UNITI CONTRO LA CRISI: SCIOPERO GENERALE O GIORNATA DELL’INDIGNAZIONE

di Luca Casarini

Lo sciopero generale non è e non può essere una specie di dogma ideologico con cui piccole o grandi organizzazioni misurano quanto si è di sinistra. È un fatto sociale prima che politico che dovrebbe riguardare, per chi lo evoca, milioni di persone che lavorano, producono e subiscono le politiche governative in questo paese. Partiamo da qui, altrimenti diventa impossibile capirsi. La grande pressione sulla segreteria Cgil perché lo proclami ha a che fare con dati di realtà, non di adesione ideologico-politica a questa o quella linea della segreteria: i suoi cinque milioni e rotti di iscritti, la lotta intrapresa dalla Fiom contro il Piano Marchionne, la fine della fase concertativa che «costringe» chi dirige la confederazione, anche se non vorrebbe, a fare i conti con una situazione nuova imposta dai padroni, nella quale il ruolo del sindacato può essere solo quello che stanno svolgendo Cisl e Uil, cioè non di «negoziazione» ma di applicazione delle decisioni dei vertici aziendali.
Sono fatti nuovi, non scontati, come lo è stato il poderoso movimento contro la Gelmini, e il sentimento di indignazione che ha riempito le piazze delle donne il 13 febbraio. Anche questi sono e devono essere dati di realtà: movimento vuol dire centinaia di migliaia di persone, significa qualcosa che attraverso le sue azioni cambia nell’immediato l’agenda politica di un paese, o perlomeno la modifica. Credo che la decisione presa dal direttivo della Cgil sia una cosa positiva: segnala che la spinta sociale, a cui tutti abbiamo contribuito, verso lo sciopero ha funzionato, e che la crisi e la sua gestione politica da parte del governo e del padronato producono materialmente un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro per milioni di persone.
Come leggere altrimenti ciò che accade nel pubblico impiego, nel commercio, tra i pensionati? Non sono mica tutti della Fiom, eppure la gente giustamente protesta. Non mi appassionano per nulla le battaglie interne, che poi, nel partito, nel sindacato e purtroppo anche nel movimento, di solito finiscono col condurti all’assemblea di condominio. Mi sembra enormemente più importante, in questo momento, agire perché si creino delle condizioni che riportino il dibattito pubblico e politico ad occuparsi di ciò che gli ultimi mesi di lotte ci hanno consegnato: il rifiuto del Piano Marchionne che è già generalizzato a tutto il lavoro, la battaglia contro la controriforma Gelmini, la lotta per un reddito di cittadinanza e gli aumenti di salario, la difesa dei beni comuni dai piani di privatizzazione, la lotta contro la devastazione ambientale e per un diverso rapporto tra produzione, territorio, qualità della vita.
Se oggi qualcosa come uno sciopero generale di milioni di persone, generalizzato da tanti e diversi soggetti sociali, ci dà l’occasione di rimettere al centro le questioni sociali e dentro di esse, e non sopra, comprende anche il grande tema della democrazia e della giustizia, allora io penso che valga la pena crederci e mettercela tutta perché si verifichi. È in quello spazio che si crea per costruirlo che poi ognuno può esprimere il proprio protagonismo, anche la sua diversità di vedute, può rivendicare un ruolo se è capace di averlo. Lo sciopero generale vero, non quello di bandiera, può far ripartire i conflitti sociali senza i quali nessun cambiamento è possibile, o reale.
Ci riuniremo il prossimo due marzo, come firmatari dell’appello Uniticontrolacrisi, per discutere di come preparare un percorso possibile che ci permetta di continuare a spingere perché lo sciopero sia entro aprile, ma allo stesso tempo ci metta nelle condizioni di immaginare qualcos’altro se la Camusso non dovesse fissare la data in tempi utili. I vertici, dai notabili di partito a quelli del sindacato, andrebbero sempre messi nelle condizioni di «temere» che le cose li scavalchino, cioè facciano a meno di loro travolgendoli o mettendoli da parte. È per questo che immaginarsi una grande assemblea nazionale a metà marzo che possa eventualmente lanciare una grande giornata dell’indignazione sotto i palazzi del governo entro aprile è un’opzione da tenere presente. Guardando a ciò che accade nell’Europa del Mediterraneo, si capisce bene che viviamo tempi imprevedibili, nei quali è la realtà spesso a scavalcare l’immaginazione. Ed è facile avere delle sorprese quando si creano le condizioni di un comune per milioni di persone. È anche utile a tutti, perché riporta nelle mani del «popolo» il suo destino, oggi imprigionato da mani altrui.



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