Lo “strano” caso di mons. Giovanni Scanavino

“Padre Giovanni ha fatto quello che ogni vescovo dovrebbe sempre fare: ha amato la gente. Girava per le strade. Parlava con tutti. Ascoltava i problemi di tutti. Entrava nelle case. E forse ha rotto uno status quo. Forse il suo troppo amore ha scombussolato certi equilibri interni (…) è stato come una ventata d’aria fresca a cui probabilmente non tutti, anche a Roma, erano preparati”. A parlare così è Susanna Tamaro, residente da anni vicino Orvieto, nel corso di un’intervista apparsa venerdì 11 marzo sul quotidiano “Il Foglio”.

Il “padre Giovanni” a cui fa accenno è Giovanni Scanavino destituito dal Vaticano, pochi mesi fa, da vescovo della diocesi di Orvieto-Todi e ricondotto all’originaria condizione di monaco agostiniano. A nulla è valsa la mobilitazione della cittadinanza, con in testa il sindaco di Orvieto, Toni Concina, e quello di Todi, Antonino Ruggiano.

Si sono raccolte firme perché restasse al suo posto. È stata dedicata una pagina su facebook stracolma di attestazioni di affetto e stima nei suoi confronti e di dispiacere per il provvedimento, di natura punitiva, adottato Oltretevere. È stata organizzata una grande fiaccolata di solidarietà. Niente da fare. La decisone non è stata revocata.

Dell’incresciosa vicenda, nel tentativo di chiarire diversi aspetti oscuri, si sono occupati Claudio Lattanzi e Stefania Tomba, due validi giornalisti locali, con un libro particolarmente raccomandabile sia per il taglio lineare e comunicativo che per la documentazione riportata.

Senza alcuna partigianeria, “Scacco al monsignore. I retroscena e gli intrighi del caso Scanavino” (pp. 155, Intermedia edizioni, € 12,00) ricostruisce, fase dopo fase, tassello dopo tassello, l’intricato susseguirsi di situazioni che hanno portato nel giro di otto anni ad incomprensioni e ostilità all’interno del mondo ecclesiastico nei confronti di un religioso che aveva improntato il proprio episcopato in modo decisamente innovativo, con un’attenzione particolare per gli aspetti spirituali anziché per quelli politico-temporale e una premura alla Martini e Tettamanzi verso i bisognosi, i giovani, gli indigenti.

Nato nel ’39 a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, agostiniano, studioso, autore di libri di carattere filosofico-teologico, priore, prima, della comunità agostiniana di Milano e, poi, del santuario di Cascia, Giovanni Scanavino viene ordinato il 27 dicembre 2003 vescovo di Orvieto-Todi.

Ha il compito, non certo facile, di succedere al quasi trentennale incarico (dal 1974 al 2003, appunto) di Decio Lucio Grandoni, presule tanto profondamente conservatore (basti ricordare, tra i vari episodi, la difesa a spada tratta di un sacerdote che si era rifiutato di somministrare la comunione ad una signora perché convivente e non sposata, e la dura presa di posizione contro il Todi Festival, giudicato, per alcuni nudi sul palcoscenico, “immorale e trasgressivo”, nonché espressione di quel “libertarismo”, da lui bollato come “negazione della oggettività del bene e del male”) quanto opportunisticamente attento a mantenere buoni rapporti con l’amministrazione di sinistra di Orvieto (favoriti, come scrivono gli autori del libro, dal comune interesse per il “mare di denaro legato alla legge speciale per Orvieto e Todi – ben 190 miliardi di vecchie lire – che consentì alla Chiesa di ristrutturare decine di chiese e conventi (anche quelli in seguito destinati a prevalenti attività ricettive) senza intaccare mai i propri fondi, ma attingendo con evangelica abbondanza ai soldi dello Stato”).

Si aggiunga, poi, la profonda differenza e la reciproca diffidenza tra le due componenti della diocesi, Orvieto e Todi, realtà che da secoli, tra gelosie e rancori, “si guardano lontano senza parlarsi”.
Quando, nel 1986, le due diocesi vengono accorpate in una sola, Grandoni, nativo di Todi, continua ad esercitare il proprio mandato come se fossero due scegliendo come propria sede la residenza episcopale tuderte. Scanavino opterà, invece, per Orvieto ufficializzando il proposito di trasformare il Duomo del Maitani in un grande santuario eucaristico dedicato al miracolo della vicina Bolsena impensierendo sia gli abitanti della città di Jacopone, timorosi di un forte calo del flusso turistico, che il clero locale spaventato da un’eventuale perdita d’influenza sulla diocesi.

“C’è un particolare”, scrivono Lattanzi e Tomba, “rivelato da una fonte della curia, che lascia intravedere come i futuri guai di monsignor Scanavino avessero visto la loro incubazione già in quell’inverno del 2003 al momento del passaggio delle consegne. Dopo aver conosciuto e frequentato per un po’ Scanavino in quel periodo particolare e piuttosto breve, Grandoni era solito ripetere che, a suo giudizio, non era lui la persona adatta a guidare la diocesi”.
Scanavino eredita, tra l’altro, dal suo predecessore l’onere di restituire alla Conferenza episcopale italiana l’ingente somma accumulata dal mancato trasferimento, da parte di Grandoni, alla Cei degli importi derivati dalle compravendite immobiliari.

“Per compensare il debito di un milione e mezzo, la Cei aveva disposto che i trasferimenti destinati alle parrocchie alle parrocchie orvietane, tuderti e bolsenesi, oscillanti annualmente tra i centottontamila e i duecentomila euro, venissero decurtati drasticamente fino a che non si fosse giunti a compensare il milione e mezzo incamerato da Grandoni. La stessa Conferenza episcopale aveva dato disposizione che il debito fosse saldato sotto il vescovo Scanavino e non venisse lasciato “in eredità” al successore, in maniera tale da definire un arco di tempo determinato (il vescovo avrebbe dovuto decadere regolarmente dall’incarico a settantacinque anni, cioè nel 2014) entro il quale restituire l’intera somma all’Istituto centrale per il sostentamento del clero”. Ormai sono stati restituiti circa due terzi.

Se monsignor Grandoni incarna l’ecclesiastico assorbito dal ruolo temporale della Chiesa, Scanavino, al contrario, è dedito a dialogare con tutti attuando in sostanza una rivoluzione silenziosa improntata alla semplicità, pur essendo un raffinato teologo. Il suo modo di fare è immediato, contagioso, che piace molto ai giovani.

La mattina presto corre in tuta ai giardini pubblici, snobba i palazzi curiali romani, ospita i protestanti del Gordon college e, tra lo stupore del clero formalista, un ministro del culto donna a capo della piccola comunità anglicana, paga ogni mese ad una vecchietta in difficoltà economiche la bombola del gas, concede al movimento religioso dei carismatici, che si occupa anche dei carcerati, di potere usufruire di una chiesa. Si differenzia, in breve, radicalmente dal predecessore cui piaceva ostentare il potere e lasciare in piazza Duomo l’imponente Mercedes nera con in bella mostra sul lunotto il pastorale dal pomello intarsiato. Non è difficile, quindi, immaginare che ben presto sia entrato nel mirino delle fazioni clericali diffidenti delle novità e “osservato con un certo interesse” dai vertici d’Oltretevere.

I guai gli arrivano quando, urtando la suscettibilità dei direttori dell’Ufficio pastorale vocazionale della diocesi e del Pontificio seminario regionale umbro di Assisi, accetta di buon grado che nella Comunità di San Venanzo, dove un gruppetto di sacerdoti, bersagliati dalle frange ecclesiastiche conservatrici, ha dato vita a una serie di attività caritatevoli e sociali, siano ospitati alcuni ragazzi provenienti da esperienze negative all’interno di vari seminari.
Per un frate come lui le porte della Chiesa non possono chiudersi a nessuno, bisogna, anzi, offrire a tutti la possibilità di riscattarsi.

Come se non bastasse, consente che a Collevalenza, quindi nella propria diocesi, sia accolto e sottoposto a rieducazione un sacerdote condannato per abusi sessuali su un dodicenne e istigazione all’uso di stupefacenti. Per la cronaca, dietro pressione delle “alte sfere” il sacerdote sarà ridotto allo stato laicale.

Comincia a diffondersi la voce che a San Venanzo, sotto gli auspici del presule,sia attivo un seminario parallelo e concorrenziale rispetto a quello regionale. In Vaticano, anche in seguito alle lettere e alle visite, sempre più frequenti, di preti ostili, cresce l’insofferenza nei confronti dell’anomalo vescovo.

La classica goccia che fa traboccare il vaso giunge dal suicidio, nella notte del 29 novembre 2010, di Luca Seidita, ventinovenne di Matino (Lecce) che, nonostante fosse stato allontanato dai seminari di Molfetta e di Fermo, era fermamente intenzionato a ricevere l’ordinazione.
Luca aveva bussato alla Comunità di San Venanzo e mons. Scanavino lo mette alla prova. Legge le relazioni negative giunte da Molfetta e Fermo senza, però, riscontrarvi alcunché di particolarmente grave. Il ragazzo viene descritto come troppo incline all’indipendenza e con una certa instabilità affettiva. Nient’altro. Soprattutto non c’è alcun accenno ad una presunta inclinazione all’omosessualità. Scanavino lo fa, quindi, seguire e, una volta terminato positivamente il periodo di tirocinio, lo prende sotto la sua tutela come segretario personale.
Luca, divenuto intanto diacono, insiste per l’ordinazione sacerdotale e il vescovo, dopo poco meno di un anno di diaconato, si convince può concretizzarsi il sogno del giovane. Il 29 novembre, però, a sette giorni dalla data fissata per l’ordinazione, arriva alla curia vescovile un fax del Nunzio apostolico in Italia in cui si comunica che se Scanavino avesse dato seguito alle intenzioni avrebbe perso le facoltà di governare, di insegnare e di “santificare”.

Luca non è idoneo. Punto e basta. La vicenda precipita. Il vescovo pretende giustamente lumi su tanto accanimento. Parte subito per Roma, insieme a due sacerdoti e allo stesso Luca che non intende sentire ragioni. Il prefetto della Congregazione per i vescovi non li riceve e, dopo tre ore di anticamera, sono mandati a chiedere udienza direttamente al Nunzio apostolico in Italia. La decisione è irrevocabile.

Quello che è avvenuto dopo, con il tragico epilogo, purtroppo, si sa. A distanza di quattro mesi Scanavino sarà costretto a fare i bagagli e la sua nomina revocata.

“Abbiamo bisogno”, dirà prima di andarsene ai fedeli che gli si stringono attorno, “di vino nuovo per la nostra festa, il nostro non è sufficiente. Solo Gesù può cambiare la nostra acqua”.

notizieradicali.it

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Lo “strano” caso di mons. Giovanni Scanavino

“Padre Giovanni ha fatto quello che ogni vescovo dovrebbe sempre fare: ha amato la gente. Girava per le strade. Parlava con tutti. Ascoltava i problemi di tutti. Entrava nelle case. E forse ha rotto uno status quo. Forse il suo troppo amore ha scombussolato certi equilibri interni (…) è stato come una ventata d’aria fresca a cui probabilmente non tutti, anche a Roma, erano preparati”. A parlare così è Susanna Tamaro, residente da anni vicino Orvieto, nel corso di un’intervista apparsa venerdì 11 marzo sul quotidiano “Il Foglio”.

Il “padre Giovanni” a cui fa accenno è Giovanni Scanavino destituito dal Vaticano, pochi mesi fa, da vescovo della diocesi di Orvieto-Todi e ricondotto all’originaria condizione di monaco agostiniano. A nulla è valsa la mobilitazione della cittadinanza, con in testa il sindaco di Orvieto, Toni Concina, e quello di Todi, Antonino Ruggiano.

Si sono raccolte firme perché restasse al suo posto. È stata dedicata una pagina su facebook stracolma di attestazioni di affetto e stima nei suoi confronti e di dispiacere per il provvedimento, di natura punitiva, adottato Oltretevere. È stata organizzata una grande fiaccolata di solidarietà. Niente da fare. La decisone non è stata revocata.

Dell’incresciosa vicenda, nel tentativo di chiarire diversi aspetti oscuri, si sono occupati Claudio Lattanzi e Stefania Tomba, due validi giornalisti locali, con un libro particolarmente raccomandabile sia per il taglio lineare e comunicativo che per la documentazione riportata.

Senza alcuna partigianeria, “Scacco al monsignore. I retroscena e gli intrighi del caso Scanavino” (pp. 155, Intermedia edizioni, € 12,00) ricostruisce, fase dopo fase, tassello dopo tassello, l’intricato susseguirsi di situazioni che hanno portato nel giro di otto anni ad incomprensioni e ostilità all’interno del mondo ecclesiastico nei confronti di un religioso che aveva improntato il proprio episcopato in modo decisamente innovativo, con un’attenzione particolare per gli aspetti spirituali anziché per quelli politico-temporale e una premura alla Martini e Tettamanzi verso i bisognosi, i giovani, gli indigenti.

Nato nel ’39 a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, agostiniano, studioso, autore di libri di carattere filosofico-teologico, priore, prima, della comunità agostiniana di Milano e, poi, del santuario di Cascia, Giovanni Scanavino viene ordinato il 27 dicembre 2003 vescovo di Orvieto-Todi.

Ha il compito, non certo facile, di succedere al quasi trentennale incarico (dal 1974 al 2003, appunto) di Decio Lucio Grandoni, presule tanto profondamente conservatore (basti ricordare, tra i vari episodi, la difesa a spada tratta di un sacerdote che si era rifiutato di somministrare la comunione ad una signora perché convivente e non sposata, e la dura presa di posizione contro il Todi Festival, giudicato, per alcuni nudi sul palcoscenico, “immorale e trasgressivo”, nonché espressione di quel “libertarismo”, da lui bollato come “negazione della oggettività del bene e del male”) quanto opportunisticamente attento a mantenere buoni rapporti con l’amministrazione di sinistra di Orvieto (favoriti, come scrivono gli autori del libro, dal comune interesse per il “mare di denaro legato alla legge speciale per Orvieto e Todi – ben 190 miliardi di vecchie lire – che consentì alla Chiesa di ristrutturare decine di chiese e conventi (anche quelli in seguito destinati a prevalenti attività ricettive) senza intaccare mai i propri fondi, ma attingendo con evangelica abbondanza ai soldi dello Stato”).

Si aggiunga, poi, la profonda differenza e la reciproca diffidenza tra le due componenti della diocesi, Orvieto e Todi, realtà che da secoli, tra gelosie e rancori, “si guardano lontano senza parlarsi”.
Quando, nel 1986, le due diocesi vengono accorpate in una sola, Grandoni, nativo di Todi, continua ad esercitare il proprio mandato come se fossero due scegliendo come propria sede la residenza episcopale tuderte. Scanavino opterà, invece, per Orvieto ufficializzando il proposito di trasformare il Duomo del Maitani in un grande santuario eucaristico dedicato al miracolo della vicina Bolsena impensierendo sia gli abitanti della città di Jacopone, timorosi di un forte calo del flusso turistico, che il clero locale spaventato da un’eventuale perdita d’influenza sulla diocesi.

“C’è un particolare”, scrivono Lattanzi e Tomba, “rivelato da una fonte della curia, che lascia intravedere come i futuri guai di monsignor Scanavino avessero visto la loro incubazione già in quell’inverno del 2003 al momento del passaggio delle consegne. Dopo aver conosciuto e frequentato per un po’ Scanavino in quel periodo particolare e piuttosto breve, Grandoni era solito ripetere che, a suo giudizio, non era lui la persona adatta a guidare la diocesi”.
Scanavino eredita, tra l’altro, dal suo predecessore l’onere di restituire alla Conferenza episcopale italiana l’ingente somma accumulata dal mancato trasferimento, da parte di Grandoni, alla Cei degli importi derivati dalle compravendite immobiliari.

“Per compensare il debito di un milione e mezzo, la Cei aveva disposto che i trasferimenti destinati alle parrocchie alle parrocchie orvietane, tuderti e bolsenesi, oscillanti annualmente tra i centottontamila e i duecentomila euro, venissero decurtati drasticamente fino a che non si fosse giunti a compensare il milione e mezzo incamerato da Grandoni. La stessa Conferenza episcopale aveva dato disposizione che il debito fosse saldato sotto il vescovo Scanavino e non venisse lasciato “in eredità” al successore, in maniera tale da definire un arco di tempo determinato (il vescovo avrebbe dovuto decadere regolarmente dall’incarico a settantacinque anni, cioè nel 2014) entro il quale restituire l’intera somma all’Istituto centrale per il sostentamento del clero”. Ormai sono stati restituiti circa due terzi.

Se monsignor Grandoni incarna l’ecclesiastico assorbito dal ruolo temporale della Chiesa, Scanavino, al contrario, è dedito a dialogare con tutti attuando in sostanza una rivoluzione silenziosa improntata alla semplicità, pur essendo un raffinato teologo. Il suo modo di fare è immediato, contagioso, che piace molto ai giovani.

La mattina presto corre in tuta ai giardini pubblici, snobba i palazzi curiali romani, ospita i protestanti del Gordon college e, tra lo stupore del clero formalista, un ministro del culto donna a capo della piccola comunità anglicana, paga ogni mese ad una vecchietta in difficoltà economiche la bombola del gas, concede al movimento religioso dei carismatici, che si occupa anche dei carcerati, di potere usufruire di una chiesa. Si differenzia, in breve, radicalmente dal predecessore cui piaceva ostentare il potere e lasciare in piazza Duomo l’imponente Mercedes nera con in bella mostra sul lunotto il pastorale dal pomello intarsiato. Non è difficile, quindi, immaginare che ben presto sia entrato nel mirino delle fazioni clericali diffidenti delle novità e “osservato con un certo interesse” dai vertici d’Oltretevere.

I guai gli arrivano quando, urtando la suscettibilità dei direttori dell’Ufficio pastorale vocazionale della diocesi e del Pontificio seminario regionale umbro di Assisi, accetta di buon grado che nella Comunità di San Venanzo, dove un gruppetto di sacerdoti, bersagliati dalle frange ecclesiastiche conservatrici, ha dato vita a una serie di attività caritatevoli e sociali, siano ospitati alcuni ragazzi provenienti da esperienze negative all’interno di vari seminari.
Per un frate come lui le porte della Chiesa non possono chiudersi a nessuno, bisogna, anzi, offrire a tutti la possibilità di riscattarsi.

Come se non bastasse, consente che a Collevalenza, quindi nella propria diocesi, sia accolto e sottoposto a rieducazione un sacerdote condannato per abusi sessuali su un dodicenne e istigazione all’uso di stupefacenti. Per la cronaca, dietro pressione delle “alte sfere” il sacerdote sarà ridotto allo stato laicale.

Comincia a diffondersi la voce che a San Venanzo, sotto gli auspici del presule,sia attivo un seminario parallelo e concorrenziale rispetto a quello regionale. In Vaticano, anche in seguito alle lettere e alle visite, sempre più frequenti, di preti ostili, cresce l’insofferenza nei confronti dell’anomalo vescovo.

La classica goccia che fa traboccare il vaso giunge dal suicidio, nella notte del 29 novembre 2010, di Luca Seidita, ventinovenne di Matino (Lecce) che, nonostante fosse stato allontanato dai seminari di Molfetta e di Fermo, era fermamente intenzionato a ricevere l’ordinazione.
Luca aveva bussato alla Comunità di San Venanzo e mons. Scanavino lo mette alla prova. Legge le relazioni negative giunte da Molfetta e Fermo senza, però, riscontrarvi alcunché di particolarmente grave. Il ragazzo viene descritto come troppo incline all’indipendenza e con una certa instabilità affettiva. Nient’altro. Soprattutto non c’è alcun accenno ad una presunta inclinazione all’omosessualità. Scanavino lo fa, quindi, seguire e, una volta terminato positivamente il periodo di tirocinio, lo prende sotto la sua tutela come segretario personale.
Luca, divenuto intanto diacono, insiste per l’ordinazione sacerdotale e il vescovo, dopo poco meno di un anno di diaconato, si convince può concretizzarsi il sogno del giovane. Il 29 novembre, però, a sette giorni dalla data fissata per l’ordinazione, arriva alla curia vescovile un fax del Nunzio apostolico in Italia in cui si comunica che se Scanavino avesse dato seguito alle intenzioni avrebbe perso le facoltà di governare, di insegnare e di “santificare”.

Luca non è idoneo. Punto e basta. La vicenda precipita. Il vescovo pretende giustamente lumi su tanto accanimento. Parte subito per Roma, insieme a due sacerdoti e allo stesso Luca che non intende sentire ragioni. Il prefetto della Congregazione per i vescovi non li riceve e, dopo tre ore di anticamera, sono mandati a chiedere udienza direttamente al Nunzio apostolico in Italia. La decisione è irrevocabile.

Quello che è avvenuto dopo, con il tragico epilogo, purtroppo, si sa. A distanza di quattro mesi Scanavino sarà costretto a fare i bagagli e la sua nomina revocata.

“Abbiamo bisogno”, dirà prima di andarsene ai fedeli che gli si stringono attorno, “di vino nuovo per la nostra festa, il nostro non è sufficiente. Solo Gesù può cambiare la nostra acqua”.

notizieradicali.it

Senza categoria

Lo “strano” caso di mons. Giovanni Scanavino

“Padre Giovanni ha fatto quello che ogni vescovo dovrebbe sempre fare: ha amato la gente. Girava per le strade. Parlava con tutti. Ascoltava i problemi di tutti. Entrava nelle case. E forse ha rotto uno status quo. Forse il suo troppo amore ha scombussolato certi equilibri interni (…) è stato come una ventata d’aria fresca a cui probabilmente non tutti, anche a Roma, erano preparati”. A parlare così è Susanna Tamaro, residente da anni vicino Orvieto, nel corso di un’intervista apparsa venerdì 11 marzo sul quotidiano “Il Foglio”.

Il “padre Giovanni” a cui fa accenno è Giovanni Scanavino destituito dal Vaticano, pochi mesi fa, da vescovo della diocesi di Orvieto-Todi e ricondotto all’originaria condizione di monaco agostiniano. A nulla è valsa la mobilitazione della cittadinanza, con in testa il sindaco di Orvieto, Toni Concina, e quello di Todi, Antonino Ruggiano.

Si sono raccolte firme perché restasse al suo posto. È stata dedicata una pagina su facebook stracolma di attestazioni di affetto e stima nei suoi confronti e di dispiacere per il provvedimento, di natura punitiva, adottato Oltretevere. È stata organizzata una grande fiaccolata di solidarietà. Niente da fare. La decisone non è stata revocata.

Dell’incresciosa vicenda, nel tentativo di chiarire diversi aspetti oscuri, si sono occupati Claudio Lattanzi e Stefania Tomba, due validi giornalisti locali, con un libro particolarmente raccomandabile sia per il taglio lineare e comunicativo che per la documentazione riportata.

Senza alcuna partigianeria, “Scacco al monsignore. I retroscena e gli intrighi del caso Scanavino” (pp. 155, Intermedia edizioni, € 12,00) ricostruisce, fase dopo fase, tassello dopo tassello, l’intricato susseguirsi di situazioni che hanno portato nel giro di otto anni ad incomprensioni e ostilità all’interno del mondo ecclesiastico nei confronti di un religioso che aveva improntato il proprio episcopato in modo decisamente innovativo, con un’attenzione particolare per gli aspetti spirituali anziché per quelli politico-temporale e una premura alla Martini e Tettamanzi verso i bisognosi, i giovani, gli indigenti.

Nato nel ’39 a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, agostiniano, studioso, autore di libri di carattere filosofico-teologico, priore, prima, della comunità agostiniana di Milano e, poi, del santuario di Cascia, Giovanni Scanavino viene ordinato il 27 dicembre 2003 vescovo di Orvieto-Todi.

Ha il compito, non certo facile, di succedere al quasi trentennale incarico (dal 1974 al 2003, appunto) di Decio Lucio Grandoni, presule tanto profondamente conservatore (basti ricordare, tra i vari episodi, la difesa a spada tratta di un sacerdote che si era rifiutato di somministrare la comunione ad una signora perché convivente e non sposata, e la dura presa di posizione contro il Todi Festival, giudicato, per alcuni nudi sul palcoscenico, “immorale e trasgressivo”, nonché espressione di quel “libertarismo”, da lui bollato come “negazione della oggettività del bene e del male”) quanto opportunisticamente attento a mantenere buoni rapporti con l’amministrazione di sinistra di Orvieto (favoriti, come scrivono gli autori del libro, dal comune interesse per il “mare di denaro legato alla legge speciale per Orvieto e Todi – ben 190 miliardi di vecchie lire – che consentì alla Chiesa di ristrutturare decine di chiese e conventi (anche quelli in seguito destinati a prevalenti attività ricettive) senza intaccare mai i propri fondi, ma attingendo con evangelica abbondanza ai soldi dello Stato”).

Si aggiunga, poi, la profonda differenza e la reciproca diffidenza tra le due componenti della diocesi, Orvieto e Todi, realtà che da secoli, tra gelosie e rancori, “si guardano lontano senza parlarsi”.
Quando, nel 1986, le due diocesi vengono accorpate in una sola, Grandoni, nativo di Todi, continua ad esercitare il proprio mandato come se fossero due scegliendo come propria sede la residenza episcopale tuderte. Scanavino opterà, invece, per Orvieto ufficializzando il proposito di trasformare il Duomo del Maitani in un grande santuario eucaristico dedicato al miracolo della vicina Bolsena impensierendo sia gli abitanti della città di Jacopone, timorosi di un forte calo del flusso turistico, che il clero locale spaventato da un’eventuale perdita d’influenza sulla diocesi.

“C’è un particolare”, scrivono Lattanzi e Tomba, “rivelato da una fonte della curia, che lascia intravedere come i futuri guai di monsignor Scanavino avessero visto la loro incubazione già in quell’inverno del 2003 al momento del passaggio delle consegne. Dopo aver conosciuto e frequentato per un po’ Scanavino in quel periodo particolare e piuttosto breve, Grandoni era solito ripetere che, a suo giudizio, non era lui la persona adatta a guidare la diocesi”.
Scanavino eredita, tra l’altro, dal suo predecessore l’onere di restituire alla Conferenza episcopale italiana l’ingente somma accumulata dal mancato trasferimento, da parte di Grandoni, alla Cei degli importi derivati dalle compravendite immobiliari.

“Per compensare il debito di un milione e mezzo, la Cei aveva disposto che i trasferimenti destinati alle parrocchie alle parrocchie orvietane, tuderti e bolsenesi, oscillanti annualmente tra i centottontamila e i duecentomila euro, venissero decurtati drasticamente fino a che non si fosse giunti a compensare il milione e mezzo incamerato da Grandoni. La stessa Conferenza episcopale aveva dato disposizione che il debito fosse saldato sotto il vescovo Scanavino e non venisse lasciato “in eredità” al successore, in maniera tale da definire un arco di tempo determinato (il vescovo avrebbe dovuto decadere regolarmente dall’incarico a settantacinque anni, cioè nel 2014) entro il quale restituire l’intera somma all’Istituto centrale per il sostentamento del clero”. Ormai sono stati restituiti circa due terzi.

Se monsignor Grandoni incarna l’ecclesiastico assorbito dal ruolo temporale della Chiesa, Scanavino, al contrario, è dedito a dialogare con tutti attuando in sostanza una rivoluzione silenziosa improntata alla semplicità, pur essendo un raffinato teologo. Il suo modo di fare è immediato, contagioso, che piace molto ai giovani.

La mattina presto corre in tuta ai giardini pubblici, snobba i palazzi curiali romani, ospita i protestanti del Gordon college e, tra lo stupore del clero formalista, un ministro del culto donna a capo della piccola comunità anglicana, paga ogni mese ad una vecchietta in difficoltà economiche la bombola del gas, concede al movimento religioso dei carismatici, che si occupa anche dei carcerati, di potere usufruire di una chiesa. Si differenzia, in breve, radicalmente dal predecessore cui piaceva ostentare il potere e lasciare in piazza Duomo l’imponente Mercedes nera con in bella mostra sul lunotto il pastorale dal pomello intarsiato. Non è difficile, quindi, immaginare che ben presto sia entrato nel mirino delle fazioni clericali diffidenti delle novità e “osservato con un certo interesse” dai vertici d’Oltretevere.

I guai gli arrivano quando, urtando la suscettibilità dei direttori dell’Ufficio pastorale vocazionale della diocesi e del Pontificio seminario regionale umbro di Assisi, accetta di buon grado che nella Comunità di San Venanzo, dove un gruppetto di sacerdoti, bersagliati dalle frange ecclesiastiche conservatrici, ha dato vita a una serie di attività caritatevoli e sociali, siano ospitati alcuni ragazzi provenienti da esperienze negative all’interno di vari seminari.
Per un frate come lui le porte della Chiesa non possono chiudersi a nessuno, bisogna, anzi, offrire a tutti la possibilità di riscattarsi.

Come se non bastasse, consente che a Collevalenza, quindi nella propria diocesi, sia accolto e sottoposto a rieducazione un sacerdote condannato per abusi sessuali su un dodicenne e istigazione all’uso di stupefacenti. Per la cronaca, dietro pressione delle “alte sfere” il sacerdote sarà ridotto allo stato laicale.

Comincia a diffondersi la voce che a San Venanzo, sotto gli auspici del presule,sia attivo un seminario parallelo e concorrenziale rispetto a quello regionale. In Vaticano, anche in seguito alle lettere e alle visite, sempre più frequenti, di preti ostili, cresce l’insofferenza nei confronti dell’anomalo vescovo.

La classica goccia che fa traboccare il vaso giunge dal suicidio, nella notte del 29 novembre 2010, di Luca Seidita, ventinovenne di Matino (Lecce) che, nonostante fosse stato allontanato dai seminari di Molfetta e di Fermo, era fermamente intenzionato a ricevere l’ordinazione.
Luca aveva bussato alla Comunità di San Venanzo e mons. Scanavino lo mette alla prova. Legge le relazioni negative giunte da Molfetta e Fermo senza, però, riscontrarvi alcunché di particolarmente grave. Il ragazzo viene descritto come troppo incline all’indipendenza e con una certa instabilità affettiva. Nient’altro. Soprattutto non c’è alcun accenno ad una presunta inclinazione all’omosessualità. Scanavino lo fa, quindi, seguire e, una volta terminato positivamente il periodo di tirocinio, lo prende sotto la sua tutela come segretario personale.
Luca, divenuto intanto diacono, insiste per l’ordinazione sacerdotale e il vescovo, dopo poco meno di un anno di diaconato, si convince può concretizzarsi il sogno del giovane. Il 29 novembre, però, a sette giorni dalla data fissata per l’ordinazione, arriva alla curia vescovile un fax del Nunzio apostolico in Italia in cui si comunica che se Scanavino avesse dato seguito alle intenzioni avrebbe perso le facoltà di governare, di insegnare e di “santificare”.

Luca non è idoneo. Punto e basta. La vicenda precipita. Il vescovo pretende giustamente lumi su tanto accanimento. Parte subito per Roma, insieme a due sacerdoti e allo stesso Luca che non intende sentire ragioni. Il prefetto della Congregazione per i vescovi non li riceve e, dopo tre ore di anticamera, sono mandati a chiedere udienza direttamente al Nunzio apostolico in Italia. La decisione è irrevocabile.

Quello che è avvenuto dopo, con il tragico epilogo, purtroppo, si sa. A distanza di quattro mesi Scanavino sarà costretto a fare i bagagli e la sua nomina revocata.

“Abbiamo bisogno”, dirà prima di andarsene ai fedeli che gli si stringono attorno, “di vino nuovo per la nostra festa, il nostro non è sufficiente. Solo Gesù può cambiare la nostra acqua”.

notizieradicali.it

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Frate si innamora e a 56 anni abbandona i Francescani per la Chiesa protestante

A 56 anni decide di cambiare "Chiesa" perché non è d'accordo con le gerarchie ecclesiastiche in materia di celibato: ecco perché Georg Reider ha deciso di abbandonare il ruolo di Padre provinciale dei Francescani per passare alla Chiesa evangelica. La vicenda è venuta a galla dopo la diffusione della notizia che il religioso è stato esonerato dall'ultimo incarico che gli ora rimasto, quello di responsabile di un centro di accoglienza dei Francescani ad Appiano, vicino a Bolzano. Il religioso aveva conservato l'incarico nonostante il fatto che avesse segnalato ai suoi superiori la decisione di passare ai protestanti perché la Chiesa cattolica aveva giudicato incompatibile con la sua posizione di religioso il fatto che egli intrattenesse una relazione con una donna. «Si tratta – ha detto l'ex Francescano al settimanale diocesano Sonntagsblatt – si una relazione preziosa, alla quale non posso e non voglio rinunciare. Non sarebbe onesto né nei confronti degli interessati, né nei confronti della mia testimonianza di fede».

gazzettino.it

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Frate si innamora e a 56 anni abbandona i Francescani per la Chiesa protestante

A 56 anni decide di cambiare "Chiesa" perché non è d'accordo con le gerarchie ecclesiastiche in materia di celibato: ecco perché Georg Reider ha deciso di abbandonare il ruolo di Padre provinciale dei Francescani per passare alla Chiesa evangelica. La vicenda è venuta a galla dopo la diffusione della notizia che il religioso è stato esonerato dall'ultimo incarico che gli ora rimasto, quello di responsabile di un centro di accoglienza dei Francescani ad Appiano, vicino a Bolzano. Il religioso aveva conservato l'incarico nonostante il fatto che avesse segnalato ai suoi superiori la decisione di passare ai protestanti perché la Chiesa cattolica aveva giudicato incompatibile con la sua posizione di religioso il fatto che egli intrattenesse una relazione con una donna. «Si tratta – ha detto l'ex Francescano al settimanale diocesano Sonntagsblatt – si una relazione preziosa, alla quale non posso e non voglio rinunciare. Non sarebbe onesto né nei confronti degli interessati, né nei confronti della mia testimonianza di fede».

gazzettino.it

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Frate si innamora e a 56 anni abbandona i Francescani per la Chiesa protestante

A 56 anni decide di cambiare "Chiesa" perché non è d'accordo con le gerarchie ecclesiastiche in materia di celibato: ecco perché Georg Reider ha deciso di abbandonare il ruolo di Padre provinciale dei Francescani per passare alla Chiesa evangelica. La vicenda è venuta a galla dopo la diffusione della notizia che il religioso è stato esonerato dall'ultimo incarico che gli ora rimasto, quello di responsabile di un centro di accoglienza dei Francescani ad Appiano, vicino a Bolzano. Il religioso aveva conservato l'incarico nonostante il fatto che avesse segnalato ai suoi superiori la decisione di passare ai protestanti perché la Chiesa cattolica aveva giudicato incompatibile con la sua posizione di religioso il fatto che egli intrattenesse una relazione con una donna. «Si tratta – ha detto l'ex Francescano al settimanale diocesano Sonntagsblatt – si una relazione preziosa, alla quale non posso e non voglio rinunciare. Non sarebbe onesto né nei confronti degli interessati, né nei confronti della mia testimonianza di fede».

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Il Vaticano ha condannato i matrimoni tra omosessuali, ma i due si sono sposati lo scorso 26 giugno in una chiesa valdese

Il Vaticano ha condannato i matrimoni tra omosessuali, ma i due si sono sposati lo scorso 26 giugno - in una chiesa valdese, grazie alla pastora Anna Zell. Marco Politi: "Si sta verificando uno scisma silenzioso con la chiesa: i fedeli si regolamentano secondo coscienza".

Ciro e Guido si sono conosciuti nel 2004. Da allora vivono come marito e marito, anche se lo Stato non li riconosce come tali. Come molti altri omosessuali, hanno aspettato invano il riconoscimento delle coppie di fatto ipotizzato da Romano Prodi prima del suo ultimo e breve governo: la timida eventualità preventivata dal "professore" non è stata tra le priorità del quarto mandato di Silvio Berlusconi, il quale al contrario in più occasioni ha rivendicato con orgoglio una certa omofobia. Ma dove non arriva la politica, possono le istituzioni religiose. Lo scorso anno Ciro e Guido hanno chiesto alla Chiesa valdese, che entrambi frequentano, una benedizione per la loro unione. Domenica 26 giugno i due sono stati riconosciuti come coppia dalla pastora Anna Zell. Ciro e Guido sono destinati a diventare un esempio per gli omosessuali che hanno lasciato la chiesa cattolica. Il Vaticano ha condannato il matrimonio gay approvato la scorsa settimana dallo stato di New York e vieta agli omosessuali di diventare sacerdoti. Benedetto XVI, prima di diventare papa, ha redatto un documento che invita i responsabili dei seminari a bloccare la vocazione dei gay.

(Libro:"De Martino Gianni; Quaranta Pasquale – L' uomo che Gesù amava. Un Gesù… / scheda online su ibs clicca qui)

Libro: "Omosessualita' e Vangelo"

(scheda libro online su ibs con il 6% di sconto clicca qui)

"Negli ultimi anni", spiega Pasquale Quaranta (giornalista e autore di "Omosessualità e Vangelo", Gabrielli Editore), "molti omosessuali hanno abbracciato la filosofia buddista dopo essere usciti dalla Chiesa cattolica. Chi preferisce conservare un legame con il proprio passato da cristiano si rivolge ai valdesi, che sono già arrivati alla benedizione".
Libro di MArco Politi "Io prete gay"

(scheda online su ibs con il 40% di sconto clicca qui)

Secondo Marco Politi (giornalista e autore di "Io, prete gay") il fenomeno evidenziato da Quaranta è l'espressione di qualcosa di profondo. "Nella Chiesa cattolica si sta verificando da anni una specie di scisma silenzioso. Non ci sono più delle contestazioni aperte. I fedeli si regolano autonomamente secondo la propria coscienza. Si stanno creando due livelli. Da un lato il cattolicesimo così come lo presenta la gerarchia e il magistero vaticano, quindi molto rigido e conservatore, dall'altro una fede più flessibile e più in sintonia dei singoli cattolici che vivono nel quotidiano". Prima di questo scisma silenzioso i fedeli italiani erano i figli di Pietro. Oggi sono i parenti di Giotto, il pittore ricordato per essere riuscito a superare il maestro.

di Giovanni Molaschi / gqitalia

30 Giugno 2011

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Il Vaticano ha condannato i matrimoni tra omosessuali, ma i due si sono sposati lo scorso 26 giugno in una chiesa valdese

Il Vaticano ha condannato i matrimoni tra omosessuali, ma i due si sono sposati lo scorso 26 giugno - in una chiesa valdese, grazie alla pastora Anna Zell. Marco Politi: "Si sta verificando uno scisma silenzioso con la chiesa: i fedeli si regolamentano secondo coscienza".

Ciro e Guido si sono conosciuti nel 2004. Da allora vivono come marito e marito, anche se lo Stato non li riconosce come tali. Come molti altri omosessuali, hanno aspettato invano il riconoscimento delle coppie di fatto ipotizzato da Romano Prodi prima del suo ultimo e breve governo: la timida eventualità preventivata dal "professore" non è stata tra le priorità del quarto mandato di Silvio Berlusconi, il quale al contrario in più occasioni ha rivendicato con orgoglio una certa omofobia. Ma dove non arriva la politica, possono le istituzioni religiose. Lo scorso anno Ciro e Guido hanno chiesto alla Chiesa valdese, che entrambi frequentano, una benedizione per la loro unione. Domenica 26 giugno i due sono stati riconosciuti come coppia dalla pastora Anna Zell. Ciro e Guido sono destinati a diventare un esempio per gli omosessuali che hanno lasciato la chiesa cattolica. Il Vaticano ha condannato il matrimonio gay approvato la scorsa settimana dallo stato di New York e vieta agli omosessuali di diventare sacerdoti. Benedetto XVI, prima di diventare papa, ha redatto un documento che invita i responsabili dei seminari a bloccare la vocazione dei gay.

(Libro:"De Martino Gianni; Quaranta Pasquale – L' uomo che Gesù amava. Un Gesù… / scheda online su ibs clicca qui)

Libro: "Omosessualita' e Vangelo"

(scheda libro online su ibs con il 6% di sconto clicca qui)

"Negli ultimi anni", spiega Pasquale Quaranta (giornalista e autore di "Omosessualità e Vangelo", Gabrielli Editore), "molti omosessuali hanno abbracciato la filosofia buddista dopo essere usciti dalla Chiesa cattolica. Chi preferisce conservare un legame con il proprio passato da cristiano si rivolge ai valdesi, che sono già arrivati alla benedizione".
Libro di MArco Politi "Io prete gay"

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Secondo Marco Politi (giornalista e autore di "Io, prete gay") il fenomeno evidenziato da Quaranta è l'espressione di qualcosa di profondo. "Nella Chiesa cattolica si sta verificando da anni una specie di scisma silenzioso. Non ci sono più delle contestazioni aperte. I fedeli si regolano autonomamente secondo la propria coscienza. Si stanno creando due livelli. Da un lato il cattolicesimo così come lo presenta la gerarchia e il magistero vaticano, quindi molto rigido e conservatore, dall'altro una fede più flessibile e più in sintonia dei singoli cattolici che vivono nel quotidiano". Prima di questo scisma silenzioso i fedeli italiani erano i figli di Pietro. Oggi sono i parenti di Giotto, il pittore ricordato per essere riuscito a superare il maestro.

di Giovanni Molaschi / gqitalia

30 Giugno 2011

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Il Vaticano ha condannato i matrimoni tra omosessuali, ma i due si sono sposati lo scorso 26 giugno in una chiesa valdese

Il Vaticano ha condannato i matrimoni tra omosessuali, ma i due si sono sposati lo scorso 26 giugno - in una chiesa valdese, grazie alla pastora Anna Zell. Marco Politi: "Si sta verificando uno scisma silenzioso con la chiesa: i fedeli si regolamentano secondo coscienza".

Ciro e Guido si sono conosciuti nel 2004. Da allora vivono come marito e marito, anche se lo Stato non li riconosce come tali. Come molti altri omosessuali, hanno aspettato invano il riconoscimento delle coppie di fatto ipotizzato da Romano Prodi prima del suo ultimo e breve governo: la timida eventualità preventivata dal "professore" non è stata tra le priorità del quarto mandato di Silvio Berlusconi, il quale al contrario in più occasioni ha rivendicato con orgoglio una certa omofobia. Ma dove non arriva la politica, possono le istituzioni religiose. Lo scorso anno Ciro e Guido hanno chiesto alla Chiesa valdese, che entrambi frequentano, una benedizione per la loro unione. Domenica 26 giugno i due sono stati riconosciuti come coppia dalla pastora Anna Zell. Ciro e Guido sono destinati a diventare un esempio per gli omosessuali che hanno lasciato la chiesa cattolica. Il Vaticano ha condannato il matrimonio gay approvato la scorsa settimana dallo stato di New York e vieta agli omosessuali di diventare sacerdoti. Benedetto XVI, prima di diventare papa, ha redatto un documento che invita i responsabili dei seminari a bloccare la vocazione dei gay.

(Libro:"De Martino Gianni; Quaranta Pasquale – L' uomo che Gesù amava. Un Gesù… / scheda online su ibs clicca qui)

Libro: "Omosessualita' e Vangelo"

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"Negli ultimi anni", spiega Pasquale Quaranta (giornalista e autore di "Omosessualità e Vangelo", Gabrielli Editore), "molti omosessuali hanno abbracciato la filosofia buddista dopo essere usciti dalla Chiesa cattolica. Chi preferisce conservare un legame con il proprio passato da cristiano si rivolge ai valdesi, che sono già arrivati alla benedizione".
Libro di MArco Politi "Io prete gay"

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Secondo Marco Politi (giornalista e autore di "Io, prete gay") il fenomeno evidenziato da Quaranta è l'espressione di qualcosa di profondo. "Nella Chiesa cattolica si sta verificando da anni una specie di scisma silenzioso. Non ci sono più delle contestazioni aperte. I fedeli si regolano autonomamente secondo la propria coscienza. Si stanno creando due livelli. Da un lato il cattolicesimo così come lo presenta la gerarchia e il magistero vaticano, quindi molto rigido e conservatore, dall'altro una fede più flessibile e più in sintonia dei singoli cattolici che vivono nel quotidiano". Prima di questo scisma silenzioso i fedeli italiani erano i figli di Pietro. Oggi sono i parenti di Giotto, il pittore ricordato per essere riuscito a superare il maestro.

di Giovanni Molaschi / gqitalia

30 Giugno 2011

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Clamorosa svolta nel caso riguardante l’omicidio di Meredith Kercher

CASO MEREDITH/ Il criminologo: la scienza non sbaglia. Ma su Amanda Knox...

Salvatore Licata

giovedì 30 giugno 2011

LA SVOLTA NEL CASO MEREDITH – Clamorosa svolta nel caso riguardante l’omicidio di Meredith Kercher, per il quale Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Rudy Guede sono stati condannati, rispettivamente, a 25, 26 e 16 anni. La traccia di dna trovata sul coltello considerato dagli inquirenti l'arma del delitto, secondo i periti genetico-forensi nominati dalla Corte d'Assise d'Appello di Perugia, non è attendibile. «Non sono state seguite – spiegano – le procedure internazionali di sopralluogo e di protocollo internazionali di raccolta e campionamento del reperto». Secondo i professori Stefano Conti e Carla Vecchiotti dell'istituto di medicina legale dell'università di Roma, in particolare, «dai tracciati elettroforetici esibiti si evince che il campione indicato con la lettera B (lama del coltello) era un campione Low Copy Number e, in quanto tale, avrebbero dovuto essere applicate tutte le cautele indicate dalla Comunitá Scientifica Internazionale». Ci sono dubbi, inoltre, sulle tracce genetiche ritrovate su reggiseno di Meredith Kercher indossato al momento dell’uccisione. Un perizia che rimette in dubbio l’impianto accusatorio di Amanda e Raffaele (Rudy è reo confesso), rimettendo in discussione la sentenza di condanna e, al contempo, suscitando nell’osservatore comune non poche perplessità. Come è stato possibile, infatti, un tale ribaltamento delle certezze derivanti da responsi scientifici risultanti, in analisi successive, errati? IlSussidiario.net ne ha parlato con il criminologo Salvatore Licata. Il quale è perplesso. «Uno può negare di aver detto una cosa piuttosto che un’altra, e in questo intervengono gli avvocati. Ma, le rivelazioni dei test a base biologica sono prove scientifiche. Esami del genere non vengono fatti in maniera approssimativa, ma danno certezze assolute. Mi sembra strano che si possa modificare la certezza dei dati rilevati sul piano scientifico. In ogni caso, sarà necessario attendere la fine del processo per poter dare un giudizio definitivo». Eppure, pare che non sia la prima volta in cui la scienza forense non sia foriera di certezza così assolte. Come nel caso di Yara Gambirasio. «Quella – afferma Licata – è tutta un’altra storia. La situazione legata a Meredith è tristemente circostanziata. Su Yara è evidente, da quello che le indagini han tirato fuori, che non si sappia neanche dove sia stata uccisa. Le forze della Polizia locale e della Protezione civile, infatti, avevano già battuto il campo in cui il suo corpo è stato ritrovato. La storia, considerati i tempi che ci sono voluti per trovarla, è decisamente complessa, dai contorni intricati». In molti, tuttavia, si domandano perché sia stato necessario tenere il cadavere in obitorio per tanto tempo. «Gli accertamenti di natura organica, repertare le condizioni fisiche e valutare il deterioramento organico – risponde – necessitano di tempi che sono stati rispettati. Gli investigatori, quindi, hanno fatto e stanno facendo il loro dovere». E il delitto di Garlasco, quando tutti additavano Stasi come “il mostro”, e che poi venne assolto? «Gli errori sulla scena del crimine – afferma – possono capitare. Nel momento in cui, per esempio, entrano troppe persone e ci sono situazioni di inquinamento del contesto del reato, ci possono essere vari problemi». Di una cosa, Licata, resta certo: «Non credo che ci si affidi troppo alle metodologie scientifiche. Il sistema della ricerca della verità si muove secondo i binari delle indagini tradizionali che usano anche strumenti scientifici. Tali rilevazioni danno un supporto notevole alle indagini, ma sempre dal punto di vista strumentale. E’ come se a Sherlock Holmes, invece della lente, gli fosse stato dato in mano uno strumento infinitamente più affinato».

ilsussidiario.it

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Clamorosa svolta nel caso riguardante l’omicidio di Meredith Kercher

CASO MEREDITH/ Il criminologo: la scienza non sbaglia. Ma su Amanda Knox...

Salvatore Licata

giovedì 30 giugno 2011

LA SVOLTA NEL CASO MEREDITH – Clamorosa svolta nel caso riguardante l’omicidio di Meredith Kercher, per il quale Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Rudy Guede sono stati condannati, rispettivamente, a 25, 26 e 16 anni. La traccia di dna trovata sul coltello considerato dagli inquirenti l'arma del delitto, secondo i periti genetico-forensi nominati dalla Corte d'Assise d'Appello di Perugia, non è attendibile. «Non sono state seguite – spiegano – le procedure internazionali di sopralluogo e di protocollo internazionali di raccolta e campionamento del reperto». Secondo i professori Stefano Conti e Carla Vecchiotti dell'istituto di medicina legale dell'università di Roma, in particolare, «dai tracciati elettroforetici esibiti si evince che il campione indicato con la lettera B (lama del coltello) era un campione Low Copy Number e, in quanto tale, avrebbero dovuto essere applicate tutte le cautele indicate dalla Comunitá Scientifica Internazionale». Ci sono dubbi, inoltre, sulle tracce genetiche ritrovate su reggiseno di Meredith Kercher indossato al momento dell’uccisione. Un perizia che rimette in dubbio l’impianto accusatorio di Amanda e Raffaele (Rudy è reo confesso), rimettendo in discussione la sentenza di condanna e, al contempo, suscitando nell’osservatore comune non poche perplessità. Come è stato possibile, infatti, un tale ribaltamento delle certezze derivanti da responsi scientifici risultanti, in analisi successive, errati? IlSussidiario.net ne ha parlato con il criminologo Salvatore Licata. Il quale è perplesso. «Uno può negare di aver detto una cosa piuttosto che un’altra, e in questo intervengono gli avvocati. Ma, le rivelazioni dei test a base biologica sono prove scientifiche. Esami del genere non vengono fatti in maniera approssimativa, ma danno certezze assolute. Mi sembra strano che si possa modificare la certezza dei dati rilevati sul piano scientifico. In ogni caso, sarà necessario attendere la fine del processo per poter dare un giudizio definitivo». Eppure, pare che non sia la prima volta in cui la scienza forense non sia foriera di certezza così assolte. Come nel caso di Yara Gambirasio. «Quella – afferma Licata – è tutta un’altra storia. La situazione legata a Meredith è tristemente circostanziata. Su Yara è evidente, da quello che le indagini han tirato fuori, che non si sappia neanche dove sia stata uccisa. Le forze della Polizia locale e della Protezione civile, infatti, avevano già battuto il campo in cui il suo corpo è stato ritrovato. La storia, considerati i tempi che ci sono voluti per trovarla, è decisamente complessa, dai contorni intricati». In molti, tuttavia, si domandano perché sia stato necessario tenere il cadavere in obitorio per tanto tempo. «Gli accertamenti di natura organica, repertare le condizioni fisiche e valutare il deterioramento organico – risponde – necessitano di tempi che sono stati rispettati. Gli investigatori, quindi, hanno fatto e stanno facendo il loro dovere». E il delitto di Garlasco, quando tutti additavano Stasi come “il mostro”, e che poi venne assolto? «Gli errori sulla scena del crimine – afferma – possono capitare. Nel momento in cui, per esempio, entrano troppe persone e ci sono situazioni di inquinamento del contesto del reato, ci possono essere vari problemi». Di una cosa, Licata, resta certo: «Non credo che ci si affidi troppo alle metodologie scientifiche. Il sistema della ricerca della verità si muove secondo i binari delle indagini tradizionali che usano anche strumenti scientifici. Tali rilevazioni danno un supporto notevole alle indagini, ma sempre dal punto di vista strumentale. E’ come se a Sherlock Holmes, invece della lente, gli fosse stato dato in mano uno strumento infinitamente più affinato».

ilsussidiario.it

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Clamorosa svolta nel caso riguardante l’omicidio di Meredith Kercher

CASO MEREDITH/ Il criminologo: la scienza non sbaglia. Ma su Amanda Knox...

Salvatore Licata

giovedì 30 giugno 2011

LA SVOLTA NEL CASO MEREDITH – Clamorosa svolta nel caso riguardante l’omicidio di Meredith Kercher, per il quale Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Rudy Guede sono stati condannati, rispettivamente, a 25, 26 e 16 anni. La traccia di dna trovata sul coltello considerato dagli inquirenti l'arma del delitto, secondo i periti genetico-forensi nominati dalla Corte d'Assise d'Appello di Perugia, non è attendibile. «Non sono state seguite – spiegano – le procedure internazionali di sopralluogo e di protocollo internazionali di raccolta e campionamento del reperto». Secondo i professori Stefano Conti e Carla Vecchiotti dell'istituto di medicina legale dell'università di Roma, in particolare, «dai tracciati elettroforetici esibiti si evince che il campione indicato con la lettera B (lama del coltello) era un campione Low Copy Number e, in quanto tale, avrebbero dovuto essere applicate tutte le cautele indicate dalla Comunitá Scientifica Internazionale». Ci sono dubbi, inoltre, sulle tracce genetiche ritrovate su reggiseno di Meredith Kercher indossato al momento dell’uccisione. Un perizia che rimette in dubbio l’impianto accusatorio di Amanda e Raffaele (Rudy è reo confesso), rimettendo in discussione la sentenza di condanna e, al contempo, suscitando nell’osservatore comune non poche perplessità. Come è stato possibile, infatti, un tale ribaltamento delle certezze derivanti da responsi scientifici risultanti, in analisi successive, errati? IlSussidiario.net ne ha parlato con il criminologo Salvatore Licata. Il quale è perplesso. «Uno può negare di aver detto una cosa piuttosto che un’altra, e in questo intervengono gli avvocati. Ma, le rivelazioni dei test a base biologica sono prove scientifiche. Esami del genere non vengono fatti in maniera approssimativa, ma danno certezze assolute. Mi sembra strano che si possa modificare la certezza dei dati rilevati sul piano scientifico. In ogni caso, sarà necessario attendere la fine del processo per poter dare un giudizio definitivo». Eppure, pare che non sia la prima volta in cui la scienza forense non sia foriera di certezza così assolte. Come nel caso di Yara Gambirasio. «Quella – afferma Licata – è tutta un’altra storia. La situazione legata a Meredith è tristemente circostanziata. Su Yara è evidente, da quello che le indagini han tirato fuori, che non si sappia neanche dove sia stata uccisa. Le forze della Polizia locale e della Protezione civile, infatti, avevano già battuto il campo in cui il suo corpo è stato ritrovato. La storia, considerati i tempi che ci sono voluti per trovarla, è decisamente complessa, dai contorni intricati». In molti, tuttavia, si domandano perché sia stato necessario tenere il cadavere in obitorio per tanto tempo. «Gli accertamenti di natura organica, repertare le condizioni fisiche e valutare il deterioramento organico – risponde – necessitano di tempi che sono stati rispettati. Gli investigatori, quindi, hanno fatto e stanno facendo il loro dovere». E il delitto di Garlasco, quando tutti additavano Stasi come “il mostro”, e che poi venne assolto? «Gli errori sulla scena del crimine – afferma – possono capitare. Nel momento in cui, per esempio, entrano troppe persone e ci sono situazioni di inquinamento del contesto del reato, ci possono essere vari problemi». Di una cosa, Licata, resta certo: «Non credo che ci si affidi troppo alle metodologie scientifiche. Il sistema della ricerca della verità si muove secondo i binari delle indagini tradizionali che usano anche strumenti scientifici. Tali rilevazioni danno un supporto notevole alle indagini, ma sempre dal punto di vista strumentale. E’ come se a Sherlock Holmes, invece della lente, gli fosse stato dato in mano uno strumento infinitamente più affinato».

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Quarto Grado anticipazioni, stasera 30 Giugno 2011: Melania-Sarah-Yara

Quarto Grado anticipazioni, stasera 30 Giugno 2011: Melania-Sarah-Yara

Stasera 30 Giugno 2011: Melania Rea, Sarah Scazzi e Yara Gambirasio. Anche questa sera, su Rete 4, andrà in onda il programma di approfondimento condotta da Salvo Sottile, Quarto Grado. Si parlerà come sempre di fatti di cronaca e dei delitti ancora irrisolti, anche se stasera in maniera approfondita si affronterà il caso di Melania Rea, poichè in questi giorni c’è stato il primo interrogatorio di Parolisi come indagato e soprattutto, notizie di poche ore fa, sono state ritrovate macchie di sangue nell’auto del caporalmaggiore e Melania sembrerebbe essere stata uccisa con tenica militare. Dopo questo caso si tratteranno anche quelli di Sarah e Yara, per quanto riguarda il primo, sembrebbe complicarsi la situazione di Cosima Serrano poichè secondo le ultime testimoninaze la ragazzina potrebbe essere stata uccisa proprio nell’auto della zia e non nel garage, invece le indagini di Yara sembrerebbero essere in una fase di stallo, gli inquirenti brancolano nel buio mentre le indagini tornano al cantiere di Mapello.

 

Valentina Molinero – newspedia.it

30 Giugno 2011

 


 

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Quarto Grado anticipazioni, stasera 30 Giugno 2011: Melania-Sarah-Yara

Quarto Grado anticipazioni, stasera 30 Giugno 2011: Melania-Sarah-Yara

Stasera 30 Giugno 2011: Melania Rea, Sarah Scazzi e Yara Gambirasio. Anche questa sera, su Rete 4, andrà in onda il programma di approfondimento condotta da Salvo Sottile, Quarto Grado. Si parlerà come sempre di fatti di cronaca e dei delitti ancora irrisolti, anche se stasera in maniera approfondita si affronterà il caso di Melania Rea, poichè in questi giorni c’è stato il primo interrogatorio di Parolisi come indagato e soprattutto, notizie di poche ore fa, sono state ritrovate macchie di sangue nell’auto del caporalmaggiore e Melania sembrerebbe essere stata uccisa con tenica militare. Dopo questo caso si tratteranno anche quelli di Sarah e Yara, per quanto riguarda il primo, sembrebbe complicarsi la situazione di Cosima Serrano poichè secondo le ultime testimoninaze la ragazzina potrebbe essere stata uccisa proprio nell’auto della zia e non nel garage, invece le indagini di Yara sembrerebbero essere in una fase di stallo, gli inquirenti brancolano nel buio mentre le indagini tornano al cantiere di Mapello.

 

Valentina Molinero – newspedia.it

30 Giugno 2011

 


 

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Quarto Grado anticipazioni, stasera 30 Giugno 2011: Melania-Sarah-Yara

Quarto Grado anticipazioni, stasera 30 Giugno 2011: Melania-Sarah-Yara

Stasera 30 Giugno 2011: Melania Rea, Sarah Scazzi e Yara Gambirasio. Anche questa sera, su Rete 4, andrà in onda il programma di approfondimento condotta da Salvo Sottile, Quarto Grado. Si parlerà come sempre di fatti di cronaca e dei delitti ancora irrisolti, anche se stasera in maniera approfondita si affronterà il caso di Melania Rea, poichè in questi giorni c’è stato il primo interrogatorio di Parolisi come indagato e soprattutto, notizie di poche ore fa, sono state ritrovate macchie di sangue nell’auto del caporalmaggiore e Melania sembrerebbe essere stata uccisa con tenica militare. Dopo questo caso si tratteranno anche quelli di Sarah e Yara, per quanto riguarda il primo, sembrebbe complicarsi la situazione di Cosima Serrano poichè secondo le ultime testimoninaze la ragazzina potrebbe essere stata uccisa proprio nell’auto della zia e non nel garage, invece le indagini di Yara sembrerebbero essere in una fase di stallo, gli inquirenti brancolano nel buio mentre le indagini tornano al cantiere di Mapello.

 

Valentina Molinero – newspedia.it

30 Giugno 2011

 


 

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Robert Pattinson e Kristen Stewart aggiornamento 30 Giugno 2011

Kristen Stewart non è più abbastanza hot per i teenager?

L’unica novità emersa dalla lista delle nominations dei “Teen Choice Awards 2011″, quantomeno per il mondo “Twilight”, riguarda Kristen Stewart: al contrario delle altre due star della saga Robert Pattinson e Taylor Lautner non è stata inserita tra le papabili per il premio di “Hottie”! Per carità, nulla da dire sulle 5 bellissime nominate (Selena Gomez, Nina Dobrev, Kim Kardashian, Minka Kelly e Mila Kunis), ma diciamo che in molti, Kris in primis probabilmente, non si aspettavano questa esclusione, soprattutto vista la presenza degli altri due membri del trio amoroso! Che Kris non faccia più sognare così tanto gli adolescenti? Magari è proprio per rilassarsi e riflettere su questa cosa che in questi giorni in cui si trova a Los Angeles sta andando a fare del sano yoga!

kristenstewart.fansblog.it

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Robert Pattinson e Kristen Stewart aggiornamento 30 Giugno 2011

Kristen Stewart non è più abbastanza hot per i teenager?

L’unica novità emersa dalla lista delle nominations dei “Teen Choice Awards 2011″, quantomeno per il mondo “Twilight”, riguarda Kristen Stewart: al contrario delle altre due star della saga Robert Pattinson e Taylor Lautner non è stata inserita tra le papabili per il premio di “Hottie”! Per carità, nulla da dire sulle 5 bellissime nominate (Selena Gomez, Nina Dobrev, Kim Kardashian, Minka Kelly e Mila Kunis), ma diciamo che in molti, Kris in primis probabilmente, non si aspettavano questa esclusione, soprattutto vista la presenza degli altri due membri del trio amoroso! Che Kris non faccia più sognare così tanto gli adolescenti? Magari è proprio per rilassarsi e riflettere su questa cosa che in questi giorni in cui si trova a Los Angeles sta andando a fare del sano yoga!

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Robert Pattinson e Kristen Stewart aggiornamento 30 Giugno 2011

Kristen Stewart non è più abbastanza hot per i teenager?

L’unica novità emersa dalla lista delle nominations dei “Teen Choice Awards 2011″, quantomeno per il mondo “Twilight”, riguarda Kristen Stewart: al contrario delle altre due star della saga Robert Pattinson e Taylor Lautner non è stata inserita tra le papabili per il premio di “Hottie”! Per carità, nulla da dire sulle 5 bellissime nominate (Selena Gomez, Nina Dobrev, Kim Kardashian, Minka Kelly e Mila Kunis), ma diciamo che in molti, Kris in primis probabilmente, non si aspettavano questa esclusione, soprattutto vista la presenza degli altri due membri del trio amoroso! Che Kris non faccia più sognare così tanto gli adolescenti? Magari è proprio per rilassarsi e riflettere su questa cosa che in questi giorni in cui si trova a Los Angeles sta andando a fare del sano yoga!

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Lamberto Sposini potrebbe tornare a casa per continuare la terapia riabilitativa.

Sono passati due mesi da quel tragico 29 aprile 2011, giorno in cui un’emorragia celebrale ha colpito Lamberto Sposini qualche minuto prima di iniziare la puntata de La Vita in diretta, dedicata al matrimonio di William e Kate. Da quel giorno, dopo l’immediato intervento chirurgico, il conduttore è al Policlino Gemelli di Roma e le sue condizioni di salute hanno subito un lentissimo ma progressivo miglioramento. Infatti dopo il coma farmacologico indotto, il conduttore si è svegliato e ha potuto, in questo modo, iniziare le terapie riabilitative per poter tornare in fretta in forma. I professori Maira e Proietti sono sempre stati cauti nel dare notizie sul conduttore amatissimo dagli italiani per non alimentare false illusioni e, con cura, hanno continuato a seguire l’iter di guarigione di Sposini, cercando di capire bene quali siano stati i danni riscontrati dal cervello durante l’ictus. Nelle settimane scorse abbiamo gioito nel sapere che Sposini ha lasciato il reparto di terapia intensiva per iniziare la riabilitazione e le ultime notizie ci informano che il giornalista sta molto meglio e presto potrebbe lasciare l’ospedale per tornare a casa. La notizia non ha ancora nulla di confermato ma sicuramente l’ambiente domestico potrebbe favorire una ripresa di Sposini che dovrebbe comunque continuare a seguire le terapie a domicilio. I fan sperano anche che Lamberto torni presto a lavorare in tv e la notizia della sua sostituzione a La Vita in diretta è stata mal digerita. La Rai intanto è ancora alla ricerca del valido sostituto di Sposini accanto a Mara Venier. Le ultime notizie avevano dato per certo Gerardo Greco a La Vita in diretta, ma l’attuale conduttore di Uno Mattina Estate ha rifiutato l’incarico e quindi è ancora aperta la caccia al sostituto perfetto e la Rai sta valutando anche la proposta di Mara Venier di essere affiancata da un team di tre giornalisti differenti, tra cui Massimo Giletti e questo proprio per non dare l’impressione di aver sostituito Lamberto Sposini, al quale la Venier si è molto affezionata. Staremo a vedere cosa deciderà la Rai che è in pieno fermento per la programmazione dei prossimi palinsesti 2011/2012. Per ora non ci resta che sperare che la notizia sul ritorno a casa di Sposini sia confermata: sarebbe un passo avanti verso un eventuale ritorno del conduttore in tv.

fonte: tv.fanpage.it

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Lamberto Sposini potrebbe tornare a casa per continuare la terapia riabilitativa.

Sono passati due mesi da quel tragico 29 aprile 2011, giorno in cui un’emorragia celebrale ha colpito Lamberto Sposini qualche minuto prima di iniziare la puntata de La Vita in diretta, dedicata al matrimonio di William e Kate. Da quel giorno, dopo l’immediato intervento chirurgico, il conduttore è al Policlino Gemelli di Roma e le sue condizioni di salute hanno subito un lentissimo ma progressivo miglioramento. Infatti dopo il coma farmacologico indotto, il conduttore si è svegliato e ha potuto, in questo modo, iniziare le terapie riabilitative per poter tornare in fretta in forma. I professori Maira e Proietti sono sempre stati cauti nel dare notizie sul conduttore amatissimo dagli italiani per non alimentare false illusioni e, con cura, hanno continuato a seguire l’iter di guarigione di Sposini, cercando di capire bene quali siano stati i danni riscontrati dal cervello durante l’ictus. Nelle settimane scorse abbiamo gioito nel sapere che Sposini ha lasciato il reparto di terapia intensiva per iniziare la riabilitazione e le ultime notizie ci informano che il giornalista sta molto meglio e presto potrebbe lasciare l’ospedale per tornare a casa. La notizia non ha ancora nulla di confermato ma sicuramente l’ambiente domestico potrebbe favorire una ripresa di Sposini che dovrebbe comunque continuare a seguire le terapie a domicilio. I fan sperano anche che Lamberto torni presto a lavorare in tv e la notizia della sua sostituzione a La Vita in diretta è stata mal digerita. La Rai intanto è ancora alla ricerca del valido sostituto di Sposini accanto a Mara Venier. Le ultime notizie avevano dato per certo Gerardo Greco a La Vita in diretta, ma l’attuale conduttore di Uno Mattina Estate ha rifiutato l’incarico e quindi è ancora aperta la caccia al sostituto perfetto e la Rai sta valutando anche la proposta di Mara Venier di essere affiancata da un team di tre giornalisti differenti, tra cui Massimo Giletti e questo proprio per non dare l’impressione di aver sostituito Lamberto Sposini, al quale la Venier si è molto affezionata. Staremo a vedere cosa deciderà la Rai che è in pieno fermento per la programmazione dei prossimi palinsesti 2011/2012. Per ora non ci resta che sperare che la notizia sul ritorno a casa di Sposini sia confermata: sarebbe un passo avanti verso un eventuale ritorno del conduttore in tv.

fonte: tv.fanpage.it

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Lamberto Sposini potrebbe tornare a casa per continuare la terapia riabilitativa.

Sono passati due mesi da quel tragico 29 aprile 2011, giorno in cui un’emorragia celebrale ha colpito Lamberto Sposini qualche minuto prima di iniziare la puntata de La Vita in diretta, dedicata al matrimonio di William e Kate. Da quel giorno, dopo l’immediato intervento chirurgico, il conduttore è al Policlino Gemelli di Roma e le sue condizioni di salute hanno subito un lentissimo ma progressivo miglioramento. Infatti dopo il coma farmacologico indotto, il conduttore si è svegliato e ha potuto, in questo modo, iniziare le terapie riabilitative per poter tornare in fretta in forma. I professori Maira e Proietti sono sempre stati cauti nel dare notizie sul conduttore amatissimo dagli italiani per non alimentare false illusioni e, con cura, hanno continuato a seguire l’iter di guarigione di Sposini, cercando di capire bene quali siano stati i danni riscontrati dal cervello durante l’ictus. Nelle settimane scorse abbiamo gioito nel sapere che Sposini ha lasciato il reparto di terapia intensiva per iniziare la riabilitazione e le ultime notizie ci informano che il giornalista sta molto meglio e presto potrebbe lasciare l’ospedale per tornare a casa. La notizia non ha ancora nulla di confermato ma sicuramente l’ambiente domestico potrebbe favorire una ripresa di Sposini che dovrebbe comunque continuare a seguire le terapie a domicilio. I fan sperano anche che Lamberto torni presto a lavorare in tv e la notizia della sua sostituzione a La Vita in diretta è stata mal digerita. La Rai intanto è ancora alla ricerca del valido sostituto di Sposini accanto a Mara Venier. Le ultime notizie avevano dato per certo Gerardo Greco a La Vita in diretta, ma l’attuale conduttore di Uno Mattina Estate ha rifiutato l’incarico e quindi è ancora aperta la caccia al sostituto perfetto e la Rai sta valutando anche la proposta di Mara Venier di essere affiancata da un team di tre giornalisti differenti, tra cui Massimo Giletti e questo proprio per non dare l’impressione di aver sostituito Lamberto Sposini, al quale la Venier si è molto affezionata. Staremo a vedere cosa deciderà la Rai che è in pieno fermento per la programmazione dei prossimi palinsesti 2011/2012. Per ora non ci resta che sperare che la notizia sul ritorno a casa di Sposini sia confermata: sarebbe un passo avanti verso un eventuale ritorno del conduttore in tv.

fonte: tv.fanpage.it

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Lamberto Sposini: si aspetta l'ultima fase quella del ritorno a casa

Lamberto Sposini

Il percorso di Lamberto Sposini può essere diviso in diverse fasi. C’è stat la prima fase, gravissima, iniziata con il ricovero e l’operazione al cervello per rimediare alla grave emorragia cerebrale che lo ha colpito. Successivamente è iniziata la secondo fase in cui Lamberto Sposini era in coma farmacologico e i dubbi sulle sue condizioni erano molti, soprattutto relativi alle conseguenze che l’ematoma aveva potuto provocare. La terza fase è stata quella del risveglio, in cui Sposini ha iniziato a migliorare e a dare messaggi incoraggianti ai medici, pur restando in prognosi riservata e in terapia intensiva sotto stretta osservazione per monitorare le sue condizioni. Si è poi aperta una quarta fase, quella in cui si è cominciato a capire che le cose andavano finalmente meglio, coincisa con la decisione dei medici di dichiararlo fuori pericolo, di sciogliere la prognosi e di trasferirlo dal reparto di terapia intensiva a uno di normale degenza. Ora si aspetta la quinta fase, quella del ritorno a casa, che stando alle ultime evoluzioni non dovrebbe tardare ancora ad arrivare. Dopodichè arriverà la sesta fase, quella in cui Sposini potrà tornare in tv, al suo lavoro e all’affetto dei suoi fan.

dottorsport.info

30 Giugno 2011

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Lamberto Sposini: si aspetta l'ultima fase quella del ritorno a casa

Lamberto Sposini

Il percorso di Lamberto Sposini può essere diviso in diverse fasi. C’è stat la prima fase, gravissima, iniziata con il ricovero e l’operazione al cervello per rimediare alla grave emorragia cerebrale che lo ha colpito. Successivamente è iniziata la secondo fase in cui Lamberto Sposini era in coma farmacologico e i dubbi sulle sue condizioni erano molti, soprattutto relativi alle conseguenze che l’ematoma aveva potuto provocare. La terza fase è stata quella del risveglio, in cui Sposini ha iniziato a migliorare e a dare messaggi incoraggianti ai medici, pur restando in prognosi riservata e in terapia intensiva sotto stretta osservazione per monitorare le sue condizioni. Si è poi aperta una quarta fase, quella in cui si è cominciato a capire che le cose andavano finalmente meglio, coincisa con la decisione dei medici di dichiararlo fuori pericolo, di sciogliere la prognosi e di trasferirlo dal reparto di terapia intensiva a uno di normale degenza. Ora si aspetta la quinta fase, quella del ritorno a casa, che stando alle ultime evoluzioni non dovrebbe tardare ancora ad arrivare. Dopodichè arriverà la sesta fase, quella in cui Sposini potrà tornare in tv, al suo lavoro e all’affetto dei suoi fan.

dottorsport.info

30 Giugno 2011

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Lamberto Sposini: si aspetta l'ultima fase quella del ritorno a casa

Lamberto Sposini

Il percorso di Lamberto Sposini può essere diviso in diverse fasi. C’è stat la prima fase, gravissima, iniziata con il ricovero e l’operazione al cervello per rimediare alla grave emorragia cerebrale che lo ha colpito. Successivamente è iniziata la secondo fase in cui Lamberto Sposini era in coma farmacologico e i dubbi sulle sue condizioni erano molti, soprattutto relativi alle conseguenze che l’ematoma aveva potuto provocare. La terza fase è stata quella del risveglio, in cui Sposini ha iniziato a migliorare e a dare messaggi incoraggianti ai medici, pur restando in prognosi riservata e in terapia intensiva sotto stretta osservazione per monitorare le sue condizioni. Si è poi aperta una quarta fase, quella in cui si è cominciato a capire che le cose andavano finalmente meglio, coincisa con la decisione dei medici di dichiararlo fuori pericolo, di sciogliere la prognosi e di trasferirlo dal reparto di terapia intensiva a uno di normale degenza. Ora si aspetta la quinta fase, quella del ritorno a casa, che stando alle ultime evoluzioni non dovrebbe tardare ancora ad arrivare. Dopodichè arriverà la sesta fase, quella in cui Sposini potrà tornare in tv, al suo lavoro e all’affetto dei suoi fan.

dottorsport.info

30 Giugno 2011

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Lamberto Sposini sta sempre meglio: aggiornamento pomeridiano condizioni al 30 Giugno 2011

Lamberto Sposini

Sembra che le condizioni del noto conduttore televisivo, in ospedale dal 29 aprile scorso, giorno in cui un malore improvviso l’ha colto poco prima che andasse in diretta con La Vita in diretta, stiano migliorando di giorno in giorno. Solo alcuni giorni fa i medici avevano deciso di spostare Lamberto dal reparto di rianimazione a quello di degenza, con il sollievo di parenti e amici. Dovrà continuare a sottoporsi alla terapia prescrittagli dai suoi medici ma potrà farlo a casa. Questo è quello che dicono i suoi medici, che le condizioni del conduttore sono tali da permettere, a breve, un ritorno a casa.

Valeria Sorrentino

newspedia.it

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Lamberto Sposini sta sempre meglio: aggiornamento pomeridiano condizioni al 30 Giugno 2011

Lamberto Sposini

Sembra che le condizioni del noto conduttore televisivo, in ospedale dal 29 aprile scorso, giorno in cui un malore improvviso l’ha colto poco prima che andasse in diretta con La Vita in diretta, stiano migliorando di giorno in giorno. Solo alcuni giorni fa i medici avevano deciso di spostare Lamberto dal reparto di rianimazione a quello di degenza, con il sollievo di parenti e amici. Dovrà continuare a sottoporsi alla terapia prescrittagli dai suoi medici ma potrà farlo a casa. Questo è quello che dicono i suoi medici, che le condizioni del conduttore sono tali da permettere, a breve, un ritorno a casa.

Valeria Sorrentino

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Lamberto Sposini sta sempre meglio: aggiornamento pomeridiano condizioni al 30 Giugno 2011

Lamberto Sposini

Sembra che le condizioni del noto conduttore televisivo, in ospedale dal 29 aprile scorso, giorno in cui un malore improvviso l’ha colto poco prima che andasse in diretta con La Vita in diretta, stiano migliorando di giorno in giorno. Solo alcuni giorni fa i medici avevano deciso di spostare Lamberto dal reparto di rianimazione a quello di degenza, con il sollievo di parenti e amici. Dovrà continuare a sottoporsi alla terapia prescrittagli dai suoi medici ma potrà farlo a casa. Questo è quello che dicono i suoi medici, che le condizioni del conduttore sono tali da permettere, a breve, un ritorno a casa.

Valeria Sorrentino

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