di Maria Teresa Carbone
ANDRÉ SCHIFFRIN
ilmanifesto.it
Ci sono situazioni in cui una efficiente palla di cristallo potrebbe risolvere non pochi problemi. Prendiamo il caso dei libri, intendendo per libri i parallelepidi di carta che accompagnano l’esistenza degli umani da alcuni secoli. Sono sul punto di scomparire, soffocati dai dispositivi elettronici di lettura sempre più numerosi, diffusi, potenti? Oppure proprio il fatto che i vari supporti digitali fioriscano e decadano tanto rapidamente garantirà alla carta un futuro, magari marginale, ma assai più lungo e glorioso di quello che possiamo ipotizzare? E in ogni caso cosa succederà tra dieci o vent’anni delle librerie grandi e piccole, e del sistema editoriale come lo conosciamo? Prudentemente André Schiffrin nel recente Il denaro e le parole (Voland, pp. 111, euro 12, a cura di Valentina Parlato) non azzarda previsioni. Autore, una decina di anni fa, di un libro davvero profetico, Editoria senza editori (Bollati Boringhieri 2000), il franco-americano Schiffrin, che fra le pagine è nato e cresciuto – il padre, Jacques, ha fondato nel ’23 le Éditions de la Pléiade, e lui stesso è stato il fulcro di Pantheon Books prima di dare vita a The New Press -, dà per scontato che «il mondo delle parole è oggi in piena transizione» e si concentra sui meccanismi che hanno portato da un lato, in campo editoriale, alla formazione di conglomerate globalizzate, e dall’altro, sul versante della stampa giornalistica, a un indebolimento generale, evidente in Europa come negli Stati Uniti. Non solo sui meccanismi, tutti in definitiva legati alla trasformazione dell’editoria «da mestiere a business», appunta però la sua attenzione Schiffrin, ma anche su quanto si può fare per contrastare una tendenza che, sul medio e lungo periodo, ha effetti deleteri ben al di là dell’ambito editoriale. Come nota Guido Rossi nella postfazione, infatti, «la sparizione delle piccole case editrici e delle piccole librerie culturalmente impegnate, della stampa e dei mass media indipendenti costituisce una vera rinuncia alla democrazia basata sull’opinione critica del cittadino, svincolato dall’ideologia del dio denaro».
Secondo Schiffrin, in questa lotta contro «il saccheggio del bene comune delle parole», un ruolo importante l’hanno gli autori, che «possono decidere di farsi pubblicare da piccole case editrici indipendenti», gli editori, che possono «decidere di intensificare il proprio impegno» e soprattutto i governi, ma anche «le realtà regionali, le città e i villaggi», che «possono incoraggiare lo sviluppo delle loro infrastrutture culturali». E se quanto succede in Italia (e fuori) induce al pessimismo, è anche vero che, forse proprio perché la situazione è così difficile, bisogna puntare su una disseminazione di interventi circoscritti e concreti, che facciano del libro (di carta o elettronico, poco conta) un oggetto familiare, combattendo la politica sciagurata del bestseller. In questa ottica è assai utile il libriccino che Giovanni Solimine, ex presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche e grande esperto di promozione della lettura, ha pubblicato per Laterza, L’Italia che legge (pp. 174, euro 12): non solo documentato ritratto di un paese spaccato in due (quattro milioni di lettori forti che di fatto sorreggono il settore, e poi tutti gli altri, che coi libri hanno un rapporto episodico, se non inesistente), ma anche piccolo prontuario per «voltare pagina»



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