Diocesi di Orvieto: il vescovo decide di ordinare prete il giovane diacono Luca Seidita, ma il Vaticano glielo proibisce. Il vescovo obbedisce, ma il giovane si suicida. E il Vaticano punisce il vescovo

DIMISSIONATO IL VESCOVO DI ORVIETO
PER L’ORDINAZIONE DI CANDIDATI “NON IDONEI”

36044. ORVIETO-ADISTA. Diocesi di Orvieto: il vescovo decide di ordinare prete il giovane diacono Luca Seidita, ma il Vaticano glielo proibisce. Il vescovo obbedisce, ma il giovane si suicida. E il Vaticano punisce il vescovo rimuovendolo dalla sua carica episcopale. Certo non avrà fatto piacere al Vaticano il dissenso pubblicamente espresso da mons. Scanavino, vescovo di Orvieto, rispetto alla decisione dei dicasteri vaticani di bloccare, rimandandola a tempo indeterminato, l’ordinazione sacerdotale di Luca Seidita; e Luca, ventinovenne, già diacono e nell’ultimo anno segretario del vescovo, scoraggiato e deluso per quel no, il 30 novembre scorso si è ucciso. Il giovane al suo computer aveva lasciato scritto – insieme ai ringraziamenti al vescovo che lo aveva accompagnato in Vaticano sperando in una diversa soluzione («ma non c’è stato niente da fare», aveva commentato Scanavino) e con la richiesta di perdono per la sua fragilità -: «Volevo diventare sacerdote. Tutta la mia vita è stata dedicata a questo. Mi è stato negato».

Per la Santa Sede il diacono «non era maturo» per il sacerdozio. In realtà, per le voci e le delazioni di sospetta omosessualità. Secondo il procuratore di Orvieto Francesco Novarese, «alcune leggende metropolitane (…) raccontavano che fosse omosessuale. Alcune malelingue sostengono che si potrebbe essere suicidato proprio per quello». Malelingue anche per il vescovo: «Né nei documenti seminaristici né nel comportamento del diacono – ha affermato – era mai emerso alcun elemento di omosessualità». «Per me era pronto a diventare prete», ha detto mons. Scanavino nel comunicato con cui annunciava che l’ordinazione del diacono era sospesa, ammettendo apertis verbis «divergenze di valutazione, com’è logico che ci siano in una comunità plurale».

Quando ha cominciato a circolare la voce sull’allontanamento del loro vescovo, i fedeli orvietani si sono mobilitati, sia con fiaccolate di solidarietà, sia inviando una lettera al papa, in calce alla quale il 26 febbraio sono state raccolte circa 700 firme per esprimere «sentimenti di smarrimento e impotenza misti a rabbia e dolore di fronte al solo pensiero di subire una grande ingiustizia».

E li ha incontrati mons. Scanavino i suoi fedeli, accorsi numerosi e plaudenti il 5 marzo, per comunicare loro il suo allontanamento. E lì, senza mai un cenno polemico con Roma, ha parlato delle divisioni verificatesi negli ultimi anni nella diocesi orvietana, «un cancro», ha detto, «che bisogna curare, anche con il bisturi».

La parola al vescovo

Che sia questa la “grave causa” che lo ha costretto alle “dimissioni”? In un’intervista del 7 marzo al quotidiano genovese, Il Secolo XIX, lo stesso vescovo spiega: «Le cose non andavano bene già da un paio d’anni. Qui in diocesi abbiamo una comunità di sacerdoti che servono una zona di montagna… undici parrocchiette. La comunità ha accolto nel tempo alcuni giovani. Per non creare disguidi con il seminario ufficiale, che è ad Assisi» e presso il quale avrebbero dovuto risiedere, «ho deciso di mettere ordine chiudendo questo tipo di esperienza. E sistemando, naturalmente, quei quattro o cinque giovani che c’erano» ordinandoli sacerdoti. Però qualcuno ha subito scritto a Roma che non erano adatti». Perché, chiede il giornalista, per «dicerie, malignità su presunti e particolari orientamenti sessuali?». Affermativa la risposta: «Proprio quello», anche per Luca Seidita («ma su di lui avrei messo la mano sul fuoco, era stato con noi cinque anni e per dodici mesi, addirittura, mio segretario particolare. Supponevo di conoscerlo bene»). «Quando dicono che sei così, sei fritto… Sono problemi delicati, diventano un cavallo di Troia». «Diciamo – aggiunge a mo’ di spiegazione – che se io me ne fossi andato avrei fatto un piacere a diverse persone». Non fa nomi, si limita ad un generico «certi contrasti avvengono sempre all’interno della Chiesa. Magari all’inizio c’è chi ha intenzione davvero di fare pulizia, non dico di no… Però poi viene strumentalizzato. Anche in questo caso, forse, c’era qualcuno che dietro alla sete di verità era animato dalla volontà di…». Prendere il suo posto?, suggerisce il giornalista. «Bravo! Ah! Ah! Ah! Proprio questo!», conviene mons. Scaravino.

Ma a chi può far gola la diocesi di Orvieto? L’arcano, sempre che il sospetto di Scaravino sia corretto, per ora rimane irrisolto (e non è detto che se ne verrà a capo in futuro): il papa intanto ha nominato temporaneamente un amministratore apostolico ad nutum Sanctae Sedis (risponde solo alla Santa Sede, neanche alla Conferenza episcopale umbra) nella persona di mons. Giovanni Marra, pensionato come vescovo (ultima sede, la diocesi di Messina) e come generale di Corpo d’Armata, titolo che spetta all’Ordinario militare (Marra ha ricoperto questo incarico dal 1989 al 1996).

Parlano anche altri fatti

Fin qui, dunque, il punto di vista del vescovo sugli eventi che l’hanno riguardato. Ma parlano anche altri fatti.

Mons. Scaravino è un vescovo stimato in diocesi per la sua bontà, il tratto amichevole ed empatico, (un po’ meno per la sua capacità di gestione amministrativa, pronto com’è ad entusiasmarsi e ad imbarcarsi in imprese di interesse sociale e pastorale con una però insufficiente copertura economica), per la fiducia nella capacità di miglioramento e realizzazione di persone con esperienze anche problematiche alle spalle. Proprio come nel caso di Luca Seidita che, approdato al seminario di Assisi, era però stato ritenuto da questa struttura non idoneo al percorso per l’ordinazione sacerdotale; situazione analoga a quella di altri seminaristi provenienti da varie regioni. Tali aspiranti, in maggioranza anch’essi reduci da fallimentari esperienze seminariali, sono allora stati presi in carico da sacerdoti diocesani, particolarmente attivi in campo sociale, che li hanno “formati” venendo così a costituire una sorta di seminario parallelo (Seidita ha passato due anni in una delle parrocchie di San Venanzo e tre in quella di Ficulle). Mons. Scanavino ha dato il suo entusiastico consenso a questa esperienza, fino ad ordinare tre di questi giovani. È da presumere che dallo stesso seminario, di fronte all’annuncio della quarta ordinazione “sconsigliata” – quella del Seidita –, si siano rivolti alla Santa Sede che l’ha poi vietata. D’altronde, l’esperienza del “seminario parallelo” era già nota al Vaticano: un visitatore apostolico si era recato ad Orvieto a giugno per indagare la faccenda; un secondo visitatore apostolico si era presentato a fine agosto: oggetto dell’indagine, direttamente il vescovo. (eletta cucuzza – adistanotizie 21 2011)

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