Il fantasma dei referendum

È apparso ieri, in una Tribuna organizzata di pomeriggio su Rai 2. Sotto al lenzuolo bianco c’ero io, con un cartello con scritto fantasma della democrazia, della legalità, dei referendum, dell’informazione”.

L’ultima volta che il fantasma della democrazia era riuscito ad entrare negli studi Rai fu nel 1997. Anche allora si trattava di referendum, per la precisione sei; anche allora a venti giorni dal voto non c’era informazione né si prevedeva di farne in maniera adeguata. Nonostante il fantasma, quel monito cadde nel vuoto e per la prima volta nella storia repubblicana un referendum non raggiunse il quorum. Da allora, non è mai stato più raggiunto, anche perché in 14 anni la distruzione dello Stato di diritto si è completata.

Questa volta stanno ripetendo lo stesso gioco: prima la Commissione di Vigilanza approva il regolamento quando già sono volati via due terzi della campagna, poi la Rai predispone un calendario fatto apposta per impedire agli italiani di sapere. Per ciascun referendum, infatti, sono state previste solo cinque tribune della durata di trenta minuti e tre contenitori di messaggi autogestiti da 12 minuti; tutto in fasce di bassissimi ascolti: le 17.15 su Rai 2 per le Tribune, le 9 di mattina su Rai 3 per i messaggi.

In pratica, saranno 2 milioni gli ascolti medi di tutte le tribune messe insieme e 1 milione quelli dei vari contenitori di messaggi. Decine di milioni di italiani non avranno quindi alcuna conoscenza. E badate bene, tutto ciò avviene contro la legge scritta: lo stesso Regolamento tardivo della Commissione di vigilanza imponeva alla Rai una collocazione degli spazi referendari in fasce orarie di massimo ascolto, prima o dopo i notiziari di tutte le reti.

Si possono chiamare votazioni democratiche? Siamo una democrazia?

Per questo, quando ieri i dirigenti della Rai mi hanno chiesto di togliermi il lenzuolo perché è vietato essere travisati, mi è venuto da sorridere: con tutti i fatti da codice penale che ogni giorno accadono in Rai (a cominciare dalle pseudo-interviste di Berlusconi…) hanno paura del fantasma!

La Dg Lorenza Lei si è impegnata a rivedere le collocazioni orarie e ha richiamato le testate giornalistiche: se son rose fioriranno. Nel frattempo in Parlamento tirano fuori una leggina da azzeccagarbugli per far saltare il referendum contro il nucleare, quello che più di tutti motiverebbe le persone al voto, come ha dimostrato il referendum regionale in Sardegna svoltosi due settimane fa e che ha fatto registrare il 59,49% di partecipazione e il 97,14% di sì. Poi se il referendum nazionale si terrà o meno non conta, l’importante è che prosegua la confusione, vero modo per tenere a casa gli indecisi.

La verità è che il Regime italiano ha sempre avuto paura dei referendum, perché non può tollerare che il popolo possa conoscere prima di scegliere e quindi di votare. Il furto della scheda referendaria si è compiuto praticamente dall’inizio della storia repubblicana: dapprima aspettando venticinque anni prima di attuare la Costituzione, poi sciogliendo le Camere per cinque volte in modo da evitare il voto referendario, sino ai ripetuti blitz della Corte costituzionale che ha cancellato decine di referendum scomodi al Palazzo. L’arma finale, da sempre, è comunque l’utilizzo del servizio pubblico radiotelevisivo per impedire informazione e conoscenza.

Se ci fosse un vero dibattito sul nucleare, infatti, non si potrebbe evitare di parlare anche delle politiche energetiche italiane e delle oligarchie che le condizionano a loro esclusivo vantaggio. Allo stesso modo, parlare di acqua e di servizi pubblici locali significherebbe aprire il vaso di Pandora del consociativismo municipale, con i suoi sprechi, le clientele e gli imprenditori d’area che fiutano l’affare.

Che fare? Intanto sui referendum facciamo di tutto per portare le persone a votare, per informarle e farle informare da chi deve per legge. Ma, da subito, teniamo presente che la democrazia si conquista ogni giorno, e di anni persi ne abbiamo tanti.

di Mario Staderini – ilfattoquotidiano  26 Maggio 2011 ore 06:52



Berlusconi prepara le sue non dimissioni

“Molto del risultato che si è ottenuto alle elezioni amministrative è dipeso dalla scelta dei candidati.”

“Sbagliato caricare di significato politico il voto sui Comuni.”

Entrambi i virgolettati sono di Silvio Berlusconi. L’uomo non è nuovo a contraddire se stesso, dunque le frasi non mi sorprendono minimamente. Il punto è un altro: il premier parla al passato. Ma le elezioni sono domenica e lunedì.

La teoria del pareggio di Denis Verdini sarebbe teoricamente a portata di mano, basterebbe vincere in un comune tra Milano e Napoli per poter ribaltare la frittata agli occhi di alleati, oppositori ed elettori. Se si perde a Milano e si vince a Napoli, si è perso un Comune ma se n’è conquistato un altro (con buona pace di chi dice che il valore politico di Milano è superiore, per Berlusconi così non sarebbe). Se invece si vince Milano e si perde Napoli, sostanzialmente si è mantenuta la situazione di cinque anni fa e già nelle mie orecchie giungono allucinazioni tipo “Obama ha perso le elezioni di medio termine, io no”.

Berlusconi ha rimontato l’impossibile, ha visto cose che noi umani non abbiamo neanche immaginato, ha negato la crisi, si è rimangiato sue frasi 24 ore dopo averle dette (o meglio, dopo averle “fatte trapelare”. Così è più facile smentirle).

Ma soprattutto ha sempre condotto la sua vita politica guardando avanti, ossessivamente, talvolta ignorando i disastri che gli succedevano tra i piedi. E questo gli ha poi garantito sette vite. In politica vince chi ha un sogno, anche se è di seconda mano, anche se è irrealizzabile, anche se si basa su mancate promesse. E Berlusconi ha saputo raccontare una storia, la sua storia, una storia italiana, che può piacere o meno, convincere o meno, ma che è stata in grado di creare immaginari collettivi a basso costo.

Per tutte queste ragioni, i verbi al passato del premier sorprendono. Ma a mio avviso, quelle perifrasi sono un avvertimento e rappresentano, al contrario, l’apertura a nuovi scenari del prossimo futuro. Proviamo a fare un esercizio interpretativo, in particolare sulla prima frase, che a me sembra una sentenza di condanna e non certo a se stesso.

Dire che la scelta dei candidati è sbagliata lascia presupporre che non sia stata sua. Il che è verosimile, pur non essendo vero: ci sta che le battaglie per le amministrative siano state messe a punto dai coordinatori del Pdl e dai dirigenti della Lega e non dal presidente del Consiglio, che ha ben altro a cui pensare. Dunque, se a Milano e Napoli si perde la colpa è dei candidati deboli (che tra l’altro sono ancora in corsa ed evidentemente sono dati per spacciati dai sondaggi) e soprattutto di chi li ha scelti.

Berlusconi sta informando i suoi che se da martedì a capo del Pdl ci fosse qualcun’altro, le motivazioni non sarebbero certo legate alla necessità di accontentare il crescente malcontento di Claudio Scajola, le ambizioni di Angelino Alfano, i colpi di tosse di Franco Frattini e Maria Stella Gelmini, i quali mettono a durissima prova la tenuta del Governo, ma piuttosto perché i dirigenti nazionali (e non Berlusconi, che, anzi, è stato vittima di quelle scelte) hanno perso le elezioni. Se poi si perde male, si può sempre provare l’ennesimo colpo di teatro, un nuovo predellino, addio al Pdl, al brand che non lava più bianco, e via con qualche nuova formula che possa essere legata a qualche sogno d’accatto. Letizia Moratti, a denti stretti, ha lasciato intendere che andrà proprio così.

Per tutte queste ragioni, ovviamente, bisogna annullare il referendum nazionale (oramai sono maestri) che Berlusconi ha convocato sulla sua persona, perché hanno sbagliato gli altri, e se il premier avesse potuto governare il processo, tutto questo non sarebbe successo.

Ve lo ricordate il 2006? Con la frase sull’Ici durante il confronto Tv spostò 3 punti percentuali. Più o meno quelli che ha spostato la Moratti (verso Pisapia) pochi giorni fa, sempre durante un confronto. Insomma, questi politicanti sono un disastro, io no, quasi quasi li licenzio.

Dire queste frasi a 4 giorni dalle elezioni vuol dire mandare l’avviso di sfratto a tutti. Vuol dire mettersi di nuovo davanti al resto del gruppo. A obbligare i nuovi wannabe del Pdl a schierarsi con lui o contro di lui. A portare la Lega a decidere se prendersi un pezzo molto significativo delle colpe e proseguire con l’esperienza di Governo (perdendo un sacco di voti) o a scaricarlo definitivamente, assumendosi la responsabilità della caduta del Governo e del blocco del Federalismo. Un harakiri strepitoso, condito poi da una conseguente attivazione della macchina del fango in direzione di Via Bellerio in una catarsi teatrale sublime.

Insomma, Berlusconi non solo non si dimetterà, ma sta perdendo e ha comunque la forza di rilanciare. In quei verbi al passato c’è tanto, tanto futuro.
 
ilfattoquotidiano 26 maggio 2011



Il premier spiega i risultati delle elezioni. E’ stata colpa di tutti, tranne che mia

Tutta colpa dei candidati. Ne è convinto Silvio Berlusconi che ha commentato così il deludente risultato delle ultime elezioni amministrative. Lo ha fatto prima a porte chiuse, durante l’ufficio di presidenza del Pdl. A nulla è servita la smentita del portavoce Paolo Bonaiuti, perché poche ore dopo il Cavaliere ha ripetuto tutto a Porta a Porta. Nel salotto di Vespa si è scatenato: “La sinistra vincerà ai ballottaggi solo se gli elettori andranno a votare lasciando a casa il cervello”. Secondo il presidente del Consiglio, sono principalmente due le cause della debacle elettorale. Oltre alla scelta dei candidati che hanno rappresentato il centrodestra, sull’esito delle amministrative ha gravato anche la decisione di avere politicizzato eccessivamente il voto. Peccato che l’input a trasformare quelle consultazioni in un referendum su se stesso e in un test per la tenuta della maggioranza sia partito proprio da Berlusconi. Senza contare l’alibi, peraltro già usato, delle schede troppo grandi e troppo difficili da comprendere che hanno ridotto le preferenze a suo nome. Quanto alla magistratura, dice, “ne parlavo solo 3 o 4 minuti, ma poi i media davano tutto lo spazio a quello”

 
di Davide Vecchi – il fattoquotidiano


26 Maggio 2011 ore 06:44


Sveglia ragazzi, ci vuole una Puerta del Sol anche in Italia

Su “il Fatto Quotidiano” Massimo Fini definisce la nostra società un “imbroglio democratico”, con molte buone ragioni, alcune delle quali già da tempo avevo anche io argomentato, ma credo sia utile ribadire il concetto poiché in questo periodo sono molti coloro che pensano che la politica possa cambiare le cose e pensano con trepidazione ai ballottaggi di Milano e Napoli
La dura realtà è che le oligarchie dominanti (Confindustria, clero, apparati mediatici, padroni della musica e del calcio, mafie, logge massoniche, banche, stilisti di moda) dettano legge e decidono loro quali idee far circolare, quali merci produrre, quali consumi indurre, quale parte politica votare, e questo è un sistema che funziona e domina, chiunque vada al governo, e qualunque cambiamento strutturale è impossibile.
Ciò è stato ampiamente dimostrato dai “governi” di centro-sinistra che non sono stati in grado nemmeno di fare una legge sul conflitto di interesse e una indispensabile sui monopoli mediatici di Mediaset e RAI con la regola che nessun soggetto, né privato né istituzionale, può possedere più di una emittente. Figuriamoci governare l’economia!
Anche Obama in America non è in grado di fare cose molto diverse da quelle della destra repubblicana. Si è ritrovato a finanziare banche e assicurazioni con soldi pubblici, anche se erano dirette responsabili di imbrogli e truffe finanziarie, ha proseguito le guerre, ha lasciato aperta Guantanamo, e la strombazzata promessa di riforma sanitaria per assistere tutti è risultata una buffonata.
Non dovrebbe essere difficile capire, una volta per tutte, che i poteri forti, quelli veri, sono in mano alle oligarchie, che le elezioni sono falsate da chi possiede i mezzi di comunicazione, e che comunque la politica non è in grado di governare l’economia, che segue logiche della globalizzazione e della competizione planetaria.
Chi sostiene che aderire alle logiche globali è inevitabile e che non c’è altra strada, dovrebbe però considerare che il nostro declino economico e produttivo è arcisicuro, poiché quando giganti come Cina, India, Brasile, Indonesia, produrranno anche nei settori più tecnologici e avanzati (molto presto!), interi segmenti produttivi italiani falliranno, come è già avvenuto nel tessile, abbigliamento, scarpe, cantieri navali (Sud Corea).
Anche accettando le sfibranti condizioni di lavoro richieste da Marchionne e la diminuzione dei salari, la Fiat, ma anche le auto americane, non avranno futuro non appena arriveranno sul mercato utilitarie che costeranno tre o quattromila euro, magari elettriche.
Solo gli stati con grandi multinazionali che possiedono fabbriche nei paesi emergenti potranno reggere la concorrenza, ma l’Italia non è tra questi, visto che la sua struttura produttiva è piccola e media e subirà l’arrivo di merci a basso costo.
Nessuna forza politica in Italia parla del nostro incerto futuro, nemmeno di sopravvivenza, immaginando almeno una strategia di autosufficienza energetica, con le rinnovabili diffuse sul territorio e in tutte le strutture produttive, e di autosufficienza alimentare, visto che importiamo il 70% di ciò che consumiamo e una crisi petrolifera o produttiva (siccità) ci porterebbe alla fame in pochi giorni.
Gli unici che sembrano capire che non bastano aggiustamenti, ma ci vuole un cambio di sistema e che la democrazia tanto sbandierata è falsa, sono i giovani spagnoli,fuori da ogni partito, che sono accampati a Madrid alla Puerta del sol, spinti proprio dalla certezza di essere senza futuro.
Uscire dall’Europa, uscire da alleanze e spese militari, uscire dall’Euro, da rapporti con FMI e Banca Mondiale, chiudere le porte alla immigrazione, produrre per i consumi interni e non per la globalizzazione, uscire dalla dipendenza dal petrolio e dal gas con le rinnovabili, è l’unica possibilità di futuro che abbiamo poiché la globalizzazione è devastante, assurda, ed è una rincorsa che vede vincere chi sfrutta di più, paga meno e non si cura né di ambiente né di sostenibilità.
Oggi viviamo in una situazione di grande precarietà, con un debito pubblico enorme che ci costa decine di miliardi di euro l’anno di interessi, che è nelle mani di banche e fondi sovrani internazionali che in qualunque momento potrebbero farci fallire, e siamo legati ad un sistema globale in cui le carte le danno i più forti e le speculazioni sono fredde e feroci, magari mascherate da aiuti finanziari.
La destra e le oligarchie vogliono farci continuare con questo sistema, a testa bassa, e non sanno dire altro che bisogna aumentare produzione e consumi.
Noi che proponiamo?
di Paolo De Gregorio – domani arcoiris



Moratti, la signora che ha vuotato le tasche di Milano

Eccole le pagine divertenti della carriera politica della prima donna perbene: appena eletta sindaco (spesa prima campagna elettorale 6 milioni e 300 mila) licenzia una decina di dirigenti comunali “inutili” ma assume 54 consulenti esterni e 63 candidati trombati – Pdl, Lega, Udc – il fotografo personale e consiglieri regionali per un ufficio stampa più affollato di un grande giornale. Condannata a 300 mila lire di multa dalla Corte dei Conti, paga ma lascia i beneficiati al loro posto: costano 8 milioni l’anno. Milano insicura perché manca l’illuminazione? Stanzia fondi ma non per l’ex capitale morale: vanno nel paradiso di Antigua dove il suo B. costruisce residenze

di Susanna Pejrano Ambivero e Luigi Asero

Specifichiamo, a scanso di equivoci, che questo pezzo è stato scritto a 4 mani da una milanese residente a Milano e da un siciliano residente a Catania, entrambi mai iscritti ad alcun partito, militanti di nessuno se non di una società civile che si vuole rendere responsabile e partecipe del proprio futuro. Questo per far capire che l’esigenza che ha mosso questa analisi non ha uno scopo prettamente politico ma più pratico, semplicemente dalla parte del cittadino; sia esso abitante della zona in questione, sia che disponga di una panoramica più ampia, visto da lontano, che permette certamente una valutazione meno viscerale e più obiettiva.
L’elettore non ha bisogno di conoscere le illazioni di una parte politica contro l’altra, ma più semplicemente ha la necessità di sapere “cosa” veramente i pretendenti alla carica di Sindaco di una grande città come Milano farebbero in caso di investitura di questo prestigioso ruolo.
Questo intento non è certo facile da portare a termine in un periodo come quello che stiamo vivendo, che ha tolto a tutti gli onesti cittadini la voglia di credere in qualcosa o qualcuno e men che meno di pensare alla sopravvivenza, nel 2011, di concetti quali “ideali” o “merito”.
Vorremo quindi contribuire lucidamente non parlando di promesse e parole date, che sempre più spesso nella politica odierna lasciano lo spazio che trovano, ma più di fatti. E possiamo farlo tentando di analizzare l’operato di 5 anni di governo meneghino targato Moratti.
Letizia Brichetto Arnaboldi, coniugata Moratti, è nata a Milano il 26 novembre 1949. Si laurea, presso l’Università degli Studi di Milano, in Scienze Politiche e, dopo il matrimonio con il famoso imprenditore Gianmarco Moratti, si dedica al lavoro nel mondo finanziario.
Nel 1994, durante il primo governo Berlusconi, ottiene la nomina a presidente della RAI, incarico che ricoprirà per due anni e, dal 2001 al 2006, assume la carica di Ministro dell’Istruzione, varando la famosa e controversa “riforma Moratti” della scuola.
Scalzata dal ruolo di Ministro dell’Istruzione, nel 2006 si presenta alle elezioni amministrative del 28 e 29 maggio per la carica di Sindaco di Milano, sostenuta dalla Casa delle Libertà.
Viene eletta al primo turno con il 52% di consensi ed una campagna elettorale costata 6.335.000 €. Una follia già per l’epoca.
In questi anni, pur di constatare come vivesse la sua città, abbiamo saputo per sua stessa voce che ha girato travestita la sera per capire la realtà cittadina (ma non ha sempre vissuto nella città? O forse gli ambienti da lei frequentati fino a quei giorni non avevano nulla in comune con la realtà condivisa dalla normalità della cittadinanza?). Sembra però che questo suo aggirarsi come un eroe mascherato le abbia fatto capire tante cose. Ha capito infatti che per la sicurezza è indispensabile illuminare le strade. Ed ecco che allora impegna il comune di Milano a inviare corposi fondi per finanziare l’illuminazione pubblica … ma nel paradiso fiscale di Antigua, isoletta nei Caraibi che – guarda caso- ospita cinque ville del premier-padrone Silvio Berlusconi. I milanesi le saranno sicuramente grati di poter così usufruire di una migliore panoramica nelle cartoline by-night dell’isola da sogno.
Ma non è l’unico caso di “irrazionalizzazione” delle spese a carico dei milanesi. Appena eletta il Sindaco licenzia una decina di dirigenti comunali, e questa è sempre cosa buona – di passacarte i comuni ne sono sempre troppo riforniti. Il problema è che li sostituisce con 54 consulenti “esterni” che in molti casi non hanno neppure i requisiti per ricoprire i ruoli che gli vengono affidati. Non paga, assume ulteriori 63 persone selezionate rigorosamente secondo una sua personale visione del merito; vengono assunti politici di area Lega, PdL e UdC trombati nelle elezioni, il suo fotografo personale, alcuni uomini che già ricoprono la carica di consiglieri regionali e che così si trovano ad assumere un doppio incarico e un numero di addetti all’ufficio stampa che poi la magistratura non esita a definire in quantità “giustificabile solo per un giornale”.
La Moratti quindi viene condannata dalla Corte dei Conti per illecito amministrativo ad un ammenda, da pagare di tasca sua, di 361.000 €. Multa pagata ma gli illegittimamente assunti, tranne rare eccezioni, rimangono al loro posto, causando un danno erariale al comune quantificato in 8 milioni di euro l’anno
Sfogliando avidamente il programma di Letizia Moratti ci soffermiamo a pag. 18 dove si prevede il potenziamento di strade e piste ciclabili. Un clone delle promesse elettorali del 2006. Infatti in questi cinque anni le cose promesse da fare erano tante, talmente tante da giustificare un progetto, finanziato con 5 milioni di euro, che prevedeva la costruzione di 53 Km di piste ciclabili cittadine in più, 2.385 nuovi parcheggi bici e un sistema di bike sharing con la disponibilità di 5.000 bici in 250 diversi punti della città. Data di ultimazione del progetto inizio 2011. Progetto bellissimo, ambizioso. Peccato che… Peccato che ad oggi solo un terzo delle bici di bike sharing siano state messe a disposizione e i punti in cui poterne usufruire sono circa la metà di quelli preventivati. Anche sulle piste ciclabili ci sarebbe da puntualizzare qualche cosa. Ne sono state costruite, certo, solo che ad oggi la maggior parte sono ancora soltanto scavi nell’asfalto e quelle già realizzate siano un po’ poco, come dire, utili. Milano infatti si è guadagnata un posto nel guinness dei record con la pista ciclabile più corta del mondo. In via Paolo Sarpi si può ammirare il prodigio lungo 20 metri esatti che comincia e finisce … nel nulla!
Ma Milano non è solo incarichi e bici, che tanto fanno per l’ambiente. L’ambiente da tutelare è ben altra cosa, così nel 2008 entra in vigore l’Ecopass. Un sistema di regolamentazione del traffico nel centro della città talmente controverso da provocare le immediate dimissioni dell’allora assessore Carla De Albertis e che già dal settembre 2009, visto i non sperati risultati ottenuti, non pubblica più i dati sull’impatto sulla qualità dell’aria. Eppure l’ecopass rimane in vigore, se ne ricomincia a parlare solo in questi giorni in cui la madre putativa di questo intervento, la Moratti, promette di sopprimerlo se venisse rieletta. In effetti il dazio imposto ai milanesi non ha portato alcun beneficio. Se pur il portale istituzionale non fornisce più da tempo i dati, li si può ricavare ugualmente dai rapporti forniti dall’ARPA in merito alle polveri sottili. Rapporti che dicono che, nell’area ecopass, si è passati dai 48 microgrammi di pm10 del 2008 ai 64 microgrammi del 2011.
Però ci sembra male smentire Letizia Moratti che al primo punto del suo programma (pag. 2) dice testualmente: “Il primo impegno con i milanesi: anche per i prossimi cinque anni non ci sarà nessun aumento di tasse o di tariffe”. Anzi, ci viene da aggiungere, toglierà pure quelle inutili a cui ci ha obbligato fino ad oggi!
La legalità. Punto forte di ogni amministrazione è certamente, ce lo si augura, la priorità del Moratti-pensiero. Pattuglie di quartiere, ronde, smantellamento di tutti i campi rom, aumento esponenziale del sistema di videosorveglianza cittadina, vigili in borghese sui mezzi pubblici, illuminazione delle targhe cittadine, 8,000 nuovi punti luce. Peccato che la Polizia di Stato denunci che a Milano sono in servizio soltanto 100 agenti di quartiere contro i 500 previsti. Ma di richiedere nuovo personale al premier proprio non se ne parla. Come non si dice dell’effetto quantomeno nullo del coprifuoco imposto nella zona di via Padova lo scorso 25 marzo. Coprifuoco che imponeva la chiusura anticipata di tutti i negozi della zona, rendendola nei fatti ancora più buia e meno sicura.
Si potrebbe dire ancora del piano regolatore, della situazione delle vie e del dissesto stradale in alcune periferie, della raccolta differenziata dei rifiuti che a Milano copre appena il 34,3% del totale contro il 55% della provincia (dunque non un problema logistico legato al territorio ma solo strategia sbagliata) e della non raccolta della frazione umida. Si potrebbe parlare del verde promesso ma sempre disatteso a favore di una cementificazione sempre più selvaggia, della non bonifica delle acque, della discarica di amianto presente tra via Bonfadini e via Toffetti ancora non bonificata,.
Senza dimenticare che “a Milano non esiste un problema mafia”. Che per l’amministrazione uscente l’affare Expo non rappresenta il più grande business per la ‘ndrangheta, come confermano le recenti inchieste delle forze dell’ordine e pure i mafiosi intercettati. Niente commissione antimafia allora, per Milano. Questo pentolone è bene che non venga scoperto … occhio non vede, cuore non duole.
Ma sono i numeri a contare. E i numeri se li è dati la stessa Moratti. Da sola. Col suo Bilancio. Solo grazie all’alienazione di beni immobili comunali nell’ultimo anno non è stato chiuso in negativo il bilancio per ben 22,8 milioni di euro. Ma la liquidità immediata non può coprire ulteriori dissesti. E le dismissioni di beni immobili, pur producendo liquidità immediata, tolgono valore a un patrimonio che da quest’anno non c’è più. Un patrimonio che non è del comune di Milano, ma dei milanesi tutti. Oggi, in effetti, solo di alcuni.
Lasciamo poi stare l’affare della bat-casa del bat-figlio che è stata sanata con una piccola variante al piano regolatore che ha fatto perdere alle casse milanesi circa 1 milione di euro. Cosa non farebbe una madre per i suoi figli.
Forse ai milanesi basterebbe avere un sindaco che conoscesse la città che amministra, un sindaco che non sia presente in Consiglio comunale solo quando il parrucchiere gli da buca (per la cronaca Letizia Moratti ha presenziato 6 volte nel 2008 e 3 volte nel 2009; alle votazioni del consiglio ha partecipato il 5% delle volte totali).
Forse Milano si meriterebbe di più, o forse solo qualche cosa di diverso.
Chissà. Certo è che con le promesse e gli spot pubblicitari la Moratti non è mai stata tirchia. A queste elezioni ha investito addirittura 15 milioni di euro per convincere i milanesi che negli ultimi cinque anni hanno vissuto in una città da sogno.
Speriamo solo di non doverci svegliare un giorno accorgendoci che “da sogno” stanno solo le pantegane che ancora scorazzano per la Darsena.
domaniarcoiris




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I milanesi fanno il bunga bunga a Silvio Berlusconi

primo turno delle elezioni amministrative restituisce al centrosinistra una vittoria con molti vincitori e al centrodestra una sconfitta tutta di Silvio Berlusconi. Lui che aveva trasformato la tornata elettorale in un referendum sulla sua persona si trova ad un terzo dello scrutinio con 8600 preferenze, a fine spoglio saranno più o meno la metà delle 53mila che voleva. E con il gradimento se ne vanno le città. Milano va al ballottaggio, con l’incredibile 48% di Pisapia. La Moratti, che non va oltre il 42%, si limita in tarda serata a dichiarazioni di circostanza: “Il voto è un segnale forte che dobbiamo saper cogliere. Ci vuole una nuova politica del centrodestra”. Disastro per Lassini. L’autore dei manifesti anti-pm si ferma al momento a poche centinaia di preferenze. E non finisce qui. La Lega, “stupita” per dirla con Bossi del risultato, si ferma nel capoluogo lombardo ad un misero 9%, meno 4% rispetto alle regionali. Boni non fa misteri: “Abbiamo perso due a zero”. Salvini è ancora più chiaro: “Nei prossimi 15 giorni parliamo della città, non delle Br”.

E nel centrodestra comincia la resa dei conti prima ancora che sia finito lo spoglio. Se i big tacciono, dentro al partito c’è chi dà la colpa alla strategia aggressiva del premier, chi spara sulla Lega. E chi, come Gasparri e Verdini, ammette debolmente il forfait ma preferisce guardare alla pagliuzza in casa del centrosinistra piuttosto che la trave in casa propria. Berlusconi, dal canto suo, non si mostra e non parla ufficialmente, ma dall’entourage trapelano l’insoddisfazione e l’irritazione verso Pisapia, da un lato, e la Lega dall’altro. Il premier è seccato per i continui distinguo del Carroccio, e un confronto a due con Bossi diventa inevitabile. Persino ad Arcore, a casa del Cavaliere, il Pdl non tiene e si presenterà al ballottaggio sconfitto al primo turno dal Pd.

Nel centrosinistra, del resto, tutti festeggiano la vittoria. A partire dal segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani, che in conferenza stampa ha commentato il “boomerang” della strategia del centrodestra. Pisapia dal canto suo si presenta due volte davanti ai giornalisti. Quasi intimidito dal successo sorride di continuo e poi dice sicuro: “Manca un piccolo passo, vinceremo sicuramente”.

E oltre a Milano, il Pd si prende Torino con Fassino che vola – a metà scrutinio – al 57% dei voti. Bene Trieste, dove il centrosinistra va al ballottaggio e il Pd è il primo partito in città con il 22%. Bene Cagliari, dove dopo anni di strapotere del centrodestra, le due coalizioni vanno appaiate al ballottaggio. Bene, nel male, anche Bologna. Il candidato delle gaffe, Virginio Merola, si gioca la vittoria al primo turno all’ultimo voto. Mentre chi gioisce pesantemente è il Movimento 5 stelle: 3,5 per cento a Milano, 5 per cento a Torino. Dieci per cento a Bologna.

Male, per il centrosinistra, va veramente solo Napoli. Morcone si ferma attorno al 20%. De Magistris prende il 25% e va al ballottaggio contro il debolissimo Lettieri, che rimane attorno al 40% e non sfonda, neanche dopo 5 anni di emergenza rifiuti, neanche dopo la confusione delle primarie e le fratture interne al centrosinistra. Il candidato Idv parla di “successo incredibile”. Morcone, chapeau, si limita a dire che evidentemente il suo rivale/alleato ha “raccolto più credibilità” di lui. Resta da vedere cosa il Pd deciderà di fare tra 15 giorni, quando l’unità della coalizione sarà fondamentale per non regalare la città al centrodestra, laddove il centrodestra non è riuscito a vincere da solo.

Se a Napoli Pd e Idv rischiano la frizione, è spaccatura annunciata dentro al terzo polo. Ridimensionato, non determinante a Milano, a Torino, a Bologna, sorpassato spesso dal 5 stelle nei comuni maggiori, il connubio Fli, Api, Udc incassa voti pesanti solo a Napoli, dove si attesta intorno al 10%. E se Bocchino parla apertamente di“fine del berlusconismo”, dentro a Futuro e Libertà già si vede la spaccatura di fronte alla scelta da tenere al ballottaggio. Urso e Ronchi, colombe del partito di Fini annunciano: mai con la sinistra al ballottaggio. Della Vedova nicchia. Lo stesso Bocchino interviene per dire che si farà quel che si deve. Alla fine il partito veleggia verso la libertà di voto che nasconde l’incapacità di decidere per non uccidere quel che resta del progetto.

L’affluenza generale – La percentuale dei votanti è stata del 71,09% per le comunali e di circa il 59,63% per le provinciali, con un calo medio di circa l’1,5%%.

Tutti i risultati delle elezioni sono disponibili in tempo reale sullo speciale del fattoquotidiano.it. Per commentare in diretta è sufficiente avere un account facebook, yahoo o hotmail.

ilfattoquotidiano – 17 Maggio 2011 ore 08:27



Arts guide: exhibits in Italy

The following is a city-by-city guide to some of Italy’s art exhibitions: AREZZO – Palazzo Vescovile: Giorgio Vasari, ‘Santo E’ Bello’; religious works; until December 30.

COMO – Villa Olmo: Boldini and the Belle Epoque, 60 works, until July 24.

CORTONA – Museo dell’Accademia Etrusca di Cortona (MAEC): 40 masterpieces of Etruscan art from Louvre, never before seen in Italy; until July 3.

FLORENCE – Casa Buonarroti: The School of the World; 22 drawings by Michelangelo and Leonardo compared; until August 1.

– Palazzo Strozzi: Picasso, Miro’, Dali’, Young and Angry: The Birth of Modernity; until July 17.

– Uffizi: Sketches by Fra’ Angelico, Botticelli, Mantegna, Raphael, Michelangelo, Leonardo; until June 12.

FORLI’ – Musei Civici di San Domenico: Melozzo da Forli’, 90 works by Renaissance master and contemporaries including Piero della Francesca, Botticelli, Perugino, Mantegna and Raphael; until June 12.

GALLARATE – Museo Maga: Alberto Giacometti, The Soul Of The 20th Century; until June 5.

MILAN – Pirelli Tower: ‘Gio’ Ponti: The Fascination of Ceramics’; until July 31.

– Triennale: ‘Gio’ Ponti, Expressions’; 250 works, until July 24.

– Palazzo Reale: Mimmo Paladino, 50 works including 30 large canvases, sculptures and installations; until June 26.

– same venue: bizarre 16th-century painter Giuseppe Arcimboldo; works on loan from Louvre, Munich, Madrid, New York, Stockholm and Kunshistorisches Museum in Vienna; until May 22.

– same venue: Impressionist Masterpieces From the Clark Collection; until June 19.

Museo Diocesano: ‘The Eyes of Caravaggio’, formative years from Venice to Milan with works by Lotto, Tintoretto, Titian the young artist would have admired; until July 3.

PAVIA – Castello: Leonardeschi, From Foppa to Giampietrino, 22 works loaned from Hermitage, many of them believed to be by Leonardo until end of 19th century; until July 10.

REGGIO EMILIA – city centre: 150 huge Italian flags marking 150th anniversary of Italian unity; until June 2.

ROME – Museo Fondazione Roma: The Unrepeatable Sixties; from Nouveau Realisme to Pop Art including Manzoni, Rotella, Schifano; until July 31.

– Quirinale: Renaissance madonnas; eight masterpieces; until June 19. – Museo di Roma in Trastevere: World Press Photo 2011; until May 22.

– Casa dell’Architettura: ‘Architecturing Unity’, 18 sketches of monuments telling story of Italian unification; until May 25.

– Palazzo delle Esposizioni: 100 works from Stadel Museum in Frankfurt including Tischbein, Corot, Monet, Degas, Renoir, Van Gogh, Cezanne, Redon, Munch, Ernst, Klee, Picasso; until July 17.

– Various sites: itinerary of significant places in Caravaggio’s life and career in Rome; until June 19.

– Vittoriano: ‘At the Roots of National Identity’, 200 works celebrating 150th anniversary of unity; national figures and symbols including Garibaldi, Manzoni, Verdi, Pirandello, Eleonora Duse, Futurism, Carducci, Caruso, Toscanini, Padre Pio, Marconi, Fermi, Neorealism, Fausto Coppi, Toto and Italy national soccer team; until June 2.

– Musei Capitolini: ‘Portraits, The Many Faces Of Power’, 150 Roman heads, busts, statues ranging from early terracotta works to deified images of imperial rulers; until September 25.

– Vittoriano: Tamara de Lempincka, The Queen Of The Modern, 120 works by Art Deco icon; until July 3.

– Scuderie del Quirinale: Lorenzo Lotto, 56 masterpieces by 16th-century Veneto painter, until June 12.

– Colosseum: Nero; until September 18.

– MAXXI: Michelangelo Pistoletto, From One To Many, 100 works, 1956-1974; until August 15.

– Galleria Nazionale d’Arte Moderna (GNAM): ‘Dante Gabriele Rossetti-Edward Burne Jones and the Myth of Italy in Victorian England’; 100 works loaned by major international galleries, many for first time in Italy; pre-Raphaelite works and masterpieces by Giotto, Botticelli, Titian, Veronese; until June 12.

– Sant’Ivo alla Sapienza: Caravaggio In Rome; previously unpublished documents and images rewrite artist’s life story; until May 15.

– Palazzo Incontro: Tiziano Terzani, 30 Years of Asia; 100 photographs, some unseen, by late writer and journalist; until May 29.

ROVERETO – MART: Impressionists and Post-Impressionists, 75 works loaned from Musee’ d’Orsay including Monet, Pissarro, Sisley, Renoir, Degas, Toulouse-Lautrec, Van Gogh, Gauguin, Vuillard, Denis, Courbet; until July 24.

TURIN – Reggia di Venaria: La Bella Italia, celebrating 150th anniversary of Italian unity; 350 works tracing various ex-capital cities including Florence, Turin, Milan, Genoa and Naples as well as Rome; plus art giants like Giotto, Donatello, Leonardo, Raphael, Michelangelo, Titian, Tiepolo, Canova, Bernini; until September 11.

VATICAN CITY – Vatican Museums, Salone di Raffaele: Faberge’, The Sacred Images; 140 works for the czars including nine Easter eggs; until June 11.

VENICE – Palazzo Grimani: three Old Testament masterpieces by Veronese; until July 24.

– Punto della Dogana, Francois Pinault Foundation: ‘Praise of Doubt’, 60 works by 20 contemporary giants including Maurizio Cattelan, Jeff Koons, Jeff Bauman, Adel Abdessemed, Marcel Broodthaers, Dan Flavin, Thomas Schutte and Charles Ray; until December 31, 2012.

photo: Mario Schifano, ‘Bicycles’

ansa

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Renaissance Madonnas fete restoration agency’s 20th year

A show of 15th-century Madonnas has opened at the Quirinale presidential palace in Rome to mark twenty years of national art restoration efforts.

It includes a Virgin with Child, discovered in Fiesole near Florence, so delicately and skillfully rendered as to be attributed to Renaissance master Filippo Brunelleschi, as well as later masterpieces by Jacopo Sansovino. Mounted in the so-called Sala delle Bandiere (Flag Room) at the presidential palace, the show is to be inaugurated on May 10th by Italy’s president, Giorgio Napolitano, to celebrate the 20-year anniversary of the Association for the Restoration of the Italian Artistic National Heritage (in its Italian acronym, ARPAI).

Curated by Louis Godard, the exhibit highlights the relationship between eight ‘model’ masterpieces and their derivations, showing how some works generated a following, sometimes executed in poorer materials and aimed at a broader, though not any less esthetically demanding, public. In the case of the Fiesole Madonna and Child, this polychrome terracotta statue dating to the beginning of the 15th century became the prototype of a vast series of specially commissioned artefacts, produced in the workshops of various masters.

Discovered by chance during a site visit at the Fiesole Bishopric, it was restored to its original splendor thanks to the Florence-based Pietre Dure workshop, which is financed by ARPAI.

The late art historian, Luciano Bellosi, tentatively attributed it to Filippo Brunelleschi (1377-1446), the architect, sculptor and engineer who invented linear perspective and, along with Donatello and Masaccio, was one of the three great initiators of the Florentine Renaissance.

This magnificent Madonna is the forerunner of many important 15th century works, five of which, chosen for their beauty as well as their strict adherence to the model, are on loan by museums, churches, and private collections in Tuscany. The show also includes two masterpieces by leading Venetian architect Jacopo Sansovino (1486-1570), who was admired by Palladio and Vasari: a high-relief monochrome terracotta Madonna and Child dating from 1555, unearthed in a villa near Padua, and a highly refined papier mache’ relief of the same subject, produced in the artist’s atelier. Both have been restored thanks to ARPAI funding. Founded in 1989, ARPAI has sponsored and overseen the restoration of almost 200 works of art throughout Italy.

The exhibit is on view until June 19.

ansa may 15 – 09:54 am

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Over 1,200 migrants arrive in Lampedusa, Gaddafi blamed

Italy accused besieged Libyan leader Muammar Gaddafi of people-trafficking on Friday after around 1,200 migrants from North Africa arrived on the southern Italian island of Lampedusa on six different boats.

Foreign Minister Franco Frattini told Corriere della Sera’s website that the migrant arrivals were a ”criminal instrument used by Gaddafi’s regime” against Italy for being part of an international alliance that is supporting Benghazi-based rebels.

Frattini said he expected the regime’s alleged role in organising people-trafficking to be included in a dossier the International Criminal Court is preparing on Gaddafi. How deadly crossing the Channel of Sicily can be was highlighted by United Nations refugee agency UNHCR Friday, which estimated 1,200 people had died in the Mediterranean this year trying to flee conflict-hit Libya. Most of the around 30,000 people to have landed in Italy this year following unrest in North Africa have arrived in Lampedusa, a favourite destination as it is nearer to Tunisia than Italy.

At first the majority of them came from Tunisia.

But the flow from that country has been largely stemmed by an agreement Italy reached with the new government in Tunis offering aid and assistance in exchange for stiffer maritime checks and repatriations.

It is still not clear whether the six vessels that landed in Lampedusa on Friday included one that launched an SOS call in the night before all trace of it was lost.

NATO said it had rescued another boat carrying around 150 people that was in grave difficulty during the night near Tripoli. The migrant crisis has caused diplomatic friction between Italy and its European neighbours, especially France.

Italy has accused its European partners of not doing enough to help before angering them by issuing many of the migrants with temporary residence visas that enabled them to move freely within the 25-state Schengen area.

The tension has subsided after Italian Premier Silvio Berlusconi and French President Nicolas Sarkozy agreed at a bilateral summit this month to seek changes to the Schengen Treaty to allow for the ”temporary reinstatement” of state borders in certain cases.

These changes were accepted at the European level.

But Italy still feels it has been largely left alone to handle the problem and Frattini and Interior Minister Roberto Maroni both called on the EU to do more Friday.

”A month ago Europe promised initiatives that still have not been adopted and refugees continue to arrive from Libya,” Maroni said.

ansa 05/14/2011 – 09:54 am

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Pdl e Lega nord. Amici a Roma. Nemici a Gallarate

A una settimana dal voto amministrativo le scorribande gallaratesi dei big della politica si stanno facendo sempre più frequenti. In città, tra un comizio, un manifesto e un colpo basso, il clima che si respira è da resa dei conti. Qui tra Lega e Pdl, alleati in campo nazionale, non corre buon sangue. I leghisti sono in opposizione da quattro anni e a questo appuntamento elettorale si sono presentati con un proprio candidato sindaco, non uno qualunque, ma la consigliera Rai Giovanna Bianchi, voluta proprio da Umberto Bossi. Lega e Pdl corrono divisi e si comportano da nemici giurati, secondo alcuni potrebbero essere le prove generali di un divorzio su larga scala. Infatti, quella che poteva essere archiviata come una bega da politica locale, viene invece gestita dai suoi protagonisti come un confronto all’ultimo sangue. Nei giorni scorsi Umberto Bossi si è fatto vedere per due volte nel centro della cittadina, recandosi al Lega Point di piazza Libertà e trascorrendo una mattinata assieme ai militanti della “seziun da Galarà”. Pare inoltre che il Senatur se la sia presa per la scelta del Pdl di schierare un candidato che porta il suo stesso cognome: Bossi (Massimo). Sulla questione si racconta anche di una telefonata del Bossi leghista a Berlusconi: “Anche se hai messo uno che si chiama come me, qui a Gallarate vinco io”. Qui i dissapori sono così profondi e marcati che il Carroccio, per strappare al Pdl una sua roccaforte storica, ha scelto di allearsi con una lista sponsorizzata da Futuro e Libertà (ma pare che tra i militanti del Carroccio non si parli molto volentieri dell’argomento).

E anche i temi della campagna vanno ben oltre i limiti del politicamente corretto. Per questa competizione la Lega sta rispolverando tutto il proprio vecchio repertorio, senza risparmiare colpi sotto la cintola ai suoi nemici-alleati del Pdl. In città sono comparsi dei manifesti molto più che allusivi, si dice vergati dallo stesso Senatùr. Oltre ai più miti: “Gallarate libera”, sembra che i preferiti del leader leghista siano quelli che recitano: “Gallarate senza mafie”, slogan ripetuto anche sui banner elettorali messi in rete sui giornali locali, che scandiscono il messaggio ad intermittenza: “Bossi – dice – Gallarate senza mafie”. Se a qualcuno fosse rimasto qualche dubbio sui destinatari, c’è anche un manifesto più esplicito ed articolato. Sotto alla scritta: “Più amministratori in comune, meno amministratori in procura”, c’è il disegno di un’auto della polizia che viaggia a sirene spiegate spandendo il suono stridulo delle sirene: “Ni-noo! Ni-noo!”, un’evidente allusione all’uomo forte del Pdl locale, Nino Caianiello.

Di fronte a questi attacchi non serve certo un fine analista politico per rendersi conto che la partita elettorale di Gallarate è macchiata da forti contraddizioni, non solo in relazione alla politica nazionale, ma anche rispetto a quello che avviene nelle altre città della provincia (vedi Varese o Busto Arsizio) dove il Carroccio corre in tandem con il Pdl ed ha trattato le alleanze con gli stessi personaggi che vengono duramente attaccati a Gallarate: “Noi abbiamo una linea politica precisa e in base a questa scegliamo posto per posto con chi allearci – ha detto il segretario provinciale della Lega Nord, Stefano Candiani – dovrebbe essere invece il Pdl a chiedersi il perché di questa asintonia su Gallarate. Non è questione di un personaggio in particolare, ma di un sistema che non ci appartiene. Oggi ci troviamo divaricati, per posizioni che negli anni si sono estremizzate. Qui si è radicato un sistema che non lascia alternative, un’impostazione che potrebbe essere ritenuta quantomeno clientelare”.

Che al Pdl di Gallarate vengano contestate clientele e una gestione poco trasparente della cosa pubblica, non è un fatto nuovo. Ma nessuno si era mai spinto a tappezzare i muri della città con manifesti che parlano apertamente di mafia. “I manifesti sono generici e allusivi, perché se fossero stati più espliciti avrei querelato – ha detto lo stesso Nino Caianiello -. Se la Lega ritiene di alzare i toni in questo modo vuol dire che ha poche idee e molto confuse. Saranno gli elettori di Gallarate a giudicare questi comportamenti. I gallaratesi sanno di vivere in una realtà che tutto è fuorché mafiosa. Alla Lega dico che più di lanciare allarmi generici dovrebbe rivolgersi alle sedi opportune, e fare accuse circostanziate. Io ho una grande stima per Umberto Bossi, che assieme a Berlusconi ha fatto la storia di questo paese. Purtroppo in questo momento Bossi è contornato da persone che non gli hanno detto la verità e prima o poi dovranno risponderne direttamente a lui. Mi stupisce che certe accuse vengano da chi si era inorridito di fronte alle affermazioni di Saviano e Vendola, oggi la Lega si sta comportando come loro. Mi sembra una situazione contraddittoria e confusa, ma i cittadini di Gallarate non sono stupidi e sapranno valutare”. La questione non è certo conclusa e che finisca in un modo o nell’altro è certo che i colpi sparati in campagna elettorale lasceranno delle ferite dure da ricucire, anche se resta da capire quanto sono profonde.

di Alessandro Madron


Al Palasharp in 4mila ascoltano B. Grillo a Bologna ne fa 15mila

A Milano per vedere il comizio del premier sono accorse 4mila persone. Nello stesso palazzetto dove ne erano arrivate ben 6mila in più per la manifestazione con cui Libertà e Giustizia aveva chiesto le dimissioni di Berlusconi il 5 febbraio scorso. E quando oggi, dopo un’ora di discorso, il Cavaliere ha ripreso il suo ormai consueto ritornello contro i pm, tra i fan è serpeggiata la stanchezza e il Palasharp ha iniziato a svuotarsi. Intanto, la security ha preso e trascinato dietro il palco un contestatore settantenne, salvato dall’intervento dei carabinieri (leggi l’articolo). Nelle stesse ore in cui Berlusconi ha attaccato magistratura e sinistra, a Bologna Beppe Grillo ha riempito piazza Maggiore. In 15mila sono venuti ad ascoltarlo lanciare il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle, Massimmo Bugani, e promettere: “Rovineremo i giochi a tutti” (articolo di Antonella Beccaria e Nicola Lillo, video di Giulia Zaccariello)

ilfattoquotidiano

ECCO CHI SONO I 9 NUOVI SOTTOSEGRETARI NOMINATI DAL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Dopo mesi di annunci il “rimpastino”, come lo ha definito Silvio Berlusconi, è arrivato con nove nuovi sottosegretari per rinsaldare la maggioranza e “premiare” quanti si sono spesi il 14 dicembre per sostenere l’esecutivo in occasione del voto di sfiducia alla Camera. Sono stati nominati sottosegretari gli ex finiani Catia Polidori, Roberto Rosso e Giampiero Catone, i Responsabili Bruno Cesario e Riccardo Villari. Alla tranche di nomine di aggiunge quella di Massimo Calearo, nominato consigliere personale del Presidente del Consiglio. Dall’infornata governativa sono rimasti fuori molti che attendevano invece di poter essere inseriti nell’esecutivo. E i malumori non sono tardati a farsi sentire. Mario Baccini e Giuseppe Galati dei Cristiano popolari, che avevano sostenuto il premier e a cui erano stati promessi degli incarichi, si sono fatti sentire: “Prendiamo atto che gli impegni assunti dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non sono stati mantenuti”. Ma certo i posti erano quelli, i pretendenti tanti. Ecco chi sono i nove che hanno conquistato la poltrona.

Roberto Rosso, sottosegretario all’agricoltura. Entra in politica giovanissimo, ad appena 19 anni si iscrive alla Democrazia Cristiana. Nel 1994 aderisce a Forza Italia e viene eletto alla Camera per la prima volta, poi confermato fino a oggi. E’ stato anche coordinatore regionale di Forza Italia in piemonte e nel 2001 si candida sindaco di Torino contro Sergio Chiamparino, perdendo al ballottaggio. Poi entra nel Pdl, nel 2008. Ma quando Fini decide di uscire dalla maggioranza, Roberto Rosso lo segue iscrivendosi al gruppo di Futuro e Libertà. Votando anche la mozione di sfiducia al governo del 14 dicembre scorso. Poi, il 17 febbraio 2011, lascia Fli e torna nel Pdl, dopo aver incontrato Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli.

Luca Bellotti, sottosegretario al welfare. Imprenditore prestato alla politica, viene eletto con Alleanza Nazionale poi con il Pdl alla Camera nel 2008. Nel luglio 2010 esce dal partito di Berlusconi e si iscrive a Futuro e Libertà. Ma torna nel Pdl a metà febbraio.

Daniela Melchiorre, sottosegretario allo sviluppo economico. Nata nella Margherita, poi passata nei Liberal Democratici con Lamberto Dini, si allea con il Pdl, poi si iscrive al gruppo misto, trasloca nel Terzo Polo e, infine, ritorna nel Pdl. Giravolta dopo giravolta arriva finalmente a un posto di sottosegretario. Già nel 2006 con il governo Prodi era stata nominata tecnico sottosegretario alla giustizia, ma l’esecutivo durò poco. Così la poltrona. La 40enne magistrato militare, a Verona poi a Torino, nonché eletta “parlamentare più sexy” dai camionisti italiani, non si è mai preoccupata molto delle critiche ricevute dai colleghi a Montecitorio che la vedono traslocare da una parte all’altra dell’emiciclo. Il ritorno nelle braccia di Berlusconi è avvenuto ad aprile, con il voto in aula a favore del conflitto di attribuzione nel caso Ruby.

Catia Polidori, sottosegretario all’economia. “Non tornerò mai nel Pdl”. Non ha fatto neanche in tempo a dirlo, il dieci dicembre al termine di una cena con Gianfranco Fini, che Catia Polidori aveva già salutato Futuro e Libertà per votare insieme alla maggioranza il 14 dicembre la fiducia al governo. Polidori, uscita poi rientrata nel Pdl, da mesi aspettava una nomina. Che ora è arrivata. Anche a risarcimento degli “attacchi” subito dalla stampa quando i giornali hanno scoperto il suo legame con il fondatore e padrone del Cepu, Polidori, fino a immaginare una parentela fra i due. L’onorevole Angela Napoli denunciò: “Catia Polidori ha votato con il governo la riforma universitaria che parifica le università private alle statali solo per aiutare il suo parente proprietario del Cepu”. Lo stesso premier, del resto, il 19 luglio, parteciò a Novedrate a un’iniziativa all’Ecampus, l’ateneo del Cepu, pochi giorni dopo la riforma voluta dalla Gelmini.

Bruno Cesario, sottosegretario all’economia. Nato politicamente nella Democrazia Cristiana, poi passato ai Popolari e nella Margherita, Bruno Cesario è stato tra i fondatori del Pd, poi dell’Api di Francesco Rutelli e infine dei Responsabili insieme a Domenico Scilipoti e Massimo Calearo.

Aurelio Misiti, sottosegretario alle infrastrutture. Eletto alla Camera nella lista dell’Italia dei Valori Salvatore Aurelio Misiti è poi passato prima al Movimento per l’autonomia poi si è iscritto al gruppo misto e ora sostiene la maggioranza. Fu tra i firmatari della mozione di sfiducia al governo Berlusconi il 14 dicembre, per poi invece sostenere l’esecutivo.

Riccardo Villari, sottosegretario ai beni culturali. Eletto nel Partito Democratico Villari nel 2009 venne arrivò alla presidenza della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai grazie ai voti del centrodestra. Espulso dal Pd, fu sostituito da Sergio Zavoli in commissione, ma solo dopo giorni di tira e molla sulle dimissioni dall’incarico. Doveva rassegnarle ma proprio non voleva. Le aveva invocate Veltroni, imitato poi dai presidenti di Camera e Senato. Persino Berlusconi è intervenuto a suggerirgli che conveniva se ne andasse. Lui ha resistito settimane prima di cedere. Poi, non potendo tornare nel Pd, si è iscritto al gruppo Misto per poi entrare nel Movimento per l’autonomia, lasciandolo per approdare al gruppo dei Responsabili di cui oggi è presidente al Senato.

Antonio Gentile, sottosegretario all’ambiente. Nato politicamente in Forza Italia e poi eletto nel Pdl non ha mai cambiato casacca.

Giampiero Catone, sottosegretario allo sviluppo economico. Da politico è passato dal Ccd al Pdl per poi aderire a Fli e ritornare da Berlusconi per il voto di fiducia del 14 dicembre. Più note le sue vicende giudiziarie. E’ stato arrestato nel 2001 per associazione a delinquire finalizzata alla truffa aggravata, falso, false comunicazioni sociali e bancarotta fraudolenta pluriaggravata: due bancarotte da 25 miliardi di lire l’una e 12 miliardi di finanziamenti a fondo perduto ottenuti, secondo l’accusa, dal ministero dell’Industria con carte e perizie false. E’ stato rinviato a giudizio. Lo è stato anche a l’Aquila, sempre per bancarotta fraudolenta. La stessa procura, inoltre, ha chiuso un’altra indagine che vede Catone indagato per estorsione, con il fratello Mario, dipendente di banca Intesa, per aver spillato 118 mila euro al alcuni dirigenti della società Merkel, millantando interventi politici per risolvere i guai finanziari dell’azienda.

ilfattoquotidiano 7 Maggio 2011 ore 07:51

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