Cortei, manifestazioni, assemblee: non c’è un fine settimana senza un’iniziativa di segno anti governativo. Per converso pare che Berlusconi non traballi neanche più. C’è qualcosa che non funziona?

di Andrea Fabozzi
IL POLITOLOGO Mastropaolo: i diritti non sono un fatto individuale
«Il potere si è blindato, è democrazia dei pochi»
«La democrazia è una causa persa?» si chiederà il prossimo libro (Bollati Boringhieri) di Alfio Mastropaolo, politologo dell’Università di Torino che da alcuni anni ha concentrato la ricerca sul populismo e l’antipolitica. Convinto che non ci sia nulla di più lontano dai movimenti che, per dire l’ultima, oggi tornano in piazza. «Al contrario, la ripresa di partecipazione è la dimostrazione che la gente non odia affatto la politica. Ha solo cambiato il modo di farla».

Cortei, manifestazioni, assemblee: non c’è un fine settimana senza un’iniziativa di segno anti governativo. Per converso pare che Berlusconi non traballi neanche più. C’è qualcosa che non funziona?
Purtroppo credo di sì. La partecipazione alla quale assistiamo per quanto grande nei numeri, anche più grande di quanto accadeva nei famosi anni Settanta, è meno temibile per il potere perché non riesce a incepparne i meccanismi. Questo accade perché il sistema si è in qualche modo immunizzato. Tanti, troppi, anche molti dei quali adesso si ritrovano nelle piazze, hanno sostenuto in passato la necessità di rafforzare il potere dell’esecutivo e ampliare gli spazi del governo in nome dell’efficienza e della governabilità. Ecco il risultato. La politica di palazzo si è blindata rispetto ai processi di mobilitazione. Il potere dei grandi numeri è stato come disattivato. Questa è una democrazia dei piccoli numeri e dei potentati.

Per questo nel suo nuovo libro lei sostiene che si tratta di «un’invenzione imperfetta?»
Estremizzo, ma penso che la democrazia piaccia a troppi. Piaceva a Bush e piace a Berlusconi. L’abbiamo sopravvalutata. In fondo è l’hardware: il principio di maggioranza e il suffragio universale cioè due cose estremamente facili da manipolare. Conta di più il software: la politica. Adesso anche gli ultimi socialisti sono diventati democratici, cosa vuol dire? È una cosa vaghissima. La democrazia è un ombrello che serve a tutti e non ripara nessuno.

Eppure, ad esempio nelle recenti vicende del contratto Fiat, c’è chi ha visto addirittura una ripresa del conflitto di classe.
Per troppo tempo le classi sono state seppellite. Il postfordismo le ha messe in crisi, ma a cancellarle del tutto dalla scena sociale e politica è stata la rappresentazione prevalente della nostra democrazia come un fatto di individui. Magari anche di poveri e di esclusi, ma sempre individui. Nessuno si è più posto il problema della democrazia come un processo di costruzione di una società più giusta e più uguale. E il problema tutt’al più è stato il modo di assicurare a tutti la fruizione dei loro diritti personali.

Non le pare che l’enfasi sui diritti piuttosto che sull’uguaglianza sia un tratto distintivo anche dei movimenti antigovernativi?
C’è questo rischio effettivamente. Per dire, oggi si manifesta in difesa della Costituzione e certamente è un’ottima cosa, ma la Costituzione si può interpretare in tanti modi. Come un’insieme di libertà – di informazione, di opinione per citare quelle sulle quali si insiste di più – o come un modello di società. La Costituzione è un progetto di trasformazione. Ha una dimensione collettiva che mi pare sia andata perduta. Intendiamoci, non per questo cessiamo di essere una società. Ma preferiamo raccontarci come una società formata da gente che si fa i fatti suoi.

Il populismo di Berlusconi non c’entra nulla con questo?
Quello di Berlusconi è un falso populismo, anti popolare per dire così. E un fenomeno che parte dall’alto, non è inclusivo ma esclusivo. È un populismo per le classi abbienti o che si ritengono tali e che soprattutto vogliono rimanerlo. Anche gli strappi mediatici di Berlusconi non devono confondere: non cerca di convincere quelli che non lo hanno mai votato, piuttosto tiene desto il suo elettorato. Sa perfettamente che le elezioni oggi non si vincono conquistando gli altri ma non disgustando troppo i propri, come ha finito col fare il centrosinistra.

E lei pensa che Berlusconi potrebbe persino riuscirci ancora?
Intanto bisognerebbe smetterla con le rappresentazioni di comodo del Pdl come un partito di plastica. È una macchina d’acciaio. Il centrodestra ha un’organizzazione fortissima che Berlusconi ha recuperato mettendo insieme antichi network democristiani e socialisti. Ha dato una coerenza a questa vecchia trama organizzativa. Una coerenza certo molto modesta ma si sa che la destra è meno schizzinosa della sinistra.

Questa solidità di fondo autorizza a credere che il passaggio di mano non sarà troppo traumatico per il centrodestra?
È probabile che caduto il principio di equilibrio, i generali di Berlusconi come quelli di Alessandro cominceranno a litigare. Ma non possiamo illuderci che sparito lui sparisca il problema. Quel blocco conservatore resterà e Tremonti potrebbe raccoglierne bene l’eredità. Non sottovalutiamo il ruolo della chiesa cattolica che in questi anni ha concesso tutto al centrodestra. E non sopravvalutiamo nemmeno il Pd che un suo progetto alternativo di società non ce l’ha. I democratici sono ancora convinti che fare politica si risolva nello scegliere il candidato giusto.

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