dai numeri. Le cifre dell’ Istat fotografano che, dal 1995 al 2010, alla messa domenicale c’ è stata un’ emorragia di circa mezzo milione di fedeli, pari al 5,6% (dal 29,5% al 23,9% degli abitanti). A certificare, invece, la fuga dalle funzioni c’ è l’ aumento dei lombardi che ammette che in chiesa non ci va mai: dal 17,8 al 20,8, con un più 3%. Così come è cresciuta quella di coloro che ci vanno solo qualche volta all’ anno: dal 27,7% al 29,1%. Questi numeri, però, per quanto preoccupanti, non spaventano la Curia di Milano. Da piazza Fontana, don Davide Milani analizza le statistiche e mette in guardia: «Quei dati vanno interpretati. Perché un conto è l’ aritmetica, un altro è la realtà». Spiega: «E’ vero, le chiese sono più vuote rispetto a dieci, venti anni fa; è altrettanto vero però che l’ affluenza alla messa non è uniforme nelle dieci diocesi lombarde». Il portavoce dell’ arcivescovo Angelo Scola snocciola alcuni esempi: «La religiosità di Como non è paragonabile a quella di Mantova, dove soffia il vento della “rossa” Emilia. Ma ci sono differenze nella stessa diocesi ambrosiana: se solo il 10-15% dei milanesi va a messa la domenica, a Lecco si sale al 20-25%, mentre in Valsassina si supera il 60%». Nell’ atlante lombardo della buona pratica religiosa, il territorio che si stende ai piedi del Resegone comanda la classifica della partecipazione alla liturgia. «Qui la fede poggia su una profonda e solida tradizione. In particolare fra gli anziani. Anche la pratica dei sacramenti è costante. E in confessionale si ascoltano nuovi peccati socio-economici: dall’ evasione fiscale all’ accumulo illecito di denaro – spiega monsignor Bruno Molinari, vicario episcopale di Lecco -. Invece, come altrove, gli oratori si stanno svuotando. I ragazzi scappano». «Però quelli che frequentano non lo fanno tanto per abitudine, quanto per una scelta consapevole e motivata», gli fa eco padre Patrizio Garascia, superiore degli Oblati di Rho. «Giriamo per città e paesi predicando le missioni al popolo e tocchiamo con mano questa fuga dei giovani. Una diminuzione che preoccupa sempre più la gerarchia ecclesiale». Meno affluenza alla messa, meno matrimoni all’ altare, meno vocazioni. Il rovescio della medaglia sono più separazioni, più libertà nella morale sessuale, più spirito anticlericale. L’ allarme risuona soprattutto a Mantova. «In quella zona della diocesi che si incunea fra l’ Emilia e il Veneto, ci sono piccole parrocchie in cui meno del 10% degli abitanti va a messa – constata il vescovo Roberto Busti -. E se i giovani oggi mostrano indifferenza, ci sono ancora anziani che non solo non vanno in chiesa, ma al prete non aprono nemmeno la porta di casa». Paolo Marelli – corriere.it

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Come fai a fidarti della benedizione di uno che parte per inginocchiarsi in preghiera, e poi invece finisce su un lettino a prendere il sole

La notizia della settimana, prima ancora dei balzi dello spread, dei blocchi dei Tir e delle grandi manovre dietro al governo, arriva senz’altro dal Giglio. Riguarda ancora il disastro della Costa Concordia, un particolare abbastanza in linea con l’andazzo della tragedia che, non fosse stata appunto una vicenda finita nel dramma, sarebbe una commedia dell’arte dove Schettino-Mister Bean è solo il protagonista principale, ma il cast si annuncerebbe piuttosto ricco.

Càpita appunto che nelle pieghe dei danni e dei naufraghi si è scoperto che ce n’era uno in più. O, meglio, uno che proprio non ci doveva essere, su quella nave. Perche don Massimo Donghi mica doveva stare là, tra cabine, scialuppe e ponti. A Besana Brianza, dove ha la parrocchia, ha detto che se ne andava una settimana in ritiro spirituale. Sette giorni di meditazioni e preghiere.  Poi succede quel patatrac quasi biblico, fanno la conta di chi c’è, chi è intero e chi è ammaccato, e chi ti salta fuori? Ma proprio lui, il reverendo che doveva tuffarsi tra le onde dell’anima, e invece ha scelto quelle vere, del mare. Lo ha tradito, pare, la nipote, che ha raccontato su facebook o roba simile il salvataggio (chissà se ha usato la parola “miracolo”)  di tutta la famiglia – il sacerdote si è imbarcato in compagnia. Non l’hanno presa benissimo, a quanto pare, i parrocchiani del reverendo, che ora vorranno avere delle spiegazioni, delle ottime spiegazioni. Perché, in fondo, come fai a fidarti della benedizione di uno che parte per inginocchiarsi in preghiera, e poi invece finisce su un lettino a prendere il sole, mentre intorno ballano la samba e fanno il trenino?

blog.unita.it

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Aprire ai divorziati risposati? I fedeli premono e Ratzinger riflette. Così su un tema tabù si è aperto il dibattito. Le idee di teologi e vescovi, conservatori e no

Finché Chiesa non vi separi

Aprire ai divorziati risposati? I fedeli premono e Ratzinger riflette. Così su un tema tabù si è aperto il dibattito. Le idee di teologi e vescovi, conservatori e no

Sono tanti i segnali che dicono che Joseph Ratzinger si è scrollato di dosso l’immagine di “panzerkardinal” che gli affibiarono quando era prefetto dell’ex Sant’Uffizio, per la vulgata un uomo di curia conservatore e tanto potente da essere in grado di frenare le spinte di riforma messe in campo da Karol Wojtyla. Le cose non sono mai state esattamente così. L’ultimo segnale in ordine di tempo è un articolo uscito il 30 novembre scorso sull’Osservatore Romano. Evidentemente non senza il suo consenso, il giornale vaticano ha rilanciato un testo dell’attuale Pontefice datato 1998, arricchito da una nota che riporta le parole da lui dette al clero della diocesi di Aosta nel luglio 2005. In quel testo, pur ribadendo la giustezza del divieto di concedere l’eucaristia ai divorziati risposati, apre un varco nuovo in merito, anche perché – sono parole di quel discorso – il problema, pur “difficile”, “deve essere approfondito”. Il varco che Benedetto XVI intravede si possa aprire è declinato in due punti, che il vaticanista Sandro Magister sintetizza così: “Il possibile ampliamento dei riconoscimenti di nullità di quei matrimoni che sono stati celebrati ‘senza fede’ da almeno uno dei coniugi; il possibile ricorso a una decisione ‘in foro interno’ di accedere alla comunione, da parte di un cattolico divorziato e risposato, qualora il mancato riconoscimento di nullità del suo precedente matrimonio contrasti con la sua ferma convinzione di coscienza che quel matrimonio era oggettivamente nullo”. Un’apertura, quest’ultima, che sembra contraddire il testo firmato da Ratzinger il 14 settembre 1994 nel quale si dice esplicitamente che senza la nullità del primo matrimonio contratto, l’eucaristia non può essere data: la chiesa “afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla comunione eucaristica”.

L’argomento è delicato. Nei giorni scorsi, secondo quanto ha riportato sulla prestigiosa rivista cattolica nordamericana U.S. Catholic Paul Zulehner, teologo austriaco docente di Teologia pastorale all’Università di Vienna e amico del cardinale Christoph Schönborn, i vescovi del suo paese dopo essersi riuniti “a porte chiuse” hanno inviato a Roma un documento che chiede una nuova pastorale per i divorziati risposati, norme più elastiche circa l’ammissione all’eucaristia. I vescovi austriaci, infatti, come e probabilmente di più che in Italia, devono continuamente fare i conti con fedeli che partecipano attivamente alla vita delle parrocchie, spesso occupano i primi posti nei consigli pastorali, ma soffrono il divieto eucaristico. “I consigli pastorali delle parrocchie sono pieni di laici separati divorziati che spingono per accedere all’eucaristia” dice Zulehner.

Al Foglio è padre Gianfranco Grieco, capo ufficio del Pontificio consiglio per la famiglia e direttore della rivista del medesimo dicastero, a lanciare un allarme che non è usuale sentire provenire da dentro le mura vaticane: “C’è molta preoccupazione. Ogni mese arrivano a Roma i vescovi delle diverse diocesi del mondo per le rispettive visite ad limina. Passano da Benedetto XVI e poi fanno le ‘stazioni’ nei vari ‘ministeri’ della Santa Sede. Quando arrivano da noi si dicono preoccupati per i tantissimi fedeli che, divorziati, si sono poi risposati, e che chiedono loro nuove risposte in merito al divieto del ricevimento dell’eucaristia. Soffrono e si sentono emarginati, anche perché molti di loro il divorzio l’hanno di fatto subìto. Dicono ai vescovi di vivere perennemente in attesa di un qualche cambiamento che però non arriva mai”. Il Papa ha in animo davvero di cambiare le regole? “A questa domanda non so rispondere. So però che fu lui ad Aosta a parlare di ‘grande sofferenza’. Disse che quando era prefetto della Dottrina della fede aveva invitato diverse conferenze episcopali e specialisti a studiare il problema. Disse che in merito alla nullità del matrimonio celebrato senza fede era possibilista ma che poi ‘dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito’”.

La richiesta di rivedere il divieto oggi non è, come in molti pensano, a esclusivo appannaggio dei cosiddetti “cattolici del dissenso”, le anime insomma più liberal della chiesa. E’ vero, soprattutto nei paesi nordeuropei, dove forte è la presenza del protestantesimo, sono i movimenti legati ai gruppi Noi siamo chiesa a inserire nella propria piattaforma di riforme anche la questione dei divorziati risposati. Ma, oggi, sono anche alcuni settori “ortodossi” della comunione cattolica a chiedere ripensamenti almeno a livello teologico. Perché, dicono, “i varchi ci sono, basta aprirli”.

Sotto il pontificato di Benedeto XVI il dibattito è stato serrato, per molti più serrato di quanto non avvenne nei difficili anni del post Concilio e poi negli anni wojtyliani. Dopo le parole del Papa al clero aostano, ad esempio, è stata la facoltà telogica di Milano a mettere per iscritto una sua proposta. Su Teologia, la rivista della facoltà, Alberto Bonandi ha proposto una nuova “via” per ammettere alla comunione, a determinate condizioni, i cattolici divorziati risposati. Prete della diocesi di Mantova, docente di Morale fondamentale e teologo di rango, Bonandi, sostiene che è possibile presupporre sia la permanente validità del precedente matrimonio, sia la continuità piena della seconda convivenza, inclusi i rapporti sessuali. Ancora oggi, infatti, può accedere alla comunione soltanto chi, pur continuando a convivere con una persona diversa da quella validamente sposata, rinuncia ai rapporti sessuali. Secondo Bonandi il punto debole dell’attuale normativa risiede proprio qui, laddove essa impone, per l’ammissione alla comunione, la rinuncia ai rapporti sessuali tra i due conviventi, pur consentendo tra essi la coabitazione, il rapporto affettivo, il mutuo sostegno, la cura dei figli.

Con questo, ha detto Bonandi, “sembra che la dottrina cattolica finisca per riconoscere la liceità, in una seconda relazione, di molti aspetti che caratterizzano il matrimonio, esclusi solo i rapporti sessuali”. Ma ciò sembra contraddire l’insegnamento della chiesa sull’unità dei “fini” del matrimonio, quello unitivo e quello procreativo: “Il primo dei quali sarebbe lecito e anzi doveroso da perseguire anche nella convivenza dopo un matrimonio fallito, mentre l’altro no”. “Coerenza vorrebbe” invece “che si dichiarasse illecita la seconda relazione di coppia nella sua concreta totalità di affetto, coabitazione, relazioni sessuali, generazione ed educazione dei figli, e dunque che il semplice status di conviventi comunque impedisse, finché dura, l’accesso ai sacramenti. Oppure che si cercasse un’altra via…”.

La proposta Bonandi ha creato dibattito non solo a Roma ma anche nella stessa prestigiosa facoltà teologica lombarda. Tanto che, qualche tempo dopo, è stata ancora Teologia a tornare sul tema, correggendo però di molto il tiro. Il teologo morale Marco Doldi, sacerdote di Genova e preside della locale sezione della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, ha sostanzialmente corretto Bonandi dicendo che i divorziati risposati possono accedere alla comunione a patto che rinuncino ai rapporti sessuali: “E’ importante che teologi e pastori d’anime aiutino a capire come la disciplina penitenziale che richiede la sospensione dei rapporti sessuali, se accettata, è ricca di conseguenze positive anche sulla vita della chiesa… Aiuta tutti i fedeli ad avere un profondo rispetto per il sacramento dell’altare… E aiuta chi si sta preparando al matrimonio a vedere con più profondità la serietà dell’impegno matrimoniale e a cogliere il valore dell’indissolubilità”.

Qualche mese dopo, fu invece il Vaticano a lanciare un segnale inequivocabile. Nel 2009, la Commissione teologica internazionale che affianca la Congregazione per la dottrina della fede rinnovò la propria squadra per volontà del Papa. Tra le new entry ci fu proprio Doldi: “La sua nomina conferma che la dottrina della chiesa sulla comunione ai cattolici divorziati e risposati non cambia, a dispetto della richiesta del cardinale Carlo Maria Martini di ridiscutere la questione e di dedicare a essa addirittura un nuovo Concilio” ha scritto Magister.

Benedetto XVI non ha parlato soltanto al clero di Aosta. Più volte ha tenuto discorsi al Tribunale della Rota romana. Qui ha chiesto di approfondire il caso del matrimonio celebrato senza fede ma insieme ha ribadito con forza la necessità di far sì che chi accede al sacramento del matrimonio lo faccia con piena coscienza di quanto si va a celebrare. Anche perché, dice al Foglio don Paolo Gentili, direttore dell’ufficio per la famiglia della Conferenza episcopale italiana, “se indeboliamo la verità del sacramento del matrimonio cosa ci rimane?”. Don Paolo lavora sul campo. Recentemente ha seguito un gruppo di più di 150 separati, alcuni risposati. “Molti di loro” dice “conoscono meglio di chi vive il matrimonio il valore dell’eucaristia”. E spesso accettano “con convinzione il divieto di accedervi”. Certo, “per molti il divieto è occasione di sofferenza. Ma il Papa è stato chiaro. Ha detto che sposarsi in chiesa è un diritto solo se si crede nella ‘verità’ del matrimonio, ossia di un atto per la realizzazione del ‘bene integrale, umano e cristiano, dei coniugi e dei loro futuri figli, volto in definitiva alla santità della loro vita’. Discende da qui l’importanza della preparazione al matrimonio cristiano, anche per evitarne, successivamente, la nullità. Ciò a cui è giusto puntare è la celebrazione di matrimoni validi, che più matrimoni possibili vengano celebrati con piena coscienza”.

Nel 1993 furono tre vescovi tedeschi, Karl Lehmann, Walter Kasper e Oskar Saier, a dirsi favorevoli alla possibilità di ammettere i divorziati risposati all’eucaristia se essi, dopo un incontro con un prete, avessero ritenuto in coscienza di esservi autorizzati. Una possibilità che, nonostante si avvicini a quanto Ratzinger ha sostenuto nel 1998, solleva ancora oggi parecchi dubbi. La via proposta da Lehmann, Kasper e Saier venne sostanzialmente ripresa il 3 febbraio scorso quando un importante quotidiano tedesco, la Süddeutsche Zeitung, pubblicò un memorandum firmato da 143 teologi di lingua tedesca sotto il titolo “Chiesa 2011: una partenza necessaria”.

Tra le varie richieste di riforma c’era anche quella relativa al divieto di ricevere la comunione da parte di divorziati risposati. In Vaticano è stata annotata, soprattutto dai settori più conservatori della curia, la risposta puntuale scritta sul giornale cattolico tedesco dal professor Manfred Hauke, docente di Dogmatica nella facoltà teologica di Lugano. Hauke entra come un panzer sul tema della coscienza dicendo che la “libertà di coscienza” così come la intendono coloro che chiedono riforme, “separa evidentemente la coscienza del soggetto dalla verità oggettiva a cui la coscienza deve orientarsi. Non ha senso applicare la libertà di coscienza per approvare, ad esempio, delle coppie omosessuali e l’adulterio. Newman parlerebbe qui di un preteso ‘diritto alla caparbietà’ (vedi ‘Lettera al duca di Norfolk’)”. Secondo Hauke nel voler rivedere la dottrina sui divorziati risposati “non si vede solamente l’influsso di una più profonda conoscenza teologica, bensì una perdita di fede e di morale. Gli elementi fondamentali della dottrina apostolica vengono sacrificati a un pensiero che vuol essere aggiornato alla situazione attuale”.

Da che parte sta il Papa? La risposta non è facile come sembra. Quando i teologi tedeschi firmarono il memorandum sostennero ad esempio che sul celibato sacerdotale Ratzinger era d’accordo con loro perché nel 1970 aveva firmato un testo analogo. In realtà l’Osservatore ha chiarito nei mesi scorsi che Ratzinger lavorò sì alla stesura del testo ma quando poi questi venne reso pubblico il suo nome non apparve tra gli estensori.

Il dibattito in Germania è tornato a infiammarsi poche settimane fa, quando Benedetto XVI per la terza volta è tornato a far visita al suo paese natale. Sul settimanale Focus è stato monsignor Wilhelm Imkamp, consultore della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, a criticare duramente quei settori della chiesa tedesca che hanno palesemente appoggiato la richiesta di riforma avanzata dal presidente tedesco Christian Wulff. Nel discorso tenuto a Berlino davanti al Papa, Wulff ha espresso la speranza che la chiesa cattolica faccia un passo in direzione dei divorziati: “Milioni di persone che vivono in matrimoni interconfessionali e i milioni di cattolici risposati, ma anche molti altri gruppi aspettano un messaggio di liberazione”. “Se il cristiano cattolico Wulff usa il suo incarico politico e le possibilità che questo gli apre per discutere dei suoi problemi personali con e nella chiesa si può parlare senz’altro di un certo sconfinamento”, ha detto Imkamp. Il quale ha poi lamentato la presenza nella chiesa tedesca di “troppi teologi brontoloni di professione, che nel complesso diffondono troppo poca gioia della fede” e ha ricordato che, se la chiesa tedesca non resterà fedele al Vaticano, rischierà di trasformarsi in un “agente patogeno con un forte potenziale di contagio per la chiesa universale”.

Al di là delle reprimende, poche settimane prima della partenza del Papa per la Germania, è stata la rivista cattolica progressista francese Témoignage chrétien a spiegare in un lungo reportage che “non solo molti cattolici, ma anche molti vescovi (almeno in privato) dicono di essere a disagio relativamente alla posizione della chiesa cattolica riguardante le coppie di divorziati risposati”.
“Non c’è da stupirsi” spiega la rivista. “Anche se soffocate e represse per un certo periodo, le vere questioni tornano a galla.

Tanto più che il numero dei divorzi è aumentato: in Francia c’è il 50 per cento di divorzi rispetto ai matrimoni. I divorziati risposati sono sempre più numerosi nelle assemblee liturgiche e tra i responsabili ecclesiali. Molti preti non si ritengono autorizzati, in coscienza, a dire a proposito della comunione eucaristica: ‘Venite a tavola… ma non mangiate’. Non si tratta di banalizzare una situazione che comprende il suo peso di ferite e sofferenze, né di considerare tutto in funzione di quella realtà. Sono persone diverse, per la loro origine e la loro storia, ma anche per la prova coniugale che hanno dovuto vivere e che le segna, come nei casi di abbandono da parte del marito o della moglie. Spesso, il secondo matrimonio dà una stabilità e una maturazione che permettono di costruire un nuovo progetto nella fiducia. Nelle sue prescrizioni, la chiesa non tiene conto di questa diversità”.

Fu nel 1980 che il sinodo dei vescovi sulla famiglia chiese, con 179 voti contro 20, “che ci si dedicasse a una nuova ricerca in merito, tenendo conto anche delle chiese d’oriente, in modo da mettere meglio in evidenza la misericordia pastorale”. Questa richiesta, spiega Témoignage chrétien, “non ha prodotto alcun risultato” Nel 1992, in un documento intitolato “Les divorcés remariés”, la Commissione della famiglia dell’episcopato francese propose: “Quando i divorziati risposati desiderano sinceramente avanzare sul cammino della santità, ma non possono accettare l’idea di separarsi, specialmente a causa dei figli, la chiesa non potrebbe, senza imporre loro di vivere nella continenza, dare loro l’assoluzione e ammetterli alla comunione eucaristica? Non potrebbe, almeno, riconoscere loro il diritto di decidere in coscienza quello che devono fare? E ancora: accogliere, dar prova di misericordia, invitare al discernimento, situare questa difficoltà nella sua dimensione ecclesiale: non sarebbe più evangelico che sfoderare proibizioni?”. Il Papa ci sta pensando. Anche se per ora, il nuovo varco, è aperto soltanto sulla carta, non ancora insomma de facto.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Paolo Rodari

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