La Chiesa di Roma, dal Concilio Vaticano II al nuovo cardinale vicario, Vallini, vista da un teologo e giornalista. Gianni Gennari (foto), un tempo prete poi graziato per sposarsi, ripercorre fatti e “misfatti” della Chiesa. 

Di Raffaele Gambari – affariitaliani

Gennari teologo
Gianni Gennari

La Chiesa di Roma, dal Concilio Vaticano II al nuovo cardinale vicario, Vallini, vista da un teologo e giornalista. Gianni Gennari, che lasciato il ministero sacerdotale, ha potuto sposarsi in chiesa senza scomuniche e senza diktat ecclesiastici, con il permesso “pro gratia” di Giovanni Paolo II ottenuto con la mediazione dell’allora card. Ratzinger – è una delle memorie storiche della Chiesa di Roma, la diocesi retta dal papa. Nato a Roma nel 1940, padre falegname ebanista, madre casalinga, da 15 anni è autore di una rubrica giornaliera su “Avvenire”, il quotidiano dei vescovi italiani. Collaboratore di emittenti radiofoniche e televisive, dal 1979 giornalista alla Rai e durante gli Anni ’80 editorialista di Paese Sera, quotidiano della sinistra del tempo, uno dei giornali storici di Roma che diede spazio ai cattolici di sinistra, come Piero Pratesi che ne fu condirettore,e che con Raniero La Valle fu consigliere comunale ai tempi delle prime giunte di sinistra. Ad Affaritaliani.it, lui che ha conosciuto più o meno da vicino cinque papi, (Roncalli, Montini, Luciani, Wojtyla e Ratzinger) svela anche le resistenze, che la diocesi di Roma e la Curia opposero al Concilio Vaticano II e giunge, fino ai tempi del nuovo vicario, il cardinal Vallini. E’ un lungo viaggio, in cui racconta le speranze del clero romano aperto al nuovo che indicava il Concilio, le resistenze anche vendicative di chi si aggrappava al vecchio, che Gennari affida alla rubrica “Roma che verrà” di Raffaele Gambari.

Lei ha attraversato in prima persona passato prossimo e presente della Chiesa di Roma e della sua diocesi, quella degli anni conciliari di Giovanni XXIII e di Paolo VI, delle comunità di base, di sacerdoti fortemente impegnati nel sociale come don Luigi Di Liegro, di cardinali vicari come Poletti, Ruini ed ora Vallini. Come è oggi la Chiesa romana, ha perso quella profezia di anni lontani o continua a praticarla nell’attività delle sue parrocchie e del suo volontariato?“Una domanda che interroga praticamente tutta la mia vita. Partiamo allora dal Concilio. La Diocesi di Roma in realtà ha resistito al Concilio e presto ci volle tutta l’energia di Paolo VI. Si rese conto ben presto che la spinta del Concilio era ostacolata all’interno delle strutture della diocesi romana e prima nel 1967, con il Seminario Minore, poi all’inizio del gennaio 68 fece praticamente una vera “rivoluzione” con intenzioni riformatrici. Il 12 gennaio 1968, da vescovo di Roma accolse le dimissioni del cardinale Traglia, che non le aveva date, e che anzi era appena tornato in Vicariato dopo una degenza ospedaliera, e nominò l’uomo di sua fiducia, monsignor Angelo Dell’Acqua, per trasformare la Diocesi secondo il disegno pastorale del Concilio. Questo – si sa – era stato una sorpresa sgraditissima alla Curia romana e in particolare alla struttura portante della diocesi di Roma, fino allora retta fondamentalmente da una visione chiusa di chiesa e di mondo, per qualche aspetto neppure ispirata al Vaticano I e a tutta la storia che da allora era già passata. Fino allora guidava la Diocesi il cardinale Luigi Traglia, succeduto da qualche anno al cardinale Clemente Micara. Traglia era buono e popolare, ma dal punto di vista teologico e pastorale il modo corrente  e dominante di vedere la Chiesa e il ministero era ispirato ancora alla visione non solo preconciliare, ma a quella della famosa scuola romana che aveva fatto dell’antimodernità ad ogni costo la regola fondamentale. Paolo VI era guardato ancora con il sospetto di  eccessiva apertura – quel sospetto che lo aveva tenuto lontano da Roma per quasi 10 anni, e che solo Papa Giovanni aveva allontanato facendolo cardinale e come indicandolo a tutti quale pastore saggio e capace di completare l’impresa del Concilio. Questo era passato, ma a Roma le resistenze erano forti e dominanti”.

Quali personaggi si opponevano al Concilio e con quali argomentazioni?“Figura centrale, dal punto di vista della formazione del clero, era ancora monsignor Piercarlo Landucci, già rettore del Seminario e guida di molti prelati del Vicariato e della stessa Curia, che vedeva il Concilio come un pericoloso passo verso il mondo. Egli sosteneva apertamente la tesi per cui il prete, come tale, non è solo un uomo, ma deve essere un “superuomo”, non aver bisogno di nessuno, diffidare di tutte le novità e di ogni concessione al pluralismo non solo dottrinale – cosa evidente – ma anche di opinabilità teologica e pastorale. Da questa visione discendeva tutto: quello che contava era il rispetto delle regole giuridiche, ascetiche, senza concessioni alla cultura moderna,  una visione statica, e il resto. Ovvie le simpatie politiche e sociali per una visione di destra, filoliberale e allergica a tutto ciò che diceva apertura sociale e simpatie per operai e poveri. La prima domanda che era rivolta come per un esame – personale esperienza mia proprio con mons. Landucci – ad un futuro prete in vista della ordinazione era se gli fossero più simpatici i liberali o i comunisti. Quando fu il mio turno risposi a Landucci che ero figlio di un operaio e per questo sentivo più vicini quelli che si dicevano di sinistra, comunisti compresi, e la cosa lo scandalizzò molto”.

E Roncalli e Montini come erano visti?
“Paolo VI era già arrivato, molto temuto e non proprio desiderato, nel 1963 e da molti in Curia e in Vicariato Giovanni XXIII era stato visto anche come un sognatore. Qualcuno aveva ritirato fuori nei suoi confronti, anche a proposito della prima sessione del Concilio, le vecchie accuse di simpatie con il modernismo, la sua amicizia personale e fraterna con Ernesto Bonaiuti e con don Giuseppe de Luca, e il Concilio stesso nel suo sviluppo iniziale, con i contrasti sulla Rivelazione e sugli schemi preparati dalla Curia, fu visto quasi come un tentativo di sovversione. A Roma prima del Concilio si era celebrato per volontà proprio di Papa Giovanni il Sinodo Romano. Il Papa lo aveva pensato e promosso come un grande rinnovamento della Chiesa di Roma, ma nei fatti fu solo una specie di consacrazione del vecchio. Un ricordo preciso: quando uscirono i documenti, in un volume rilegato in cuoio rosso, ero nella stanza di monsignor Ettore Cunial, vicegerente, che era stato il mio parroco fino dall’infanzia e mi aveva seguito fino allora, e lui lo prese tra le mani e mi disse: “Prendilo tu, perché a me non serve proprio”. Nulla di nuovo e di autenticamente innovatore, ma con una serie di prescrizioni, ovviamente in latino, sulla vita concreta: per esempio il prete mai solo con una donna, neppure in macchina, neppure se era la madre, neppure se era la sorella. Era poi vietato al clero “adire termopolia”, cioè entrare in un bar, andare allo stadio, e si doveva portare obbligatoriamente l’abito nero lungo con tutti quei bottoni, il cappotto o un mantello detto “ferraiolo”, e ovviamente il cappello rotondo. Su questo non si transigeva”.

Come per dire che Lefebvre non è nato dal nulla.“In sostanza dall’inizio degli Anni ‘60 la Diocesi di Roma era rimasta ferma, e durante il Concilio le simpatie erano ufficialmente per quella minoranza che aveva visto costantemente superati i propri timori. Non direttamente mons. Lefebvre, ma certo mons. Carli, vescovo di Segni – lo avevo conosciuto bene quando era rettore del Seminario e Vicario generale della Diocesi di Comacchio, dove era vescovo mons. Giovanni Mocellini, che per me è stato come uno zio di famiglia, e che poi mi aveva personalmente raccontato di averlo proposto all’episcopato anche perché in Diocesi era diventato un ostacolo ad ogni piccolo rinnovamento. Carli e molti altri, come del resto Lefebvre, vedevano aperture sconsiderate nell’ecumenismo dei cardinali Bea e Koenig, nell’apertura ai fratelli ebrei e fin dall’inizio nel nuovo modo di concepire il rapporto tra Tradizione e Scrittura. Giovanni XXIII aveva rimandato indietro quasi tutti gli schemi preparatori della Curia, perché in Aula erano stati accolti molto male, e fu celebre il discorso del cardinale di Colonia Frings, che poi si seppe era stato preparato anche, se non soprattutto dal suo giovane perito teologo Joseph Ratzinger. Io ricordo che in quegli anni, dal ’65 al ’75, nominare Ratzinger in certi ambienti curiali romani, Università del Laterano e Vicariato compreso, voleva dire far digrignare i denti a molti: era considerato un pericoloso teologo d’Oltralpe, come Rahner, Schillebeekx e altri”. Del resto in pieno Concilio l’allora rettore della Pontificia Università Lateranense, mons. Piolanti, durante le sue lezioni, davanti all’aula piena più volte ebbe a dire che Paolo VI, poiché affermava che la Chiesa era insieme “santa e peccatrice”, “in hoc haereticus, sicut Luterus” (in questo era eretico come Lutero)!”.

Insomma una diocesi che guardava al passato mentre il Concilio si rivolgeva al futuro, quasi che i papi fossero di sinistra?“Tornando alla Diocesi, era noto anche che Papa Giovanni aveva pensato di fermarsi in qualche modo anche al Laterano per essere, come era, ma anche per mostrarsi maggiormente vescovo di Roma, ma la cosa rimase un suo sogno. La realtà diceva che tra la Diocesi di Roma e la Santa Sede postconciliare, quella di Giovanni XXIII e Paolo VI la distanza restava molta. A Roma contava ancora il filone che veniva dal Vaticano I, che poi si era espresso nella politica antimodernista che all’inizio del secolo scorso aveva sancito che l’unico compito della teologia era ripetere la tradizione e le tesi del magistero strettamente dottrinale, prese in assoluto anche quando toccavano materie opinabili e in evoluzione culturale. In questa prospettiva il magistero detto “sociale”, da Leone XIII che aveva “addirittura” parlato del diritto di sciopero, e che aveva prodotto la Mater et Magistra e la Pacem in Terris, era guardato con sospetto. Non parliamo poi della “Populorum Progressio” di Paolo VI, del 1967, che fu guardata con sospetto e ostilità come concessione papale alle dottrine di sinistra estrema. L’importante, in Diocesi, era ribadire il passato – cosa comprensibile e necessaria nei limiti della vera dottrina – ma la cosa avveniva anche in pastorale, e soprattutto in politica e nell’atteggiamento sociale ove si ribadiva ogni alleanza che aveva fatto sì che la Chiesa contasse anche dal punto di vista politico, identificandosi con una sola parte, che era quella della Dc del tempo, ma con attenzione esclusiva alla sua parte moderatissima, direi di destra e di ossequio formale, anche se poi in realtà era la più gelosa dei suoi privilegi sociali e anche ecclesiastici”.

E Paolo VI?“Paolo VI era su tutt’altro terreno, anche culturale e teologico. Per esempio erano noti i suoi dubbi antichi sulle materie concordatarie. Egli nel 1929, il giorno la firma del Concordato con Mussolini, aveva scritto una lettera al fratello in cui diceva che coloro che pensavano avevano anche molti dubbi in proposito. Personalmente ricordo che nel 1970, per una circostanza del tutto casuale, ero nello studio del cardinale vicario, Angelo Dell’Acqua, quando gli arrivò una telefonata da mons. Macchi che gli parlò per la prima volta dell’incarico, da parte del Papa, ad andare a Porta Pia, per quel 20 settembre centenario dell’evento, a celebrare una Messa di ringraziamento. Cosa che poi avvenne effettivamente. Erano anche note le vicende passate proprio da Montini, per esempio alla guida della Fuci, quando lui come assistente era stato sostituito da monsignor Pizzardo, e come presidente il suo allievo Aldo Moro era stato sostituito da Giulio Andreotti, la sua stima per Maritain e la teologia francese, a Roma guardati con sospetto. Questi erano segni del futuro, ma anche per questo lui nel 1953 era stato “promosso” a Milano. Pio XII aveva ascoltato quelli che lo vedevano troppo sbilanciato verso la modernità, i Pizzardo, gli Ottaviani, i Canali, e lo aveva voluto successore del card. Schuster, ma non lo aveva fatto cardinale. Quel 21 giugno del 1963 l’annuncio della nuova elezione fu certamente dato non in piena letizia – almeno culturale e condivisa – dal cardinale protodiacono Ottaviani nel suo latino-romanesco strascicato. E Paolo VI, una volta Papa, fu davvero paziente: portò avanti il Concilio mediando spesso per convivere con quella Curia che conosceva bene, la stessa che era rimasta sbalordita dall’annuncio del Concilio dato da Papa Giovanni a San Paolo. Quell’annuncio – torniamo un attimo indietro – lo ricordo bene perché con i miei compagni eravamo lì per il servizio liturgico. Da poco nuovo Abate di San Paolo era il professore di musica del nostro Seminario, don Cesario D’Amato, e lui aveva voluto che i seminaristi del Romano facessero da chierici in quella celebrazione del 25 gennaio 1960. Ero proprio lì, e davanti a me vidi tante facce, da Tisserant a Canali, da Ottaviani a Micara, che erano come sbalordite dalle novità inattese. Giovanni XIII annunciava tre cose: la riforma del diritto canonico, il sinodo romano e il Concilio ecumenico. Tre novità che apparivano grandi, e soprattutto la terza, gigantesca”.

Anche io ero lì, avevo 8 anni, il papa l’avevo già visto ma mai tutti quei cardinali e non potevo capire che era un giorno così importante. Come reagì la diocesi di Roma?Praticamente fu renitente al Concilio per anni. Nella pratica reale esso fu messo sotto chiave, la direzione benevola e cordiale del cardinale Traglia era debole verso quelli che avevano visto il Concilio come un pericolo, e la diocesi di Roma continuava in una gestione nello spirito di impostazione spirituale e pastorale che direi ancora postridentino. Ricordo bene – erano gli anni del dopo Concilio e da due ero prete – una riunione di parroci convocata per parlare dell’“apostolato dei laici” e il parroco di un’ importante chiesa di periferia, sulla via Prenestina, disse tranquillo: “Da noi va benissimo, basta che se mi si rompe un interruttore un elettricista venga a ripararcelo gratis”. Questa era il pensiero sulla realtà del laicato, e lo scandalo fu che noi giovani preti lo contestammo dicendo di andare a leggere i testi conciliari. Paolo VI a poco a poco si rese conto del ritardo. Erano gli anni che vanno dal ’63 al ’67, quelli in cui Roma come diocesi “resisteva” al Concilio, e anche in seminario le cose non andavano per il verso di un rinnovamento. Si insegnava che il prete doveva essere un “superuomo”, e questo portava anche a forme di nevrosi impressionante. E così capitava – potrei fare nomi e cognomi – che anche i migliori con due giorni di crisi se ne andavano. E accadde che a poco a poco anche Paolo VI prese coscienza di queste realtà. Non è il caso di approfondire, su questo punto preciso, ma sono stato testimone, e non solo testimone, di cose importanti che indussero il Papa stesso a grandi decisioni proprio su Roma, i suoi Seminari e la stessa Diocesi”.

Ma quando si può dire che la Chiesa “romana” si incamminò sulla via del Concilio?“La cosa divenne manifesta per volontà stessa del Papa nel 1968: all’inizio di gennaio – a memoria mi pare il 12 gennaio – con le dimissioni del cardinale Traglia, che in realtà egli non aveva dato, e la nomina del cardinale Dell’Acqua, che in molti modi fa incamminare la Chiesa di Roma sulla via del Concilio. Una guida attenta anche al nuovo e ai movimenti della società, allora inquieta per tante ragioni: non per nulla era il ’68. Grandi movimenti non solo di opinione, nel mondo e anche nella Chiesa, con riflessi importanti anche all’interno. Occupazioni di chiese in Italia, catechismo olandese, crisi dopo la pubblicazione dell’ “Humanae Vitae”. Paolo VI paziente e pensoso si fidava di Dell’Acqua, e del nuovo vicegerente che egli stesso aveva fortemente voluto, mons. Luigi Rovigatti, che però fu presto inviato altrove, e che morì molto presto. Anche Dell’Acqua, che con l’aiuto di don Luigi Di Liegro e di altri cominciò a pensare al convegno sui “Mali di Roma”, purtroppo morì prematuramente, mi sembra nel 1972 e fu sostituito da monsignor Ugo Poletti, che non poté evitare di confermare il convegno, ma cercò di controllarne lo svolgimento. La cosa riuscì, ma a fatica e con tanti contraccolpi, perché si manifestò un grandissimo scontento della realtà sociale e politica di Roma, e non solo, con una evidente messa sotto accusa dell’allora Dc imperante su tutti i fronti. Grandi timori, allora, anche nella Curia vaticana, e probabilmente anche attorno al Papa”.

Poi arrivano il referendum sul divorzio, l’assassinio di Aldo Moro, il dissolvimento della Dc e la morte della prima Repubblica. E c’e Poletti come cardinal vicario. “Seguì immediatamente, purtroppo, lo sciagurato periodo del referendum sul divorzio, incautamente appoggiato anche per iniziativa ecclesiastica, a scapito di suggerimenti di una diversa e più intensa formazione delle coppie e della pastorale famigliare. Fu – lo sappiamo bene – l’inizio della fine non solo della Dc, a Roma e poi con la morte di Moro e l’inizio degli Anni ’80 della stessa prima Repubblica. Mi pare di poter dire che con la morte del cardinal Dell’Acqua e con le crisi successive al 1974 il cammino dell’aggiornamento conciliare si bloccò e la Chiesa di Roma rimase a metà strada, tra il Vaticano II appena accennato e il Vaticano I ancora fortemente vissuto, ovviamente non nelle formulazioni dottrinali, ineccepibili e valide sempre, ma nell’atteggiamento verso la modernità e l’aggiornamento. Fallì anche – e parlo per averlo vissuto direttamente, il tentativo di Paolo VI di portare il seminario romano a nuove prospettive, fedeli alla sostanza e attualizzate nelle forme, per la realtà della comunità dei seminari romani e della vita del presbiterio diocesano. Il cardinale Poletti si trovò a gestire una situazione ancora a metà tra il vecchio e il nuovo, con molte “vendette” del vecchio sul nuovo, e non sempre fu capace di salvare chi meritava. Era sempre disponibile ad accogliere tutti, preti e laici, nel suo Ufficio in Vicariato, ascoltava tutti, ma appena c’era qualcosa che poteva fare ombra alla sua persona, appena intravedeva un rischio di critica diventava spietato con  tutti, e nella realtà concreta ha fatto molte vittime, anche illustri, tra il clero della diocesi, spesso a danno dei migliori, di quelli cioè che avevano preso sul serio il Concilio e le sue speranze. Potrei ricordare molti casi precisi, e molte esperienze dirette, che non riuscirono a fermare il cammino della diocesi come tale, ma emarginarono molte energie e delusero molte promesse. Un episodio personalissimo, e poi un ricordo di una vittima delle paure del tempo. Per il primo ricordo che ad un certo punto, con un gruppo di preti amici, avevamo iniziato a incontrarci una volta al mese in casa di don Luigi Di Liegro – un gigante vero di carità e di ministero sacerdotale – e la cosa venne riferita al cardinale Poletti che non ne apparve contento. Saputo della cosa andai direttamente da lui, e gli parlai della preziosità di quegli incontri, dicendogli che ci vedevamo anche “per pregare”.

E cosa le disse Poletti? “La sua risposta – laconica e ferma nel ribadire che quegli incontri non dovevano continuare – fu la seguente: “Sì, pregate, ma poi parlate pure tra voi!” Per il secondo, il ricordo di una “vittima”, tra altre che potrei ricordare, mi viene in mente don Luigi Della Torre, il notissimo liturgista della “nuova Messa”, animatore pastorale e teologico di tanto rinnovamento non solo liturgico, che dietro pressioni politiche della destra lefebvriana fu rimosso dalla carica di parroco della parrocchia della Natività, in via Gallia, senza alcun altro incarico. Il nuovo parroco per fortuna è stato un bravissimo prete, che fino ad oggi, quindi da più di 30 anni è un pastore ammirevole, ma resta il fatto che uno come don Luigi fu in pratica emarginato fino alla morte per il cedimento del cardinale Poletti a pressioni più politiche”.

Da pochi anni si è chiusa l’era del cardinal Camillo Ruini, secondo alcuni il normalizzatore della diocesi del papa e a livello nazionale, come presidente della Conferenza episcopale italiana, il prelato che ha portato la Chiesa, con la fine della Dc, ad un’attività diretta nella vita politica, non più mediata da un partito cattolico, un esempio è stato pochissimi anni fa il Family Day, ma appoggiando o usando il centrodestra. Il suo successore, il cardinal Vallini, dove porterà la Chiesa di Roma? “Non posso dire molto della diocesi ai tempi del cardinale Ruini. Per ragioni personali la mia partecipazione è stata diversa, come giusto e necessario viste le mie scelte del 1984. Oggi posso dire che personalmente sono molto contento, e mi pare di vedere che la cosa è condivisa da tanti, laici e preti, della “novità” data dalla nomina del cardinale Vallini. E’ persona aperta, serena, anche e soprattutto con i preti. Credo che la Chiesa romana in questi due anni stia dando il segno di una nuova realtà pastorale che stimola le capacità parrocchiali sia dei preti che delle migliori energie del popolo cattolico. E’ anche frutto dei cambiamenti della società, uscita dalla fase di contrapposizione volgarmente e superficialmente attribuita alla “forza” del cardinal Ruini guardato solo con il parametro – ingiusto – della valenza politica. Il fatto di non avere (più) scelte politiche obbligate, se non quelle strettamene legate alle priorità della fede, e di non essere legati a interessi particolari che possono anche essere legittimi ma che non rappresentano la complessità del pluralismo ideale e pratico che invece nella comunità cristiana trova diverse forme di realizzazione è un elemento di chiarezza in positivo. Vedo che oggi il cardinal Vallini ha dato molto vigore alla Caritas romana, che si muove a tutto campo senza pregiudiziali politiche o ideologiche, salvo quelle della carità cristiana e della scelta degli ultimi. E questa attività, insieme autonoma, libera ed esigente, che si muove a tutto campo con rinnovato vigore che si espande, mi pare che possa a poco a poco contagiare le autorità civili, che nolenti o volenti in qualche modo debbono adeguarsi alla realtà strettamente ecclesiale, che però non si lascia strumentalizzare da scelte puramente politiche”. 

Il Vaticano condiziona ancora, come ai tempi dell’Immobiliare, la vita economica e sociale della città, la politica la dettano i sacri palazzi o invece le istituzioni civili si sono affrancate e non sono più condizionate come ai tempi della Dc?“A mio avviso la parola condizionamento non si può applicare in senso negativo, a meno che non si guardi soltanto all’aspetto immobiliare e anche finanziario, per certe cose che sono successe di recente. E’ chiaro che la presenza della Santa Sede influisce molto. Ma pensare Roma senza la Santa Sede non si può e tutto ciò che significa il patrimonio ideale, artistico, tradizionale, spirituale, di santità. Roma senza Vincenzo Pallotti, Filippo Neri, i papi, non ha senso. E’ chiaro che Roma è influenzata dalla Santa Sede, ma è giusto: il Papa è vescovo di Roma. E allora il problema è che questa influenza dovrebbe essere sempre più evangelica, più spirituale, capace di spronare la diocesi, come in prima fila nella Chiesa universale, verso l’alto, facendo sempre i conti con la realtà quotidiana, con le esigenze di governare una realtà che non è solo realtà spirituale e misteriosa, animata cioè dallo Spirito Santo ma che è anche una realtà temporale, finanziaria, istituzionale, fatta da migliaia di persone che lavorano, pensano, consumano, costano. Devo dire però che la Santa Sede senza Roma, come dice Santa Caterina da Siena, sarebbe qualcosa di diverso, che tradirebbe duemila anni di storia e quindi l’ideale sarebbe che le influenze reciproche fossero del meglio e non del peggio, il meglio cioè di grandi valori, della storia di Roma, della capacità di resistenza ai tentativi di invasione e la realtà meravigliosa, spirituale, evangelica, del servizio petrino. Roma quindi ricca di fede ma anche di storia e di istituzioni civili, ma dove splende anche questa testimonianza  misteriosa della successione petrina”.

Ma i successori di Pietro non sono stati tutti dei santi.
“Certo, ma a me piace ricordare, su questo punto una poesia di Gioachino Belli, ‘Il passamano’, che espone una visione del ministero di Pietro che è qualcosa di straordinaria teologia spontanea. Il poeta dice – ed è un paradosso – che quelli che nascono e diventeranno papi non hanno una loro anima, perché a loro è riservata l’anima di San Pietro, che migra in tutti i suoi successori. Essi hanno tutte le caratteristiche umane, la faccia, i piedi e altro – dice Belli – ma l’anima è quella di Pietro. A me pare una intuizione profonda del fatto che nella successione storica delle persone diverse tra loro, resta e permane il mistero unico di uno, Pietro, che pure è stato traditore per tre volte, più di Giuda, ma che poi pentito e convertito – nel Vangelo è Gesù stesso che gli dice “tu, una volta convertito” – è diventato la pietra su cui è costruita la Chiesa. Il mistero della successione petrina è veramente qualcosa di gigantesco, se io penso alla quantità di papi indegni che ci sono stati nel corso dei secoli, se la Chiesa, questa Chiesa, anche questa Chiesa di Roma,  ha retto vuol dire che ultimamente chi la regge è il  Signore, lo Spirito Santo. Qualsiasi altra istituzione umana sarebbe crollata sotto i colpi dell’infedeltà. Ecco, questa del “Passamano” mi pare una bella lezione teologica, se uno ci pensa bene e ripensa ai duemila anni di Chiesa. A me questo pensiero dà tanta serenità, e speranza nel presente, e anche nel futuro. Mi sento felicemente parte di questa Chiesa, romana e cattolica, cioè universale”.

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