Interrogati Masi, Letta, D’Alema e Bocchino nell’inchiesta napoletana sulle associazioni segrete. Spuntano testimoni eccellenti nell’inchiesta sulla cosiddetta Loggia P4

Loggia P4, l’associazione segreta ipotizzata dai magistrati napoletani nell’ambito delle indagini che erano partite questa estate. E nei giorni scorsi sono stati ascoltati alcuni testimoni eccellenti, come Mauro Masi, Gianni Letta, Massimo D’Alema e Italo Bocchino. La procura di Napoli sta indagando su un sistema, ribattezzato P4, volto « alla acquisizione illegale e alla gestione di notizie riservate e secretate inerenti, tra l’altro, anche delicati procedimenti penali in corso» Ne parla Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera:

Nei giorni scorsi i pubblici ministeri Francesco Curcio e Henry John Woodcock hanno ascoltato come persona informata sui fatti il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta. E sono andati a sentire il presidente del Copasir, comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, Massimo D’Alema. Al quale hanno chiesto conto di alcuni lavori dell’organismo che controlla l’operato dei servizi secreti: dono che è arrivata una 4 Sono almeno quattro le perquisizioni disposte dalla Procura formale richiesta, il Copasir ha trasmesso gli ordini del giorno della sua attività. Ancora, fra le persone interrogate c’è Italo Bocchino, il vicepresidente di Futuro e Libertà, la nuova formazione politica creata da Gianfranco Fini, per provare a chiarire alcune vicende legate alla cosiddetta «macchina del fango» da lui più volte denunciata, e i mancati finanziamenti al giornale Roma, di cui è editore. E dopo Bocchino è toccato al direttore generale della Rai Mauro Masi.

Oltre a Luigi Bisignani spuntano altri nomi:

Tra i nomi che compaiono agli atti dell’inchiesta c’è pure quello del deputato del Pdl Alfonso Papa, ex magistrato ed ex vice-capo di gabinetto del ministero della Giustizia quando Guardasigilli era il leghista Roberto Castelli. Dopo che il suo nome è comparso sui giornali, Papa s’è lamentato di essere vittima di violazioni delle sue prerogative parlamentari, e l’attuale sottosegretario alla Giustizia Elisabetta Alberti Ca-sellati ha annunciato a Montecitorio la richiesta di accertamenti da parte del ministro Alfano. Il procuratore di Napoli Lepore ha già risposto «nei limiti della riservatezza imposta dal segreto investigativo», come ha pubblicamente spiegato.

Ma qualcosa è trapelato con il coinvolgimento di un maresciallo dei carabinieri in forza alla sezione anti-crimine dei carabinieri di Napoli, Enrico la Monica.

Il sottufficiale è uno degli indagati per violazione della legge Anselmi (quella che vieta, appunto, la costituzione di società segrete come la Loggia P2 di Licio Gel-li), associazione a delinquere e concorso in rivelazione di segreto d’ufficio. A dicembre sono scattate le perquisizioni nei confronti suoi e di altre tre persone a lui legate. La Monica doveva rientrare da un viaggio in Senegal ma non è mai atterrato all’aeroporto di Fiumicino dove lo attendevano alcuni suoi colleghi dell’arma e della Guardia di Finanza; da allora non è tornato nemmeno in servizio, inviando certificati medici. Il carabiniere, che aveva in animo di essere arruolato nei servizi segreti, è accusato di far parte di un «sodalizio criminoso, unitamente ad altri esponenti delle istituzioni dello Stato e del “mondo degli affari”, costituito e mantenuto in vita allo scopo di commettere un numero indeterminato di reati contro la pubblica amministrazione e contro l’amministrazio-ne della giustizia». Sul conto di La Monica c’è il sospetto che abbia rivelato «in più occasioni, notizie coperte da segreto, anche attinte da altri appartenenti all forze dell’ordine».

di Dario Ferri – giornalettismo.com

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“E se ci becchiamo l’Aids? Bisogna prenderlo per le palle e per il…”. Le paure e le aspirazioni delle Papi girls su Berlusconi nelle intercettazioni degli sms

Erano talmente tranquille e innocenti, le feste ad Arcore, che le Papi Girls avevano paura di prendere l’Aids. Questa la risultanza dall’analisi di alcuni sms inviati tra di loro all’indomani delle serate con Silvio Berlusconi, riportate da un articolo di Antonella Mascali sul Fatto Quotidiano:

Le papi-girls l’8 gennaio scorso, parlano con gran sollievo dei risultati del test Hiv. Non scriveremo i nomi per rispetto del diritto alla salute. Le chiameremo Maria e Giovanna. “A m o re ”, “Piccola”. “Hai fatto? Tutto a posto?”, chiede Maria. E Giovanna: “A posto, sì. Globuli bianchi a posto, non abbiamo nessun Aids”. La paura è passata, ma è stata tanta: Maria: “Amò, avevi dubbi avevi?”. Giovanna: “Mah, sai, quando uno va a letto con 80 donne, non si sa mai nella vita”. Poi ci sono Aris e Iris che il 12 ottobre 2010 descrivono come un bordello le abitazioni di via Olgettina dove alcune delle giovani donne abitano in appartamenti pagati da Berlusconi: “Ah che zoccolame questa casa, questo condominio diventa sempre più un puttanaio”. E poi ci sono altre intercettazioni, oltre quelle già note e allegate nell’avviso a comparire per Berlusconi del 14 gennaio scorso, che parlano di regali, di soldi, di bonifici. Si lamenta Barbara Guerra: “C’ho le palle girate perché ieri è arrivata quella con la Mini Cooper che gli ha regalato a luglio, e a me m’ha regalato la Smart a giugno… adesso giuro che gliela chiedo un’altra macchina cioè, vaffanculo! Cioè”.

E tra le ragazze c’è anche chi pensa a ricattare il premier:

“Secondo me non becchiamo”, dice Nicole Minetti a Barbara Faggioli il 25 ottobre 2010. La Faggioli concorda: “Anche secondo me”. Minetti: “Stamattina Miriam ed Eleonora sono venute e hanno preso”. Faggioli si infuria: “ Sti cazzi”. Il giorno dopo, il 26 ottobre 2010, è la diciottenne Iris Berardi (che chiama Il Corriere della Sera, il giornale della sera) a scrivere con un sms di soldi e del suo disagio per il tipo di vita che sta conducendo: “Sto andando alla festa tesorino, mamma mia è incredibile lo schiffo ke fa il denaro, in questo momento mi sto faccendo schiffo da sola!”. Ma i soldi sono il chiodo fisso di queste giovani donne. E pensano continuamente a come ottenere il massimo dal presidente del Consiglio. Questi gli sms che si scambiano il 25 dicembre 2010 Nicole Minetti e Barbara Guerra: “Oltre che per le palle bisogna prenderlo per il caz… Domani se è aperto vado in un sexy shop e prendo un po’ di cose per me e te: più tro…siamo più bene ci vorrà…. Tro…Tro…tanto ormai abbiamo la confidenza per fare qualsiasi cosa….”.

Infine, ci sono i sempre più cospicui bonifici:

Quelli già noti ad Alessandra Sorcinelli (160 mila euro dal 2009 al gennaio 2011. L’ultimo bonifico 3 giorni dopo le perquisizioni) o alla mamma di Noemi Letizia, Anna Palumbo (20 mila euro). E quelli a favore di ragazze il cui nome non era ancora venuto fuori. I versamenti più cospicui sono stati per Adelina Escalona Maria Alonso ( 50 mila euro) e Valentina Costanzo (40 mila euro). Ci sono anche soldi per Lele Mora ed Emilio Fede, accusati insieme a Nicole Minetti di favoreggiamento della prostituzione e concorso in prostituzione minorile. Tra agosto e ottobre 2010 la Guardia di finanza rintraccia tre versamenti di 100 mila euro ciascuno che dai conti di Berlusconi (banca popolare di Sondrio e Monte dei Paschi di Siena) finiscono a Lele Mora.
di Dario Ferri – giornalettismo.com

Soriano nel Cimino – Chia: Parco letterario dedicato a Pier Paolo Pasolini (i sogni dell’ex parroco don Giuseppe Serrone)

Finalmente qualcosa sembra muoversi a Chia, nel comune di Soriano nel Cimino, provincia di Viterbo, luogo bellissimo dove era stato parroco dal 1991 al 2011 don Giuseppe Serrone, fondatore dei sacerdoti lavoratori sposati, che con la sua attività culturale attraverso alcune pubblicazioni aveva ridato impulso alle iniziative pasoliniane (a chia era stato anche promotore del presepio vivente – v. sito web http://www.chialand.altervista.org/ )

Leggi La poesia di don Giuseppe Serrone dedicata a Pier Paolo Pasolini >>>


http://www.pasolini.net/2novembre2002.htm

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Il Consiglio comunale di Soriano nel Cimino ha approvato all’unanimità in questi giorni la proposta di istituzione del Parco Culturale di tipo letterario dedicato a Pier Paolo Pasolini su richiesta avanzata dalle associazioni culturali con sede a Chia “G.A.I. Roccaltia” e “ANSPI”. Il Parco che dovrà essere definitivamente istituito tramite una Convenzione tra Regione Lazio il comune di Soriano nel Cimino ed eventuali altre amministrazioni pubbliche, come previsto dall’articolato normativo del PTPR – sarà il primo esempio in Italia di Parco Culturale di tipo letterario regolamentato da una specifica legge.Il progetto del parco culturale Pier Paolo Pasolini, con futura sede a Chia, frazione di Soriano nel Cimino e luogo in cui Pasolini ha vissuto, si pone l’obiettivo di inquadrare la figura dell’artista, attraverso una “narrazione” del rapporto accadimenti/opere/siti, e di riproporre una nuova rivisitazione di questi luoghi, utilizzando molteplici forme artistiche, che hanno offerto il contesto territoriale e sociale di una parte importante della produzione pasoliniana e dove permangono quei caratteri connotativi dei paesaggi della Tuscia viterbese, più volte celebrati nelle sue opere.Nel parco si prevede la realizzazione di luoghi dedicati ad attività ricreative di tipo “libero a carattere estensivo”, altri, più appartati, nei quali svolgere eventi culturali unici, altri ancora organizzati per svolgere didattica, sperimentazione culturale ed attività creative. Due importanti percorsi tematici – i luoghi di Pasolini e della cultura materiale – ed un polo culturale a Chia, che ospiterà un centro dedicato a Pasolini, daranno una forte identità alla struttura del parco

La complessità e poliedricità dell’intellettuale Pasolini, le relazione che egli ha stabilito con il territorio ed il sociale, ispiratrici delle opere dell’artista (molti personaggi che compaiono nei suoi film sono stati reclutati nei luoghi di realizzazione), presuppongono l’attivazione di un progetto complesso ed articolato che vedrà il coinvolgimento di più soggetti istituzionali e culturali ma in prima istanza sociali, e che per volontà di Pasolini dovrà “..difendere qualcosa che non è sanzionato, non è codificato, che nessuno difende, che è un’opera del popolo…”

Nell’ottica di dare impulso all’istituzione del parco culturale sono state realizzati nell’ultimo anno dalle associazioni promotrici una serie di eventi nelle adiacenze della torre di Chia – la quarta edizione della “Passeggiata al chiaro di luna” e “I luoghi di Pier Paolo Pasolini – da Casarsa a Chia” ed è in corso la predisposizione degli spazi presso la biblioteca di Soriano e la scuola di Chia, futuro polo culturale, per ospitare alcune opere di Pasolini donate dagli eredi.

Queste iniziative in futuro saranno ricomprese nell’attività dell’istituendo Parco (Tratto da Civiranews).

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Nel 2006 Vittorio Emanuele parlava di manipolazione . Eccolo confessare in cella a POtenza l’omicidio del ragazzo tedesco in Corsica: "Ho sparato così"

Il video che incastra Savoia

Nel 2006 Vittorio Emanuele parlava di manipolazione . Eccolo confessare in cella a POtenza l’omicidio del ragazzo tedesco in Corsica: “Ho sparato così”
Dopo 33 anni Vittorio Emanuele di Savoia ammette di aver ucciso Dirk Hamer, sparandogli col suo fucile nella notte sull’isola di Cavallo, in Corsica. C’è un video, che il Fatto Quotidiano ha potuto visionare e che pubblichiamo sul nostro sito web, in cui il principe si vanta dell’omicidio e di essere riuscito a farla franca nel processo-farsa in Francia.

“Avevo una batteria di avvocati”
Carcere di Potenza, 2006: Vittorio Emanuele è nella cella dov’è detenuto per l’inchiesta su Vallettopoli. Indossa una maglietta bianca con la scritta Nissan sulla schiena. Passeggia tra i letti a castello del penitenziario. E commenta le notizie del telegiornale – che parlano di lui – con i suoi compagni di prigione. È divertito, allegro. I coindagati Rocco Migliardi, Gian Nicolino Narducci e Ugo Bonazza, reclusi con lui, lo incitano: “Lei è già fuori!”. L’”erede al trono” cede alla tentazione dell’autocompiacimento, non è la prima volta che se la cava con poco: “Nel mio processo a Parigi…”.

Inizia così la confessione che ilfattoquotidiano.it è in grado di mostrarvi: a immortalarla non c’erano soltanto le cimici, come si pensava, ma anche una microcamera nascosta. È un filmato inequivocabile, che rievoca la notte tra il 17 e il 18 agosto 1978: un ragazzo tedesco di 19 anni, Dirk Hamer, viene raggiunto da due colpi di fucile alla gamba destra. Muore dopo 111 giorni, 19 operazioni e l’amputazione dell’arto. Un solo imputato: Vittorio Emanuele, che nega qualsiasi responsabilità. Alla fine la giuria francese lo dichiara innocente, dopo un processo durato appena tre giorni.

Quando nel 2006 i giornali pubblicano stralci dell’intercettazione ambientale in cui si vanta di aver “fregato” i giudici francesi e ricostruisce la traiettoria delle sue fucilate, Vittorio Emanuele convoca una conferenza stampa, nell’evocativa saletta dell’hotel Principe di Savoia a Milano. Accompagnato dai legali e dal figlio Emanuele Filiberto, sminuisce le sue esternazioni su Dirk Hamer e dice che sono state falsificate: “Queste notizie sono talvolta manipolate o non sono vere. Ma ora è il momento di parlare, di far emergere la verità”. E la sua verità è questa: “Due tribunali francesi si sono pronunciati prosciogliendomi da ogni responsabilità. Lo hanno fatto perché ci sono prove chiare. La pallottola che ha colpito il ragazzo non poteva essere del mio fucile. Qualcuno ha sparato con una pistola a quel povero ragazzo, ecco la verità”.

Dichiarazioni che ora vengono clamorosamente neutralizzate dalle testuali parole che lui stesso ha pronunciato in carcere, ignaro della microcamera che registrava: “Io ho sparato un colpo così e un colpo in giù, ma il colpo è andato in questa direzione, è andato qui e ha preso la gamba sua, che era (parola incomprensibile, ndr) steso, passando attraverso la carlinga”. Spiega il tipo di proiettile: “Pallottola trenta zero tre”.

Il principe ammette quindi di aver colpito Dirk e si vanta di aver gabbato il Tribunale parigino che l’ha assolto, grazie alla sua “batteria di avvocati”. Rievoca “il processo, anche se io avevo torto … torto…”. E aggiunge: “Devo dire che li ho fregati… Il Procuratore aveva chiesto 5 anni e 6 mesi. Ero sicuro di vincere. Ero più che sicuro”. Infatti “mi hanno dato sei mesi con la condizionale: sei mesi, c’era un’amnistia, non l’hanno neanche scritto! Sono uscito!”. Scoppia a ridere, senza trattenere la soddisfazione.

La ricerca del filmato
Per Birgit Hamer, la sorella di Dirk, che nel 2006 legge queste intercettazioni ambientali sui giornali, diventa fondamentale capire se davvero, come sostiene Savoia nella conferenza stampa, le trascrizioni sono state manipolate o meno. Perché se fossero autentiche e testuali metterebbero – spiega lei – “la parola fine su questa storia: sarebbe impossibile negare che, a prescindere dalle sentenze, Savoia sia il vero e unico responsabile della morte di mio fratello”.

Ma la signora Hamer, che a 20 anni rinunciò a una carriera di top model e attrice per dedicare la sua vita a dare giustizia al fratello in tribunale e poi a confutare la sentenza, vive da dieci anni in Spagna con le figlie, Sigrid e Delia. Non ha più contatti diretti con i giornalisti, non sa a chi rivolgersi. Comincia a scrivere e a telefonare a tutte le persone coinvolte nel processo Vallettopoli che ha portato Savoia in carcere (verrà poi prosciolto). Scopre così che agli atti dell’inchiesta è depositata non solo la trascrizione delle frasi, ma anche la videoregistrazione del colloquio fra il principe e i compagni di cella. “Cosa c’è di più inequivocabile di un filmato, per capire come stanno le cose?”, domanda la Hamer parlando con il Fatto. Il tempo passa. Vittorio Emanuele viene prosciolto dal gip di Potenza (come spiega qui sotto Gianni Barbacetto). Solo a questo punto Birgit può fare istanza al Tribunale per ottenere copia della registrazione. Trova un avvocato nel capoluogo lucano che la rappresenti. Ma aspetta quasi un anno senza avere risposte.

Poi scopre che parte del processo è stata trasferita alla Procura di Roma. Qui si rivolge a un altro legale che inoltra una seconda istanza ben motivata: “La signora Hamer ha il diritto costituzionalmente garantito alla verità sulla morte del fratello”. Trascorre qualche altro mese (pare che la registrazione sia andata perduta), poi finalmente l’avvocato chiama: il filmato è stato recuperato, può passare a ritirarlo.
Quando Birgit vede il video, è la prima volta che ascolta la voce di Vittorio Emanuele dai tempi del processo a Parigi. Le bastano pochi minuti per rendersi conto che non ci sono manipolazioni. Sono molte le parole incomprensibili e il principe, mentre racconta la notte in cui Dirk viene ferito a morte, è di spalle. Ma, ciò nonostante, risultano evidenti sia il contesto sia l’ammissione di colpa, che nelle intenzioni di Savoia è un vanto. Le frasi più gravi si sentono nitidamente, e con queste anche le risate e le battute, tutte pronunciate col timbro di voce inconfondibile dell’erede di Casa Savoia. La Hamer piange, ma è felice come non lo era mai stata negli ultimi trent’anni: “Guardare quel video è orrendo, ma dà anche un grandissimo sollievo. Ora quel signore non potrà mai più sostenere che non ha sparato a mio fratello: ho vinto la mia battaglia, anzi quella di Dirk”.

da Il Fatto Quotidiano del 24 febbraio 2011

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L’Italia e i problemi di credibilità. Sul sito di Le Monde trovate in queste ore un’intervista molto istruttiva.

A rilasciarla è stato Charles F. Dunbar, docente di Relazioni Internazionali presso il Boston College nonché ex diplomatico Usa. Riferendosi alla crisi libica, Dunbar ha parlato di un caso da manuale di diritto d’ingerenza. Siamo infatti in presenza di un regime che massacra la propria popolazione, dunque vi sono gli estremi per by-passare la sovranità di uno stato-nazione.

Semmai, sottolinea l’intervistato, il vero problema è scegliere con cura il paese che dovrà guidare le operazioni Onu sul piano militare, individuandone uno che per ragioni storico-sociali sia legittimato a esercitare tale ruolo. E per fare un esempio cita il precedente della guerra civile di Timor Est, allorché il comando delle operazioni venne affidato all’esercito australiano. Per questa ragione, conclude Dunbar, il paese più adatto a guidare le operazioni militari Onu in Libia sarebbe l’Italia.

Sarebbe.

Perché, come specifica l’intervistato nelle ultime battute riferendosi al nostro paese, “ciò porrebbe un grosso problema vista la scarsa credibilità, perlomeno, dei suoi governanti”. Il bello è che forse non ha mai nemmeno sentito parlare di La Russa.

ilfattoquotidiano – blog di Pippo Russo

Una poltrona per cinque: Fassino, Gariglio e gli altri candidati alle primarie di Torino

Nel capoluogo piemontese il centrosinistra ha buone chance di confermare il sindaco. Ma Chiamparino non si può ricandidare, così si è aperta la sfida per la successione. Domenica il voto. E il verdetto
Domenica 27 febbraio, dalle 8 alle 20, si tengono a Torino le ultime primarie per il candidato sindaco di centrosinistra di una grande città, dopo quelle di Milano, Bologna, Napoli, Cagliari. Cinque i candidati: Piero Fassino e Davide Gariglio (Pd), Gianguido Passoni (assessore,indipendente a sinistra del Pd, sostenuto anche dai circoli cittadini di Sel), Michele Curto (giovane di area Gruppo Abele) e Silvio Viale (candidato di bandiera dei radicali).

Particolarmente contorta e combattuta la genesi di queste primarie e delle candidature, in una città considerata “sicura” per il centrosinistra come Torino. Non c’era un delfino di Chiamparino, che non si può ricandidare per la terza volta. Il Pd aveva puntato inizialmente sul rettore del Politecnico Francesco Profumo. Ma Profumo ha rinunciato quando ha visto che le primarie, pretese da Sel, erano inevitabili. A quel punto è sceso in campo Fassino, a cui la maggior parte dei dirigenti locali ha inizialmente riservato una tiepida accoglienza. A sinistra intanto lavoravano “Torino Bene Comune” (che ha candidato l’assessore Passoni) e “Altra Torino” (che non ha candidato nessuno).

Il Pd stabiliva la regola che per candidarsi alle primarie i suoi esponenti dovevano raccogliere almeno il 20% delle firme degli iscritti torinesi del partito. Soglia raggiunta, oltre che da Fassino, solo da mister preferenze Davide Gariglio, di area cattolica. Falliva il tentativo dell’assessore Roberto Tricarico di presentarsi con firme di cittadini non iscritti al Pd. A sinistra prendeva quota l’ipotesi di candidare Giorgio Airaudo, leader della Fiom. Per stoppare un fenomeno vendoliano di unità come quello che ha vinto le primarie a Milano, vari esponenti del Pd fanno barricate contro Airaudo. Ottengono di mettere in difficoltà le aree di sinistra, imponendo l’escusione dalla coalizione della Federazione della Sinistra, già cacciata dalla Giunta Chiamparino.

L’incertezza di Airaudo dura fino a fine gennaio. A poche ore dalla chiusura delle iscrizioni alle primarie, dice definitivamente no. I sostenitori dell’assessore Passoni confermano la sua candidatura, ma all’ultimo momento si iscrive anche l’outsider 30 enne Michele Curto, area Gruppo Abele. A sinistra c’è chi lo accusa di dividere il fronte per favorire Fassino (replica: “Cerco i voti di gente che non avrebbe partecipato alle primarie”). Il regolamento torinese prevede che non debbano raccogliere firme i candidati ufficiali dei partiti. Quindi Fassino, Gariglio e Silvio Viale, che i radicali candidano senza prevedere una reale campagna. Passoni e Curto sono invece candidati “civici”, tenuti a raccogliere almeno 3 mila firme in venti giorni. Per Passoni le firme certificate sono 7.400, per Curto 3.400. Come nelle altre città possono votare anche gli stranieri residenti, e i giovani dai 16 anni compiuti.

ECCO IL PROFILO DEI 5 CANDIDATI:

Davide Gariglio, 44 anni, di origini democristiane, poi passato alla Margherita, è consigliere regionale del Pd, eletto per la seconda volta nel 2010 con “il maggior numero di preferenze in tutto il centrosinistra piemontese”, come scrive sul suo sito all’indomani del voto. Dal 2005 è presidente del consiglio regionale, nel quinquennio della Bresso. “Nuova energia per Torino”: con questo slogan inizia la sua campagna per diventare sindaco. E fa una proposta-choc: arrivare al biglietto gratuito del tram abolendo le circoscrizioni, cioè il decentramento comunale, per finanziare il regalo. Poi per evitare incidenti con i presidenti di circoscrizione lascia cadere la cosa e procede su binari più cauti. E incassa l’alleanza di altri campioni delle preferenze Pd, come Placido e Laus.

Piero Fassino di anni ne ha 61, che rispetto all’ età media dei politici italiani non sono poi molti. Ma è definito “vecchio” perchè ha sempre fatto politica. Segretario provinciale della Fgci nel ’71, consigliere comunale per dieci anni dal 1975, segretario di federazione dal 1983, torna a Torino dopo quasi 25 anni “romani”. Slogan della campagna “Gran Torino”, preso dal film di Eastwood. La dichiarazione “se fossi un operaio avrei votato si al referendum Fiat” ha parecchio polarizzato l’attenzione. Come anche l’apertura della campagna elettorale nella sala del Lingotto con le autorità cittadine e rappresentanti dei “poteri forti”. Nei manifesti si fa ritrarre sempre con l’uscente Chiamparino, “per continuare a vincere”.

Gianguido Passoni, 40 anni, ex Pdci, assessore al Bilancio ora indipendente di sinistra vicino a Sel, è “figlio d’arte”. Nipote del primo prefetto partigiano nel ’45, figlio di un vice sindaco di Novelli e deputato Pci. Da consigliere della circoscrizione centro, con una forte preparazione economica esordisce come assessore alla casa nel 1999 nella Giunta Castellani. Fa nascere “Locare” agenzia immobiliare pubblica. Torna assessore, questa volta al bilancio, nella seconda Giunta Chiamparino dal 2006. I maligni lo definiscono “rosso come il bilancio” ma in realtà ferma il procedere dell’indebitamento ed evita la privatizzazione dell’azienda delle acque. Esce dal Pdci di Diliberto senza entrare in alcun partito, ma fondando l’associazione “Rosso ideale”. Logo e parola d’ordine universale della sua campagna: “Torino bene comune”.

Michele Curto, 30 anni, si è dimesso da presidente della cooperativa- associazione Terra del Fuoco, che vive di progetti pubblici, per candidarsi alle primarie. Punti forti della sua auto-presentazione: il lavoro coi rom, i treni della memoria ad Auschwitz, un incarico nella rete europea Flare contro le mafie. Dopo aver partecipato all’ipotesi di una lista civica con Chiamparino, Airaudo nel rinunciare alla propria candidatura ha deciso di sostenere quella di Curto. Distribuisce “centomila” arance da terre sequestrate alla ‘ndrangheta in Calabria. Slogan: “Un giovane sindaco per Torino”. Alla richiesta di confluire sul candidato a sinistra del Pd che ha ricevuto poco più del doppio delle sue firme, e buone percentuali nei sondaggi, ha risposto: “Non chiederò mai ai 3.400 che hanno firmato per me di votare per qualcun’altro. Sarebbe politicista e sbagliato chiederlo”.

Silvio Viale, 53 anni, radicale, noto come eroe della pillola RU 486, nasce come Lotta Continua e poi passa ai Verdi. Consigliere comunale ecologista dal ’93 al 2001, è noto per saper fare ostruzionismo alla sua stessa maggioranza. La contemporanea iscrizione ai radicali prevale. Candidato sindaco per i radicali nel 2001 non arrivando al 2% non rientra in consiglio comunale. Si qualifica poi sempre più come ginecologo abortista e pro-pillola. Il Pd lo esclude per questo motivo dal gruppetto dei candidati radicali nelle sue fila per le elezioni parlamentari del 2008. Alle primarie si è potuto candidare come rappresentante radicale, quindi senza raccogliere firme. Salvo una polemica contro i provvedimenti antismog non si segnalano altre iniziative clamorose di Viale per le primarie: non ha aperto neanche un sito web.

di Silvana Cerea – ilfattoquotidiano

Termini Imerese, il rilancio è un bluff

Termini Imerese, il rilancio è un bluff

Il governo ha scelto sette aziende per il dopo Fiat in Sicilia. Ma le tre più grandi, che devono garantire i posti di lavoro, hanno problemi: dai pagamenti ai bilanci in rosso. E rischiano di sfilarsi dal progetto

Tremila e trecento posti di lavoro, 450 milioni di euro di investimenti pubblici, 600 dai privati. Sono i numeri del dopo Fiat a Termini Imerese, o almeno quelli sbandierati dal governo una settimana fa, dopo l’approvazione dell’accordo programmatico per il rilancio degli impianti siciliani. “Una prova della capacità del governo Berlusconi” come ha detto il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani. O forse un annuncio da campagna elettorale. Il rilancio in grande stile prevede infatti l’ingresso di sette nuove aziende nel tessuto produttivo della città siciliana. Ma le tre più grandi, che dovrebbero garantire da sole i due terzi dei posti di lavoro, hanno problemi economici: la De Tomaso non ha mai riavviato la produzione e gli operai della sede torinese, in cassa integrazione da 14 mesi, protestano. Poi c’è la Cape Rev, che a Termini dovrebbe produrre auto elettriche: le aziende del suo fondatore Simone Cimino sono in rosso per milioni di euro. Infine la Ciccolella, gigante internazionale nella produzione e distribuzione di fiori che ha chiuso per due anni consecutivi in perdita, e in borsa è crollata del 90% in tre anni. Così a Termini le cose restano come prima, con una sola certezza per i lavoratori: nel 2012 la Fiat non ci sarà più

di Fabio Amato – ilfattoquotidiano

Il terminal uno di Malpensa è stato evacuato dopo il ferimento della persona da parte di un poliziotto.

Milano. Il terminal uno di Malpensa è stato evacuato dopo il ferimento della persona da parte di un poliziotto. Il ferito è un uomo straniero che, secondo una prima ricostruzione, avrebbe sfondato a bordo di un’ auto rubata la porta numero 14 del terminal 1 dell’aeroporto di Malpensa. Una volta sceso, si sarebbe avventato conto un poliziotto che l’ha ferito al piede ed è stato arrestato.
Non è escluso si sia trattato di un attentato.

Secondo l’agenzia Ansa, l’uomo, che sarebbe un nordafricano, ha rubato un Suv e, alla guida del fuoristrada, ha fatto irruzione nel terminal Uno sfondando la vetrata. Armato di un coltello ha aggredito un poliziotto e un collega dell’agente gli ha sparato. Ora si sta cercando anche di capire se l’arrestato fosse sotto l’effetto di alcool oppure abbia problemi psichici.

I voli in partenza sono al momento bloccati perché sono state chiuse le operazioni di chek-in in attesa si faccia chiarezza su quanto accaduto al terminal 1. I voli in arrivo sono invece regolari.

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Pubblico Impiego: il grande inganno di Bonanni e Brunetta

La colpa di tutto questo trambusto sarebbe, ovviamente, di quelle organizzazioni sindacali (Cgil, Usb, Cisal ed altre) che non hanno firmato il testo predisposto da Brunetta e non certo di un accordo di cui praticamente nessuno ha capito la presunta bontà, tranne un Presidente del Consiglio in piena crisi bunga bunga.

Dall’altra parte, mettetevi nei panni di uno dei 3,5 milioni di dipendenti pubblici, al quale era stato spiegato poco più di sei mesi fa che il suo stipendio (base ed accessorio) sarebbe rimasto bloccato per tre anni (in realtà, quattro), senza che Cisl e Uil abbiano mosso anche solo mezzo dito, e ora si sente dire che Cisl e Uil hanno realizzato una grande conquista, firmando un accordo che “impedisce la diminuzione dello stipendio”. Ammetterete che quel lavoratore, per lo meno, rimane un po’ perplesso e disorientato.
Ma cosa c’è scritto -e cosa non c’è scritto- in quella paginetta di accordo? Anzitutto, c’è una dichiarazione di condivisione piena da parte dei firmatari del decreto legislativo n. 150/2009, meglio conosciuto come “riforma Brunetta”, compreso il suo famigerato articolo 19, secondo il quale in ogni ente il 25% dei dipendenti è da considerarsi a priori e a prescindere come di “merito basso” e dunque da privare completamente del salario accessorio.
Ma subito dopo aver affermato questo, si passa al comma 2. e 3., dove si dice che l’applicazione dell’articolo 19 non deve portare ad una diminuzione della retribuzione complessiva e pertanto dovrà essere finanziato “esclusivamente” da risorse aggiuntive (che però Tremonti allo stato non mette a disposizione).

Chiaro? La storiella dello stipendio bloccato, ma che non si riduce, sparso a piene mani da Governo e sindacati complici fino a ieri, non era affatto vera. Anzi, applicando la riforma Brunetta in tutte le sue parti subito, come avevano detto da sempre i sindacati indipendenti dal governo, ci sarebbero stati dei tagli drastici per una parte significativa di lavoratori pubblici, a prescindere dal merito, beninteso. E questo in pieno clima pre-elettorale. Ecco quindi la ragione per cui Bonanni e Brunetta si sono dati una mano.

Tuttavia, non è vero comunque che non ci saranno perdite salariali in questi anni di blocco delle retribuzioni e della contrattazione, alla faccia di quello che raccontano i sindacati complici. Anzitutto, la riforma Brunetta, con l’attiva collaborazione di Cisl e Uil e, molte volte, anche della Cgil, ha già provocato nel 2010 la ridefinizione in senso peggiorativo dei sistemi premianti in molti enti. E, soprattutto, per il solo effetto del blocco delle retribuzioni ci sarà mediamente un perdita in termini di potere d’acquisto di circa 1.600 euro per dipendente, secondo le stime più caute della Cgil.

A quanto c’è scritto nell’intesa del 4 febbraio, va però aggiunto anche quello che non c’è scritto, quello che drammaticamente manca. Anzitutto manca un qualsiasi accenno ai tanti precari e alle tante precarie che popolano la pubblica amministrazione e che spesso garantiscono il funzionamento dei servizi, ma ai quali viene negata una prospettiva di stabilizzazione e che ora rischiano il posto di lavoro. E non è soltanto questione di equità e giustizia, ma anche di efficienza dei servizi, considerato che la stretta sul pubblico impiego, contenuta nella legge n. 122 del 30 luglio 2010 (ex dl 78/2010), prevede altresì il blocco del turn over, per cui nei prossimi due anni su 300mila uscite potranno essere fatte al massimo 60mila assunzioni.

Infine, arriviamo al silenzio più assordante in quella intesa: nemmeno una parola sulle elezioni dei rappresentanti sindacali (Rsu)! Infatti, in tutto il pubblico impiego le Rsu sono scadute a novembre dell’anno scorso, ma non state convocate ancora nuove elezioni, a causa principalmente del veto di Bonanni. Alla luce di questo fatto le considerazioni della Cisl, per cui l’accordo “dà più voce ai rappresentanti dei lavoratori”, suonano davvero come una presa per i fondelli.
Ma proprio con la vicenda del mancato rinnovo delle Rsu si chiude il cerchio con quanto Cisl e Uil fanno nel resto del mondo del lavoro. A Mirafiori l’accordo separato tra Marchionne e Bonanni & Co., infatti, ha abolito tout court le elezioni dei rappresentanti dei lavoratori.
In altre parole, non siamo di fronte a tante storie diverse, ma a diversi episodi della medesima storia. Ecco perché non è giustificabile che si continui, da parte della Cgil, ad eludere il tema dello sciopero generale e che si punti invece, ancora una volta, a un semplice sciopero di categoria, come quello del pubblico impiego proclamato per il 25 marzo prossimo.

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