Slovenia, condannata arcidiocesi per prete pedofilo

Ancora guai per la diocesi di Maribor in Slovenia. Già indebitata per 800 milioni di euro a causa di una serie di spericolati investimenti. Oltre ai problemi finanziari, si aggiunge lo scandalo degli abusi sessuali commessi da sacerdoti.
Il tribunale del distretto di Maribor, scrive The Slovenia Times, ha confermato la condanna per l’arcidiocesi di Maribor, la diocesi di Celje e la parrocchia della cittadina di Artiče. Dovranno pagare 50.000 euro ad una donna, ora quasi trentenne, che all’età di 7 anni aveva subito abusi sessuali da parte di un sacerdote, Karl Jošt. Il religioso, chiamato in causa nel 2006, è morto l’anno dopo ed è sospettato di 16 casi di abusi sessuali su minori. Il caso è presentato come un precedente in Slovenia e la Chiesa locale ha intenzione di ricorrere in appello.
uaar

Don Verzè aveva dato orientamenti poco compatibili con la dottrina ufficiale della Chiesa

Nella Bibbia, l’arcangelo Raffaele aiuta Tobia a recuperare i dieci talenti d’argento che sono dovuti a suo padre, diventato povero. A Milano, quello “diventato povero” è il San Raffaele di don Luigi Verzè, schiacciato da un miliardo e mezzo di debiti, e a recuperare i crediti tocca invece al Tribunale fallimentare. Soldi veri, per ora, li ha promessi soltanto la cordata vaticana Ior-Malacalza, e fino al 5 marzo chi volesse farle concorrenza potrà sempre farsi avanti a suon di rilanci. Ma in realtà tanto i “big” della finanza e della sanità privata, quanto alcune cordate di medici interni al polo ospedaliero, stanno lavorando a un’ipotesi completamente alternativa: lo spezzatino del San Raffaele.

Nessuno ne parla apertamente, ma a Milano è su questo che vari studi professionali – e le stesse banche finanziatrici – stanno facendo quei calcoli che alla fine potrebbero anche sedurre commissari e creditori. Le schermaglie di questi giorni su conflitti d’interesse e sulla “gara fantasma” per il salvataggio del polo ospedaliero e della ricerca non devono ingannare. Il bando per le offerte alternative è stato riaperto ieri, scade il 31 dicembre e il termine potrà arrivare al 5 gennaio in caso di rilanci. Lo ha deciso il cda della Fondazione, che ha ottenuto già il via libera del Tribunale per il concordato in continuità, e dopo che la cordata Ior-Malacalza ha messo sul piatto 250 milioni di euro (125 a testa), oltre alla disponibilità ad accollarsi altri 250 milioni di debiti. Gli altri possibili concorrenti, a cominciare dal gruppo San Donato di Giuseppe Rotelli, dall’Humanitas della famiglia Rocca e dalla misteriosa fondazione svizzera Marcus Vitruvius, dietro alla quale si celerebbe un finanziere poco amato in Vaticano come George Soros, non hanno sicuramente gradito che il cda abbia fissato a quota 50 milioni di euro lo scalino minimo per i rilanci. E di sicuro non è particolarmente elegante che nel cda che poi dovrà scegliere a proprio “insindacabile giudizio l’offerta che si riterrà di accettare” vi siano già quattro esponenti espressi dal segretario di stato del Vaticano, Tarcisio Bertone: Gian Maria Flick, Ettore Gotti Tedeschi, Giuseppe Profiti e Vittorio Malacalza. Che però ci fosse l’ombra di un pesante conflitto d’interessi non è notizia né di ieri né di domani. Bastava leggere il provvedimento del 27 ottobre scorso con il quale il Tribunale ha approvato il concordato preventivo, nella parte in cui ravvisa “un soggiacente conflitto d’interessi, che potrebbe in effetti gettare un velo d’ombra sulle modalità con cui il piano concordatario è stato disegnato proprio in funzione e sulla falsariga dell’offerta formulata dai suddetti Investitori”. Insomma il concordato, al quale si oppongono invece i pm che indagano per bancarotta don Verzè e altri cinque suoi collaboratori, un mese fa è stato concesso perché non si era fatto avanti nessun altro con i soldi in mano. Ma potrebbe sempre essere revocato dal Tribunale, se il cda della Fondazione mettesse in pratica quel “soggiacente conflitto d’interessi” bocciando offerte più vantaggiose, ma “politicamente” sgradite al Vaticano. Ed è su questo punto che si registrano le grandi manovre della finanza laica e di alcun cordate miste tra medici interni e fornitori. Su tutta la procedura, vigilerà comunque il Tribunale (con i giudici Filippo Lamanna, Francesca Savignano e Roberto Fontana) e i commissari Rolando Brambilla, Salvatore Sanzo e Luigi Saporito. L’udienza per i creditori resta fissata per il 23 gennaio 2012 e in quell’occasione si voterà la proposta di concordato. Se il 60 per cento dei crediti approverà il piano di rimborso, si potrà andare avanti, altrimenti arriverà il fallimento. Va anche detto che un’eventuale offerta migliorativa dovrebbe garantire oltre il 60% dei pagamenti al momento promessi dalla cordata Ior-Malacalza. Che è un livello decisamente superiore alla media dei concordati italiani. In realtà, nessun curatore fallimentare, e tanto meno il Tribunale di Milano, è astrattamente contrario all’ipotesi spezzatino. Ovviamente a patto che garantisca un miglior rimborso dei crediti e non metta sul lastrico i 3.800 dipendenti del gruppo. E allora si spiega così la cortina fumogena delle polemiche sui conflitti d’interessi e sul bando, al quale basterebbe comunque partecipare offrendo la non proibitiva cifra di 300 milioni di euro. Diversamente, si può stare alla finestra o proporre soluzioni alternative. Non è un mistero, ad esempio, che tanto il gruppo San Donato quanto l’Humanitas sarebbero interessati a rilevare singole specialità del San Raffaele. E che alcuni direttori delle divisioni più redditizie, come quelle di medicina nucleare e di oncologia, starebbero cercando in proprio i finanziatori per un classico “managing buy-out”. Mentre al gruppo Soros interesserebbero sostanzialmente la divisione ricerca e l’Università Vita-Salute, dove per altro don Verzè aveva dato orientamenti poco compatibili con la dottrina ufficiale della Chiesa (dalla ricerca sulle staminali, a una certa spruzzata “new age” negli insegnamenti). Insomma, a parte l’inchiesta penale in corso, la parola “fine” sulla partita finanziaria in corso è tutta da scrivere. Con corredo di alleanze variabili e di alcune singolarità. Una per tutte, quella che riguarda l’industriale e finanziere piacentino Vittorio Malacalza. Nel San Raffaele è schierato con le “truppe” vaticane, ma in virtù della sua alleanza con la Pirelli siede anche nel cda della Rcs (che edita il Corriere della Sera), al fianco di Giuseppe Rotelli e Gianfelice Rocca. Se lo scontro sul San Raffaele dovesse acuirsi, Malacalza può essere il pontiere come il vaso di coccio.
bonazzi@ilsecoloxix.it
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Slovenia, buco di 800 milioni per diocesi di Maribor

La diocesi di Maribor, città slovena nota per ospitare una gara di slalom della coppa del mondo di sci, si è indebitata per 800 milioni di euro a causa di una serie di avventure finanziarie non andate a buon fine. L’Espresso ne dà un dettagliato resoconto. Leggendolo si scopre che il vescovo Franc Kramberger assieme all’uomo d’affari Mirko Krasovec, economo della diocesi dal 1985, ha fondato varie società e investito ingenti capitali avuti in prestito da numerose banche, coinvolgendo inoltre 30mila risparmiatori. In Vaticano si è avuto il sospetto che la situazione stesse precipitando quando alla fine del 2007 una tv controllata dalla chiesa slovena si mise a trasmettere programmi pornografici, scatenando il pandemonio sui giornali locali. Negli stessi giorni, da parte del vescovo, era anche arrivata alla Santa Sede una richiesta di autorizzazione per accendere altri due mutui da 5 milioni l’uno. A detta del cardinal Bertone le operazioni finanziarie condotte da mons. Krasovec sono irregolari in quanto non autorizzate da Roma. Se fosse vero i 30 mila risparmiatori, le banche e gli altri creditori non potranno rivalersi sul Vaticano, avendo stipulato con la chiesa di Maribor contratti non validi.



Daniele Stefanini – uaar

E’ morto don Luigi Verzè

E’ morto don Luigi Verzè. Il fondatore dell’ospedale San Raffaele, finito in bancarotta con debiti da un miliardo e mezzo di euro, aveva 91 anni. Lo scrive l’agenzia Adnkronos citando fonti vicine alla fondazione di don Verzè. A causare il decesso, stamattina intorno alle 7.30, una crisi cardiaca; alle 2.30 di stanotte, don Verzè era stato ricoverato per l’aggravarsi della sua situazione all’Unità Coronarica del San Raffaele. Lo riferiscono fonti vicine all’ospedale milanese.

VITA, MORTE E ‘MIRACOLI’

Don Luigi Maria Verzè, nato il 14 marzo 1920 a Illasi, in provincia di Verona, è stato presidente della Fondazione San Raffaele del Monte Tabor e presidente e rettore dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Nel 1947 si è laureato in Lettere classiche e Filosofia con padre Gemelli all’Università Cattolica di Milano e nel 1948 è stato ordinato sacerdote. Successivamente è diventato segretario del santo don Giovanni Calabria.

Nel 1958 don Verzè ha fondato l’Associazione Monte Tabor e nella seconda metà degli anni Sessanta sono iniziati i lavori di costruzione dell’ospedale a Segrate, alle porte di Milano. Il 30 aprile 1970 è nata la Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor, a cui viene conferito il San Raffaele in costruzione. Il 31 ottobre 1971 viene accolto il primo malato, mentre nel 1972 il San Raffaele viene riconosciuto Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico e dal 1982 è diventato polo universitario della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Statale di Milano.

Negli anni Ottanta, a fianco dell’ospedale, che oggi ha una capienza di circa 1.300 posti letto e una struttura di 11 dipartimenti e 45 specialità cliniche, don Verzè si è dedicato alla realizzazione e all’ampliamento di strutture specializzate, come il Dimer, Dipartimento per la Medicina Riabilitativa, il Dicor, Dipartimento per le Malattie Cardiovascolari, il Centro San Luigi Gonzaga per l’assistenza ai malati di Aids, il Dipartimento di Neuroscienze presso il San Raffaele Turro.

Nel 1992 è nato il Dibit1, il Dipartimento di Biotecnologie e Centro di Ricerca scientifica. Nel 1996 don Verzè ha fondato l’Università Vita-Salute San Raffaele, di cui è stato rettore, con le tre facoltà di Medicina e Chirurgia, Psicologia e Filosofia e dal 2010 la Laurea internazionale in Medicina e Chirurgia. Nel 2003 ha costituito il Movimento Medicina-Sacerdozio e nel 2010 è stato inaugurato il Dibit2 che ospita aule universitarie e nuovi laboratori per la genomica e proteomica. Nel corso del 2011 sono emersi i problemi finanziari del San Raffaele, dovuti all’elevato indebitamento del gruppo. Lo scorso 19 dicembre don Verzè si è autosospeso dalla carica di presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor.

L’ASTA DI OGGI

Proprio oggi, del resto, alle 12 è fissata l’apertura delle buste per l’asta per l’aggiudicazione della struttura sanitaria. Un appuntamento fondamentale per il futuro del polo medico d’eccellenza, per la cui acquisizione si sono mossi i big della sanità italiana, tra cui l’imprenditore Giuseppe Rotelli (del gruppo ospedaliero San Donato) e Gianfelice Rocca (del gruppo Humanitas). Le offerte dovranno superare di almeno 50 milioni di euro quella presentata lo scorso ottobre dalla cordata della Santa Sede (250 milioni messi sul piatto dalla cordata Ior-Malacalza), su indicazione di Tarcisio Bertone, segretario di Stato Vaticano. Le buste con le offerte per l’acquisizione della Fondazione San Raffaele e i suoi asset saranno aperte dopo la scadenza del termine, alle 12 e l’esito sarà comunicato al Tribunale e alla Fondazione. Sarà quest’ultima ad avvertire i concorrenti dell’entità delle varie offerte.

Nulla vieta che, oltre alle offerte di Rotelli e Rocca, alla gara partecipino altri soggetti, ma risulta difficile visto che non hanno avuto accesso alla data room. Ma la partita non si chiude oggi: vi è un altro termine, il 5 gennaio prossimo entro il quale è possibile presentare rilanci o anche nuove offerte. Da quel momento la palla passa al gruppo che attualmente detiene la Fondazione, Ior-Malacalza che dal 5 al 10 gennaio avrà tempo per decidere se pareggiare l’offerta più alta ed esercitare così il diritto di prelazione che gli spetta. Il 20 dicembre scorso il vicepresidente del San Raffaele, Giuseppe Profiti aveva chiarito le intenzioni sulle possibili prossime mosse della ‘cordata’ Ior-Malacalza: se si facessero avanti nuovi offerenti con le carte in regola, capaci di dare garanzie e futuro al San Raffaele, il Vaticano, che del salvataggio del polo ospedaliero è stato protagonista, è pronto a uscire dalla partita.

LE REAZIONI

L’aggravarsi della situazione cardiaca di don Luigi Verzè “era tenuta sotto controllo già da un anno”. Lo ha riferito Paolo Klun, direttore della Comunicazione del San Raffaele, a SkyTg 24, ricordando che il sacerdote “l’anno scorso proprio in questo periodo ebbe un piccolo aggravarsi della situazione clinica, e che probabilmente lo stress acuito in queste ultime settimane ha aggravato la situazione”. Lo scandalo del San Raffaele, ha continuato il portavoce della struttura, e la “conseguente situazione di stress può avere influito su una persona di quell’età e con una situazione di salute non tranquilla”.

La cosiddetta “crisi del sesto e settimo piano del San Raffaele, cioè quella amministrativa” deve essere distinta dalla missione e attività della struttura milanese. E’ quanto ribadito a SkyTg24 da Klun, secondo cui il polo ospedaliero, nonostante l’inchiesta sul dissesto finanziario e il crac della struttura, “non si è mai fermato e non ha mai rallentato la propria attività: ha sempre continuato ad assicurare per la clinica, la ricerca e la didattica l’attività che l’ha portato a diventare un punto di riferimento per la sanità in Italia e in Europa“.

Il portavoce ha poi confermato che l’asta, nonostante la morte di don Verzè, si terrà ugualmente: “Non c’è uno stacco netto tra ieri e oggi per quanto riguarda le procedure per la cosiddetta asta – ha detto Klun – a mezzogiorno si apriranno le buste e il San Raffaele nel prossimo consiglio di amministrazione fissato il 10 gennaio prenderà atto delle proposte arrivate e farà avvalere il proprio diritto di prelazione o rilancerà. Il calendario è confermato”.

Dalle istituzioni, la prima reazione è arrivata dal ministro della Salute Renato Balduzzi, che ha espresso il suo cordoglio per la morte di don Luigi Verzè e ne ha ricordato “il grande contributo allo stimolo della ricerca biomedica e la capacità di scegliere e valorizzare le eccellenze professionali”. Sui profili “etici e personali, e sulle vicende al vaglio dei magistrati”, ha aggiunto il ministro, “non ritengo mio compito, soprattutto oggi, entrare”.

ilfattoquotidiano
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Vaticano cerca nomi nuovi per migliorare la sua pessima strategia di comunicazione

“Vaticano cerca nomi nuovi per migliorare la sua pessima strategia di comunicazione”. Il commento dell’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati alla notizia sotto riportata apparsa in corriere.it. Crediamo che i media dovrebbero garantire a tutti una informazione imparziale. Sul tema del celibato della nuova teologia e della riforma della chiesa i sacerdoti sposati con regolare percorso canonico potrebbero dare un notevole contributo di qualità.
La redazione
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Giovanni Maria Vian, direttore de «L’ Osservatore romano», Marco Tarquinio, direttore del quotidiano della Cei «Avvenire», Antonio Preziosi, direttore del Giornale radio Rai e di Rai radio Uno e padre Antonio Spadaro, direttore della rivista «La civiltà cattolica», sono stati scelti dal Papa come consultori del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali. È quanto è stato reso noto ieri in una serie di nomine del Vaticano. Tra i consultori, anche padre Eric Salobir, assistente generale dell’ Ordine dei predicatori per le comunicazioni sociali (Francia) e padre Augustine Savarimuthu, direttore del Centro interdisciplinare sulla comunicazione sociale della Pontificia università Gregoriana (India).
in Corriere della Sera 30 Dicembre 2011 p. 15

Sedicenti organizzazioni di sacerdoti sposati confondono la giusta causa sul celibato e i diritti civili

Da qualche mese un anonimo ha creato un blog sacerdotisposatioraitalia  che a scadenza giornaliera pubblica post in parte ricopiando vecchi articoli pubblicati sul web inserendoli a distanza di anni come nuovi post, contribuendo notevolmente in tal modo a confondere e distorcere la giusta causa sui diritti civili e religiosi che la nostra associazione dei sacerdoti lavoratori sposati porta avanti dal 2003.
Tali post su sacerdotisposatioraitalia sono vecchi comunicati  smentiti poi dalla pratica… di tali sedicenti associazioni di sacerdoti sposati (i sacerdoti sposati hanno un regolare percorso canonico e non hanno attentato al matrimonio che comporta la riduzione allo stato laicale) Corpus ha di fatto usato Milingo per far ordinare validamente suoi membri come sacerdoti e vescovi per sviluppare l’organizzazione…
Come ad esempio il caso sottoriportato del Presidente di Corpus (prete sposato) William Manseau ordinato vescovo da discepolo Milingo. La notizia arriva dagli Stati Uniti e la consacrazione valida, ma illecita, e’ stata celebrata a Detroit nella cattedrale di Sant’Antonio. (v. http://sacerdotisposati.splinder.com/post/24835700/il-presidente-di-corpus-prete-sposato-william-manseau-ordinato-vescovo-da-discepolo-milingo) Peter Paul Brennan, dell’Ordine Reunion Corporate, è stato il consacrante principale di William Manseau. Un legame tra due entita’ disomogenee. Corpus e l’autoproclamata prelatura Married Priests (collegata all’altra autoproclamata prelatura di Milingo. Brennan e gli altri vescovi ordinati da Milingo nel 2007 si erano distaccati successivamente da Milingo stesso). Una serie di ordinazioni che non chiarisce bene che cosa ci sia dietro: da parte nostra come associazione dei sacerdoti lavoratori sposati, non condividiamo tale stile senzazionalistico. Milingo in passato e lo stesso Brennan hanno gettato cattiva luce alla giusta causa dei sacerdoti sposati con le loro scelte orientate all’accaparramento numerico dei sacerdoti sposati con la collaborazione per un periodo anche della organizzazione del Rev. Moon.
Milingo, Brennan e l’organizzazione di Moon hanno in passato carpito la buona fede di molti sacerdoti sposati italiani e hanno tentato anche di far scomparire la nostra associazione dei sacerdoti lavoratori sposati, con il sito e il blog. Sembra esserci dietro il tentativo di bloccare le fuoriuscite dei sacerdoti e delle suore riconsacrandoli e richiamandoli nel ministero. Sembra esserci dietro la mano di una regia attenta piu’ alla conquista di potere sociale ed economico che al bene della causa dei sacerdoti sposati. Per esperienza diretta Milingo, Brennan, Corpus e l’organizzazione del Rev. Moon hanno altre finalita’ prevalenti diversissime dalla nostra causa che utilizzano per i loro interessi. I quattro vescovi ordinati da Milingo nel settembre 2006 si distaccarono apparentemente da Milingo a causa dei rapporti con la chiesa dei Moon che riconoscono il Rev. Moon come Messia (ma non è Gesù l’unico nostro Messia? – ndr…).
Di fatto non hanno mai smesso di essere collegati alla Prelatura. Qualche tempo fa Milingo scrisse sulla fine delle organizzazioni dei preti sposati, che secondo lui non avrebbero più oggi la ragione di esistere. Un affermazione abbastanza presuntuosa come se la sua organizzazione fosse la sola ad agire. In seguito a tale affermazione sulla fine delle organizzazioni dei preti sposati Brennan, vescovo ordinato da Milingo, ha creato una nuova sedicente diocesi in America: http://www.ecumenicalcatholicdioceseofamerica.org/index.html
segnalazione web a cura della redazione

L’attacco di Bossi, ex ministro del governo Berlusconi, al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, appellato come "terun", è di una gravità inaudita

L’attacco di Bossi, ex ministro del governo Berlusconi, al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, appellato come “terun”, è di una gravità inaudita. Accanto a Bossi c’erano altri due ex ministri licenziati: Calderoli e Maroni.  
Nell’esprimere solidarietà al Presidente della Repubblica dichiariamo che  SIAMO TUTTI TERRONI.
Elio Veltri
a nome di tutta l’associazione Democrazia e Legalità
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Italia, terra di pirati (online)

Sarà la crisi. Sarà che noi o guardiamo il film o leggiamo i sottotitoli, ché due cose insieme sono complicate da fare (e poi abbiamo i doppiatori più bravi del mondo, perché non approfittarne?). Sarà, diciamola tutta, che con le lingue straniere non ci sappiamo fare molto.
Sarà quel che sarà (frase perfetta per un 2012 che dovrebbe chiudersi con la fine del mondo, stando a quegli iettatori dei Maya), quel che è certo è che anche quest’anno ci siamo fatti riconoscere. Italiani brava gente e scaricatori a sbafo di film, musica, giochi, software e tutto ciò che ha da offrire BitTorrent, ultimo arrivato tra i sistemi di successo per la condivisione di file peer to peer.
A certificare il tutto è la classifica stilata da kat.ph, uno dei principali siti di riferimento sul tema. Qual è stata la parola più ricercata dell’anno? Viene immediato pensare alle solite “xxx”, “porn” o “sex”, tradizionali oggetti di culto dei navigatori solitari. Niente da fare: sono rispettivamente quinta, 19esima e 27esima. E indietro sono anche i titoli dei film preferiti dai “torrentisti”, come Thor (nono), Harry Potter (12esimo) e Kung Fu Panda 2 (14esimo). O la cantante Adele, appena 44esima eppure prima tra i suoi colleghi.
Chi vince allora? Noi! Lì in cima c’è proprio quella sigla, “ita”, che identifica il nostro paese. O, meglio, la lingua in cui vengono ricercati il maggior numero di file, video soprattutto.
E a rafforzare il primato sono anche “ita dvd” e “italian”, rispettivamente quarta e settima tra le parole più ricercate. Un trionfo. E pensare che nel 2010, “ita” occupava appena il 96esimo posto nella medesima graduatoria.
Il successo degli scaricatori nostrani è ridimensionato – è bene precisarlo – dal fatto che il maggior numero dei film si trova già in inglese, senza bisogno di una ricerca specifica. Britannici e americani, quindi, sono fuori dai giochi. Ma gli altri? I tedeschi spariti (altro che Partito pirata…), gli spagnoli idem: o capiscono tutti l’inglese o i film li pagano, pivelli. A tenerci testa sono solo i francesi: subito dopo “ita”, si colloca infatti come chiave di ricerca la parola “french”.
D’altra parte, solo pochi giorni fa è stata diffusa la notizia di una serie di connessioni a BitTorrent partite dalla residenza più importante d’Oltralpe, l’Eliseo. Caso vuole che proprio il presidente francese sia stato il promotore di una delle norme più severe in tutto il mondo contro il P2P, la cosiddetta legge Hadopi, che prevede addirittura la disconnessione forzata da internet per chi è scoperto tre volte a scaricare file illegalmente.
Nella stessa contraddizione sono cadute anche la Riaa (l’associazione americana dei produttori discografici) e il dipartimento della sicurezza interna di Washington. I funzionari della prima avrebbero scaricato sei serie televisive, due album musicali (sic!) e un software pirata. Mentre sarebbero addirittura 900 i computer che fanno riferimento alla homeland security di Obama beccati a cercare file su BitTorrent. Stavolta, insomma, è difficile per tutti (o quasi) venire a farci la morale.

Rudy Francesco Calvo – europaquotidiano
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La caduta degli dei. E i nuovi?

L’anno che era iniziato con la caduta di Cesare Geronzi si chiude con quella di Salvatore Ligresti.
Non si può dire che il 2011 sia passato invano per gli dei della finanza italiana. Personaggi che avevano incarnato la continuità dei poteri forti tra Prima e Seconda repubblica crollano insieme con il berlusconismo e forse non sono solo coincidenze. Anche la parabola di un altro ex potentissimo come don Luigi Verzè si intreccia dall’inizio alla fine con quella dell’uomo di Arcore. Segno che non è vero (non è mai stato vero) che il berlusconismo abbia rappresentato un’anomalia rispetto ai poteri forti e ai salotti buoni milanesi e italiani, solo rispetto ad alcuni poteri forti ed alcuni salotti buoni. È stato lo stesso Geronzi, in una recente intervista con il Corriere della Sera, a raccontare la diffidenza di Enrico Cuccia per le ricchezze del Cavaliere, mettendola a confronto con la propria lungimiranza.
Dal 2011 escono ridimensionati anche “stranieri” potenti come Tarak Ben Ammar e Romain Zaleski e banchieri “emergenti” come Massimo Ponzellini e Matteo Arpe, mentre Alessandro Profumo per ora è fuori dai giochi che contano. È presto per dire se siamo già entrati nella Terza repubblica dei poteri forti. Per colpa della crisi economica i pochi personaggi degli affari che sembrano uscire rafforzati dalla nuova stagione o sono nuovi o non sono forti. Da un lato i Bazoli, i Guzzetti, i Montezemolo, i Gamberale; dall’altra i Ghizzoni e i Cucchiani. In ascesa, ma solo potenzialmente, sono Rodolfo De Benedetti, Lorenzo Pelliccioli, Fabrizio Palenzona, mentre Diego Della Valle continua a essere un elemento imprevedibile. Il 2012 sarà l’anno della loro consacrazione?
In questo vuoto relativo lo spazio occupato negli ultimi anni da Giulio Tremonti potrebbe essere l’habitat ideale per uno come Corrado Passera, l’unico in grado di poter contare su competenze e relazioni molto ampie. Tutti giurano che il salto in politica sia irreversibile. Proprio per questo il mondo politico è tanto preoccupato.

Giovanni Cocconi  – europaquotidiano

Imprenditore viterbese dichiara che Emanuela Orlandi era ancora viva negli anni ’90

A 28 anni di distanza il caso di Emanuela Orlandi, la giovane rapita il 22 giugno 1983 in Vaticano, potrebbere coinvolgere anche la Tuscia. L’imprenditore viterbese Maurizio Giorgetti, che in passato ha avuto legami con la Banda della Magliana, ritenuta coinvolta nella vicenda, ha sempre dichiarato, infatti, di essere entrato in posesso di due foto risalenti agli anni ’90 in cui si vedeva Emanuela ancora viva: fotogafie consegnategli da uno dei boss della banda, Domenico Zumpano, morto nel 1997.
Quelle immagini, però, secondo Giorgetti gli sarebbero state sotratte dalla sua convivente che, dopo essere sparita per alcuni mesi, è ”ricomparsa” solamente alcuni giorni fa.
Secondo Giorgetti in queste fotografie, dietro le spalle di Emanuela, si vedrebbe un pozzo tipico dei monasteri, pozzo che i Ros (raggruppamento operativo speciale) dei carabinieri, una volta riottenute le foto, potrebbero compare con l’archivio delle belle arti e risalire così alla struttura che lo ospita.
Giogetti, perciò, dopo aver fatto uno sciopero della fame davanti al tribunale di Viterbo lo scorso 24 dicembre, è tornato a chiedere un confronto con la sua ex compagna e di essere ascoltato dalle autorità.
viterbonews24

Frankenstein nascosto in Vaticano

“Frankenstein nascosto in Vaticano”, titola l’Osservatore Romano. Nell’archivio della Filmoteca Vaticana e’ stato ritrovato, infatti, un fotogramma della pellicola che James Whale diresse nel 1931.

“E’ bastato un fotogramma – scrive il giornale vaticano – per capire a quale pellicola appartenevano le poche scene inconfondibili ritrovate casualmente nell’archivio della Filmoteca Vaticana e in quel momento avremmo voluto avere l’intero film”.


“Questo perche’ nella storia del cinema ci sono immagini memorabili che diventano parte della cultura popolare, come appunto la pellicola di Whale, prodotta dalla Universal Picture. Il film fu proiettato per la prima volta a New York ottant’anni fa, ma ancora oggi l’immagine della creatura e’ legata all’interpretazione di Boris Karloff, con la testa piatta, le palpebre appesantite, i bulloni sul collo e i vestiti troppo piccoli, in un misto di malinconia e poesia”.


“Il pregio del film – sottolinea ancora l’osservatore Romano – e’ nella sua apertura a una serie infinita di chiavi di lettura: l’uomo che sfida le leggi della vita e della morte, la creazione di un mostro deforme nell’aspetto e nell’animo, il rifiuto di chi e’ diverso, il dolore di esistere senza amore e senza amicizia, la caccia all’uomo”.

rainews24

L’arcivescovo di Bologna Caffarra: “L’aborto è un delitto abominevole”

“L’aborto è l’uccisione deliberata e diretta – comunque venga attuata, chirurgicamente o chimicamente – di una persona umana già concepita e non ancora nata. E’ un delitto abominevole”. Sono parole dure quelle usate dal cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna, nel corso dell’omelia pronunciata durante la messa per la festa della Sacra famiglia. Riprendendo anche una definizione del Concilio Vaticano II, Caffarra ha lanciato un severo attacco contro l’interruzione di gravidanza, specificando che “la vita umana, in qualunque stadio, è sacra ed inviolabile; in essa si rispecchia la stessa inviolabilità del Creatore” .

Se a Natale Caffarra ha preferito concentrare l’omelia sulla “tragedia della disoccupazione e delle famiglie che vivono in situazioni di grave povertà”, per la festa dedicata alla famiglia l’arcivescovo di Bologna si è scagliato contro l’aborto. E non è la prima volta. Un anno fa, sempre durante la messa nella parrocchia bolognese della Sacra famiglia di fine dicembre, non aveva esitato a parlare di “una cultura della morte materializzata come ideologia, come ordinamento giuridico”. Nel 2009, nel corso di una conferenza, aveva condannato il via libera dell’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco, all’immissione in commercio della pillola abortiva Ru486. Oggi ha voluto tornare sul tema, ribadendo il monito della Chiesa cattolica contro chi sceglie di non portare avanti la gravidanza: “ogni persona umana è in un rapporto diretto e immediato con Dio creatore. Essa non è proprietà di nessuno, e di essa nessuno può disporre”.

Secondo l’arcivescovo oggi si sta perdendo “la vera misura del valore incondizionato di ogni persona umana” e per questo la “nostra società è malata mortalmente”. I sintomi andrebbero rintracciati non solo nella “distinzione fra vita degna e vita indegna di essere vissuta e nella negazione del carattere di persona all’embrione”, ma anche nella “progressiva legittimazione del suicidio e quindi dell’assistenza ad esso”. Sarebbe in corso poi un “cambiamento sostanziale della definizione della professione medica, non più univocamente orientata alla vita”. Per questo Caffarra invita “a non rassegnarsi a questa deriva. Non si fa luce in una stanza piombata nel buio discutendo sulla natura fisica della luce, ma riaccendendola”.

L’omelia dell’arcivescovo di Bologna arriva a pochi giorni dalla pubblicazione di una ricerca elaborata da Laiga, libera associazione ginecologi favorevoli all’applicazione della 194, e riportata dal settimanale l’Espresso, secondo cui la percentuale dei medici obiettori che si rifiutano di praticare un’interruzione di gravidanza si aggira intorno al 90% del totale. E i numeri veri potrebbero anche essere più alti, perché, come spiega la presidente Silvana Agatone al settimanale, i dati tengono conto anche delle cliniche convenzionate , che oggi però non sono più autorizzate.

di Giulia Zaccariello – ilfattoquotidiano
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Editoria: Rubbettino presenta ‘Mille anni a Camaldoli’

(Asca)  In libreria, per i tipi di Rubbettino, ‘Mille anni a Camaldoli’, a cura di Tonino Ceravolo con i contributi di Armando Matteo, Ugo Fossa, Ubaldo Cortoni, Matteo Ferrari (scheda online su ibs con il 15 % di sconto): lI primo prezioso volume interamente dedicato all’insediamento monastico di Camaldoli, che ha alle spalle mille anni di storia, arte e spiritualita’. 

scheda online

Da mille anni, collocata al centro della Foresta del Casentino, in provincia di Arezzo, la comunita’ monastica di Camaldoli e’ luogo di incontro tra uomini assetati di Dio e un Dio che in Cristo si e’ messo sui passi dell’umana avventura. Luogo di preghiera. Luogo di ricerca.

Luogo di dialogo. Ed e’ un ininterrotto dialogo quello che alimenta la vita dei camaldolesi: il dialogo tra la vita eremitica di monaci che vivono in celle separate e si ritrovano insieme solo per la preghiera e quella cenobitica di monaci che vivono nel medesimo spazio conventuale. Tra le due esperienze che costituiscono la vita dei camaldolesi – l’eremo e il monastero – vi e’ lo spazio di una natura incontaminata e splendida in ogni stagione dell’anno, che a sufficienza ricorda che Dio si lascia incontrare soprattutto nel silenzio. Ma Camaldoli e’ soprattutto un luogo che, nel passare dei tempi e dei costumi, continua a celebrare il sacramento dell’ospitalita’, di quell’ospitalita’ autentica che sa toccare e aprire il cuore anche dell’ultimo arrivato.
Qui si sono riuniti i grandi del Rinascimento fiorentino, qui dai primi del Novecento si incontrano gli universitari della Fuci, qui videro la luce le pagine del Codice di Camaldoli, qui provano da trent’anni a meglio conoscersi Ebrei e Cristiani. Qui – da mille anni – si danno appuntamento anime pensose del mistero di Dio e del mistero dell’uomo”.
Tonino Ceravolo si occupa, in prevalenza, di storia e antropologia religiosa. Armando Matteo, sacerdote dal 1997, insegna teologia fondamentale presso la Pontificia Universita’ Urbaniana in Roma. Ugo Fossa, monaco benedettino camaldolese della Comunita’ di Camaldoli, ha conseguito la licenza in Teologia presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo e il Diploma di Paleografia-Archivistica presso la Scuola Vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica. Ubaldo Cortoni, monaco benedettino camaldolese della Comunita’ di Camaldoli, ha conseguito la licenza con specializzazione in Storia della Teologia presso l’Istituto Mabillion-Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma.
Matteo Ferrari, monaco benedettino camaldolese della Comunita’ di Camaldoli, ha conseguito la licenza in teologia con specializzazione in Liturgia Pastorale presso l’Istituto Santa Giustina di Padova, la licenza in Teologia Biblica presso la Facolta’ Teologica dell’ Italia Centrale e il Diploma superiore in Scienze Bibliche presso l’SBF di Gerusalemme.
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Docenti italiani di teologia riuniti per riflettere sull’eredità del Vaticano II

Che impatto ha avuto il Concilio Vaticano II sul pensare teologico, sulle sue forme e sul suo metodo? Partendo da questo interrogativo si è mosso il XXII Corso di aggiornamento per docenti di teologia che si è chiuso ieri a Roma alla Domus Pacis. “A cinquant’anni esatti dal concilio – ha spiegato all’Avvenire il presidente dell’Associazione teologica italiana (Ati), don Roberto Repole – oltre 60 teologi dell’Ati si sono posti la domanda sull’eredita lasciata da questo evento. Non si può non notare, alludendo alle parole di Giovanni XXIII, il “balzo in avanti” avvenuto da allora nella teologia”. “La teologia postconciliare – ha aggiunto il religioso – ha potuto ripesare i contenuti della fede, ha sviluppato nuovi linguaggi e ha assunto in modo nuovo la sua fondamentale responsabilità di custodia e annuncio del vangelo”. Durante il corso, con il quale si è avviato il 50.mo dell’apertura del Concilio, la verifica del “nuovo paradigma teologico” del Vaticano II è stata affidata ad Andrés Torres Queiruga, docente di filosofia della religione all’università di Santiago. A questo percorso si sono accompagnate delle riflessioni dei teologi su alcuni temi particolari come il ritorno alle fonti, la cristologia, il linguaggio, le reazione nella teologia evangelica. (M.G.)
radiovaticana

La congiunzione carnale che dovevamo fuggire diventa un atto sacro

Attorno al 160 d.C., in Frigia, un prete di nome Montano era caduto in estasi e aveva cominciato a profetare come nei tempi antichi. Presto, le sue profezie furono messe per iscritto e in tutta l’ Asia Minore si sparse la voce che Dio aveva fatto agli uomini una nuova e definitiva rivelazione. Il cuore di questa rivelazione consisteva in una fine del mondo ormai vicinissima. Il Signore, aveva promesso, sarebbe tornato sulla Terra. Insieme a Lui, in una località della Frigia, sarebbe discesa la Gerusalemme celeste, nella quale si sarebbero raccolti tutti i santi che avevano sofferto in nome di Gesù: il Dio fatto carne che aveva espiato con la carne sulla croce i peccati del mondo. I cristiani, fortificati dal Paracleto, lo Spirito Santo, dovevano prepararsi con digiuni e penitenze. Ma non solo: dovevano liberarsi del tutto dai legami carnali, rifiutando addirittura il matrimonio o, in caso di vedovanza, di risposarsi. L’ ascetismo e il rigore di Montano e della sua setta, la «Nuova Profezia», approdarono sulle coste del Nordafrica nei primissimi anni del III secolo e conquistarono Tertulliano, il presbitero di Cartagine che di questo rigore già sentiva da tempo l’ esigenza. «La volontà di Dio è la nostra santificazione», scrive all’ inizio del breve trattato Esortazione alla castità , che leggiamo nel volume dedicato da Città Nuova alle Opere Montaniste (a cura di G. Azzali Bernardelli, F. Ruggero, E. Sanzi, C. Schipani, pp.424, 68). Questo bene, vale a dire la santità – prosegue – Dio lo ha diviso in tre specie. La prima è la verginità che possediamo dalla nascita e possiamo far durare tutta la vita; la seconda è la verginità che possiamo riconquistare con la seconda nascita, e cioè con il battesimo, e che con l’ accordo dei coniugi santifica il matrimonio; la terza è la monogamia, cioè quando in seguito alla interruzione di un unico matrimonio si rinuncia ai rapporti sessuali. Secondo Tertulliano, mentre nel secondo e nel terzo caso è la virtù dell’ uomo che opera, il primo tipo di verginità è un dono primordiale. Ma questo è anche il dono che garantisce la vera felicità: «Non conoscere affatto ciò da cui poi desidererai essere liberato». Sono parole sconvolgenti, se pensiamo che vengono pronunciate da un cristiano del II secolo in lotta per riaffermare la realtà della carne. Dio ha fatto l’ uomo a sua immagine e somiglianza nella carne; il Figlio è disceso nella carne; è morto – nonostante i dubbi di molti – nella carne; resusciterà nella carne, come noi tutti resusciteremo. Per quale motivo dobbiamo considerare che la vera felicità consiste nell’ ignorare il peso, la bellezza, gli strazi della carne? Per quale motivo dobbiamo considerare, nel matrimonio, l’ unione sacra fra l’ uomo e la donna – seguendo Paolo: «È meglio sposarsi che ardere» – come un rimedio per addormentare la concupiscenza, invece di onorare il corpo che Dio ci ha dato? L’ Esortazione alla castità ci opprime. Le sue raccomandazioni alle donne e alle vedove ci avviliscono. E la sua prosa è angusta: non è più la stupenda prosa larga che nell’ Apologeticum descrive Dio e l’ universo. La sua unica luce è nel capitolo quinto. Ma è una luce che buca secoli d’ oblio e ci inchioda. Dio – scrive Tertulliano rifacendosi alla Genesi – ha creato la donna da una costola dell’ uomo. L’ uomo ha molte costole: ne ha usata una, perché voleva che una fosse la sua donna e «fossero due in una sola carne, non tre o quattro. Altrimenti non saranno più una sola carne né due in una sola carne. Lo saranno se l’ unione e la fusione in un’ unica cosa avvenga una volta soltanto». Improvvisamente, con queste parole, la congiunzione carnale che dovevamo fuggire diventa un atto sacro: l’ atto sacro per eccellenza in quanto esecuzione della volontà divina
di Giorgio Montefoschi – corriere.it

Cosa resterà di questo 2011

Il 2011 è stato un anno intenso, pieno di eventi. Come tutti i fine anno bisogna trarre un bilancio.


Nei nostri libri di storia e nella memoria di chi li ha vissuti, questi dodici mesi saranno ricordati come quelli in cui:

Gli arabi si sono riappropriati della loro libertà in molti Stati, dando vita alla “primavera araba’’. Molto ancora deve essere fatto, perché la primavera araba non è ancora cominciata in tanti altri paesi, primo fra tutti l’Arabia Saudita. Quest’anno abbiamo assistito alla divisione del Sudan in due Stati differenti, soprattutto a causa dei conflitti interni.

Mubarak è finito in prigione, mentre sua nipote Ruby è diventata mamma. Gheddafi è morto, ammazzato brutalmente, come le migliaia di vittime che lui ha fatto uccidere, nei suoi quaranta anni di potere. Ben Ali è volato, su un aereo carico di miliardi, in Arabia Saudita. In Siria, mentre noi festeggeremo il capodanno, i manifestanti verranno ancora uccisi da un tiranno, decorato dalla Repubblica Italiana. Breivik lucidamente, è stato capace di ammazzare quasi cento ragazzi sull’isola di Utoya. Ci siamo ricordati tutti che i terroristi non sono esclusivamente musulmani, come molti invece hanno creduto dopo l’undici settembre 2001–vedi Vittorio Feltri, con il suo editoriale del giorno dopo la strage –, ma possono essere biondi, con gli occhi azzurri e cristiani. Fukushima ci ha rammentato che l’uomo è causa del suo stesso male e se non si sbriga a cambiare, la terra stessa non gli darà un’altra chance di sopravvivere.
In Italia il 2011 è stato l’anno in cui:

Abbiamo scoperto che un italiano su quattro è a rischio povertà. A lui più degli altri, peseranno le nuove tasse che la manovra “salva Italia’’ prevede.Lo spread è misteriosamente diventato… la causa della nostra crisi. Ci è stato “finalmente” reso noto che la bolletta dell’acqua è aumentata del 70% negli ultimi dieci anni. La benzina ha toccato il record di 1,722 al litro. Berlusconi ha detto: “ritornerò con più impegno di prima”. La Lega, incoraggiata dalla riuscita secessione del sud Sudan, è tornata a chiedere l’indipendenza della Padania. I tagli ai costi della politica non sono ancora stati fatti, mentre è stata innalzata l’età per andare in pensione. Marchionne sta spostando fuori dall’Italia la produzione Fiat, credendo che nessuno se ne sia accorto. Casseri ha ammazzato dei giovani ragazzi senegalesi al mercato di Firenze, poi si è tolto la vita. Casseri e Breivik sono stati considerati da molti “semplicemente” folli, per me erano lucidi in quel che facevano. L’assassino di Yara Gambirasio, come tanti altri assassini, non ha ancora un nome.
Il mio augurio a tutti voi, è di diventare ancora più consapevoli e indignati, così da rendere il 2012 migliore dell’anno che si sta per chiudere.
ilfattoquotidiano

Il caso di Yara Gambirasio resta complesso e senza una sola ipotesi valida

Il caso di Yara Gambirasio resta complesso e senza una sola ipotesi valida, senza un presunto assassino da mostrare all’opinione pubblica, da portare nelle patrie prigioni.
Il caso si fa complesso e difficile, tutto pare senza fini e senza scopi: il movente è vago, anche se ormai pare che sia di genere sessuale.
Uno che ha il vizietto di molestare le ragazzine in questo modo è sicuramente noto o nella zona o tra i suoi amici, parenti e colleghi.
Il perché nessuna videocamera lo abbia ripreso è un mistero, come perché appaia un fantasma tra la folla.
Dopo insinuazioni, ipotesi e tanti dubbi, tutto tace e pare incomprensibile.
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Google Zeitgeist: le keywords più ricercate nel 2011

Google Zeitgeist, classifica annuale del gruppo di Mountain View, giunta alla sua undicesima edizione, ha come scopo quello di rivelare lo “spirito dei tempi”. La classifica stila le 10 top ten riguardanti i singoli stati. Nella classifica italiana le 10 parole più ricercate sono: Marco Simoncelli, Danza Kuduro, iPhone 5, Groupon, Referendum, Na Pohybel Janas, Censimento 2011, iPad 2, Google Gravity e Music. Per quanto riguarda le celebrità le più cliccate sono state: il pilota di motociclismo Marco Simoncelli, il giornalista Lamberto Sposini e l’igenista dentale Nicole Minetti, tra le celebrità straniere troviamo Gheddafi e Amy Winehouse. Per quanto riguarda la definizione delle parole, ecco quelle più ricercate dagli italiani: LOL, tamarro, nemesi, blog, default, vintage, taggare, empatia, spa e cool. Tra i dieci film più ricercati il primo è Fast & Furious 5, segue Boris. Nella scena musicale italiana al primo posto troviamo Laura Pausini con il suo nuovo singolo Benvenuto.

Paura Italia- La persona che ha suscitato più interesse nel nostro Paese è stata Marco Simoncelli morto in Malesia, i casi più seguiti quello di Melania Rea,e quelli delle giovanissime Yara Gambirasio e Sarah Scazzi, inoltre, come già accennato grande interesse ha suscitato nel pubblico il ricovero del giornalista della Rai Lamberto Sposini. Quello italiano risulta uno Zeitgeist triste. Emerge in aggiunta, quella che sembra una vera e propria ossessione per gli italiani: la paura di sbagliare. Una paura che però non preclude un’apertura alle nuove culture, apertura che parte dalla tavola! Tra i cibi più cercati al primo posto troviamo la cheesecake, seguono i capecakes.

Rosanna Pecora, newnotizie.it
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Carburanti alle stelle e caselli più cari. La Casta dell’asfalto grava sui cittadini

Benzina e autostrade. Un mix di aumenti che può costare assai caro agli italiani (ancor di più se sul piatto si mette anche la Rc auto). Le batoste sui pedaggi partiranno da domenica primo gennaio, lo confermano al Fatto Quotidiano fonti governative, per i carburanti, invece, l’impennata è già una dura realtà: ieri il prezzo consigliato nei distributori dell’Eni stabiliva un nuovo record (1, 722 euro al litro per la ‘verde’ e 1,694 per il diesel).

Un anno fa, per capirci, si pagavano quasi trenta centesimi al litro in meno: questo significa, a stare a un calcolo del Codacons, che un pieno di gasolio per un’auto di media cilindrata in dodici mesi è aumentato di 17,3 euro, di 13 euro se si va a benzina. Vale a dire, con un paio di pieni al mese per un anno, un salasso che supera i 300 euro. La colpa, dice Luca Squeri, capo della Federazione dei benzinai (Figisc), è dei governi Monti e Berlusconi: “Se le quotazioni internazionali del greggio e dei prodotti finiti hanno pesato per il 25 per cento sull’aumento dei prezzi in Italia, per il 75 per cento vi hanno invece influito gli aumenti di accisa e Iva. Oggi, senza quegli aumenti, la benzina costerebbe 19 centesimi/litro in meno e il gasolio 22″.

Critica condivisa da Carlo Rienzi, ma il presidente del Codacons ci aggiunge pure “i soliti aumenti speculativi dei prezzi alla pompa che si registrano puntualmente in occasione delle grandi partenze”. Come che sia, pare che grazie a questi prezzi record durante queste feste se ne andranno in fumo – letteralmente – 215 milioni di euro in più in tutto. Disperati gli agricoltori: per loro, infatti, non solo aumentano i costi di produzione, ma prosegue quel circolo vizioso per cui i consumatori spostano sul trasporto quanto prima spendevano per la tavola. Poi c’è il problema delle tariffe autostradali, che sono una fonte di guadagni enormi per i titolari di concessioni (Benetton, Toto, gruppo Gavio, enti locali, Anas) nonostante un rischio di impresa pari a zero.

Un recente studio della Cgia di Mestre spiega meglio di mille parole quello che è successo al prezzo dei servizi pubblici in questi dieci anni: “Se in poco più di un decennio – dal 2000 all’ottobre di quest’anno – il costo della vita è aumentato del 27,1 per cento, la tariffa dell’acqua potabile, per esempio, è cresciuta del 70,2 per cento, quella della raccolta rifiuti del 61 per cento, i biglietti dei trasporti ferroviari del 53,2 per cento”. Buoni quarti, proprio i pedaggi autostradali: + 49,1 per cento, ventidue punti più dell’inflazione. Nel 2010, per dire, l’aumento medio è stato superiore al 6 per cento con un picco straordinario del 19 per cento per la Torino-Milano.

Insomma, una crescita che non conosce sosta e non ha più ragion d’essere nella remunerazione dell’investimento iniziale (la costruzione dell’autostrada), ormai ammortizzato del tutto o quasi, né per la qualità e tempestività degli investimenti fatti sulla rete: per la prima ognuno può giudicare viaggiando in macchina, per la seconda basti citare la Banca d’Italia, secondo cui molti concessionari non hanno completato neanche il 60 per cento degli ampliamenti previsti nel 1997 e appena il 3 per cento di quelli proposti nel 2004. Nonostante questo le società del settore raccolte nell’Aiscat hanno chiesto quest’anno aumenti medi tra il 3 e il 5 per cento.

D’altronde è così che funziona. Il meccanismo che regola le tariffe autostradali si chiama price cap, una sorta di tetto al prezzo di un servizio che si usa in caso di monopoli naturali, laddove cioè la spinta all’efficienza e alla diminuzione dei costi sarebbe pressoché nulla. Nel merito, per stabilire il costo delle autostrade si usano vari parametri: il recupero del 70 per cento dell’inflazione programmata, gli investimenti sulla rete, la qualità del servizio (tra cui il numero di incidenti), gli obiettivi di risparmio indicati dal regolatore (Anas). Teoricamente, insomma, potrebbe anche darsi che le tariffe diminuiscano, solo che non è mai successo: a settembre i concessionari presentano la loro proposta di adeguamento tariffario, l’Anas fa la sua istruttoria per capire se il prezzo è giusto e presenta la sua (non necessariamente la stessa) ai ministeri competenti – Tesoro e Infrastrutture – che devono prendere una decisione entro il 31 dicembre. Il governo, ha proposto ieri il Pd Michele Meta, blocchi gli aumenti per il 2012 per “evitare di pesare ancor di più sui già prosciugati bilanci familiari”. Non è possibile, è la risposta raccolta da ambienti dell’esecutivo: “Stante il sistema vigente delle concessioni si tratta di un adempimento obbligatorio. E’ vero che qualcuno ha provato in passato a bloccare le tariffe, ma poi dopo sei mesi ha dovuto concedere aumenti anche maggiori per recuperare”. Non è ancora chiaro se Monti e Passera concederanno aumenti fino al 5 per cento come chiedono i concessionari: se può essere un indicatore, però, negli ultimi due giorni la Atlantia dei Benetton ha guadagnato quasi due punti in Borsa.

di Marco Palombi da Il Fatto Quotidiano del 30 dicembre 2011
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Il PMI (Partito montiano italiano)

Gli articoli di Marco Damilano sull’Espresso sono sempre ricchi di spunti. Così anche sull’ultimo numero, dove si cimenta con un classico di fine anno: la «caccia al leader» che verrà. Un pezzo che i direttori fanno fare ai loro redattori ogni anno, che si legge sempre volentieri, un po’ serio un po’ faceto.
Colpisce, questa volta, che i primi quattro ritratti di Damilano siano dedicati ad altrettante new entry. Tre ministri. Sui quali già molto si è detto e scritto. Apre Corrado Passera, uno «che ha costruito il suo ingresso in politica con prudenza», addirittura un possibile «nuovo Prodi», e infatti «gli ex popolari Marini, Fioroni, Letta puntano su di lui». Poi c’è Elsa Fornero, passata già alla storia per le lacrime nella prima conferenza stampa al momento di pronunciare la parola «sacrifici» ma di cui pochi conoscono – scrive il giornalista – «la testardaggine».
Quindi Andrea Riccardi, tanto «accomodante fuori» quanto «duro e irremovibile dentro»: potrebbe diventare «il candidato sindaco di Roma» per il centrosinistra o anche «un potenziale leader cattolico». Infine, Paola Severino, invitata nei salotti che contano anche se lei «declina», dato che è impegnatissima su vari fronti: e certo il dicastero della giustizia non è un affare per gente pigra.
Qui ci permettiamo di aggiungere altri nomi che stanno venendo fuori e che dovrebbero imporsi nei prossimi mesi all’attenzione dell’opinione pubblica. Partiamo da Francesco Profumo, brillante ministro della pubblica istruzione, che già si è segnalato come un uomo di grande competenza e anche di capacità di ascolto. Poi, c’è da segnalare Fabrizio Barca, ministro della coesione territoriale, uno che dà l’impressione di gestire i suoi dossier con padronanza. Un pacchetto di mischia che se decidesse di entrare davvero nell’agone politico potrebbe bagnare il naso ad un bel po’ di esponenti della Seconda repubblica. D’altronde, se la scommessa di questo governo verrà vinta, sarà ben difficile dirgli grazie e arrivederci, no? Ah, ne dimenticavamo uno: si chiama Mario Monti, tenetelo d’occhio.

La rubrica di ieri aveva come oggetto una polemica con l’Unità a proposito di treni di stato e privati. I colleghi dell’Unità si sono ritenuti offesi per un riferimento fatto nella rubrica a una pubblicità di Trenitalia uscita sul loro giornale: l’intento non voleva essere offensivo, anzi escludeva che ci potesse essere un nesso fra inserzioni e posizioni del giornale. Convinzione che ribadiamo, con maggiore chiarezza e scusandoci per eventuali malintesi. (s.me.)

Mario Lavia – europaquotidiano

Un nuovo modo di essere Chiesa… Ma se il dialogo è un nuovo modo di essere Chiesa, allora il dialogo deve essere anche un nuovo modo di fare teologia

di Paul Knitter LA NECESSITÀ DEL DIALOGO INTERRELIGIOSO

Credo che l’urgenza di un dialogo interreligioso, l’urgenza, cioè, di rispettare i credenti di altre religioni, di apprendere da questi e cooperare con essi, nasca da tre esigenze o imperativi etici che il mondo contemporaneo pone ai cristiani e ai credenti di altre religioni. Il mondo in cui viviamo è globalizzato e interconnesso come mai prima di ora, ma è anche un mondo minacciato e in pericolo come mai prima di ora. I pericoli e le minacce nascono dalla violenza che gli esseri umani stanno commettendo tanto contro altri esseri umani quanto contro l’ambiente. Allora, suggerisco di considerare che questo mondo globalizzato ma minacciato stia invitando le persone religiose ad essere: 1) mutui vicini interreligiosi, 2) mutui pacificatori interreligiosi, 3) pellegrini interreligiosi insieme a ciascuno di noi.
Dobbiamo essere i vicini interreligiosi degli altri

Vi sono sempre state differenti religioni nel mondo. La diversità religiosa non rappresenta nulla di nuovo. Ma, nel passato, queste distinte religioni rimanevano nel “proprio vicinato”, cioè all’interno delle proprie frontiere geografiche e culturali. Oggi questo sta cambiando. Molte religioni differenti stanno cambiando vicinato. Quelli che credono in maniera diversa, che pregano in maniera diversa, che si vestono in maniera diversa, non vivono più all’altro lato del mondo. Vivono nella casa di fianco, noi lavoriamo insieme a loro e i loro figli vanno a scuola insieme ai nostri; di sicuro i loro figli potranno sposare i nostri. (…).

Attualmente, la comunità delle nazioni e ogni singola nazione si stanno sempre più trasformando in società civili multi-religiose.

Se la sicurezza di una nazione dipende dal fatto che i suoi cittadini siano “buoni vicini” degli altri – vicini che non soltanto vivono all’interno delle stesse frontiere, ma che lavorano insieme per far sì che il loro spazio comune sia un vicinato sano, pulito, sicuro per tutti – allora dovremo essere buoni vicini multi-religiosi degli altri. Ci si chiede di lavorare con gli altri, di essere amici degli altri, come persone che trovano il significato della vita in modi assai diversi, basandosi su libri religiosi assai diversi, seguendo leader religiosi assai diversi, che presentano immagini diverse delle cose ultime. (…). Se vogliamo essere “buoni vicini” degli altri, se speriamo di essere “buoni vicini” degli altri, dobbiamo riuscire ad esserlo in maniera interreligiosa.

E qui viene la parte difficile, la vera sfida. Essere buoni vicini multi-religiosi richiede qualcosa di più della tolleranza. Capite bene che non sto disprezzando la tolleranza. Dio sa se non ne abbiamo maggiore necessità all’interno delle comunità religiose del nostro mondo. Tolleranza significa (…) permettere agli altri di essere religiosi nel modo in cui vogliono. Ma implica che lo facciamo malvolentieri. Ciò che lasciamo che avvenga desidereremmo che non vi fosse, almeno non nella casa accanto alla nostra.

È per questo che per essere buoni vicini di molteplici credo la tolleranza non è sufficiente. Per formare un vicinato o una nazione a partire da differenti comunità religiose dobbiamo riconoscere e sostenere – nel nostro pensiero e nel nostro sentire – non solo l’esistenza, ma la validità delle altre comunità religiose. Noi cristiani dobbiamo essere capaci di guardare ai nostri vicini musulmani non solo riconoscendoli come tali ma anche essendo contenti che lo siano. Una società civile multi-religiosa funzionale richiede che ogni comunità religiosa ritenga che le altre religioni occupano nel mondo un posto valido quanto il proprio. (…).

Ciò che propongo qui è che nella nostra comunità mondiale multi-religiosa e nelle nostre nazioni multi-religiose, che si tratti degli Stati Uniti o della Colombia, si debba sostenere l’uguaglianza di diritti delle religioni, il che significa l’uguale validità delle religioni. Credo che di buon grado riconosciamo che una nazione che affermi di essere democratica non possa funzionare senza che vi sia uguaglianza di genere o di razza. (…). Lo stesso deve dirsi delle religioni: in una nazione multi-religiosa che si definisce democratica, dire che Dio ha fatto di una religione – generalmente il cristianesimo – l’unica religione vera o superiore alle altre è contrario ai suoi valori democratici. (…).

Dobbiamo essere pacificatori interreligiosi con gli altri

Noi cristiani, naturalmente, in virtù della nostra stessa identità, siamo chiamati ad essere pacificatori. Ma oggi, in un certo senso, ciò non risulta più sufficiente. Dobbiamo essere pacificatori interreligiosi. Tale sfida è diventata molto più urgente dopo i fatti dell’11 settembre del 2001 – e i fatti del dopo 11 settembre -. La violenza di quel giorno e la violenza che è seguita a quel giorno hanno incarnato ed evidenziato ciò che sta avvenendo in molte altre parti del mondo: si sta utilizzando la religione – che significa convinzioni e valori religiosi – per alimentare, giustificare e intensificare la violenza di alcune persone contro altre. Per quanto, attraverso la storia umana, vi sia sempre stata violenza in nome della religione, tale violenza sembra oggi più minacciosa che in passato. Alcuni esperti e alcuni politici in posizioni di potere sostengono che la religione sta alimentando uno scontro tra civiltà, civiltà dotate ora di armi più devastanti di quanto si sia mai immaginato. Con ciò non si sta dicendo che la religione causi di per sé la violenza. Ma che la religione è spesso la miccia che accende le tensioni politiche, economiche o etiche o è la legna che permette alle fiamme della guerra di ardere con maggiore intensità e ferocità.

Le persone religiose (…) che vedono come la loro religione venga impiegata per giustificare la violenza terrorista del lanciare aerei contro edifici o per giustificare la violenza militare del gettare bombe su altri popoli devono alzarsi in piedi e reagire sentendo che la loro religione e i loro valori religiosi vengono usati e manipolati. Il rabbino Jonathan Sacks, nel suo meraviglioso libro La dignità della differenza, enuncia la sfida che si pone ai vicini religiosi: «…i credenti non possono farsi di lato quando le persone sono assassinate nel nome di Dio o per una sacra causa. Quando la religione è invocata come giustificazione per il conflitto, le voci religiose devono alzarsi e protestare. (…). Se la fede è mobilitata nella causa della guerra, deve esserci una controrisposta nel nome della pace. Se la religione non è parte della soluzione, sarà certamente parte del problema».

Sacks suggerisce che il compito di affrontare la violenza in nome della nostra religione è un problema che non possiamo gestire da soli. Abbiamo bisogno dell’aiuto di altre religioni, le quali possono aiutarci, così come noi possiamo aiutare loro, a vedere come la nostra religione venga strumentalizzata e per quale motivo i leader politici se ne stiano appropriando. Si sta chiedendo ai cristiani, come a tutti i credenti, di essere pacificatori interreligiosi. La nostra risposta è un entusiasta “Certo che possiamo!”. Ma, come indicherò, tale disposizione positiva potrebbe presentarci esigenze inattese.

Dobbiamo essere pellegrini interreligiosi con gli altri

La terza ragione per cui il dialogo interreligioso è necessario (…) tocca la dimensione più profonda del nostro essere persone religiose, persone giunte a conoscere o a confidare, attraverso Gesù Cristo, nel fatto che vi sia una Realtà che ci trascende nel mistero così come ci abbraccia nell’intimità. (…).

Noi cristiani ci stiamo rendendo conto che quando assumiamo il pluralismo religioso con serietà come uno dei più pressanti “segni dei tempi”, quando cerchiamo di essere buoni vicini e compagni pacificatori insieme a persone di altri credo, scopriamo di essere capaci di sperimentare e di apprendere cose riguardo a Dio e a noi stessi e al nostro mondo che non avremmo mai potuto apprendere da soli. La nostra relazione con gli altri è un modo per dare profondità alla nostra stessa spiritualità! Come ha affermato Edward Schillebeeckx, stiamo arrivando ad accettare il fatto che vi sia più verità in tutte le religioni insieme che in qualunque di essa separatamente. E, per chiarire questo punto, aggiunge: Ciò include il cristianesimo! (…).

Il dialogo interreligioso ci offre l’occasione di essere compagni pellegrini dei musulmani, degli ebrei, dei buddisti, degli induisti, delle spiritualità indigene, esplorando e scoprendo sempre più cose del Mistero che chiamiamo Dio, un Mistero che ha molti nomi, e la cui integrità nessuna religione potrà abbracciare completamente. (…).

LE OPPORTUNITà OFFERTE DAL DIALOGO

Un nuovo modo di essere Chiesa

L’appello al dialogo rivolto dal Concilio Vaticano II e da Giovanni Paolo II è diventato per molti cristiani, tanto cattolici quanto protestanti, un richiamo a un nuovo modo di essere Chiesa. Questo invito è stato ascoltato e poi pronunciato soprattutto dai vescovi cattolici dell’Asia. Prestando ascolto ai loro popoli e ricevendo sostegno da teologi come Aloysius Pieris, Raimon Panikkar, Felix Wilfred e Michael Amaladoss, i vescovi asiatici hanno insistito con chiarezza e vigore sul fatto che la Chiesa cristiana potrà essere una Chiesa asiatica solo entrando in un dialogo autentico con altre religioni asiatiche e con i tanti poveri ed emarginati del continente.

Ma il carattere multi-religioso della società civile in tutto il mondo sta ad indicare che quello che è vero per le Chiese locali dell’Asia lo è di sicuro anche per la Chiesa universale. La cosiddetta Pentecoste asiatica, in cui sta nascendo un novo modo di intendere la Chiesa, si sta trasformando in una Pentecoste mondiale. Per essere una vera Chiesa cristiana, la Chiesa deve essere una Chiesa dialogica. Lo Spirito Santo che dà vita alla Chiesa è uno Spirito dialogico.

Dire che la Chiesa deve essere realmente dialogica illumina e attualizza uno dei suoi quattro tratti essenziali (…): “una, santa, cattolica, apostolica». Il pluralismo religioso e l’urgenza del dialogo, a mio giudizio, ci ha aiutato, ci ha obbligato, a renderci conto di ciò che realmente significa “cattolica”. Kata holos – “abbracciare il tutto” – ci dice che la Chiesa deve includere il tutto, tutto quello che esiste al di là delle sue frontiere. Solo entrando in relazione con l’altro possiamo renderci conto di chi siamo, di chi possiamo essere, di chi siamo destinati ad essere. (…).

Ma cosa vogliamo dire con questa nuova definizione di Chiesa-dialogo? (…). Nel 1984, il Segretariato per i non Cristiani (successivamente chiamato Pontificio Consiglio per il Dialogo) non solo ripeté, ma intensificò l’appello al dialogo del decreto conciliare Nostra Aetate, il quale definiva il dialogo come una parte essenziale della missione della Chiesa. (…).

Poi, nel 1991, il significato del dialogo venne illuminato forse con maggiore chiarezza nell’enciclica di Giovanni Paolo II Redemptoris Missio (RM) e nella Dichiarazione Dialogo e Annuncio (DA) del Pontificio Consiglio per il Dialogo. Queste dichiarazioni ufficiali riconoscono espressamente che il dialogo autentico mira all’«arricchimento mutuo» di tutte le parti (RM 55, DA 9), che nel dialogo i cristiani devono permettere di essere «messi in discussione», persino «purificati» (DA 32), forse «trasformati» (DA 47). Sorprendentemente, il documento vaticano arriva al punto di riconoscere che in un vero dialogo tutti i partecipanti (compresi i cristiani) devono essere aperti alla possibilità di essere «convertiti», cioè aperti al fatto che «possa nascere la decisione di lasciare una situazione spirituale o religiosa anteriore per rivolgersi verso un’altra» (DA 41).

Allora, “cattolico”, inteso come “dialogo” – e “dialogo” inteso nel senso usato da Giovanni Paolo II e dal Pontificio Consiglio per il Dialogo – significa che la relazione tra cristianesimo e altre culture e religioni deve essere un’autentica relazione biunivoca. Se le Chiese cristiane devono crescere ed essere fedeli al Vangelo di Gesù, non solo devono annunciare la Buona Novella, ma anche essere aperte a qualunque Buona Novella che Dio possa comunicare attraverso altre tradizioni religiose. (…). Solo così la comunità cristiana chiamata Chiesa può realizzare la sua missione di promuovere il Regno di Dio proclamato da Gesù. Se la comunità dei seguaci di Gesù non è in una genuina relazione dialogica con altri – con persone e religioni realmente differenti – non può definire se stessa cattolica. Effettivamente, come direbbe il mio professore Karl Rahner, sarà solo attraverso tale dialogo con altre religioni e culture che la Chiesa cristiana potrà trasformarsi realmente in una Chiesa mondiale incarnata non solo nella cultura europea, ma anche nelle culture dell’Africa, dell’Asia e delle spiritualità autoctone del Nord e del Sudamerica.

Un nuovo modo di fare teologia

Ma se il dialogo è un nuovo modo di essere Chiesa, allora il dialogo deve essere anche un nuovo modo di fare teologia. (…).

Durante gli ultimi 20 o 30 anni, si è parlato molto all’interno dell’accademia teologica, soprattutto negli Stati Uniti, della teologia comparata. (…). Ma cosa si indica con “teologia comparata”? Credo che si possa confrontarla con la teologia della liberazione e vedere in essa riflesso e ampliato il suo richiamo. Se la teologia della liberazione ha mostrato chiaramente come la teologia cristiana non possa essere autentica se non ascolta le voci dei tanti poveri ed emarginati del mondo, la teologia comparata aggiunge che i teologi cristiani devono anche ascoltare le voci delle molte religioni del mondo. Così come i teologi della liberazione hanno scoperto che quando leggono la Bibbia attraverso gli occhi e le orecchie dei poveri (che spesso sono i propri occhi e le proprie orecchie) vedono e apprendono cose prima mai viste, lo stesso può accadere leggendo la Bibbia e riflettendo sui Credo nella prospettiva del buddismo, dell’induismo o dell’islamismo. In tal modo, ascoltare le voci di altre religioni, così come ascoltare le voci degli emarginati, non è solo un’opzione tra tante nella descrizione del lavoro di un teologo cristiano. È un’esigenza, una necessità.

È vero che la teologia comparata sta ancora sviluppandosi nella coscienza della teologia cristiana; è ancora esaminata, elaborata e dibattuta nell’accademia teologica. Ma, partendo dal mio stesso studio della teologia comparata e dagli sforzi di metterla in pratica, posso riportare di seguito una lista di alcune delle sue caratteristiche e delle sue affermazioni essenziali:

1. Ermeneuticamente, la teologia comparata riconosce e assume per la sua stessa conoscenza ciò che è comunemente riconosciuto dagli psicologi e dagli antropologi e insegnato dai mistici di tutte le religioni. Dalla psicologia apprendiamo che le relazioni con altri esseri umani sono essenziali per lo sviluppo della nostra stessa identità e salute, cosicché solo di fornte alla domanda “Chi sei?” si può rispondere alla domanda “Chi sono?”. E dai mistici abbiamo ascoltato e forse sperimentato noi stessi che la Realtà che chiamiamo Dio, che è a nostra disposizione attraverso la nostra stessa esperienza, non può mai essere catturata e intesa nella nostra esperienza. Possiamo conoscere il Divino Mistero solo in maniera parziale, solo a partire da frammenti. Per questo, per rispondere alla domanda “Chi o cosa è il mio Dio?”, devo fare la domanda “Chi o cosa è il tuo Dio?”. I teologi comparativi, di conseguenza, riconoscono che in un certo modo e in un certo grado lo studio e l’impegno a fianco di altre religioni diverse dal cristianesimo sono essenziali per lo studio e la maggiore comprensione dello stesso cristianesimo.

2. Programmaticamente, la teologia comparata, allora, non è solo un’“appendice” o un’attrazione secondaria per il dipartimento di Teologia di una università cattolica. Non è semplicemente un “nuovo campo” da allineare ai campi tradizionali della teologia sistematica, biblica, storica e pratica. Al contrario, questo impegno comparativo o dialogico con altri insegnamenti, Scritture, storie e rituali religiosi deve essere incorporato in tutte le aree della teologia cristiana. Ossia, (…) stiamo riconoscendo ora che le fonti a cui deve ricorrere un teologo cristiano non sono solo “la Scrittura e la Tradizione” insieme all’esperienza umana continua; ad esse va aggiunta una terza fonte: le Scritture, gli insegnamenti e le pratiche spirituali di altre religioni.

Si tratta di esigenze forti. E che non possono venir realizzate dalla notte alla mattina, In realtà, la teologia comparata sarà l’impresa della prossima generazione di teologi: ricercatori e praticanti cristiani che non solo saranno pienamente immersi nel campo della propria specializzazione cristiana, ma si saranno anche familiarizzati con una o più tradizioni religiose differenti e ciò significa che ne conosceranno le lingue originali. I teologi cristiani del futuro, si potrebbe dire, avranno sempre una sotto-specializzazione in almeno un’altra religione oltre al cristianesimo. (…).

3. Quanto al procedimento, nel modo in cui i teologi comparativi attualmente sviluppano il loro lavoro, esistono tre linee generali: andare lentamente, procedere concretamente ed essere preparati alle sorprese.

“Andare lentamente” descrive la reticenza dei teologi comparativi a stabilire conclusioni generali e finali. Sono consapevoli del fatto che le conclusioni devono essere basate su dati raccolti dalle fonti di altre religioni; e questi dati, proprio a causa del fatto che sono per noi nuovi ed estranei, devono essere raccolti con attenzione, spesso in modo assai meticoloso. Allora, i teologi comparativi suggeriscono per esempio ai teologi sistematici che cercano di elaborare una “teologia delle religioni” di decretare una moratoria temporanea agli sforzi di presentare ambiziose dichiarazioni teologiche riguardo alla salvezza e alla rivelazione in altre religioni. Che si immergano prima nello studio di altre religioni, permettendo che le proprie valutazioni teologiche fluiscano da tale studio ed esperienza.

I teologi comparativi preferiscono anche muovere passi piccoli, particolari e concreti nel loro studio di altre religioni. Anziché confontare la nozione del Divino o il concetto dell’essere o la visione della vita eterna del buddismo e del cristianesimo, essi preferiscono concentrarsi su figure particulari, periodi determinati, libri o brani concreti. Lasciamo che le idee generali nascano dai casi particulari.

Infine, i teologi comparativi cercano di essere aperti alle sorprese riguardo non solo a ciò che si può scoprire su altre religioni, ma a ciò che si può scoprire su stessi attraverso questo dialogo. (…).

Questo nuovo modo di fare teologia, allora, è tanto faticoso quanto emozionante, tanto promettente quanto rischioso.

Nuovi modi di intendere e di seguire Cristo

Permettetemi di concludere queste riflessioni ponendo l’accento su una delle più promettenti ma anche più difficili e controverse opportunità offerte ai cristiani (e, in modi diversi, a tutte le tradizioni religiose) dal dialogo con altre religioni. L’opportunità nasce da ciò che sembrerebbe essere la tensione, o la contraddizione, tra l’avvio di un dialogo aperto con altre religioni e la convinzione che Dio ha reso la mia religione superiore a tutte le altre.

O, in maniera più precisa: credo che esistano tensioni destabilizzanti ma creative tra il dialogo come nuova maniera di essere Chiesa e di fare teologia e la cristologia tradizionale che esalta Gesù come unico Salvatore e portatore della rivelazione completa, definitiva e insuperabile. A meno che tali tensioni o contraddizioni non vengano direttamente affrontate e risolte, temo che il dialogo cristiano con altre religioni non sia onesto né efficace, e corra il rischio di essere manipolatore.

Come possono i cristiani avere un dialogo con altri credenti che sia veramente una relazione a doppio senso – come disse Giovanni Paolo II -, una conversazione in cui i cristiani siano realmente aperti alla possibilità di essere «messi in discussione… purificati… trasformati, persino convertiti» – se credono che Dio abbia dato loro l’unica fonte di salvezza e la verità completa, finale e normativa rispetto a tutte le altre verità? Con tale atteggiamento, i cristiani avranno sempre, per così dire, la carta vincente, divinamente concessa, contro tutte le altre verità religiose. Sembrerebbe, allora, che all’interno delle Chiese cristiane tradizionali attuali, e all’interno del Vaticano stesso, esista una tensione tra la pratica del dialogo a cui sono chiamati i cristiani da un lato e la teoria della cristologia tradizionale, dall’altro. Questa è, credo, una delle sfide più serie ed urgenti che affrontano oggi le Chiese cristiane.

È una sfida che convoca i teologi cristiani al compito che tanto spesso ha guidato la teologia lungo i secoli della storia della Chiesa: avanzando questa attraverso i diversi tempi e le diverse culture, come può risolvere le tensioni che naturalmente nascono tra la pratica della vita cristiana e la teoria della fede cristiana, tra ciò che tradizionalmente è stato chiamato lex orandi e lex credendi? La particolare sfida a cui mi sto riferendo in queste riflessioni invita i teologi ad elaborare una cristologia, una comprensione di Gesù Cristo, che preservi il suo messaggio distintivo senza subordinare le identità e il messaggio distintivo di altre figure religiose. Una cristologia che permetta e richieda ai cristiani un impegno continuo e totale con il Vangelo di Gesù, e allo stesso tempo un’apertura genuina alla verità che possa sfidarci in altre tradizioni religiose (…).

Il neocolonialismo è finito e i tunisini si ribellano all’atteggiamento della Francia di fronte ai risultati elettorali

Tratto dal mensile francese Régards (dicembre 2011). Titolo originale: L’Intifada tunisienne refuse la «vigilance» occidentale

Il 17 dicembre 2010 a Sidi-Bouzid, piccola città all’interno della Tunisia, Mohamed Bouazizi, giovane venditore ambulante, si uccide, dandosi fuoco dopo essere stato umiliato da un agente di polizia. Cogliendo di sorpresa geopolitici, esperti, specialisti e altri “attenti osservatori”, questo gesto disperato segna l’inizio di un’onda che, 12 mesi più tardi, continua a scuotere il mondo arabo.

Il 23 ottobre 2011, il partito islamico Ennahda esce vincitore dalle elezioni dell’Assemblea costituente in Tunisia, ottenendo 89 seggi su 217. In Occidente, e specialmente in Francia, il tono di buona parte dei commenti politici e mediatici cambia bruscamente. Nell’arco di pochi giorni si passa dall’entusiasmo per queste «rivoluzioni democratiche» dotate di ogni virtù, a un’attenzione «vigile» di fronte ai buoni risultati dei partiti islamici, realizzati (Tunisia) e a venire (Egitto, Libia). Sull’onda del «primavera araba, autunno islamista», riprendono forza quegli stessi che, per dieci anni, hanno alimentato il fuoco del pericolo islamista e dello scontro di civiltà.

Il 26 ottobre, il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, è ai microfoni di France Inter: «[I risultati delle elezioni tunisine] non modificheranno le relazioni tra la Francia e la Tunisia, ma la Francia resta vigile». «La Francia dice di fare attenzione! C’è un confine che non bisogna oltrepassare e questo confine è costituito da alcuni valori e principi democratici come l’alternanza al potere, i diritti umani e l’uguaglianza uomo-donna». «Saremo molto vigili e abbiamo i mezzi per esprimere questa vigilanza». Il ministro ha aggiunto infine che «confida» nei tunisini. Un’invettiva ridicola: presunzione civilizzatrice, autoproclamazione come guardiani del tempio – «dei valori e dei principi democratici» – e, per finire, minaccia di sanzioni economiche.



Una «vigilanza» che fa drizzare i capelli

«Vi scorgo i residui di una potenza coloniale che pensa ancora di avere dei diritti su un popolo sovrano», commenta Nourredine Aloui, insegnante, sociologo e romanziere tunisino. «Fa un po’ ridere questa Francia vigilante, questa Francia che dà lezioni. Così preoccupata dei diritti umani non lo era durante il regime di Ben Ali…».

Per Bertrand Badie, ricercatore al Centro studi e relazioni internazionali (Ceri), questa uscita di Juppé può essere letta a più livelli: «Mostra che la stigmatizzazione dell’islamismo continua a riscuotere successo; rivela un modo pericoloso e inappropriato di valutare l’islamismo come un fenomeno omogeneo e incapace di evolvere, mentre ci sono tanti islamismi e organizzazioni diverse; infine non tiene in considerazione che il passaggio da queste rivoluzioni alle elezioni non è facile: per decenni, i movimenti sociali sono stati privati di qualsiasi leadership politica…». Ma soprattutto, lo studioso sottolinea «questa costante goffagine diplomatica che consiste nell’ergersi a tutori di ciò che succede altrove. Come se il timone della diplomazia francese fosse raddrizzare i torti. Questo è, non solo superato, ma pericoloso perché il rinnovarsi perpetuo di questa tutela può provocare e alimentare sentimenti antifrancesi. Penso che il Paese che ha inventato il concetto di contratto sociale dovrebbe lasciare che i contratti sociali si facciano da sé…».

Storica della cultura e della vita intellettuale in Tunisia, codirettrice della rivista Ibla (Rivista dell’Institut des Belles Lettres Arabes) a Tunisi, Kmar Bendana giudica questa ingerenza «insopportabile». «La relazione Francia-Maghreb è sempre stata asimmetrica». «Da un lato l’opinione pubblica francese che si considerava liberale e erede della rivoluzione, della democrazia; dall’altro un’opinione nazionalista in marcia verso l’indipendenza. Quello che sta accadendo ora esce completamente da questo schema. Nel mondo contemporaneo, tutto si mischia grazie a internet, alla mobilità. Niente è lineare, e di colpo, questo sguardo occidentale non funziona più».

«Ciò che dice Juppé mi fa sorridere», dice Rim Temimi, fotografa di 38 anni “italo-francoalgerina-tunisina” impegnata nel collettivo di artisti “Dégage” nato all’indomani del 14 gennaio. «Vuole vigilare? È gentile da parte sua, ma non abbiamo bisogno di lui. Ciò che abbiamo fatto il 14 gennaio lo abbiamo fatto da soli. È tempo che la Francia e l’Europa comprendano che devono trattarci alla pari. Il colonialismo e il neocolonialismo sono finiti».



Gli islamisti non vengono dalla Luna

L’uscita di Juppé non è un caso isolato. Collima perfettamente con l’atteggiamento adottato dalla Francia nel gennaio scorso: basti pensare a Michèle Alliot-Marie, allora ministro degli Esteri, che invocava l’invio di poliziotti in soccorso al regime vacillante; o alla nomina poi a Tunisi di un giovane ambasciatore arrogante, Boris Boillon, ancora in carica. Inoltre la posizione di Juppé è confermata anche dal fatto che la Francia è stata uno degli ultimi Paesi europei a felicitarsi con i vincitori delle elezioni del 23 ottobre.

Un fallimento politico. «Perché – assicura Rim Temimi – quanto alle relazioni con l’Occidente, la gioventù tunisina, anche quella dell’interno del Paese, condivide l’idea che sia urgente andare avanti». Una gioventù che si dice anche pronta a assumere tutti i rischi inerenti al processo di transizione democratica nel quale il Paese è impegnato. «Anche se il Paese avrà una virata all’iraniana, io resterò qui», riassume la giovane fotografa.

Lungi dall’essere spaventati dalla vittoria di Ennahda, la maggioranza dei tunisini si dice prima di tutto fiera di quanto avvenuto nel Paese nell’ultimo anno. «Questa rivoluzione avanza a passi da gigante», afferma Nourredine Aloui. «Ha passato un anno di transizione senza violenze e le elezioni del 23 ottobre hanno dimostrato che c’era una grande voglia di cambiamento. Scopriamo il multipartitismo ed è un successo: tante le formazioni che saranno rappresentate in questa Assemblea.

Non sono tra coloro che pensano che le rivoluzioni sono state fatte dal popolo e stanno per essere confiscate dagli islamisti. Che io sappia, questi non vengono dalla Luna! Hanno combattuto Ben Ali e Bourguiba in passato. Non stanno rubando la nostra rivoluzione, sono stati eletti… E i paletti sono lì, Moncef Marzouki e altri siederanno all’Assemblea e contribuiranno a moderare i toni».

La nomina, il 15 novembre scorso, di Moncef Marzouki, capo del Congrès pour la République (arrivato secondo alle elezioni con 29 seggi), come presidente a interim per la durata di un anno, è un segno positivo. È a seguito di un accordo con gli islamisti di Ennahda che quest’uomo di sinistra prende in mano le redini del Paese, per il tempo necessario a che l’Assemblea costituente rediga una nuova Costituzione.

«Ad ogni modo, Ennahda non ha né il tempo, né i mezzi per diventare un nuovo Rassemblement constitutionnel démocratique (il vecchio partito di Ben Ali); e né il tempo né l’intenzione di far precipitare il Paese in uno scenario alla iraniana», considera Nourredine Aloui. «Se si allontana dal salafismo, diventerà un’organizzazione che potrà guidare il Paese dal centro, tipo Democrazia Cristiana. In caso contrario, diventerà un partito integrato nel gioco politico ma marginalizzato, che prenderà qualche voto a ogni elezione come i fratelli musulmani in Giordania».

Rim Temimi conferma che il modo con cui Ennahda gestirà la presenza dei salafiti nello spazio politico merita attenzione: «Costituiscono un rischio», dice. Ma la sua diffidenza nei confronti del partito di Rached Ghanouchi (presidente di Ennahda, ndr) è di altra natura: «Non voglio che si basi sull’esegesi del Corano. È quello che fa Ennahda e questo mi dispiace».

Portavoce in Francia del Parti démocratique progressiste (Pdp), uno dei grandi perdenti delle elezioni del 23 ottobre, Adnane Ben Youssef si spinge più in là: «Vogliamo discutere circa il modo in cui l’islam è invocato e utilizzato nel dibattito pubblico e politico, perché su questo abbiamo delle divergenze profonde con Ennahda. Ma certamente non c’è da discutere sulla loro presenza nello spazio politico».



Esigenza occidentale

Di fatto, tutto indica che per i tunisini la sfida principale oggi è di assicurare che i rappresentanti eletti non tradiscano le speranze politiche, economiche e sociali nate dalle sollevazioni: «Aspetto di vedere come questa Assemblea costituente si comporterà con le popolazioni di Sidi Bouzid, Gafsa ecc… che sono le più povere, e che hanno dato vita alla rivoluzione», dice Nourredine Aloui. «Perché il governo di transizione ha il dovere di farne la sua priorità». È questa la questione politica aperta, non quella del rischio dell’istituzione di un nuovo regime autoritario. Un rischio molto ipotetico: che si tratti di Ennahda in Tunisia, dei Fratelli musulmani in Egitto o domani delle organizzazioni che si richiamano all’islam politico in Libia, tutti hanno approfittato della primavera araba per… entrare nel gioco democratico. Un gioco dal quale, come le altre organizzazioni politiche di opposizione, erano stati esclusi in questi decenni. Tutti, in Tunisia, sono concordi nel riconoscere che Ennahda ha condotto una campagna efficace e ben organizzata. In Egitto, mentre l’esercito al potere reprime i movimenti giovanili e fa lavorare i tribunali militari a pieno regime, i dirigenti politici islamici, che a febbraio erano a piazza Tahrir, non si mobilitano più per difendere i giovani rivoluzionari.

I Fratelli musulmani discutono già da qualche mese con l’amministrazione statunitense. Lo scorso 30 giugno, Hillary Clinton ha ammesso che gli Usa avevano stabilito dei «contatti limitati». Contatti che si sono poi consolidati.

Un anno dopo l’inizio delle Intifade arabe, non è dunque escluso che un domani si possano vedere in Tunisia, in Egitto, e perché no in Libia, islamici al potere, rinnovare i contratti di assoggettamento economico e strategico sottoscritti dai loro predecessori con le potenze occidentali. Niente al momento indica che sarà così. Semplicemente la poca chiarezza che queste forze mantengono circa le loro proposte economiche e sociali non permettono di scartare questa ipotesi.

Con o senza islamisti, i desiderata occidentali non sono cambiati. «La loro principale preoccupazione è mantenere la divisione internazionale del lavoro di sicurezza. Finora, i regimi assicuravano il controllo della minaccia proveniente dal sud. E ciò che vogliono oggi, è che gli Stati conservino queste acquisizioni», analizza Vincent Geisser. Spetta dunque ormai ai «tunisini far sì che i loro rappresentanti non tradiscano ciò per cui si sono battuti da un anno», sottolinea Bertrand Badie.

Sta invece a tutti coloro che, dall’estero, vogliano sostenerli, forze progressiste comprese, uscire definitivamente dal proprio involucro neocolonialista e paternalista, ancora molto forte. Per rifondare le relazioni transmediterranee su nuove basi, ugualitarie. Di questo i tunisini sono creditori. Hanno già fatto la loro parte di cammino.
in adistaonline

AMICI COME PRIMA. MONTI CONFERMA L’ACCORDO CON LA LIBIA VOLUTO DA BERLUSCONI

36465. ROMA-ADISTA. «Il lupo perde il pelo ma non il vizio», verrebbe da osservare di fronte alla riattivazione – annunciata il 15 dicembre scorso dal premier Mario Monti, durante un incontro istituzionale con il leader del Consiglio Nazionale di Transizione libico (Cnt), Mustafa Abdel Jalil – del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la grande Giamariria libica popolare socialista”, siglato da Berlusconi e Gheddafi il 30 agosto 2008, ratificato dal Parlamento italiano il 4 gennaio 2009 (v. Adista nn. 67/08 e 16/09) e “congelato” durante la repressione della “primavera” libica.

Tra le altre cose, il Trattato prevede, in un lasso di 20 anni, investimenti italiani per oltre 5 miliardi di euro in settori strategici (energia, infrastrutture, ricerca e sviluppo, università, sicurezza) che fanno gola principalmente ai colossi Eni e Finmeccanica. In cambio l’Italia si vedrebbe garantito il “perdono” per le nefandezze coloniali e – cosa più rilevante in termini di realismo politico – il controllo delle coste e la repressione dell’immigrazione clandestina prima che approdi sulle coste italiane.

Nonostante il consenso parlamentare sostanzialmente bipartisan, su quel Trattato – seguito peraltro dalle pirotecniche visite di Gheddafi in Italia (v. Adista n. 66/10) – molti avevano espresso un’irrevocabile condanna. Le associazioni umanitarie (Amnesty International, Human Rights Watch, Asinitas-ZaLab e Fortress Europe) e diverse realtà della Chiesa cattolica (come la rivista dei gesuiti Popoli, quella dei comboniani Nigrizia, l’Associazione Giovanni XXIII), avevano denunciato che l’accordo rappresentava il frutto dell’amicizia personale tra il cavaliere e il colonnello, un regalo immotivato e sproporzionato al regime di Gheddafi, il diabolico precipitato del razzismo di Stato di stampo leghista, l’appalto al regime libico della violazione dei diritti dei migranti, la svendita di questi ultimi di fronte all’esigenza dell’approvvigionamento futuro di petrolio e gas.

Oggi, con non pochi mal di pancia all’interno dello stesso Cnt, quel patto – difficilmente conciliabile con le incontenibili istanze di democrazia della primavera araba – è di nuovo realtà. Cambia certo la modalità dell’accordo tra i leader dei due Paesi, meno folkloristica e più istituzionale. Cambiano i protagonisti del patto, Monti e Jalil, credibili agli occhi dell’opinione pubblica e soprattutto depositari delle speranze di due popoli che cercano di venir fuori dalle loro diverse “crisi”. Questo, forse, il motivo per cui il rilancio del Trattato è passato sotto silenzio e non ha destato lo scandalo atteso, tanto nei media nazionali quanto nell’associazionismo della società civile e religiosa.

Ancora una volta è il webmagazine internazionale dei gesuiti Popoli a prendere la parola: «Il Cnt – è il commento di Andrea Varvelli (dell’Istituto per gli studi di politica internazionale) raccolto dalla rivista il 20 dicembre – ha una scarsa legittimazione politica interna. È un Comitato formato da tecnocrati non eletti ed è sostenuto dall’appoggio che gli arriva dall’estero: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia. È quindi ovvio che, almeno finché non ci sarà un governo legittimato dalle elezioni politiche, il Cnt cercherà di non inimicarsi gli alleati stranieri». Poi, il 21 dicembre, Popoli condanna il «trattato senz’anima» citando, tra le altre, le dichiarazioni del gesuita p. Giovanni La Manna, presidente del Centro Astalli: «L’Italia continua solo a pensare ai problemi economici. Degli immigrati ci si disinteressa completamente, è una materia di cui non ci si occupa. I politici temono di perdere voti alle elezioni perché l’immigrazione non è un tema popolare, ma quello attuale è un governo composto da tecnici che non dovrebbe avere preoccupazioni elettorali». Per questo «mi sarei aspettato che Roma rinunciasse a dare soldi per far costruire a Tripoli centri di detenzione in cui vengono imprigionati gli immigrati. Prigioni nelle quali gli uomini vengono malmenati, le donne violentate e i bambini maltrattati». (giampaolo petrucci)
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Anche Benigni alla corte dell’Università San Raffaele

Laici, relativisti, mezzi atei ma arruolati con grande entusiasmo nell’esercito cristiano del Don, oggi indagato per concorso in bancarotta (con suicidio). Nella sua università Vita e Salute Don Verzè ha chiamato via via il fiore dell’intellighenzia milanese, credente ma anche no. All’Università Cattolica strappò il filosofo Giovanni Reale, da Ca’ Foscari prese Emanuele Severino, due star del pensiero, che fecero subito le valigie per mettersi al servizio dell’antropocentrismo cristiano del prete.

LAICI E RAZIONALISTI. Ma anche scienziati ultralaici, se non proprio anticlericali, hanno baciato la pila del San Raffaele. Qualche nome? Il biologo Edoardo Boncinelli, l’evoluzionista Luca Cavalli-Sforza, e addirittura il mangiapreti Piergiorgio Odifreddi. E poi, colmo dei colmi, tra i professori di diritto, Guido Rossi, celebre avvocato specializzato proprio in rischio d’impresa e fallimenti. Tutti esperti ma così esperti che non avevano minimamente intuito il crack incombente.

L’EX TOSCANACCIO CHIERICHETTO. E i comici? Quando c’è da far sollazzare un potente non mancano mai. E Roberto Benigni, dopo Renato Pozzetto, non poteva certo mancare. L’ex toscanaccio, oggi chierichetto da prime time, accettò con piacere la laurea honoris causa in Psicologia che Don Verzè decise di conferirgli. «Padre, di cosa devo parlare alla cerimonia?», chiese Benigni al prete in una telefonata preventiva. E Don Verzè gli fece mandare a casa l’opera omnia di Platone. Così che l’ex mattatore di Televacca, quello che prendeva in braccio Enrico Berlinguer, potè fare la lezioncina eucaristica nell’aula magna dell’Università Vita-Salute San Raffaele, davanti a Don Verzè molto divertito.

«Seguendo la logica non ci si può innamorare, bisogna avere il coraggio di buttarsi nel vuoto», «per raggiungere il Paradiso dobbiamo passare per tutte le passioni», «la sofferenza che vediamo sulla faccia del Papa è il crocefisso di Cristo»: così parlò Don Roberto, seguace di Don Verzè, ma prima, non adesso che è in disgrazia.

COME IGNORARE IL CRAC. «Tutti sapevano», ha scritto Aldo Grasso proprio sul Corriere, «dagli Anni 80 si sapeva che il San Raffaele era pesantemente indebitato, si sapeva che c’era un losco traffico con il Brasile, si sapeva delle spese faraoniche di don Verzé».

Tutti sapevano, compresi i docenti di Don Verzè, commentatori e collaboratori dello stesso Corriere (Boncinelli, Della Loggia, Severino, Reale, De Monticelli)? Grandi luminari, pensatori analitici, maestri del dubitare socratico, che però nemmeno per un secondo hanno dubitato dei bilanci dell’impero che stava dando loro una cattedra. Vatti a fidare degli intellettuali alle verzè.
di Paolo Bracalini – lettera43
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Cacciari, «Don Verzé, uomo di grande spregiudicatezza intellettuale, mi aveva offerto un’opportunità straordinaria: creare una facoltà di Filosofia in assoluta libertà» (la sede? In via Olgettina, quella delle ragazze di Arcore, anche loro in effetti in assoluta libertà).

Dopo la carne viene lo spirito. «Con la facoltà di Medicina mi sono preso cura della salute del corpo, ora è la volta dell’anima: si vuole occupare lei del logos fatto carne? Di filosofia e teologia?». E il lagunare del Nulla (in senso classico, il Nihil) Massimo Cacciari rispose sì, sì, sì!
Da quel momento in poi, ha più volte ricordato Don Verzé, «Cacciari è diventato la mia voce». Anche adesso che gli serve per rispondere ai pubblici ministeri? Ci chiediamo noialtri irrazionalmente. Quanti saggi e pensatori cosmici sedotti dal prete-manager del San Raffaele, che volava alto come loro, anche grazie al jet privato da 20 milioni di euro. Ora che è immischiato in una brutta fazenda (a Bahia) tutti si tengono a debita distanza, ma quando era potente, uh come accorrevano!
L’ENTUSIASMO DI CACCIARI. «Qui si tratta di creare una comunità scientifica, tra studenti e docenti, che discuta e pensi oggi sulla relazione fra filosofia e prassi, intesa come politica, tecnica e scienza. Rimescolare le acque tra filosofia e scienza attraverso una ricerca comune», metafisicheggiava Cacciari, inaugurando la facoltà di Filosofia dell’Università Vita e Salute del San Raffaele.
I due si erano conosciuti alla presentazione di un libro del prete (Cos’è l’uomo). Da lì la scintilla e l’unione spirituale tra l’ex comunista Cacciari e
LA CHIAMATA DI GALLI DELLA LOGGIA. Don Verzè. Quando Cacciari nel 2005 dovette lasciare la presidenza della facoltà, al suo posto venne chiamato un altro rispettabilissimo intellettuale italiano: Ernesto Galli Della Loggia. «Il suo nome? Mi è arrivato direttamente dallo Spirito Santo», spiegò Don Verzè.
Un laico, ma prontissimo a seguire il misticismo donverziano («Sono uno storico, ma non ho nessuna volontà di cambiare la vocazione della facoltà»).
In compenso, appena eletto sindaco di Venezia, qualche simpaticone buttò lì a Cacciari: «Nominerà Don Verzè assessore alla Cultura?», e il platonico primo cittadino sorridendo: «Magari…». Un vero peccato lasciare la scuola filosofica di Don Verzè: «Ero felice a Milano», ammise Cacciari, «Don Verzé, uomo di grande spregiudicatezza intellettuale, mi aveva offerto un’opportunità straordinaria: creare una facoltà di Filosofia in assoluta libertà» (la sede? In via Olgettina, quella delle ragazze di Arcore, anche loro in effetti in assoluta libertà).

di Paolo Bracalini – lettera43.it

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La quaresima dei maschi italiani, più devoti al calcio (truffa delle monete d’oro) che al Natale della speranza

È arrivato il 25 dicembre, il giorno della nascita di Cristo secondo i cristiani; secondo i pagani invece era il dì della rinascita del sole, il dies natalis solis invicti, nella loro concezione ciclica del tempo. Vedevano aumentare i minuti della luce pomeridiana e capivano che la fiamma nutrice della vita, il più benefico fra gli dèi, insomma Elio che tutto vede e tutto sente, non si era spento.

In questi giorni di solstizio invernale, che di fatto costituisce l’inizio della primavera, anche se una mente distorta1 lo ha classificato come il principio dell’inverno, vediamo allungarsi le giornate con un sospiro di sollievo.

D’altra parte la giostra eterna in cui tutto ritorna, il cerchio, la forma universale che la natura applica a ogni cosa, ci riporta, sotto il cammino delle stelle, lo scandalo del calcio, con le scommesse, le partite truccate, i giocatori venduti, mentre la tetra faccia patibolare di Moggi riappare nelle televisioni per giurare sulla propria innocenza e sulla malizia di chi gli attribuisce intrighi e prepotenze. Una volta c’era, e forse c’è ancora, chi lo voleva “santo subito”, in un tripudio che ispirava ai tifosi della sua squadra pirriche frenetiche, vorticosi fandanghi e carole circolanti, con scellerata allegria, attorno ai troppi trofei figli di madre truffa. I tifosi del gioco del calcio in Italia sono certamente più numerosi degli adoratori del Sole, forse anche più numerosi, almeno tra i maschi, dei seguaci di Cristo; ebbene, in questi giorni di ritrovata luce, costoro, invece di gioire per l’allungarsi delle giornate dopo sei mesi di malinconico declino della splendidissima fiamma solare, devono ancora una volta rattristarsi per la caduta di alcuni dei loro astri, precipitati, come Lucifero, dal cielo stellato all’inferno delle quaestiones perpetuae, le inchieste permanenti dei tribunali italiani che indagano su tangentopoli, calciopoli, escortopoli, lenonopoli, e così via. Chi crede nella purezza del calcio, chi pensa, come l’antico poeta Pindaro, che gli atleti siano eroi di stirpe divina o semidivina, subisce un brutto colpo, poi si rassegna o si abitua; chi, cinicamente, brama soltanto la vittoria della “sua” squadra poiché dal tifare per lei ricava una identità, sia pure gregaria e becera assai, difende a oltranza gli idoli infranti e già dissacrati. Ma l’idolo supremo, quello cui si prostrano diversi presunti eroi degli stadi, l’idolo degli idoli dei tifosi sedotti, è il denaro.

L’uomo che pratica il culto dei soldi, fa parte del branco degli idolatri che già la Bibbia condanna:”Gli idoli dei popoli sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non parlano; hanno occhi e non vedono; hanno orecchi e non odono; non c’è respiro nella loro bocca. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida” (Salmi, 135, 15-18). Del resto sono diversi gli autori europei, antichi e moderni, che vedono nell’oro e nel denaro intascato illecitamente il grande demone corruttore dell’umanità. Molti uomini e donne, che leggono poco, vengono sedotti dalla pubblicità, la sirena maligna per obbedire alla quale è necessario procurarsi i quattrini con qualsiasi mezzo. Se la poesia di Sofocle, o la musica di Mozart, o i quadri di Piero della Francesca sono imitatio dei, la pubblicità è imitatio diaboli: mi stupisco che non sia proibita, almeno dagli uomini di chiesa.

Sentiamo alcune voci di autori che gridano, se non proprio nel deserto, per poche persone oramai. Tra cui io stesso e voi che mi leggete: “We few, we happy few, we band of brothers”.

Virgilio nell’Eneide considera la brama dell’oro quale motore di efferati delitti, come quello perpetrato dal re di Tracia nei confronti dell’ospite troiano affidato alle sue cure dal padre Priamo :” Polydorum obtruncat et auro/ vi potitur. Quid non mortalia pectora cogis , /auri sacra fames! “, massacra Polidoro e con violenza si impossessa dell’oro. A cosa non spingi i cuori umani, maledetta fame dell’oro! (III, 55-57).

L’anatema di Seneca è meno violento, ma forse più appropriato alla fattispecie attuale. Il maestro di Nerone che, come noi, ha visto porcate di tutti i colori, scrive: “quello che può toccare agli uomini più spregevoli e infami non è un bene; ora le ricchezze toccano a un lenone e a un maestro di gladiatori; dunque non sono un bene (Epistole , 87, 15) E, poco più avanti (16):” il denaro va a finire nella tasca di certi uomini come una moneta in una fogna (quomodo denarius in cloacam”.

Faccio solo un esempio tra i moderni, utilizzando di nuovo uno dei massimi autori di teatro. Shakespeare, nelTimone di Atene, definisce l’oro “uno schiavo giallo” che “cucirà e romperà ogni fede, benedirà il maledetto e farà adorare la livida lebbra, collocherà in alto il ladro e gli darà titoli, genuflessioni ed encomio sul banco dei senatori”. Si pensi ai parlamentari italiani indagati per crimini vari. Quindi, subito dopo, il nostro barbaro non privo di ingegno aggiunge :”Maledetta mota, comune bagascia del genere umano che metti a soqquadro la marmaglia dei popoli”(IV, 3).

Il soqquadro attuale è il ribaltamento di tutti i valori. Al punto che il calciatore onesto, Simone Farina, il quale ha rifiutato di vendersi e ha denunciato il malaffare, rischia di restare isolato, e Cesare Prandelli, per proteggerlo dall’ostracismo, o peggio, dalla violenza degli altri, lo ha invitato a rifugiarsi tra i giocatori della nazionale. “Un premio in onore del calcio pulito” ha detto il ct. Ma non gli farà giocare le partite vere. In realtà gli ha offerto un rifugio e un riparo dalle non improbabili vendette dei molti farabutti.

1 “E’ una beffa! A partire dall’inverno i giorni si allungano, e quando arriva il più lungo, il 21 giugno, ossia l’inizio dell’estate, subito cominciano a calare, si accorciano e si va verso l’inverno…E’ come se un buffone avesse arrangiato le cose in modo tale da far cominciare la primavera all’inizio dell’inverno e l’autunno all’inizio dell’estate” (T. Mann, La montagna incantata, cap. VI, Ancora qualcuno.

di Giovanni Ghiselli – domani.arcoiris.tv

È bufera per la frase pronunciata dall’arcivescovo di Chicago. “In quei cortei lo stesso odio per la Chiesa che c’era fra gli incappucciati”. Le associazioni omosessuali: “Si dimetta”

mauro pianta – lastampa.it
roma

 

Uno scivolone causato da eccessiva foga oratoria? Oppure un’asprezza polemica figlia di una precisa strategia comunicativa? Certo è che la dichiarazione rilasciata domenica scorsa dal cardinale Francis George, arcivescovo di Chicago, non è passata inosserva
La frase “incriminata”, quella che gli sta rovesciando addosso un’autentica bufera, il presule l’aveva pronunciata davanti alle telecamere della Fox tv: «Alcune manifestazioni del movimento gay,con la loro intolleranza nei confronti della Chiesa cattolica, rischiano di assomigliare a quelle del Ku Klux Klan caratterizzate dallo stesso odio nei confronti del cattolicesimo».
Il cardinale stava commentando l’eventualità che il prossimo Gay Pride di Chicago, in programma domenica 24 giugno 2012, sfilasse proprio davanti ad una delle chiese più antiche della città e per giunta in un orario (le dieci del mattino) in cui le famiglie vanno a messa.
Il possibile disagio per i fedeli, tenuto conto la parata l’anno scorso aveva richiamato in città quasi 8oomila persone, era stata evidenziato proprio dal parroco della chiesa di Nostra Signora del Monte Carmelo.
«Io sto con il sacerdote, non ha senso che venga annullata la messa per il passaggio del Gay Pride», aveva detto l’arcivescovo durante la trasmissione televisiva. Poi era arrivato quel discusso accostamento tra gay e KKK. «Non le sembra un po’ troppo forte?», aveva osservato l’intervistatore.  «Lo è – era stata la replica di George – , ma la retorica del KKK e di alcuni esponenti gay riguardo il cattolicesimo è particolarmente simile. Chi è il nemico? Chi è il nemico? La Chiesa cattolica».
Il primo KKK, vale la pena di ricordarlo, era nato nel Tennessee nel 1866 come società segreta. I suoi membri, che condividevano un complesso rituale fatto di tuniche e cappucci bianchi, si macchiarono di una serie dei delitti nei confronti delle persone di colore. Nel 1871 il Congresso dichiarò l’organizzazione fuori legge.
Organizzazione che rinacque, però, nei primi anni del Novecento avendo come scopo l’affermazione della superiorità dei bianchi. A fondarla nel 1915, in Georgia, fu William J. Simmons, viaggiatore di commercio e assicuratore, legato all’ambiente metodista. Un influsso nel ritorno del KKK lo ebbe il film di  D. W. Griffith “La nascita di una nazione”, opera che esaltava il precedente Klan.  Nel tempo l’organizzazione divenne uno dei centri di aggregazione di patriottismo militante. Con il trascorrere degli anni  l’ostilità del Klan fu diretta non più solo contro i neri ma anche contro le altre minoranze (ebrei,cattolici, stranieri, gli stessi omosessuali). Lo slogan più urlato recitava: “Americani al cento per cento!”. Vi aderivano soprattutto coloro che vedevano nei nuovi arrivati (gli immigrati) concorrenti per il posto di lavoro. Scrive il critico Stephen Cooper nella biografia dello scrittore italo-americano John Fante: «La Chiesa cattolica rappresentava il nemico numero uno del Klan perché i suoi membri erano quasi tutti immigrati, e non certo da paesi anglosassoni. Era considerata una presenza estranea e strisciante che si insinuava nelle principali istituzioni del paese per sconvolgere lo stile di vita americano».
Al di là delle ricostruzioni storiche, comunque, il parallelo tra la comunità omosessuale e la società degli incappucciati  non è andato giù a gay e lesbiche statunitensi che hanno inondato la rete di petizioni: «Un accostamento doloroso e degradante: le scuse non saranno sufficienti. L’unica via per padre George, se ha ancora un brandello di dignità, è quella delle dimissioni».
In ogni caso il comitato organizzatore ha accolto le richieste della Città ritardando la partenza del corteo alle ore 12 per consentire ai parrocchiani di recarsi alla funzione religiosa domenicale.
Il cardinale è tornato in tv e all’Abc ha cercato di chiarire: «Ovviamente è assurdo dire che le comunità gay sono come il KKK. Il mio paragone era tra il tipo di parate, non si riferiva alle persone».
A questo punto,però, è comunque facile immaginare chi sarà il bersaglio preferito del corteo del prossimo 24 giugno.        

Livorno Il sacerdote convince una coppia a non rinunciare al quarto figlio. Il sindaco polemico: che bisogno c’ era di raccontarlo su Facebook?

«Non abortire, ti aiuto io». E padre Nike «adotta» il bambino
L’ annuncio Il prete è amico di Jovanotti e di Fiorello: «Oggi abbiamo salvato una vita»

LIVORNO – Racconta padre Nike di aver visto il volto di quel bambino quando, a mezzanotte di Natale, ha scoperto la Natività nel presepe della sua chiesa. Sì, proprio quel piccolo che rischiava di non nascere e che la sua parrocchia ha già «adottato» anche se è ancora nel grembo della mamma, disperata insieme al marito, perché con un solo stipendio, un lavoro per niente sicuro e altri tre figli da sfamare, una gravidanza può essere impossibile. «Non abortite, vi prego», li ha supplicati padre Nike, «la parrocchia ha quattromila fedeli, vi aiuteremo a tirare su questo bambino. Lo accoglieremo come Gesù». Il religioso, il vero nome è Maurizio De Sanctis, è conosciuto come il prete dei giovani (lauree in filosofia, teologia e psicologia) ed è riuscito a ottenere dalla coppia la promessa di non ricorrere alla legge 194 e tenersi anche il quarto figlio dopo che la donna aveva già fissato l’ appuntamento per abortire. «La mia comunità parrocchiale ha un mutuo di 200 mila euro, ma un cuore più grande dei debiti: oggi abbiamo salvato la vita di un bambino» ha scritto il sacerdote ai suoi 800 amici del profilo Facebook. E si è ripetuto nella notte di Natale durante l’ omelia. Spiegando ai fedeli che un piccolo miracolo era accaduto e che un bambino sarebbe nato con l’ aiuto e la solidarietà di tutti. La coppia vive in un quartiere popolare a sud della città, da sempre un rione «rosso». E padre Nike (ribattezzato così per le immancabili scarpe da ginnastica, i capelli lunghi e la voglia ricambiata di stare con i giovani) è l’ emblema di un compromesso storico alla livornese. Amatissimo ma anche al centro di polemiche aspre, don Maurizio è amico di Jovanotti e Fiorello e da quando è arrivato, un paio di anni fa, la chiesa si è riempita di fedeli. Anche i laici hanno iniziato a prenderlo in simpatia, invitandolo spesso a dibattiti e iniziative. L’ ultima stravaganza di padre Nike l’ estate scorsa: indispettito dal ritardo della sposa decise di iniziare la funzione e lei arrivò appena in tempo per pronunciare il fatidico «sì», con polemica di fine cerimonia. Adesso si rischia il bis. I laici e i difensori della legge 194 non hanno apprezzato (se pur con alcuni distinguo) l’ invasione di campo del prete. «Un intervento che sembra molto uno spot antiabortista – dice Vania Valoriani, psicologa dell’ azienda universitaria dell’ ospedale di Careggi -. L’ aborto è l’ ultima ratio e la legge, purtroppo ignorata, dovrebbe aiutare la donna a evitarlo. Ma il colloquio deve essere laico, non motivato da ragioni filosofiche e religiose. Allo stesso tempo è necessario sapere se la donna vuole realmente diventare mamma una quarta volta». Perplesso anche il sindaco di Livorno, Alessandro Cosimi (Pd). Soprattutto per quell’ annuncio di padre Nike su Internet. «Mi ha molto colpito questo modo di raccontare una storia complicata e molto intima che sarebbe dovuta restare riservata come una confessione. Cosa avrei fatto io? Da laico avrei cercato di far nascere quel bambino, perché l’ aborto è sempre un dramma, ma in silenzio, senza microfoni e riflettori».

Gasperetti Marco – corriere.it
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