Le dinamiche che l’attuale crisi può innescare sono imprevedibili e ingestibili. Sono «i contesti in cui nascono i fascismi, ma sono anche quelli in cui nascono le rivoluzioni d’ottobre»

Si può risolvere la crisi dell’euro a base di lacrime e sangue, come prescrivono la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario Internazionale? Le politiche di austerità seguite in Italia dal governo Monti serviranno almeno a qualcosa? E perché a versare lacrime e sangue devono essere sempre i lavoratori e le fasce più povere? È su tali questioni che abbiamo interrogato Antonio Tricarico, coordinatore della Campagna per la riforma della Banca Mondiale (Crbm), uno dei promotori della Campagna per il congelamento del debito, l’iniziativa diretta ad ottenere un’immediata sospensione del pagamento del debito italiano, accompagnata dalla creazione di un’autorevole commissione d’indagine popolare (audit) per accertarne la legittimità e definire un piano di uscita «ponderato e partecipato», oltre che da «una riforma delle entrate e delle uscite pubbliche improntata a criteri di fiscalità progressiva, eliminazione degli sprechi, salvaguardia della spesa sociale, recupero di investimenti per la difesa dei beni comuni e riconversione socio-ambientale della produzione» (v. Adista n. 77/11).

Il quadro tracciato da Tricarico è senza dubbio drammatico: con la «pesantissima deindustrializzazione» subita, un’agricoltura in difficoltà e il settore dei servizi in mano ad avventurieri, l’Italia, spiega il coordinatore della Crbm, non è in grado di «compensare gli impatti delle misure di austerità e reinvertire l’attuale ciclo economico». Nessuno, infatti, è disposto, in Italia (e non solo), a investire nell’economia reale: chi ha i capitali li ha già spostati all’estero e le banche sono ben più interessate ai profitti garantiti dall’economia finanziaria. Cosa fare, dunque? Per Tricarico non ci sono dubbi: reintrodurre il controllo dei capitali e procedere alla nazionalizzazione delle banche. E se la prima misura, oggetto di un’opposizione ideologica radicale, si scontra con lo stesso Trattato istitutivo dell’Unione Europea, nulla impedirebbe in realtà di realizzare la seconda, la creazione, cioè, di vere banche pubbliche, «banche che seguano non una logica di mercato, ma una logica di trasformazione dell’economia fuori dal mercato, per produrre cambiamento nel ciclo economico».

Convinto dell’ineluttabilità, «prima o poi», di una ristrutturazione del debito italiano, Tricarico invita inoltre ad avviare una seria discussione politica su come tale ristrutturazione possa avvenire, scongiurando il pericolo che ad avvantaggiarsene siano proprio «quelli che i soldi ce l’hanno». Da qui l’idea di un audit popolare sul debito pubblico, utile «ad aggregare le forze interessate ad opporsi alle politiche di austerità, fino ad acquisire forza sufficiente per porre la questione nell’agenda politica», contrastando il disegno di potere che si cela dietro lo stesso governo Monti: quello di «privatizzare sistematicamente tutti gli enti pubblici locali, fino ad arrivare, ma se ne parlerà fra 7-8 anni, alla privatizzazione dell’Inps». Una strategia che il governo non si preoccupa neppure di nascondere, varando un decreto sulle liberalizzazioni da cui solo grazie alla mobilitazione in difesa del voto referendario dello scorso giugno è rimasto fuori il provvedimento che vietava la gestione del servizio idrico attraverso enti di diritto pubblico. Un decreto, comunque, sottolinea il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, che «peggiora le già pessime misure del precedente governo sulla privatizzazione degli altri servizi pubblici locali».

Viviamo tempi unici, sostiene Tricarico: le dinamiche che l’attuale crisi può innescare sono imprevedibili e ingestibili. Sono «i contesti in cui nascono i fascismi, ma sono anche quelli in cui nascono le rivoluzioni d’ottobre». Per questo, conclude, è indispensabile preparare il terreno, «per disporre di forze sufficienti qualora avvengano cortocircuiti improvvisi, qualora la situazione diventi drammatica e la gente non trovi più i soldi al bancomat».

di Claudia Fanti – adistadocumenti n. 9 del 2012

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Infiltrazioni camorristiche nelle feste patronali: la statua del patrono si inchina al boss

Ormai è una tradizione: la processione di san Catello, patrono di Castellammare di Stabia, si ferma sotto la casa del boss della camorra stabiese agli arresti domiciliari – il 78enne Renato Raffone – che si affaccia, omaggia la statua del santo lanciando un bacio dal balcone, dopodiché il corteo riparte. Era accaduto lo scorso anno ed è accaduto anche quest’anno, lo scorso 19 gennaio, nonostante il sindaco di Castellammare, l’ex magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Napoli Luigi Bobbio (Pdl), da mesi chiedesse di vigilare sulla processione.

La Curia di Castellammare-Sorrento prima nega: la processione «si è svolta secondo le indicazioni concordate con le competenti autorità cittadine e di pubblica sicurezza» e non si è fermata sotto la casa di un anziano boss come era avvenuto in passato. Poi però, quando iniziano a circolare le foto e un video che riprende la scena del capo camorra affacciato al balcone e del sindaco che si sfila la fascia tricolore e abbandona la processione insieme al gonfalone del Comune, fa retromarcia e ammette tutto, scaricando però la colpa sui portantini, che avrebbero fatto di testa loro: si è trattato di «una sosta arbitraria dei portatori della statua», fa sapere in un comunicato l’arcivescovo mons. Felice Cece. «La Chiesa sorrentino-stabiese è la prima a voler far chiarezza su quanto è accaduto» e condanna «quelli che si illudono di onorare Dio disonorando l’uomo, che ostentano devozione ai santi, visti non come modelli da imitare, ma come protettori dei loro malaffari e, magari, delle loro imprese criminali». Tuttavia non perde occasione per stigmatizzare il comportamento del sindaco: «Per il bene della città occorre che si crei un vero clima di armonia e di collaborazione tra le istituzioni, nel rispetto della reciproca autonomia. Perciò, addolora che ancora una volta, nonostante l’incontro chiarificatore dei giorni scorsi, il sindaco abbia abbandonato la processione, senza avvertire di quello che stava succedendo e convocato contestualmente una conferenza stampa. Di qui l’auspicio che in futuro si possa serenamente discutere dei problemi nelle sedi appropriate».

Bobbio da ottobre chiedeva alle forze dell’ordine e alla Curia di vigilare per evitare commistioni, seguendo anche l’indicazione del prefetto di Napoli che aveva invitato i sindaci a «riservare particolare attenzione alla prevenzione di rischi di infiltrazione da parte della criminalità organizzata»: «Al fine di impedire il ripetersi dei noti accadimenti delle ultime edizioni della processione quando, inopinatamente, la statua del santo patrono fu fatta fermare in prossimità dell’abitazione di un noto pregiudicato, sarebbe opportuno concordare con esattezza, anche alla presenza delle autorità religiose cittadine, il percorso da seguire, oltre agli eventuali rallentamenti e soste che la statua deve effettuare», aveva scritto il sindaco al vescovo. Il quale, però, aveva risposto con irritazione: «La comunità ecclesiale di Sorrento-Castellammare di Stabia esprime stupore e dolore nel constatare che, dopo i molteplici, infondati e offensivi interventi sulla stampa locale e nazionale dei mesi scorsi in merito alla processione del santo patrono della città di Castellammare, ancora una volta, il sindaco Bobbio nell’approssimarsi della processione di gennaio di san Catello ha dato inizio ad un’ulteriore  infondata  polemica».

Alla luce dei fatti del 19 gennaio sembra proprio che avesse ragione il sindaco, il quale, già da magistrato, si era interessato alle infiltrazioni camorristiche nelle feste patronali, utilizzate come occasioni privilegiate per riaffermare la propria egemonia sul territorio. Una questione non nuova, che interessa anche altre regioni meridionali, come la Calabria – dove recentemente è intervenuto il vescovo di Locri mons. Giuseppe Fiorini Morosini sulla festa di san Rocco di Gioiosa Jonica (v. Adista n. 65/11) – e la Sicilia, dove il prossimo 5 febbraio, a Catania, si svolgerà la festa e la processione di sant’Agata, patrona della città, in passato al centro di un’inchiesta giudiziaria (v. Adista n. 23/08) che mise in evidenza il controllo totale delle cosche sulla festa. (luca kocci – adista notizie n. 8 del 2012 )

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Celibato preti: una chiusura che impedisce alla Chiesa di crescere

CASTITÀ E “RELAZIONI PERICOLOSE” IN CONVENTO.
IN CANADA UN LIBRO FA SCANDALO

36520. MONTRÉAL-ADISTA. Falsità, toni provocatori, discorsi populisti. Sono solo alcune delle accuse piovute su suor Marie-Paul Ross, della congregazione delle Missionarie dell’Immacolata Concezione, rea di aver dato alle stampe un volume – Je voudrais vous parler d’amour… et de sexe (per l’editrice canadese Michel Lafon, 2011) – in cui, tra le molte altre cose, afferma che circa l’80% di preti, religiosi e religiose si discostano nel corso della loro vita dagli impegni derivanti, in materia di sessualità, dal loro status.

Le conclusioni che la sessuologa – fondatrice dell’Iidi (Institut International de Développement Intégral) in Québec e inventrice del Migs (Modèle d’Intervention Globale en Sexologie), una forma di terapia integrale –, ha tratto da ricerche effettuate a livello internazionale e sotto la supervisione di un comitato scientifico non sono piaciute alla diocesi del Québec che, preoccupata, forse, più che da alcuni passaggi del libro dal rilievo mediatico che ha assunto la vicenda, le ha sferrato un duro contrattacco.

«In passato abbiamo recensito sulle nostre pagine i suoi primi due libri – scrive p. René Tessier sul numero di novembre della rivista diocesana Pastorale-Québec –, questa volta abbiamo ritenuto opportuno interpellare diverse personalità della Chiesa esperte delle problematiche affrontare da suor Ross. Tenuto conto della visibilità di cui ha già goduto, abbiamo ritenuto fosse il caso di dare voce ad altre persone anch’esse con una solida esperienza in merito». Seguivano gli interventi di cinque “esperti” tutti concordi nel riconoscere il valore della promozione di una sessualità sana e responsabile – scopo dichiarato del volume – e altrettanto concordi nello stracciare le conclusioni di suor Ross. «Soprattutto nell’ultimo capitolo che invita la Chiesa a evolversi e fare una rivoluzione – scrive p. Mario Côté, rettore del Grande seminario del Québec –, suor Ross fa un discorso quasi populista che moltiplica le affermazioni dal dubbio fondamento». «Ha adottato toni provocatori che hanno fatto discutere», gli fa eco, senza peraltro aver letto il libro, suor Anne-Marie Richard, superiora provinciale delle Servantes du Saint-Coeur de Marie e psicoterapeuta: «Affermare che l’80% di preti, religiosi e religiose non adempie ai propri impegni mi sembra non rifletta la realtà e apra le porte a false interpretazioni e a supposizioni di ogni tipo». «Non mi avventurerei in discussioni su temi che non conosco – è il commento di Hermann Giguère, prelato d’onore, teologo e superiore generale del Seminario del Québec – ma oserei dire che questa signora è una maga del marketing: ha fatto di tutto per far parlare di sé e affinché il suo libro vendesse bene».

Ma suor Ross respinge al mittente ogni addebito con una lettera (4 gennaio) pubblicata sul sito di Pastorale-Québec, in cui replica punto per punto e si lamenta che non le abbiano dato modo di replica. «Non posso che constatare un attacco alla mia persona e dunque un attacco alla mia integrità religiosa e scientifica». «Sono religiosa e sono cattolica e non ho alcuna intenzione di abbandonare la Chiesa. È comprensibile che il disordine sessuale di chi ha la missione di testimoniare il messaggio evangelico (l’amore autentico) sia un fattore inquietante. Provo tanta pena quando sento colleghi del mondo religioso dire che “questo disordine c’è anche nel mondo laico”. Questa risposta non fa che dimostrare la mancanza di trasparenza nell’affrontare realtà sconvolgenti che minacciano la credibilità pastorale».

Quanto alle accuse di confusione circa i termini di questo “discostamento” dagli impegni derivanti dal celibato, suor Ross specifica che consiste in una «varietà di condotte e atteggiamenti sottostimati ma che nuocciono comunque al celibato». Come l’attaccamento eccessivo a una persona o a un luogo di missione, l’autoerotismo, la visione di film porno, flirt, dipendenza da internet e social network e via dicendo.

«Faccio parte di una Chiesa che si dice universale», prosegue. «Spesso mi domando cosa direbbe Gesù visitando gli angoli nascosti delle nostre istituzioni religiose». «Lo scopo dei miei studi in sessuologia era offrire un sostegno alla formazione al celibato che deve essere vissuto in modo sano». «Constato ancora una volta – conclude – una chiusura che impedisce alla Chiesa di crescere». (ingrid colanicchia – adista notizie n. 8 del 2012)

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Io, da spacciatore a sacerdote

Da ragazzo non sono stato uno stinco di santo, anzi. Ho vissuto un’adolescenza spericolata e ho rischiato grosso racconta Don Roberto Dichiera a Ok Salute. Grazie a Dio mi sono salvato: non è un modo di dire. A 12 anni le prime sigarette, per sentirmi grande e per il gusto del proibito. Poi i superalcolici e le canne, a 14 anni erano già un’abitudine. Ero in cerca di sensazioni forti, cercavo la trasgressione e pensavo solo a divertirmi. Non avevo ideali, ambizioni. Dopo le medie ho chiuso con la scuola e mi sono arrangiato con piccoli lavoretti. Aspettavo con ansia il fine settimana per andare in giro a sballarmi. Frequentando i rave-party e le discoteche più eccessive ho iniziato a farmi di altro, gli spinelli non mi bastavano più. Mi sono messo anche a spacciare: ero il punto di riferimento di tanti ragazzi che, come me, cercavano una dose effimera di felicità, lo stordimento, una scarica di emozioni fasulle.

Ho provato di tutto, perfino il popper – Ho usato di tutto, tranne l’eroina: ecstasy, acidi, cocaina, perfino il popper, un solvente che si inala. Mi sentivo forte, padrone del mondo, non avevo paura di finire male o di essere arrestato. In fondo, sapevo di essere diventato dipendente, ma avevo la consapevolezza (sbagliata) di poter controllare il consumo e non avevo nessuna intenzione di smettere. La droga è così, ti avvolge in una spirale da cui è sempre più difficile uscire, e spesso ti annienta. Ogni giorno, più volte al giorno, fumavo spinelli e consumavo regolarmente tutto il resto. Sono stato male diverse volte, in particolare dopo aver assunto cocktail di sostanze abbinate all’alcol. In alcune occasioni ho perso momentaneamente la vista, non riuscivo a distinguere più niente, vedevo solo rosso. Ho avuto allucinazioni tremende, ho vomitato spesso per intossicazione. Una ragazza a cui avevo ceduto degli acidi ha rischiato di morire: si è salvata dopo un ricovero di tre giorni, in ospedale. Me la sono ritrovata per terra, collassata, col volto cianotico. L’ho soccorsa, è vero, ma niente mi scuoteva, rimanevo un incosciente e un menefreghista. Volevo continuare a sentirmi euforico e riempire quel vuoto che mi attanagliava. Durante il servizio di leva le cose non sono migliorate. In quel periodo, era il 1993, il servizio militare era obbligatorio e anche in caserma ho continuato la mia attività, con la complicità dei commilitoni a cui fornivo le sostanze. Riuscivo sempre a farla franca: avevo soffiate prima dei controlli e facevo sparire la roba in discarica per poi recuperarla. Quando bisognava sottoporsi agli esami delle urine scambiavamo i campioni, non sono mai risultato positivo.

La preghiera mi ha fatto cambiare vita – In treno, durante un permesso, ho incontrato Manuela. Volevo coinvolgerla nella mia vita di eccessi, ma è stata lei che ha avuto la meglio e mi ha riportato sulla retta via. Per un po’ ho continuato a drogarmi, e a 21 anni ho anche avuto paura, seriamente. Avvertivo dei brividi fortissimi in testa, come scariche elettriche. Per la prima volta mi sono reso conto che l’uso di sostanze rischiava di bruciarmi il cervello. L’amore di Manuela, la sua fede, hanno lentamente fatto breccia dentro di me. Non mi ero mai innamorato, avevo molte compagne, una marea di rapporti occasionali. Lontanissimo dalla chiesa e dalla preghiera, ho iniziato ad accompagnarla a messa, solo per compiacerla, senza alcun interesse. E dire che bestemmiavo in continuazione e disprezzavo i preti. Nel giro di un anno le cose sono cambiate, ho cominciato a pregare, a riavvicinarmi a Dio. Ho scoperto una forza di volontà che non pensavo di avere e ho smesso di assumere sostanze. A 22 anni la vocazione, leggendo il Vangelo: il calore di un abbraccio paterno e una luce piena d’amore. Ho sperimentato una pienezza di gioia traboccante, di contro al paradiso artificiale prodotto dalla droga, e ho scelto di dedicare la mia vita al Signore, come prete di strada. L’incontro con la Comunità Nuovi Orizzonti è stato l’occasione per mettermi a servizio degli ultimi, di testimoniare la gioia autentica, di coinvolgere i giovani, proponendo loro un modo nuovo di intendere la vita. Lontano dall’autodistruzione, in cerca della vera libertà.

Don Roberto Dichiera
Testimonianza raccolta da Francesca Turi – corriere.it

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Il Vaticano aderisce alla normativa antiriciclaggio internazionale, ma i buoni propositi non bastano

di Francesco Peloso

Il Vaticano aderisce alla normativa antiriciclaggio internazionale, ma i buoni propositi non bastano. Così Consiglio d’Europa e Ue procedono a ispezioni e chiedono nuove leggi al Vaticano, quelle approvate un anno fa sono insufficienti. I Sacri palazzi si adeguano, mettono in soffitta il diritto canonico – carico di gloria ma non più adatto ai tempi – aprono la porta alla globalizzazione e si affidano al Tribunale dello Stato vaticano, guidato da un laico. E poi dicono sì all’Europa.

Forse si sta davvero chiudendo un’epoca: anche il Vaticano, infatti, comincia ad assomigliare a uno Stato di diritto e il diritto canonico, viceversa, sta finendo lentamente in soffitta. Ad accelerare in modo drastico la rivoluzione ancora in corso è stato ‘l’assedio’ stretto dagli organismi internazionali – Ue, Fondo Monetario, Consiglio d’Europa – intorno ai sacri palazzi per ottenere l’adeguamento della Santa Sede agli standard internazionali in materia di contrasto al riciclaggio del denaro.

Il Vaticano ha aderito poco più di un anno fa alle convenzioni internazionali antiriciclaggio, poi, nel corso del 2011, ha subito alcune ispezioni internazionali che hanno comportato nuovi interventi legislativi fino alla riscrittura delle leggi interne sul contrasto al traffico di denaro sporco.

Il gruppo di ispettori Moneyval (l’agenzia del Consiglio d’Europa che valuta le misure antiriciclaggio) ha visitato diversi dicasteri della Santa Sede e lo Ior (la banca vaticana presieduta da Ettore Gotti Tedeschi) a fine novembre, poi, il 19 dicembre scorso, una riunione del Comitato misto Ue-Città del Vaticano, ha stabilito alcune novità importanti. La più significativa riguarda il fatto che la Bce, la Banca centrale europea, guidata da Mario Draghi, potrà sanzionare violazioni all’interno delle mura leonine passando però attraverso il Promotore di Giustizia, cioè il Tribunale dello Stato vaticano. E’ stato lo stesso Promotore, l’avvocato Nicola Picardi, a dare informazioni rilevanti sulla materia aprendo il 14 gennaio l’anno giudiziario vaticano alla presenza del Segretario di Stato Tarcisio Bertone e di una nutrita delegazione italiana nella quale spiccava il ministro per la giustizia Paola Severino. “Sono stati stabiliti – ha sottolineato Picardi – rapporti diretti fra Promotore di giustizia e Bce”.

Il Tribunale dello Stato vaticano, inoltre, eserciterà la giurisdizione in materia di antiriciclaggio su tutti i dicasteri vaticani e sullo stesso Ior. E qui si registra una novità sorprendete, secondo lo stesso Promotore di giustizia: “Siamo in presenza di una estensione – rispetto ad organismi soggetti a legislazione canonica – della giurisdizione di questo tribunale che finisce così per assumere ormai funzioni di autorità giurisdizionale ultrastatuale”. Insomma la globalizzazione entra in Vaticano e costringe una delle più antiche istituzioni del mondo ad adeguarsi alle leggi che regolano i rapporti fra gli Stati e l’economia. In questa stessa direzione va quanto affermato dal “ministro degli Esteri vaticano”, monsignor Dominique Mamberti. Il Vaticano, infatti, ha appena aderito a tre nuove convenzioni internazionali dell’Onu relative al contrasto della criminalità internazionale. Spiegando le ragioni dell’impegno della Santa Sede, monsignor Mamberti precisava fra l’altro come la normativa antiriciclaggio del 2010 fosse stata modificata in questi giorni. In particolare, spiegava, sono stati potenziati gli strumenti di collaborazione con gli Stati e aumentate le sanzioni per chi viola la legge. “Inoltre – affermava Mamberti – queste innovazioni con i nuovi strumenti giuridici offerti dalle tre Convenzioni che mirano a favorire un elevato livello di collaborazione tra i tribunali dello Stato della Città del Vaticano e quelli di altri Stati, rednono la lotta al riciclaggio e la criminalità organizzata transnazionale ancora più determinata”. In base alle ultime novità legislative, anche lo Ior, per esempio, potrà essere sanzionato fino a 2 milioni di euro per eventuali violazioni, e allo stesso tempo potrà ricorrere in appello al tribunale vaticano.

In questo contesto è attesa per la metà del 2012 la discussione nella plenaria del Moneyval sulla relazione che gli ispettori avranno redatto in merito alla situazione in Vaticano. Infine l’unico altro organismo che indaga sui movimenti finanziari in Vaticano, è l’Autorità di informazione finanziaria (Aif), che gode di ampia autonomia ed è affidata al cardinale Attilio Nicora, uomo non legato a Bertone. L’Aif interagisce comunque per statuto con il Promotore di giustizia ma ha anche la possibilità di dialogare con altre istituzioni internazionali. Resta il fatto che quasi tutto il potere legislativo e di controllo finanziario è ora nelle mani degli organismi dello Stato vaticano al cui vertice il Papa ha appena chiamato due ‘bertoniani’: il futuro cardinale Giuseppe Bertello, e il segretario monsignor Giuseppe Sciacca. Quest’ultimo, va ricordato, prende il posto di quel Carlo Maria Viganò spedito a fare il nunzio a Washington che ha denunciato la corruzione in Vaticano proprio in ambito di gestione delle finanze e di appalti.

fonte: www.globalist.it

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Messico. Parroco ucciso da rapinatori nella sua chiesa

Genaro Diaz, un sacerdote di 68 anni, e’ stato picchiato a morte da due malavitosi che, alle prime ore dell’alba di oggi, erano penetrati nella sua parrocchia situata nel quartiere Villas de la Hacienda, alla periferia della capitale.

Lo hanno reso noto fonti della polizia, precisando che il religioso, probabilmente dopo aver sentito dei rumori, si era recato nella chiesa in pigiama e pantofole, sorprendendo i delinquenti che stavano rubando e che lo hanno ucciso, apparentemente con una mazza da baseball.

blizquotidiano

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L’ inchiesta La perdita di appeal della Chiesa fotografata dai dati Istat. Calo del 5,6% in 15 anni

«La messa è finita. Andate in pace». Il sacerdote congeda i fedeli. Ma quelli radunati sotto le volte della basilica medievale di San Paolo, sulla collina che domina Cantù, non riempiono che le prime panche. «Sono sempre meno. La fede non è più quella di un tempo», mormora don Lino Cerutti. E le sue parole immortalano un crollo: quello dell’ affluenza alla messa non solo in Brianza, ormai ex sacrestia della Diocesi ambrosiana, ma in tutta la Lombardia. «Nella società di oggi – incalza il prevosto emerito -, giovani, famiglie e pensionati assediano i nuovi santuari. Quei centri commerciali fioriti ovunque e che non chiudono mai, neanche nel dì di festa». La perdita d’ appeal della Chiesa denunciata dal vecchio curato è confermata dai numeri. Le cifre dell’ Istat fotografano che, dal 1995 al 2010, alla messa domenicale c’ è stata un’ emorragia di circa mezzo milione di fedeli, pari al 5,6% (dal 29,5% al 23,9% degli abitanti). A certificare, invece, la fuga dalle funzioni c’ è l’ aumento dei lombardi che ammette che in chiesa non ci va mai: dal 17,8 al 20,8, con un più 3%. Così come è cresciuta quella di coloro che ci vanno solo qualche volta all’ anno: dal 27,7% al 29,1%. Questi numeri, però, per quanto preoccupanti, non spaventano la Curia di Milano. Da piazza Fontana, don Davide Milani analizza le statistiche e mette in guardia: «Quei dati vanno interpretati. Perché un conto è l’ aritmetica, un altro è la realtà». Spiega: «E’ vero, le chiese sono più vuote rispetto a dieci, venti anni fa; è altrettanto vero però che l’ affluenza alla messa non è uniforme nelle dieci diocesi lombarde». Il portavoce dell’ arcivescovo Angelo Scola snocciola alcuni esempi: «La religiosità di Como non è paragonabile a quella di Mantova, dove soffia il vento della “rossa” Emilia. Ma ci sono differenze nella stessa diocesi ambrosiana: se solo il 10-15% dei milanesi va a messa la domenica, a Lecco si sale al 20-25%, mentre in Valsassina si supera il 60%». Nell’ atlante lombardo della buona pratica religiosa, il territorio che si stende ai piedi del Resegone comanda la classifica della partecipazione alla liturgia. «Qui la fede poggia su una profonda e solida tradizione. In particolare fra gli anziani. Anche la pratica dei sacramenti è costante. E in confessionale si ascoltano nuovi peccati socio-economici: dall’ evasione fiscale all’ accumulo illecito di denaro – spiega monsignor Bruno Molinari, vicario episcopale di Lecco -. Invece, come altrove, gli oratori si stanno svuotando. I ragazzi scappano». «Però quelli che frequentano non lo fanno tanto per abitudine, quanto per una scelta consapevole e motivata», gli fa eco padre Patrizio Garascia, superiore degli Oblati di Rho. «Giriamo per città e paesi predicando le missioni al popolo e tocchiamo con mano questa fuga dei giovani. Una diminuzione che preoccupa sempre più la gerarchia ecclesiale». Meno affluenza alla messa, meno matrimoni all’ altare, meno vocazioni. Il rovescio della medaglia sono più separazioni, più libertà nella morale sessuale, più spirito anticlericale. L’ allarme risuona soprattutto a Mantova. «In quella zona della diocesi che si incunea fra l’ Emilia e il Veneto, ci sono piccole parrocchie in cui meno del 10% degli abitanti va a messa – constata il vescovo Roberto Busti -. E se i giovani oggi mostrano indifferenza, ci sono ancora anziani che non solo non vanno in chiesa, ma al prete non aprono nemmeno la porta di casa». Paolo Marelli – corriere.it

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Come fai a fidarti della benedizione di uno che parte per inginocchiarsi in preghiera, e poi invece finisce su un lettino a prendere il sole

La notizia della settimana, prima ancora dei balzi dello spread, dei blocchi dei Tir e delle grandi manovre dietro al governo, arriva senz’altro dal Giglio. Riguarda ancora il disastro della Costa Concordia, un particolare abbastanza in linea con l’andazzo della tragedia che, non fosse stata appunto una vicenda finita nel dramma, sarebbe una commedia dell’arte dove Schettino-Mister Bean è solo il protagonista principale, ma il cast si annuncerebbe piuttosto ricco.

Càpita appunto che nelle pieghe dei danni e dei naufraghi si è scoperto che ce n’era uno in più. O, meglio, uno che proprio non ci doveva essere, su quella nave. Perche don Massimo Donghi mica doveva stare là, tra cabine, scialuppe e ponti. A Besana Brianza, dove ha la parrocchia, ha detto che se ne andava una settimana in ritiro spirituale. Sette giorni di meditazioni e preghiere.  Poi succede quel patatrac quasi biblico, fanno la conta di chi c’è, chi è intero e chi è ammaccato, e chi ti salta fuori? Ma proprio lui, il reverendo che doveva tuffarsi tra le onde dell’anima, e invece ha scelto quelle vere, del mare. Lo ha tradito, pare, la nipote, che ha raccontato su facebook o roba simile il salvataggio (chissà se ha usato la parola “miracolo”)  di tutta la famiglia – il sacerdote si è imbarcato in compagnia. Non l’hanno presa benissimo, a quanto pare, i parrocchiani del reverendo, che ora vorranno avere delle spiegazioni, delle ottime spiegazioni. Perché, in fondo, come fai a fidarti della benedizione di uno che parte per inginocchiarsi in preghiera, e poi invece finisce su un lettino a prendere il sole, mentre intorno ballano la samba e fanno il trenino?

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Aprire ai divorziati risposati? I fedeli premono e Ratzinger riflette. Così su un tema tabù si è aperto il dibattito. Le idee di teologi e vescovi, conservatori e no

Finché Chiesa non vi separi

Aprire ai divorziati risposati? I fedeli premono e Ratzinger riflette. Così su un tema tabù si è aperto il dibattito. Le idee di teologi e vescovi, conservatori e no

Sono tanti i segnali che dicono che Joseph Ratzinger si è scrollato di dosso l’immagine di “panzerkardinal” che gli affibiarono quando era prefetto dell’ex Sant’Uffizio, per la vulgata un uomo di curia conservatore e tanto potente da essere in grado di frenare le spinte di riforma messe in campo da Karol Wojtyla. Le cose non sono mai state esattamente così. L’ultimo segnale in ordine di tempo è un articolo uscito il 30 novembre scorso sull’Osservatore Romano. Evidentemente non senza il suo consenso, il giornale vaticano ha rilanciato un testo dell’attuale Pontefice datato 1998, arricchito da una nota che riporta le parole da lui dette al clero della diocesi di Aosta nel luglio 2005. In quel testo, pur ribadendo la giustezza del divieto di concedere l’eucaristia ai divorziati risposati, apre un varco nuovo in merito, anche perché – sono parole di quel discorso – il problema, pur “difficile”, “deve essere approfondito”. Il varco che Benedetto XVI intravede si possa aprire è declinato in due punti, che il vaticanista Sandro Magister sintetizza così: “Il possibile ampliamento dei riconoscimenti di nullità di quei matrimoni che sono stati celebrati ‘senza fede’ da almeno uno dei coniugi; il possibile ricorso a una decisione ‘in foro interno’ di accedere alla comunione, da parte di un cattolico divorziato e risposato, qualora il mancato riconoscimento di nullità del suo precedente matrimonio contrasti con la sua ferma convinzione di coscienza che quel matrimonio era oggettivamente nullo”. Un’apertura, quest’ultima, che sembra contraddire il testo firmato da Ratzinger il 14 settembre 1994 nel quale si dice esplicitamente che senza la nullità del primo matrimonio contratto, l’eucaristia non può essere data: la chiesa “afferma di non poter riconoscere come valida una nuova unione, se era valido il precedente matrimonio. Se i divorziati si sono risposati civilmente, essi si trovano in una situazione che oggettivamente contrasta con la legge di Dio e perciò non possono accedere alla comunione eucaristica”.

L’argomento è delicato. Nei giorni scorsi, secondo quanto ha riportato sulla prestigiosa rivista cattolica nordamericana U.S. Catholic Paul Zulehner, teologo austriaco docente di Teologia pastorale all’Università di Vienna e amico del cardinale Christoph Schönborn, i vescovi del suo paese dopo essersi riuniti “a porte chiuse” hanno inviato a Roma un documento che chiede una nuova pastorale per i divorziati risposati, norme più elastiche circa l’ammissione all’eucaristia. I vescovi austriaci, infatti, come e probabilmente di più che in Italia, devono continuamente fare i conti con fedeli che partecipano attivamente alla vita delle parrocchie, spesso occupano i primi posti nei consigli pastorali, ma soffrono il divieto eucaristico. “I consigli pastorali delle parrocchie sono pieni di laici separati divorziati che spingono per accedere all’eucaristia” dice Zulehner.

Al Foglio è padre Gianfranco Grieco, capo ufficio del Pontificio consiglio per la famiglia e direttore della rivista del medesimo dicastero, a lanciare un allarme che non è usuale sentire provenire da dentro le mura vaticane: “C’è molta preoccupazione. Ogni mese arrivano a Roma i vescovi delle diverse diocesi del mondo per le rispettive visite ad limina. Passano da Benedetto XVI e poi fanno le ‘stazioni’ nei vari ‘ministeri’ della Santa Sede. Quando arrivano da noi si dicono preoccupati per i tantissimi fedeli che, divorziati, si sono poi risposati, e che chiedono loro nuove risposte in merito al divieto del ricevimento dell’eucaristia. Soffrono e si sentono emarginati, anche perché molti di loro il divorzio l’hanno di fatto subìto. Dicono ai vescovi di vivere perennemente in attesa di un qualche cambiamento che però non arriva mai”. Il Papa ha in animo davvero di cambiare le regole? “A questa domanda non so rispondere. So però che fu lui ad Aosta a parlare di ‘grande sofferenza’. Disse che quando era prefetto della Dottrina della fede aveva invitato diverse conferenze episcopali e specialisti a studiare il problema. Disse che in merito alla nullità del matrimonio celebrato senza fede era possibilista ma che poi ‘dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere ancora approfondito’”.

La richiesta di rivedere il divieto oggi non è, come in molti pensano, a esclusivo appannaggio dei cosiddetti “cattolici del dissenso”, le anime insomma più liberal della chiesa. E’ vero, soprattutto nei paesi nordeuropei, dove forte è la presenza del protestantesimo, sono i movimenti legati ai gruppi Noi siamo chiesa a inserire nella propria piattaforma di riforme anche la questione dei divorziati risposati. Ma, oggi, sono anche alcuni settori “ortodossi” della comunione cattolica a chiedere ripensamenti almeno a livello teologico. Perché, dicono, “i varchi ci sono, basta aprirli”.

Sotto il pontificato di Benedeto XVI il dibattito è stato serrato, per molti più serrato di quanto non avvenne nei difficili anni del post Concilio e poi negli anni wojtyliani. Dopo le parole del Papa al clero aostano, ad esempio, è stata la facoltà telogica di Milano a mettere per iscritto una sua proposta. Su Teologia, la rivista della facoltà, Alberto Bonandi ha proposto una nuova “via” per ammettere alla comunione, a determinate condizioni, i cattolici divorziati risposati. Prete della diocesi di Mantova, docente di Morale fondamentale e teologo di rango, Bonandi, sostiene che è possibile presupporre sia la permanente validità del precedente matrimonio, sia la continuità piena della seconda convivenza, inclusi i rapporti sessuali. Ancora oggi, infatti, può accedere alla comunione soltanto chi, pur continuando a convivere con una persona diversa da quella validamente sposata, rinuncia ai rapporti sessuali. Secondo Bonandi il punto debole dell’attuale normativa risiede proprio qui, laddove essa impone, per l’ammissione alla comunione, la rinuncia ai rapporti sessuali tra i due conviventi, pur consentendo tra essi la coabitazione, il rapporto affettivo, il mutuo sostegno, la cura dei figli.

Con questo, ha detto Bonandi, “sembra che la dottrina cattolica finisca per riconoscere la liceità, in una seconda relazione, di molti aspetti che caratterizzano il matrimonio, esclusi solo i rapporti sessuali”. Ma ciò sembra contraddire l’insegnamento della chiesa sull’unità dei “fini” del matrimonio, quello unitivo e quello procreativo: “Il primo dei quali sarebbe lecito e anzi doveroso da perseguire anche nella convivenza dopo un matrimonio fallito, mentre l’altro no”. “Coerenza vorrebbe” invece “che si dichiarasse illecita la seconda relazione di coppia nella sua concreta totalità di affetto, coabitazione, relazioni sessuali, generazione ed educazione dei figli, e dunque che il semplice status di conviventi comunque impedisse, finché dura, l’accesso ai sacramenti. Oppure che si cercasse un’altra via…”.

La proposta Bonandi ha creato dibattito non solo a Roma ma anche nella stessa prestigiosa facoltà teologica lombarda. Tanto che, qualche tempo dopo, è stata ancora Teologia a tornare sul tema, correggendo però di molto il tiro. Il teologo morale Marco Doldi, sacerdote di Genova e preside della locale sezione della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, ha sostanzialmente corretto Bonandi dicendo che i divorziati risposati possono accedere alla comunione a patto che rinuncino ai rapporti sessuali: “E’ importante che teologi e pastori d’anime aiutino a capire come la disciplina penitenziale che richiede la sospensione dei rapporti sessuali, se accettata, è ricca di conseguenze positive anche sulla vita della chiesa… Aiuta tutti i fedeli ad avere un profondo rispetto per il sacramento dell’altare… E aiuta chi si sta preparando al matrimonio a vedere con più profondità la serietà dell’impegno matrimoniale e a cogliere il valore dell’indissolubilità”.

Qualche mese dopo, fu invece il Vaticano a lanciare un segnale inequivocabile. Nel 2009, la Commissione teologica internazionale che affianca la Congregazione per la dottrina della fede rinnovò la propria squadra per volontà del Papa. Tra le new entry ci fu proprio Doldi: “La sua nomina conferma che la dottrina della chiesa sulla comunione ai cattolici divorziati e risposati non cambia, a dispetto della richiesta del cardinale Carlo Maria Martini di ridiscutere la questione e di dedicare a essa addirittura un nuovo Concilio” ha scritto Magister.

Benedetto XVI non ha parlato soltanto al clero di Aosta. Più volte ha tenuto discorsi al Tribunale della Rota romana. Qui ha chiesto di approfondire il caso del matrimonio celebrato senza fede ma insieme ha ribadito con forza la necessità di far sì che chi accede al sacramento del matrimonio lo faccia con piena coscienza di quanto si va a celebrare. Anche perché, dice al Foglio don Paolo Gentili, direttore dell’ufficio per la famiglia della Conferenza episcopale italiana, “se indeboliamo la verità del sacramento del matrimonio cosa ci rimane?”. Don Paolo lavora sul campo. Recentemente ha seguito un gruppo di più di 150 separati, alcuni risposati. “Molti di loro” dice “conoscono meglio di chi vive il matrimonio il valore dell’eucaristia”. E spesso accettano “con convinzione il divieto di accedervi”. Certo, “per molti il divieto è occasione di sofferenza. Ma il Papa è stato chiaro. Ha detto che sposarsi in chiesa è un diritto solo se si crede nella ‘verità’ del matrimonio, ossia di un atto per la realizzazione del ‘bene integrale, umano e cristiano, dei coniugi e dei loro futuri figli, volto in definitiva alla santità della loro vita’. Discende da qui l’importanza della preparazione al matrimonio cristiano, anche per evitarne, successivamente, la nullità. Ciò a cui è giusto puntare è la celebrazione di matrimoni validi, che più matrimoni possibili vengano celebrati con piena coscienza”.

Nel 1993 furono tre vescovi tedeschi, Karl Lehmann, Walter Kasper e Oskar Saier, a dirsi favorevoli alla possibilità di ammettere i divorziati risposati all’eucaristia se essi, dopo un incontro con un prete, avessero ritenuto in coscienza di esservi autorizzati. Una possibilità che, nonostante si avvicini a quanto Ratzinger ha sostenuto nel 1998, solleva ancora oggi parecchi dubbi. La via proposta da Lehmann, Kasper e Saier venne sostanzialmente ripresa il 3 febbraio scorso quando un importante quotidiano tedesco, la Süddeutsche Zeitung, pubblicò un memorandum firmato da 143 teologi di lingua tedesca sotto il titolo “Chiesa 2011: una partenza necessaria”.

Tra le varie richieste di riforma c’era anche quella relativa al divieto di ricevere la comunione da parte di divorziati risposati. In Vaticano è stata annotata, soprattutto dai settori più conservatori della curia, la risposta puntuale scritta sul giornale cattolico tedesco dal professor Manfred Hauke, docente di Dogmatica nella facoltà teologica di Lugano. Hauke entra come un panzer sul tema della coscienza dicendo che la “libertà di coscienza” così come la intendono coloro che chiedono riforme, “separa evidentemente la coscienza del soggetto dalla verità oggettiva a cui la coscienza deve orientarsi. Non ha senso applicare la libertà di coscienza per approvare, ad esempio, delle coppie omosessuali e l’adulterio. Newman parlerebbe qui di un preteso ‘diritto alla caparbietà’ (vedi ‘Lettera al duca di Norfolk’)”. Secondo Hauke nel voler rivedere la dottrina sui divorziati risposati “non si vede solamente l’influsso di una più profonda conoscenza teologica, bensì una perdita di fede e di morale. Gli elementi fondamentali della dottrina apostolica vengono sacrificati a un pensiero che vuol essere aggiornato alla situazione attuale”.

Da che parte sta il Papa? La risposta non è facile come sembra. Quando i teologi tedeschi firmarono il memorandum sostennero ad esempio che sul celibato sacerdotale Ratzinger era d’accordo con loro perché nel 1970 aveva firmato un testo analogo. In realtà l’Osservatore ha chiarito nei mesi scorsi che Ratzinger lavorò sì alla stesura del testo ma quando poi questi venne reso pubblico il suo nome non apparve tra gli estensori.

Il dibattito in Germania è tornato a infiammarsi poche settimane fa, quando Benedetto XVI per la terza volta è tornato a far visita al suo paese natale. Sul settimanale Focus è stato monsignor Wilhelm Imkamp, consultore della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, a criticare duramente quei settori della chiesa tedesca che hanno palesemente appoggiato la richiesta di riforma avanzata dal presidente tedesco Christian Wulff. Nel discorso tenuto a Berlino davanti al Papa, Wulff ha espresso la speranza che la chiesa cattolica faccia un passo in direzione dei divorziati: “Milioni di persone che vivono in matrimoni interconfessionali e i milioni di cattolici risposati, ma anche molti altri gruppi aspettano un messaggio di liberazione”. “Se il cristiano cattolico Wulff usa il suo incarico politico e le possibilità che questo gli apre per discutere dei suoi problemi personali con e nella chiesa si può parlare senz’altro di un certo sconfinamento”, ha detto Imkamp. Il quale ha poi lamentato la presenza nella chiesa tedesca di “troppi teologi brontoloni di professione, che nel complesso diffondono troppo poca gioia della fede” e ha ricordato che, se la chiesa tedesca non resterà fedele al Vaticano, rischierà di trasformarsi in un “agente patogeno con un forte potenziale di contagio per la chiesa universale”.

Al di là delle reprimende, poche settimane prima della partenza del Papa per la Germania, è stata la rivista cattolica progressista francese Témoignage chrétien a spiegare in un lungo reportage che “non solo molti cattolici, ma anche molti vescovi (almeno in privato) dicono di essere a disagio relativamente alla posizione della chiesa cattolica riguardante le coppie di divorziati risposati”.
“Non c’è da stupirsi” spiega la rivista. “Anche se soffocate e represse per un certo periodo, le vere questioni tornano a galla.

Tanto più che il numero dei divorzi è aumentato: in Francia c’è il 50 per cento di divorzi rispetto ai matrimoni. I divorziati risposati sono sempre più numerosi nelle assemblee liturgiche e tra i responsabili ecclesiali. Molti preti non si ritengono autorizzati, in coscienza, a dire a proposito della comunione eucaristica: ‘Venite a tavola… ma non mangiate’. Non si tratta di banalizzare una situazione che comprende il suo peso di ferite e sofferenze, né di considerare tutto in funzione di quella realtà. Sono persone diverse, per la loro origine e la loro storia, ma anche per la prova coniugale che hanno dovuto vivere e che le segna, come nei casi di abbandono da parte del marito o della moglie. Spesso, il secondo matrimonio dà una stabilità e una maturazione che permettono di costruire un nuovo progetto nella fiducia. Nelle sue prescrizioni, la chiesa non tiene conto di questa diversità”.

Fu nel 1980 che il sinodo dei vescovi sulla famiglia chiese, con 179 voti contro 20, “che ci si dedicasse a una nuova ricerca in merito, tenendo conto anche delle chiese d’oriente, in modo da mettere meglio in evidenza la misericordia pastorale”. Questa richiesta, spiega Témoignage chrétien, “non ha prodotto alcun risultato” Nel 1992, in un documento intitolato “Les divorcés remariés”, la Commissione della famiglia dell’episcopato francese propose: “Quando i divorziati risposati desiderano sinceramente avanzare sul cammino della santità, ma non possono accettare l’idea di separarsi, specialmente a causa dei figli, la chiesa non potrebbe, senza imporre loro di vivere nella continenza, dare loro l’assoluzione e ammetterli alla comunione eucaristica? Non potrebbe, almeno, riconoscere loro il diritto di decidere in coscienza quello che devono fare? E ancora: accogliere, dar prova di misericordia, invitare al discernimento, situare questa difficoltà nella sua dimensione ecclesiale: non sarebbe più evangelico che sfoderare proibizioni?”. Il Papa ci sta pensando. Anche se per ora, il nuovo varco, è aperto soltanto sulla carta, non ancora insomma de facto.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Paolo Rodari

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Che fine ha fatto Lamberto Sposini?

Il popolare giornalista era stato colpito da un’emorragia cerebrale lo scorso mese di aprile. Era ricoverato in Svizzera

Che fine ha fatto Lamberto Sposini? Il popolare giornalista e conduttore era stato colpito da una grave emorragia cerebrale lo scorso 29 aprile prima di una puntata de “La vita in diretta”, trasmissione pomeridiana di Rai Uno che conduceva con Mara Venier.

Ebbene, Sposini è in procinto di tornare a Roma. Infatti era stato ricoverato in una clinica svizzera lo scorso mese di novembre, per la convalescenza. Ora continuerà le cure a casa sua, affidato ad uno staff di logopedisti ed esperti della riabilitazione.

Sposini è tornato ad essere vigile. Legge il giornale, guarda la tv. Questo perlomeno quanto hanno dichiarato i suoi familiari.

Nulla è trapelato su quale fosse questa clinica svizzera. La scelta di venire nel nostro paese è stata dettata dal bisogno di tranquillità e riservatezza.

ticinonews.ch

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Abusi, il parroco di Pietra: “Su di me troppe falsità ma il Vescovo e i fedeli sono dalla mia parte”

“Sono stupefatto e senza parole per le falsità che si dicono sul mio conto e su questa vicenda”. Queste le parole del parroco di Pietra Ligure, Don Luigi Fusta, raggiunto al telefono da IVG.it in merito alla vicenda relativa ai presunti abusi su una su una bimba che frequentava la chiesa.

La vicenda risale al 2006 dopo che una parrocchiana aveva sporto denuncia raccontando che la figlia le avrebbe rivelato di particolari attenzioni e carezze ricevute da un uomo della parrocchia. La donna si sarebbe rivolta a Don Fusta e secondo quanto riferito dalla stessa, il prete le avrebbe consigliato di tacere perché altrimenti avrebbe commesso un grave peccato.

“Ribadisco la mia totale estraneità dei fatti. Questa mattina ho appreso dai giornali mentre facevo colazione, senza aver ricevuto alcun avviso o comunicazione ufficiale, di essere stato rinviato a giudizio per favoreggiamento nei confronti di questo presunto molestatore. Tengo a precisare che è una persona che conosco molto poco, non è di Pietra, non è un uomo di chiesa né tantomeno ha mai avuto a che fare con me né con le attività parrocchiali, partecipando a corsi pre-matrimoniali o attività che coinvolgessero i più piccoli”.

“Ho sempre fatto il mio lavoro con fede e dedizione e mi rattrista enormemente tutta questa storia soprattutto per il fatto che vengo coinvolto mio malgrado senza conoscere questa mamma che mi accusa”.

Tra i dubbi che Don Fusta sta prendendo in considerazione anche la possibilità di essere vittima di un caso di omonimia: “Forse mi hanno confuso”.

Se da un lato c’è l’amarezza dall’altro Don Fusta può contare sul supporto dei suoi parrocchiani che gli hanno manifestato la loro solidarietà e il loro affetto: “Forse domani durante l’omelia domenicale dirò due parole su questa vicenda. Nel frattempo continuerò la mia attività come sempre sperando che venga faccia chiarezza al più presto”.

Dalla parte di Don Fusta anche il Vescovo Olivieri che ha ribadito al prete la sua vicinanza: “Ci siamo sentiti e mi ha detto di avere pazienza e di stare tranquillo. E’ quello che farò”.
» Valeria Pretari – ivg.it

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Parroco stroncato da un malore sull’altare

Navile, parroco stroncato da un malore sull’altare del ‘Gesù Buon Pastore’

I fedeli della chiesa ‘Gesù Buon Pastore’, in via Martiri di Monte Sole al Navile, dicono addio al loro parroco, don Tiziano Fuligni. Il 75enne è stato stroncato ieri da un malore, che lo ha colto poco prima della messa.

Il religioso, oroginario del capuluogo felsineo, si è accasciato a terra vicino all’altare mentre si preparava alla funzione del pomeriggio. Un parrocchiano che si trovava già in chiesa ha sentito un tonfo e si è avvicinato, trovando don Tiziano riverso a terra. I soccorritori del 118 hanno potuto solo constatare il decesso del sacerdote, che cadendo a terra ha anche battuto la testa, procurandosi una ferita. La morte tuttavia, a quanto si apprende, sarebbe stata causata dalle gravi patologie cardiache e polmonari di cui il religioso soffriva da tempo.

bolognatoday

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Giornata mondiale della lebbra: governi e comunità internazionale non abbandonino i malati

Città del Vaticano (AsiaNews) – L’arcivescovo Zygmunt Zimowski, presidente del pontificio Consiglio della pastorale per gli operatori sanitari ha scritto un messaggio in occasione della 59ma giornata mondiale di lotta alla lebbra. Il messaggio si intitola “Nella lotta contro la malattia di Hansen è necessario l’impegno di tutti gli uomini di buona volontà”. La giornata si celebra domani domenica 29 gennaio.

“Il micro batterio della lebbra non è stato ancora sradicato, anche se il numero ufficiale di nuovo casi è in continuo calo e al momento attuale sono circa duecentomila, secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità”, scrive l’arcivescovo. E’ necessario appoggiare la libera distribuzione delle medicine e delle terapie necessarie; e inoltre bisogna fare in modo che la diagnosi sia tempestiva, e che la terapia venga applicata con costanza. “E’ poi di importanza fondamentale il lavoro di sensibilizzazione verso le comunità e le famiglie che corrono il rischio di contagio”.

Il presidente del pontificio Consiglio ricorda che le istituzioni della Chiesa e le organizzazioni volontarie, fra cui la Fondazione Raoul Follerau e i Cavalieri di Malta nella loro opera di aiuto e prevenzione cercano di esprimere l’amore di Dio. Il loro lavoro però “non libera i governi e le organizzazioni internazionali dall’aumentare la loro attenzione per combattere la diffusione della lebbra, o dalle loro responsabilità per quanto riguarda la prevenzione in termini di educazione, di igiene e di cura, e per riammissione nella società delle persone che sono state curate”.

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E se succede che il prete sbaglia?

Qualche giorno fa un amico seminarista posta questo video. Lo definisce simpatico. Lo guardo e non ci trovo nulla di così esaltante. Francamente mi rattrista molto.

L’immagine del prete del nuovo millennio assomiglia più a quella di un supereroe. Deve fare tante cose, tutto bene e non sbagliare mai. E se per accidente succede che sbaglia?

Le comunità non sono preparate ad accogliere le difficoltà che spesso – ultimamente troppo spesso – colgono soprattutto i preti più giovani e con meno esperienza. Non sono abituati i preti ad ammettere che non ce la fanno. Cresciuti in un mondo in cui in generale, sacerdoti o no, non si sbaglia mai.

Sono la generazione che è andata in una scuola in cui l’insufficienza poteva essere vissuta come una tragedia – l’ho fatta anche io quella scuola lì solo che alle insufficienze che ogni tanto sono scappate anche a me non mi facevo venire le crisi isteriche come vedevo accadere girando per i corridoi o nei bagni – figuriamoci il non sentirsi all’altezza di un compito così alto, di una scelta così forte.

Eppure, bisognerebbe guardare alla voce umanità. Essere fermi nel cambiamento di rotta di quello che non va (non a caso l’arcivescovo di Milano, Angelo Scola, nell’omelia per la festa di San Carlo, dedicata proprio ai sacerdoti, ha richiamato alla  correzione fraterna nei casi in cui si rende necessaria). E qui la comunità può giocare un ruolo importante: nel rispetto, prima di tutto del ruolo, nel non chiedere l’impossibile, accogliendo le fragilità, ma nello stesso tempo avendo il coraggio di riconoscere e far venire alla luce eventuali sbagli, piccoli o grandi che possano essere.

“Se dobbiamo sbagliare sbagliamo assieme” dice un parroco che conosco ai membri del suo consiglio pastorale. Ovviamente non si riferisce alla scelta del colore con cui ridipingere i muri dell’oratorio. E forse se cominciassimo a chiedere ai sacerdoti di vivere più con il Vangelo in mano e meno con l’agenda degli appuntamenti, in molti casi non avrebbero l’ansia di sentirsi dei supereroi. E la delusione nello scoprire che sono uomini, come tutti gli altri. Perché questo, anche quando non è riconosciuto come punto di forza, lo è. Eccome.

Francesca Lozito – vinonuovo.it

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Quando la clausura è una notizia

Mai mi sarei aspettata di leggere su un quotidiano come il Corriere della sera (21 gennaio) un pezzo intitolato Quando un figlio sceglie la clausura. Le vocazioni viste dai genitori. D’accordo siamo a p. 43 dell’edizione di sabato e il pezzo viene messo sotto la rubrica “Contro-copertina – Famiglie” accanto ad amori che finiscono e genitori alle prese con i bulli nelle scuole.

Ma il tema non è banale ed è lo stupore di sempre di fronte a chi, non perché è figlio cadetto, non perché ha avuto una delusione amorosa, ma per scelta positiva decide di trascorrere il resto della propria vita in quella che agli occhi del mondo è una prigione, volontaria, ma sempre prigione. Tanto è vero che, scrive l’autrice Elvira Serra, lo stupore è direttamente proporzionale alla religiosità delle famiglie d’origine: tanto più sono vicine alla pratica religiosa tanto più sembrano dubitare della veridicità di una scelta così radicale e s’affannano a consultare psicologi che escludano patologie.

Ma oggi, nel regno della libertà più assoluta, nell’imperativo dell’autorealizzazione più martellante, chi resisterebbe anche solo una settimana in clausura contro la propria volontà o come via di fuga dal mondo? L’imprinting alla scelta di vita che ciascuno di noi ha è troppo forte per non squarciare molto presto il velo posticcio di una scelta di vita che ha un tratto di radicalità inequivocabile.

Certo, come tutte le scelte di vita, non è di per sé esente da fallimenti o ripensamenti; e come tutte le forme di religiosità subisce l’influsso del tempo che passa: in alcuni casi i monasteri chiudono per mancanza di vocazioni; in altri le vocazioni sembrano rifiorire di una seconda giovinezza. Ma lo stupore resta ed esprime un fatto: la ricerca del sacro non è sopprimibile, anche se non ha sempre parole adeguate per essere espressa; e si rafforza di fronte al testimone che con una scelta di vita radicale “convince” più di mille trattati.

Se è vero che un figlio che chiede di vivere in clausura stupisce di più i credenti più vicini, forse è perché saggia nel vivo l’autenticità di una fede a volte data per scontata e che ha perso un po’ di sapore.

vinonuovo.it

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La “frittata” dei cattolici

Forse solo il caso (o forse no) ha voluto che lo stesso giorno in cui Nichi Vendola e Antonio Di Pietro tenevano la loro conferenza stampa per «ridare slancio all’alternativa al centrodestra» e rispondere all’intervista di Pier Luigi Bersani all’Unità, tirandolo anche un po’ per la giacchetta, in una affollatissima saletta nel centro di Roma si ritrovassero cattolici di schieramenti diversi a parlare di Aldo Moro, anzi, del futuro prossimo e della rinascita di un’area culturale e politica.
E se nell’aula delle conferenze dell’Anci c’erano vecchi (anche in senso anagrafico) democristiani come Emilio Colombo e Giovanni Galloni e dalle grandi vicende della Dc i discorsi degli oratori prendevano le mosse, è impossibile guardare al convegno di ieri, il primo rassemblement simil-Todi dopo Todi, soltanto come a una lezione di storia. Per l’identità degli organizzatori e dei partecipanti – i senatori dem Beppe Fioroni, Lucio D’Ubaldo, Gero Grassi, Marco Follini, l’Udc Rocco Buttiglione, il Pdl Beppe Pisanu, lo storico Francesco Malgeri, il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni e il ministro della cooperazione Andrea Riccardi – e per l’approccio e il tenore dei ragionamenti.
Non ci sono altri ex popolari di spicco e politici cattolici democratici del Pd come Pierluigi Castagnetti, Rosy Bindi, Dario Franceschini, Enrico Letta (non invitati, contrari all’iniziativa o semplicemente impegnati altrove?), ma gli oratori presenti pigiano duro, eccome, sulla volontà di promuovere un processo di cambiamento da mettere in moto subito e da concretizzare per il dopo-governo tecnico. «Come si fa un centrosinistra nuovo?», chiede Follini, sottolineando che le grandi svolte come quella di Moro al congresso di Napoli, cinquant’anni fa, che aprì ai socialisti facendo nascere il centrosinistra, necessitano di riflessioni approfondite.
È di Pisanu, che si dice totalmente d’accordo con Follini, l’espressione più ripresa dagli interventi successivi: «Se non si rompono le uova non si fanno le frittate. I fatti sono già andati in là, il sistema è già scomposto, siamo nella fase construens». Anche Bonanni parla esplicitamente della ricerca di «nuovi equilibri » e della necessità di «mettere insieme tante persone che vengono dalla stessa tradizione e dalla stessa cultura», «rompere le uova per fare una grande frittata».
La liberazione dei cattolici dalla subalternità e la cultura dell’assunzione di responsabilità sono i meriti che Riccardi vorrebbe che oggi venissero prese come eredità di Moro, che fu capace di «una grande operazione di rinnovamento del quadro democratico». Il sistema bipolare ha obbligato partiti molto eterogenei ad allearsi, mentre c’è bisogno, insiste il ministro, di «ipotizzare progetti politici strategici diversi dai cartelli elettorali».
Il «coraggio» di Moro nel fare una scelta che «spezzò le catene e superò i limiti» facendo nascere qualcosa di nuovo viene evocato da Fioroni, nelle conclusioni, per entrare nel concreto dell’attualità e mandare un messaggio al Pd: «Se in parlamento voto i provvedimenti del governo Monti, lo faccio perché sono convinto. Come potrei spiegare ai miei elettori domani che mi alleo con coloro che sono contrari alle scelte che sto condividendo?».
L’esponente dem spesso sospettato di avere la valigia in mano non risponde alla domanda di Europa se stia pensando anche lui a un rimescolamento, alla «frittata». «Moro lavorò all’umile tessitura per creare una sinfonia di consenso. Perché la politica non si fa solo con i solisti». Di Pietro e Vendola sono lontanissimi.

Mariantonietta Colimberti  – europaquotidiano
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Gli affari del Vaticano: i business del Papa

Gli “Intoccabili”, programma di inchieste di Gianluigi Nuzzi, ha dedicato la puntata di ieri agli appalti e agli affari del Vaticano. Lo sappiamo tutti che “il denaro è lo sterco del Diavolo”, ma si sa anche che la Chiesa è bravissima nel gestire i suoi business. Basti ricordare i rapporti fra Roberto Calvi e Papa Wojtyla. Oggi la Santa Sede è scesa in campo contro La7 che ha mandato in onda la trasmissione “Gli Intoccabili”. A dimostrazione che Nuzzi ha colpito nel segno.

ticinolibero.ch

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Vaticano: La7 documenta un caso di corruzione, ma i giornali tacciono. I direttori hanno perso i numeri di telefono dei vaticanisti?

Nell’attesa del documento vaticano in risposta a quanto venuto a galla ieri sera in occasione del programma “Gli intoccabili” su La7, documento atteso a breve, ci permettiamo di chiederci se i grandi giornali italiani, a cominciare da “La Stampa”, attentissima con il suo “Vatican Insider”, a “La Repubblica”, abbiano segreterie di redazione così malmesse da aver smarrito i numeri di telefono di tutti i vaticanisti.

E’ successo infatti che ieri sera a La7 è stata letta una lettera al papa di monsignor Viganò, attuale Nunzio a Washington. Ci è arrivato in America dalla segreteria del Governatorato vaticano, da dove è stato cacciato. Perché? Perché, scriveva al papa, aveva scoperto una corruzione inaudita! Tanto che in breve aveva trasformato i conti da passivi per 38milioni di euro in attivi per otto. Come mai? E’ una storia di appalti inesistenti, sempre le stesse ditte al lavoro, prezzi doppi rispetto all’esterno, milioni di euro di cui non si capisce la destinazione.

Tutto questo, e molto altro ancora, lo scriveva pochi mesi fa a papa Benedetto XVI, prima di essere cacciato dal governatorato vaticano, dove il papa stesso lo aveva nominato promettendogli la porpora cardinalizia. Ma si tratta, evidentemente, di bazzecole, di quisquilie vaticane, a cui i nostri giornali, quelli che scoprono con squillo di fanfare che il papa userebbe il bastone, non dedicano attenzione. Non tutti ovviamente, le eccezioni ci sono, ma… Non è un po’ strano?

fonte: www.globalist.it

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I naufraghi scampati hanno una sola storia da raccontare. La cronologia di un allarme dato in ritardo

di Rosa Ana De Santis

Come un gigante di ferro poggiato su un fianco, a pochi chilometri dall’Isola del Giglio, la Concordia concede, quasi con fascino, tutta l’immagine della tragedia: un abisso di errore umano che conta le sue vittime, gli eroi e tutte le meschinità umane. La scena di morte sembra uscita da un libro e ieri notte, mentre la Costa Serena sfilava dietro allo scheletro abbandonato del transatlantico, è diventata quasi il simbolo assoluto della fine e della pietà.

I naufraghi scampati hanno una sola storia da raccontare. La cronologia di un allarme dato in ritardo, l’evacuazione disorganizzata affidata alla buona volontà dei singoli, la fuga del Comandante Schettino, inciampato in una scialuppa come ha raccontato sotto interrogatorio e insieme a lui, pare, di troppi ufficiali dell’equipaggio. Cuochi, camerieri, disperazione, generosità e sacrificio di uomini come il musicista Giuseppe Girolamo, ancora nella lista dei 24 scomparsi, hanno guidato il lancio in mare di scialuppe e salvagenti e la messa in fila delle formichine, come apparivano dalle riprese ad infrarosso, i passeggeri accodati sulla pancia strappata della nave.

Il duello tra il Comandante che molla i suoi passeggeri e l’altro, l’ufficiale De Falco della Capitaneria di Porto, intervenuto a supplire la fuga vergognosa, ha fatto il giro del mondo. I toni ovattati, quasi addormentati di Schettino, si perdono nei comandi risoluti di un Comandante che proprio non ci sta a diventare eroe della tragedia, come titolano troppo facilmente i quotidiani, solo per aver fatto il proprio dovere.

Risiede qui tutta l’anormalità italiana: il dovere di un Capitano si trasforma in un’ eccellenza di spirito e umanità, mentre Schettino, il principe degli inchini a bordo costa, ritorna a casa, a Meta di Sorrento, protetto da un’assoluzione incondizionata, in nome della tradizione marinara, dei meriti passati o, più banalmente, del campanilismo di paese. La virata della salvezza avrebbe evitato la tragedia in mare alto e questo basterebbe a dimenticarsi il resto. Chiarirà la giustizia nel merito quello che però la deontologia, la morale e la legge degli uomini del mare hanno già chiarito. Schettino, nel momento del naufragio, non è rimasto a fare il comandante, a coordinare evacuazione e soccorsi, a istruire i suoi uomini, a mettere in salvo fino all’ultimo bambino della nave.

Per questo la sua scarcerazione suona come uno schiaffo ai sopravvissuti, ancora increduli mentre ci restituiscono le loro storie piene di terrore. Gli errori più grandi il Comandante Schettino li fa tutti dopo la collisione: sottovalutando l’entità dei danni e l’urgenza di evacuare la nave, forse – come chiarirà la magistratura – con una corresponsabilità di altri e della stessa Costa Crociere, rinunciando alla responsabilità delle sue funzioni, mettendosi in salvo non per ultimo, come vorrebbe il codice d’onore a bordo, ma per primo.

All’incommentabile gesto di vigliaccheria supplisce un Comandante che svolge onorevolmente la sua funzione, il suo bravissimo sottocapo Tosi, che per primo quella notte ha notato sui monitor la minaccia e l’insidia di quella bassa velocità del puntino verde Concordia, il giovane ragazzo dell’elisoccorso che si è lanciato dentro il relitto senza pensiero per la propria incolumità. Uomini perbene di dovere e di assoluto rigore.

Supplisce infine un popolo di anonimi santi che si spendono, questi si, senza dovere di ruolo e uniforme. Passeggeri generosi che aiutano i bambini a ritrovare i genitori, mariti che lasciano il salvagente alla moglie, posti in scialuppa lasciati agli anziani, ai bambini o ai disabili. Personale non qualificato che si dispera, ma rimane in mezzo alla gente.

Nel naufragio la stampa inglese ha visto la scena di un declino nazionale, forse di tutto il Vecchio Continente. Ma questa tragedia è tutta dei singoli e delle loro vite, così il valore simbolico è solo quello dei protagonisti e dei diversi ritratti di umanità che si avvicendano. Le vite perdute, quelle sopravvissute, quelle dei fuggitivi e delle stellette disonorate in una farsa tutta italiana che ha già incoronato eroi e incensato santi.

La nave è rimasta, proprio come scriveva Dante nel suo canto politico del Purgatorio “sanza nocchiero e in gran tempesta”. A due passi dalla terra, lì dove sarebbe bastato, come vuole il romanticismo tutto italiano, un Comandante degno a trasformare il racconto della viltà nella notte di un eroe.

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Riforma viennese: spazio ai preti sposati?

Il 2012 sarà l’anno della «riforma viennese». Dopo la rivolta dei preti dissidenti in Austria, il cardinale Christoph Schönborn ha incaricato il decanato di Vienna di presentare un progetto per il rinnovamento dell’arcidiocesi di Vienna. Il programma, da presentare entro dodici mesi, porterà alla riorganizzazione di parrocchie e comunità. L’arcivescovo di Vienna ha già risposto all’appello alla disobbedienza lanciato da alcuni sacerdoti che non condividono la teologia e la disciplina della Chiesa con un appello all’unità. Le riforme strutturali dovrebbero però sempre essere nella linea di un “impulso missionario” e di “nuove iniziative pastorali”, ha affermato il porporato illustrando la finalità del progetto in una conferenza stampa il 16 gennaio a Vienna. Il cardinale, allievo del professor Joseph Ratzinger e leader del gruppo dei suoi ex studenti che si incontrano ogni anno a Castel Gandolfo, ha replicato in molti modi alla «Pfarrer-Iniciative», un manifesto pubblicato il 19 giugno 2011 firmato da più di 300 dei 2.000 sacerdoti dell’Austria. Nel testo, i presbiteri rivolgono un “appello alla disobbedienza”, visto che il Papa e i Vescovi non hanno accolto le loro rivendicazioni. Tra queste, riferisce l’agenzia cattolica Zenit, figurano l’ordinazione sacerdotale di donne, l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati nella Chiesa di rito latino, la comunione per i divorziati e la possibilità che ci sia un presidente laico alla guida delle parrocchie. Il cardinale Schönborn precisa che l’“appello alla disobbedienza” contro la gerarchia legittima della Chiesa non solo non è giustificato, ma rappresenta anche un motivo di scandalo per i cattolici. Nelle linee guida dell’arcidiocesi di Vienna, tra le altre indicazioni, si legge che in futuro una parrocchia deve avere almeno 4000 fedeli cattolici, che il 5% del bilancio parrocchiale deve essere destinato a nuovi progetti e iniziative, che le spese per gli edifici parrocchiali non devono superare il 20% delle entrate conseguite e che le spese di manutenzione degli edifici sacri devono poter essere affrontate senza sovvenzioni da parte della diocesi. Secondo il progetto di base, non viene esclusa una destinazione di utilizzo alternativa delle Chiese che non si riescono a mantenere. “Molti lavoratori si chiedono come sia possibile che la Chiesa inciti a diffondere e praticare la disobbedienza, quando sanno certamente che se avessero lanciato un appello simile nei posti di lavoro avrebbero perso già da tempo il loro impiego”, sottolinea il cardinale in una lettera nella quale ha risposto agli autori dell’iniziativa. “Non è necessario essere sempre d’accordo con qualsiasi decisione ecclesiastica, soprattutto in ambito disciplinare, ed è anche lecito prendere in alcuni casi decisioni diverse”, riconosce Schönborn.“Quando però il Papa indica ripetutamente passi chiari, ricordando anche l’insegnamento in vigore – ad esempio per quanto riguarda i ruoli –, allora l’appello alla disobbedienza pone, di fatto, in discussione la comunità ecclesiastica nel suo insieme”.“In ultima istanza, infatti, ogni sacerdote, così come tutti noi, deve decidere se vuole continuare a percorrere il cammino insieme al Papa, al Vescovo e alla Chiesa oppure no. E’ certamente sempre difficile rinunciare ad alcune idee e prospettive, ma chi dichiara nullo il principio di obbedienza dissolve l’unità”, dichiara. Schönborn fa quindi notare ai promotori della “Pfarrer-Inititiative” alcune contraddizioni nel loro “Programma di disobbedienza”, come il concetto di una “festa dell’Eucaristia senza sacerdote” e ancor di più la definizione inaccettabile di “festival liturgici”.“Sono Vescovo ormai da quasi vent’anni – precis ail cardinale–. Il compito del Vescovo è quello dell’unità: l’unità nella propria Diocesi, l’unità con il Papa, l’unità con la Chiesa. E assumo questo compito con grande gioia. Vivo molti momenti belli, ma anche momenti di ferite dolorose. Una di queste ferite è l”Appello alla disobbedienza’”.Per questo, lancia “un appello all’unità, a quell’unità chiesta da Gesù al padre e per la quale Cristo è stato disposto a sacrificare la vita”. Secondo il cardinale, però, nell’arcidiocesi di Vienna non ci saranno comunque “solo smantellamenti ma anche numerosi nuovi sviluppi” nella diocesi. Riferisce che il numero delle scuole private cattoliche è triplicato dal suo arrivo nel 1995, e che anche la Caritas è un forte segmento di crescita ecclesiale – qui nello stesso periodo il numero dei collaboratori è raddoppiato.

di Giacomo Galeazzi – lastampa.it

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Morto Theo Angelopoulos se ne va il regista de “I cacciatori”

Theo Angelopoulos è morto ad Atene, all’età di 76 anni. Il regista è deceduto per le gravi ferite riportate dopo essere stato travolto da una motocicletta, mentre stava attraversando la strada.
Theo Angelopoulos
Orso d’oro a Berlino nel 1977 per «I cacciatori», Palma d’oro a Cannes per «L’eternità e un giorno» (1998) e Leone d’Argento al Festival del cinema di Venezia per «Paesaggio nella nebbia» (1988), Angelopoulos era ancora nel pieno della sua attività, nel 2009 aveva firmato il lavoro “La Polvere del tempo”. Ma aveva già nel cassetto (come racconta in questa intervista) un nuovo lavoro tutto incentrato sulla crisi greca, sulla crisi del suo paese, che ovviamente lo aveva coinvolto e suggestionato. Il film si doveva chiamare “L’alto mare”, e come attore protagonista maschile Angelopoulos aveva scelto Toni Servillo. “Sarà un film sul destino degli uomini, sui loro sogni. Il ventesimo secolo ha creato una speranza di cambiamento. Ma il sogno è svanito. Adesso ci troviamo a vivere in un vuoto che le nuove generazioni dovranno riempire di contenuti”, aveva detto il regista alla fine dello scorso anno in occasione di un premio ricevuto a Europacinema.
ilmanifesto.it
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L’Africa e l’omofobia. In ricordo di David Kato Kisule

Il desiderio di David Kato Kisule era cambiare le cose nel suo Paese. Era un attivista per i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e trans (LGBT) in Uganda. Per questo un anno fa è stato assassinato.

A chi gli chiedeva perchè non fuggisse all’estero, David Kato Kisule amava rispondere che il suo desiderio era vivere e provare a cambiare le cose nel suo Paese. Era un attivista per i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e trans (LGBT) in Uganda. Per questa ragione aveva costituito nel 2004 il Sexual Minorities of Uganda (SMUG). Ma la sua battaglia prosegue anche dopo il suo assassinio.
Il 26 Gennaio 2012 è l’anniversario della sua scomparsa. Sono previste molte manifestazioni in tutto il mondo per ricordare lo storico attivista. In particolare, a Kampala ci sarà una cerimonia a cui prenderanno parte attivisti LGBT e rappresentanti di ONG. In Italia, l’associazione Certi Diritti organizzerà una trasmissione radiofonica intervistando John Francis Onyango, che era stato l’avvocato di David Kato Kisule. Mentre a Londra il prossimo 29 Gennaio verrà conferito all’attivista giamaicano Maurice Tomlinson un premio di 10mila dollari che porta il nome dello storico attivista ugandese.
David Kato Kisule era in Uganda alla testa della lotta per respingere la “legge Bahati”, una proposta che proponeva l’introduzione della pena di morte per le persone LGBT ugandesi. Nei mesi precedenti, a fine 2010, il clima si era infuocato a causa della diffusione dettagliata dei nomi ed indirizzi di cento omosessuali locali ad opera del tabloid “Rolling Stone”, in seguito condannato alla chiusura ed ad un ingente risarcimento.
David Kato Kisule però non riuscì a beneficiarne, perchè viene assassinato a casa sua il 26 Gennaio 2011 in circostanze ancora non chiare. Dopo il tragico evento molte associazioni per i diritti umani iniziano un’imponente mobilitazione e il 17 Febbraio 2011 riescono ad ottenere l’approvazione di una risoluzione del Parlamento Europeo che chiede al governo ugandese di ritirare la proposta di legge, auspica la protezione internazionale per i richiedenti asilo LGBT ugandesi e propone l’introduzione di sanzioni internazionali all’Uganda.
Le pressioni hanno contribuito al ritiro della “legge Bahati”. Molti hanno festeggiato questo evento come una vittoria, ma di fatto la proposta è stata soltanto accantonata. A far la voce grossa ci hanno pensano anche le condanne giunte da Hillary Clinton, la minaccia del taglio dei finanziamenti proposto dal primo ministro britannico David Cameron.
L’opinione più diffusa vede questo profondo odio verso l’omosessualità come qualcosa che da sempre pervade la cultura ugandese. Chi la pensa così si stupirebbe nel sapere che nel 1886 il re ugandese Mwanga uccise alcuni dei suoi servi perchè non volevano più avere rapporti sessuali con lui dopo essersi convertiti al cristianesimo, dato che la nuova religione lo proibiva.
Nel 1950, in pieno dominio coloniale britannico, fu introdotto un articolo nel Codice Penale Ugandese per punire i comportamenti omoerotici. Se un tempo si pensava che i rapporti omosessuali fossero una prerogativa di questi “selvaggi”, oggi invece l’opinione pubblica ugandese li considera una piaga introdotta dagli europei. Cosa è accaduto negli ultimi anni?
In un Paese duramente colpito da guerre civili, dall’aumento dei contagiati di AIDS e dal fenomeno delle violenze sessuali, le persone LGBT sembrano fungere molto bene da capro espiatorio per una serie di problemi sociali ed economici. Ad eleggerli come bersaglio prediletto hanno contribuito largamente le chiese evangeliche, diffusesi capillarmente negli ultimi decenni grazie ad ingenti finanziamenti provenienti dagli Stati Uniti e all’influenza crescente sul governo (composto per un terzo da cristiani evangelici). Lottano contro quelle che vengono considerate “piaghe sociali” (come l’omosessualità, la pedofilia, l’alcolismo) e riescono a far presa non soltanto tra i poveri e i giovani disoccupati, ma anche tra i ceti medio-alti. David Kato Kisule e altri attivisti ugandesi hanno combattuto contro l’idea che gli omosessuali siano dei pedofili, idea largamente diffusa a livello sociale e anche in ambiti colti come le università.
Questo clima ha portato a fare i conti con una realtà fino ad oggi negata (l’esistenza di persone LGBT in Uganda) e dall’altro ha mostrato agli Stati Occidentali come l’omofobia non è un’esclusiva dei Paesi a maggioranza musulmana. In l’Uganda infatti circa l’80% della popolazione è di religione cristiana.
Nell’anniversario dell’assassinio di Kato si discute della proposta Cameron di tagliare gli aiuti ai paesi africani che perseguitano gli LGBT. Secondo quanto sostiene il Reverendo Jide Macauley, anglo nigeriano progay : «tagliare gli aiuti ai Paesi che hanno leggi anti-gay colpirà anche altri gruppi emarginati […]. Invece di continuare a finanziare direttamente quelli che perseguitano e criminalizzano i gay, bisognerebbe destinare i fondi a quelle organizzazioni e a quei gruppi che sostengono e attuano i diritti umani» (Fonte: Behind The Mask, sito lgbt africano).
La posizione di Macauley non è isolata, ma condivisa da una serie di esperti ed associazioni che lavorano in Africa. Infatti lo scorso luglio è stata inoltrata una richiesta al premier Cameron di tornare sui propri passi, firmata da ben 53 associazioni LGBT e umanitarie, comprese ILGHRC Africa e Pan ILGA Africa. (“ La decisione di tagliare gli aiuti ignora il ruolo delle persone LGBTI e del più ampio movimento per la giustizia sociale nel continente e crea il rischio reale di una reazione grave contro le persone LGBT”. Occorre piuttosto finanziare progetti inclusivi.) E il vescovo anglicano ugandese Senjonyo continua ad accogliere e proteggere i gay a Kampala nonostante le persecuzioni.
ilmanifesto.it
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Il superGuido nazionale accusato per il modo deliberatamente “basso” (“solo un’operazione mediatica”) con cui organizzò la riunione all’Aquila

E’ finito sul registro degli indagati con l’accusa di omicidio colposo, Guido Bertolaso, ex capo della Protezione civile e ex sottosegretario alla Presidenza del consiglio, per le indicazioni con le quali aveva organizzato all’Aquila la riunione della Commissione grandi rischi prima del devastante terremoto del 6 aprile 2009 nel quale moritono 309 persone. “E’ un’operazione mediatica per tranquillizzare la gente”, aveva spiegato Bertolaso in una telefonata all’ex assessore regionale alla Protezione civile, Daniela Stati. L’intercettazione era finita tra le carte dell’inchiesta sugli appalti del G8 della Maddalena aperta dalla procura di Firenze ed è stata trasmessa al procuratore capo del capoluogo abruzzese Alfredo Rossini che però ha aperto il fascicolo a carico del superGuido nazionale solo dopo le denunce presentate dall’avvocato aquilano Antonio Valentini e dalla sezione locale di Rifondazione comunista. Ora i magistrati stanno studiando la possibilità di unificare quest’ultimo procedimento con quello già in fase dibattimentale a carico dei sette partecipanti alla riunione del 30 marzo 2009. Proprio l’8 febbraio, alla prossima udienza del processo contro la Commissione Grandi rischi, era prevista la deposizione come testimone di Bertolaso che a questo punto però non sarà più convocato.
“Facciamo una riunione all’Aquila con tutti i massimi esperti di terremoto per rassicurare la popolazione”, comunicava Bertolaso ad una riverente Daniela Stati nella telefonata il cui audio è ormai perfino su youtube. “Devono spiegare che sono meglio 100 scosse che nessuna – aggiungeva, facendo riferimento allo sciame sismico che da settimane terrorizzava gli aquilani – perché 100 scosse liberano energia e così una scossa forte non ci sarà mai”. Il capo della Protezione civile, invece, aveva un’unica preoccupazione: sedare la tensione sociale in modo da poter continuare a lavorare al grande evento della Maddalena, palcoscenico necessario al presidente del consiglio. Anche l’allora assessore Stati fece la sua parte dichiarando alla televisione locale Tv1, a conclusione della riunione della Commissione, che non c’erano motivi di preoccupazione.
Gli aquilani che già bocciarono la proposta di conferire la cittadinanza onoraria a Bertolaso, a differenza di altri piccoli comuni del cratere guidati da giunte di centrodestra, ovviamente hanno reagito male alla diffusione dell’intercettazione telefonica: la città è stata tappezzata di manifesti contro il brutto film diretto dall’”uomo della Provvidenza che tutto il mondo ci invidia”. (red. Soc. – ilmanifesto)

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Il lavoro teatrale “Sul concetto di volto del Figlio di Dio” scandalizza, perché mette in scena la decadenza umana, il dolore. E ne chiede conto al Dio giusto, del bene, dell’amore

Il lavoro teatrale “Sul concetto di volto del Figlio di Dio”
scandalizza, perché mette in scena la decadenza umana, il dolore. E ne
chiede conto al Dio giusto, del bene, dell’amore.

Questa domanda accompagna ogni credente.
E come credente. mi sono travato tante volte a “litigare” con Dio per la
sofferenza che si abbatte su persone già provate.

Poi ho capito che Dio non è Zorro.
Ma che sono io la provvidenza degli altri. Con il mio impegno.

E così, nella laicità della mia responsabilità, trovo del tutto normale
agire con chi non crede in Dio, per ridurre sofferenza e ingiustizia.
Perché entrambi crediamo nell’uomini che hanno bisogno di aiutarsi
reciprocamente.
Un legame che nello spettacolo teatrale è descritto dallo sforzo del
figlio di curare il vecchio padre, che continua a perdere escrementi.

La dissenteria diventa così la metafora brutale della precarietà umana
e genera disgusto solo se si ha un’idea infantile di Dio come di un
giovane biondo e mondo.

Invece Dio è pieno di piaghe, ha fame e puzza, perché ha scelto di
essere identificato nel povero ferito, digiuno e sporco.
Il vero scandalo non è la dissenteria delle viscere, ma la stitichezza
del cuore.

Massimo Marnetto
Pubblicato da don Franco Barbero

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Discrepanza tra ciò che questo Gesù storico è stato, ha predicato, ha vissuto, ha combattuto, ha patito, e ciò che oggi la Chiesa istituzionale, con la sua gerarchia, rappresenta

di Hans Küng in “Corriere della Sera” del 20 gennaio 2012

Tramite il libro Essere cristiani, numerosissime persone hanno trovato il coraggio per essere dei cristiani. L’autore lo sa per via di innumerevoli recensioni, lettere e colloqui. Molte persone, infatti, allontanate dalla prassi e dalla predicazione di qualche grande Chiesa cristiana, cercano delle vie per restare cristiani credibili, cercano una teologia che non sia per loro astratta ed estranea al mondo, ma spieghi in modo concreto e vicino alla vita in che cosa consiste l’essere cristiani.

Essere cristiani non intendeva «sedurre» le persone con la retorica o aggredirle con un tono da predica. Non voleva neppure fare semplicemente dei proclami, delle declamazioni o dichiarazioni in senso teologico. Intendeva motivare, spiegando che, perché e come anche una persona critica di oggi può essere responsabilmente cristiana di fronte alla sua ragione e al suo ambiente sociale. Non si trattava di un semplice adattamento allo spirito del tempo. Certo, su questioni discusse come i miracoli, la nascita verginale e la tomba vuota, l’ascensione al cielo e la discesa agli inferi, sulla prassi ecclesiale e il papato si dovevano pure assumere delle posizioni critiche. Questo, però, non per seguire una facile tendenza incline all’ostilità verso la Chiesa o al pancriticismo, bensì per purificare, a partire dal Nuovo Testamento stesso come criterio, la causa dell’essere cristiani da tutte le ideologie religiose e per presentarla in maniera credibile. L’originalità del libro non sta dunque nei passaggi critici, sta altrove e nell’aver fissato dei criteri che per molti rappresentano in teologia delle sfide. In Essere cristiani, infatti, ho cercato: di presentare l’intero messaggio cristiano nell’orizzonte delle odierne ideologie e religioni; di dire la verità senza riguardi di natura politico-ecclesiastica e senza curarmi di schieramenti teologici e tendenze di moda; di non partire perciò da problematiche teologiche del passato, bensì dalle questioni dell’uomo d’oggi e da qui puntare al centro della fede cristiana; di parlare nella lingua dell’uomo d’oggi, senza arcaismi biblici, ma anche senza ricorrere al gergo teologico di moda; di evidenziare ciò che è comune alle confessioni cristiane, come rinnovato appello anche all’intesa sul piano pratico- organizzativo; di dare espressione all’unità della teologia in modo tale che non possa più essere trascurato il nesso incrollabile di teoria credibile e di prassi vivibile, di religiosità personale e riforma delle istituzioni. A questo libro non sono mancati riconoscimenti pubblici. Inoltre è stato una opportunità anche per le Chiese e su questo piano ha parimenti incontrato vasto consenso. Tuttavia, non può essere taciuto il fatto che i membri della gerarchia tedesca e romana hanno fatto di tutto per vanificare questa opportunità. Non si sono vergognati – di fronte al successo del libro anche fra il clero – di mettere pubblicamente in dubbio, anzi di diffamare l’ortodossia dell’autore. Per nulla all’autore ha giovato l’aver dichiarato ampiamente, una volta ancora, la sua fede in Cristo nel libro Dio esiste? (1978), che apparve quattro anni dopo Essere cristiani. La gerarchia romana e tedesca prese la cristologia qui esposta come pretesto per ritirare all’autore la missio canonica per l’insegnamento della teologia, appena prima del Natale 1979, sebbene contro Essere cristiani e Dio esiste? non sia mai stato attuato un procedimento magisteriale. In tal modo si cercò di spostare la discussione dalla imbarazzante questione dell’infallibilità alla questione cristologica, non da ultimo per coinvolgere i cristiani evangelici. Inoltre, per gli esponenti della gerarchia contrari alle riforme risultavano indigeste le richieste di riforma nella Chiesa che venivano avanzate anche in quel libro. Così, la gerarchia tedesca appoggiò il corso di restaurazione del Papa polacco che stava allora imponendosi, e dovette per questo pagare un caro prezzo: con la perdita di credibilità e con una diffusa ostilità alla Chiesa nell’opinione pubblica. In tutta modestia: alcune cose nella predicazione e nella pastorale cristiana sarebbero sicuramente andate in modo diverso, se non fosse stata rifiutata l’offerta di Essere cristiani. Ma, come sempre accade: per me Essere cristiani è diventato punto di partenza di un nuovo sviluppo teologico e di una spiritualità a cui, nonostante tutte le difficoltà del presente, doveva appartenere il futuro.Come innumerevoli altri cattolici prima del Concilio Vaticano II anch’io sono cresciuto con la tradizionale immagine di Cristo della professione di fede, dei concili ellenistici e dei mosaici bizantini: Gesù Cristo «Figlio di Dio» assiso in trono, un «Salvatore» amico degli esseri umani, e ancor prima, per la gioventù, il «Cristo re». Su questo ho poi seguito, a Roma, un corso di un intero semestre sulla «cristologia». Certo, ho superato senza problemi tutti gli esami in latino, non proprio semplici – ma la mia spiritualità? Quella era tutt’altra cosa, rimaneva insoddisfatta. Decisamente interessante per me la figura di Cristo divenne solo quando ho potuto conoscerla, sulla base della moderna scienza biblica, come reale figura della storia.

L’essenza del cristianesimo, infatti, non è nulla di astrattamente dogmatico, non è una dottrina generale, bensì è da sempre, una figura storica viva: Gesù di Nazaret. Nel corso degli anni ho elaborato il singolare profilo del Nazareno sulla base della ricchissima ricerca biblica degli ultimi due secoli, ho riflettuto su tutto con appassionata partecipazione.

Da Essere cristiani in poi so di che cosa parlo quando, in modo del tutto elementare, dico: il modello di vita cristiano è semplicemente questo Gesù di Nazaret in quanto messia, christós, unto e inviato. Gesù Cristo è il fondamento dell’autentica spiritualità cristiana. Un esigente modello di vita per il nostro rapporto nei confronti del prossimo come pure con Dio stesso, che per milioni di esseri umani in tutto il mondo è diventato criterio di orientamento e di vita. Chi è, dunque, un cristiano? Non chi dice soltanto «Signore, Signore» e asseconda un «fondamentalismo» — sia esso di tipo biblico-protestante, o autoritario-romano-cattolico oppure tradizionalista-oriental-ortodosso. Cristiano è piuttosto colui che in tutto il suo personale cammino di vita si sforza di orientarsi praticamente a questo Gesù Cristo. Di più non è richiesto. La mia vita personale, e così ogni altra vita, con i suoi alti e bassi, e anche la mia lealtà verso la Chiesa e la mia critica alla Chiesa si possono comprendere soltanto a partire da questo riferimento. Proprio la mia critica alla Chiesa, come quella di tanti cristiani, scaturisce dalla sofferenza per la discrepanza tra ciò che questo Gesù storico è stato, ha predicato, ha vissuto, ha combattuto, ha patito, e ciò che oggi la Chiesa istituzionale, con la sua gerarchia, rappresenta. Questa discrepanza è spesso diventata insopportabilmente grande. Gesù nelle cerimonie pontificie della basilica di S. Pietro? Oppure nella preghiera con il presidente George W. Bush e il Papa alla Casa Bianca? Inconcepibile! La cosa più urgente e più liberante per la nostra spiritualità cristiana, di conseguenza, è orientarci per il nostro essere cristiani, a livello sia teologico sia pratico, non tanto secondo le formulazioni dogmatiche tradizionali e i regolamenti ecclesiastici, bensì di nuovo e di più secondo la singolare figura che ha dato nome al cristianesimo.

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Küng-Damasio, teologia e scienza a confronto

Un anno fa furono due grandissimi nomi della letteratura a inaugurare i “Dialoghi del Premio Nonino”, vale a dire V. S. Naipaul (Nobel per la letteratura) e Claudio Magris. Non meno attesa, sia per il valore dei protagonisti, sia per le implicazioni del tema, la seconda edizione, in programma sabato 28 gennaio alle 18 al Teatro nuovo Giovanni da Udine della città friulana. A sostenere un dialogo che si annuncia promettente e intenso sarnno uno dei maggiori pensatori contemporanei, Hans Küng, e uno degli scienziati più importanti nel panorama internazionale, Antonio Damasio.

Vincitore del Premio Nonino 2012, Hans Küng è un nome assai noto a chiunque segua la teologia o la filosofia. Da qualche tempo, ha concentrato la sua attenzione sugli aspetti più critici del nostro sistema economico, ad esempio nel suo recente Onestà – perché l’economia ha bisogno di un’etica (Rizzoli), nel quale mostra come un libero mercato privo di forti riferimenti morali non possa che portare al disastro. Attualmente Küng, oltre a continuare l’insegnamento universitario di filosofia e teologia, è presidente della Global Ethic Foundation (Fondazione per un’etica globale). In passato hanno fatto notizia alcune sue prese di posizione, specie quella contro il dogma dell’infallibilità del Papa. Tuttavia il Premio Nonino sembra aver voluto sottolinerare il ruolo di Küng come coscienza critica del mondo contemporaneo, più che il ruolo di rottura avuto nei confronti del Vaticano.

Meno noto al grande pubblico, eppure autentica autorità nel campo delle neuroscienze, Antonio Damasio dal 2005 è direttore del Brain and Creativity Institute dell’University of South Carolina, dove è professore di Neurologia, neuroscienze e psicologia. Le sue ricerche sulla neurologia della visione, della memoria e del linguaggio, nonché i suoi contributi allo studio dell’Alzheimer, gli hanno procurato fama internazionale. Facile dunque prevedere su quali questioni verterà il dialogo: i limiti della libertà dell’uomo, la responsabilità dell’individuo, il rapporto fra biologia e cultura, scienza e fede…

La serata del 29 gennaio, organizzata dal Premio Nonino e dal Comune di Udine, sarà a ingresso libero. I residenti del Comune di Udine possono ritirare il tagliando alla biglietteria del Teatro nuovo di Giovanni da Udine, a partire da oggi. Per chi abita fuori città, è possibile prenotare il proprio posto inviando una mail all’indirizzo biglietteri@teatroudine.it. Il tagliando segnaposto andrà ritirato entro un’ora dall’inizio dell’evento. Per informazioni: tel. 0432/41.47.17 (Comune di udine) o 0432/24.84.18 (Teatro).

Paolo Perazzolo – famigliacristiana.it

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Condannato a un anno e sei mesi, un sacerdote, padre Aldo Nuvola

La quinta sezione del tribunale di Palermo ha condannato a un anno e sei mesi, pena sospesa, un sacerdote, padre Aldo Nuvola, imputato di tentativo di induzione alla prostituzione minorile. Secondo quanto ritenuto provato dal collegio presieduto da Piero Falcone, Nuvola avrebbe offerto denaro a un ragazzo di 17 anni, perche’ questi accettasse un incontro sessuale con il religioso. L’offerta venne rifiutata e l’ex parroco della chiesa di Regina Pacis, a Palermo, fu denunciato. Il reato attribuito a Nuvola e’ punibile fino a 12 anni di carcere: i giudici hanno comunque accolto la tesi subordinata dei difensori, gli avvocati Nino Caleca e Mario Zito, ritenendo il comportamento del prete (che oggi non ha incarichi ufficiali, ma non e’ sospeso a divinis) passibile della condanna al minimo della pena. L’imputato e’ il secondo sacerdote palermitano che, nel giro di pochi mesi, viene ritenuto colpevole di reati attinenti al delicato tema della pedofilia. In novembre era stato condannato in appello, a sei anni e sei mesi, l’ex parroco della chiesa di Santa Lucia, il prete antimafia Paolo Turturro. (AGI)

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Molestie sessuali a una sedicenne. Condannato parroco a Palermo

Padre Aldo Nuvola, ex parroco nella chiesa Regina Pacis di Palermo, e’ stato condannato a un anno e sei mesi, pena sospesa, per avere tentato di ottenere prestazioni sessuali da un ragazzo di 16 anni. Secondo il Pm Caterina Malagoli, che aveva chiesto due anni e otto mesi, don Nuvola nel 2008 avrebbe chiesto ripetutamente favori sessuali al garzone di un bar, presentandosi come un professore di filosofia di liceo.

E’ stato il ragazzo a denunciare le molestie alla polizia. Il prete e’ stato difeso dagli avvocati Mario Zito e Nino Caleca.

blizquotidiano

Palermo: ex parroco condannato a un anno e mezzo per molestie sessuali a minore

(Adnkronos) – Con l’accusa di molestie sessuali nei confronti di un 16enne il Tribunale di Palermo ha condannato a un anno e mezzo di reclusione, pena sospesa, un ex parroco di una chiesa di Palermo.

L’accusa, rappresentata dal pm Caterina Malagoli, aveva chiesto una condanna a 2 anni e 8 mesi. E’ stata la stessa vittima a denunciare il prete alla polizia. Secondo il racconto del minore il parroco gli avrebbe chiesto piu’ volte favori sessuali.

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Sesso tra minori, gli abusi scoperti dal parroco

Gli abusi o presunti tali sarebbero stati scoperti dal prete. Durante una festa di paese, qualche mese fa, per caso.

Quando un ragazzino di 16 anni avrebbe gli rivelato, inconsapevole, qualcosa di terribile. Un segreto che doveva restare tale. Ma troppo grande per essere tenuto nascosto da chi, quel qualcosa, forse davvero lo ha commesso. Rubando l’innocenza a un bambino di circa 10 anni, un amichetto di cui si sarebbe approfittato sessualmente. L’adolescente, come riportato nei giorni scorsi da queste colonne, è stato allontanato dal nucleo familiare con provvedimento del tribunale dei minori di Campobasso. A condurre le indagini, nel più stretto riserbo, la squadra Mobile di Isernia, al comando del neo dirigente Pasquale Lamitella. Indagini che dovranno provare se davvero tra i minori ci sia stato qualcosa di torbido. E che si starebbero concentrando sul contesto delle amicizie dei due. Tra le quali, come anticipato da “I Fatti” domenica scorsa, figurerebbe anche un anziano, di circa 70 anni. Una persona che, in passato, ha avuto guai seri con la giustizia. In settimana, comunque, dovrebbe essere interrogato il più grande, presunto autore delle violenze. Entrambi i ragazzini, come detto, fanno parte della medesima comunità di immigrati e vivono in un contesto sociale difficile. Secondo indiscrezioni, di loro talvolta si sono occupati anche i servizi sociali. Ai quali, in maniera riservata, il parroco del paese avrebbe fatto presente di prestare particolare attenzione. Sempre da testimonianze raccolte in paese, sarebbero stati dunque gli assistenti sociali a presentare regolare denuncia. Perché anch’essi, come il parroco, avrebbero effettivamente riscontrato qualcosa di strano. Intanto, dalla procura pentra sembra sia stata avviata un’inchiesta parallela. Per capire se davvero nel passato del 16enne ci sia stato, come trapelato nei giorni scorsi, una violenza sessuale a suo danno. Insomma, se da vittima sia poi divenuto        carnefice. Gli inquirenti vorrebbero stringere il cerchio intorno al presunto autore. Ma le conferme, su questa storia dai contorni ancora oscuri, devono ancora arrivare.

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