Haiti: Wyclef, spariti soldi beneficenza. Arrivato nell’isola solo un terzo dei 16 mln dollari

La star haitiana dell’hip hop Wyclef Jean e’ nei guai. Secondo il quotidiano New York Post, infatti, solo un terzo dei 16 milioni di dollari raccolti dalla sua associazione in favore delle vittime del terremoto del 12 gennaio 2010 ad Haiti e’ giunto nell’isola caraibica. La sua organizzazione benefica Yele Haiti era gia’ finita nei guai con l’accusa di distrazione di denaro l’anno scorso, e il cantante era stato accusato di aver utilizzato il denaro per finanziare alcuni progetti musicali.
ansa

Germania: treno scorie, 1.300 arrestati

La polizia tedesca ha arrestato oggi all’alba 1.300 fra i manifestanti ambientalisti che a Dannenberg, nel nord, bloccavano la ferrovia dove deve passare un treno di scorie atomiche, proveniente dalla Francia e diretto alla vicina discarica nucleare di Gorleben. Lo scrive la Bbc sul suo sito. Il treno trasporta 11 container contenenti 300 tonnellate di scorie di uranio.
ansa

Durban, ultima spiaggia per salvare il pianeta

Le emissioni serra sono cresciute del 38 per cento tra il 1990 e il 2009. Il fragile accordo per ridurle, che impegna solo una minoranza dei Paesi inquinatori, sta per scadere. Il numero di governi pronti a sottoscrivere un’intesa per difendere l’atmosfera diminuisce. I climatologi avvertono che, continuando di questo passo, l’aumento di temperatura nel corso del secolo sarà devastante.

Messa in questi termini la scommessa di Durban, la conferenza Onu sul clima che si apre domani in Sudafrica, appare persa in partenza. La prima fase del protocollo di Kyoto del 1997, che impegnava i Paesi industrializzati a ridurre del 5,2 per cento le emissioni di gas serra entro il 2012, si concluderà alla fine del prossimo anno. Calcolando che per ratificarlo ci sono voluti sette anni di negoziati, con gli Stati Uniti che frenavano e l’Europa che spingeva, si comprende perché la missione di arrivare in tempo alla seconda fase di impegni appare impossibile.

Anche perché Canada, Russia e Giappone hanno già fatto sapere che non intendono firmare un impegno per il periodo che si apre con il 2013. Gli Stati Uniti non hanno mai sottoscritto alcun accordo vincolante sul clima. E i Paesi di nuova industrializzazione, dal 2008 responsabili della maggior parte delle emissioni serra, utilizzano la formula delle “responsabilità comuni ma differenziate” per rinviare l’accettazione di un target obbligato di riduzione.

La conferenza di Durban, presentata come “l’ultima occasione per salvare il clima”, segnerà
dunque il tramonto di un impegno per la difesa dell’atmosfera? Non è detto perché molti dei protagonisti della battaglia climatica non hanno gettato la spugna. L’Unione europea, che ha mantenuto gli impegni assunti a Kyoto, ritiene che solo se le emissioni globali di gas serra si dimezzeranno rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050 si potrà avere un 50 per cento di possibilità di contenere l’aumento della temperatura globale di 2 gradi, il tetto oltre il quale i danni comincerebbero ad assumere una dimensione catastrofica.

E l’Unep, il Programma Ambiente delle Nazioni Unite, ha elaborato uno scenario di riduzione nei vari settori (produzione di energia elettrica, trasporti, edilizia, agricoltura, rifiuti) in cui si dimostra che i tagli sono realizzabili non solo a costi contenuti, ma con meccanismi che porterebbero a ricadute positive sull’insieme del’economia.

Da Durban, con buona probabilità, uscirà dunque uno scenario di transizione, un ponte tra il 2012 e il 2015, l’anno in cui potrebbe essere raggiunto un accordo più ampio. Un’intesa che probabilmente risulterà agevolata dal ruolo crescente della green economy nei Paesi caratterizzati dalle economie più dinamiche, a cominciare dalla Cina che ha già conquistato la leadership nel campo dell’eolico e del fotovoltaico.

Già a Cancun, alla conferenza sul clima del 2010, i Paesi industrializzati avevano scelto la strada degli incentivi economici impegnandosi a stanziare un fondo per il trasferimento di tecnologie pulite ai Paesi in via di sviluppo di 30 miliardi di dollari nel periodo 2010-2012 e di 100 miliardi di dollari l’anno fino al 2020. Una cifra in linea con quella che, secondo i calcoli di Confindustria, servirebbe per realizzare gli obiettivi volontari proposti al tavolo del negoziato dai Paesi che hanno firmato l’accordo di Cancun: 40 miliardi di dollari all’anno da qui al 2020. Inoltre il mercato del carbonio, cioè la compravendita di emissioni serra, nel 2008 è arrivato a 92 miliardi di euro e continua a crescere.

Insomma i meccanismi di mercato stanno timidamente cominciando a rivelare la verità dei prezzi, cioè il costo occulto prodotto dall’inquinamento. Un costo nascosto dal fiume di denaro che per decenni ha sostenuto il sistema produttivo basato sui combustibili fossili (ancora oggi incentivati con 400 miliardi di dollari di sussidi l’anno). Ma il processo è lento, mentre il disastro climatico avanza veloce. La sfida di Durban è tutta qui: si riuscirà ad accelerare il percorso di guarigione dell’atmosfera prima che la malattia diventi devastante?
repubblica.it

L’acqua non è finita

Migliaia di persone tornano in piazza a Roma per esigere il rispetto del referendum violato: «No alla privatizzazione dei servizi pubblici locali». Parte una campagna di «obbedienza civile» per autoridurre le bollette idriche. Napoli capofila di una rete europea delle città che non vogliono svendere le risorse
ilmanifesto.it

Damasco sulla via di Tripoli

Dalle rive del Bosforo, il neo ministro degli esteri Giulio Terzi, al termine dei colloqui avuti ieri con il suo omologo turco Ahmet Davudoglu, ha ribadito l’appoggio italiano all’«opposizione organizzata» siriana. Più che organizzata, l’opposizione al regime di Bashar Assad appare sempre più armata. Damasco ieri ha ammesso l’uccisione, giovedì in un agguato, di sei piloti dell’aeronautica militare e di quattro avieri. A rivendicare l’attentato è stato il cosiddetto Esercito libero siriano (Esl), che raccoglierebbe migliaia di disertori. L’abilità evidenziata da questi militari oppositori di Assad desta non pochi interrogativi. Nelle ultime settimane l’Els ha attaccato con precisione millimetrica obiettivi militari di primo piano provocando danni e diverse vittime. Appena qualche giorno fa ha colpito una base militare poco fuori Damasco e la sede del partito di governo Baath nella capitale, riuscendo a svanire nel nulla dopo gli attacchi. Un mordi e fuggi talmente efficace che genera il sospetto che i disertori siano assistiti da «specialisti» giunti dall’estero, come i «tawar» libici che sono stati aiutati non solo dai massicci bombardamenti della Nato ma, segretamente, anche da unità militari scelte arrivate dall’Europa.
Il sospetto di un coinvolgimento straniero non assolve, ovviamente, il regime siriano dall’aver scatenato una repressione violenta delle proteste, che hanno causato sino ad oggi almeno 3.500 morti (mille dei quali, secondo le autorità siriane, sarebbero militari uccisi negli scontri). Il Comitato Onu sulla tortura ha denunciato gravi violazioni dei diritti umani in Siria compiute dal regime, in modo particolare casi di tortura che hanno coinvolto anche bambini. Ieri una manifestazione di protesta si è svolta anche ad Aleppo e in tutto il paese 18 persone sono state uccise, secondo quanto riferito dai Comitati di coordinamento locali. Al tempo stesso è evidente che poco alla volta si sta cercando di imporre alla Siria lo scenario libico. Ieri è scaduto l’ultimatum di 24 ore della Lega araba a Damasco perché accetti l’arrivo di 500 osservatori, senza che l’organizzazione abbia ottenuto una risposta da parte del presidente Assad. Il prossimo passo sembra essere, quindi, quello delle sanzioni economiche. Oggi è in agenda una riunione dei ministri delle finanze arabi per discutere di pesanti misure punitive alla Siria, che potrebbero essere sottoposte già domani ai rappresentanti dei paesi membri della Lega. Reticenti su di una «internazionalizzazione» della questione siriana, i ministri degli esteri arabi avevano però chiesto giovedì all’Onu di «prendere le misure necessarie a sostegno degli sforzi della Lega araba per risolvere la crisi in Siria». È il via libera preliminare ad intervento armato di «Volenterosi» anche in Siria?
Gli indizi sono molti, anche perché il Consiglio di cooperazione del Golfo (monarchie ed emirati), che domina la Lega Araba, lavora ad un piano simile a quello preparato per il presidente yemenita Ali Abdullah Saleh, quindi all’abbandono del potere da parte di Assad. Lo ha riferito il sito del quotidiano al Sharq al Awsat, citando le dichiarazioni rilasciate dal ministro degli esteri saudita Saud al Faisal. «Abbiamo elaborato una soluzione che, crediamo, salverà il paese (la Siria) da un intervento esterno, nonchè dalla frammentazione e dal collasso economico», ha detto al Faisal a proposito del piano arabo imposto a Damasco, lasciando intendere che un rifiuto di Assad aprirebbe la strada ad un attacco straniero.
Dietro le quinte si parla di un possibile intervento limitato della Nato, di «corridoi umanitari» in Siria, ma non è detto che l’azione di forza arrivi dai paesi occidentali. La Turchia è pronta ad intervenire, anche senza la copertura della Nato, in accordo con i paesi arabi, ha spiegato ieri il ministro degli esteri Davutoglu durante la conferenza stampa tenuta con Terzi. Quest’ultimo si è spinto a fare notare che «il principio della non ingerenza negli affari interni non può avere un valore assoluto». Il primo passo potrebbe essere l’imposizione di due «zone cuscinetto» dentro il territorio siriano, al confine con la Turchia e a sud alla frontiera giordana.
Michele Giorgio – ilmanifesto.it

Fiat. Accordo per Termini Imerese. La Fiom: "Bisognava fare di più".

Due anni di mobilità, a partire dal 1 gennaio, per 460 euro al mese. E’ questo l’accordo trovato tra Fiat e i lavoratori diTermini Imerese, licenziati dopo le tante promesse dell’azienda automobilistica (che aveva paventato spostamenti di produzione in Sicilia) e che invece ha chiuso. e’ stato il primo banco di prova per il neo ministro allo Sviluppo Corrado Passera, che ah coordinato – di fatto – il tavoo convocato tra sindacati e Fiat.

L’accordo riguarda 640 lavoratori. Duro il commento della Fiom: “Per senso di responsabilità accettiamo la proposta, riteniamo che la mediazione del governo sia stata al ribasso, non sufficiente. Ma non la rifiutiamo», ha detto il responsabile auto della Fiom, Enzo Masini, dopo l’accordo sulla mobilità incentivata per i lavoratori di Termini Imerese. «La mediazione del governo c’è stata, ma non siamo pienamente soddisfatti», ha spiegato. E ha aggiunto «spero che questo non sia il modo con cui il governo affronterà le altre questioni aperte sul fronte Fiat». Un giudizio riequilibrato dalla Cgil, per cui ha parlato Vincenzo Scudiere, segretario confederale del sindacato: “Un’intesa apprezzabile e positiva – ha detto – perché risolve il problema degli incentivi accompagnando alla pensione oltre 600 persone”. Positivo anche il giudizio sulla “prima volta” di Passera: “E’ stato positivo il lavoro svolto dal ministro Passera e dallo stesso Ministero per costruire una soluzione basata sul rispetto degli interessi in campo”. In previsione del prossimo incontro con l’imprenditore Di Risio, che dovrebbe rilevare lo stabilimento, Scudiere osserva: “Ora c’e’ bisogno che l’acquirente confermi tutte le disponibilità annunciate per avviare la produzione e rilanciare lo stabilimento di Termini Imerese”, conclude.

Anche la Fim si unisce al coro dei contenti. D’altronde il sindacato ancor prima di sedersi al tavolo aveva fatto sapere di essere disponibile a non accettare le tabelle della Fiat per gli incentivi, ma di essere pronta ad acconentarsi di un “prezzo” più basso: “Finalmente abbiamo raggiunto un importante punto di intesa sulla mobilità, che sarà pari al 70% di quanto era stato richiesto, ovvero di quello che tradizionalmente Fiat ha dato ai lavoratori”, ha detto il segretario nazionale della Fim, Bruno Vitali. Per l’azienda automobilistica si tratta di un investimento di 21,5 milioni di euro.

 
ilmanifesto.it 
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Di fronte alla gravissima crisi che stiamo vivendo sono tre le questioni aperte

Di fronte alla gravissima crisi che stiamo vivendo, sono tre le questioni aperte sui tavoli delle istituzioni europee, in quelle sopranazionali così come negli stati membri: il ruolo della Bce, gli eurobond, l’unione fiscale. Sono esse destinate a viaggiare su binari paralleli, quasi che la soluzione di una delle tre debba escludere le altre due, oppure è nel novero delle cose possibili una riforma più complessiva? Una crisi che sembra non aver mai fine ha posto in risalto tutta l’inadeguatezza della governance economica europea negli anni dell’euro.
La «zoppia» – per dirla con le parole del presidente Ciampi – di un’unione monetaria non controbilanciata da una politica di bilancio comune era stata da tempo denunciata. Certo, la crisi esplosa nell’autunno del 2008 ha aggravato questo stato di cose, ma la necessità di completare con ragionevolezza la costruzione europea non la scopriamo certo oggi. Riaffiorano così le tre questioni di cui si diceva all’inizio, che possiamo porre nei seguenti termini.
Primo: la Bce deve continuare ad agire in base al suo attuale statuto – ove l’imperativo categorico è quello di assicurare la stabilità dei prezzi – oppure dovrebbe farsi carico, come da più parti si è suggerito, anche della crescita economica? Secondo: l’Ue ritiene maturi i tempi per una prima emissione di eurobond o vuol lasciare questa proposta – prossima a compiere il suo ventesimo anniversario (com’è noto fu lanciata da Jacques Delors col suo Libro bianco del ’93) – nel proverbiale «libro dei sogni»?
Terzo: quali aree di sovranità nazionale i paesi dell’eurozona sono disposti a cedere (verso l’alto, cioè verso il livello di governo sopranazionale) per dare vita a una effettiva Unione fiscale? La tentazione, leggendo le domande nel loro assieme, di trovarsi di fronte a un puzzle irrisolvibile è forte: non si sa da quale parte cominciare a incastrare fra loro i pezzi. Questo rischio oggi è assolutamente da evitare, venendo l’Europa da mesi (per non dire anni) di tentennamenti. Se da un lato abbiamo visto più di un summit concludersi con un nulla di fatto, dall’altro la prassi di questo tempo è stata capace di introdurre alcune novità rilevanti.
Al riguardo, pensiamo ai copiosi acquisti effettuati dalla Bce a Francoforte, prima sotto la guida di Trichet e ora di Mario Draghi, di titoli di stato emessi da paesi dell’area dell’euro in evidente difficoltà (l’Italia fra questi). Il colpo d’ala però è ancora di là da venire, e vedere quotidianamente i nostri paesi europei in balia dei mercati finanziari internazionali non è motivo d’orgoglio. Anzi. L’Ue a ventisette, con un Pil pari a 12,9 trilioni di euro (che diventano 9,2 per i sedici dell’eurozona), è ancora oggi la prima economia al mondo (gli Usa si fermano a 11,8).
Possibile che una potenza economica di questa stazza non riesca a trovare in se stessa l’ispirazione e la volontà per uscire dallo stato d’incertezza in cui è intrappolata? La crisi, si badi bene, è giunta a tal punto che in giro per il mondo sono molti a parlare di una probabile fine dell’euro e, quel che è peggio, a scommettere su di essa.
Serve un colpo d’ala, dicevamo. Due proposte appaiono particolarmente meritevoli. La prima è quella sugli «eurounionbond» lanciata l’estate scorsa da Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio (Il Sole 24 Ore, 23 agosto 2011); la seconda è quella sull’«Unione fiscale» elaborata dal centro studi Bruegel con un paper scritto da Benedicta Marzinotto, André Sapir e Guntram B. Wolff (www.bruegel.org, n. 2011/06, novembre 2011).
In breve, l’originale proposta Prodi-Quadrio Curzio sugli eurobond è centrata sull’istituzione di un fondo finanziario europeo (Ffe), con un capitale di 1.000 miliardi di euro costituito dalle «riserve auree del sistema europeo di banche centrali (Sebc)» e «da altri capitali anche in forma di obbligazioni e azioni stimate a valori reali e non ai prezzi di mercato sviliti».
A questo punto, prosegue l’argomentazione, «il Ffe con 1.000 miliardi di euro di capitale versato potrebbe fare una emissione di 3.000 miliardi di eurounionbond (Eub) con una leva di 3 e durata decennale (e oltre) al tasso del 3%». Infine, i capitali così raccolti dal Ffe dovrebbero essere divisi in due parti; citiamo testualmente: «Per far scendere dall’attuale 85% al 60% la media del debito della Uem sul Pil, il Ffe dovrebbe rilevare 2.300 miliardi dei titoli di stato dei paesi della Uem (…) I rimanenti 700 miliardi della citata emissione dovrebbero andare a grandi investimenti europei anche per unificare e far crescere imprese continentali nell’energia, nelle telecomunicazioni, nei trasporti delle quali il Ffe diverrebbe azionista».
Pochi giorni or sono, Bruegel – il centro studi fondato nel 2005 a Bruxelles da Mario Monti – ha pubblicato un interessante paper dal titolo “Quale tipo di Unione fiscale?”.
Marzinotto, Sapir e Wolff propongono «una limitata unione fiscale, con la creazione di un ministero delle finanze dell’area dell’euro, e con un ministro che abbia diritti di veto sui bilanci nazionali che possano minacciare la sostenibilità dell’area dell’euro». Le innovazioni istituzionali rese necessarie da questa attualissima proposta – di unione fiscale si è molto parlato nell’incontro a tre Sarkozy-Merkel- Monti dell’altro ieri a Strasburgo – sono molte e profonde. Ancora una volta in breve: l’introduzione di una tassa imposta al livello europeo, ossia, «la disponibilità di risorse fiscali al livello federale» con il ricorso diretto ai contribuenti europei giacché – osservano gli autori – «tutte le unioni monetarie di successo hanno un ragguardevole bilancio federale». La loro proposta ne implica uno più piccolo, conferendo al nuovo ministero delle finanze dell’area dell’euro una taxing capacity di circa il 2 per cento del Pil dell’area medesima.
Altra necessaria innovazione istituzionale è quella sulle modalità di nomina del nuovo ministro delle finanze dell’area dell’euro, che dovrebbe essere «eletto dal parlamento europeo e dal consiglio con la normale regola di maggioranza». La proposta degli studiosi di Bruegel si allarga poi alla supervisione e regolazione del sistema finanziario dell’area dell’euro, prevedendo l’istituzione – proprio grazie all’aiuto del ministero di cui sopra – di una nuova authority (Edic, Euro-area deposit insurance corporation), necessaria soprattutto per la supervisione delle grandi banche operanti a livello continentale e che sfuggono, quindi, al controllo delle autorità nazionali.
Sia la proposta sugli unioneurobond sia quella sull’Unione fiscale richiedono modifiche ai trattati; entrambe aiuterebbero a risolvere la questione della missione della Bce, che potrebbe finalmente acquistare titoli, per così dire, «federali europei». Naturalmente si tratta di proposte in sè diverse, ma ancora una volta c’è qualcosa che le accomuna: aiutano a guardare avanti, verso un rinnovato patto europeo. Sta alla politica decidere da dove cominciare affinché quello che, in apparenza, è un puzzle trovi la sua corretta composizione.
Franco Mosconi – europaquotidiano

Egitto: Il vento della rivoluzione torna a soffiare in piazza Tahrir, dopo dieci mesi esatti

Tanti ne sono passati dalla prima sollevazione della capitale egiziana, quella che ha fatto tremare per due settimane il regime di Hosni Mubarak, fino a farlo crollare, lo scorso 11 febbraio.
Ieri, centinaia di migliaia di manifestanti (un milione secondo gli attivisti del movimento 6 aprile) sono tornati a gremire il luogo-simbolo della rivolta, per il “venerdì dell’ultima possibilità”. «L’ultima possibilità per difendere questa rivoluzione», spiega Kamal Sharif, studente di economia, che negli scontri di cinque giorni fa è rimasto intossicato dai gas utilizzati dall’esercito.
«Il popolo – prosegue Sharif – chiede la fine della reggenza militare e un nuovo esecutivo transitorio». Un governo “vero”, dato che quello di Kamal Ganzouri, indicato dal Consiglio supremo delle forze armate per la successione a Essam Sharaf, non piace nemmeno un po’ alla piazza. Primo ministro sotto Mubarak dal 1996 al 1999, Ganzouri ha ormai 78 anni e da più parti non viene ritenuto in grado di poter portare avanti un compito delicato come la guida di un governo di emergenza nazionale, specialmente in questo momento.
«Fa parte del vecchio regime, – tuona Ahmed Tolba, giovane attivista del movimento socialista, mentre è intento a distribuire volantini ai passanti – Sharaf lo avevamo indicato noi, ma ci siamo accorti nel corso dei mesi che non era in grado di portare avanti le nostre istanze. I militari lo hanno tenuto in pugno fino a quando è stato costretto a dimettersi sulla scia delle proteste, per i 41 morti di questa settimana. Ora l’esercito vorrebbe porre alla guida del paese un fantoccio, gettando definitivamente la maschera e istituendo una sorta di dittatura camuffata».
Malgrado i tentativi diplomatici degli ultimi giorni, insomma, i militari restano invisi alla gran parte dei movimenti liberal-democratici che hanno animato le proteste di gennaio e febbraio, e poi quelle di luglio. Troppo il sangue versato anche per i Fratelli musulmani che, subito dopo i cruenti fatti di cinque giorni fa, avevano fatto fronte comune con i progressisti, unendosi all’indignazione popolare e rompendo per la prima volta il tacito accordo di non belligeranza con l’esercito. Già ieri, tuttavia, erano poche le barbe lunghe in piazza Tahrir, sintomo di un nuovo ravvicinamento con i militari.
«Protestare ancora rischierebbe di creare una escalation di violenza e vandalismo nel paese», ha dichiarato lo stesso movimento islamico in un comunicato, nel quale tuttavia paventa il rischio di un golpe. Eppure il partito Libertà e giustizia, espressione politica della Fratellanza, è considerato tra i più probabili vincitori delle elezioni parlamentari, il cui inizio dovrebbe avvenire lunedì prossimo, 28 novembre. Anche se l’atteso passaggio elettorale potrebbe passare in secondo piano, qualora le violenze dovessero continuare. «L’esercito non è più in grado di garantire elezioni trasparenti – afferma Omar, del movimento Ghat, uno dei più attivi durante i caldi giorni delle sollevazioni di gennaio e febbraio – all’inizio erano stati i nostri paladini. Ponevamo fiori nei loro fucili. Ci hanno difeso dai cecchini della polizia politica di Mubarak. Oggi sembra che abbiano preso il loro posto. Il massacro di questi giorni è intollerabile».
La tensione resta palpabile in piazza Tahrir, nonostante il decorso pacifico della grande manifestazione di ieri e le scuse ufficiose del Consiglio supremo delle forze armate. «Dispiacere e rammarico per i martiri del popolo egiziano negli scontri recenti» quello espresso dai militari in un comunicato diffuso tramite il social network Facebook. «Nessuna scusa», la risposta perentoria di Tahrir, affidata a striscioni e cori per tutta la giornata di ieri.
I cairoti hanno iniziato a riversarsi in piazza per la preghiera del venerdì, con l’imam Mazhar Shahin che ha arringato i fedeli, affermando che le proteste continueranno fino a quando l’Egitto non avrà un vero governo di emergenza. E per la prima volta dallo scorso 25 gennaio anche l’importante imam di al Azhar, la maggiore istituzione teologica del mondo sunnita, ha preso posizione a favore dei manifestanti. «Il momento è fondamentale, – prosegue Omar – in questo momento siamo in piazza per difendere tutto quello che abbiamo ottenuto quest’anno. Non possiamo permettere che il nostro paese cada sotto un’altra dittatura militare. O, peggio, che finisca in mano agli interessi internazionali».
Nel frattempo non mancano le reazioni estere ai fatti dell’ultima settimana. A partire dall’Unione europea, che ha condannato l’eccessivo violenza usata dall’esercito egiziano contro la folla. Mentre dalla Casa Bianca è giunto l’esplicito invito affinché la transizione verso un governo di emergenza sia immediata. Tutto pronto, infine, per lunedì, quando un terzo degli elettori egiziani darà il via al primo round delle attese elezioni parlamentari. Le prime del dopo Mubarak.
Gilberto Mastromatteo – europaquotidiano

Passano dal Qatar alcuni dei segreti della tangentopoli

Passano dal Qatar alcuni dei segreti della tangentopoli che ha travolto Selex Sistemi Integrati, la società di Finmeccanica che produce sistemi di controllo radar. Gli inquirenti che indagano sulle sovrafatturazioni che hanno consentito di accantonare le somme di denaro poi distribuite a funzionari e politici per ottenere in cambio appalti, ipotizzano che i lavori nello scalo aereo dell’emirato siano stati determinanti per i “fondi neri” di casa Selex.
In Qatar, nel 2009 l’azienda ha ottenuto un appalto per l’installazione dei sistemi di controllo meteorologico e del traffico aereo. Dopo aver subappaltato i lavori di allestimento delle strutture civili alla Renco S.p.a. di Pesaro, Selex le avrebbe affiancato, senza che ce ne fosse bisogno, la Print System di Tommaso Di Lernia. Attraverso un contratto del valore di un milione e 100mila euro, le fu affidata uno “studio di fattibilità” del progetto, comprensivo di sopralluoghi tecnici, studi geologici, carotaggi e perforazioni, rilievi delle falde acquifere, eccetera. Prestazioni che secondo i magistrati, non sarebbero state eseguite, consentendo la creazione di un surplus debitamente convertito in tangenti.
Come ammesso dall’unica funzionaria della Print System impiegata in Qatar, Dominga Pascali, l’intervento si sarebbe limitato a qualche rilievo fotografico dei cantieri e alla pubblicazione di una brochure. Nei libri contabili, la Guardia di finanza avrebbe rintracciato solo una ventina di fatture relative alle spese di viaggio della donna in Qatar, per una spesa complessiva di cinquemila euro.
Grandi affari quelli di Selex Sistemi Integrati in Qatar e negli altri emirati del Golfo. Sbarcata a Doha alla fine degli anni ’80 per fornire due radar e un centro di controllo, Selex si è presto affermata come una delle aziende di fiducia delle autorità aeroportuali locali. Meno di tre anni fa ha sottoscritto due contratti, del valore complessivo di 130 milioni di dollari, riguardanti la progettazione e l’installazione dei sistemi per il controllo del traffico aereo e la loro manutenzione per un periodo di cinque anni. Nel luglio 2009 è stato siglato un ulteriore contratto di 2,6 milioni di euro per la fornitura di un sistema A-SMGCS (Advanced Surface Movement Guidance & Control System) per il miglioramento delle condizioni di sicurezza dei movimenti a terra nell’aeroscalo internazionale di Doha.
Commesse milionarie di guerra quelle di Selex Sistemi negli Emirati Arabi Uniti, dove l’azienda italiana è presente dal 2005 in joint venture con il cantiere Abu Dhabi Ship Building. Denominata Abu Dhabi Systems Integration (ADSI), la joint venture è impegnata nel programma “Baynunah” per lo sviluppo e la produzione di sei corvette da 70 metri per la Marina militare EAU. Selex, in particolare, cura la realizzazione del sistema di combattimento IPN-S/R e quello di controllo del tiro NA25XM.
Sempre attraverso ADSI, l’azienda italiana è stata chiamata nel febbraio 2009 ad equipaggiare i dodici pattugliatori veloci acquistati dalla Marina emiratina nell’ambito del programma “Ghannatha”. Il contratto prevede la fornitura dei sistemi di comando, controllo e combattimento e del sofisticato sensore elettro-ottico Medusa MK4/B. Valore della commessa, 70 milioni di euro. Selex è stata pure selezionata per il programma relativo alle corvette classe “Abu Dhabi”, a cui fornirà ancora i sistemi di combattimento IPN-S/R, quelli di controllo tiro NA30S, i radar multiruolo KRONOS e i sensori Medusa. All’equipaggiamento della imbarcazioni militari partecipano altre due aziende del gruppo Finmeccanica: Oto Melara (che fornirà i cannoni da 76/62 “Super Rapido”) e WASS (un sistema per la guerra anti-sottomarini). Il contratto per la nuova classe di corvette ammonta complessivamente a circa 45 milioni di euro, 15 dei quali di pertinenza Selex).
Nel 2010, la società ha ottenuto un ordine per i sistemi di combattimento navale destinati ai due pattugliatori stealth della classe “Falaj-2″ che saranno consegnati alla Marina degli Emirati dall’italiana Fincantieri. A bordo delle unità verranno installati anche il sistema per le comunicazioni voce in banda HF e V/UHF prodotto dalla “sorella” Selex Elsag e i cannoni “Super Rapido” di Oto Melara. Selex Sistemi Integrati fornirà altri sei sensori Medusa MK4/B ai pattugliatori della Guardia costiera EAU.
Recentemente, l’azienda ha pure firmato due contratti per il valore complessivo di 31 milioni di dollari con le autorità del Bahrain e del Kuwait relativi alla fornitura di radar di sorveglianza e altri sistemi per il controllo del traffico aereo. In Yemen è stata avviata l’installazione di sei stazioni di sorveglianza costiera VTS (Vessel Traffic System) e la formazione del personale della Guardia costiera nazionale incaricato. Altri sistemi per il controllo dello spazio aereo sono stati installati da Selex Sistemi Integrati negli scali di Jeddah e Riyadh, in Arabia Saudita.
Top secret invece il nome del paese mediorientale con cui è stato siglato a fine gennaio 2011 un contratto di oltre 10 milioni di euro, che prevede la consegna all’Aeronautica militare locale di “stazioni di riparazione e collaudo per la manutenzione di componenti elettronici di radar ATCR e di radar di approccio PAR (Precision Approach Radar)”, come recita lo stringato comunicato emesso dall’azienda. “Il sistema permetterà alla forza aerea sia di accrescere le proprie capacità operative nella gestione dello spazio aereo, riducendo significativamente i tempi di riparazione dei componenti guasti, sia di rafforzare la propria capacità di autonomia nell’esercizio degli apparati”, aggiunge Selex. “La firma di questo contratto segue un precedente accordo siglato nel giugno del 2010, del valore di circa 10 milioni di euro, relativo alla fornitura di un set di radar ATCR e PAR”. Oscure (e sospette) le ragioni per cui amministratori e manager hanno scelto di non fornire l’identità del destinatario delle apparecchiature militari.
di Antonio Mazzeo – paneacqua.eu

È passato un anno esatto dalla tragica scomparsa di Yara Gambirasio

Sabato 26 Novembre 2011 – 19:51
BERGAMO – È passato un anno esatto dalla tragica scomparsa di Yara Gambirasio, ma a Brembate Sopra (Bergamo) nessuno dimentica il sorriso della giovane ginnasta che tutta Italia, in questi mesi, ha imparato a conoscere. Oggi, a distanza di dodici mesi da quella sera del 26 novembre 2010, quando la tredicenne sparì fuori dal palazzetto dello sport mentre rientrava a casa, la gente del paese continua a chiedere giustizia per un assassino che appare ancora inafferrabile mentre la sua scuola le ha dedicato una palestra. Dopo il clamore mediatico suscitato dalla vicenda, Brembate Sopra sta faticosamente tornando alla normalità. C’è solo uno striscione appeso all’entrata del centro sportivo di via Locatelli, che recita: «Brembate vive nel tuo sorriso. Ciao Yara». Ma nel piccolo cimitero, a due passi dal palazzetto dello sport, la processione di gente che si reca a fare visita alla piccola Yara è incessante. La tomba è sommersa di fiori e di messaggi, lasciati da parenti e amici, compagni di scuola, ma anche da tanti sconosciuti. Anche oggi i coniugi Gambirasio hanno scelto il silenzio: Maura e Fulvio sono rimasti tutto il giorno nella loro abitazione di via Rampinelli. Questa sera il paese tornerà di nuovo a stringersi attorno a loro, durante una Messa che sarà celebrata in parrocchia da don Corinno Scotti. In mattinata l’istituto Maria Regina di Bergamo, la scuola delle suore Orsoline che frequentava Yara, si è fermato per ricordare la sua alunna. Lo ha fatto con una mattinata dedicata allo sport, organizzata dall’Associazione Caterina e Giuditta Cittadini, e riservata agli studenti della scuola. L’iniziativa si è conclusa con la cerimonia di intitolazione a Yara della palestra della scuola media. Una targa con la scritta «dedicata a Yara» è stata posizionata all’ingresso del locale, dove ogni giorno si allenano decine di ragazzini.

Durante la mattinata al teatro dell’istituto, alcune personalità dello sport, dall’ allenatore Emiliano Mondonico all’alpinista Simone Moro, dal commissario tecnico della nazionale Fispes Mario Poletti, all’ex arbitro Domenico Messina, hanno dato vita a una conferenza sul tema ‘Lo sport luogo di valorì, alla quale ha partecipato anche don Mario Lusek, direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale del tempo libero della Cei. È stata una giornata, come ha detto la preside dell’istituto, suor Carla Lavelli, «pensata su misura di Yara, da qui i riferimenti allo sport e alla passione. La nostra speranza è che i ragazzi tornino a casa più appassionati, dello sport e della vita. Questo per noi – ha detto la preside – è l’insegnamento più grande che abbiamo ricevuto da Yara». Sul fronte delle indagini, da mesi ormai l’attenzione delle forze dell’ordine si è concentrata sui due profili di dna (appartenenti alla stessa persona) che gli inquirenti attribuiscono all’assassino, trovati sui vestiti della tredicenne. I profili genetici già acquisiti – soprattutto nella provincia di Bergamo – sono circa 12mila, ma i prelievi continuano, così come le comparazioni. Alcuni profili biologici in mano agli inquirenti presentano alcune somiglianze con quello dell’assassino, tuttavia non è ancora stato possibile identificare alcun legame di parentela tra i dna acquisiti in questi mesi e quello dell’omicida.

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La chiusura di Termini Imerese come paradigma dell’assenza di una politica industriale

Una chiusura che pone interrogativi pesanti sul modello Fiat in Italia, laddove dopo aver spezzato il quadro delle relazioni sindacali attaccando i diritti dei lavoratori e l’idea del contratto nazionale di categoria sta avanzando l’ipotesi di una “fuga” dall’Italia dell’intera produzione automobilistica del gruppo, o perlomeno di una sua forte riduzione.
Non sono questi però i punti che la sinistra è chiamata ad affrontare come prioritari: la chiusura di Termini Imerese si presenta, infatti, quasi come il paradigma dell’assenza, ormai da molti anni, di una politica industriale in Italia, laddove, nel più generale quadro europeo che deve sempre essere tenuto in considerazione non dimenticandone mai l’assoluta decisività, sono venuti progressivamente a mancare i settori produttivi fondamentali.
Uno stato di cose che andrebbe affrontato con grande determinazione da una sinistra posta eventualmente in campo al fine di progettare, proporre, attivare i meccanismi di una alternativa, con l’idea di non lasciare solo il sindacato, la FIOM e la CGIL tutta, a combattere battaglie esclusivamente ridotte alla “fase difensiva”.
Per questo motivo è necessario riflettere sulla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica, unitariamente sorretta nel mondo sindacale e in quello politico, tale da rappresentare una alternativa, aggregare soggetti, fornire respiro a una iniziativa “di periodo”.
Il concetto di fondo che è necessario portare avanti e rilanciare è quello della programmazione economica, combattendo a fondo l’idea che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.
Una programmazione economica condotta con riferimento all’irrinunciabile valenza europea e avente al centro l’idea dell’iniziativa pubblica in economia attorno ad alcuni fondamentali campi di intervento:
1) Il territorio. Serve un piano straordinario per il ripristino dell’assetto idro-geologico del territorio che va franando dappertutto, dal Nord al Sud, sulle coste e nell’entroterra. Eguale urgenza ha, ovviamente, il tema della difesa dell’ambiente nel suo complesso, dello smaltimento dei rifiuti, della cementificazione;
2) Le infrastrutture. La situazione delle ferrovie italiane è semplicemente disastroso, così come quello delle strade e autostrade, in particolare al Sud;
3) Il nodo energetico, non risolvibile, ovviamente, con un ritorno al nucleare;
4) Il finanziamento della ricerca destinata soprattutto verso l’innovazione di processo nell’industria;
5) Il rilancio del settore industriale. Lo affermavano in precedenza e lo ribadiamo anche a questo punto: la Fiat può esercitare il suo ricatto perché questo Paese è privo, da anni, di politica industriale. Siamo, per varie ragioni, pressoché privi di siderurgia, chimica, agroalimentare, elettromeccanica, elettronica. In questa situazione ormai sono asfittici e sottoposti al processo di delocalizzazione anche quei settori “di nicchia” sui quali si era basato lo sviluppo anni’80- anni’90;
6) Il rientro della programmazione pubblica nel settore bancario, con l’obiettivo principale del credito nella media e piccola industria;
7) Il rientro dal precariato e l’inserimento stabile della manodopera extracomunitaria;
8) La lotta all’evasione fiscale, che dovrebbe rappresentare uno dei compiti prioritari del nuovo governo.
Lasciamo da parte, per motivi di economia del discorso, i temi dell’intreccio inedito che si sta realizzando, ormai da qualche anno, tra struttura e sovrastruttura.
Come può essere possibile avviare un programma di questo tipo nelle condizioni di crisi globale dentro cui, oggettivamente, ci stiamo trovando?
Quella parte della sinistra che non intende piegarsi al diktat e intende portare avanti, assieme, un programma di opposizione e di alternativa, senza cadere nella trappola dell’omologazione ai modelli dell’avversario e senza legarsi a settori politici dai quali possono venire soltanto elementi di ulteriore sopraffazione per il movimento operaio, hanno il dovere di pensare, appunto, nei termini dell’opposizione per l’alternativa.
Raggiunta una propria autonomia sul piano programmatico e della definizione di una soggettività di schieramento allora sarà possibile pensare a una politica di alleanze temporanee finalizzate ad uscire da questa fase che rimane, nonostante l’indubbio valore in sé rappresentato dalla caduta del governo Berlusconi, drammatica sia sul piano economico, sia su quello politico.
franco astengo – paneacqua.eu

La prospettiva che si apre è quella di una tutela tecnocratica del potere e della politica

Parole fosche quelle di Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale che oggi, in un convegno al Palazzo della Consulta sul tema ‘Dallo Statuto Albertino alla Costituzione Repubblicana’, ha tenuto una relazione sul costituzionalismo e il rapporto tra diritti e doveri in una società, quella moderna, che non pensa al futuro delle prossime generazioni e che sembra votata ad autofagocitarsi. Presente il capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

Siamo in una situazione in cui la politica, per vocazione più interessata a ragionare sui “tempi brevi” scanditi da “elezioni e rilevazioni demoscopiche”, si “autosospende”, sostiene il costituzionalista. La sua è un’analisi anche cinica sul quadro attuale: “Perchè è poco probabile che nell’interesse della politica rientri anche la preoccupazione per le generazioni future”. Prevale, insomma, un “interesse momentaneo”, una “miopia”, la tendenza “a essere cicala, mentre invece va recuperata la virtù della presbiopia”.

Zagrebelsky ha usato il paragone tra la società attuale e quella dell’Isola di Pasqua, dove “ogni generazione si è comportata come se fosse l’ultima” e l’uomo ha agito “libero da ogni debito nei confronti della generazione successiva”.
“Il costituzionalismo – ha spiegato – non può più ignorare tutto questo” e accanto ai “diritti soggettivi” va utilizzata “la categoria dei doveri”.
“Il costituzionalismo – ha detto il presidente emerito della Consulta – ha prodotto la democrazia, e oggi abbiamo bisogno di elementi di tecnocrazia” e “la dimensione scientifica della decisioni politiche è l’ultima metamorfosi cui il costituzionalismo è chiamato”.
“Oggi abbiamo bisogno di elementi di tecnocrazia”, è la tesi che ben si accompagna alla fase attuale, in particolare alla nascita del governo Monti. Certo, aggiunge Zagrebelsky, “doveri e tecnocrazia fanno paura, ma sono necessari per il costituzionalismo qualora lo si intenda senza egoismi”. Nella convinzione che questa sia una fase in cui è indispensabile inculcare più una cultura dei doveri (verso l’ambiente, le future generazioni, il pianeta, ecc.) che dei diritti, Zagrebelsky conclude che “il costituzionalismo continuerà ad avere una storia se verranno incorporati nella democrazia nozioni scientifiche capaci di guardare al futuro”.
paneacqua.eu

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Un governo di sessantottini?

di Ivano Sartori

Leggo che Corrado Clini, medico, neo ministro all’Ambiente, nei primi anni Settanta era con Franco Basaglia e Mario Tommasini a liberare i «matti» di Colorno, nella Bassa Parmense. Leggo che a Parma, tra il 1968 e il 1968, Clini era stato un autorevole militante del Movimento studentesco (quello con la M maiuscola di Mario Capanna) prima di aderire al Movimento politico dei lavoratori (Mpl), un gruppo di dissidenti cattolici fuoriusciti dalle Acli, guidati da Livio Labor, una sorta di cristiani per il socialismo con qualche simpatia per la Teologia della liberazione di matrice brasiliana. Claudio, fratello di Corrado, era in Lotta continua quando nella città ducale i fascisti ammazzarono Mariano Lupo della stessa formazione d’estrema sinistra. Corrado Clini entrò poi nel Psi, corrente Gianni De Michelis e fu subito carriera.

Leggo che Elsa Fornero, nominata da Monti ministro della Giusizia, è moglie dell’economista ed editorialista del quotidiano La Stampa. Rivelazione che ha giustamente irritato Patrizia Maltese: ma che sistema è mai questo di illuminare una donna attraverso la luce irradiata dal marito? Una donna in gamba brilla di luce propria e tutto il resto è pettegolezzo. Più che giusto. Se mai, sarebbe stato più interessante ricordare che Mario Deaglio ha un fratello di nome Enrico, bravissimo giornalista e validissimo scrittore, che nei suoi anni verdi ha diretto il giornale di Lotta continua prima di dirigere quella meteora di Reporter, quotidiano finanziato dalla corrente del Psi che faceva capo a Claudio Martelli e Bettino Craxi e aveva tra le sue firme Giuliano Ferrara. Se d’influenza si deve proprio parlare, chi ci garantisce che Elsa Fornero non sia stata contagiata più dall’aura ribelle e politicamente spericolata del cognato che da quella posata del marito?

A Roma intanto, nel Formidabile Anno (Mario Capanna Dixit), uno studente di 19 anni insieme ad altri suoi coetanei batteva i quartieri poveri della Capitale per aiutare i bambini più disagiati a studiare. Quel cattolico che agiva in nome del Vangelo e di Gesù si chiama, allora come ora, Andrea Riccardi. Il 7 febbraio 1968 si riunì per la prima volta con un gruppo di coetanei nell’Oratorio della Chiesa Nuova, il santuario di san Filippo Neri per dare vita all’embrione della futura Comunità di sant’Egidio. Il 16 novembre scorso l’ex diciannovenne è stato nominato ministro per la per la Cooperazione internazionale e l’integrazione. Purtroppo senza portafoglio. Non sarà certo questa mancanza a crucciarlo. Anche nella nuova veste, con le stesse forze, le stesse energie, la stessa credibilità, seguiterà a fare quel che ha fatto in tutti gli anni trascorsi dal 1968 a oggi. Da allora la comunità di sant’Egidio è diventata una sorta di Farnesina parallela e una ong al servizio dei bisognosi presente in almeno una sessantina di Paesi. Una macchina della mediazione politico-diplomatica internazionale che dato un contributo decisivo per porre fine ai conflitti in Mozambico, in Algeria e nei Balcani.

Che dite? Non vi pare che ci sia un po’ di Sessantotto, sia di quello buono sia di quello opportunista, in questo governo dei professori? Qual è il buono, qual è il cattivo? A voi l’ardua sentenza.
domani.arcoiris.tv

Mr. Monti, sacrif… ICI anche per il Vaticano

Visto che il nuovo Governo sta preparando tagli alla spesa pubblica e nuovi prelievi fiscali, diciamolo subito: questa volta i sacrifici li deve fare anche il Vaticano. In realtà si tratta semplicemente di eliminare privilegi che alimentano un fiume di denaro che finisce nelle casse della Cei e dintorni, una vera e propria “tassa” pagata con i nostri soldi.

Basterebbe eliminare l’otto per mille e altre immotivate esenzioni fiscali per far risparmiare allo Stato tra i due e i tre miliardi di euro all’anno. È oramai anche una questione di “equità”, non solo di visione dei rapporti tra Stato e Chiesa.

Si vuole davvero reintrodurre l’Ici per la prima casa? Non si pensi di farlo lasciando esenti le attività commerciali degli enti ecclesiastici! Mantenere privilegi ingiustificabili non sarebbe compreso dall’opinione pubblica e indebolirebbe un Governo già tacciato di avere il Vaticano tra i suoi referenti.

E ricordiamolo, non vogliamo tassare le parrocchie bensì chi – sotto le insegne ecclesiastiche – fa profitto con alberghi, cliniche e ristoranti. Chi ha dei dubbi, guardi il video qui sotto.

Quindi coraggio, presidente Monti, lei sa bene che si tratta di concorrenza sleale e che la Commissione europea ha un’istruttoria in corso proprio su questo a seguito della denuncia dei radicali Turco e Pontesilli.

Questa estate si è per la prima volta rotto il tabù e finalmente è iniziato un dibattito pubblico sulla “tassa Vaticano”. Eravamo in agosto, servivano soldi per la manovra finanziaria: si tagliava di tutto ma non i privilegi degli enti ecclesiastici. Un’ingiustizia che ha mobilitato 150 mila persone su Facebook e fatto scrivere editoriali in prima pagina sul Corriere della sera, il Sole 24 ore, il Giornale, Libero, La Stampa, oltre alle campagne di verità condotte da Il Fatto e Il Manifesto.

Insomma, non si troverebbe solo; peraltro, avere dei Ministri “graditi” oltretevere potrebbe paradossalmente rendere tutto più facile perché di certo nessuno vi accuserebbe di essere dei “mangiapreti”. Occorre, però, passare dalle parole ai fatti. Se non ora, quando?
marco staderini – ilfattoquotidiano

Trilateral, fotografia di un rinvio

Oggi è stato il giorno dell’incontro trilaterale tra il presidente francese Nicolas Sarkozy, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente del Consiglio Mario Monti. Per la prima volta l’Italia è stata ammessa al “direttorio” franco-tedesco, tanto che il presidente Monti ha voluto sottolinearlo aprendo il suo intervento durante la conferenza stampa trilaterale convocata al termine dell’incontro: “L’iniziativa di invitarmi ad uno dei loro dialoghi è stata molto apprezzata da me personalmente, dal mio governo e sono sicuro dall’intero Paese”. Bene. Tornare al rango di governo di serie A tra gli esecutivi europei è importante. Ma non basta. Diciamo che è una pre-condizione per uscire dalla crisi.
Ancora, siamo certamente lieti che le proposte che il presidente del Consiglio Monti si accinge a fare per risanare i conti pubblici e portare l’ Italia fuori dal tunnel siano state apprezzate dai premier di due paesi importanti come la Francia e la Germania. Ma, sommessamente, avremmo forse preferito che le stesse proposte fossero prima presentate al nostro parlamento e quindi a noi cittadini costretti a dibattere sul “si dice” e “il pare che”. Anche questa dovrebbe essere una pre-condizione per uscire dalla crisi.
Non ci aiuta, invece, ad uscire dalla crisi – che ricordiamolo è di tutta l’Europa e non parla dunque solo italiano – l’atteggiamento della cancelliera Angela Merkel che continua a scartare tutte le misure europee per affrontare l’emergenza e affida alla sola autocorrezione degli Stati meno virtuosi la soluzione della gravissima congiuntura. La signora Merkel dunque non vuole gli eurobond né i project bond; non vuole incrementare il fondo salva Stati né modificarne le procedure e i poteri; e non vuole che la Bce assuma il ruolo di prestatore di ultima istanza. A parole dice sì alla tassazione delle transazioni finanziarie ma poi ne rinvia l’attuazione ad un tavolo globale. Di fatto, dunque, la trilaterale si è conclusa, sia pur nel ritrovato clima di stima, in un rinvio. La cancelliera tedesca e il presidente francese saranno a breve a Roma per un altro incontro trilaterale su invito del presidente Monti “per proseguire questa discussione così fruttuosa”, ha specificato il premier italiano.
“Fiducia” e “appoggio” sono state dunque le parole più ricorrenti negli interventi della Merkel e di Sarkozy: “Fiducia nell’Italia e nelle sue riforme strutturali”. “Abbiamo voluto sottolineare la nostra fiducia e siamo molto felici di aver potuto scambiare opinioni con il premier Monti su tutti gli argomenti che riguardano l’Unione Europea e l’Italia” ha detto Sarkozy nel suo intervento in conferenza stampa. “Auguro a Mario Monti tanto successo nel suo programma che non è facile” ha sottolineato invece la Merkel aggiungendo che la situazione è difficile ma “noi faremo tutto quanto è necessario per difendere l’euro. I mercati hanno perso fiducia nella moneta unica e dobbiamo dimostrare che di essa ci si può fidare”.
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Monti, da parte sua, ha confermato l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 e ha sottolineato che “l’Italia è stato tradizionalmente uno dei motori dell’integrazione europea e intende più che mai esserlo in questa fase che si annuncia molto problematica per tutti dal punto di vista della tenuta dell’eurozona ma anche, come è nella storia europea, piena di promesse. L’Europa ha sempre saputo reagire alle crisi”.
“Ho illustrato il programma in corso di articolazione da parte del governo che ho l’onore di presiedere – ha proseguito il presidente del Consiglio -, ho insistito sull’interesse che l’Italia in primo luogo ha di perseguire in modo rigoroso gli obbiettivi di consolidamento della finanza pubblica, entro termini serrati, confermando l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 e in modo sostenibile. La sostenibilità – ha proseguito Monti – implica anche una crescita economica che dia garanzia di una tenuta nel tempo degli equilibri di bilancio, una crescita economica non inflazionistica e non alimentata dal disavanzo si realizza tramite riforme strutturali e ho illustrato il percorso delle riforme strutturali che intendo apportare all’Italia, in particolare la tempistica e il modo attraverso il quale associando le parti politiche e le parti sociali intendiamo muoverci”.
Monti ha anche sottolineato che durante l’incontro è emersa “grande preoccupazione” per la situazione economica “ma tutti e tre abbiamo anche espresso, con grande convergenza, la totale priorità di una buona salute della zona euro e della tenuta salda dell’euro come punto fondamentale dell’integrazione economica e politica europea”.
I tre leader si sono detti d’accordo sulla necessità di “rispettare l’indipendenza” della Banca centrale europea astenendosi da “giudizi positivi o negativi” e di arrivare ad un’unione fiscale. “Dobbiamo andare verso un’unione fiscale se vogliamo dare una stabilità radicale” e in questo senso gli Eurobond “potrebbero dare un contributo significativo”, ha detto Monti.
Eurobond che invece la cancelliera Merkel ha ribadito di non ritenere necessari: “Siamo ancora lontani da avere tutti le stesse idee, ogni Paese ha delle idee per come attenersi al pacchetto di stabilità nel futuro ma per quanto riguarda la Germania le nostre posizioni non sono cambiate”.
Wall Street chiusa per il giorno del ringraziamento, in mattinata le borse europee hanno aperto tutte in rialzo, a dimostrazione che c’era attesa per un incontro definito fondamentale se non dirimente da molti organi di stampa del vecchio continente. Nel pomeriggio, però, la tendenza è cambiata, con Piazza Affari che, dopo aver aperto a +1,1% e aver superato il +2%, è scivolata in territorio negativo, così come Londra, Parigi, Francoforte e le altre piazze europee.

paneacqua.eu

Ormai parliamo solo di eco-nomia, regola della casa, regola per vivere, regola per non imbrogliare

Da qualche mese dobbiamo tutti studiare economia, anche di malavoglia. L’uomo è un animale etico. Sì, è bipede, scimmia nuda, animale razionale, politico, ha miseria e grandezza, è bestia e angelo, è lavoratore, faber fortunae suae, è ciò che mangia, è ciò che sogna. E in tutto ciò, se non si è preventivamente stordito, si chiede cosa è giusto.

Ha diritto ad avere il necessario per vivere. Ha il dovere di assicurarlo ai suoi simili. Nel dare regole alla vita della unica casa umana (eco-nomia), e all’uso delle cose, si stabiliscono diritti e doveri: non rubare, non prendere ciò che non è dato, non frodare (tanto meno sfruttare fino a far morire). Regola d’oro di tutte le civiltà umane è non fare ciò che non vorresti fosse fatto a te, fai ciò che desideri per te, perciò considera il valore degli altri uguale al tuo.

C’è un raggio di relazioni prossime, dove più facilmente si possiede e si distribuisce senza difficoltà a ciascuno ciò che è necessario e utile, secondo la regola scritta negli Atti degli apostoli e in Karl Marx: «Da ciascuno secondo le sua capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni». Se tutti fanno e danno quanto possono, tutti hanno quanto occorre. È l’economia del dono senza calcolo, vigente in realtà umane concrete, col solo limite delle risorse, del non spreco o dell’inutile.

Poi c’è una rete ampia di relazioni, estesa al popolo di appartenenza, all’umanità intera, sempre più prossima. Occorrono regole generali e astratte. Il diritto è la tutela del terzo sconosciuto. Mentre garantisco la persona che non vedrò mai, io sono garantito nei suoi confronti. Qui occorre più calcolo mentre diminuisce la logica del dono diretto, ma guai se il calcolo eliminasse il dono. Proprio questo è accaduto quasi totalmente nella macroeconomia contemporanea. L’impero del calcolo porta facilmente alla logica della rapina.

«Crisi del debito, crisi del debito!». Distinguiamo bene! Chi ruba per non morire di fame non è un ladro. Ladra è quella società che mette qualcuno in questa necessità. Chi fa debiti per non morire e non ha poi la possibilità di pagarli, non è tenuto a pagarli. La società che non ha provveduto a lui è gravemente debitrice verso di lui. Se si esige il pagamento del debito dal povero, torniamo alla prigione per debiti, al debitore venduto schiavo con la sua prole (l’unica cosa che ha), per compensare il creditore.

Tutt’altra cosa è il debito del consumismo, lo spreco, il comprare troppo senza soldi, per pagare domani o dopodomani. Dovevi pensarci prima. Ma neppure lo stupido va messo alla fame. E peggio fa chi lo corrompe col mito della quantità di nuovi possessi. In una società umana che sia umana, ognuno ha diritto al necessario per vivere. Come una società si organizza per distribuire e bilanciare i poteri, per organizzare l’economia politica e le funzioni sociali, e i mezzi di difesa, e l’informazione, eccetera, altrettanto deve provvedere a che ciascuno possa vivere, anche l’incapace, anche il pigro, anche lo stupido. Non c’è la pena di morte per i pigri e gli incapaci (il nazismo ci stava arrivando), ma li si condanna con l’abbandono: espulsi dalla competizione per primeggiare, mangiano le briciole, come i cagnolini, se le trovano. Altrimenti muoiono sotto i ponti, sulle panchine fredde. Il merito di chi più può e più dà è un bel titolo per lui, ma non può stabilire una gerarchia meritocratica, una graduatoria esclusiva più che inclusiva.

Una società che sia umana, in via di umanizzazione, assicura a tutti i nati un salario vitale. Con le attuali immense spese militari (inutili e pericolose), con gli sprechi dei privilegiati, ogni società mediamente sviluppata può assicurare un salario vitale a tutti. Certo, tolta la necessità personale del lavoro, si creerebbero altri problemi: non si produrrebbe più il necessario? Il padre ozio genererebbe tutti gli altri vizi (che tuttavia oggi nascono e prosperano anche dal padre super-lavoro accanito e frenetico)? Ma se il lavoro fosse espressione libera, creativa, soddisfacente, invece che necessità e condanna, l’umanità crescerebbe in umanità. Quei problemi si potrebbero gestire, e sarebbero meno feroci dei problemi attuali di una società che frusta i cittadini come cavalli da corsa, o li usa come macchine a produrre tanti profitti per pochi.

L’obiettivo di una società umanizzata è lo scambio gratuito: ti do il pane e le rose che mi chiedi non per averne un profitto, ma per rispondere al tuo bisogno e desiderio. E così vicendevolmente. Se questa un giorno sarà l’etica e la cultura diffusa, ci saranno furberie e violazioni, ma lo sfruttamento attuale del bisogno altrui sarà l’eccezione e non la regola. Oggi ci sono omicidi, ma non la regola degli omicidi, come c’è nel bellum omnium contra omnes.

Quello è un orizzonte, e non può ancora essere il programma immediato o prossimo: non ci sono le condizioni spirituali, culturali, materiali. Ma ogni visione dell’orizzonte, dei valori, del polo della bussola, orienta e qualifica il più piccolo passo immediato. Si passa dove si può, ma sapendo dove si va. Ecco: dove intendiamo andare? Ricadere nel mito falso della crescita quantitativa dei prodotti, ora che il pianeta è al limite dei prelievi possibili, e quella crescita è definitivamente impossibile? Vogliamo sviluppare ciò che abbiamo e siamo, cioè la custodia e il piacere della natura, la distribuzione dei frutti e dei prodotti, per ridurre disparità, conflitti, vittime?

«Vivere semplicemente perché ognuno possa semplicemente vivere», diceva Gandhi. Vivere e lasciar vivere è più piacevole che arraffare comunque, per paura di morire.
La crisi generata dal “mal-di-troppo” (proprio come è il cancro), del generale modello consumistico impazzito e della rapina indiscriminata da parte di alcuni, può essere una opportunità nella storia umana. La terra grida il suo limite e le sue ferite. L’accumulo dei possessi, che consegna alcuni nelle mani di altri, che degrada l’umanità dei privilegiati, non saziati e non sviluppati, che lascia nella fame alcuni miliardi di umani, può essere l’occasione per un radicale ripensamento.

Naturalmente, chi ha cultura e capacità di concretezza, cercherà gli artifici giusti ed efficaci per riparare e modificare la macchina economica, locale e mondiale, se sarà possibile mandarla avanti. Ma la macchina non ha anima e scopi, che sono quelli di chi la guida, e dei popoli che sperano di viaggiare con essa. Lavorare ad una cultura umanistica, dunque etica, dell’economia, e progettare un sistema più umano della economia politica classica, ha valore e necessità uguale al lavoro dei tecnici bravi inventori di soluzioni pratiche. È l’utopia (la realtà che non-ha-ancora-luogo) che promuove il cammino sul terreno, perché il cammino da solo (muoversi per muoversi, fare per fare) non sa se va all’altopiano o al burrone.

Sale una protesta indignata, in tutto il mondo. Sembra che abbia vasto consenso (dal quale la politica democratica sempre dipende, nel bene e nel male).
Le chiese cristiane, le religioni, l’antropologia filosofica, hanno molto da dire. Un po’ lo fanno, con contraddizioni. Possono farlo predicando bene, ma anche operando, col deporre privilegi, col costruire azioni e istituzioni con fine di dono solidale e non di cattura di profitti. «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori», non riguarda solo i peccati personali e non è solo invocazione per la salvezza eterna, ma norma saggia (come il giubileo ebraico, l’elemosina islamica, la compassione buddhista, il dovere disinteressato nell’induismo) per riequilibrare sempre le nostre cattive o inevitabili diseguaglianze umilianti e offensive. Vale anche in economia la verità che «senza perdono non c’è futuro» (Desmond Tutu). Chi può pensare davvero, a mente sgombra, che rende solo il prendere e non il dare, il mietere senza di più seminare?

Se l’economia non è etica, cioè umana, a favore della vita umana di tutti gli umani, allora, mancando la regola che la tiene in piedi e in funzione, la comune casa umana crolla sugli abitanti. Vogliamo una economia di appropriazione, o di condivisione? Né l’illusione del buon selvaggio, né il sofisma machiavellico dell’uomo “tristo” per natura dicono l’intero vero sulla nostra condizione: non è vero che siamo solo avidi; non è vero che siamo solo solidali. Una regola di vita giusta traccia il cammino tra questi poli, favorendo ciò che unisce, cioè il vivere, su ciò che divide, cioè il farsi guerra.

di Enrico Peyretti – domani.arcoiris.tv

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Ormai parliamo solo di eco-nomia, regola della casa, regola per vivere, regola per non imbrogliare

Da qualche mese dobbiamo tutti studiare economia, anche di malavoglia. L’uomo è un animale etico. Sì, è bipede, scimmia nuda, animale razionale, politico, ha miseria e grandezza, è bestia e angelo, è lavoratore, faber fortunae suae, è ciò che mangia, è ciò che sogna. E in tutto ciò, se non si è preventivamente stordito, si chiede cosa è giusto.

Ha diritto ad avere il necessario per vivere. Ha il dovere di assicurarlo ai suoi simili. Nel dare regole alla vita della unica casa umana (eco-nomia), e all’uso delle cose, si stabiliscono diritti e doveri: non rubare, non prendere ciò che non è dato, non frodare (tanto meno sfruttare fino a far morire). Regola d’oro di tutte le civiltà umane è non fare ciò che non vorresti fosse fatto a te, fai ciò che desideri per te, perciò considera il valore degli altri uguale al tuo.

C’è un raggio di relazioni prossime, dove più facilmente si possiede e si distribuisce senza difficoltà a ciascuno ciò che è necessario e utile, secondo la regola scritta negli Atti degli apostoli e in Karl Marx: «Da ciascuno secondo le sua capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni». Se tutti fanno e danno quanto possono, tutti hanno quanto occorre. È l’economia del dono senza calcolo, vigente in realtà umane concrete, col solo limite delle risorse, del non spreco o dell’inutile.

Poi c’è una rete ampia di relazioni, estesa al popolo di appartenenza, all’umanità intera, sempre più prossima. Occorrono regole generali e astratte. Il diritto è la tutela del terzo sconosciuto. Mentre garantisco la persona che non vedrò mai, io sono garantito nei suoi confronti. Qui occorre più calcolo mentre diminuisce la logica del dono diretto, ma guai se il calcolo eliminasse il dono. Proprio questo è accaduto quasi totalmente nella macroeconomia contemporanea. L’impero del calcolo porta facilmente alla logica della rapina.

«Crisi del debito, crisi del debito!». Distinguiamo bene! Chi ruba per non morire di fame non è un ladro. Ladra è quella società che mette qualcuno in questa necessità. Chi fa debiti per non morire e non ha poi la possibilità di pagarli, non è tenuto a pagarli. La società che non ha provveduto a lui è gravemente debitrice verso di lui. Se si esige il pagamento del debito dal povero, torniamo alla prigione per debiti, al debitore venduto schiavo con la sua prole (l’unica cosa che ha), per compensare il creditore.

Tutt’altra cosa è il debito del consumismo, lo spreco, il comprare troppo senza soldi, per pagare domani o dopodomani. Dovevi pensarci prima. Ma neppure lo stupido va messo alla fame. E peggio fa chi lo corrompe col mito della quantità di nuovi possessi. In una società umana che sia umana, ognuno ha diritto al necessario per vivere. Come una società si organizza per distribuire e bilanciare i poteri, per organizzare l’economia politica e le funzioni sociali, e i mezzi di difesa, e l’informazione, eccetera, altrettanto deve provvedere a che ciascuno possa vivere, anche l’incapace, anche il pigro, anche lo stupido. Non c’è la pena di morte per i pigri e gli incapaci (il nazismo ci stava arrivando), ma li si condanna con l’abbandono: espulsi dalla competizione per primeggiare, mangiano le briciole, come i cagnolini, se le trovano. Altrimenti muoiono sotto i ponti, sulle panchine fredde. Il merito di chi più può e più dà è un bel titolo per lui, ma non può stabilire una gerarchia meritocratica, una graduatoria esclusiva più che inclusiva.

Una società che sia umana, in via di umanizzazione, assicura a tutti i nati un salario vitale. Con le attuali immense spese militari (inutili e pericolose), con gli sprechi dei privilegiati, ogni società mediamente sviluppata può assicurare un salario vitale a tutti. Certo, tolta la necessità personale del lavoro, si creerebbero altri problemi: non si produrrebbe più il necessario? Il padre ozio genererebbe tutti gli altri vizi (che tuttavia oggi nascono e prosperano anche dal padre super-lavoro accanito e frenetico)? Ma se il lavoro fosse espressione libera, creativa, soddisfacente, invece che necessità e condanna, l’umanità crescerebbe in umanità. Quei problemi si potrebbero gestire, e sarebbero meno feroci dei problemi attuali di una società che frusta i cittadini come cavalli da corsa, o li usa come macchine a produrre tanti profitti per pochi.

L’obiettivo di una società umanizzata è lo scambio gratuito: ti do il pane e le rose che mi chiedi non per averne un profitto, ma per rispondere al tuo bisogno e desiderio. E così vicendevolmente. Se questa un giorno sarà l’etica e la cultura diffusa, ci saranno furberie e violazioni, ma lo sfruttamento attuale del bisogno altrui sarà l’eccezione e non la regola. Oggi ci sono omicidi, ma non la regola degli omicidi, come c’è nel bellum omnium contra omnes.

Quello è un orizzonte, e non può ancora essere il programma immediato o prossimo: non ci sono le condizioni spirituali, culturali, materiali. Ma ogni visione dell’orizzonte, dei valori, del polo della bussola, orienta e qualifica il più piccolo passo immediato. Si passa dove si può, ma sapendo dove si va. Ecco: dove intendiamo andare? Ricadere nel mito falso della crescita quantitativa dei prodotti, ora che il pianeta è al limite dei prelievi possibili, e quella crescita è definitivamente impossibile? Vogliamo sviluppare ciò che abbiamo e siamo, cioè la custodia e il piacere della natura, la distribuzione dei frutti e dei prodotti, per ridurre disparità, conflitti, vittime?

«Vivere semplicemente perché ognuno possa semplicemente vivere», diceva Gandhi. Vivere e lasciar vivere è più piacevole che arraffare comunque, per paura di morire.
La crisi generata dal “mal-di-troppo” (proprio come è il cancro), del generale modello consumistico impazzito e della rapina indiscriminata da parte di alcuni, può essere una opportunità nella storia umana. La terra grida il suo limite e le sue ferite. L’accumulo dei possessi, che consegna alcuni nelle mani di altri, che degrada l’umanità dei privilegiati, non saziati e non sviluppati, che lascia nella fame alcuni miliardi di umani, può essere l’occasione per un radicale ripensamento.

Naturalmente, chi ha cultura e capacità di concretezza, cercherà gli artifici giusti ed efficaci per riparare e modificare la macchina economica, locale e mondiale, se sarà possibile mandarla avanti. Ma la macchina non ha anima e scopi, che sono quelli di chi la guida, e dei popoli che sperano di viaggiare con essa. Lavorare ad una cultura umanistica, dunque etica, dell’economia, e progettare un sistema più umano della economia politica classica, ha valore e necessità uguale al lavoro dei tecnici bravi inventori di soluzioni pratiche. È l’utopia (la realtà che non-ha-ancora-luogo) che promuove il cammino sul terreno, perché il cammino da solo (muoversi per muoversi, fare per fare) non sa se va all’altopiano o al burrone.

Sale una protesta indignata, in tutto il mondo. Sembra che abbia vasto consenso (dal quale la politica democratica sempre dipende, nel bene e nel male).
Le chiese cristiane, le religioni, l’antropologia filosofica, hanno molto da dire. Un po’ lo fanno, con contraddizioni. Possono farlo predicando bene, ma anche operando, col deporre privilegi, col costruire azioni e istituzioni con fine di dono solidale e non di cattura di profitti. «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori», non riguarda solo i peccati personali e non è solo invocazione per la salvezza eterna, ma norma saggia (come il giubileo ebraico, l’elemosina islamica, la compassione buddhista, il dovere disinteressato nell’induismo) per riequilibrare sempre le nostre cattive o inevitabili diseguaglianze umilianti e offensive. Vale anche in economia la verità che «senza perdono non c’è futuro» (Desmond Tutu). Chi può pensare davvero, a mente sgombra, che rende solo il prendere e non il dare, il mietere senza di più seminare?

Se l’economia non è etica, cioè umana, a favore della vita umana di tutti gli umani, allora, mancando la regola che la tiene in piedi e in funzione, la comune casa umana crolla sugli abitanti. Vogliamo una economia di appropriazione, o di condivisione? Né l’illusione del buon selvaggio, né il sofisma machiavellico dell’uomo “tristo” per natura dicono l’intero vero sulla nostra condizione: non è vero che siamo solo avidi; non è vero che siamo solo solidali. Una regola di vita giusta traccia il cammino tra questi poli, favorendo ciò che unisce, cioè il vivere, su ciò che divide, cioè il farsi guerra.

di Enrico Peyretti – domani.arcoiris.tv

Senza categoria

Ormai parliamo solo di eco-nomia, regola della casa, regola per vivere, regola per non imbrogliare

Da qualche mese dobbiamo tutti studiare economia, anche di malavoglia. L’uomo è un animale etico. Sì, è bipede, scimmia nuda, animale razionale, politico, ha miseria e grandezza, è bestia e angelo, è lavoratore, faber fortunae suae, è ciò che mangia, è ciò che sogna. E in tutto ciò, se non si è preventivamente stordito, si chiede cosa è giusto.

Ha diritto ad avere il necessario per vivere. Ha il dovere di assicurarlo ai suoi simili. Nel dare regole alla vita della unica casa umana (eco-nomia), e all’uso delle cose, si stabiliscono diritti e doveri: non rubare, non prendere ciò che non è dato, non frodare (tanto meno sfruttare fino a far morire). Regola d’oro di tutte le civiltà umane è non fare ciò che non vorresti fosse fatto a te, fai ciò che desideri per te, perciò considera il valore degli altri uguale al tuo.

C’è un raggio di relazioni prossime, dove più facilmente si possiede e si distribuisce senza difficoltà a ciascuno ciò che è necessario e utile, secondo la regola scritta negli Atti degli apostoli e in Karl Marx: «Da ciascuno secondo le sua capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni». Se tutti fanno e danno quanto possono, tutti hanno quanto occorre. È l’economia del dono senza calcolo, vigente in realtà umane concrete, col solo limite delle risorse, del non spreco o dell’inutile.

Poi c’è una rete ampia di relazioni, estesa al popolo di appartenenza, all’umanità intera, sempre più prossima. Occorrono regole generali e astratte. Il diritto è la tutela del terzo sconosciuto. Mentre garantisco la persona che non vedrò mai, io sono garantito nei suoi confronti. Qui occorre più calcolo mentre diminuisce la logica del dono diretto, ma guai se il calcolo eliminasse il dono. Proprio questo è accaduto quasi totalmente nella macroeconomia contemporanea. L’impero del calcolo porta facilmente alla logica della rapina.

«Crisi del debito, crisi del debito!». Distinguiamo bene! Chi ruba per non morire di fame non è un ladro. Ladra è quella società che mette qualcuno in questa necessità. Chi fa debiti per non morire e non ha poi la possibilità di pagarli, non è tenuto a pagarli. La società che non ha provveduto a lui è gravemente debitrice verso di lui. Se si esige il pagamento del debito dal povero, torniamo alla prigione per debiti, al debitore venduto schiavo con la sua prole (l’unica cosa che ha), per compensare il creditore.

Tutt’altra cosa è il debito del consumismo, lo spreco, il comprare troppo senza soldi, per pagare domani o dopodomani. Dovevi pensarci prima. Ma neppure lo stupido va messo alla fame. E peggio fa chi lo corrompe col mito della quantità di nuovi possessi. In una società umana che sia umana, ognuno ha diritto al necessario per vivere. Come una società si organizza per distribuire e bilanciare i poteri, per organizzare l’economia politica e le funzioni sociali, e i mezzi di difesa, e l’informazione, eccetera, altrettanto deve provvedere a che ciascuno possa vivere, anche l’incapace, anche il pigro, anche lo stupido. Non c’è la pena di morte per i pigri e gli incapaci (il nazismo ci stava arrivando), ma li si condanna con l’abbandono: espulsi dalla competizione per primeggiare, mangiano le briciole, come i cagnolini, se le trovano. Altrimenti muoiono sotto i ponti, sulle panchine fredde. Il merito di chi più può e più dà è un bel titolo per lui, ma non può stabilire una gerarchia meritocratica, una graduatoria esclusiva più che inclusiva.

Una società che sia umana, in via di umanizzazione, assicura a tutti i nati un salario vitale. Con le attuali immense spese militari (inutili e pericolose), con gli sprechi dei privilegiati, ogni società mediamente sviluppata può assicurare un salario vitale a tutti. Certo, tolta la necessità personale del lavoro, si creerebbero altri problemi: non si produrrebbe più il necessario? Il padre ozio genererebbe tutti gli altri vizi (che tuttavia oggi nascono e prosperano anche dal padre super-lavoro accanito e frenetico)? Ma se il lavoro fosse espressione libera, creativa, soddisfacente, invece che necessità e condanna, l’umanità crescerebbe in umanità. Quei problemi si potrebbero gestire, e sarebbero meno feroci dei problemi attuali di una società che frusta i cittadini come cavalli da corsa, o li usa come macchine a produrre tanti profitti per pochi.

L’obiettivo di una società umanizzata è lo scambio gratuito: ti do il pane e le rose che mi chiedi non per averne un profitto, ma per rispondere al tuo bisogno e desiderio. E così vicendevolmente. Se questa un giorno sarà l’etica e la cultura diffusa, ci saranno furberie e violazioni, ma lo sfruttamento attuale del bisogno altrui sarà l’eccezione e non la regola. Oggi ci sono omicidi, ma non la regola degli omicidi, come c’è nel bellum omnium contra omnes.

Quello è un orizzonte, e non può ancora essere il programma immediato o prossimo: non ci sono le condizioni spirituali, culturali, materiali. Ma ogni visione dell’orizzonte, dei valori, del polo della bussola, orienta e qualifica il più piccolo passo immediato. Si passa dove si può, ma sapendo dove si va. Ecco: dove intendiamo andare? Ricadere nel mito falso della crescita quantitativa dei prodotti, ora che il pianeta è al limite dei prelievi possibili, e quella crescita è definitivamente impossibile? Vogliamo sviluppare ciò che abbiamo e siamo, cioè la custodia e il piacere della natura, la distribuzione dei frutti e dei prodotti, per ridurre disparità, conflitti, vittime?

«Vivere semplicemente perché ognuno possa semplicemente vivere», diceva Gandhi. Vivere e lasciar vivere è più piacevole che arraffare comunque, per paura di morire.
La crisi generata dal “mal-di-troppo” (proprio come è il cancro), del generale modello consumistico impazzito e della rapina indiscriminata da parte di alcuni, può essere una opportunità nella storia umana. La terra grida il suo limite e le sue ferite. L’accumulo dei possessi, che consegna alcuni nelle mani di altri, che degrada l’umanità dei privilegiati, non saziati e non sviluppati, che lascia nella fame alcuni miliardi di umani, può essere l’occasione per un radicale ripensamento.

Naturalmente, chi ha cultura e capacità di concretezza, cercherà gli artifici giusti ed efficaci per riparare e modificare la macchina economica, locale e mondiale, se sarà possibile mandarla avanti. Ma la macchina non ha anima e scopi, che sono quelli di chi la guida, e dei popoli che sperano di viaggiare con essa. Lavorare ad una cultura umanistica, dunque etica, dell’economia, e progettare un sistema più umano della economia politica classica, ha valore e necessità uguale al lavoro dei tecnici bravi inventori di soluzioni pratiche. È l’utopia (la realtà che non-ha-ancora-luogo) che promuove il cammino sul terreno, perché il cammino da solo (muoversi per muoversi, fare per fare) non sa se va all’altopiano o al burrone.

Sale una protesta indignata, in tutto il mondo. Sembra che abbia vasto consenso (dal quale la politica democratica sempre dipende, nel bene e nel male).
Le chiese cristiane, le religioni, l’antropologia filosofica, hanno molto da dire. Un po’ lo fanno, con contraddizioni. Possono farlo predicando bene, ma anche operando, col deporre privilegi, col costruire azioni e istituzioni con fine di dono solidale e non di cattura di profitti. «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori», non riguarda solo i peccati personali e non è solo invocazione per la salvezza eterna, ma norma saggia (come il giubileo ebraico, l’elemosina islamica, la compassione buddhista, il dovere disinteressato nell’induismo) per riequilibrare sempre le nostre cattive o inevitabili diseguaglianze umilianti e offensive. Vale anche in economia la verità che «senza perdono non c’è futuro» (Desmond Tutu). Chi può pensare davvero, a mente sgombra, che rende solo il prendere e non il dare, il mietere senza di più seminare?

Se l’economia non è etica, cioè umana, a favore della vita umana di tutti gli umani, allora, mancando la regola che la tiene in piedi e in funzione, la comune casa umana crolla sugli abitanti. Vogliamo una economia di appropriazione, o di condivisione? Né l’illusione del buon selvaggio, né il sofisma machiavellico dell’uomo “tristo” per natura dicono l’intero vero sulla nostra condizione: non è vero che siamo solo avidi; non è vero che siamo solo solidali. Una regola di vita giusta traccia il cammino tra questi poli, favorendo ciò che unisce, cioè il vivere, su ciò che divide, cioè il farsi guerra.

di Enrico Peyretti – domani.arcoiris.tv

Senza categoria

Purtroppo la corruzione è una malattia endemica del nostro paese

Alla fine siamo arrivati anche lì, nel cuore del gruppo industriale più importante con ENI ed ENEL, del capitalismo di Stato; lo scandalo che travolge ENAV e Finmeccanica è l’ultimo tassello, per ora, del mosaico drammatico della corruzione politica ed economica del nostro Paese. C’è chi si chiede se queste vicende sono esplose ora per ragioni particolari, magari per intralciare il cammino del governo Monti. Non si può escluderlo: è certo che i fatti in parte risalgono anni agli scorsi e sono continuati fino a tempi più recenti, se sono venuti fuori ora, è perché sono saltate le coperture che avevano garantito l’impunità.

Possiamo dire che nel nostro Paese, questa malattia della corruzione è ben difficile da estirpare e non va dimenticato che abbiamo avuto per oltre quindici anni il dominio quasi incontrastato di un sistema di potere costruito intorno alla figura di Berlusconi, per tanti un emblema del concetto d’impunità. L’arroganza di considerare le istituzioni proprietà personale e privata della maggioranza, l’odio verso le regole e i controlli di legalità, l’insofferenza verso la funzione della magistratura, il predominio della logica dell’affarismo e del profitto a ogni prezzo, ha fatto da sedime della proliferazione di ogni tipo malaffare.

Come dimenticare le vicende del terremoto dell’Aquila, con la Protezione civile ridotta a centro di smistamento di appalti e favori agli amici e ai sodali; oppure il recente scandalo delle assunzioni nell’azienda di trasporti di Roma che ha travolto la giunta Alemanno, restato in piedi solo per l’appoggio incondizionato di Berlusconi.

Allo stesso tempo non si può tacere della vicenda di Milano che ha coinvolto Penati e il suo sistema d’affari con corredo, presunto o vero, di tangenti alla sinistra. Non è il caso di stilare in quest’occasione un elenco degli scandali nostrani perché richiederebbe troppo tempo e sarebbe anche molto triste. Occorre riflettere sul fatto che la politica ha raggiunto il livello più basso di autorevolezza e di consenso nell’opinione pubblica e che il nostro Paese è oggi considerato tra i meno affidabili in Europa.

Del resto come non considerare, a prescindere dal condividerla o meno, la scelta del governo Monti come una dolorosamente necessaria, sospensione della politica, in ragione del suo totale fallimento? Come si è giunti a questo disastro? Penso che dovremmo compiere una seria analisi di quel che è successo in Italia, e non solo nell’arco di tempo degli ultimi trent’anni, per riuscire forse a cogliere il senso di tutto ciò.

L’inizio di questa crisi si data convenzionalmente ai primi anni Novanta, con l’altro grande evento che travolse la prima repubblica: “tangentopoli”, la scoperta di un diffuso sistema di corruzione politica e di tangenti pagate ai partiti per ottenere appalti e favori; lo scandalo coinvolse tutti i vertici dei partiti, da quella crisi sorse un nuovo sistema politico , scomparirono la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista, quelli Socialdemocratico e Liberale. Mentre il PCI, che non era stato coinvolto con la stessa intensità degli altri dalla gravità degli scandali, decise in quegli anni di cambiare nome e identità, abbandonando la sua matrice originaria.

Ritengo invece che le cause profonde sono più lontane nel tempo e risalgono alla crisi economica della metà degli anni Settanta che pose fine alla fase precedente di sviluppo democratico e civile iniziata dal dopoguerra ed in Italia dalla ricostruzione. Negli anni Ottanta nel mondo si affermò un’ideologia liberista che affidava totalmente al mercato ed all’impresa ogni potere di decidere la produzione, l’occupazione, i salari, i licenziamenti: cominciava in quegli anni una rimonta capitalistica che metteva in discussione i capisaldi del compromesso sociale e politico che aveva dominato per trent’anni, garantendo sviluppo e welfare.

L’ideologia alla base di questo processo era il cosiddetto “pensiero unico” dell’ultradestra americana ed occidentale, ben rappresentato soprattutto in Italia dalle posizioni di Edward Luttwack teorico, insieme all’utilità della guerra, della subordinazione degli stati nazionali agli interessi del grande profitto privato.

Quegli anni videro l’affermazione di nuovi leader della destra estrema – Reagan, la Thatcher, Pinochet – che non ebbero scrupoli ad usare i mezzi più spietati per ottenere la totale libertà del capitale industriale, militare e soprattutto finanziario. Iniziò la liberalizzazione dei mercati finanziari che portò alla crescita di nuove borse titoli ed alla proliferazioni di società che avevano la speculazione come codice genetico.

E’ in quegli anni che il concetto di denaro cessa di essere considerato, come nell’economia classica, “mezzo di scambio” per diventare “bene in sè”: la produzione e la riproduzione di denaro, nelle forme contanti e soprattutto virtuali, attraverso la libera proliferazione degli intermediari e delle attività di compravendita di titoli allo scoperto, di future, di option, di derivati, fino ai cosiddetti hedge fund, ha creato un’economia di carta, si dice oggi venti o più volte più grande della ricchezza prodotta dalle nazioni con la produzione di merci e servizi reali. L’enorme massa di denaro, falso e reale insieme, ha finito per condizionare la finanza, l’economia, la politica, gli stati e soprattutto le coscienze.

L’impossibilità di proseguire all’infinito in questa finta crescita, racchiusa in un’enorme bolla speculativa, è la causa della grave crisi strutturale che stiamo vivendo. Solo che questa situazione ha determinato un tale potere in chi ha in mano le leve finanziarie, da rendere il controllo di legalità e la politica del tutto inefficaci ad intervenire per correggere la situazione: i detentori delle leve decisionali delle politiche finanziarie mondiali, sono ancora tutti o quasi ai loro posti, decisi a non pagare alcun prezzo per le conseguenze del loro operato.

Tutto il mondo occidentale è stato coinvolto nell’enorme processo di appropriazione di potere da parte del capitalismo finanziario ma ovviamente ogni paese ha risposto secondo le sue strutture ed inclinazioni. I Paesi con le istituzioni più solide e classi dirigenti più selezionate, hanno retto meglio ma non sono mancati scandali clamorosi come il caso o Enron negli Stati Uniti o quelli dei trader truffatori in altri paesi, nessuno però con la pervicacia che in Italia

L’Italia ha risposto con la sottomissione totale della politica ai voleri del mercato, producendo Berlusconi come massimo esponente di questa economia surreale: impresario del mattone, della comunicazione e della pubblicità, ha incarnato il prototipo del potere moderno, privo di ogni remora o di ogni rispetto delle regole, un anarchico individualista, nichilista, estraneo ad ogni concetto di bene comune e di democrazia.

Il potere del denaro e sul denaro, incarnato nella sua persona, associato al potere politico, ha rotto ogni barriera di resistenza morale alla corruzione, quel che ha consentito a due imprenditori, intercettati, subito dopo il terremoto dell’Aquila di felicitarsi reciprocamente per i sicuri conseguenti affari o a quelle ragazze dell’Olgettina di affermare candidamente che un bel corpo è una dote che può consentire ogni tipo di carriera

La sinistra Italiana, così come Clinton negli USA e Blair in Inglhilterra, ha cercato, grazie alle sue disinvolte circonvoluzioni alla ricerca dell’affermazione, d’inseguire il modello liberista, restando totalmente catturata in questa cultura rampante ed individualista, perdendo quasi tutti i connotati di rappresentanza dei lavoratori e dei ceti deboli. La sinistra è rimasta così invischiata nella crisi del sistema senza essere in grado d’indicare alcuna diversa prospettiva.

Ora la crisi finanziaria ed economica mondiale, conseguente il crollo del modello consumistico dell’economia e della società, ha fatto implodere il sistema politico, determinando per il momento la caduta di Berlusconi.

Non si possono escludere ulteriori gravi sviluppi: la crisi derivante dalla globalizzazione della produzione e quindi dalla forte concorrenza dei paesi emergenti, è contemporaneamente in Europa e negli USA, crisi da sovrapproduzione e da calo dei redditi e sta determinando una disoccupazione dilagante; la crisi finanziaria tende a diventare recessione e forse in un prossimo futuro, se non si trova una via d’uscita, anche depressione economica.

In questo quadro le soluzioni che si stanno adottando i Italia con il governo Monti ed in Grecia con l’omologo Papademos, non a caso i due paesi più in crisi dal punto di vista delle struttura politico-istituzionale, sono il frutto dell’emergenza e della sfiducia generale nelle capacità della classe dirigente attuale di risolvere per via elettorale la crisi in atto.

L’intervento deciso di Monti di queste ultime ore, per risolvere la situazione rapidamente con le dimissioni del gruppo dirigente Finmeccanica, fa ben sperare, nonostante le perplessità che si possono nutrire: in questa fase sono necessarie determinazione, chiarezza ed etica pubblica per sconfiggere la mala pianta della corruzione in tutte le sue forme.

Vivremo nei prossimi mesi comunque ed in effetti stiamo già affrontando, una fase di crisi ancora maggiore, dalla quale si potrà uscire solo con un progetto di trasformazione economica e sociale di ampio e lungo respiro che sia fondata su un diverso modello economico, ambientale e sociale.

Le forze progressiste e di sinistra devono ben vigilare sugli atti del governo e sull’intervento delle istituzioni europee, in primo luogo della BCE, per evitare che la manovra anticrisi sia scaricata a danno dei percettori di redditi da lavoro dipendente e dalle classi più deboli. Solo una radicale svolta nella politica economica e fiscale che colpisca le grandi rendite finanziarie ed immobiliari e garantisca una redistribuzione più equa della ricchezza prodotta, soprattutto per combattere la precarietà, sono la ricetta per uscire in modo socialmente più equo da questa grave situazione.

di Sergio Caserta – domani.arcoiris.tv

Senza categoria

Purtroppo la corruzione è una malattia endemica del nostro paese

Alla fine siamo arrivati anche lì, nel cuore del gruppo industriale più importante con ENI ed ENEL, del capitalismo di Stato; lo scandalo che travolge ENAV e Finmeccanica è l’ultimo tassello, per ora, del mosaico drammatico della corruzione politica ed economica del nostro Paese. C’è chi si chiede se queste vicende sono esplose ora per ragioni particolari, magari per intralciare il cammino del governo Monti. Non si può escluderlo: è certo che i fatti in parte risalgono anni agli scorsi e sono continuati fino a tempi più recenti, se sono venuti fuori ora, è perché sono saltate le coperture che avevano garantito l’impunità.

Possiamo dire che nel nostro Paese, questa malattia della corruzione è ben difficile da estirpare e non va dimenticato che abbiamo avuto per oltre quindici anni il dominio quasi incontrastato di un sistema di potere costruito intorno alla figura di Berlusconi, per tanti un emblema del concetto d’impunità. L’arroganza di considerare le istituzioni proprietà personale e privata della maggioranza, l’odio verso le regole e i controlli di legalità, l’insofferenza verso la funzione della magistratura, il predominio della logica dell’affarismo e del profitto a ogni prezzo, ha fatto da sedime della proliferazione di ogni tipo malaffare.

Come dimenticare le vicende del terremoto dell’Aquila, con la Protezione civile ridotta a centro di smistamento di appalti e favori agli amici e ai sodali; oppure il recente scandalo delle assunzioni nell’azienda di trasporti di Roma che ha travolto la giunta Alemanno, restato in piedi solo per l’appoggio incondizionato di Berlusconi.

Allo stesso tempo non si può tacere della vicenda di Milano che ha coinvolto Penati e il suo sistema d’affari con corredo, presunto o vero, di tangenti alla sinistra. Non è il caso di stilare in quest’occasione un elenco degli scandali nostrani perché richiederebbe troppo tempo e sarebbe anche molto triste. Occorre riflettere sul fatto che la politica ha raggiunto il livello più basso di autorevolezza e di consenso nell’opinione pubblica e che il nostro Paese è oggi considerato tra i meno affidabili in Europa.

Del resto come non considerare, a prescindere dal condividerla o meno, la scelta del governo Monti come una dolorosamente necessaria, sospensione della politica, in ragione del suo totale fallimento? Come si è giunti a questo disastro? Penso che dovremmo compiere una seria analisi di quel che è successo in Italia, e non solo nell’arco di tempo degli ultimi trent’anni, per riuscire forse a cogliere il senso di tutto ciò.

L’inizio di questa crisi si data convenzionalmente ai primi anni Novanta, con l’altro grande evento che travolse la prima repubblica: “tangentopoli”, la scoperta di un diffuso sistema di corruzione politica e di tangenti pagate ai partiti per ottenere appalti e favori; lo scandalo coinvolse tutti i vertici dei partiti, da quella crisi sorse un nuovo sistema politico , scomparirono la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista, quelli Socialdemocratico e Liberale. Mentre il PCI, che non era stato coinvolto con la stessa intensità degli altri dalla gravità degli scandali, decise in quegli anni di cambiare nome e identità, abbandonando la sua matrice originaria.

Ritengo invece che le cause profonde sono più lontane nel tempo e risalgono alla crisi economica della metà degli anni Settanta che pose fine alla fase precedente di sviluppo democratico e civile iniziata dal dopoguerra ed in Italia dalla ricostruzione. Negli anni Ottanta nel mondo si affermò un’ideologia liberista che affidava totalmente al mercato ed all’impresa ogni potere di decidere la produzione, l’occupazione, i salari, i licenziamenti: cominciava in quegli anni una rimonta capitalistica che metteva in discussione i capisaldi del compromesso sociale e politico che aveva dominato per trent’anni, garantendo sviluppo e welfare.

L’ideologia alla base di questo processo era il cosiddetto “pensiero unico” dell’ultradestra americana ed occidentale, ben rappresentato soprattutto in Italia dalle posizioni di Edward Luttwack teorico, insieme all’utilità della guerra, della subordinazione degli stati nazionali agli interessi del grande profitto privato.

Quegli anni videro l’affermazione di nuovi leader della destra estrema – Reagan, la Thatcher, Pinochet – che non ebbero scrupoli ad usare i mezzi più spietati per ottenere la totale libertà del capitale industriale, militare e soprattutto finanziario. Iniziò la liberalizzazione dei mercati finanziari che portò alla crescita di nuove borse titoli ed alla proliferazioni di società che avevano la speculazione come codice genetico.

E’ in quegli anni che il concetto di denaro cessa di essere considerato, come nell’economia classica, “mezzo di scambio” per diventare “bene in sè”: la produzione e la riproduzione di denaro, nelle forme contanti e soprattutto virtuali, attraverso la libera proliferazione degli intermediari e delle attività di compravendita di titoli allo scoperto, di future, di option, di derivati, fino ai cosiddetti hedge fund, ha creato un’economia di carta, si dice oggi venti o più volte più grande della ricchezza prodotta dalle nazioni con la produzione di merci e servizi reali. L’enorme massa di denaro, falso e reale insieme, ha finito per condizionare la finanza, l’economia, la politica, gli stati e soprattutto le coscienze.

L’impossibilità di proseguire all’infinito in questa finta crescita, racchiusa in un’enorme bolla speculativa, è la causa della grave crisi strutturale che stiamo vivendo. Solo che questa situazione ha determinato un tale potere in chi ha in mano le leve finanziarie, da rendere il controllo di legalità e la politica del tutto inefficaci ad intervenire per correggere la situazione: i detentori delle leve decisionali delle politiche finanziarie mondiali, sono ancora tutti o quasi ai loro posti, decisi a non pagare alcun prezzo per le conseguenze del loro operato.

Tutto il mondo occidentale è stato coinvolto nell’enorme processo di appropriazione di potere da parte del capitalismo finanziario ma ovviamente ogni paese ha risposto secondo le sue strutture ed inclinazioni. I Paesi con le istituzioni più solide e classi dirigenti più selezionate, hanno retto meglio ma non sono mancati scandali clamorosi come il caso o Enron negli Stati Uniti o quelli dei trader truffatori in altri paesi, nessuno però con la pervicacia che in Italia

L’Italia ha risposto con la sottomissione totale della politica ai voleri del mercato, producendo Berlusconi come massimo esponente di questa economia surreale: impresario del mattone, della comunicazione e della pubblicità, ha incarnato il prototipo del potere moderno, privo di ogni remora o di ogni rispetto delle regole, un anarchico individualista, nichilista, estraneo ad ogni concetto di bene comune e di democrazia.

Il potere del denaro e sul denaro, incarnato nella sua persona, associato al potere politico, ha rotto ogni barriera di resistenza morale alla corruzione, quel che ha consentito a due imprenditori, intercettati, subito dopo il terremoto dell’Aquila di felicitarsi reciprocamente per i sicuri conseguenti affari o a quelle ragazze dell’Olgettina di affermare candidamente che un bel corpo è una dote che può consentire ogni tipo di carriera

La sinistra Italiana, così come Clinton negli USA e Blair in Inglhilterra, ha cercato, grazie alle sue disinvolte circonvoluzioni alla ricerca dell’affermazione, d’inseguire il modello liberista, restando totalmente catturata in questa cultura rampante ed individualista, perdendo quasi tutti i connotati di rappresentanza dei lavoratori e dei ceti deboli. La sinistra è rimasta così invischiata nella crisi del sistema senza essere in grado d’indicare alcuna diversa prospettiva.

Ora la crisi finanziaria ed economica mondiale, conseguente il crollo del modello consumistico dell’economia e della società, ha fatto implodere il sistema politico, determinando per il momento la caduta di Berlusconi.

Non si possono escludere ulteriori gravi sviluppi: la crisi derivante dalla globalizzazione della produzione e quindi dalla forte concorrenza dei paesi emergenti, è contemporaneamente in Europa e negli USA, crisi da sovrapproduzione e da calo dei redditi e sta determinando una disoccupazione dilagante; la crisi finanziaria tende a diventare recessione e forse in un prossimo futuro, se non si trova una via d’uscita, anche depressione economica.

In questo quadro le soluzioni che si stanno adottando i Italia con il governo Monti ed in Grecia con l’omologo Papademos, non a caso i due paesi più in crisi dal punto di vista delle struttura politico-istituzionale, sono il frutto dell’emergenza e della sfiducia generale nelle capacità della classe dirigente attuale di risolvere per via elettorale la crisi in atto.

L’intervento deciso di Monti di queste ultime ore, per risolvere la situazione rapidamente con le dimissioni del gruppo dirigente Finmeccanica, fa ben sperare, nonostante le perplessità che si possono nutrire: in questa fase sono necessarie determinazione, chiarezza ed etica pubblica per sconfiggere la mala pianta della corruzione in tutte le sue forme.

Vivremo nei prossimi mesi comunque ed in effetti stiamo già affrontando, una fase di crisi ancora maggiore, dalla quale si potrà uscire solo con un progetto di trasformazione economica e sociale di ampio e lungo respiro che sia fondata su un diverso modello economico, ambientale e sociale.

Le forze progressiste e di sinistra devono ben vigilare sugli atti del governo e sull’intervento delle istituzioni europee, in primo luogo della BCE, per evitare che la manovra anticrisi sia scaricata a danno dei percettori di redditi da lavoro dipendente e dalle classi più deboli. Solo una radicale svolta nella politica economica e fiscale che colpisca le grandi rendite finanziarie ed immobiliari e garantisca una redistribuzione più equa della ricchezza prodotta, soprattutto per combattere la precarietà, sono la ricetta per uscire in modo socialmente più equo da questa grave situazione.

di Sergio Caserta – domani.arcoiris.tv

Senza categoria

Purtroppo la corruzione è una malattia endemica del nostro paese

Alla fine siamo arrivati anche lì, nel cuore del gruppo industriale più importante con ENI ed ENEL, del capitalismo di Stato; lo scandalo che travolge ENAV e Finmeccanica è l’ultimo tassello, per ora, del mosaico drammatico della corruzione politica ed economica del nostro Paese. C’è chi si chiede se queste vicende sono esplose ora per ragioni particolari, magari per intralciare il cammino del governo Monti. Non si può escluderlo: è certo che i fatti in parte risalgono anni agli scorsi e sono continuati fino a tempi più recenti, se sono venuti fuori ora, è perché sono saltate le coperture che avevano garantito l’impunità.

Possiamo dire che nel nostro Paese, questa malattia della corruzione è ben difficile da estirpare e non va dimenticato che abbiamo avuto per oltre quindici anni il dominio quasi incontrastato di un sistema di potere costruito intorno alla figura di Berlusconi, per tanti un emblema del concetto d’impunità. L’arroganza di considerare le istituzioni proprietà personale e privata della maggioranza, l’odio verso le regole e i controlli di legalità, l’insofferenza verso la funzione della magistratura, il predominio della logica dell’affarismo e del profitto a ogni prezzo, ha fatto da sedime della proliferazione di ogni tipo malaffare.

Come dimenticare le vicende del terremoto dell’Aquila, con la Protezione civile ridotta a centro di smistamento di appalti e favori agli amici e ai sodali; oppure il recente scandalo delle assunzioni nell’azienda di trasporti di Roma che ha travolto la giunta Alemanno, restato in piedi solo per l’appoggio incondizionato di Berlusconi.

Allo stesso tempo non si può tacere della vicenda di Milano che ha coinvolto Penati e il suo sistema d’affari con corredo, presunto o vero, di tangenti alla sinistra. Non è il caso di stilare in quest’occasione un elenco degli scandali nostrani perché richiederebbe troppo tempo e sarebbe anche molto triste. Occorre riflettere sul fatto che la politica ha raggiunto il livello più basso di autorevolezza e di consenso nell’opinione pubblica e che il nostro Paese è oggi considerato tra i meno affidabili in Europa.

Del resto come non considerare, a prescindere dal condividerla o meno, la scelta del governo Monti come una dolorosamente necessaria, sospensione della politica, in ragione del suo totale fallimento? Come si è giunti a questo disastro? Penso che dovremmo compiere una seria analisi di quel che è successo in Italia, e non solo nell’arco di tempo degli ultimi trent’anni, per riuscire forse a cogliere il senso di tutto ciò.

L’inizio di questa crisi si data convenzionalmente ai primi anni Novanta, con l’altro grande evento che travolse la prima repubblica: “tangentopoli”, la scoperta di un diffuso sistema di corruzione politica e di tangenti pagate ai partiti per ottenere appalti e favori; lo scandalo coinvolse tutti i vertici dei partiti, da quella crisi sorse un nuovo sistema politico , scomparirono la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista, quelli Socialdemocratico e Liberale. Mentre il PCI, che non era stato coinvolto con la stessa intensità degli altri dalla gravità degli scandali, decise in quegli anni di cambiare nome e identità, abbandonando la sua matrice originaria.

Ritengo invece che le cause profonde sono più lontane nel tempo e risalgono alla crisi economica della metà degli anni Settanta che pose fine alla fase precedente di sviluppo democratico e civile iniziata dal dopoguerra ed in Italia dalla ricostruzione. Negli anni Ottanta nel mondo si affermò un’ideologia liberista che affidava totalmente al mercato ed all’impresa ogni potere di decidere la produzione, l’occupazione, i salari, i licenziamenti: cominciava in quegli anni una rimonta capitalistica che metteva in discussione i capisaldi del compromesso sociale e politico che aveva dominato per trent’anni, garantendo sviluppo e welfare.

L’ideologia alla base di questo processo era il cosiddetto “pensiero unico” dell’ultradestra americana ed occidentale, ben rappresentato soprattutto in Italia dalle posizioni di Edward Luttwack teorico, insieme all’utilità della guerra, della subordinazione degli stati nazionali agli interessi del grande profitto privato.

Quegli anni videro l’affermazione di nuovi leader della destra estrema – Reagan, la Thatcher, Pinochet – che non ebbero scrupoli ad usare i mezzi più spietati per ottenere la totale libertà del capitale industriale, militare e soprattutto finanziario. Iniziò la liberalizzazione dei mercati finanziari che portò alla crescita di nuove borse titoli ed alla proliferazioni di società che avevano la speculazione come codice genetico.

E’ in quegli anni che il concetto di denaro cessa di essere considerato, come nell’economia classica, “mezzo di scambio” per diventare “bene in sè”: la produzione e la riproduzione di denaro, nelle forme contanti e soprattutto virtuali, attraverso la libera proliferazione degli intermediari e delle attività di compravendita di titoli allo scoperto, di future, di option, di derivati, fino ai cosiddetti hedge fund, ha creato un’economia di carta, si dice oggi venti o più volte più grande della ricchezza prodotta dalle nazioni con la produzione di merci e servizi reali. L’enorme massa di denaro, falso e reale insieme, ha finito per condizionare la finanza, l’economia, la politica, gli stati e soprattutto le coscienze.

L’impossibilità di proseguire all’infinito in questa finta crescita, racchiusa in un’enorme bolla speculativa, è la causa della grave crisi strutturale che stiamo vivendo. Solo che questa situazione ha determinato un tale potere in chi ha in mano le leve finanziarie, da rendere il controllo di legalità e la politica del tutto inefficaci ad intervenire per correggere la situazione: i detentori delle leve decisionali delle politiche finanziarie mondiali, sono ancora tutti o quasi ai loro posti, decisi a non pagare alcun prezzo per le conseguenze del loro operato.

Tutto il mondo occidentale è stato coinvolto nell’enorme processo di appropriazione di potere da parte del capitalismo finanziario ma ovviamente ogni paese ha risposto secondo le sue strutture ed inclinazioni. I Paesi con le istituzioni più solide e classi dirigenti più selezionate, hanno retto meglio ma non sono mancati scandali clamorosi come il caso o Enron negli Stati Uniti o quelli dei trader truffatori in altri paesi, nessuno però con la pervicacia che in Italia

L’Italia ha risposto con la sottomissione totale della politica ai voleri del mercato, producendo Berlusconi come massimo esponente di questa economia surreale: impresario del mattone, della comunicazione e della pubblicità, ha incarnato il prototipo del potere moderno, privo di ogni remora o di ogni rispetto delle regole, un anarchico individualista, nichilista, estraneo ad ogni concetto di bene comune e di democrazia.

Il potere del denaro e sul denaro, incarnato nella sua persona, associato al potere politico, ha rotto ogni barriera di resistenza morale alla corruzione, quel che ha consentito a due imprenditori, intercettati, subito dopo il terremoto dell’Aquila di felicitarsi reciprocamente per i sicuri conseguenti affari o a quelle ragazze dell’Olgettina di affermare candidamente che un bel corpo è una dote che può consentire ogni tipo di carriera

La sinistra Italiana, così come Clinton negli USA e Blair in Inglhilterra, ha cercato, grazie alle sue disinvolte circonvoluzioni alla ricerca dell’affermazione, d’inseguire il modello liberista, restando totalmente catturata in questa cultura rampante ed individualista, perdendo quasi tutti i connotati di rappresentanza dei lavoratori e dei ceti deboli. La sinistra è rimasta così invischiata nella crisi del sistema senza essere in grado d’indicare alcuna diversa prospettiva.

Ora la crisi finanziaria ed economica mondiale, conseguente il crollo del modello consumistico dell’economia e della società, ha fatto implodere il sistema politico, determinando per il momento la caduta di Berlusconi.

Non si possono escludere ulteriori gravi sviluppi: la crisi derivante dalla globalizzazione della produzione e quindi dalla forte concorrenza dei paesi emergenti, è contemporaneamente in Europa e negli USA, crisi da sovrapproduzione e da calo dei redditi e sta determinando una disoccupazione dilagante; la crisi finanziaria tende a diventare recessione e forse in un prossimo futuro, se non si trova una via d’uscita, anche depressione economica.

In questo quadro le soluzioni che si stanno adottando i Italia con il governo Monti ed in Grecia con l’omologo Papademos, non a caso i due paesi più in crisi dal punto di vista delle struttura politico-istituzionale, sono il frutto dell’emergenza e della sfiducia generale nelle capacità della classe dirigente attuale di risolvere per via elettorale la crisi in atto.

L’intervento deciso di Monti di queste ultime ore, per risolvere la situazione rapidamente con le dimissioni del gruppo dirigente Finmeccanica, fa ben sperare, nonostante le perplessità che si possono nutrire: in questa fase sono necessarie determinazione, chiarezza ed etica pubblica per sconfiggere la mala pianta della corruzione in tutte le sue forme.

Vivremo nei prossimi mesi comunque ed in effetti stiamo già affrontando, una fase di crisi ancora maggiore, dalla quale si potrà uscire solo con un progetto di trasformazione economica e sociale di ampio e lungo respiro che sia fondata su un diverso modello economico, ambientale e sociale.

Le forze progressiste e di sinistra devono ben vigilare sugli atti del governo e sull’intervento delle istituzioni europee, in primo luogo della BCE, per evitare che la manovra anticrisi sia scaricata a danno dei percettori di redditi da lavoro dipendente e dalle classi più deboli. Solo una radicale svolta nella politica economica e fiscale che colpisca le grandi rendite finanziarie ed immobiliari e garantisca una redistribuzione più equa della ricchezza prodotta, soprattutto per combattere la precarietà, sono la ricetta per uscire in modo socialmente più equo da questa grave situazione.

di Sergio Caserta – domani.arcoiris.tv

Senza categoria

Il Complotto. Argomenti contro le dietrologie a sostegno del regime siriano

Preti, monaci, diplomatici, lettori di arabo nelle università, accademici, presidi di facoltà, giornalisti, segretari di partito, deputati. In Italia un vero esercito di insospettabili sostiene a spada tratta la tesi del Complotto ai danni del regime di Damasco, finendo colpevolmente nel sostenere la repressione in atto in Siria da oltre otto mesi e che ha causato finora l’uccisione documentata di oltre 4mila persone.
La loro tesi è che la Siria in rivolta non esiste. Esiste un popolo in ostaggio di uno scenario reale (il regime degli al Assad in piedi da 41 anni) e di due potenziali minacce: l’invasione della Nato, e la conseguente occupazione americano-sionista, o l’avvento di un emirato salafita oscurantista anti-tutto.
Il compito di questa legione di sostenitori italiani di al Assad è delegittimare la rivolta in corso. Descriverla come una montatura delle due principali tv satellitari arabe (al Jazeera e al Arabiya), parte di un complotto americano per contrastare l’ipotetico fronte irano-russo-cinese, simbolo per loro della Resistenza al Male.

Arabisti e islamisti improvvisati
Questi lealisti italiani diventano improvvisamente esperti di linguaggi mediatici, arabisti provetti, studiosi di islam, professori di storia del Medio Oriente. Altri ammettono più candidamente la loro ignoranza, affermando di voler raccontare la Verità dopo un breve soggiorno nelle tranquille vie di Damasco, visitata per la prima volta senza conoscere una qaf di arabo. Ciascuno per la propria parrocchia: dai Musolino e i Diliberto dei Comunisti italiani, fino a quelli di Progetto Eurasia, passando per tanti altri con cui ho avuto in questi mesi occasione di confrontarmi direttamente o indirettamente.
Accomunati dall’antagonismo all’imperialismo americano e dalla ricerca di visibilità, parlano moltissimo di Stati Uniti, di Israele, di al Jazeera e di salafiti, e pochissimo invece degli oltre 22 milioni di esseri umani che abitano la Siria.
E visto che sulla questione siriana, i grandi gruppi editoriali italiani oscillano tra l’indifferenza e il sostegno alle tesi della rivolta, per gli antagonisti “esser contro” oggi significa anche esser contro i rivoltosi siriani. Colpevoli di essere a loro insaputa difesi, a intermittenza, dai principali media del sistema.
Agli occhi di questi intellettuali lealisti, la morte dei civili siriani uccisi dalle forze di al Assad non vale come quella dei civili di Gaza. Semplicemente perché la questione palestinese serve la provinciale causa antagonista italiana. Mentre quella siriana li costringerebbe a mettere in discussione il loro credo ideologico.

73mila filmati amatoriali postati su internet
Si negano così le uccisioni, gli arresti, le torture. Pratiche non certo nuove nel panorama siriano dell’ultimo mezzo secolo, ma inedite per la vastità delle aree del paese in cui vengono compiute e per la sistematicità ormai giornaliera con cui vengono commesse.
Una realtà negata affermando che le decine di migliaia di testimonianze video non sono autentiche. In questi otto mesi ho potuto visionare centinaia degli oltre 73mila filmati amatoriali postati su internet. Non sono artefatti negli studi televisivi di Doha o Dubai come molti antagonisti sostengono. Non sono registrati a Tripoli in Libano o a Falluja in Iraq come i lealisti affermano. Si riconoscono le strade delle principali località siriane. Si ascoltano i vari accenti locali.
Si leggono targhe delle auto e le prime pagine dei giornali del giorno. Si vede con chiarezza il sangue schizzare dal foro della pallottola sotto la nuca di un bambino o sullo sterno di un giovane.
Gli analisti del Complotto non sanno cosa rispondere alla domanda sul perché siamo costretti a ricorrere a filmati amatoriali di YouTube per cercare di capire cosa stia avvenendo in Siria. Mazen Darwish – direttore del Centro siriano per la libertà giornalistica e di espressione, da anni impegnato nella lotta contro le violazioni contro gli operatori dell’informazione e per questo più volte in carcere – ha documentato, dal 15 marzo al 9 novembre, 117 casi di arresto e maltrattamento di giornalisti in Siria. Lo ha fatto presentando una lista completa di nomi, cognomi, affiliazione professionale, date e luoghi di detenzione, tipo di maltrattamento inflitto ai giornalisti siriani, arabi e non arabi.
La realtà viene negata anche sostenendo che sono false le testimonianze raccolte da noi reporter ai confini della Siria col Libano, la Giordania e la Turchia.
Sommando il numero di siriani fuggiti in questi tre paesi otteniamo la cifra approssimativa di oltre 20mila persone, per lo più civili. Sono tutti agenti del Complotto? Sono tutti sul libro paga dei sauditi, per conto degli americani e dei sionisti? E noi giornalisti siamo tutti prezzolati e in malafede oppure grandi ingenui pronti a riportare ogni parola senza verificare?
Altri lealisti italiani affermano che l’Osservatorio per i diritti umani in Siria (Ondus), una delle principali fonti di informazioni sulle violazioni giornaliere commesse nel paese, diffonde menzogne e riceve soldi dall’estero, perché il suo presidente trasmette le notizie da Londra.
È vero: Rami Abdel Rahman vive ora nella capitale britannica. Ma nessuno si chiede perché non possa lavorare e vivere nella sua Siria? L’Ondus è comunque attiva e opera in Siria con una rete di attivisti e ricercatori nel campo della difesa dei diritti umani da almeno dieci anni.

Il vignettista, il poeta, il cameraman
Che dire poi del pestaggio subito dal vignettista Ali Farzat a Damasco? Dello sgozzamento del poeta Ibrahim Qashush ad Hama? Dell’uccisione del cameraman Farzat Jarban a Homs? A Farzat hanno spezzato le dita con cui disegnava le caricature contro il regime. A Qashush hanno tagliato la gola, per arrivare alle corde vocali con cui cantava gli “inni della rivoluzione”. A Jarban il cameraman hanno cavato gli occhi.
Per gli antagonisti, ci sono le bande di terroristi dietro al pestaggio di Farzat, allo sgozzamento di Qashush e alla barbara uccisione di Jarban. Per dare la colpa – affermano – al governo di Damasco. Perché avventurarsi in una simile acrobazia logica, inventando entità di cui nessuno ha ancora mai dimostrato l’esistenza (a parte le confessioni-farsa di pseudo rei confessi mostrate dalla tv di Stato) pur di salvare un regime, i cui crimini sono invece documentati da decenni?
Chi si ostina a voler credere alla retorica del regime, deve però avere la coerenza di andare fino in fondo. Il presidente al Assad continua a ripetere che sì, sono stati commessi «alcuni errori» dalle forze dell’ordine, ma che di questi “errori” terrà conto la commissione d’inchiesta incaricata di far luce sugli «eventi in corso». Sin da metà aprile, le autorità hanno annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta.
Da mesi non si ha più notizia dei risultati, seppur parziali, del suo lavoro. Perché? Su più larga scala, non si ha notizia alcuna dei processi a cui dovrebbero esser sottoposti le centinaia di terroristi che ogni giorno, sugli schermi della tv di stato e sulle pagine del sito internet dell’agenzia ufficiale Sana, vengono mostrati come rei confessi di aver compiuto ogni tipo di barbarie contro i civili e «le forze dell’ordine». Perché?

I ribelli? Fondamentalisti o arretrati
Si tratta sempre di siriani (solo il 22 novembre, per la prima volta, si è appreso che uno studente saudita di 26 anni, di madre siriana, è stato ucciso a Homs), molto spesso con la barba («fondamentalisti»…) e originari delle zone rurali («arretrati»…). Ma non si capisce perché mai da otto mesi siano in attesa di giudizio. Non è stato forse abolito lo stato d’emergenza? O forse i processi sono già iniziati, o addirittura le condanne sono state emesse, senza che la stampa di Damasco ne abbia dato conto? A proposito dei fermati dal 15 marzo ad oggi: il 20 novembre gli attivisti fornivano una lista di oltre 14mila persone ancora in stato di arresto. Il regime non ne dà conto.
Perché? Eppure, tra il 5 e il 15 novembre scorsi, le autorità hanno liberato – dandone notizia sui media ufficiali – circa 1.800 «fermati che non si sono macchiati di crimini di sangue». Se fosse così, non è forse questa una violazione della sovranità della Siria di fronte alle ingerenze esterne? Ma anche se non hanno commesso crimini di sangue, quei 1.800 saranno pure stati fermati perché sospettati di aver commesso qualche crimine. Perché rilasciarli? Non sono più “terroristi”? Non sono più “agenti del Complotto”? E ancora: la sera del 15 novembre, la tv di stato ha trasmesso le immagini di alcune di queste persone tornati in libertà: sono apparsi i volti di decine di ragazzi e uomini, quasi tutti con la barba, e nessuno con segni di percosse o tortura sul volto, tutti con l’aria di provenire da sobborghi degradati o dalle campagne.
Tra loro, si è appreso all’indomani, c’erano anche il medico Kamal Labwani, prigioniero politico di lunga data, e Rafah Nashed, psicanalista siriana arrestata ad agosto. Il fermo di questi due non era mai stato ammesso dalle autorità. La Nashed, che aveva avviato a Damasco un laboratorio di terapia di gruppo «per sconfiggere la paura», era stata accusata di incitamento al sovvertimento del sistema politico e violazione dell’ordine pubblico, e rischiava una pena di circa sette anni di detenzione. Né la Sana né la tv di stato hanno mostrato le immagini della Nashed e di Labwani rimessi in libertà. Forse perché non avevano la barba?


Lorenzo Trombetta – europaquotidiano
Senza categoria

Il Complotto. Argomenti contro le dietrologie a sostegno del regime siriano

Preti, monaci, diplomatici, lettori di arabo nelle università, accademici, presidi di facoltà, giornalisti, segretari di partito, deputati. In Italia un vero esercito di insospettabili sostiene a spada tratta la tesi del Complotto ai danni del regime di Damasco, finendo colpevolmente nel sostenere la repressione in atto in Siria da oltre otto mesi e che ha causato finora l’uccisione documentata di oltre 4mila persone.
La loro tesi è che la Siria in rivolta non esiste. Esiste un popolo in ostaggio di uno scenario reale (il regime degli al Assad in piedi da 41 anni) e di due potenziali minacce: l’invasione della Nato, e la conseguente occupazione americano-sionista, o l’avvento di un emirato salafita oscurantista anti-tutto.
Il compito di questa legione di sostenitori italiani di al Assad è delegittimare la rivolta in corso. Descriverla come una montatura delle due principali tv satellitari arabe (al Jazeera e al Arabiya), parte di un complotto americano per contrastare l’ipotetico fronte irano-russo-cinese, simbolo per loro della Resistenza al Male.

Arabisti e islamisti improvvisati
Questi lealisti italiani diventano improvvisamente esperti di linguaggi mediatici, arabisti provetti, studiosi di islam, professori di storia del Medio Oriente. Altri ammettono più candidamente la loro ignoranza, affermando di voler raccontare la Verità dopo un breve soggiorno nelle tranquille vie di Damasco, visitata per la prima volta senza conoscere una qaf di arabo. Ciascuno per la propria parrocchia: dai Musolino e i Diliberto dei Comunisti italiani, fino a quelli di Progetto Eurasia, passando per tanti altri con cui ho avuto in questi mesi occasione di confrontarmi direttamente o indirettamente.
Accomunati dall’antagonismo all’imperialismo americano e dalla ricerca di visibilità, parlano moltissimo di Stati Uniti, di Israele, di al Jazeera e di salafiti, e pochissimo invece degli oltre 22 milioni di esseri umani che abitano la Siria.
E visto che sulla questione siriana, i grandi gruppi editoriali italiani oscillano tra l’indifferenza e il sostegno alle tesi della rivolta, per gli antagonisti “esser contro” oggi significa anche esser contro i rivoltosi siriani. Colpevoli di essere a loro insaputa difesi, a intermittenza, dai principali media del sistema.
Agli occhi di questi intellettuali lealisti, la morte dei civili siriani uccisi dalle forze di al Assad non vale come quella dei civili di Gaza. Semplicemente perché la questione palestinese serve la provinciale causa antagonista italiana. Mentre quella siriana li costringerebbe a mettere in discussione il loro credo ideologico.

73mila filmati amatoriali postati su internet
Si negano così le uccisioni, gli arresti, le torture. Pratiche non certo nuove nel panorama siriano dell’ultimo mezzo secolo, ma inedite per la vastità delle aree del paese in cui vengono compiute e per la sistematicità ormai giornaliera con cui vengono commesse.
Una realtà negata affermando che le decine di migliaia di testimonianze video non sono autentiche. In questi otto mesi ho potuto visionare centinaia degli oltre 73mila filmati amatoriali postati su internet. Non sono artefatti negli studi televisivi di Doha o Dubai come molti antagonisti sostengono. Non sono registrati a Tripoli in Libano o a Falluja in Iraq come i lealisti affermano. Si riconoscono le strade delle principali località siriane. Si ascoltano i vari accenti locali.
Si leggono targhe delle auto e le prime pagine dei giornali del giorno. Si vede con chiarezza il sangue schizzare dal foro della pallottola sotto la nuca di un bambino o sullo sterno di un giovane.
Gli analisti del Complotto non sanno cosa rispondere alla domanda sul perché siamo costretti a ricorrere a filmati amatoriali di YouTube per cercare di capire cosa stia avvenendo in Siria. Mazen Darwish – direttore del Centro siriano per la libertà giornalistica e di espressione, da anni impegnato nella lotta contro le violazioni contro gli operatori dell’informazione e per questo più volte in carcere – ha documentato, dal 15 marzo al 9 novembre, 117 casi di arresto e maltrattamento di giornalisti in Siria. Lo ha fatto presentando una lista completa di nomi, cognomi, affiliazione professionale, date e luoghi di detenzione, tipo di maltrattamento inflitto ai giornalisti siriani, arabi e non arabi.
La realtà viene negata anche sostenendo che sono false le testimonianze raccolte da noi reporter ai confini della Siria col Libano, la Giordania e la Turchia.
Sommando il numero di siriani fuggiti in questi tre paesi otteniamo la cifra approssimativa di oltre 20mila persone, per lo più civili. Sono tutti agenti del Complotto? Sono tutti sul libro paga dei sauditi, per conto degli americani e dei sionisti? E noi giornalisti siamo tutti prezzolati e in malafede oppure grandi ingenui pronti a riportare ogni parola senza verificare?
Altri lealisti italiani affermano che l’Osservatorio per i diritti umani in Siria (Ondus), una delle principali fonti di informazioni sulle violazioni giornaliere commesse nel paese, diffonde menzogne e riceve soldi dall’estero, perché il suo presidente trasmette le notizie da Londra.
È vero: Rami Abdel Rahman vive ora nella capitale britannica. Ma nessuno si chiede perché non possa lavorare e vivere nella sua Siria? L’Ondus è comunque attiva e opera in Siria con una rete di attivisti e ricercatori nel campo della difesa dei diritti umani da almeno dieci anni.

Il vignettista, il poeta, il cameraman
Che dire poi del pestaggio subito dal vignettista Ali Farzat a Damasco? Dello sgozzamento del poeta Ibrahim Qashush ad Hama? Dell’uccisione del cameraman Farzat Jarban a Homs? A Farzat hanno spezzato le dita con cui disegnava le caricature contro il regime. A Qashush hanno tagliato la gola, per arrivare alle corde vocali con cui cantava gli “inni della rivoluzione”. A Jarban il cameraman hanno cavato gli occhi.
Per gli antagonisti, ci sono le bande di terroristi dietro al pestaggio di Farzat, allo sgozzamento di Qashush e alla barbara uccisione di Jarban. Per dare la colpa – affermano – al governo di Damasco. Perché avventurarsi in una simile acrobazia logica, inventando entità di cui nessuno ha ancora mai dimostrato l’esistenza (a parte le confessioni-farsa di pseudo rei confessi mostrate dalla tv di Stato) pur di salvare un regime, i cui crimini sono invece documentati da decenni?
Chi si ostina a voler credere alla retorica del regime, deve però avere la coerenza di andare fino in fondo. Il presidente al Assad continua a ripetere che sì, sono stati commessi «alcuni errori» dalle forze dell’ordine, ma che di questi “errori” terrà conto la commissione d’inchiesta incaricata di far luce sugli «eventi in corso». Sin da metà aprile, le autorità hanno annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta.
Da mesi non si ha più notizia dei risultati, seppur parziali, del suo lavoro. Perché? Su più larga scala, non si ha notizia alcuna dei processi a cui dovrebbero esser sottoposti le centinaia di terroristi che ogni giorno, sugli schermi della tv di stato e sulle pagine del sito internet dell’agenzia ufficiale Sana, vengono mostrati come rei confessi di aver compiuto ogni tipo di barbarie contro i civili e «le forze dell’ordine». Perché?

I ribelli? Fondamentalisti o arretrati
Si tratta sempre di siriani (solo il 22 novembre, per la prima volta, si è appreso che uno studente saudita di 26 anni, di madre siriana, è stato ucciso a Homs), molto spesso con la barba («fondamentalisti»…) e originari delle zone rurali («arretrati»…). Ma non si capisce perché mai da otto mesi siano in attesa di giudizio. Non è stato forse abolito lo stato d’emergenza? O forse i processi sono già iniziati, o addirittura le condanne sono state emesse, senza che la stampa di Damasco ne abbia dato conto? A proposito dei fermati dal 15 marzo ad oggi: il 20 novembre gli attivisti fornivano una lista di oltre 14mila persone ancora in stato di arresto. Il regime non ne dà conto.
Perché? Eppure, tra il 5 e il 15 novembre scorsi, le autorità hanno liberato – dandone notizia sui media ufficiali – circa 1.800 «fermati che non si sono macchiati di crimini di sangue». Se fosse così, non è forse questa una violazione della sovranità della Siria di fronte alle ingerenze esterne? Ma anche se non hanno commesso crimini di sangue, quei 1.800 saranno pure stati fermati perché sospettati di aver commesso qualche crimine. Perché rilasciarli? Non sono più “terroristi”? Non sono più “agenti del Complotto”? E ancora: la sera del 15 novembre, la tv di stato ha trasmesso le immagini di alcune di queste persone tornati in libertà: sono apparsi i volti di decine di ragazzi e uomini, quasi tutti con la barba, e nessuno con segni di percosse o tortura sul volto, tutti con l’aria di provenire da sobborghi degradati o dalle campagne.
Tra loro, si è appreso all’indomani, c’erano anche il medico Kamal Labwani, prigioniero politico di lunga data, e Rafah Nashed, psicanalista siriana arrestata ad agosto. Il fermo di questi due non era mai stato ammesso dalle autorità. La Nashed, che aveva avviato a Damasco un laboratorio di terapia di gruppo «per sconfiggere la paura», era stata accusata di incitamento al sovvertimento del sistema politico e violazione dell’ordine pubblico, e rischiava una pena di circa sette anni di detenzione. Né la Sana né la tv di stato hanno mostrato le immagini della Nashed e di Labwani rimessi in libertà. Forse perché non avevano la barba?


Lorenzo Trombetta – europaquotidiano
Senza categoria

Il Complotto. Argomenti contro le dietrologie a sostegno del regime siriano

Preti, monaci, diplomatici, lettori di arabo nelle università, accademici, presidi di facoltà, giornalisti, segretari di partito, deputati. In Italia un vero esercito di insospettabili sostiene a spada tratta la tesi del Complotto ai danni del regime di Damasco, finendo colpevolmente nel sostenere la repressione in atto in Siria da oltre otto mesi e che ha causato finora l’uccisione documentata di oltre 4mila persone.
La loro tesi è che la Siria in rivolta non esiste. Esiste un popolo in ostaggio di uno scenario reale (il regime degli al Assad in piedi da 41 anni) e di due potenziali minacce: l’invasione della Nato, e la conseguente occupazione americano-sionista, o l’avvento di un emirato salafita oscurantista anti-tutto.
Il compito di questa legione di sostenitori italiani di al Assad è delegittimare la rivolta in corso. Descriverla come una montatura delle due principali tv satellitari arabe (al Jazeera e al Arabiya), parte di un complotto americano per contrastare l’ipotetico fronte irano-russo-cinese, simbolo per loro della Resistenza al Male.

Arabisti e islamisti improvvisati
Questi lealisti italiani diventano improvvisamente esperti di linguaggi mediatici, arabisti provetti, studiosi di islam, professori di storia del Medio Oriente. Altri ammettono più candidamente la loro ignoranza, affermando di voler raccontare la Verità dopo un breve soggiorno nelle tranquille vie di Damasco, visitata per la prima volta senza conoscere una qaf di arabo. Ciascuno per la propria parrocchia: dai Musolino e i Diliberto dei Comunisti italiani, fino a quelli di Progetto Eurasia, passando per tanti altri con cui ho avuto in questi mesi occasione di confrontarmi direttamente o indirettamente.
Accomunati dall’antagonismo all’imperialismo americano e dalla ricerca di visibilità, parlano moltissimo di Stati Uniti, di Israele, di al Jazeera e di salafiti, e pochissimo invece degli oltre 22 milioni di esseri umani che abitano la Siria.
E visto che sulla questione siriana, i grandi gruppi editoriali italiani oscillano tra l’indifferenza e il sostegno alle tesi della rivolta, per gli antagonisti “esser contro” oggi significa anche esser contro i rivoltosi siriani. Colpevoli di essere a loro insaputa difesi, a intermittenza, dai principali media del sistema.
Agli occhi di questi intellettuali lealisti, la morte dei civili siriani uccisi dalle forze di al Assad non vale come quella dei civili di Gaza. Semplicemente perché la questione palestinese serve la provinciale causa antagonista italiana. Mentre quella siriana li costringerebbe a mettere in discussione il loro credo ideologico.

73mila filmati amatoriali postati su internet
Si negano così le uccisioni, gli arresti, le torture. Pratiche non certo nuove nel panorama siriano dell’ultimo mezzo secolo, ma inedite per la vastità delle aree del paese in cui vengono compiute e per la sistematicità ormai giornaliera con cui vengono commesse.
Una realtà negata affermando che le decine di migliaia di testimonianze video non sono autentiche. In questi otto mesi ho potuto visionare centinaia degli oltre 73mila filmati amatoriali postati su internet. Non sono artefatti negli studi televisivi di Doha o Dubai come molti antagonisti sostengono. Non sono registrati a Tripoli in Libano o a Falluja in Iraq come i lealisti affermano. Si riconoscono le strade delle principali località siriane. Si ascoltano i vari accenti locali.
Si leggono targhe delle auto e le prime pagine dei giornali del giorno. Si vede con chiarezza il sangue schizzare dal foro della pallottola sotto la nuca di un bambino o sullo sterno di un giovane.
Gli analisti del Complotto non sanno cosa rispondere alla domanda sul perché siamo costretti a ricorrere a filmati amatoriali di YouTube per cercare di capire cosa stia avvenendo in Siria. Mazen Darwish – direttore del Centro siriano per la libertà giornalistica e di espressione, da anni impegnato nella lotta contro le violazioni contro gli operatori dell’informazione e per questo più volte in carcere – ha documentato, dal 15 marzo al 9 novembre, 117 casi di arresto e maltrattamento di giornalisti in Siria. Lo ha fatto presentando una lista completa di nomi, cognomi, affiliazione professionale, date e luoghi di detenzione, tipo di maltrattamento inflitto ai giornalisti siriani, arabi e non arabi.
La realtà viene negata anche sostenendo che sono false le testimonianze raccolte da noi reporter ai confini della Siria col Libano, la Giordania e la Turchia.
Sommando il numero di siriani fuggiti in questi tre paesi otteniamo la cifra approssimativa di oltre 20mila persone, per lo più civili. Sono tutti agenti del Complotto? Sono tutti sul libro paga dei sauditi, per conto degli americani e dei sionisti? E noi giornalisti siamo tutti prezzolati e in malafede oppure grandi ingenui pronti a riportare ogni parola senza verificare?
Altri lealisti italiani affermano che l’Osservatorio per i diritti umani in Siria (Ondus), una delle principali fonti di informazioni sulle violazioni giornaliere commesse nel paese, diffonde menzogne e riceve soldi dall’estero, perché il suo presidente trasmette le notizie da Londra.
È vero: Rami Abdel Rahman vive ora nella capitale britannica. Ma nessuno si chiede perché non possa lavorare e vivere nella sua Siria? L’Ondus è comunque attiva e opera in Siria con una rete di attivisti e ricercatori nel campo della difesa dei diritti umani da almeno dieci anni.

Il vignettista, il poeta, il cameraman
Che dire poi del pestaggio subito dal vignettista Ali Farzat a Damasco? Dello sgozzamento del poeta Ibrahim Qashush ad Hama? Dell’uccisione del cameraman Farzat Jarban a Homs? A Farzat hanno spezzato le dita con cui disegnava le caricature contro il regime. A Qashush hanno tagliato la gola, per arrivare alle corde vocali con cui cantava gli “inni della rivoluzione”. A Jarban il cameraman hanno cavato gli occhi.
Per gli antagonisti, ci sono le bande di terroristi dietro al pestaggio di Farzat, allo sgozzamento di Qashush e alla barbara uccisione di Jarban. Per dare la colpa – affermano – al governo di Damasco. Perché avventurarsi in una simile acrobazia logica, inventando entità di cui nessuno ha ancora mai dimostrato l’esistenza (a parte le confessioni-farsa di pseudo rei confessi mostrate dalla tv di Stato) pur di salvare un regime, i cui crimini sono invece documentati da decenni?
Chi si ostina a voler credere alla retorica del regime, deve però avere la coerenza di andare fino in fondo. Il presidente al Assad continua a ripetere che sì, sono stati commessi «alcuni errori» dalle forze dell’ordine, ma che di questi “errori” terrà conto la commissione d’inchiesta incaricata di far luce sugli «eventi in corso». Sin da metà aprile, le autorità hanno annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta.
Da mesi non si ha più notizia dei risultati, seppur parziali, del suo lavoro. Perché? Su più larga scala, non si ha notizia alcuna dei processi a cui dovrebbero esser sottoposti le centinaia di terroristi che ogni giorno, sugli schermi della tv di stato e sulle pagine del sito internet dell’agenzia ufficiale Sana, vengono mostrati come rei confessi di aver compiuto ogni tipo di barbarie contro i civili e «le forze dell’ordine». Perché?

I ribelli? Fondamentalisti o arretrati
Si tratta sempre di siriani (solo il 22 novembre, per la prima volta, si è appreso che uno studente saudita di 26 anni, di madre siriana, è stato ucciso a Homs), molto spesso con la barba («fondamentalisti»…) e originari delle zone rurali («arretrati»…). Ma non si capisce perché mai da otto mesi siano in attesa di giudizio. Non è stato forse abolito lo stato d’emergenza? O forse i processi sono già iniziati, o addirittura le condanne sono state emesse, senza che la stampa di Damasco ne abbia dato conto? A proposito dei fermati dal 15 marzo ad oggi: il 20 novembre gli attivisti fornivano una lista di oltre 14mila persone ancora in stato di arresto. Il regime non ne dà conto.
Perché? Eppure, tra il 5 e il 15 novembre scorsi, le autorità hanno liberato – dandone notizia sui media ufficiali – circa 1.800 «fermati che non si sono macchiati di crimini di sangue». Se fosse così, non è forse questa una violazione della sovranità della Siria di fronte alle ingerenze esterne? Ma anche se non hanno commesso crimini di sangue, quei 1.800 saranno pure stati fermati perché sospettati di aver commesso qualche crimine. Perché rilasciarli? Non sono più “terroristi”? Non sono più “agenti del Complotto”? E ancora: la sera del 15 novembre, la tv di stato ha trasmesso le immagini di alcune di queste persone tornati in libertà: sono apparsi i volti di decine di ragazzi e uomini, quasi tutti con la barba, e nessuno con segni di percosse o tortura sul volto, tutti con l’aria di provenire da sobborghi degradati o dalle campagne.
Tra loro, si è appreso all’indomani, c’erano anche il medico Kamal Labwani, prigioniero politico di lunga data, e Rafah Nashed, psicanalista siriana arrestata ad agosto. Il fermo di questi due non era mai stato ammesso dalle autorità. La Nashed, che aveva avviato a Damasco un laboratorio di terapia di gruppo «per sconfiggere la paura», era stata accusata di incitamento al sovvertimento del sistema politico e violazione dell’ordine pubblico, e rischiava una pena di circa sette anni di detenzione. Né la Sana né la tv di stato hanno mostrato le immagini della Nashed e di Labwani rimessi in libertà. Forse perché non avevano la barba?


Lorenzo Trombetta – europaquotidiano
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Bertone e il jet privato. Ecco il libro che fa tremare il Vaticano

E' un'inchiesta senza peli sulla lingua. Scomoda, di certo. Che solleverà polemiche, sicuramente. Quello di Stefano Livadiotti, giornalista dell'Espresso, promette di essere un libro sul quale si scatenerà una vera e propria battaglia. Per i tipi di Bompiani, è in uscita "I senza Dio. L'inchiesta sul Vaticano". Affaritaliani.it ne può pubblicare ampi stralci dai contenuti davvero esplosivi – in affaritaliani.libero.it

Da  “I SENZA DIO. L’INCHIESTA SUL VATICANO”
di STEFANO LIVADIOTTI
Bompiani
Pag. 240, euro 17,50
In libreria il 23 novembre


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Dall’introduzione

[…] Vista da vicino, infatti, la Chiesa, e in primis il suo vertice, assomiglia sempre di più a una delle classi politiche maggiormente screditate dell’intero Occidente. Una vera e propria casta, come quella dei palazzi del potere romano, ma ancora più scopertamente ricca, spregiudicata e arrogante nel pretendere ogni sorta di impunità per i suoi dignitari, che di fatto, e senza neanche essere stati eletti da chi poi è chiamato a sovvenzionarli generosamente, sono diventati degli intoccabili.
A forza di trattare sottobanco con la partitocrazia, in un’eterna rincorsa a sempre nuovi privilegi spesso ai confini con la legalità, la pletorica gerarchia vaticana ne ha mutuato tutti gli aspetti più deleteri. Riuscendo in qualche caso a renderli, se possibile, ancora più odiosi e impopolari.
Finendo per disegnare un modello autoreferenziale, dorato almeno quanto ipocrita, bugiardo e corrotto, che rappresenta l’esatto opposto dei fini statutari della ditta. Al cui interno tutti o quasi, dai più alti papaveri agli ultimi travet, predicano bene e razzolano malissimo. Un mondo dove la carità è un optional, la verità un miracolo e il sesso si fa ma non si dice. E il cui ultimo, se non unico, scopo sembra quello di perpetuare se stesso e il proprio potere. A beneficio di una classe dirigente interamente formata per cooptazione, fieramente avversa a ogni criterio meritocratico e permeata invece da una millenaria cultura dell’intrigo e del familismo come strumenti per costruire carriere a base di dossier, veri o falsi poco importa, generosamente distribuiti da anonime manine.
Il risultato è un’assai poco caritatevole guerra per bande, dove nessuno si fida di nessuno, tutti spiano tutti, e vince chi riesce a tirare il colpo più basso, comunque sempre abbondantemente sotto la cintura. E dove la posta in palio sono le leve del potere di un’autentica macchina da soldi, che da tempo non si accontenta più di rappresentare un vero e proprio monumento all’assistenzialismo pubblico e perciò non esita a infilarsi nei business più inconfessabili, purché potenzialmente redditizi. Coltivando relazioni pericolose con piccoli delinquenti di strada e sanguinari dittatori, faccendieri d’ogni risma, mafiosi e barbe finte.
Intrecciando storie ai confini del romanzesco a base di fondi neri, riciclaggio, traffici di armi e di droga e morti misteriose. Collezionando in definitiva un vero e proprio catalogo degli orrori, dove non manca davvero nulla: dal reato comune confinato nelle pagine di cronaca di piccoli e grandi quotidiani all’intrigo internazionale. Con la protervia di un potere che niente e nessuno è riuscito a scalfire più di tanto in duemila anni di storia. E che ancora oggi è in grado – forse semplicemente bluffando (quante divisioni ha davvero il papa?) – di tenere in scacco, attraverso il ricatto elettorale, una politica sempre più fragile e perciò stesso impaurita.
Un potere alle prese con una fase di declino forse inevitabile.  Alla quale però oggi aggiunge qualcosa di suo. Rischiando di farsi del male da solo, così, per puro e semplice eccesso di sicurezza. Quello che ha giocato un brutto scherzo a Joseph Ratzinger quando, nella messa della Domenica delle Palme del 2010, ha sciaguratamente definito “chiacchiericcio” lo scandalo della pedofilia. Lo stesso che il 18 aprile, durante la visita a Malta culminata nell’incontro con le vittime delle violenze, indurrà il papa a definirsi profondamente turbato per le malefatte dei suoi preti (“è un orrore troppo grande, forse anche per Dio”) e subito dopo ad addormentarsi placido in mondovisione.
Il fatto è che oggi per gran parte degli italiani quello della Chiesa è solo un partito come un altro. E i suoi massimi dirigenti sono, né più né meno, dei professionisti della politica.
Magari non tutti. E forse molti non erano così in partenza, quando, dopo gli studi in seminario, hanno indossato per la prima volta l’abito talare. Poi però hanno capito che in quel modo non sarebbero andati da nessuna parte, che non avrebbero mai fatto carriera. E si sono adeguati. È un’accusa che brucia. E davanti alla quale la gerarchia ecclesiastica mostra tutta intera la sua lunga coda di paglia.
Com’è successo da ultimo alla fine della scorsa estate, mentre i giornali raccontavano di colloqui carbonari tra esponenti della curia e capi e capetti della partitocrazia, impegnati a ridisegnare, in una sorta di Risiko, la geografia politica del paese in quella che a molti sembrava la vigilia di un’inevitabile crisi di governo. È stato allora che il numero uno dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco (quello, per intenderci, capace di sostenere che gli abusi sessuali sono “una cosa sbagliata”), ha detto, quasi senza riprendere fiato e alzando involontariamente la voce: “La Chiesa non è un’agenzia politica […] in nessuna maniera si confonde con la comunità politica […] e non è legata ad alcun sistema politico.” Quasi uno sfogo. (…)

 

Dal capitolo  “I lingotto del papa”

Trentunomila e 478 euro virgola qualcosa. È la somma che lo Stato, quindi l’intera platea dei contribuenti, ha versato nel 2010 per il mantenimento di ognuno dei 33 mila e 896 sacerdoti in servizio attivo nelle diocesi del paese. Il totale fa un miliardo e 67 milioni di euro, l’importo del cosiddetto 8 per mille (salito nel 2011 a un miliardo, 118 milioni, 677 mila, 543 euro e 49 centesimi). E l’assegno l’ha incassato la Chiesa, attraverso la Conferenza episcopale.
Che poi a ciascuno di quei preti ha girato direttamente solo 10.541 euro, un terzo di quanto ha stipato nei propri forzieri. L’espressione è un po’ forte, ma i numeri sono numeri: e dicono che i vescovi fanno la cresta sullo stipendio dei loro sottoposti. (…)
(…) Funziona così. Un po’ come in un gigantesco sondaggio d’opinione, ogni anno i contribuenti, mettendo una croce sull’apposita casella nella dichiarazione dei redditi, possono indicare come beneficiaria dell’8 per mille una delle confessioni firmatarie dell’intesa con lo Stato (o scegliere invece quest’ultimo). Sulla base delle indicazioni effettiva- mente raccolte, viene poi diviso in percentuale non il solo ammontare versato da quanti hanno espresso una preferenza (il 40 per cento circa del totale), ma l’intero montepremi. Al gruzzolo concorrono, cioè, anche i versamenti all’erario di coloro che, maggioranza assoluta, non hanno barrato un accidenti (quattrini che nella cattolicissima Spagna restano invece allo Stato). O che magari non hanno neanche mai sentito parlare del trappolone confezionato da “Treconti”, come l’hanno ribattezzato i tanti avversari politici da quando è improvvisamente diventato sparagnino. Il meccanismo, guarda caso, sembra ricalcato da quello scelto dai partiti per i rimborsi elettorali garantiti dal finanziamento pubblico.
Il risultato dell’arzigogolo è facilmente intuibile. Anche perché perdere una sfida con lo Stato italiano davanti a una giuria popolare è matematicamente impossibile. Tanto più se lo stesso sedicente avversario ha stabilito regole che lo penalizzano in partenza. E ancor più se durante la gara cammina invece che correre (la Chiesa si affida a un gigante mondiale come la Saatchi & Saatchi per una martellante campagna pubblicitaria costata nel 2005 qualcosa come 9 milioni di euro, il triplo di quanto donato dai preti alle vittime dello tsunami; lo Stato risulta non pervenuto).
Ma il vantaggio per la Chiesa va perfino al di là di quanto si possa intuire. Per quantificarlo bisogna necessariamente affidarsi a dati un po’ vecchiotti, per il semplice motivo che il ministero dell’Economia, con una decisione difficile da spiegare, fornisce le statistiche sulle scelte effettive dei contribuenti solo alle confessioni religiose ammesse al beneficio, non proprio ansiose di mettere il tutto a disposizione del pubblico. Non è però un problema, dal momento che le percentuali variano in maniera quasi impercettibile tra un anno e l’altro. Dunque: nel 2004 la Chiesa è stata scelta da una minoranza pari al 34,56 per cento dei contribuenti italiani. Ma lo stesso dato, calcolato invece sulla sola platea di quanti hanno ritenuto di dare un’indicazione sull’8 per mille, l’ha fatta schizzare di colpo, e miracolosamente, a una schiacciante maggioranza dell’87,25 (soglia intorno alla quale si colloca tutt’ora, decimale in più, decimale in meno). Ed è quest’ultima la percentuale utilizzata per ripartire l’intera torta. Che, Tremonti l’ha studiata bene, è destinata inevitabilmente a crescere. Il suo valore, infatti, si aggancia ora alla variazione del Pil, cioè alla crescita economica, ora all’aumento della pressione fiscale. Quando non ai due elementi insieme. Questo garantisce alla Chiesa di incassare sempre più quattrini, a prescindere dal consenso racimolato. E perfino quando questo scende in maniera vistosa. È successo, per esempio, nelle dichiarazioni dei redditi del 2007 (incassate nel 2010: c’è uno sfasamento temporale di tre anni). Quell’anno, forse sulla scia dello scandalo pedofilia, il numero dei contribuenti che ha indicato come beneficiari Ratzinger & C. si è ridotto, secondo i calcoli degli stessi vescovi, di 95.104 unità. Così, perfino la percentuale drogata di spettanza della Chiesa ha fatto registrare un passo indietro: dall’86,05 del 2006 (89,82 nel 2005) all’85,01 per cento. Ma, sorpresa, grazie al doppio traino di Pil e pressione fiscale, la Chiesa ha comunque incassato di più: 100 milioni di euro.
I conti sono presto fatti. Nel 1989, come ricorda la stessa Cei in un documento ufficiale intitolato Otto per mille: destinazione e impieghi 1990-2011, con la congrua la chiesa prendeva 399 miliardi di lire (che nel 1990, nel primo anno con il nuovo sistema, diventarono 210 milioni di euro, perché nel totale furono inseriti anche 7 miliardi di lire di quattrini pubblici destinati alla nuova edilizia di culto). Icoefficienti di rivalutazione dicono che oggi quella cifra equivarrebbe a 369,01 milioni. Per il 2011, secondo i calcoli più aggiornati, alla Chiesa spetta invece, come dicevamo, un miliardo, 118 milioni, 677 mila e 543 euro: più del triplo. Ma per la Santa Casta l’affare è ancora più ghiotto di quanto già non appaia a prima vista. Nello stesso ventennio, infatti, l’importo complessivo delle paghe dei preti (addirittura diminuito negli ultimi anni: di 20 milioni tondi tra il 2009 e il 2011) è cresciuto molto più lentamente: dai 145 milioni del 1990 ai 361 del 2011 (più 149 per cento). E così il margine che rappresenta in questo caso il guadagno, o la cresta, della Chiesa è via via aumentato, passando dai 65 milioni iniziali ai 757.677.543 euro di quest’anno, con un incremento del 1066 per cento. Chapeau. E dire che in un volantino distribuito dalla Cei nelle parrocchie, e intitolato Aiuta tutti i sacerdoti, si sostiene che l’8 per mille “non basta” a mantenere i preti.
I negoziatori della revisione concordataria del 1984, evidentemente consapevoli del papocchio che andavano allestendo, avevano previsto la possibilità di una revisione dell’aliquota: era stato insomma stabilito che l’8 per mille potesse diventare, per esempio, il sette o il nove, a seconda dell’andamento del suo gettito e delle spese reali della Chiesa. Il compito di monitorare la situazione, e introdurre ogni tre anni gli aggiustamenti eventualmente necessari, era stato affidato, come nella migliore tradizione, a una commissione, l’ennesima, e questa volta pure bilaterale. Fin da subito, se ne sono ovviamente perse le tracce. E chi, come quei rompiballe in servizio permanente effettivo dei radicali, ha chiesto notizie al riguardo si è sentito opporre il segreto di Stato. Addirittura. Un minimo di pudore da parte del governo nell’affrontare l’argomento è assolutamente comprensibile. Perché da sempre l’esecutivo di turno, non ritenendo ancora all’altezza il cadeau presentato annualmente alla gerarchia ecclesiastica, ci ha aggiunto dell’altro. Consegnando di fatto alla Chiesa anche una buona fetta della quota (striminzita, peraltro) di 8 per mille che gli veniva assegnata su indicazione dei contribuenti.
Una forzatura sottolineata anche dalla Corte dei conti, che nel 2008 ha messo a punto una relazione sulla gestione dei fondi da parte dello Stato nel quinquennio 2001-2006 in cui si rilevavano “non poche incongruenze”. Una bacchettata di cui Berlusconi, troppo preoccupato a farsi perdonare dai preti certi eccessi di vitalità notturna, non ha tenuto alcun conto. Almeno a leggere le diciassette pagine del decreto con cui sono stati ripartiti nel 2009 i 43.969.406 euro destinati dai contribuenti allo Stato in quota 8 per mille: 459 mila euro alla Pontificia università gregoriana di Roma, 500 mila al Fondo librario della Compagnia di Gesù, un milione e 146 mila alla diocesi di Cassano allo Ionio, 369 mila alla Confraternita di Santa Maria della purità di Gallipoli. Secondo il pallottoliere, alla fine 10 milioni e 586 mila euro sono andati, in gran parte e attraverso il Fondo beni culturali, a 26 immobili di enti-satellite del Vaticano. E altri 14 milioni e 692 mila euro sono stati destinati a soddisfare richieste (quasi tutte per opere ecclesiastiche) legate al terremoto abruzzese e curiosamente presentate ancor prima che il sisma si verificasse. In sostanza, lo Stato ha girato al Vaticano più della metà dei soldi che i contribuenti gli avevano espressamente conferito.
Resta da capire che strada prendano i soldi pubblici che ogni anno rimangono nelle casse della Cei dopo il pagamento degli stipendi ai sacerdoti. (…)
(…) Nel 2011 (come del resto in tutti gli ultimi cinque anni, nel corso dei quali sono rimasti perfettamente invariati) gli interventi caritativi nel terzo mondo hanno totalizzato 85 milioni, pari al 7,59 per cento dei soldi pubblici incassati dalla Cei. E che, anche sommando a questi gli aiuti smistati in Italia, non si va oltre i 235 milioni, che vuol dire il 21 per cento del contributo statale alla Cei. Proprio come raccontava Maltese. Il tutto, ammesso e non concesso che tra queste iniziative abbia qualche senso includere “l’installazione di una radio cattolica nell’arcidiocesi di Mount Hagen, a Pasqua Nuova Guinea e a Puerto Esperanza, in Perù e la formazione per tecnici e animatori giornalisti della radio diocesana di Matadi, nella Repubblica democratica del Congo”, citati a pagina 14 del dossier Otto per mille. Destinazione ed impieghi 1990-2008 alla voce “promozione umana”, ma molto più simili a spese per la propaganda e il reclutamento. Oppure operazioni al limite del folklore sciupone come “la formazione all’uso e alla gestione di un sistema fotovoltaico per la ricarica della batteria di cellulari, laptop e lampade per creare microimprenditorialità in diversi paesi dell’Africa”. Laptop nella savana? Mah. Di tutto questo ben di Dio, agli uomini di chiesa restano le briciole. Non alla nomenklatura, s’intende, ché quella si tratta bene. Bagnasco, ovviamente, lo nega: “Per la nostra sussistenza basta in realtà poco,” ha detto il 26 settembre. Ma non è esattamente così, se nel solo 2007 i 20 cardinali di stanza a Roma sono costati oltre 3.000.000 di euro, come ha rivelato senza essere smentito il settimanale cattolico inglese “The Tablet” (del resto il giornale citava la sintesi di un rendiconto riservato della Prefettura per gli affari economici del Vaticano), e se è vero che nel 2010, come ha scritto “El Pais”, la spesa per l’intera curia è stata di 102,5 milioni. Eppure non è certo ai papaveri vaticani che si riferiva “Famiglia Cristiana” quando, nel settembre del 2011, ha scolpito: “Mentre la nave affonda, i timonieri continuano a sollazzarsi.” (…)


Dal capitolo “Una guerra poco santa”

(…) È il metodo-Bertone. Quello che ha consentito al cardinale piemontese di diventare “il più potente segretario di Stato nella storia recente della Chiesa”, come si legge al paragrafo 11 di un cablogramma del 10 gennaio 2008 (riportato da Stefania Maurizi in Dossier Wikileaks), classificato “Confidential 136839”, e spedito a Washington dall’ambasciata americana in Vaticano (dove si dice pure che Bertone viene da alcuni considerato come “decisamente ambizioso e forse egotista”). Per questo, Ratzinger, che l’ha avuto come braccio destro alla Congregazione per la dottrina della fede e poi l’ha scelto come primo ministro, ci ha ripensato. “Lo riteneva forse non eccelso, ma certamente fidato: poi ha capito che ha un debole per il potere,” spiega una fonte laica accreditatissima nelle segrete stanze.
Secondo i più maligni, al papa qualche dubbio sarebbe venuto fin dall’inizio, quando, nell’estate del 2006, una fuga di notizie lo costrinse ad anticipare l’annuncio della nomina di Bertone a capo del governo vaticano. Ratzinger non ha mai capito se ad alimentare le indiscrezioni fossero stati i nemici di Bertone, nel tentativo di bruciarlo, o invece lui stesso, per forzare la mano e ottenere l’incarico prima che la situazione rischiasse di complicarsi ulteriormente. (…)
(…) Che tra il papa e il suo numero due non tutto filasse liscio, del resto, si era capito da tempo. Il 18 aprile del 2009, grande assente proprio Bertone, Ratzinger aveva ricevuto a Castel Gandolfo, in un incontro conviviale, Ruini, Bagnasco, Scola e Schönborn. E, quando gli era stato posto il problema dell’adeguatezza del suo primo ministro, aveva replicato, più asciutto che amabile: “Non chiedetemi questo; parlatemi d’altro.” A qualcuno non era parso vero di poter spifferare il tutto in giro. E il pontefice, per mettere a tacere ogni voce, seguendo un copione tipico della politica, a luglio si era presentato in pompa magna a Romano Canavese, il paesello natio di Bertone, fermandosi a pranzare con la sua famiglia. Poi, però, era arrivato il caso Boffo, con la sua coda di veleni. Ratzinger, racconta oggi lo stesso Boffo a tutti quelli che incontra, ha capito benissimo com’è andata la vicenda, ma ha deciso di astenersi dall’intervenire, per non dover aprire il capitolo della successione a Bertone in un momento tanto delicato per la Chiesa, già sotto scacco per le accuse di pedofilia. (…)
(…) “Il segretario di Stato non arriverà a Natale,” si diceva nei corridoi vaticani. Per avvalorare lo scenario si raccontava anche di una festa organizzata in grande stile per il primo agosto, nel ventesimo anniversario dell’ordinazione a vescovo di Bertone, e poi cancellata in quattro e quattr’otto. Ma, con ogni probabilità, si trattava della proiezione di desideri, più che di possibilità reali. “Nei giorni immediatamente successivi al caso Boffo, Bertone era spaventatissimo,” spiega un laico con rapporti al massimo livello Oltretevere, “ma poi ha capito di essere inamovibile, almeno per ora, e così ha ripreso a tirare la corda: al punto che c’è il suo zampino in alcuni dei pubblici messaggi di apprezzamento indirizzatigli dal papa, al quale oltretutto non sempre sono state sottoposte le modifiche apportate ai testi dalla segreteria di Stato.” Il riferimento è a tre scritti, peraltro piuttosto irrituali, tutti apparsi sulle colonne dell’“Osservatore”.
Tarcy, come lo chiamano gli intimi (o Arci-Tarcy, da quando è diventato arcivescovo), è fatto così. Se le labbra sottili gli danno un volto duro, ogni tanto si sforza di aprirle in un sorriso. Ci tiene a far sapere che nasconde un pallone sotto la scrivania dell’ufficio, così, solo per ricordare di quando giocava da terzino destro. Racconta spesso che ogni tanto inforca la bicicletta per una pedalata nei giardini vaticani. E che la sera, con gli amici (Angelo Amato, Raffaele Farina, Mario Toso ed Enrico Dal Covolo: tutti salesiani come lui), suona perfino la pianola. In realtà, è un caterpillar e preferisce le vie brevi: quando il suo predecessore e nemico giurato, Sodano, tardava a lasciare libero l’appartamento che spetta al segretario di Stato, gli fece annunciare per telefono l’arrivo degli imbianchini dalla sera alla mattina. E alla bicicletta preferisce di gran lunga il jet privato. Come quello che gli mette a disposizione Gabriele Volpi, grande amico del furbetto del quartierino Giampiero Fiorani, patron della Pro-Recco di pallanuoto e proprietario di un impero, con quartier generale in Nigeria, fondato sul commercio di petrolio africano e controllato attraverso una galassia di società sparse tra Londra, l’isola di Man , Lugano e le Virgin British Island. Curiosa frequentazione, per uno come Bertone, che, da arcivescovo di Genova, si era scagliato perfino contro la festa di Halloween, definita diseducativa per i giovani. Si vede che è solo una questione di età. (…)

(…) Anche perché la guerra per bande sta diventando incontrollabile. Rischiando di travolgere perfino l’uomo finora più vicino al papa, il segretario Georg Gänswein. Per il quale, secondo voci ricorrenti, e solo tiepidamente smentite da fonti ufficiose, sarebbe in vista una promozione, che avrebbe l’effetto (e lo scopo ultimo) di riportarlo armi e bagagli nella natia Germania.
Gänswein, il cui potere è solo l’ombra di quello esercitato da Stanisław Dziwisz con Giovanni Paolo II, è a suo modo un miracolato. L’ex professore dell’Università romana dell’Opus Dei, infatti, deve il suo posto solo all’impazienza di Josef Clemens, per tanti anni assistente personale dell’allora cardinale Ratzinger alla Congregazione per la dottrina della fede. Clemens, oggi sessantaquattrenne, non aveva capito per tempo che viaggiava agganciato al treno vincente e, all’inizio del 2004, aveva chiesto e ottenuto la nomina a vescovo di Segerme, mettendosi fuori gioco da solo. Ma non si è trattato dell’unico colpo di fortuna per Gänswein, la cui nomina è il risultato di una seconda scelta. Per sostituire il suo segretario, Ratzinger aveva infatti puntato in prima battuta su un altro nome (Hermann P. Geissler, attuale capo-ufficio alla Congregazione per la dottrina della fede), al quale era stato poi costretto a rinunciare per motivi di equilibrio interni alla curia.
Appena insediato sul soglio di Pietro, Ratzinger aveva stretto nuovamente i rapporti con Clemens, peraltro mai perso di vista e nel frattempo sbarcato (come segretario) al pontificio consiglio per i laici. E, facendo un’eccezione al suo stile di vita quasi monacale (alle 16 di ogni giorno tutto il personale non ecclesiastico lascia l’appartamento, e la cena normalmente si risolve in poco più di un caffellatte),
si era presentato puntuale agli inviti nell’appartamento dell’ex segretario, che abita nel palazzo dell’ex Sant’Uffizio. Una dozzina almeno, ma forse anche una quindicina di raffinate cene, alle quali il bel Georg l’aveva scortato fino al pianerottolo con il muso sempre più lungo. Cominciando a un certo punto a fermarsi addirittura al portone del palazzo. Così, nel momento in cui Clemens aveva tentato il salto a prefetto della casa pontificia, Gänswein si era messo di traverso. E la tensione era cresciuta fino a sfociare in un pubblico battibecco quando, a margine di un’udienza generale del mercoledì, il segretario in carica si era rifiutato di dare al suo predecessore il numero del nuovo telefono cellulare del papa (che risponde di persona all’apparecchio). A quel punto, tra i due è cominciata la consueta guerra di dossier. Nella quale ad avere la peggio sarebbe stato Gänswein, finito sulle pagine dei giornali di gossip con tanto di foto che lo ritraggono in buona compagnia. Cosa che ha fatto appunto infuriare il papa. Fino alle estreme conseguenze. “Non ho mai visto nella curia una situazione così allo sbando,” assicura un testimone eccellente. (…)

Dal capitolo “Radiografia di un declino”

(…) Joseph Ratzinger è vecchio. Non gode di ottima salute. Si sente solo. E, come ha fatto capire in più di un’occasione, comincia a provare un certo disgusto per ciò che succede intorno a lui. E proprio la consapevolezza di aver contribuito a consolidare questo sistema è la cosa che gli pesa di più. Perciò, quando sono circolate voci di un suo imminente ritiro, ha provato quasi un senso di sollievo. Forse non c’è ancora nulla di deciso. Ma lui ci ha pensato. E continua a farlo.

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Bertone e il jet privato. Ecco il libro che fa tremare il Vaticano

E' un'inchiesta senza peli sulla lingua. Scomoda, di certo. Che solleverà polemiche, sicuramente. Quello di Stefano Livadiotti, giornalista dell'Espresso, promette di essere un libro sul quale si scatenerà una vera e propria battaglia. Per i tipi di Bompiani, è in uscita "I senza Dio. L'inchiesta sul Vaticano". Affaritaliani.it ne può pubblicare ampi stralci dai contenuti davvero esplosivi – in affaritaliani.libero.it

Da  “I SENZA DIO. L’INCHIESTA SUL VATICANO”
di STEFANO LIVADIOTTI
Bompiani
Pag. 240, euro 17,50
In libreria il 23 novembre


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Dall’introduzione

[…] Vista da vicino, infatti, la Chiesa, e in primis il suo vertice, assomiglia sempre di più a una delle classi politiche maggiormente screditate dell’intero Occidente. Una vera e propria casta, come quella dei palazzi del potere romano, ma ancora più scopertamente ricca, spregiudicata e arrogante nel pretendere ogni sorta di impunità per i suoi dignitari, che di fatto, e senza neanche essere stati eletti da chi poi è chiamato a sovvenzionarli generosamente, sono diventati degli intoccabili.
A forza di trattare sottobanco con la partitocrazia, in un’eterna rincorsa a sempre nuovi privilegi spesso ai confini con la legalità, la pletorica gerarchia vaticana ne ha mutuato tutti gli aspetti più deleteri. Riuscendo in qualche caso a renderli, se possibile, ancora più odiosi e impopolari.
Finendo per disegnare un modello autoreferenziale, dorato almeno quanto ipocrita, bugiardo e corrotto, che rappresenta l’esatto opposto dei fini statutari della ditta. Al cui interno tutti o quasi, dai più alti papaveri agli ultimi travet, predicano bene e razzolano malissimo. Un mondo dove la carità è un optional, la verità un miracolo e il sesso si fa ma non si dice. E il cui ultimo, se non unico, scopo sembra quello di perpetuare se stesso e il proprio potere. A beneficio di una classe dirigente interamente formata per cooptazione, fieramente avversa a ogni criterio meritocratico e permeata invece da una millenaria cultura dell’intrigo e del familismo come strumenti per costruire carriere a base di dossier, veri o falsi poco importa, generosamente distribuiti da anonime manine.
Il risultato è un’assai poco caritatevole guerra per bande, dove nessuno si fida di nessuno, tutti spiano tutti, e vince chi riesce a tirare il colpo più basso, comunque sempre abbondantemente sotto la cintura. E dove la posta in palio sono le leve del potere di un’autentica macchina da soldi, che da tempo non si accontenta più di rappresentare un vero e proprio monumento all’assistenzialismo pubblico e perciò non esita a infilarsi nei business più inconfessabili, purché potenzialmente redditizi. Coltivando relazioni pericolose con piccoli delinquenti di strada e sanguinari dittatori, faccendieri d’ogni risma, mafiosi e barbe finte.
Intrecciando storie ai confini del romanzesco a base di fondi neri, riciclaggio, traffici di armi e di droga e morti misteriose. Collezionando in definitiva un vero e proprio catalogo degli orrori, dove non manca davvero nulla: dal reato comune confinato nelle pagine di cronaca di piccoli e grandi quotidiani all’intrigo internazionale. Con la protervia di un potere che niente e nessuno è riuscito a scalfire più di tanto in duemila anni di storia. E che ancora oggi è in grado – forse semplicemente bluffando (quante divisioni ha davvero il papa?) – di tenere in scacco, attraverso il ricatto elettorale, una politica sempre più fragile e perciò stesso impaurita.
Un potere alle prese con una fase di declino forse inevitabile.  Alla quale però oggi aggiunge qualcosa di suo. Rischiando di farsi del male da solo, così, per puro e semplice eccesso di sicurezza. Quello che ha giocato un brutto scherzo a Joseph Ratzinger quando, nella messa della Domenica delle Palme del 2010, ha sciaguratamente definito “chiacchiericcio” lo scandalo della pedofilia. Lo stesso che il 18 aprile, durante la visita a Malta culminata nell’incontro con le vittime delle violenze, indurrà il papa a definirsi profondamente turbato per le malefatte dei suoi preti (“è un orrore troppo grande, forse anche per Dio”) e subito dopo ad addormentarsi placido in mondovisione.
Il fatto è che oggi per gran parte degli italiani quello della Chiesa è solo un partito come un altro. E i suoi massimi dirigenti sono, né più né meno, dei professionisti della politica.
Magari non tutti. E forse molti non erano così in partenza, quando, dopo gli studi in seminario, hanno indossato per la prima volta l’abito talare. Poi però hanno capito che in quel modo non sarebbero andati da nessuna parte, che non avrebbero mai fatto carriera. E si sono adeguati. È un’accusa che brucia. E davanti alla quale la gerarchia ecclesiastica mostra tutta intera la sua lunga coda di paglia.
Com’è successo da ultimo alla fine della scorsa estate, mentre i giornali raccontavano di colloqui carbonari tra esponenti della curia e capi e capetti della partitocrazia, impegnati a ridisegnare, in una sorta di Risiko, la geografia politica del paese in quella che a molti sembrava la vigilia di un’inevitabile crisi di governo. È stato allora che il numero uno dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco (quello, per intenderci, capace di sostenere che gli abusi sessuali sono “una cosa sbagliata”), ha detto, quasi senza riprendere fiato e alzando involontariamente la voce: “La Chiesa non è un’agenzia politica […] in nessuna maniera si confonde con la comunità politica […] e non è legata ad alcun sistema politico.” Quasi uno sfogo. (…)

 

Dal capitolo  “I lingotto del papa”

Trentunomila e 478 euro virgola qualcosa. È la somma che lo Stato, quindi l’intera platea dei contribuenti, ha versato nel 2010 per il mantenimento di ognuno dei 33 mila e 896 sacerdoti in servizio attivo nelle diocesi del paese. Il totale fa un miliardo e 67 milioni di euro, l’importo del cosiddetto 8 per mille (salito nel 2011 a un miliardo, 118 milioni, 677 mila, 543 euro e 49 centesimi). E l’assegno l’ha incassato la Chiesa, attraverso la Conferenza episcopale.
Che poi a ciascuno di quei preti ha girato direttamente solo 10.541 euro, un terzo di quanto ha stipato nei propri forzieri. L’espressione è un po’ forte, ma i numeri sono numeri: e dicono che i vescovi fanno la cresta sullo stipendio dei loro sottoposti. (…)
(…) Funziona così. Un po’ come in un gigantesco sondaggio d’opinione, ogni anno i contribuenti, mettendo una croce sull’apposita casella nella dichiarazione dei redditi, possono indicare come beneficiaria dell’8 per mille una delle confessioni firmatarie dell’intesa con lo Stato (o scegliere invece quest’ultimo). Sulla base delle indicazioni effettiva- mente raccolte, viene poi diviso in percentuale non il solo ammontare versato da quanti hanno espresso una preferenza (il 40 per cento circa del totale), ma l’intero montepremi. Al gruzzolo concorrono, cioè, anche i versamenti all’erario di coloro che, maggioranza assoluta, non hanno barrato un accidenti (quattrini che nella cattolicissima Spagna restano invece allo Stato). O che magari non hanno neanche mai sentito parlare del trappolone confezionato da “Treconti”, come l’hanno ribattezzato i tanti avversari politici da quando è improvvisamente diventato sparagnino. Il meccanismo, guarda caso, sembra ricalcato da quello scelto dai partiti per i rimborsi elettorali garantiti dal finanziamento pubblico.
Il risultato dell’arzigogolo è facilmente intuibile. Anche perché perdere una sfida con lo Stato italiano davanti a una giuria popolare è matematicamente impossibile. Tanto più se lo stesso sedicente avversario ha stabilito regole che lo penalizzano in partenza. E ancor più se durante la gara cammina invece che correre (la Chiesa si affida a un gigante mondiale come la Saatchi & Saatchi per una martellante campagna pubblicitaria costata nel 2005 qualcosa come 9 milioni di euro, il triplo di quanto donato dai preti alle vittime dello tsunami; lo Stato risulta non pervenuto).
Ma il vantaggio per la Chiesa va perfino al di là di quanto si possa intuire. Per quantificarlo bisogna necessariamente affidarsi a dati un po’ vecchiotti, per il semplice motivo che il ministero dell’Economia, con una decisione difficile da spiegare, fornisce le statistiche sulle scelte effettive dei contribuenti solo alle confessioni religiose ammesse al beneficio, non proprio ansiose di mettere il tutto a disposizione del pubblico. Non è però un problema, dal momento che le percentuali variano in maniera quasi impercettibile tra un anno e l’altro. Dunque: nel 2004 la Chiesa è stata scelta da una minoranza pari al 34,56 per cento dei contribuenti italiani. Ma lo stesso dato, calcolato invece sulla sola platea di quanti hanno ritenuto di dare un’indicazione sull’8 per mille, l’ha fatta schizzare di colpo, e miracolosamente, a una schiacciante maggioranza dell’87,25 (soglia intorno alla quale si colloca tutt’ora, decimale in più, decimale in meno). Ed è quest’ultima la percentuale utilizzata per ripartire l’intera torta. Che, Tremonti l’ha studiata bene, è destinata inevitabilmente a crescere. Il suo valore, infatti, si aggancia ora alla variazione del Pil, cioè alla crescita economica, ora all’aumento della pressione fiscale. Quando non ai due elementi insieme. Questo garantisce alla Chiesa di incassare sempre più quattrini, a prescindere dal consenso racimolato. E perfino quando questo scende in maniera vistosa. È successo, per esempio, nelle dichiarazioni dei redditi del 2007 (incassate nel 2010: c’è uno sfasamento temporale di tre anni). Quell’anno, forse sulla scia dello scandalo pedofilia, il numero dei contribuenti che ha indicato come beneficiari Ratzinger & C. si è ridotto, secondo i calcoli degli stessi vescovi, di 95.104 unità. Così, perfino la percentuale drogata di spettanza della Chiesa ha fatto registrare un passo indietro: dall’86,05 del 2006 (89,82 nel 2005) all’85,01 per cento. Ma, sorpresa, grazie al doppio traino di Pil e pressione fiscale, la Chiesa ha comunque incassato di più: 100 milioni di euro.
I conti sono presto fatti. Nel 1989, come ricorda la stessa Cei in un documento ufficiale intitolato Otto per mille: destinazione e impieghi 1990-2011, con la congrua la chiesa prendeva 399 miliardi di lire (che nel 1990, nel primo anno con il nuovo sistema, diventarono 210 milioni di euro, perché nel totale furono inseriti anche 7 miliardi di lire di quattrini pubblici destinati alla nuova edilizia di culto). Icoefficienti di rivalutazione dicono che oggi quella cifra equivarrebbe a 369,01 milioni. Per il 2011, secondo i calcoli più aggiornati, alla Chiesa spetta invece, come dicevamo, un miliardo, 118 milioni, 677 mila e 543 euro: più del triplo. Ma per la Santa Casta l’affare è ancora più ghiotto di quanto già non appaia a prima vista. Nello stesso ventennio, infatti, l’importo complessivo delle paghe dei preti (addirittura diminuito negli ultimi anni: di 20 milioni tondi tra il 2009 e il 2011) è cresciuto molto più lentamente: dai 145 milioni del 1990 ai 361 del 2011 (più 149 per cento). E così il margine che rappresenta in questo caso il guadagno, o la cresta, della Chiesa è via via aumentato, passando dai 65 milioni iniziali ai 757.677.543 euro di quest’anno, con un incremento del 1066 per cento. Chapeau. E dire che in un volantino distribuito dalla Cei nelle parrocchie, e intitolato Aiuta tutti i sacerdoti, si sostiene che l’8 per mille “non basta” a mantenere i preti.
I negoziatori della revisione concordataria del 1984, evidentemente consapevoli del papocchio che andavano allestendo, avevano previsto la possibilità di una revisione dell’aliquota: era stato insomma stabilito che l’8 per mille potesse diventare, per esempio, il sette o il nove, a seconda dell’andamento del suo gettito e delle spese reali della Chiesa. Il compito di monitorare la situazione, e introdurre ogni tre anni gli aggiustamenti eventualmente necessari, era stato affidato, come nella migliore tradizione, a una commissione, l’ennesima, e questa volta pure bilaterale. Fin da subito, se ne sono ovviamente perse le tracce. E chi, come quei rompiballe in servizio permanente effettivo dei radicali, ha chiesto notizie al riguardo si è sentito opporre il segreto di Stato. Addirittura. Un minimo di pudore da parte del governo nell’affrontare l’argomento è assolutamente comprensibile. Perché da sempre l’esecutivo di turno, non ritenendo ancora all’altezza il cadeau presentato annualmente alla gerarchia ecclesiastica, ci ha aggiunto dell’altro. Consegnando di fatto alla Chiesa anche una buona fetta della quota (striminzita, peraltro) di 8 per mille che gli veniva assegnata su indicazione dei contribuenti.
Una forzatura sottolineata anche dalla Corte dei conti, che nel 2008 ha messo a punto una relazione sulla gestione dei fondi da parte dello Stato nel quinquennio 2001-2006 in cui si rilevavano “non poche incongruenze”. Una bacchettata di cui Berlusconi, troppo preoccupato a farsi perdonare dai preti certi eccessi di vitalità notturna, non ha tenuto alcun conto. Almeno a leggere le diciassette pagine del decreto con cui sono stati ripartiti nel 2009 i 43.969.406 euro destinati dai contribuenti allo Stato in quota 8 per mille: 459 mila euro alla Pontificia università gregoriana di Roma, 500 mila al Fondo librario della Compagnia di Gesù, un milione e 146 mila alla diocesi di Cassano allo Ionio, 369 mila alla Confraternita di Santa Maria della purità di Gallipoli. Secondo il pallottoliere, alla fine 10 milioni e 586 mila euro sono andati, in gran parte e attraverso il Fondo beni culturali, a 26 immobili di enti-satellite del Vaticano. E altri 14 milioni e 692 mila euro sono stati destinati a soddisfare richieste (quasi tutte per opere ecclesiastiche) legate al terremoto abruzzese e curiosamente presentate ancor prima che il sisma si verificasse. In sostanza, lo Stato ha girato al Vaticano più della metà dei soldi che i contribuenti gli avevano espressamente conferito.
Resta da capire che strada prendano i soldi pubblici che ogni anno rimangono nelle casse della Cei dopo il pagamento degli stipendi ai sacerdoti. (…)
(…) Nel 2011 (come del resto in tutti gli ultimi cinque anni, nel corso dei quali sono rimasti perfettamente invariati) gli interventi caritativi nel terzo mondo hanno totalizzato 85 milioni, pari al 7,59 per cento dei soldi pubblici incassati dalla Cei. E che, anche sommando a questi gli aiuti smistati in Italia, non si va oltre i 235 milioni, che vuol dire il 21 per cento del contributo statale alla Cei. Proprio come raccontava Maltese. Il tutto, ammesso e non concesso che tra queste iniziative abbia qualche senso includere “l’installazione di una radio cattolica nell’arcidiocesi di Mount Hagen, a Pasqua Nuova Guinea e a Puerto Esperanza, in Perù e la formazione per tecnici e animatori giornalisti della radio diocesana di Matadi, nella Repubblica democratica del Congo”, citati a pagina 14 del dossier Otto per mille. Destinazione ed impieghi 1990-2008 alla voce “promozione umana”, ma molto più simili a spese per la propaganda e il reclutamento. Oppure operazioni al limite del folklore sciupone come “la formazione all’uso e alla gestione di un sistema fotovoltaico per la ricarica della batteria di cellulari, laptop e lampade per creare microimprenditorialità in diversi paesi dell’Africa”. Laptop nella savana? Mah. Di tutto questo ben di Dio, agli uomini di chiesa restano le briciole. Non alla nomenklatura, s’intende, ché quella si tratta bene. Bagnasco, ovviamente, lo nega: “Per la nostra sussistenza basta in realtà poco,” ha detto il 26 settembre. Ma non è esattamente così, se nel solo 2007 i 20 cardinali di stanza a Roma sono costati oltre 3.000.000 di euro, come ha rivelato senza essere smentito il settimanale cattolico inglese “The Tablet” (del resto il giornale citava la sintesi di un rendiconto riservato della Prefettura per gli affari economici del Vaticano), e se è vero che nel 2010, come ha scritto “El Pais”, la spesa per l’intera curia è stata di 102,5 milioni. Eppure non è certo ai papaveri vaticani che si riferiva “Famiglia Cristiana” quando, nel settembre del 2011, ha scolpito: “Mentre la nave affonda, i timonieri continuano a sollazzarsi.” (…)


Dal capitolo “Una guerra poco santa”

(…) È il metodo-Bertone. Quello che ha consentito al cardinale piemontese di diventare “il più potente segretario di Stato nella storia recente della Chiesa”, come si legge al paragrafo 11 di un cablogramma del 10 gennaio 2008 (riportato da Stefania Maurizi in Dossier Wikileaks), classificato “Confidential 136839”, e spedito a Washington dall’ambasciata americana in Vaticano (dove si dice pure che Bertone viene da alcuni considerato come “decisamente ambizioso e forse egotista”). Per questo, Ratzinger, che l’ha avuto come braccio destro alla Congregazione per la dottrina della fede e poi l’ha scelto come primo ministro, ci ha ripensato. “Lo riteneva forse non eccelso, ma certamente fidato: poi ha capito che ha un debole per il potere,” spiega una fonte laica accreditatissima nelle segrete stanze.
Secondo i più maligni, al papa qualche dubbio sarebbe venuto fin dall’inizio, quando, nell’estate del 2006, una fuga di notizie lo costrinse ad anticipare l’annuncio della nomina di Bertone a capo del governo vaticano. Ratzinger non ha mai capito se ad alimentare le indiscrezioni fossero stati i nemici di Bertone, nel tentativo di bruciarlo, o invece lui stesso, per forzare la mano e ottenere l’incarico prima che la situazione rischiasse di complicarsi ulteriormente. (…)
(…) Che tra il papa e il suo numero due non tutto filasse liscio, del resto, si era capito da tempo. Il 18 aprile del 2009, grande assente proprio Bertone, Ratzinger aveva ricevuto a Castel Gandolfo, in un incontro conviviale, Ruini, Bagnasco, Scola e Schönborn. E, quando gli era stato posto il problema dell’adeguatezza del suo primo ministro, aveva replicato, più asciutto che amabile: “Non chiedetemi questo; parlatemi d’altro.” A qualcuno non era parso vero di poter spifferare il tutto in giro. E il pontefice, per mettere a tacere ogni voce, seguendo un copione tipico della politica, a luglio si era presentato in pompa magna a Romano Canavese, il paesello natio di Bertone, fermandosi a pranzare con la sua famiglia. Poi, però, era arrivato il caso Boffo, con la sua coda di veleni. Ratzinger, racconta oggi lo stesso Boffo a tutti quelli che incontra, ha capito benissimo com’è andata la vicenda, ma ha deciso di astenersi dall’intervenire, per non dover aprire il capitolo della successione a Bertone in un momento tanto delicato per la Chiesa, già sotto scacco per le accuse di pedofilia. (…)
(…) “Il segretario di Stato non arriverà a Natale,” si diceva nei corridoi vaticani. Per avvalorare lo scenario si raccontava anche di una festa organizzata in grande stile per il primo agosto, nel ventesimo anniversario dell’ordinazione a vescovo di Bertone, e poi cancellata in quattro e quattr’otto. Ma, con ogni probabilità, si trattava della proiezione di desideri, più che di possibilità reali. “Nei giorni immediatamente successivi al caso Boffo, Bertone era spaventatissimo,” spiega un laico con rapporti al massimo livello Oltretevere, “ma poi ha capito di essere inamovibile, almeno per ora, e così ha ripreso a tirare la corda: al punto che c’è il suo zampino in alcuni dei pubblici messaggi di apprezzamento indirizzatigli dal papa, al quale oltretutto non sempre sono state sottoposte le modifiche apportate ai testi dalla segreteria di Stato.” Il riferimento è a tre scritti, peraltro piuttosto irrituali, tutti apparsi sulle colonne dell’“Osservatore”.
Tarcy, come lo chiamano gli intimi (o Arci-Tarcy, da quando è diventato arcivescovo), è fatto così. Se le labbra sottili gli danno un volto duro, ogni tanto si sforza di aprirle in un sorriso. Ci tiene a far sapere che nasconde un pallone sotto la scrivania dell’ufficio, così, solo per ricordare di quando giocava da terzino destro. Racconta spesso che ogni tanto inforca la bicicletta per una pedalata nei giardini vaticani. E che la sera, con gli amici (Angelo Amato, Raffaele Farina, Mario Toso ed Enrico Dal Covolo: tutti salesiani come lui), suona perfino la pianola. In realtà, è un caterpillar e preferisce le vie brevi: quando il suo predecessore e nemico giurato, Sodano, tardava a lasciare libero l’appartamento che spetta al segretario di Stato, gli fece annunciare per telefono l’arrivo degli imbianchini dalla sera alla mattina. E alla bicicletta preferisce di gran lunga il jet privato. Come quello che gli mette a disposizione Gabriele Volpi, grande amico del furbetto del quartierino Giampiero Fiorani, patron della Pro-Recco di pallanuoto e proprietario di un impero, con quartier generale in Nigeria, fondato sul commercio di petrolio africano e controllato attraverso una galassia di società sparse tra Londra, l’isola di Man , Lugano e le Virgin British Island. Curiosa frequentazione, per uno come Bertone, che, da arcivescovo di Genova, si era scagliato perfino contro la festa di Halloween, definita diseducativa per i giovani. Si vede che è solo una questione di età. (…)

(…) Anche perché la guerra per bande sta diventando incontrollabile. Rischiando di travolgere perfino l’uomo finora più vicino al papa, il segretario Georg Gänswein. Per il quale, secondo voci ricorrenti, e solo tiepidamente smentite da fonti ufficiose, sarebbe in vista una promozione, che avrebbe l’effetto (e lo scopo ultimo) di riportarlo armi e bagagli nella natia Germania.
Gänswein, il cui potere è solo l’ombra di quello esercitato da Stanisław Dziwisz con Giovanni Paolo II, è a suo modo un miracolato. L’ex professore dell’Università romana dell’Opus Dei, infatti, deve il suo posto solo all’impazienza di Josef Clemens, per tanti anni assistente personale dell’allora cardinale Ratzinger alla Congregazione per la dottrina della fede. Clemens, oggi sessantaquattrenne, non aveva capito per tempo che viaggiava agganciato al treno vincente e, all’inizio del 2004, aveva chiesto e ottenuto la nomina a vescovo di Segerme, mettendosi fuori gioco da solo. Ma non si è trattato dell’unico colpo di fortuna per Gänswein, la cui nomina è il risultato di una seconda scelta. Per sostituire il suo segretario, Ratzinger aveva infatti puntato in prima battuta su un altro nome (Hermann P. Geissler, attuale capo-ufficio alla Congregazione per la dottrina della fede), al quale era stato poi costretto a rinunciare per motivi di equilibrio interni alla curia.
Appena insediato sul soglio di Pietro, Ratzinger aveva stretto nuovamente i rapporti con Clemens, peraltro mai perso di vista e nel frattempo sbarcato (come segretario) al pontificio consiglio per i laici. E, facendo un’eccezione al suo stile di vita quasi monacale (alle 16 di ogni giorno tutto il personale non ecclesiastico lascia l’appartamento, e la cena normalmente si risolve in poco più di un caffellatte),
si era presentato puntuale agli inviti nell’appartamento dell’ex segretario, che abita nel palazzo dell’ex Sant’Uffizio. Una dozzina almeno, ma forse anche una quindicina di raffinate cene, alle quali il bel Georg l’aveva scortato fino al pianerottolo con il muso sempre più lungo. Cominciando a un certo punto a fermarsi addirittura al portone del palazzo. Così, nel momento in cui Clemens aveva tentato il salto a prefetto della casa pontificia, Gänswein si era messo di traverso. E la tensione era cresciuta fino a sfociare in un pubblico battibecco quando, a margine di un’udienza generale del mercoledì, il segretario in carica si era rifiutato di dare al suo predecessore il numero del nuovo telefono cellulare del papa (che risponde di persona all’apparecchio). A quel punto, tra i due è cominciata la consueta guerra di dossier. Nella quale ad avere la peggio sarebbe stato Gänswein, finito sulle pagine dei giornali di gossip con tanto di foto che lo ritraggono in buona compagnia. Cosa che ha fatto appunto infuriare il papa. Fino alle estreme conseguenze. “Non ho mai visto nella curia una situazione così allo sbando,” assicura un testimone eccellente. (…)

Dal capitolo “Radiografia di un declino”

(…) Joseph Ratzinger è vecchio. Non gode di ottima salute. Si sente solo. E, come ha fatto capire in più di un’occasione, comincia a provare un certo disgusto per ciò che succede intorno a lui. E proprio la consapevolezza di aver contribuito a consolidare questo sistema è la cosa che gli pesa di più. Perciò, quando sono circolate voci di un suo imminente ritiro, ha provato quasi un senso di sollievo. Forse non c’è ancora nulla di deciso. Ma lui ci ha pensato. E continua a farlo.

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Bertone e il jet privato. Ecco il libro che fa tremare il Vaticano

E' un'inchiesta senza peli sulla lingua. Scomoda, di certo. Che solleverà polemiche, sicuramente. Quello di Stefano Livadiotti, giornalista dell'Espresso, promette di essere un libro sul quale si scatenerà una vera e propria battaglia. Per i tipi di Bompiani, è in uscita "I senza Dio. L'inchiesta sul Vaticano". Affaritaliani.it ne può pubblicare ampi stralci dai contenuti davvero esplosivi – in affaritaliani.libero.it

Da  “I SENZA DIO. L’INCHIESTA SUL VATICANO”
di STEFANO LIVADIOTTI
Bompiani
Pag. 240, euro 17,50
In libreria il 23 novembre


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Dall’introduzione

[…] Vista da vicino, infatti, la Chiesa, e in primis il suo vertice, assomiglia sempre di più a una delle classi politiche maggiormente screditate dell’intero Occidente. Una vera e propria casta, come quella dei palazzi del potere romano, ma ancora più scopertamente ricca, spregiudicata e arrogante nel pretendere ogni sorta di impunità per i suoi dignitari, che di fatto, e senza neanche essere stati eletti da chi poi è chiamato a sovvenzionarli generosamente, sono diventati degli intoccabili.
A forza di trattare sottobanco con la partitocrazia, in un’eterna rincorsa a sempre nuovi privilegi spesso ai confini con la legalità, la pletorica gerarchia vaticana ne ha mutuato tutti gli aspetti più deleteri. Riuscendo in qualche caso a renderli, se possibile, ancora più odiosi e impopolari.
Finendo per disegnare un modello autoreferenziale, dorato almeno quanto ipocrita, bugiardo e corrotto, che rappresenta l’esatto opposto dei fini statutari della ditta. Al cui interno tutti o quasi, dai più alti papaveri agli ultimi travet, predicano bene e razzolano malissimo. Un mondo dove la carità è un optional, la verità un miracolo e il sesso si fa ma non si dice. E il cui ultimo, se non unico, scopo sembra quello di perpetuare se stesso e il proprio potere. A beneficio di una classe dirigente interamente formata per cooptazione, fieramente avversa a ogni criterio meritocratico e permeata invece da una millenaria cultura dell’intrigo e del familismo come strumenti per costruire carriere a base di dossier, veri o falsi poco importa, generosamente distribuiti da anonime manine.
Il risultato è un’assai poco caritatevole guerra per bande, dove nessuno si fida di nessuno, tutti spiano tutti, e vince chi riesce a tirare il colpo più basso, comunque sempre abbondantemente sotto la cintura. E dove la posta in palio sono le leve del potere di un’autentica macchina da soldi, che da tempo non si accontenta più di rappresentare un vero e proprio monumento all’assistenzialismo pubblico e perciò non esita a infilarsi nei business più inconfessabili, purché potenzialmente redditizi. Coltivando relazioni pericolose con piccoli delinquenti di strada e sanguinari dittatori, faccendieri d’ogni risma, mafiosi e barbe finte.
Intrecciando storie ai confini del romanzesco a base di fondi neri, riciclaggio, traffici di armi e di droga e morti misteriose. Collezionando in definitiva un vero e proprio catalogo degli orrori, dove non manca davvero nulla: dal reato comune confinato nelle pagine di cronaca di piccoli e grandi quotidiani all’intrigo internazionale. Con la protervia di un potere che niente e nessuno è riuscito a scalfire più di tanto in duemila anni di storia. E che ancora oggi è in grado – forse semplicemente bluffando (quante divisioni ha davvero il papa?) – di tenere in scacco, attraverso il ricatto elettorale, una politica sempre più fragile e perciò stesso impaurita.
Un potere alle prese con una fase di declino forse inevitabile.  Alla quale però oggi aggiunge qualcosa di suo. Rischiando di farsi del male da solo, così, per puro e semplice eccesso di sicurezza. Quello che ha giocato un brutto scherzo a Joseph Ratzinger quando, nella messa della Domenica delle Palme del 2010, ha sciaguratamente definito “chiacchiericcio” lo scandalo della pedofilia. Lo stesso che il 18 aprile, durante la visita a Malta culminata nell’incontro con le vittime delle violenze, indurrà il papa a definirsi profondamente turbato per le malefatte dei suoi preti (“è un orrore troppo grande, forse anche per Dio”) e subito dopo ad addormentarsi placido in mondovisione.
Il fatto è che oggi per gran parte degli italiani quello della Chiesa è solo un partito come un altro. E i suoi massimi dirigenti sono, né più né meno, dei professionisti della politica.
Magari non tutti. E forse molti non erano così in partenza, quando, dopo gli studi in seminario, hanno indossato per la prima volta l’abito talare. Poi però hanno capito che in quel modo non sarebbero andati da nessuna parte, che non avrebbero mai fatto carriera. E si sono adeguati. È un’accusa che brucia. E davanti alla quale la gerarchia ecclesiastica mostra tutta intera la sua lunga coda di paglia.
Com’è successo da ultimo alla fine della scorsa estate, mentre i giornali raccontavano di colloqui carbonari tra esponenti della curia e capi e capetti della partitocrazia, impegnati a ridisegnare, in una sorta di Risiko, la geografia politica del paese in quella che a molti sembrava la vigilia di un’inevitabile crisi di governo. È stato allora che il numero uno dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco (quello, per intenderci, capace di sostenere che gli abusi sessuali sono “una cosa sbagliata”), ha detto, quasi senza riprendere fiato e alzando involontariamente la voce: “La Chiesa non è un’agenzia politica […] in nessuna maniera si confonde con la comunità politica […] e non è legata ad alcun sistema politico.” Quasi uno sfogo. (…)

 

Dal capitolo  “I lingotto del papa”

Trentunomila e 478 euro virgola qualcosa. È la somma che lo Stato, quindi l’intera platea dei contribuenti, ha versato nel 2010 per il mantenimento di ognuno dei 33 mila e 896 sacerdoti in servizio attivo nelle diocesi del paese. Il totale fa un miliardo e 67 milioni di euro, l’importo del cosiddetto 8 per mille (salito nel 2011 a un miliardo, 118 milioni, 677 mila, 543 euro e 49 centesimi). E l’assegno l’ha incassato la Chiesa, attraverso la Conferenza episcopale.
Che poi a ciascuno di quei preti ha girato direttamente solo 10.541 euro, un terzo di quanto ha stipato nei propri forzieri. L’espressione è un po’ forte, ma i numeri sono numeri: e dicono che i vescovi fanno la cresta sullo stipendio dei loro sottoposti. (…)
(…) Funziona così. Un po’ come in un gigantesco sondaggio d’opinione, ogni anno i contribuenti, mettendo una croce sull’apposita casella nella dichiarazione dei redditi, possono indicare come beneficiaria dell’8 per mille una delle confessioni firmatarie dell’intesa con lo Stato (o scegliere invece quest’ultimo). Sulla base delle indicazioni effettiva- mente raccolte, viene poi diviso in percentuale non il solo ammontare versato da quanti hanno espresso una preferenza (il 40 per cento circa del totale), ma l’intero montepremi. Al gruzzolo concorrono, cioè, anche i versamenti all’erario di coloro che, maggioranza assoluta, non hanno barrato un accidenti (quattrini che nella cattolicissima Spagna restano invece allo Stato). O che magari non hanno neanche mai sentito parlare del trappolone confezionato da “Treconti”, come l’hanno ribattezzato i tanti avversari politici da quando è improvvisamente diventato sparagnino. Il meccanismo, guarda caso, sembra ricalcato da quello scelto dai partiti per i rimborsi elettorali garantiti dal finanziamento pubblico.
Il risultato dell’arzigogolo è facilmente intuibile. Anche perché perdere una sfida con lo Stato italiano davanti a una giuria popolare è matematicamente impossibile. Tanto più se lo stesso sedicente avversario ha stabilito regole che lo penalizzano in partenza. E ancor più se durante la gara cammina invece che correre (la Chiesa si affida a un gigante mondiale come la Saatchi & Saatchi per una martellante campagna pubblicitaria costata nel 2005 qualcosa come 9 milioni di euro, il triplo di quanto donato dai preti alle vittime dello tsunami; lo Stato risulta non pervenuto).
Ma il vantaggio per la Chiesa va perfino al di là di quanto si possa intuire. Per quantificarlo bisogna necessariamente affidarsi a dati un po’ vecchiotti, per il semplice motivo che il ministero dell’Economia, con una decisione difficile da spiegare, fornisce le statistiche sulle scelte effettive dei contribuenti solo alle confessioni religiose ammesse al beneficio, non proprio ansiose di mettere il tutto a disposizione del pubblico. Non è però un problema, dal momento che le percentuali variano in maniera quasi impercettibile tra un anno e l’altro. Dunque: nel 2004 la Chiesa è stata scelta da una minoranza pari al 34,56 per cento dei contribuenti italiani. Ma lo stesso dato, calcolato invece sulla sola platea di quanti hanno ritenuto di dare un’indicazione sull’8 per mille, l’ha fatta schizzare di colpo, e miracolosamente, a una schiacciante maggioranza dell’87,25 (soglia intorno alla quale si colloca tutt’ora, decimale in più, decimale in meno). Ed è quest’ultima la percentuale utilizzata per ripartire l’intera torta. Che, Tremonti l’ha studiata bene, è destinata inevitabilmente a crescere. Il suo valore, infatti, si aggancia ora alla variazione del Pil, cioè alla crescita economica, ora all’aumento della pressione fiscale. Quando non ai due elementi insieme. Questo garantisce alla Chiesa di incassare sempre più quattrini, a prescindere dal consenso racimolato. E perfino quando questo scende in maniera vistosa. È successo, per esempio, nelle dichiarazioni dei redditi del 2007 (incassate nel 2010: c’è uno sfasamento temporale di tre anni). Quell’anno, forse sulla scia dello scandalo pedofilia, il numero dei contribuenti che ha indicato come beneficiari Ratzinger & C. si è ridotto, secondo i calcoli degli stessi vescovi, di 95.104 unità. Così, perfino la percentuale drogata di spettanza della Chiesa ha fatto registrare un passo indietro: dall’86,05 del 2006 (89,82 nel 2005) all’85,01 per cento. Ma, sorpresa, grazie al doppio traino di Pil e pressione fiscale, la Chiesa ha comunque incassato di più: 100 milioni di euro.
I conti sono presto fatti. Nel 1989, come ricorda la stessa Cei in un documento ufficiale intitolato Otto per mille: destinazione e impieghi 1990-2011, con la congrua la chiesa prendeva 399 miliardi di lire (che nel 1990, nel primo anno con il nuovo sistema, diventarono 210 milioni di euro, perché nel totale furono inseriti anche 7 miliardi di lire di quattrini pubblici destinati alla nuova edilizia di culto). Icoefficienti di rivalutazione dicono che oggi quella cifra equivarrebbe a 369,01 milioni. Per il 2011, secondo i calcoli più aggiornati, alla Chiesa spetta invece, come dicevamo, un miliardo, 118 milioni, 677 mila e 543 euro: più del triplo. Ma per la Santa Casta l’affare è ancora più ghiotto di quanto già non appaia a prima vista. Nello stesso ventennio, infatti, l’importo complessivo delle paghe dei preti (addirittura diminuito negli ultimi anni: di 20 milioni tondi tra il 2009 e il 2011) è cresciuto molto più lentamente: dai 145 milioni del 1990 ai 361 del 2011 (più 149 per cento). E così il margine che rappresenta in questo caso il guadagno, o la cresta, della Chiesa è via via aumentato, passando dai 65 milioni iniziali ai 757.677.543 euro di quest’anno, con un incremento del 1066 per cento. Chapeau. E dire che in un volantino distribuito dalla Cei nelle parrocchie, e intitolato Aiuta tutti i sacerdoti, si sostiene che l’8 per mille “non basta” a mantenere i preti.
I negoziatori della revisione concordataria del 1984, evidentemente consapevoli del papocchio che andavano allestendo, avevano previsto la possibilità di una revisione dell’aliquota: era stato insomma stabilito che l’8 per mille potesse diventare, per esempio, il sette o il nove, a seconda dell’andamento del suo gettito e delle spese reali della Chiesa. Il compito di monitorare la situazione, e introdurre ogni tre anni gli aggiustamenti eventualmente necessari, era stato affidato, come nella migliore tradizione, a una commissione, l’ennesima, e questa volta pure bilaterale. Fin da subito, se ne sono ovviamente perse le tracce. E chi, come quei rompiballe in servizio permanente effettivo dei radicali, ha chiesto notizie al riguardo si è sentito opporre il segreto di Stato. Addirittura. Un minimo di pudore da parte del governo nell’affrontare l’argomento è assolutamente comprensibile. Perché da sempre l’esecutivo di turno, non ritenendo ancora all’altezza il cadeau presentato annualmente alla gerarchia ecclesiastica, ci ha aggiunto dell’altro. Consegnando di fatto alla Chiesa anche una buona fetta della quota (striminzita, peraltro) di 8 per mille che gli veniva assegnata su indicazione dei contribuenti.
Una forzatura sottolineata anche dalla Corte dei conti, che nel 2008 ha messo a punto una relazione sulla gestione dei fondi da parte dello Stato nel quinquennio 2001-2006 in cui si rilevavano “non poche incongruenze”. Una bacchettata di cui Berlusconi, troppo preoccupato a farsi perdonare dai preti certi eccessi di vitalità notturna, non ha tenuto alcun conto. Almeno a leggere le diciassette pagine del decreto con cui sono stati ripartiti nel 2009 i 43.969.406 euro destinati dai contribuenti allo Stato in quota 8 per mille: 459 mila euro alla Pontificia università gregoriana di Roma, 500 mila al Fondo librario della Compagnia di Gesù, un milione e 146 mila alla diocesi di Cassano allo Ionio, 369 mila alla Confraternita di Santa Maria della purità di Gallipoli. Secondo il pallottoliere, alla fine 10 milioni e 586 mila euro sono andati, in gran parte e attraverso il Fondo beni culturali, a 26 immobili di enti-satellite del Vaticano. E altri 14 milioni e 692 mila euro sono stati destinati a soddisfare richieste (quasi tutte per opere ecclesiastiche) legate al terremoto abruzzese e curiosamente presentate ancor prima che il sisma si verificasse. In sostanza, lo Stato ha girato al Vaticano più della metà dei soldi che i contribuenti gli avevano espressamente conferito.
Resta da capire che strada prendano i soldi pubblici che ogni anno rimangono nelle casse della Cei dopo il pagamento degli stipendi ai sacerdoti. (…)
(…) Nel 2011 (come del resto in tutti gli ultimi cinque anni, nel corso dei quali sono rimasti perfettamente invariati) gli interventi caritativi nel terzo mondo hanno totalizzato 85 milioni, pari al 7,59 per cento dei soldi pubblici incassati dalla Cei. E che, anche sommando a questi gli aiuti smistati in Italia, non si va oltre i 235 milioni, che vuol dire il 21 per cento del contributo statale alla Cei. Proprio come raccontava Maltese. Il tutto, ammesso e non concesso che tra queste iniziative abbia qualche senso includere “l’installazione di una radio cattolica nell’arcidiocesi di Mount Hagen, a Pasqua Nuova Guinea e a Puerto Esperanza, in Perù e la formazione per tecnici e animatori giornalisti della radio diocesana di Matadi, nella Repubblica democratica del Congo”, citati a pagina 14 del dossier Otto per mille. Destinazione ed impieghi 1990-2008 alla voce “promozione umana”, ma molto più simili a spese per la propaganda e il reclutamento. Oppure operazioni al limite del folklore sciupone come “la formazione all’uso e alla gestione di un sistema fotovoltaico per la ricarica della batteria di cellulari, laptop e lampade per creare microimprenditorialità in diversi paesi dell’Africa”. Laptop nella savana? Mah. Di tutto questo ben di Dio, agli uomini di chiesa restano le briciole. Non alla nomenklatura, s’intende, ché quella si tratta bene. Bagnasco, ovviamente, lo nega: “Per la nostra sussistenza basta in realtà poco,” ha detto il 26 settembre. Ma non è esattamente così, se nel solo 2007 i 20 cardinali di stanza a Roma sono costati oltre 3.000.000 di euro, come ha rivelato senza essere smentito il settimanale cattolico inglese “The Tablet” (del resto il giornale citava la sintesi di un rendiconto riservato della Prefettura per gli affari economici del Vaticano), e se è vero che nel 2010, come ha scritto “El Pais”, la spesa per l’intera curia è stata di 102,5 milioni. Eppure non è certo ai papaveri vaticani che si riferiva “Famiglia Cristiana” quando, nel settembre del 2011, ha scolpito: “Mentre la nave affonda, i timonieri continuano a sollazzarsi.” (…)


Dal capitolo “Una guerra poco santa”

(…) È il metodo-Bertone. Quello che ha consentito al cardinale piemontese di diventare “il più potente segretario di Stato nella storia recente della Chiesa”, come si legge al paragrafo 11 di un cablogramma del 10 gennaio 2008 (riportato da Stefania Maurizi in Dossier Wikileaks), classificato “Confidential 136839”, e spedito a Washington dall’ambasciata americana in Vaticano (dove si dice pure che Bertone viene da alcuni considerato come “decisamente ambizioso e forse egotista”). Per questo, Ratzinger, che l’ha avuto come braccio destro alla Congregazione per la dottrina della fede e poi l’ha scelto come primo ministro, ci ha ripensato. “Lo riteneva forse non eccelso, ma certamente fidato: poi ha capito che ha un debole per il potere,” spiega una fonte laica accreditatissima nelle segrete stanze.
Secondo i più maligni, al papa qualche dubbio sarebbe venuto fin dall’inizio, quando, nell’estate del 2006, una fuga di notizie lo costrinse ad anticipare l’annuncio della nomina di Bertone a capo del governo vaticano. Ratzinger non ha mai capito se ad alimentare le indiscrezioni fossero stati i nemici di Bertone, nel tentativo di bruciarlo, o invece lui stesso, per forzare la mano e ottenere l’incarico prima che la situazione rischiasse di complicarsi ulteriormente. (…)
(…) Che tra il papa e il suo numero due non tutto filasse liscio, del resto, si era capito da tempo. Il 18 aprile del 2009, grande assente proprio Bertone, Ratzinger aveva ricevuto a Castel Gandolfo, in un incontro conviviale, Ruini, Bagnasco, Scola e Schönborn. E, quando gli era stato posto il problema dell’adeguatezza del suo primo ministro, aveva replicato, più asciutto che amabile: “Non chiedetemi questo; parlatemi d’altro.” A qualcuno non era parso vero di poter spifferare il tutto in giro. E il pontefice, per mettere a tacere ogni voce, seguendo un copione tipico della politica, a luglio si era presentato in pompa magna a Romano Canavese, il paesello natio di Bertone, fermandosi a pranzare con la sua famiglia. Poi, però, era arrivato il caso Boffo, con la sua coda di veleni. Ratzinger, racconta oggi lo stesso Boffo a tutti quelli che incontra, ha capito benissimo com’è andata la vicenda, ma ha deciso di astenersi dall’intervenire, per non dover aprire il capitolo della successione a Bertone in un momento tanto delicato per la Chiesa, già sotto scacco per le accuse di pedofilia. (…)
(…) “Il segretario di Stato non arriverà a Natale,” si diceva nei corridoi vaticani. Per avvalorare lo scenario si raccontava anche di una festa organizzata in grande stile per il primo agosto, nel ventesimo anniversario dell’ordinazione a vescovo di Bertone, e poi cancellata in quattro e quattr’otto. Ma, con ogni probabilità, si trattava della proiezione di desideri, più che di possibilità reali. “Nei giorni immediatamente successivi al caso Boffo, Bertone era spaventatissimo,” spiega un laico con rapporti al massimo livello Oltretevere, “ma poi ha capito di essere inamovibile, almeno per ora, e così ha ripreso a tirare la corda: al punto che c’è il suo zampino in alcuni dei pubblici messaggi di apprezzamento indirizzatigli dal papa, al quale oltretutto non sempre sono state sottoposte le modifiche apportate ai testi dalla segreteria di Stato.” Il riferimento è a tre scritti, peraltro piuttosto irrituali, tutti apparsi sulle colonne dell’“Osservatore”.
Tarcy, come lo chiamano gli intimi (o Arci-Tarcy, da quando è diventato arcivescovo), è fatto così. Se le labbra sottili gli danno un volto duro, ogni tanto si sforza di aprirle in un sorriso. Ci tiene a far sapere che nasconde un pallone sotto la scrivania dell’ufficio, così, solo per ricordare di quando giocava da terzino destro. Racconta spesso che ogni tanto inforca la bicicletta per una pedalata nei giardini vaticani. E che la sera, con gli amici (Angelo Amato, Raffaele Farina, Mario Toso ed Enrico Dal Covolo: tutti salesiani come lui), suona perfino la pianola. In realtà, è un caterpillar e preferisce le vie brevi: quando il suo predecessore e nemico giurato, Sodano, tardava a lasciare libero l’appartamento che spetta al segretario di Stato, gli fece annunciare per telefono l’arrivo degli imbianchini dalla sera alla mattina. E alla bicicletta preferisce di gran lunga il jet privato. Come quello che gli mette a disposizione Gabriele Volpi, grande amico del furbetto del quartierino Giampiero Fiorani, patron della Pro-Recco di pallanuoto e proprietario di un impero, con quartier generale in Nigeria, fondato sul commercio di petrolio africano e controllato attraverso una galassia di società sparse tra Londra, l’isola di Man , Lugano e le Virgin British Island. Curiosa frequentazione, per uno come Bertone, che, da arcivescovo di Genova, si era scagliato perfino contro la festa di Halloween, definita diseducativa per i giovani. Si vede che è solo una questione di età. (…)

(…) Anche perché la guerra per bande sta diventando incontrollabile. Rischiando di travolgere perfino l’uomo finora più vicino al papa, il segretario Georg Gänswein. Per il quale, secondo voci ricorrenti, e solo tiepidamente smentite da fonti ufficiose, sarebbe in vista una promozione, che avrebbe l’effetto (e lo scopo ultimo) di riportarlo armi e bagagli nella natia Germania.
Gänswein, il cui potere è solo l’ombra di quello esercitato da Stanisław Dziwisz con Giovanni Paolo II, è a suo modo un miracolato. L’ex professore dell’Università romana dell’Opus Dei, infatti, deve il suo posto solo all’impazienza di Josef Clemens, per tanti anni assistente personale dell’allora cardinale Ratzinger alla Congregazione per la dottrina della fede. Clemens, oggi sessantaquattrenne, non aveva capito per tempo che viaggiava agganciato al treno vincente e, all’inizio del 2004, aveva chiesto e ottenuto la nomina a vescovo di Segerme, mettendosi fuori gioco da solo. Ma non si è trattato dell’unico colpo di fortuna per Gänswein, la cui nomina è il risultato di una seconda scelta. Per sostituire il suo segretario, Ratzinger aveva infatti puntato in prima battuta su un altro nome (Hermann P. Geissler, attuale capo-ufficio alla Congregazione per la dottrina della fede), al quale era stato poi costretto a rinunciare per motivi di equilibrio interni alla curia.
Appena insediato sul soglio di Pietro, Ratzinger aveva stretto nuovamente i rapporti con Clemens, peraltro mai perso di vista e nel frattempo sbarcato (come segretario) al pontificio consiglio per i laici. E, facendo un’eccezione al suo stile di vita quasi monacale (alle 16 di ogni giorno tutto il personale non ecclesiastico lascia l’appartamento, e la cena normalmente si risolve in poco più di un caffellatte),
si era presentato puntuale agli inviti nell’appartamento dell’ex segretario, che abita nel palazzo dell’ex Sant’Uffizio. Una dozzina almeno, ma forse anche una quindicina di raffinate cene, alle quali il bel Georg l’aveva scortato fino al pianerottolo con il muso sempre più lungo. Cominciando a un certo punto a fermarsi addirittura al portone del palazzo. Così, nel momento in cui Clemens aveva tentato il salto a prefetto della casa pontificia, Gänswein si era messo di traverso. E la tensione era cresciuta fino a sfociare in un pubblico battibecco quando, a margine di un’udienza generale del mercoledì, il segretario in carica si era rifiutato di dare al suo predecessore il numero del nuovo telefono cellulare del papa (che risponde di persona all’apparecchio). A quel punto, tra i due è cominciata la consueta guerra di dossier. Nella quale ad avere la peggio sarebbe stato Gänswein, finito sulle pagine dei giornali di gossip con tanto di foto che lo ritraggono in buona compagnia. Cosa che ha fatto appunto infuriare il papa. Fino alle estreme conseguenze. “Non ho mai visto nella curia una situazione così allo sbando,” assicura un testimone eccellente. (…)

Dal capitolo “Radiografia di un declino”

(…) Joseph Ratzinger è vecchio. Non gode di ottima salute. Si sente solo. E, come ha fatto capire in più di un’occasione, comincia a provare un certo disgusto per ciò che succede intorno a lui. E proprio la consapevolezza di aver contribuito a consolidare questo sistema è la cosa che gli pesa di più. Perciò, quando sono circolate voci di un suo imminente ritiro, ha provato quasi un senso di sollievo. Forse non c’è ancora nulla di deciso. Ma lui ci ha pensato. E continua a farlo.

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