Che cosa resta della nostra Costituzione?

Stanno nascendo "costituzioni parallele" che, direttamente o indirettamente, mirano a mettere in discussione, o a cancellare del tutto, la prima parte della Costituzione italiana quella dei principi, delle libertà e dei diritti – varata esattamente 60 anni fa. Il più noto di questi tentativi è quello che le gerarchie cattoliche perseguono ormai da tempo, affermando la superiorità e la non negoziabilità dei propri valori e denunciando il relativismo delle carte dei diritti, a cominciare dalla Dichiarazione universale dell´Onu del 1948, considerate frutto di mediocri aggiustamenti politici.
 
Ma non deve essere sottovalutato un prodotto di quest´ultima stagione, l´annuncio di "manifesti dei valori" ai quali le nuove forze politiche vogliono affidare una loro "ben rotonda identità". Il mutamento di terminologia è rivelatore. Non più "programmi" politici, ma manifesti, un tipo di documento che storicamente ha valore oppositivo, addirittura di denuncia dell´ordine esistente. E oggi proprio l´ordine costituzionale finisce con l´essere messo in discussione. Viene abbandonata la politica costituzionale, già indebolita, ma che pur nei contrasti aveva accompagnato la vita della Repubblica, contraddistinto battaglie come quella dell´"attuazione costituzionale", segnato stagioni come quella del "disgelo costituzionale". Al suo posto si sta insediando un dissennato Kulturkampf, una battaglia tra valori che sembra muovere dalla impossibilità di trovare comuni punti di riferimento. L´identità costituzionale repubblicana è cancellata, al suo posto scorgiamo la pretesa di imporre una verità o la ricerca affannosa di compromessi mediocri. Nel linguaggio di troppi politici i riferimenti alle encicliche papali hanno sostituito quelli agli articoli della Costituzione.
 
Nelle parole di altri si rispecchiano una regressione culturale, una corsa alle risposte congiunturali, più che una matura riflessione sui principi che devono guidare l´azione politica. Ci si allontana dal passato senza la lungimiranza di chi sa cogliere il futuro. Questo è forse l´effetto di un inesorabile invecchiamento della Costituzione della quale, a sessant’anni dalla nascita, saremmo chiamati non a celebrare la vitalità, ma a registrare la decrepitezza? L´intoccabilità della prima parte deve cedere ai colpi inflitti dal mutare dei tempi? Ribadito che siamo di fronte a un tema distinto dalla buona "manutenzione" della seconda parte, che disciplina i meccanismi istituzionali, proviamo a saggiare la tenuta dei principi costituzionali considerando proprio questioni recenti, per vedere se non sia proprio lì la bussola democratica, liberamente e concordemente definita, alla quale tutti devono riferirsi.
 
Partiamo dall´attualità più dura, dalle morti sul lavoro, delle quali la tragedia della Thyssen Krupp è divenuta l´emblema. L ´articolo 41 della Costituzione è chiarissimo: l´iniziativa economica privata è libera, ma «non puòsvolgersi in contrasto con l´utilità sociale e in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Questa sarebbe una incrostazione da eliminare perché in contrasto con la pura logica di mercato? Qualcuno lo ha proposto, ma spero che la violenza della realtà lo abbia fatto rinsavire. Oggi è proprio da lì che bisogna ripartire, da una sicurezza inscindibile dal rispetto della libertà e della dignità, dalla considerazione del salario non solo come ciò che consente di acquistare un lavoro sempre più ridotto a merce, ma come il mezzo che deve garantire al lavoratore ed alla sua famiglia «un´esistenza libera e dignitosa» (articolo 36). Questione ineludibile di fronte ad un processo produttivo che, grazie anche alle tecnologie, si impadronisce sempre più profondamente della persona stessa del lavoratore. La trama costituzionale ci parla così di una «riserva di umanità» che non può essere scalfita, ci proietta ben al di là della condizione del lavoratore, mette in discussione un riduzionismo economicistico che vorrebbe l´intero mondo sempre più simile alla New York descritta da Melville all´inizio di Moby Dick, che «il commercio cinge con la sua risacca».
 
Altrettanto irrispettosa della vita è la decisione del Comune di Milano di non ammettere nelle scuole materne comunali i figli di immigrati senza permesso di soggiorno. È davvero violenza estrema quella che esclude, che nega tutto ciò che è stato costruito in tema di eguaglianza e cittadinanza e, in un tempo di ripetute genuflessioni, ignora la stessa carità cristiana. Di nuovo la trama costituzionale può e deve guidarci, non solo con il divieto delle discriminazioni, ma con l’indicazione che vuole la Repubblica e le sue istituzioni obbligate a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l´eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (così l´articolo 3). E cittadinanza ormai è formula che non rinvia soltanto all´appartenenza ad uno Stato. Individua un nucleo di diritti fondamentali che non può essere limitato, che appartiene a ciascuno in quanto persona, che dev’essere garantito quale che sia il luogo in cui ci si trova a vivere. Hanno mai letto, al Comune di Milano, la Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea? Sanno che in essa vi è un esplicito riconoscimento dei diritti dei bambini? Trascrivo i punti essenziali dell´articolo 24: «I bambini hanno diritto alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere… In tutti gli atti relativi ai bambini, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l´interesse superiore del bambino deve essere considerato preminente». Di tutto questo, e non solo a Milano, non v´è consapevolezza, segno d´una sorta di pericolosa "decostituzionalizzazione" che si è abbattuta sul nostro sistema politico-istituzionale.
 
Ma seguire le indicazioni della Costituzione rimane un dovere. Certo, serve una cultura adeguata, perduta in questi anni e che ora sta recuperando una magistratura colta e consapevole, che affronta le questioni difficili del nascere, vivere e morire proprio partendo dai principi costituzionali, ricostruendo rigorosamente il quadro in cui si collocano diritti e libertà delle persone, risolvendo casi specifici come quelli riguardanti l´interruzione dei trattamenti per chi si trovi in stato vegetativo permanente, il rifiuto di cure, la diagnosi preimpianto. Ma proprio questo serissimo lavoro di approfondimento sta rivelando la distanza tra cultura costituzionale e cultura politica. Sembra quasi che, prodighi di dichiarazioni, troppi esponenti politici non trovino più il tempo per leggere le sentenze e le ordinanze che commentano, o non abbiano più gli strumenti necessari per analisi adeguate.
 
Fioccano le invettive e le minacce: «invasione delle competenze del legislatore», «ricorreremo alla Corte costituzionale». Ora, se questi frettolosi commentatori conoscessero davvero la Corte, si renderebbero conto che le deprecate decisioni della magistratura seguono proprio una sua indicazione generale, che vuole l´interpretazione della legge "costituzionalmente orientata": Nel caso della diagnosi preimpianto, anzi, sono stati proprio i giudici a bloccare una pericolosa invasione da parte del Governo delle competenze del legislatore, che non aveva affatto previsto il divieto di quel tipo di diagnosi, poi introdotto illegittimamente da un semplice decreto ministeriale.
 
La stessa linea interpretativa dovrebbe essere seguita nella controversa materia delle unioni di fatto, al cui riconoscimento non può essere opposta una lettura angusta dell´articolo 29, già superata negli anni 70 con la riforma del diritto di famiglia. Parlando di «società naturale fondata sul matrimonio», la Costituzione non ha voluto escludere ogni considerazione di altre forme di convivenza, tanto che l´articolo 30 parla esplicitamente di doveri verso i figli nati "fuori del matrimonio"; e l´articolo 2, per iniziativa cattolica, attribuisce particolare rilevanza giuridica alle "formazioni sociali", di cui le unioni di fatto sono sicuramente parte. Linea interpretativa, peraltro, confermata dall´articolo 9 Carta dei diritti fondamentali che mette sullo stesso piano famiglia fondata sul matrimonio e altre forme di convivenza, per le quali è caduto il riferimento alla diversità di sesso. Che dire, poi, delle resistenze contro una più netta condanna delle discriminazioni basate sull´orientamento sessuale, che costituisce attuazione degli impegni assunti con i trattati europei e la Carta dei diritti? Dopo esserci allontanati dalla nostra Costituzione, fuggiremo anche dall´Europa e ci sottrarremo ai nostri obblighi internazionali?
 
Nella Costituzione vi sono molte potenzialità da sviluppare, come già è accaduto con il diritto al paesaggio e la tutela della salute. Quando si dice che la proprietà deve essere "accessibile a tutti", si leggono parole che colgono le nuove questioni poste dall´utilizzazione dell´enorme patrimonio di conoscenze esistente in Internet. E la rilettura delle libertà di circolazione e comunicazione può dare risposte ai problemi posti dalle tecnologie della sorveglianza e dalle gigantesche raccolte di dati telefonici. Vi è, dunque, una "riscoperta" obbligata di una Costituzione tutt´altro che invecchiata e imbalsamata, che regge benissimo il confronto con l´Europa, che rimane l´unica base democratica per una discussione sui valori sottratta alle contingenze ed alle ideologie. Questo richiede l´apertura di una nuova fase di "attuazione" costituzionale". Chi sarà capace di farlo?
Stefano Rodotà

www.repubblica.it in viottoli gennaio 2008

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La politica papale va in porto solo in Italia

Non sono tempi facili per la Chiesa cattolica. I processi di secolarizzazione, nonostante alcuni maldestri tentativi di negarne l’evidenza, proseguono apparentemente inarrestabili e, anzi, cominciano a investire anche aree, come l’America latina e gli Usa, che ne sembravano finora escluse.
 
Il numero dei non appartenenti a alcuna religione è in crescita quasi ovunque, così come cresce il numero delle nazioni che improntano la propria legislazione al principio di laicità, riconoscendo nel contempo «nuovi» diritti a chi finora era discriminato: donne, omosessuali, minoranze religiose. In questo contesto, il Vaticano sembra non riuscire a stabilire un contatto con il mondo contemporaneo: di qui la sua crescente contrapposizione con realtà, come ad esempio l’Onu, la Bbc o Amnesty International, che, pur diversissime tra loro e non certo «laiciste», sono comunque accomunate su scala mondiale da una credibilità che dovrebbe consigliare maggior prudenza alle gerarchie ecclesiastiche.
 
Non è estranea a questo clima la presenza sul trono di Pietro di un pontefice come Benedetto XVI. La sua recente enciclica Spe Salvi ha suscitato molte polemiche per i virulenti attacchi all’ateismo e all’illuminismo, dimenticando quanto quest’ultimo sia alla base delle migliori conquiste degli ultimi tre secoli: democrazia, eguaglianza, laicità, libertà di espressione. Il punto di vista del documento è prettamente europeo: è faticoso avere un respiro universale quando ci si richiude all’interno del bunker. L’ideologia di Ratzinger sembra volgersi molto indietro come se l’ossessiva avversione per il relativismo si fosse trasformata, strada facendo, in una condanna della stessa pluralità
dell’esistente, semplificata in un dualismo da Them-or-Us, Noi-contro-Loro, che, benché tipico del monoteismo, è più la caratteristica di una setta che di una confessione religiosa mondiale. Benedetto XVI non sembra, al momento, aver ancora individuato una strategia in grado di invertire la rotta, fatta eccezione per il vecchio, consolidato e proficuo ricorso all’aiuto del potere politico.
 
Parte integrante di questa strategia passa per una riscrittura della storia («le radici cristiane») e finanche dello stesso vocabolario, con la creazione del concetto di laicità «sana», sconosciuto fino a pochissimi anni fa: la sua specificazione si traduce nell’esplicita richiesta di privilegiare i credenti, soprattutto se organizzati sotto le insegne della Chiesa di Roma. Il problema, per Ratzinger, è che riverniciature confessionali di questo tipo sembrano trovare ascolto solo in Italia, l’unico paese dove un Tar e un Consiglio di stato possono permettersi, nell’indifferenza pressoché generale, di definire il crocifisso un «simbolo della laicità dello stato».
 
Il nostro è anche l’unico paese dove i tg riservano l’apertura a ogni prolusione papale e dove uomini politici, dopo aver probabilmente perso ogni contatto con la realtà quotidiana, si sono affidati alla realtà virtuale della tv, traendone l’impressione che l’episcopato possa spostare chissà quanti voti a loro favore e, eventualità decisamente assurda, a favore di tutti. L’atteggiamento acquiescente sembra pervadere entrambi gli schieramenti e lascia i pochi, genuini esponenti laici in balia di una condizione di inanità tale da spingerli a porre in secondo piano la rivendicazione di diritti che, nel resto d’Europa, sono in gran parte oramai acquisiti.
 
Conseguenze pratiche? Anche quel poco che è stato messo nero su bianco nel programma dell’Unione (diritti per le coppie di fatto, testamento biologico, nuova legge sulla libertà religiosa) sembra segnare definitivamente il passo sotto l’ostracismo dei teodem; proposte di buon senso, come quella volta a eliminare l’esenzione Ici sugli immobili ecclesiastici destinati a attività commerciali, ottengono un sostegno risibile; iniziative popolari, come la richiesta di istituire un registro per le unioni civili a Roma, vengono impallinate dal Pd in nome dei supremi interessi della coalizione.
 
Tali interessi vengono però meno quando, a non votare la fiducia al governo, è la senatrice dell’Opus Dei Paola Binetti, contro la quale nessuno si è azzardato a chiedere provvedimenti. Per contro, ci è toccato leggere la spericolata dichiarazione di D’Alema sui matrimoni omosessuali, in cui è riuscito a mischiare il rispetto (giuridico!) che si dovrebbe portare a un sacramento cattolico alla sua personale fascinazione per una fede che trova la propria forza in un clero e in fedeli sempre più anziani. Sganciati da un mondo che cambia e dalle realtà più dinamiche della società, questi politici italiani continuano in tal modo a praticare quella saldatura con i poteri spirituali. La perdurante influenza vaticana dimostra che è la politica a rappresentare un autentico instrumentum religionis. Ma solo quando è disponibile a lasciarsi usare.
Raffaele Carcano

fonte: www.ilmanifesto.it

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Le (antiche) paure di Ratzinger

L’enciclica Spe salvi di Benedetto XVI e la condanna del relativismo che informerebbe le istituzioni internazionali confermano la grande difficoltà che nella società plurale ha la gerarchia cattolica a sostenere il carattere assoluto e quindi unico e immutabile della verità di cui si ritiene portatrice o annunciatrice.
 
«Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza – scrive Ratzinger citando Paolo apostolo – … noi abbiamo bisogno delle speranze – più piccole o più grandi – che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere. Proprio l’essere gratificato di un dono fa parte della speranza. Dio è il fondamento della speranza – non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme».
 
Questo ritengo che sia il fulcro di tutta l’enciclica. Vi si rivela, a mio modo d’intendere, la paura che da due secoli assedia la gerarchia cattolica, con la parentesi di papa Giovanni e del Concilio: divenire insignificante in un mondo emancipato dal dominio del sacro e dell’assoluto. Il linguaggio dei papi in questi due secoli si è affinato, non c’è dubbio, ma la sostanza resta quella: la grande paura che la modernità renda superflua la Chiesa.
 
Conviene rivisitare i documenti antimodernisti che si sono succeduti dall’Ottocento, i quali con linguaggio talvolta più ruvido, ma anche più esplicito, esprimono la stessa paura di Ratzinger. L’enciclica Quod apostolici muneris di papa Leone XIII, del 1878, esprime drammaticamente la paura che «lo stesso Autore e Redentore del genere umano sia espulso insensibilmente e a poco a poco dalle Università, dai Licei e dai Ginnasi e da ogni pubblica consuetudine della vita». È un documento poco conosciuto, tenuto quasi nascosto per il carattere sconvolgente con cui denuncia i
mali dell’epoca moderna; meglio enfatizzare l’altra enciclica dello stesso papa, la Rerum novarum, per la quale egli è divenuto famoso, che è ritenuta una svolta ma che nella sostanza dice le stesse cose.
 
Ritengo utile, per illuminare e capire il senso intimo dell’enciclica di Ratzinger, citare un po’ ampiamente la Quod apostolici muneris: «Queste audaci macchinazioni degli empi, che ogni giorno minacciano all’umano consorzio più gravi rovine e tengono in ansiosa trepidazione l’animo di tutti, traggono principio e origine da quelle velenose dottrine che, sparse nei tempi passati quali semi malsani in mezzo ai popoli, diedero a suo tempo frutti così amari. Infatti Voi ben conoscete, Venerabili Fratelli, che la guerra implacabile mossa fin dal secolo decimosesto dai 3ovatori contro la fede cattolica, e che venne sempre crescendo fino ai giorni nostri, ha per scopo d’aprire la porta a quelle idee e, per dir più propriamente, ai deliri della ragione abbandonata a se stessa, eliminata ogni rivelazione e rovesciato ogni ordine soprannaturale. Tale errore, che a torto prende nome dalla ragione (il razionalismo, l’illuminismo, il relativismo – ndr), siccome solletica e rende più viva l’innata bramosia d’innalzarsi, ed allenta il freno ad ogni sorta di cupidigie, senza difficoltà s’introdusse non solo nella mente di moltissimi, ma giunse anche a penetrare ampiamente nella società civile. Quindi con empietà nuova, sconosciuta perfino agli stessi pagani, si costituirono Stati senza alcun riguardo a Dio ed all’ordine da Lui prestabilito; si andò dicendo che l’autorità pubblica non riceve da Dio né il principio, né la maestà, né la forza di comandare, ma piuttosto dalla massa popolare la quale, ritenendosi sciolta da ogni legge divina, tollera appena di restare soggetta alle leggi che essa stessa a piacere ha sancite. Combattute e rigettate come nemiche della ragione le verità soprannaturali della fede, si costringe lo stesso Autore e Redentore del genere umano ad uscire insensibilmente e a poco a poco dalle Università, dai Licei e dai Ginnasi e da ogni pubblica consuetudine della vita. Infine, messi in dimenticanza i premi e le pene della eterna vita avvenire, l’ardente desiderio della felicità è stato rinserrato entro gli angusti confini del presente. Con queste dottrine disseminate in lungo e in largo, e con tale e tanta licenza d’opinare e di fare accordata dovunque, non deve recare meraviglia che gli uomini della plebe, stanchi della casa misera e dell’officina, anelino a lanciarsi sui palazzi e sulle fortune dei più ricchi; non deve recare meraviglia che, scossa, vacilli ormai ogni pubblica e privata tranquillità, e che l’umanità sia giunta quasi alla sua estrema rovina».
Il tono dell’enciclica è tutto su questo registro. E così si conclude indirizzando la denuncia soprattutto contro il socialismo: «Stando così le cose, … ai popoli ed ai Prìncipi sbattuti da violenta procella … preoccupati dall’estremo pericolo che sovrasta, indirizziamo loro l’Apostolica voce; ed in nome della loro salvezza e di quella dello Stato di nuovo li preghiamo insistentemente e li scongiuriamo di accogliere ed ascoltare come maestra la Chiesa, tanto benemerita della pubblica prosperità dei regni, e si persuadano che le ragioni della religione e dell’impero sono così strettamente congiunte che di quanto viene quella a scadere, di altrettanto diminuiscono l’ossequio dei sudditi e la maestà del comando. Anzi, conoscendo che la Chiesa di Cristo possiede tanta virtù per combattere la peste del Socialismo, quanta non ne possono avere le leggi umane, né le repressioni dei magistrati, né le armi dei soldati, ridonino alla Chiesa quella condizione di libertà, nella quale possa efficacemente compiere la sua benefica azione a favore dell’umano consorzio. … Infine, siccome i seguaci del Socialismo principalmente vengono cercati fra gli artigiani e gli operai, i quali, avendo per avventura preso in uggia il lavoro, si lasciano assai facilmente pigliare all’esca delle promesse di ricchezze e di beni, così torna opportuno di favorire le società artigiane ed operaie che, poste sotto la tutela della Religione, avvezzino tutti i loro soci a considerarsi contenti della loro sorte, a sopportare la fatica e a condurre sempre una vita quieta e tranquilla».
 
Che ha a che fare la finezza di Ratzinger con queste espressioni così ruvide? Oppure con l’affannosa difesa della verità rivelata contenuta nel Sillabo di Pio IX del 1864? Più vicina allo stile di Benedetto XVI può essere considerata l’enciclica Pascendi di Pio X, antimodernista per eccellenza, apprezzata però per la sua potenza filosofica e la sua coerenza, non per i contenuti, dai due principali pensatori “laici” dell’Italia del tempo, Benedetto Croce e Giovanni Gentile. La Pascendi ispirerà l’enciclica Humani generis di Pio XII e la Fides et Ratio di Giovanni Paolo II.
 
Meno esplicitamente ma certo sostanzialmente ha ispirato a mio modo di vedere anche la Spe salvi. La quale presenta forti analogie con i precedenti pronunciamenti antimoderni del papato e soprattutto ha in comune con essi la paura e la difficoltà a rapportare la speranza e la fede teologali alle speranze e alle fedi terrene. I papi antimoderni compreso Benedetto XVI pensano in termini contrappositivi.
 
La parentesi di Papa Giovanni e del Concilio dimostra che la paura del mondo non è affatto connaturata alla fede cristiana, rende palese anzi il fatto che la paura è di ostacolo alla fede, la contraddice. È divenuta famosa la denuncia che Roncalli fece all’apertura del Concilio l’11 ottobre 1962: «A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza».
 
Ecco la chiave teologica di una fede non contrappositiva e priva di paura del mondo emancipato dal sacro e da Dio. Le speranze terrene non hanno bisogno di sbandierare il riferimento a Dio per essere autentiche. Dio ce l’hanno dentro per chi vede i “misteriosi piani”, anche se sono speranze laiche e di atei. Non è che sia una teologia priva di contraddizioni, ma intanto libera dalla paura e dal conflitto. Fra i “profeti di sventura” vi sono adombrati i suoi predecessori? Un cosa si può dare per certa: alcuni sassolini dalla scarpa papa Giovanni se li è voluti levare dal momento che egli stesso era stato indagato per modernismo.
 
La cosa lo aveva fatto tanto soffrire che una volta divenuto papa impedì al suo solerte segretario mons. Capovilla di distruggere il dossier contro di lui conservato al Sant’Uffizio. Volle che fosse conservato come monito. Soprattutto è una presa di distanza esplicita dall’antimodernismo la grande lezione della teologia dei “segni dei tempi” proposta dalla Pacem in Terris che vede e valorizza gli aspetti di speranza del cammino umano nell’ascesa del mondo operaio, nell’emersione della soggettività femminile, nella liberazione dei popoli.
 
Siamo agli antipodi del pensiero di Ratzinger il quale disconosce il grande impegno di tanti cristiani e cristiane in tutto il mondo che portano quotidianamente il loro contributo di fede e di annuncio evangelico unendolo senza imposizioni, senza contrapposizioni e senso di superiorità, ai contributi di tutti gli uomini di buona volontà di qualsiasi fede, religione, cultura. Nell’incarnazione sta il contributo di speranza di questi cristiani conciliari; nella valorizzazione dei “segni dei tempi” e non nelle condanne sta la loro speranza.

Enzo Mazzi (Cdb Isolotto – Firenze) fonte: viottoli gennaio 2008

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Quando la scienza è laica. Intervista a Piergiorgio Odifreddi (parte II)

di Michele Tosto
31/01/2008

continua da Quando la scienza è laica. Intervista a Piergiorgio Odifreddi (parte I)

R@: Qualche sera fa, il Rettore Fisichella avanzava l’obiezione secondo la quale non ha senso l’espressione "la scienza è laica", manifesto della protersta di questi giorni, perché la teologia sarebbe scienza sulle scienze. Una domanda ingenua: ma cos’è la scienza?
PO: Dipende naturalmente da come la si definisce. Per me, una definizione che comprendesse anche la teologia, sarebbe così comprensiva da includervi tutto, dalla magia alla superstizione, e dunque da snaturare il concetto stesso. Io credo semplicemente che la scienza sia lo studio della natura (uomo compreso), che usa il linguaggio matematico e il metodo sperimentale. Così è intesa nel resto del mondo, e sarebbe bene non fare confusione sull’argomento solo perchè siamo in Italia e confiniamo col Vaticano.

R@: Il Papa è certamente uscito vincente da tutta la vicenda, la sua immagine rafforzata e in generale si è guadagnato la riverenza dell’intero mondo politico. Secondo lei, che dinamiche si celano dietro questi meccanismi?
PO: Le solite che si celano dietro la politica e la fabbrica del consenso. Da questo punto, la chiesa non e’ diversa da un partito politico. Anzi, e’ un partito politico, e il piu’ forte che ci sia in italia.

R@: Attualmente si ha come l’impressione che nel PD acquisti sempre maggiore spazio e importanza la componente cattolica a chiaro discapito della laicità del partito e delle rappresentaze politiche del Paese. Dove crede porterà questa politica?
PO: Non sono in grado di far previsioni. Certo è che è stata la componente cattolica dell’Ulivo, e in particolare Mastella (che a "Porta a porta" la sera del suo tradimento ha detto chiaramente che non si può manifestare solidarietà al papa e stare dentro un partito che alberga "un ateo come Odifreddi") a far cadere il governo. Ed è innegabile che in un paese dove ormai le elezioni si vincono con qualche migliaia di voti di differenza, tutti i voti contino, e nessuno possa permettersi di alienarsi quelli di un trenta per cento della popolazione: credo sia anche per questo motivo, che il PD sembra preferire una posizione pragmatica a una ideologica.

R@: In un altro Paese d’Europa, quanto successo in Italia sarebbe impensabile, soprattutto in riferimento alla vicenda e al prologo che ha visto molti politici in piazza San Pietro domenica 20 gennaio all’Angelus del papa. Cosa ha questo Paese? Perché improvvisamente si è risvegliata la coscienza cattolica?
PO: Il nostro paese ha l’anomalia del Vaticano: se il papa risiedesse a Gerusalemme o ad Avignone, sarebbe ovviamente un’altra cosa, come dimostrano i comportamenti di altri Paesi cattolici, dalla Francia alla Spagna. La coscienza cattolica, poi, si è risvegliata negli ultimi anni perchè la caduta del muro di Berlino e Tangentopoli hanno prodotto dei vuoti ideologici e politici che la chiesa ha saputo colmare in parte. Forse, superati quei traumi, tra qualche anno la chiesa rientrerà nei ranghi. Ma non lo farà da sola, e qualcuno ce la dovrà far rientrare: e le contestazioni al papa possono anche essere un primo passo per mostrare che non tutti sono adagiati e servili, e che una parte della popolazione mantiene un barlume di coscienza critica.

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Quando la scienza è laica. Intervista a Piergiorgio Odifreddi

(parte I)
di Michele Tosto
30/01/2008
Dopo la caduta del governo Prodi e le burrascose conseguenze, la questione della contestatissima visita – cancellata tra mille polemiche – di papa Benedetto XVI all’Università Sapienza di Roma è caduta più o meno nello stesso oblio dei molti fatti di attualità, dall’impatto fortemente mediatico, cavalcati dai mezzi di comunicazione per un periodo brevissimo, fino alla ribalta del successivo evento sul quale puntare repentinamente tutti i riflettori. Eppure sebbene l’attenzione comune su questo fatto sia improvvisamente scemata, ci pare opportuno continuare a riflettere su quanto accaduto nell’ateneo romano ormai un paio di settimane fa, sia perché è rimasta l’impressione che gli studenti e i docenti dissidenti ne siano usciti non sconfitti ma offesi da una politica intransigente e da una informazione distorta, sia perché sull’argomento non saranno mai troppe le parole controcorrente. Abbiamo per questo invitato Piergiorgio Odifreddi – professore, scrittore e uomo di politica – ad illustrarci il suo punto di vista, per concederci l’ennesima opportunità per riflettere su quanto accaduto alla Sapienza e più in generale sulla direzione che sta prendendo questo Paese.

R@: Come ha visto la vicenda Benedetto XVI alla Sapienza prima della cancellazione della visita? E dopo?
PO: Prima, l’ho vista come un invito pretestuoso, fatto probabilmente per motivi di politica interna da un rettore in cerca di pubblicità: in questo senso, un evento non molto diverso dalle lauree ad honorem date ad altri personaggi mediatici, da Mike Bongiorno a Valentino Rossi. Dopo, l’ho vista come una delle furberie a cui ci ha abituato la chiesa di Ruini. E cioe’, come una tempesta in un bicchier d’acqua che ha saputo (e qui, tanto di cappello ai furbetti di quartiere Vaticano) girare a proprio vantaggio la situazione.

R@: Tutti contro gli studenti e i docenti dissidenti della Sapienza, è possibile che nessuno abbia trovato spazio per esprimere un parere differente?
PO: Questo è il vero punto dolente della vicenda: il fatto che tutti, dal Presidente della Repubblica ai quotidiani nazionali, abbiano solo avuto parole di condanna per docenti e studenti, e nessuno abbia capito che, stracciandosi le vesti perche’ "si impediva al papa di parlare", nella sostanza si impediva a loro di dissentire.

R@: Perché la vicenda – a suo giudizio – ha provocato tanto scalpore?
PO: Nel mondo dei media, fa scalpore ciò che i media esaltano e amplificano. Anche il funerale di una principessa, o la rinuncia di un papa a parlare di fronte anche a una minima dissidenza.

R@: Secondo lei, che tipo di interesse poteva avere la Sapienza a ricevere papa Ratzinger? E il Vaticano?
PO: Il vantaggio del vaticano era evidente: in particolare, continuare a mostrare l’immagine di un papa "intellettuale" e a suo agio negli ambienti universitari, dimenticando che si tratta pur sempre di un teologo, e che la teologia non è (giustamente) neppure una materia di studio nelle facoltà statali. Il vantaggio della Sapienza era duplice: da un lato, mediatico, nell’essere riuscita ad accaparrarsi un papa per l’inaugurazione dell’anno accademico, cosa che credo fosse in precedenza riservata alle università pontificie. Dall’altro lato, politico nei confronti dei cattolici, perchè in tal modo si ingraziava i favori dei credenti.

R@: A suo giudizio, è fondata la motivazione della contestazione?
PO: Certo, proprio perché in università e nella nazione non tutti sono credenti, anzi, non lo è che una minoranza (trenta per cento: quelli che frequentano le chiese, cioè, e che scelgono di dare l’otto per mille alla chiesa), benchè i media tendano a far passare il messaggio che in Italia siamo quasi tutti cattolici, anche se ci sono pochi praticanti.

continua…

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ENERGIA PER LA NOSTRA FEDE

di Lidia Maggi

Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: la fede non offre ricette specifiche per la soluzione di problemi energetici, di crisi ambientali. Nonostante l’attualità continui a riproporre letture del testo biblico che hanno la pretesa di essere esplicative del mondo in cui viviamo (si pensi al dibattito tra creazionismo ed evoluzionismo, a letture della Genesi fatte all’insegna di un «concordismo» tra narrazione biblica e interpretazione scientifica), le Scritture ebraico-cristiane consegnano al lettore una parola che parla del senso della realtà senza nutrire l’intenzione di spiegare le concrete modalità del sorgere e del dispiegarsi del mondo. Cercare nella Bibbia teorie scientifiche o modelli di sviluppo sarebbe tradire l’intenzione del testo, fraintenderne il messaggio che vuole comunicare. Le letture fondamentaliste, in questo senso, a dispetto della dichiarata fedeltà alla lettera, rischiano di non cogliere il valore di una parola che prova a rispondere ai tanti «perché» della vita e non ai «come»; che usa un linguaggio «simbolico » e non «scientifico».

La Bibbia, dunque, non affronta direttamente il tema dell’energia; e tuttavia, chi entra nella narrazione biblica non può fare a meno di confrontarsi con un mondo vivo, in movimento, energetico appunto.

Lo stesso linguaggio simbolico della Scrittura, disinteressato a giudicare la bontà di una fonte energetica, la sua preferibilità rispetto ad un’altra, rivela, tuttavia, una forte carica etica, una passione per la vita che sollecita l’interlocutore, il credente, ad interrogarsi sul suo stare al mondo e sui modelli di sviluppo della propria realtà.

Succede così che, mentre leggi la Bibbia, scopri che la Bibbia a sua volta ti legge: legge la tua vita, il tuo modo di abitare la terra, entra nelle pieghe delle tue relazioni con gli altri e ti spinge ad interrogarti sul modo di vivere ed amministrare le risorse che ti sono state affidate.

Quando nel contesto attuale si parla di crisi energetica, pensiamo al venire meno delle risorse e alla conseguente consapevolezza dei limiti, messi in evidenza dall’uso improprio delle materie prime presenti in natura. Percepiamo la gravità della situazione senza, tuttavia, coglierne fino in fondo il senso «tragico».

Per la Bibbia la crisi energetica non è tanto rappresentata dall’esaurirsi di alcune risorse necessarie per la vita. Non che la Bibbia non conosca le più svariate situazioni di carenza: si pensi alle continue carestie, alle siccità, che di volta in volta segnano il panorama biblico. Queste situazioni di crisi, temporanee o durature, mettono in moto la ricerca di soluzioni alternative (i viaggi di Abramo, dei figli di Giacobbe, di Rut; i granai di Giuseppe in Egitto, fino alla manna dal cielo e la moltiplicazione dei pani). In un certo senso, lo scenario biblico appare analogo a quello della nostra attualità. Tuttavia emerge dalle pagine della Scrittura un diverso modo d’inten-dere la crisi energetica, non è sovrapponibile, come un calco, su quello che noi oggi intendiamo. E questo per il fatto che nella Scrittura l’energia coinvolge l’intero creato. Il mondo stesso, le creature che lo abitano sono plasmati di energia. Già l’etimologia della parola energia (dal greco en ergon : in moto, al lavoro) evoca un movimento, un lavoro non confinabile in un unico ambito. L ’energia è ciò che mette in moto, esprime la vita e la dinamicità della realtà tutta.

La Scrittura conosce i quatto elementi che nell’antichità traducevano questa forza vitale: aria, acqua, terra, fuoco. Come per la cultura greca, essi rappresentano i simboli essenziali per raccontare il fondamento della vita. Nel caso della Bibbia questa vita è creata come «cosa buona» da un Dio che ha dispiegato la sua energia sul mondo, strappandolo dal caos, dall’indefinito (Gen 1). Il mondo creato da Dio è vita in movimento, è energia: è aria come soffio di vento; è acqua che disseta e fa del deserto un giardino; è terra che è madre e non tomba; è fuoco che avvampa e riscalda.

Lo scenario alternativo non si presenta semplicemente come un mondo carente di risorse: è piuttosto un mondo spento, fermo, indefinito. La crisi energetica per l’uomo biblico è il momento in cui si perde il senso dello stare al mondo, è il ritorno al caos iniziale. La bussola biblica indica la gravità di un disorientamento complessivo a proposito del senso della realtà, che sta a monte di scelte ingiuste capaci di sfigurare il giardino della creazione, trasformandolo in terra arida, priva delle risorse necessarie per vivere. Al di là della moderna opposizione tra l’atteggiamento contemplativo ed il concreto agire storico (si pensi alla nota affermazione di Marx sulla necessità di passare dalla contemplazione al cambiamento), per la Scrittura risulta essenziale condividere lo sguardo di un Dio che per primo si è messo all’opera nel mondo, al fine di discernere tra un agire che promuove la vita ed un fare portatore di morte. Un movimento preoccupato di diffondere energia, non di bloccarlo. Con le acute parole (dal sapore biblico!) di Günter Anders: cambiare il mondo non basta. Lo facciamo comunque. E, in larga misura, questo cambiamento avviene persino senza la nostra collaborazione. Nostro compito è anche interpretarlo. E ciò, precisamente, per cambiare il cambiamento. Affinché il mondo non continui a cambiare senza di noi. E, alla fine, non si cambi in un mondo senza di noi.

Su questa lunghezza d’onda, che punta all’interrogazione del senso e all’assunzione di responsabilità riguardo alla vita nella sua globalità, si muove la sapienza narrativa della Scrittura. Per la quale, dunque, l’energia riguarda tutti gli aspetti della vita, in quanto cifra della vita stessa. La visione biblica suggerisce uno sguardo «energetico» sulla vita. Il nostro approccio strumentale a proposito di un’energia necessaria per produrre, nella prospettiva di uno sviluppo illimitato e svincolato da criteri etici, è ben lontano dalla visione olistica che emerge con forza delle pagine bibliche.

In quanto figli della nostra epoca, abbiamo respirato l’aria di quella modernità che ha frammentato il sapere e ha diviso le competenze. Fatichiamo a riacquistare sguardi di insieme che ci aiutino a trovare direzione e senso. A questo si aggiunga la sensazione di precarietà che viviamo negli ultimi anni che coinvolge ambiti decisivi quali il lavoro o le relazioni più intime. Niente tiene! In questo clima di instabilità diventa più difficile pensare al futuro, progettare la vita. Ci preoccupiamo di racimolare per noi le poche risorse e siamo sempre più incapaci di sguardi ampli, che coinvolgano archi di vita più lunghi dei nostri pochi giorni.

La Scrittura può offrirci alcune preziose indicazioni per arginare questo senso di frammentazione e di precarietà. Innanzitutto, a scuola della Bibbia possiamo reimparare a guardare la vita nel suo insieme, noi che siamo figli di un tecnicismo esasperato. Ci vengono richieste competenze sempre più specifiche per stare al mondo. Il nostro sapere è settoriale, specialistico, per quanto riguarda le mansioni che dobbiamo svolgere; invece, per quanto attiene a tutto il resto, a ciò che non rientra nel nostro specifico ambito di competenza, ci affidiamo a quell’informazione mediatica che costruisce un bagaglio culturale talmente generico da trasformarsi in sapere superficiale, apripista al pregiudizio.

Sia la miriade di dati oggi in nostro possesso che la necessità di una formazione sempre più specifica appiattiscono ogni tentativo di sguardo globale. Al contrario, il panorama biblico ci richiama ad una visione più ampia, meno appiattita da un tecnicismo che recinta il nostro sguardo: un «volare alto» paradossalmente più radicato alla terra, certamente meno generico. Questo ci permette di curare la nostra miopia e di ampliare lo sguardo non solo nello spazio, per cogliere orizzonti più vasti dei nostri confini, ma anche nel tempo. La Bibbia ci aiuta a riscoprire il senso profondo di quel principio di responsabilità di cui parla Hans Jonas. Il filosofo ebreo, dopo aver delineato un’analisi tragica del mondo e dell’umanità legata ad un modello di sviluppo tecnologico ed industriale che minaccia in un futuro prossimo le stesse basi della vita umana sul pianeta, richiama al principio di responsabilità verso ogni abitante della terra come verso le generazioni future.

L’uomo, grazie alla scienza e alla tecnica, è diventato pericoloso per la sua stessa sopravvivenza come per l ’intero mondo. Si è spezzata la solidarietà tra l’umanità di oggi e quella di domani. Lo scempio di risorse attuato negli ultimi decenni ha potenzialmente privato le generazioni future delle stesse condizioni necessarie alla propria sopravvivenza. Soltanto una conversione di attitudine, di sguardo, potrà fermare il genocidio verso le generazioni future. Il principio responsabilità di Jonas è fortemente radicato nella sapienza della Scrittura. Rimanda ad un’intuizione biblica semplicissima, che potremmo tradurre in questi termini: ricollochiamo l’energia nel suo laboratorio che è la vita stessa. Occuparsi di energia non è compito solo degli addetti ai lavori: ne va di noi e della qualità della vita. Di qui la necessità di attingere quella sapienza che è vero e proprio «anticorpo» alle tentazioni della delega, della rassegnazione, della chiusura in ambiti ristretti.

Preservare il senso profondo dell’energia non è solo questione di manifestazioni di ecologisti, di riconversioni energetiche, di ricerca di forme alternative. È tutto questo e molto di più. È ricomporre un mondo in frantumi, un compito indicato dalla Scrittura ponendo l’istanza di un’energia che tenga in vita la vita. Un compito per il quale il racconto biblico offre un «vocabolario dell’anima», diverso da quel vocabolario scientifico necessario per affrontare le diverse ipotesi e per valutare quale sia la più giusta da intraprendere. Un vocabolario dell’anima articolato su molti registri: da quello sapienziale sull’uso oculato delle risorse a quello memoriale che scommette sull’importanza del fare memoria degli eventi, anche quelli tragici, per imparare a discernere; a quello simbolico, che prova a mettere in moto una diversa qualità dello sguardo, una complessiva passione per l ’esistenza…

Riscoprire la fonte energetica complessiva di cui ci parla la Bibbia ci aiuta ad aver cura di quelle radici che immettono la linfa necessaria per alimentare il mondo.

fonte: adista documenti n. 8  2008

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COMMENTO MORDACE E SARCASTICO SULLA MANCATA VISITA DI BENEDETTO XVI ALL’UNIVERSITÀ LA SAPIENZA

Il papa avrebbe dovuto visitare l’università La Sapienza di Roma. Ma non l’ha fatto, avendo avuto sentore di una protesta che avrebbe messo in ombra la coraggiosa sfida al regime dei monaci birmani. La punizione per questa sfida sarebbe stata un’eternità da passare tra i tormenti dell’inferno. Il bersaglio della manifestazione, Benedetto XVI, è considerato da studenti e professori dell’università un nemico della scienza. I capi delle Chiese contemporanee, in genere, negano di esserlo e provano a trovare spiegazioni scientifiche per le idee bibliche, come la teoria dell’intelligent design (alcune caratteristiche dell’universo e delle cose viventi sono spiegabili meglio attraverso una causa intelligente, ndt). In questo modo, possono fare af-fermazioni del tipo: “I recenti studi sui fossili suggeriscono che un tempo c’era una specie di balena nella zona della Galilea che aveva la gola delle dimensioni di una villetta odierna e avrebbe potuto essere arredata come un appartamentino con riscaldamento centralizzato, il che prova che è tranquillamente possibile che Giona abbia potuto vivere confortevolmente al suo interno per vari mesi!”.Il papa deve rispondere ad una critica specifica: cioè quella di aver citato, quando era ancora un semplice cardinale, l’affermazione che il processo a Galileo da parte dell’inquisizione nel 1633 fu “ragionevole e giusto”. Il risultato del processo, per il crimine di aver ribadito che la Terra gira intorno al sole, fu una condanna a morte, poi ridotta agli arresti domiciliari a vita. Potrebbe sembrare una sentenza troppo dura, cosicché un tipico difensore moderno della sentenza, lo scrittore Vittorio Messori, l’ha giustificata spiegando che “Galileo non fu condannato per ciò che disse ma per la maniera in cui lo fece”. Questo è il problema, allora: al Vaticano non davano fastidio le teorie sull’universo di Galileo ma il fatto che le difendesse a bocca piena. Il problema di questa spiegazione è che la sentenza di Galileo era conforme alla mentalità della Chiesa dell’epoca. Essa sosteneva che la ragione fosse “corrotta”, il che suggerisce che una lezione di scienza tenuta dai cardinali del XVII secolo non prevedesse degli esperimenti particolarmente convincenti. Un insegnante chiedeva, “Chi sa dirmi perché il rame tende a diventare verde?”. E se un bambino avesse alzato la mano e detto “È la reazione degli atomi che si combinano con l’ossigeno in un processo noto come ossidazione, signor professore”, questi avrebbe gridato “No, ragazzino. Diventa verde perché è un miracolo!”. In effetti, quando il filosofo Vanini cercò di trovare la prova dell’esistenza dei miracoli, l’iniziativa venne considerata dal Vaticano un’interferenza con la volontà di Dio e quindi gli tagliarono la lingua, lo strangolarono e lo bruciarono. Ragionevole e giusto, in effetti, perché avreste dovuto sentire la maniera in cui lo diceva! Le scoperte scientifiche dell’epoca di Galileo portarono al dissenso nei confronti della Chiesa. Per esempio, c’era questo prete ricco e radicale, Picot. A quanto sembra, in punto di morte, offrì una fortuna a quel prete che gli avesse amministrato l’estrema unzione senza formule, litanie o incensi. Un prete accettò e, poco dopo, Picot entrò in coma. Dopo tre giorni, il prete al capezzale di Picot non poté più trattenersi e cominciò a salmodiare, al che Picot si alzò a sedere sul letto e disse: “Posso ancora toglierti i soldi, sai?”. Ma forse, l’aspetto più interessante della difesa da parte di Benedetto XVI dei suoi predecessori del XVII secolo è immaginare lo scandalo che scoppierebbe se un simile atteggiamento fosse tenuto dall’Islam. Se un leader del mondo musulmano dichiarasse che fu ragionevole e giusto mandare a morte una delle menti più brillanti della storia, decine di commentatori ci direbbero che questa è la prova che l’Islam è un credo medievale, ignorante e incompatibile con i valori occidentali. Ci si chiede perché allora Martin Amis (scrittore inglese contemporaneo, ndt) non abbia scritto un libretto pieno di pompose insulsaggini sul genere: “Nel-l’orbita degli studi di Galileo ci siamo io, te, la nostra sapientizzazione e la nostra trionfante astuzità. Quindi, ponderando questo catechistico affronto del papa alla cerebralità, sento un impeto dell’anima a schiacciare tutti i redentoristi in un enorme confessionale e dare fuoco a tutti loro. Voi no?”. Perché non ci sono articoli di persone che rivendicano il proprio femminismo, e spiegano che “i cattolici devono capire che, se vogliono lasciare la Polonia o l’Irlanda per venire qui, devono adottare i nostri valori tolleranti verso i gay e l’aborto”? Perché non ci sono politici che annunciano che non parleranno con i loro elettori a meno che non si mettano il preservativo? Christopher Hitchens (scrittore e commentatore politico inglese, ndt) ha lamentato che l’Islam è incapace di passare attraverso una Riforma. Ma allora neanche il cattolicesimo, visto che la ragion d’essere della Riforma era quella di prendere il suo posto. Quindi perché non chiede di bombardare l’Italia? Presumibilmente, avremo presto degli intellettuali che ci spiegheranno che il rifiuto di Galileo evidenzia che ci troviamo in mezzo a uno scontro di civiltà, e la prova è il fatto che i sandinisti, l’Ira e Guy Fawkes erano tutti terroristi e cattolici. I manifestanti di Roma avevano progettato di rovinare la visita del papa mettendo “musica rock ad alto volume”, dato che una volta aveva detto che il rock è “opera del demonio”. A volte mi sembra una scelta difficile: ateismo o satanismo… non riesco proprio a decidermi.  

fonte:  adista contesti 10 2008

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Il chiasso della Chiesa

Il chiasso della Chiesa

Alle volte, gentile direttore, capisco la poco evangelica, forse un po’ egoistica fuga mundi delle monache di clausura. E’ vero che non avranno mai la possibilità di passare per la strada dove passò il buon samaritano e quindi di farsi prossimo del malcapitato percosso dai briganti, però per loro è l’unico modo di sentirsi vicino a Dio. Il buon parroco della chiesa che frequento, parla sempre sottovoce, non accende mai troppe luci, neppure quando recita la Messa; dice che i rumori, il chiasso, le luci, stordiscono, accecano, e impediscono di sentirsi vicino al Signore. Non capisco invece la scelta della Chiesa di questi ultimi tempi di fare tanto chiasso. Dovrebbe parlare sottovoce ai fedeli, ed invece grida. Forse non è colpa sua, forse è colpa dei mezzi di comunicazione, ma vescovi e cardinali sanno bene ormai che ogni loro parola è amplificata, gridata, ripetuta, banalizzata.

 Veronica Tussi

La Stampa 23 gennaio 2008

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UN SAGGIO DI PSICANALISI DEL CRISTIANESIMO…

Di fronte alla carenza di ricerche psicoanalitiche su questo tema, "mente e passione mi hanno progressivamente animato a intraprendere un viaggio nelle ‘viscere’ di un organismo così complesso ed eterogeneo qual è il Cristianesimo". Sono le parole con cui Luigi De Paoli – psichiatra, già coordinatore nazionale di "Noi Siamo Chiesa" – introduce Psicanalisi del Cristianesimo (113 pgg., disponibile gratuitamente on-line sul sito www.tevere.org), una ricerca che intende "individuare l’evoluzione delle dinamiche inconscie che caratterizzano l’organizzazione storica del Cristianesimo".

"La premessa d’obbligo per chi desidera fare un percorso ‘psicoanalitico’ – spiega De Paoli – è che la mente umana lavora sulla base di due ‘logiche’": un processo di elaborazione "primario" (inconscio-non razionale) ed un processo "secondario" (cosciente-razionale, tipico delle scienze moderne). Queste due logiche convivono mantenendo in equilibrio libertà e creatività da un lato, ordine e stabilità dall’altro. Per studiare il Cristianesimo occorre dunque sapere che "in una prospettiva psicoanalitica tutti gli aspetti fondamentali dell’esperienza ‘cristiana’, come la fede nel Figlio di Dio, il Risorto, i miracoli, la salvezza, l’Eucarestia, la vita eterna, ecc., hanno la loro radice ‘anche’ nei processi primari, che per loro natura sono a-spaziali e a-temporali, totalmente incuranti delle contraddizioni, per cui un soggetto può essere contemporaneamente umano e divino, morto e vivente, adulto e infante". Secondo De Paoli, riferendosi esclusivamente ad una logica di tipo secondario (come fanno ad esempio le scienze cosiddette esatte), persino la Resurrezione, perno che fonda e sorregge l’intero credo cristiano, rischia di apparire come una grande menzogna, o quantomeno una ‘magia’ difficilmente corroborabile. Inoltre, i Vangeli sinottici non brillano per coerenza: la testimonianza della resurrezione, infatti, è affidata a due (o tre) donne, che hanno creduto alla testimonianza di due angeli (o un angelo o, forse, solo un giovane raggiante). Dunque, nessuno ha ‘visto’ il Nazareno risorgere. E l’osservazione empirica è proprio il requisito che valida la conoscenza nel mondo occidentale moderno. "Detto ciò, ridurre la Resurrezione ad allucinazione collettiva (…) significa privarsi della possibilità di spiegare come schiere di poveri, di infermi, di schiavi, di donne possano aver sopportato montagne di ingiustizie, di vessazioni e di dolori identificandosi con le sofferenze del Nazareno e con la speranza di una Vita Nuova". Mons. Romero, che – afferma De Paoli – è "la copia fotostatica" di Gesù, così ha interpretato la sua ‘resurrezione’: "Se mi uccidete io risorgerò nel popolo salvadoregno".

De Paoli sfrutta a piene mani le categorie della teoria psicanalitica per contestualizzare, nell’ambito della disciplina, Gesù e la Chiesa di oggi, ricostruendo così le differenti manifestazioni del Cristianesimo nei secoli successivi alla morte di Gesù. E non lo fa per desacralizzare un’eventuale menzogna millenaria, quanto piuttosto per svelare i meccanismi di una visione del mondo fluida, in dialogo continuo con il contesto storico-sociale e con l’inconscio individuale e collettivo, che sono alla base di ogni interpretazione della realtà, compresa quella cristiana. Rispetto alle prime comunità cristiane, ad esempio, il Concilio di Nicea (indetto nel 325 da Costantino) ‘trasforma’ Cristo da "malfattore crocifisso" a "Re della gloria", da Figlio sottomesso a "Signore che trionfa sul mondo". E i cristiani, da perseguitati che erano, diventano i nuovi persecutori. De Paoli parla anche dell’eredità di S. Agostino, divenuta poi patrimonio indiscutibile della dottrina ecclesiastica. Agostino reinterpreta il "disordine pulsionale" – identificato da Gesù nell’accumulo di beni e di potere – con la "concupiscenza della carne" e, passando per Adamo ed Eva, istituisce una gerarchia tra uomo e donna, anima e corpo, "Città di Dio e città terrena", sconosciuta ai primi cristiani.

Lo studio dell’"inconscio istituzionale" comporta quindi il disvelamento delle logiche sotto cui la Chiesa cattolica si è allontanata dall’esempio del "falegname-profeta-guaritore-martire e risorto" e si è discostata sempre più dalla "struttura fraterna, comunitaria, paritetica, autogestita, povera, non stanziale inaugurata da Gesù". Questa affermazione acquista maggiore rilievo se si considera che la morale, la dottrina e soprattutto l’organizzazione della Chiesa non discendono da specifici dettami evangelici ma dai Concili ecumenici del primo millennio, che hanno progressivamente distanziato il "Gesù Risorto" dal "Gesù storico".

in adista notizie n. 9 2008

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SEMPRE PIÙ VICINE CHIESA DI ROMA E PATRIARCATO DI MOSCA

È quasi certo – salvo problemi di salute dell’uno o dell’altro protagonista – che quest’anno, finalmente, il papa e il patriarca di Mosca si incontreranno per la prima volta, e in un "Paese terzo". L’ipotesi, più volte apparsa sulla stampa (e anche sulla nostra agenzia) ha ricevuto ora la conferma da parte del metropolita Kirill di Smolensk e Kaliningrad, "ministro degli esteri" della Chiesa russa in quanto presidente del Dipartimento per gli affari ecclesiastici esteri del patriarcato di Mosca.

In un’intervista dei primi di gennaio al sito del patriarcato di Mosca, infatti, Kirill ha affermato che l’incontro tra il pontefice ed Aleksij II "è del tutto possibile. Da quando Benedetto XVI è divenuto papa i nostri rapporti sono migliorati. L’attuale pontefice ha tolto dall’ordine del giorno il problema di una sua venuta a Mosca. Una tale visita non avrebbe risolto i problemi pendenti, anzi, ne avrebbe creati di supplementari. Lo sviluppo dei nostri rapporti condurrà inevitabilmente ad un incontro papa-patriarca, anche se alcuni ambienti russi hanno tuttora una certa diffidenza verso i cattolici a causa del proselitismo dei secoli XVII e XVIII".

Indirettamente, Kirill ha dato una stoccata a Giovanni Paolo II che, malgrado il no del patriarcato, voleva a tutti i costi andare in Russia, ed a tal fine nel 2003 aveva ipotizzato un viaggio in Mongolia, con tappa a Kazan’ (città sul Volga, ad ottocento chilometri da Mosca), per consegnare personalmente nelle mani di Aleksij II la preziosa copia di una famosa icona russa (la Kazanskaya, appunto) da lui custodita in Vaticano. Ma Aleksij, accusando quel papa di aver sostenuto il proselitismo cattolico in Russia, in particolare istituendo nel Paese, nel 2002, diocesi cattoliche, rifiutò la proposta. E allora Wojtyla annullò il viaggio ad Ulan Bator. Invece, il riferimento al "proselitismo dei secoli XVII e XVIII" si riferisce ai cattolici ucraini di rito orientale – chiamati "uniati" dagli ortodossi – nati nel 1595-96, anche su spinta dei re polacchi, ma sviluppatisi soprattutto nei due secoli successivi. Il metropolita non ha fatto cenno al contenzioso uniati-ortodossi in Ucraina, che pur persiste a tutt’oggi, ma anche questo problema è nel conto.

Escluso che luogo del primo incontro tra un papa e un patriarca russo siano Roma o Mosca, ci si domanda quale città, quale "Paese terzo" potrebbe ospitarlo. Ufficialmente nulla è per ora certo: le ipotesi che al momento corrono sono soprattutto l’Austria (Vienna), l’Ungheria (Pannonhalma, storica abbazia benedettina), l’Italia (Bari, dove si trova la tomba di San Nicola, veneratissimo in Russia); altre ipotesi parlano della Francia, di Cipro o della Repubblica Ceca (Velehrad, dove si trova il santuario dei santi Cirillo e Metodio, apostoli degli slavi).

Che un incontro papa-patriarca sia prossimo lo ha fatto capire, indirettamente, lo stesso Aleksij II. Come ha raccontato alla Radio Vaticana l’8 gennaio mons. Antonio Mennini, rappresentante pontificio in Russia, al termine della celebrazione nella cattedrale di Cristo Salvatore della vigilia del Natale ortodosso, il 6 gennaio, "il patriarca ha fatto cenno a me e al nuovo arcivescovo della diocesi della Madre di Dio a Mosca, mons. Paolo Pezzi [nominato il 21 settembre; legato a Comunione e Liberazione: v. Adista n. 67/07] di avvicinarci. Abbiamo insieme baciato la croce che lui teneva e con la quale aveva benedetto i fedeli. Poi il patriarca – rivolgendosi in particolare al nuovo arcivescovo che io gli ho presentato – si è detto pronto ad incontrarlo presto, non solo per conoscerlo meglio ma per poter insieme studiare dei progetti pastorali comuni per il beneficio dei fedeli della regione di Mosca. Ha sottolineato questo elemento e ha detto che ‘i fedeli che vivono nella regione di Mosca sono affidati sia alle mie che alle sue cure pastorali’". Quest’ultima frase, naturalmente, non ha alcun rapporto diretto con l’incontro papa-patriarca. Tuttavia essa non era mai stata pronunciata prima, stante a Mosca il predecessore di Pezzi, mons. Tadeusz Kondrusiewicz (in settembre trasferito a Minsk, nella natia Bielorussia), e testimonia dunque di un "clima" che permette di immaginare assai prossimo l’incontro di Aleksij II con il pontefice.

Siccome Mennini ha ricordato che il patriarca, "rivolto a me, ha pregato ancora una volta di trasmettere al Santo Padre fervidi auguri di ogni bene per il nuovo anno appena iniziato", la Radio Vaticana ha chiesto al prelato: "Formulando gli auguri al papa, Alessio II ha anche espresso la volontà di incontrare il Santo Padre?". Risposta: "Questo non l’ha detto esplicitamente, anche se credo che lui lo voglia. Arriverà anche questo momento, arriverà". Altra domanda: "Quindi, sono tempi non ancora maturi per questo evento, ma la direzione sembra quella giusta". Risposta: "Sì. Ci sono tutti i segnali che certamente lasciano ben sperare in sviluppi positivi.

Nell’incontro dopo la solenne celebrazione per il Natale, il patriarca ha anche detto: ‘Preghiamo di far pervenire a nome mio e a nome vostro, i migliori auguri di ogni bene al papa di Roma, esprimendo la nostra stima, vicinanza e fraternità’. In suo onore – ha proseguito il patriarca – ‘vi invito tutti ad alzarvi e a cantare’".

Un’alleanza sui "principi non negoziabili"

Infine, Mennini ha ricordato la fruttuosa riunione, avvenuta il 28 dicembre, della Commissione mista cattolico-ortodossa russa, stabilita qualche anno fa, per affrontare diversi problemi pratici fra le due Chiese: "Mi sembra che ora non ci siano problemi che le due parti non possano affrontare apertamente e liberamente insieme, senza incorrere nel rischio di rompere le relazioni o i rapporti; senza incorrere nel rischio, soprattutto, che si venga a rompere un clima di fiducia, di dialogo fondato però sul rispetto reciproco".

Il vero punto di incontro tra Ratzinger ed Aleksij – sottolineano ambienti diplomatici moscoviti – è la loro totale consonanza sui "princìpi non negoziabili" (il no alle leggi civili su divorzio, aborto, eutanasia, fecondazione assistita, biotecnologie; il no alla donna-prete); per favorire, soprattutto in Europa, questa "Santa Alleanza" i due cercano di mettere tra parentesi temi scottanti ed irrisolti – come gli "uniati" e i dogmi del primato pontificio e dell’infallibilità papale – che però potrebbero ad ogni momento esplodere e rendere precaria l’intesa che l’auspicato incontro vorrebbe corroborare.

Nervosismi in casa cattolica

Ma, intanto, una piccola vicenda in casa cattolica ha turbato l’atmosfera natalizia. Il 26 dicembre, infatti, la stampa russa scriveva che il settimanale cattolico Svet Evanghelya (Luce del Vangelo) era stato chiuso da Pezzi su pressioni della gerarchia ortodossa, la quale avrebbe lamentato che la rivista sembrava "incoraggiare la popolazione a farsi cattolica". Ma Igor Kovalevsky, segretario generale della Conferenza episcopale russa, il 9 gennaio ha dichiarato all’Eni (Ecumenical News International): "La notizia è assolutamente falsa. Non si tratta di sopprimere il settimanale, ma di strutturarlo per una nuova politica di informazione, che tenga conto dei bisogni attuali". Secondo altre fonti, invece, Pezzi si è irritato perché Svet Evanghelya aveva criticato il trasferimento di Kondrusiewicz da Mosca a Minsk e, quindi, di fatto, la sua stessa nomina.

Il settimanale chiuso a Natale era nato nel ‘94, ed aveva pubblicato 650 numeri. Nel suo ultimo numero spiega di dover chiudere a causa delle modifiche "nelle strutture delle attività di informazione della diocesi", ma significativamente aggiunge di sperare che "un giorno, sia fatta piena luce" sulla decisione di chiuderlo. Anche la Kai – agenzia legata alla Chiesa cattolica polacca – ha parlato di "pressioni" ortodosse perché il settimanale fosse chiuso. L’agenzia ha criticato mons. Pezzi anche per un altro motivo. La gente gradiva molto che, al termine della messa di Natale, mons. Kondrusiewicz porgesse ai fedeli gli auguri in molte lingue (perché appartiene a molte nazioni – la Polonia, soprattutto – la piccola comunità cattolica che vive a Mosca). Questo Natale, invece, al termine della messa mons. Pezzi ha fatto parlare solo rappresentanti del patriarcato di Mosca, e con ciò ha chiuso la cerimonia, con grande rammarico dei fedeli convenuti. A conferma di queste voci, l’agenzia AsiaNews, il 28 dicembre passato, lancia la notizia dell’avvenuta chiusura di Svet Evanghely motivando il fatto con questa unica frase: "per decisione del nuovo arcivescovo dell’arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca, mons. Paolo Pezzi". in adista notizie n. 9 2008

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MONS. PLOTTI: LA CHIESA SBAGLIA…

La Chiesa sta commettendo un grave errore: accettando di farsi sostenere dai teocon e dagli ‘atei devoti’ alla Giuliano Ferrara, che in realtà difendono solo se stessi e le proprie posizioni, rischia di svendere e di ridurre la fede a strumento di potere. Lo sostiene mons. Alessandro Plotti, arcivescovo di Pisa, in un’ampia intervista pubblicata sulla Stampa il 24 gennaio, lo stesso giorno in cui si chiude il Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana.

"Il grosso pericolo e l’errore – dice Plotti – è che la Chiesa si faccia dettare l’agenda dagli atei devoti e dai teocon. Tanto più che sulla cattolicità di queste persone si può sicuramente avere più di qualche dubbio. Guai se la Chiesa deve farsi difendere da loro. È un momento difficile. Dobbiamo stare attenti che la fede non diventi instrumentum regni per chi invece di servire la Chiesa, se ne serve in logiche di potere". Si tratta di "opportunisti che approfittano delle situazioni di crisi per consolidare questa difesa della Chiesa che poi è molto superficiale e molto formale. E che poi, in realtà, è una difesa di loro stessi".

I movimenti ecclesiali sono l’altro bersaglio delle critiche di Plotti: "Hanno questa mania degli striscioni e delle bandiere", dice . "Ovunque vadano non sono capaci di stare normalmente in mezzo alla gente. Li abbiamo visti ai raduni di Loreto, al Family Day, alle udienze papali del mercoledì. Purtroppo le associazioni e i movimenti ecclesiali hanno questa mania di presenzialismo e di visibilità, e così si diventa più papalini del papa", rischiando peraltro di produrre l’effetto contrario a quello che vorrebbero ottenere: cioè la rinascita di "umori anticlericali". Secondo il vescovo di Pisa, invece, "bisogna stare attenti a non esasperare le divisioni e a non alzare troppi steccati. Occorre piuttosto cercare di trovare punti di approccio, di riferimento e di dialogo. Sul territorio, nelle parrocchie, nelle attività pastorali ordinarie, questo clima di collaborazione esiste. Per tradizione la Chiesa italiana ha sempre saputo dialogare anche in contesti radicalmente laici e con i ‘mangiapreti’. È una lezione da non perdere, anzi da recuperare, altrimenti tutto diventa interpretazione politica". Una lezione che dovrebbe rispolverare lo stesso presidente della Cei, il card. Angelo Bagnasco: "Bagnasco ha puntato su temi caldi come l’aborto e la famiglia – aggiunge Plotti –, ha tracciato una linea netta. Ma non è che se cade il governo i problemi dell’Italia si risolvono, anzi le emergenze sociali si accentuano".

"Se non stiamo attenti – conclude l’ex vicepresidente della Cei – la Chiesa rischia di essere tirata dentro in una guerra per bande e non c’è mai un momento in cui si possa fare una verifica seria e anche spietata su certi orientamenti. Ci risiamo sempre sui soliti problemi che poi di fatto sono insolubili, perché la difesa della famiglia è sacrosanta, però sappiamo perfettamente che poi verranno fuori altre forme di unioni. La moratoria per l’aborto (lanciata da Ferrara, ndr), per esempio, è un’altra invenzione estemporanea. Ma perché, si è mai sentito un cattolico difendere l’aborto?". in adista notizie n. 9 2008

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TETTAMANZI SI SCUSA CON I DIVORZIATI RISPOSATI…

"La novità? Il cardinal Tettamanzi la pensa come Pannella". Questo il commento del leghista Roberto Castelli alla "Lettera agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione" del card. Dionigi Tettamanzi. In realtà l’arcivescovo di Milano non ha messo in alcun modo in discussione la dottrina ufficiale della Chiesa che prevede "l’impossibilità di accedere alla comunione eucaristica per gli sposi che vivono stabilmente un secondo legame sponsale". Eppure le parole di comprensione ed accoglienza scritte in una lettera significativamente intitolata "Il signore è vicino a chi ha il cuore ferito" (pubblicata dal Centro Ambrosiano) non hanno mancato di suscitare una certa impressione, se non altro per la differenza di toni rispetto alla severità intransigente con cui i precetti della dottrina sono continuamente ribaditi dai vertici della gerarchia ecclesiastica. È lo stesso card. Tettamanzi a far riferimento ai "giudizi senza misericordia" e alle "condanne senza appello" talvolta pronunciati da "uomini o donne della comunità cristiana". Per questa mancanza di comprensione, scrive l’arcivescovo di Milano, "desidero dirvi il mio dispiacere": "La Chiesa non vi guarda come estranei che hanno mancato a un patto, ma si sente partecipe delle domande che vi toccano intimamente".

"La Chiesa – aggiunge il cardinale – sa che in certi casi non solo è lecito, ma addirittura inevitabile prendere la decisione di una separazione: per difendere la dignità delle persone, evitare traumi più profondi, custodire la grandezza del matrimonio, che non può trasformarsi in un’insostenibile trafila di reciproche asprezze". La separazione ha certamente un profondo impatto anche sui figli, ma anche su questo argomento è necessario evitare giudizi sommari o superficiali: "Vediamo attorno a noi esempi eroici e ammirevoli di genitori che, rimasti soli, fanno crescere ed educano i propri figli con amore, saggezza, premura e dedizione. Danno un grande esempio".

Nel corso della lettera, il cardinale non si esime dal ribadire i motivi a causa dei quali i divorziati risposati non possono accedere all’eucarestia, ma questa disposizione – sottolinea il cardinale – non implica un giudizio sul "valore affettivo e sulla qualità della relazione che unisce i divorziati risposati. Il fatto che spesso queste relazioni siano vissute con senso di responsabilità e con amore nella coppia e verso i figli è una realtà che non sfugge alla Chiesa e ai suoi pastori". La privazione del sacramento eucaristico, d’altra parte, non significa "che i coniugi divorziati risposati siano esclusi da una vita di fede e di carità vissute all’interno della comunità ecclesiale" poiché, se è vero che "la vita cristiana ha il suo vertice nella partecipazione piena all’Eucaristia", è altrettanto vero che "non è riducibile soltanto al vertice. La ricchezza della vita della comunità ecclesiale resta a disposizione e alla portata anche di chi non può accostarsi alla santa comunione". Da qui l’appello del cardinale a "partecipare con fede alla messa, anche se non potete accostarvi alla comunione. Anche a voi è rivolta la chiamata alla novità di vita che ci è donata nello Spirito. Anche a vostra disposizione sono i molti mezzi della Grazia di Dio".

"La lettera di Tettamanzi è molto importante", dice ad Adista padre Lucio Boldrin, parroco della Ss. Trinità a Villa Chigi a Roma, che da tre anni segue un gruppo di divorziati e separati attraverso un cammino di preghiera e di confronto. "È il segnale che qualcosa di nuovo si sta muovendo. Già il card. Antonelli, tempo fa, aveva accennato un ragionamento simile, pur con toni più prudenti. Ora Tettamanzi, dall’alto della sua autorità e della sua grande esperienza in campo morale, può davvero aprire un dibattito di cui si avverte l’assoluta necessità". Padre Lucio condivide anche le critiche di Tettamanzi verso alcuni atteggiamenti di parte del clero nel rapportarsi alle problematiche delle coppie divorziate: "Talvolta l’ignoranza di alcuni rappresentanti della Chiesa su tali questioni (a cominciare dalla confusione che si fa tra divorziati, separati e divorziati risposati) può far male e far soffrire chi ha ancora ferite aperte. Bisogna stare molto attenti. Quando l’arcivescovo di Milano dice che in certi casi è ‘lecito’ ed ‘inevitabile’ arrivare alla separazione, ribadisce ciò che è contenuto nel codice di diritto canonico, ma pone anche l’attenzione sul dovere di rapportarsi con ogni situazione in maniera specifica, evitando ogni formalismo". "Ci sono certi matrimoni celebrati in Chiesa – aggiunge padre Lucio – che sicuramente non hanno la canonicità del sacramento. Va promossa un’attenzione caso per caso, attenzione che può nascere solo da un rinnovato impegno d’ascolto che eviti di fare di tutt’erba un fascio. Per questo motivo mi auguro che la sollecitazione di Tettamanzi sia solo l’inizio di un cammino che porti all’abolizione della proibizione ai divorziati risposati di partecipare al sacramento eucaristico. Il divieto non può essere assoluto ed astratto: bisogna valutare le singole situazioni". (emilio carnevali) in adista notizie  n. 9 2008

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Revisionismi fascisti…

Il Comune di Trieste vuole dedicare una via all’eroe fascista Mario Granbassi.
Proprio in prossimità della Giornata della Memoria che ricorda i crimini del nazifascismo, il Comune sta per  compiere un gesto che esalta un fascista che andò a combattere in Spagna nel 1938 contro la legittima Repubblica democratica.
Mario Granbassi fu un triestino, noto come giornalista, che esaltò nella sua molteplice attività il regime e il "duce". Inoltre decise di arruolarsi nel Corpo Truppe Volontarie (CTV) spedito da Mussolini in aiuto al golpe di Francisco Franco. Il CTV diede un sostegno determinante per la vittoria dei franchisti e per l’instaurazione della lunga e sanguinaria dittatura.
Tra l’altro, gli aerei fascisti italiani sperimentarono su Barcellona, per la prima volta in Europa, il terrorismo aereo sulla popolazione civile causando tremila morti. (A Trieste, dal 15 aprile al 10 maggio, si terrà la Mostra sui bombardamenti di Barcellona preparata dal Museu d’Historia de Catalunya).
Sono quindi contrario a dedicare una via a Mario Granbassi, morto in Spagna nei primi giorni del 1939, per l’evidente significato di esaltazione della sua scelta filo franchista. Il nome ad uno spazio pubblico esalta il personaggio scelto e lo indica quale esempio eccezionalmente positivo all’opinione pubblica.
I valori di Granbassi erano esplicitamente fascisti e chi lo onora dichiara, nei fatti, di condividerli.

Lorenzo Mazzucato

 

Che c’entra Cristo con Franco?

Esistono cattolici straordinariamente perbene, gente appassionata e disponibile che stimo e non potrei altrimenti.
Ai miei occhi di "laico misericordioso", il Vaticano è la concretizzazione dei peggiori "peccati civili" (corruzione, oscurantrismo, poltroneria e chi ne ha ne metta!).
Soprattutto: non è dato un solo episodio in cui, in un qualsiasi momento critico, il Vaticano abbia voltato le spalle ai potenti e sostenuto le ragioni degli opressi.
Mai, non un momento di pietosa coerenza.
Così, nella Spagna degli anni trenta
La Chiesa non esitò un istante a partecipare al colpo di stato fascista di Franco contro il governo repubblicano democraticamente eletto.
I cattolici spagnoli condividono coi franchisti un eredità di fucilazioni sommarie e bombardamenti sui civili, una storia di sangue e repressione anti-popolare durata cinquant’anni.
Una pagina vergognosa che oggi viene riscritta coi crismi del peggior revisionismo.
La fascistissima chiesa spagnola della guerra civile, quella che per prima alzò la mano contro la volontà democratica del suo popolo (soprattutto, per l’egoistica difesa dei suoi interessi econimici e delle sue proprietà) diviene oggi "martire beata".
I demoni diventano angeli, le vittime si trasformano in carnefici.
Se Cristo, umile e coraggioso profeta dei poveri e degli opressi, fosse vissuto in quella Spagna, non avrebbe che potuto sostenere i contadini e gli operai repubblicani. Contro l’assultismo feudale e la violenza rappresentate dai fascisti e dalla borghesia.
Più passa il tempo, più mi convinco: Dio non abità in chiesa!
 
Perchè i 480 morti religiosi sono stati proclamati "santi martiri" in Vaticano e le altre migliaia di esseri umani, massacrati con l’accordo della Chiesa, vengono spazzati via ?


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Libertà della donna secondo Ruini

No grazie! Per evitare l’aborto c’è solo la contraccezione

 
Dispiace leggere e commentare dichiarazioni politiche di un cardinale come quelle di Camillo Ruini. Mai mi sognerei dibattere con lui di teologia e di regole interne alla Chiesa vaticana, ma mi sento di replicare quando il cardinale decide, attraverso una trasmissione televisiva di attualità politica come “Otto e mezzo”, ancora una volta di intromettersi subdolamente nelle leggi di uno Stato provvisoriamente laico.

Quando il cardinale spiega che la libertà di una donna non è quella di abortire ma di non farlo, dice una ovvietà. Per raggiungere questa libertà, per il cardinale i mezzi sono quelli di starle vicino, dicendole che sta commettendo un omicidio, sperando nel suo ripensamento e portare quindi a termine una gravidanza non desiderata. Ma siamo sicuri che la criminalizzazione morale, e poi anche penale, sia la strategia migliore per avere meno aborti?

Ciò che il cardinale volutamente omette è che per ridurre il ricorso all’aborto, è fondamentale promuovere la contraccezione e i metodi per la procreazione responsabile. Metodi che per il nostro cardinale sono non solo inesistenti ma che vanno osteggiati ovunque (l’ostilità, anche in sede Onu, del Vaticano per l’uso del preservativo contro il dilagare dell’Aids, è solo l’esempio più tragico).

Inoltre occorre rimuovere gli ostacoli alla contraccezione d’emergenza, la cosiddetta “pillola del giorno dopo”: un indiscusso beneficio potrà derivarne dall’abolizione dell’obbligo di ricetta, non ripetibile, come è avvenuto negli Usa e in gran parte dei Paesi Ue (Francia, Gran Bretagna, Belgio, Grecia, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Svezia). In molti Paesi, tra cui la Francia, è addirittura disponibile gratuitamente nell’ambito di progetti specifici per le ragazze minorenni e a scuola.

E proprio sulla procreazione cosciente e responsabile ho già depositato con altri parlamentari una mozione parlamentare.

 Donatella Poretti – in tellusfollio.it

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Cristianesimo in crisi: l’Asia

Sintesi di un articolo del nuovo "Papa nero", superiore generale dei gesuiti.
Su "Concilium" N. 3/2005
Cristianesimo in crisi: l’Asia

di Adolfo Nicolás
[…] La crisi del cristianesimo in Asia non è nuova. […] È cominciata nel momento stesso in cui i primi missionari europei hanno messo piede in Asia. […] Se guardiamo soltanto ai tempi moderni, Francesco Saverio ha dato inizio a una crisi per il cristianesimo quando ha aperto un dialogo con i bonzi buddisti in Giappone. Valignano l’ha ulteriormente approfondita. Ricci, Ruggieri, de Nobili e tanti altri, che volevano veramente coinvolgere la cultura, la religiosità e la comunità locale, tutti loro hanno dato inizio a una crisi che talvolta ha trasceso la situazione locale e sfidato l’intera Chiesa. […]

In questo tipo di crisi siamo trasformati da coloro che giudicano in coloro che sono giudicati. Questo non perché gli altri siano interessati a giudicarci, ma perché nella loro presenza le nostre stesse parole ritornano per giudicarci. L’altro ci giudica ascoltando il nostro messaggio e confermandone la profondità, il suo potere di invitarci a cambiare. L’altro ci giudica prendendo sul serio le nostre parole, e divenendo un testimone per la nostra vita. L’altro ci giudica forzandoci a mantenere vive le più profonde questioni, non permettendo alle parole di confondere la realtà. Quando all’altro è dato il benvenuto con amore ed è rispettato nella sua integrità non possiamo evitare di sentirci sfidati a domandarci quanto siamo veraci, quanto cristiani, quanto discepoli. […]

La crisi è attenuata ogni volta che siamo benedetti dall’esistenza di persone sante come Madre Teresa o molti altri cristiani che danno la vita per il bene degli altri. Ma vi sono anche in seno alle altre religioni migliaia di persone, note e ignote, che vivono una vita di compassione e di servizio. […]

In Asia siamo in situazione di crisi perché il nostro messaggio non è reso visibile dalla nostra vita. Il Vangelo della misericordia e della riconciliazione è negato dalla nostra incapacità di riconciliare […]. La gioia e la semplicità del perdono e del servizio hanno lasciato il posto a un complicato sistema di controlli e regolamenti che rendono il Vangelo qualcosa di distante dalle persone. Nelle Chiese occidentali o più antiche c’è la possibilità di spiegare come e perché alcune di queste anomalie si sono sviluppate, ma in una conversazione a cuore aperto con persone di altre religioni in Asia, quelle stesse spiegazioni provocano solo meraviglia e disappunto.

Il campo naturale di questa crisi è quello pastorale, dove, per nostra stessa vergogna e costernazione, sembrano occupare molto più spazio, nella predicazione e nelle direttive dei pastori, le norme e gli obblighi rispetto alla gioia, alla speranza e alla libertà: dove l’apprendere dottrine (spesso meno che intelligibili e raramente interessanti) occupa più spazio che la comunione, il servizio e l’ospitalità. […]

Il lavoro pastorale è un invito continuo a divenire vuoti di sé, per essere “ricettivi” dell’altro e dell’altra, con le sue preoccupazioni, gioie, domande, scoraggiamenti o speranze. La relazione tra servizio e vuoto interiore è così pertinente che Paolo non esita ad applicarla a Gesù Cristo in molte lettere. È anche una relazione che ha pieno senso nella tradizione asiatica buddista. Perciò quando, in Asia, scegliamo di diventare un pastore di successo, piuttosto che uno che fa il vuoto interiore e dona se stesso, perdiamo qualcosa della nostra natura in Cristo, ed entriamo in crisi.

La crisi non è meno profonda per ciò che riguarda la teologia. Le religioni asiatiche – specialmente il buddismo – sono una sfida continua per ogni parola teologica che produciamo. Mettono in questione la supposta “chiarezza” di molte delle nostre affermazioni e spiegazioni. Fondamentalmente perché è una chiarezza senza trasparenza, che esplica meglio i concetti e le definizioni che la vita, in tutti i suoi dolori e le sue gioie. Il senso critico verso il linguaggio religioso non è specificamente asiatico. Il cardinal Ratzinger, in uno dei suoi scritti sulla fede cristiana affermava, diversi decenni fa, che “tutte le affermazioni teologiche hanno un valore soltanto approssimativo” o qualcosa di analogo. Questa saggia e ispirata affermazione troverebbe nelle religioni asiatiche il più profondo assenso e la più radicale delle interpretazioni.

Al tempo stesso, i pensatori asiatici, imbevuti delle proprie tradizioni religiose, continuano a stupirsi dell’ambiguità e della leggerezza con cui usiamo termini così centrali e importanti quali “salvezza”, “fede”, “liberazione”, e simili. Il tipo di teologia che è diventata moneta corrente nei nostri seminari è rimasta distante dalla vita delle persone in Oriente e in Occidente; distanza che raddoppia quando viene utilizzata in Asia come se fosse “senso comune cattolico”. È un linguaggio in tensione, in conflitto, in disarmonia con altri linguaggi, immagini, percezioni, simboli ed espressioni religiose che hanno dato una direzione, un senso e una speranza, a milioni di persone. E per rimanere fedele alla metodologia delle domande accademiche occidentali, ha fallito nell’integrazione di conoscenze serie e modi di saggezza religiosa più liberanti, impossibili da sistematizzare, di svuotamento radicale, non-dualismo e trascendenza. […]

I veri maestri spirituali di tutte le età sono più propensi a insegnare vie per arrivare a Dio che a dare risposte a domande che riguardano Dio. L’Asia ha prodotto una ricchezza incredibile di tali “vie”. La ricerca di saggezza o della divinità è molto concreta, e i maestri continuano a guidare le persone nel loro viaggio dell’anima. È in questo contesto che noi cristiani dobbiamo pensare e riconsiderare le nostre pratiche, dalle semplici devozioni alle celebrazioni sacramentali.

Qual è la “via” cristiana nei paesi asiatici? La crisi delle nostre pratiche spirituali date per assodate dovrebbe essere un invito a riscoprire la loro ispirazione autentica […]. La Chiesa deve recuperare la sua umile posizione nel piano della salvezza. Come tutte le mediazioni umane, è soggetta alla legge della crescita e del decadimento, del peccato e della grazia, della morte e resurrezione. Fingere che sia altrimenti che così è un auto-inganno, è il rinnegamento della croce e della condizione di servo che Gesù ha assunto su di sé per tutte quelle persone (e istituzioni) che vogliono seguirlo fino alla fine. La chiesa in Asia è stata spesso povera, perseguitata in molti luoghi e per lunghi periodi, senza alcun potere e quasi invisibile in non pochi paesi… Molti vescovi e altre figure religiose in Asia erano felici di questo essere umile della Chiesa. Questa è l’immagine della Chiesa di Cristo che ha più senso in Asia; una Chiesa di casa nella povertà delle masse, e nell’ospitalità – mai discriminante – della speranza.

E tuttavia non è questa l’immagine che noi “ecclesiastici” comunichiamo più chiaramente. C’è una brama di visibilità, di influenza, di diverse forme di potere (incluso, specialmente, il potere “spirituale”), di successo visibile, cosa che svilisce la gioia di accompagnare Cristo in povertà e umiltà. La Chiesa è stata molto restia ad aprire le proprie porte e a cambiare le proprie strutture in obbedienza allo Spirito di Cristo che le ha parlato nel Concilio Vaticano II. Per questo in Asia la Chiesa appare spesso incoerente, e produce talora stupore e disappunto. Se fossimo consapevoli della crisi che stiamo di fatto attraversando, riconsidereremmo il nostro stile, il nostro linguaggio, le nostre celebrazioni alla ricerca di una maggiore armonia.

L’Asia non riuscirà mai a comprendere come una Chiesa “umile” possa tanto facilmente trascurare “altre vie di salvezza” o giudicarle come “minori della nostra”. L’Asia, con i suoi santi e mistici, i suoi testimoni ed eroici fedeli non comprenderà mai come una Chiesa nata dal Vangelo e condotta dallo Spirito di Gesù Cristo possa praticamente ignorare la ricchezza religiosa delle altre religioni e la salvezza reale ed efficace che esse hanno portato a migliaia di generazioni. […]

Dobbiamo ritornare nel viaggio pasquale dello svuotamento di sé; è la sola possibilità che abbiamo di incontrare il Cristo sofferente nel povero dell’Asia, nelle vittime di millenni di terremoti, tsunami, oppressione e ingiustizia. Lo svuotamento di sé giunge fino ai nostri concetti, alle nostre teologie, alle istituzioni, ai mondi teoretici o devozionali. Aloysius Pieris parla di un nuovo battesimo nella religiosità asiatica, e della croce della povertà asiatica. […] Proprio come Gesù che “da ricco divenne povero così che potessimo partecipare della sua ricchezza”.

Prima daremo il benvenuto alla crisi, e ci muoveremo in compagnia dello “Spirito creatore”, meglio sarà.

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Milingo e Sguotti: differenze, ma….

(Ri.Ba.) Certo, di differenze tra don Sante Sguotti e Emmanuel Milingo ce ne sono. Differenze di formazione, di storia, di scelte e di trascorsi. A ben guardarli il prete papà di Monterosso e l’esorcista, scomunicato dalla Chiesa Cattolica dopo la sua partecipazione ai matrimoni collettivi del reverendo Moon, hanno veramente poco in comune. Uno solo il punto di contatto: la lotta al celibato dei religiosi. E sulle modalità, sulle tecniche, sulle strategie per portare avanti questa battaglia ne hanno discusso venerdì sera fino a tarda notte.

Dopo la conferenza stampa delle 18 di venerdì la serata dei due preti ribelli è perseguita al Ristorante "Al Filò" di fronte ad una cinquantina di fedeli. Dopo aver allontanato i giornalisti, a conclusione della conferenza stampa, c’è stata una discussione con quei fedeli che hanno portato le loro testimonianze o manifestato il proprio sostegno ai due. Molti i separati o divorziati presenti per sostenere quella battaglia avviata da don Sante all’indomani delle scottati rivelazioni sulla sua paternità. Insomma bastava scambiare poche parole con i presenti per rendersi conto che tutti sarebbero stati ben disposti a seguire i due preti ribelli in capo al mondo. Peccato solo che difficilmente si è raggiunta la quota di una cinquantina di persone.

I due si sono salutati intorno alla mezzanotte per ritrovarsi la mattina seguente (sabato) intorno alle 8 negli studi di Canale Italia. Stupisce solo che in questo breve soggiorno padovano di Emmanuel Milingo (soggiorno che si concluderà oggi) don Sante non abbia trovato il tempo di presentare al guaritore e alla sua moglie Maria Sung la madre di suo figlio, Tamara Vecil. E non si esclude che questa distanza della donna possa nascondere una malcelata distanza dalle posizioni di Milingo.

"Più volte sono stato invitato a diventare protestante e ad uscire dalla mia chiesa – ha spiegato don Sante alle telecamere di Canale Italia – ma la gente non vuole capire che il nostro compito è ora quello di riformare la chiesa cattolica, di renderla più vicina al Vangelo e al volere di Dio". Anzi, ha poi rincarato Milingo: "proprio in un periodo in cui abbiamo un Papa che tenta in tutti i modi di tornare indietro alla tradizione più ortodossa dobbiamo fare dei passi in avanti". (fonte: gazzettino.it)

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Vescovo Padova interviene su Milingo e Sguotti

L’appuntamento è diventato una tradizione. In occasione della festa per ricordare San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, quindi, anche ieri monsignor Antonio Mattiazzo ha incontrato gli operatori dell’informazione nel Collegio Sacro di Piazza Duomo. Ma stavolta l’occasione gli ha dato modo non solo di affrontare il tema all’ordine del giorno, cioè "Chiesa e mondo dell’informazione oggi", ma anche di fare il punto su due argomenti di grande attualità, come la vicenda di don Sante Sguotti, e la possibilità che il nostro ateneo inviti Papa Benedetto XVI a partecipare alle celebrazioni galileiane. La storia dell’ex parroco di Monterosso ha toccato nel profondo la sensibilità del vescovo. «Mi ha mentito più volte – ha sottolineato monsignor Mattiazzo -, ma nonostante tutto mi fa pena. È un uomo che si è perso, che ha imboccato una strada sbagliata, ma che non ha consistenza dentro, perché una persona vale se è sincera. Mi ha raccontato bugie grandi come una casa. Mi ha ingannato, consapevole di quello che faceva». Conflitto insanabile, quindi? «Di insanabile non c’è nulla – ha osservato il vescovo -. Bisognerebbe, però, che Sante Sguotti si pentisse e venisse con umiltà. Mi considera un nemico? Quanto di più sbagliato, perché io non sono nemico di nessuno. È invece lui a essermi ostile, ad avermi diffamato. E io non ho mai replicato alle sue accuse, ma ho seguito quello che ha fatto il Signore contro il peccato, o quello che fanno i medici per combattere il male». A proposito della possibilità che Emmanuel Milingo e l’ex prete di Monterosso possano celebrare la Messa, il vescovo ha aggiunto: «Milingo è scomunicato, non solo perché ha sposato una coreana, ma prima di tutto perchè ha ordinato dei vescovi pur essendo fuori della Chiesa cattolica, che invece è Comunione con Gesù. Neppure don Sante può celebrare l’Eucarestia, indipendentemente dalla sospensione a divinis, perché convive con una donna che non è sua moglie. In questo caso non è una questione legata al celibato dei sacerdoti, perchè anche ogni fedele che si trovasse in questa situazione non potrebbe fare la comunione. Tutta questa storia, comunque, è uno scandalo. Per chi è sinceramente cristiano è un’umiliazione. Ma dove abbonda il peccato, abbonda anche la Grazia di Dio. Purtroppo, però, c’è anche chi sfrutta tutta questa vicenda, aumentando il degrado sociale». Quanto, invece, alla possibilità che il Pontefice venga a parlare all’Università in occasione delle manifestazioni galileiane del 2009, il vescovo ha aggiunto: «Con l’Università abbiamo rapporti ottimi, e in particolare con i docenti della Facoltà di Astronomia, con cui ogni anno mi incontro a ferragosto ad Asiago. Recentemente l’Ateneo mi ha chiesto di potersi avvalere di un sacerdote proprio per preparare gli avvenimenti legati alle celebrazioni per Galileo e io ho messo a disposizione un teologo. Che un Papa venga a Padova non è certo una novità, visto che è già stato qui Giovanni Paolo II. Anche se alla Sapienza il rifiuto nei confronti del Papa è arrivato da una minoranza, questa storia mi ha notevolmente rattristato, perché non è stata capita la valenza storica dell’avvenimento. La Chiesa in duemila anni di vita ha avuto milioni di martiri per la libertà: se, per esempio la Diocesi di Roma chiudesse le innumerevoli opere di Carità che ha avviato, chi le porterebbe avanti? Forse il… Dipartimento di Fisica della Sapienza? L’ateneo romano esce molto male da questa vicenda e dimostra di non avere un’apertura mentale adeguata. Per quanto riguarda la visita a quello di Padova, penso sia sufficiente applicare il concetto contenuto nel suo motto "Universa universis patavina libertas". Al suo interno ci sta benissimo anche il Papa».  (fonte: gazzettino.it)

Nicoletta Cozza

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Laicità? Vivere senza Dio ma non contro di lui

di Rosanna Pilolli
«Mamma, che vuol dire "laico"?». La voce acuta di un bambino nell’autobus affollato. La risposta della sua giovane mamma va completamente perduta nel rumore. Certamente una risposta breve, di primo significato per questa parola particolarmente frequentata in questi giorni: il termine "laico" sta ad indicare, nella sua accezione più sbrigativa, una persona non religiosa.

La parola tuttavia ha una pluralità di significati che la legano a sfere più ampie e complesse sia del "personale profondo" sia del vivere sociale. Precisando, "laico" significa propriamente, nel suo primo significato, "non facente parte del clero". Dunque laico è chiunque non abbia ricevuto gli ordini religiosi. Ma il significato molto più interessante e ricco di implicazioni morali e politiche indica tutte quelle persone che seguono i principi del laicismo, che fanno propri, cioè, gli atteggiamenti ideali e di comportamento di piena indipendenza, di pensiero e di azione politica, dall’autorità ecclesiastica. Il loro modello è quello di uno Stato sovrano, del tutto indipendente da qualsiasi organizzazione religiosa.
Viene da lontano il pensiero laico, è antico di quasi tre secoli. Ha lottato per emergere con i suoi testimoni e con i suoi martiri. Già alla fine del Settecento la rivoluzione francese aveva combattuto l’eccessivo potere della Chiesa (soprattutto della Chiesa cattolica) ed aveva indicato nel fanatismo religioso, nell’integralismo cieco, senza aperture, la causa degli eventi tragici che avevano colpito migliaia di uomini dal medioevo al 1600: le condanne capitali degli "eretici" del 1200 e quattro secoli più tardi i roghi sui quali bruciavano le vite sfortunate di povere donne malate o vecchie senza sussistenza, indicate come streghe, amanti del diavolo e da questi possedute nelle sudice fantasie dei "banchetti" del sabba.
La visione laica dello Stato e della società non esclude, in chi la ritenga migliore e più progredita di uno Stato confessionale, una professione religiosa personale, la convinzione dell’esistenza di Dio e della sua provvidenza per l’uomo.
Chi non crede nella trascendenza, dovrebbe vedere se stesso e gli altri uomini come esseri pensanti dotati di pensiero razionale, sereni per aver conquistato la consapevolezza di essere dotati di un cervello estremamente capace di pensiero.
"E’ anche una forma di umiltà" dice Umberto Veronesi nella recente intervista condotta dal giornalista-scrittore Alain Elkann, pubblicata, sotto il titolo "Essere laico", nei Tascabili Bompiani "Non siamo scelti da Dio, non siamo i suoi eletti."
Dunque animali evoluti, i più evoluti della scala biologica, finora. Possessori, per questa ragione, di un sentire etico che rende responsabili, protagonisti di alcuni dei valori fondamentali dell’umanità.
Il senso ed il sentimento della libertà, ad esempio, la pratica quotidiana, pubblica e privata della tolleranza, la solidarietà nei confronti dei più deboli. Valori di preziosa realizzazione, comuni anche al messaggio cristiano del Nuovo Testamento.
"Il rapporto con Dio non c’entra con il senso etico che riguarda soprattutto la relazione con gli altri uomini. Molti dei grandi moralisti sono non credenti. Al contrario, diceva il grande filosofo ateo Feuerbach, se ami Dio puoi non amare gli uomini". Così risponde Veronesi alla domanda se esista il senso etico senza Dio.
Anche il pensiero laico ha la nozione di "peccato" non sempre coincidente con la visione del peccato secondo le religioni.
Peccato laico è l’assenza di correttezza, l’illegittimità nei confronti degli altri, l’inganno, quale attentato all’altrui libertà e negazione profonda della propria, la corruzione economica (particolarmente fiorente nelle società del nostro tempo), la corruzione intellettuale quale l’asservimento delle proprie qualità creative o di pensiero a questo o a quel potere.
Così come esiste una fede religiosa, vive in moltissimi uomini una vera e profonda fede laica vissuta nella convinzione della forza dei valori sociali e di rapporto che l’umanità è riuscita faticosamente e spesso sanguinosamente ad elaborare ed a portare in luce nel corso del suo meraviglioso cammino fuori dal buio delle sue origini animali.

(fonte: pontediferro.org)




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Preti pedofili… botta e risposta…

Fa discutere l’annoso problema della pedofilia. In ticino l’ editoriale di Matteo Caratti ha scatenato un botta e risposta con il Giornale del Popolo. Ieri sul GdP si leggeva:

Matteo Caratti dubita di poter credere al Vescovo che deplora e condanna senza riserve ogni caso di abuso e rivanga vecchi casi, dove anche la giustizia aveva condiviso, come nel caso di Gordola, i giudizi del Vescovo su un comportamento inopportuno di polizia e magistratura. Si fosse fatto un intervento preventivo, invece che provocatorio, le cose sarebbero andate diversamente. Quando il sacerdote venne trasferito, lo si fece informando le persone che dovevano essere informate. I tempi della gogna, quando si mandavano in giro i colpevoli con al collo i cartelli dei loro errori, dovrebbero essere passati per sempre. Quanto all’altro caso evocato da Caratti, il docente incriminato venne allontanato al termine dell’anno scolastico, ritenendo che sarebbe stato meno traumatico per gli allievi e potendo offrire tutte le garanzie di comportamenti corretti e sicuri, come del resto fu.
Lasciamo perdere poi il paragone tra scuola pubblica e scuola privata, strumentalizzazione certamente indegna, considerato che anche nella scuola pubblica simili casi si sono purtroppo verificati.
Il direttore di un giornale tanto prodigo nel pubblicare pubblicità di prostituzione, prima di togliere la pagliuzza dall’occhio del prossimo, pensi alla trave del suo

Oggi il Direttore de La Regione rispondeva :

Ci spiace dover tornare sul tema. Lo facciamo pacata­mente, non per amor di steri­le polemica come ha fatto ieri nei nostri confronti il giornale della curia attac­candoci e senza per altro dare le spiegazioni richieste, ma perché riteniamo che la questione della pedofilia nella chiesa e la promozione di determinati importanti valori etici a loro (e non solo a loro) tanto cari meriti una riflessione profonda e sere­na. Come quella che dimo­stra di saper fare in questi giorni la chiesa svizzera chi­nandosi seriamente sul pro­blema e recitando anche al­cuni dolorosi mea culpa.

Cosa hanno dunque ribat­tuto ieri i colleghi alle no­stre critiche fondate su fatti assai preoccupanti ed espo­ste nel commento di martedì intitolato « Chiesa e pedofi­lia, la dura lezione romanda ci servirà? »?
In merito al caso che ha portato alla sbarra l’ex-par­roco di Gordola sulle colon­ne del GdP dietro la sigla ‘ red’ si può leggere « quando il sacerdote venne trasferito lo si fece informando le per­sone che dovevano essere informate ». Davvero?

Ripetiamo allora la no­stra domanda forse non ca­pita: fra le misteriose perso­ne che a loro dire « dovevano essere informate » quando il parroco ad inchiesta penale aperta venne trasferito lon­tano dal Ticino (precisamen­te per più di un anno nella parrocchia italiana di Sesto Calende) figuravano anche la comunità dei fedeli e le autorità politiche? Il proble­ma è molto serio visto quan­to afferma di voler fare ora la Conferenza episcopale svizzera per evitare che si continuino a spostare ( e in taluni casi a nascondere) parroci che si macchiano di reati penali. Visto che don Casiraghi oltre che ad esser processato per fatti ammessi doveva pure venir curato, chi poteva garantire che a Sesto Calende il sacerdote, che continuava ad avere con­tatti con i parrocchiani, non sarebbe ricaduto ancora in una recidiva? Chi sceglie e difende questo nebuloso modo di procedere, purtrop­po, di certe basilari garan­zie se ne impippa, dimo­strando di considerarsi una società a parte con delle pro­prie regole. Alzi la mano chi permetterebbe al proprio fi­glio di frequentare una par­rocchia sapendo che si aggi­ra un parroco sotto inchie­sta per atti sessuali su fan­ciulli!
Veniamo all’altra risposta pubblicata ieri dal Gdp: « quanto all’altro caso – sta scritto sul giornale – il do­cente incriminato venne al­lontanato al termine del­l’anno scolastico, ritenendo che sarebbe stato meno traumatico per gli allievi e potendo offrire tutte le ga­ranzie di comportamenti corretti e sicuri, come del resto fu ». Non ci siamo dav­vero: si ammette tranquilla­mente che in una scuola pri­vata è stato permesso ad un docente di rimanere tutto l’anno scolastico a contatto con allievi (e con la sua vitti­ma) mentre era già sotto in­chiesta per reati sessuali su fanciulli… perché il collegio dava la garanzia che non vi sarebbe stata una recidiva. Ancora una volta, par di ca­pire, costoro rivendicano di poter essere una società nel­la società, con regole tutte loro. Ripetiamo anche in tal caso le domande: perché non sospendere il docente come avviene nelle scuole pubbli­che in attesa della sentenza? Chi manderebbe un figlio in un simile collegio privato? Si risponda una buona volta senza nascondersi die­tro un dito o dietro una si­gla, che la dice lunga sul­l’imbarazzo nel giustificare l’ingiustificabile e che lo si faccia senza mentire ( « si tratta di vecchi casi »), senza prendere gli altri ( credenti compresi) per fessi e facendo finta di confondere il burro ( « gli annunci erotici » pre­sunte metaforiche travi del nostro quotidiano che reato non sono) con la ferrovia ( « la pedofilia » sminuita a pagliuzza che reato è, ecco­me se lo è).
Lasciateci infine darvi un consiglio che ovviamente non seguirete: ‘ passare l’ac­qua bassa’ a volte è la mi­gliore strategia.
(fonte: ticinolibero.ch)

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Il primato che ritorna

di Rossana Rossanda – da il Manifesto

Due giorni fa Joseph Ratzinger ha celebrato la messa nella cappella Sistina dando le spalle ai fedeli. Liturgia che il Vaticano II aveva sostituito con la celebrazione faccia a faccia perché non fosse un dialogo del sacerdote con dio, e i fedeli dietro, ma una celebrazione in comune. Ora si ritorna indietro.

Da quando è papa ha riaperto ai lefebvriani, ha chiuso con il dialogo ecumenico all’interno stesso dell’area cristiana, ha negato nel non casuale lapsus culturale a Ratisbona, qualsiasi spiritualità all’islam, ha messo un alt all’avanzata di un sacerdozio femminile, ha ribadito l’obbligo del celibato per i sacerdoti, ha negato i sacramenti ai divorziati che si risposino, ha respinto nelle tenebre gli omosessuali, ha condannato non solo aborto e eutanasia, ma ogni forma di fecondazione assistita, ha interdetto la ricerca sugli embrioni, intervenendo ogni giorno direttamente o tramite i vescovi sulle politiche dello stato italiano. Tra un po’ risaremo al Sillabo.

Sono scelte meditate, che significano un passo indietro rispetto al Concilio Vaticano II, che era stato un aprire le braccia all’intera comunità cristiana e oltre, a quel più vasto «popolo di dio» che era costituito, per il clero più illuminato, anche dai laici. Insomma, come Cristo la chiesa ridiscendeva fra la gente, e non saliva obbligatoriamente con lui sulla croce. Era stato Giovanni XXIII – un papa che non vantava grandi meriti teologici – a guardare con generosità alla crisi del cattolicesimo nel mondo moderno e a riaprirne i varchi. E ne venne un grande fervore, la crisi parve per breve tempo sciogliersi negli anni Sessanta. Ora si incancrenisce di nuovo basta leggere le preoccupate informazioni di Filippo Gentiloni sul posto che ha oggi la pratica del cattolicesimo fra gli italiani, e la crisi delle vocazioni che ne consegue.

E’ con questo papa che l’intera sfera politica italiana, da destra a sinistra, a eccezione dei radicali, dialoga e compone, cedendo ogni giorno qualcosa di più. Già aveva cominciato Luigi Berlinguer a eludere il divieto costituzionale finanziando le scuole confessionali ma, se era una concessione, almeno non era il consenso a una perpetua interferenza. Che si è andata invece accentuando con Karol Woityla, dovunque le scelte politiche sfiorino il terreno della coscienza. Come se questa fosse dominio riservato alla religione, e perdipiù cattolica, e una coscienza laica non esistesse, o fosse di ordine inferiore.

Così ieri Giovanni Paolo II è stato invitato in quella sede eminentemente politica che è il Parlamento, cosa che ad Alcide de Gasperi non sarebbe mai venuta in mente e oggi Walter Veltroni trova che, Roma essendo sede del seggio pontificio, non è il caso di celebrarvi le unioni civili fra persone del medesimo sesso, e speriamo che non trovi maleducato continuare a celebrare quelle fra sessi diversi, ma maleducatamente civili. E l’università della capitale, dimentica che negli atenei nessuna autorità estranea, neppure i tedeschi occupanti aveva mai messo piede, invita Ratzinger – che ieri ha saggiamente rinunciato – a elargirle non so se parole o benedizioni, qualcuno sostenendo che sarebbe un sommo teologo l’autore delle due modeste encicliche su carità (o amore depurato da ogni eros) e speranza (nella salvezza), e d’un libro su Cristo che non ha fatto palpitare. Che la destra vaticana voglia la riconquista dello stato si capisce. Che questo le spalanchi le porte no. Inviterei Veltroni e la costituente del Pd a rileggere il dibattito del 1905 sulla separazione fra stato e chiesa. In essa Jaurès argomentava come essa costituisca la sola garanzia di libertà per l’uno e per l’altra. O in una democrazia postmoderna, postcomunista, riformista è più trend ispirarsi all’Opus Dei della signora Binetti?

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Testi legislativi: l'applicazione dovrebbe essere in tutti i sensi ma…

Nella tarda mattinata di oggi, il Santo Padre Benedetto XVI ha ricevuto i partecipanti al Convegno di Studio organizzato dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, in occasione del XXV anniversario della promulgazione del Codice di Diritto Canonico.

 "Lo `ius ecclesiae´" – ha affermato il Papa nel suo discorso – "non è solo un insieme di norme prodotte dal Legislatore ecclesiale per questo speciale popolo che è la Chiesa di Cristo. Esso è, in primo luogo, la dichiarazione autorevole, da parte del Legislatore ecclesiale, dei doveri e dei diritti, che si fondano nei sacramenti e che sono quindi nati dall´istituzione di Cristo stesso".

 Ricordando l´incisiva espressione del Beato Antonio Rosmini relativa al diritto umano: "La persona umana è l´essenza del diritto", il Papa ha affermato: "Quello che, con profonda intuizione, il grande filosofo affermava del diritto umano dobbiamo a maggior ragione ribadire per il diritto canonico: l´essenza del diritto canonico è la persona del cristiano nella Chiesa".

  "La Chiesa riconosce alle sue leggi la natura e la funzione strumentale e pastorale per perseguire il suo fine proprio, che è – com´è noto – il raggiungimento della `salus animarum´. (…) Perché la legge canonica possa rendere questo prezioso servizio deve, anzitutto, essere una legge ben strutturata. Essa cioè deve essere legata, da un lato, a quel fondamento teologico che le fornisce ragionevolezza ed è essenziale titolo di legittimità ecclesiale; dall´altro lato, essa deve essere aderente alle mutabili circostanze della realtà storica del Popolo di Dio".

  "Inoltre" – ha proseguito il Pontefice – "deve essere formulata in modo chiaro, senza ambiguità, e sempre in armonia con le restanti leggi della Chiesa. ? pertanto necessario abrogare le norme che risultano sorpassate; modificare quelle che necessitano di essere corrette; interpretare – alla luce del vivente Magistero della Chiesa – quelle che sono dubbie e, infine, colmare le eventuali `lacunae legis´".

Benedetto XVI ha affermato che i responsabili del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi hanno il dovere di "vegliare perché le attività delle varie istanze chiamate nella Chiesa a dettare norme per i fedeli possano sempre rispecchiare nel loro insieme l´unità e la comunione che sono proprie della Chiesa".

 "La legge della Chiesa è, anzitutto, `lex libertatis´: legge che ci rende liberi per aderire a Gesù. Perciò, occorre saper presentare al Popolo di Dio, alle nuove generazioni, e a quanti sono chiamati a far rispettare la legge canonica, il concreto legame che essa ha con la vita della chiesa, a tutela dei delicati interessi delle cose di Dio, e a protezione dei diritti dei più deboli, di coloro che non hanno altre forze per farsi valere, ma anche a difesa di quei delicati `beni´ che ogni fedele ha gratuitamente ricevuto – il dono della fede, della grazia di Dio, anzitutto – che nella Chiesa non possono rimanere senza adeguata protezione da parte del Diritto".

AC/DIRITTO CANONICO/…                                                        VIS 080125 (480)

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CAMBIARE IL CAMBIAMENTO. DALLE CHIESE EVANGELICHE

Esaminare "i passi necessari per avviare in modo concreto una rivoluzione esistenziale nei riguardi della natura": questo lo scopo del "Manuale per comunità piene di energia", elaborato dalla Commissione globalizzazione e ambiente della Federazione delle Chiese evangeliche italiane (Fcei), e uscito insieme al primo numero dell’anno di Riforma, il settimanale delle Chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi italiane (4/1/08). "Sono sicuro – scrive nel suo "Saluto" il presidente della Fcei Domenico Maselli – che questo manuale sarà accettato in ambiente cristiano e darà un contributo per quell’unità nella prassi più importante di molte discussioni teoriche". Si tratta, sottolinea Teresa Isenburg, di riflessioni sull’"uso dell’energia nella vita di ciascuno di noi, sia a livello privato e domestico che a livello pubblico, di lavoro e di comunità", al fine di "motivare e sostenere l’agire per ridurre il consumo energetico e organizzarlo in modo più razionale", alla luce "dell’ormai condivisa preoccupazione che il modello basato sul carbonio e su un diffuso spreco non è più sostenibile né dal punto di vista della sostenibilità delle risorse né sotto il rispetto climatico". Ma se è diventato prioritario utilizzare energie diverse da quelle fossili, a cominciare da quella solare (su cui si sofferma il capitolo "Un’altra energia per abitare", di Andrea Rostagnol), non tutte le alternative sono valide, come mostra il caso degli agrocombustibili, con il rischio connesso di sottrarre suolo agricolo alla produzione di cibo per ottenere energia: non caso, scrive Antonella Visintin nel capitolo "Combustibile: dalle piante fossili alle piante viventi?", dall’inizio del 2006 il prezzo del mais è addirittura raddoppiato. È urgente, allora, sottolinea Visintin, "ripensare complessivamente un’organizzazione produttiva che prevede una folle mobilità delle merci la cui vorticosità minaccia anche la più preziosa mobilità delle persone oltre agli equilibri che consentivano alle attuali forme di vita sul pianeta di avere un futuro".

Diversi, nel manuale, anche gli esempi di "buone pratiche", a cominciare dal progetto di management ambientale comunitario del "Gallo verde", un sistema che fissa obiettivi concreti adottando azioni e interventi sostenibili secondo un percorso definito: nato in Germania, e oggi adottato da più di 200 comunità e strutture ecclesiastiche di una quindicina tra chiese evangeliche regionali e diocesi cattoliche tedesche, riunite nella rete ecumenica Management ambientale delle Chiese, il progetto è stato approvato anche dalla Chiesa valdese di Milano, che ha già superato la seconda tappa di questo processo (per qualsiasi informazione ci si può rivolgere a Claudio Garrone: claudiogarrone@yahoo.it). (in adista documenti 8 – 2008)

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ADORAZIONE EUCARISTICA PER LE VITTIME DI ABUSI SESSUALI:

Preghiere in tutto il mondo e adorazione eucaristica perpetua per le vittime dei preti pedofili: la nuova iniziativa del Vaticano, promossa dal Prefetto della Congregazione per il Clero, card. Claudio Hummes, e rilanciata dall’Osservatore Romano con un’intervista al cardinale, mobilita "diocesi, parrocchie, rettorie, cappelle, monasteri, conventi, seminari" perché preghino per le vittime dei preti che hanno compiuto abusi sessuali, nonché per la santificazione del clero.

L’iniziativa, che si pone nel solco dei mea culpa già pronunciati dalla Chiesa per i preti pedofili o violentatori, è destinata a suscitare molte polemiche tra le associazioni che riuniscono le vittime degli abusi. Per Barbara Dorris, portavoce dello statunitense Survivors Network of those Abused by Priests (Snap), "la preghiera è un’ottima cosa, è sempre positiva, ma si tratta di un atteggiamento passivo, mentre quello di cui ci sarebbe bisogno è di un’iniziativa concreta, efficace". La Snap ha mandato il 9 gennaio una lettera per chiedere le dimissioni dell’ex-arcivescovo di Boston, card. Bernard Francis Law, dagli 8 dicasteri vaticani in cui siede al momento attuale. Il card. Law, costretto ad abbandonare Boston nel 2002 per aver coperto numerosi preti pedofili nella sua diocesi, ha raggiunto l’età canonica di 75 anni il 4 novembre del 2006. Eppure, scrive l’associazione delle vittime, svolge ancora un ruolo importante nella Curia romana e, in quanto membro della Congregazione per i Vescovi, "ha un ruolo particolarmente importante e preoccupante nella selezione dei nuovi vescovi".
Hummes, nell’intervista sull’Osservatore Romano, chiama alla preghiera per "le vittime delle gravi situazioni di condotta morale e sessuale di una piccolissima parte del clero", e definisce una "priorità" l’apertura di "cenacoli eucaristici" per suscitare "un grande movimento spirituale di preghiera per tutti i sacerdoti e per la loro santificazione". All’intervistatore che chiede il perché di tale "urgenza", spiega che "problemi ve ne sono sempre stati perché siamo tutti peccatori, però in questo tempo sono stati segnalati fatti veramente molto gravi". Non manca, naturalmente, la precisazione che "solo una minima parte del clero è coinvolta in situazioni gravi, neppure l’1% ha a che fare con problemi di condotta morale e sessuale; la stragrande maggioranza non ha nulla a che vedere con fatti di questo genere".

Sulla nuova iniziativa vaticana, Adista ha sentito il parere di don Stefano Federici, che quando era ragazzo fu abusato da un prete, e di don Walter Fiocchi, vicario episcopale per la pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Alessandria e per anni editorialista della Vita alessandrina. (a. s.)

D: Il card. Hummes invita all’adorazione eucaristica perpetua per "le vittime delle gravi situazioni di condotta morale e sessuale di una piccolissima parte del clero": come si può giudicare questa iniziativa?
FEDERICI: Ritengo che sia bello pensare di portare all’eucaristia la miseria della Chiesa. Ricordo che, quando ero in seminario e partecipavo all’adorazione notturna, il mio Rettore mi diceva, citando una mistica francese: "Non sei solo tu che guardi Gesù nell’eucaristia, ma innanzitutto Lui che contempla te di fronte a lui. Lasciati guardare dentro e non avere paura". Infatti, la mia preoccupazione era sempre quella di riempire il tempo dell’adorazione con cose da dire o da fare. In quel modo il Rettore mi aiutava a lasciarmi andare, ad essere me stesso, più che a fare qualcosa di buono di fronte a Gesù nell’eucaristia, non sfuggendo alla parola che più di ogni altra era sacra ai Suoi occhi: la parola che racconta la mia vita, il mio nome, la mia storia. Cosa di meglio, dunque, che invitare i fedeli a lasciarsi guardare come comunità ecclesiale, così come siamo, per quello che siamo? Siamo la Chiesa delle beatitudini, che non teme di incontrarsi con il Maestro, che sa di essere beata non "nonostante" la sua miseria, ma nella sua povertà umana. Tuttavia, non posso scordare quello che gli angeli dissero agli apostoli che guardavano in alto il Gesù Risorto che ascendeva al cielo: "Perché guardate in alto?". Guai se gli apostoli di oggi invitassero la Chiesa a "guardare in alto", distogliendola da quello sguardo coraggioso di chi ha bisogno di ritrovare la sua fede nel Risorto nella quotidianità di una vita spesso così avara di senso e di speranza. Tuttavia, immagino che in questa situazione egli non avrebbe invitato alla preghiera per le vittime, ma per chi abusa. "Padre – avrebbe forse invocato – perdona loro, perché non sanno quello che fanno". Quanto alla "piccolissima parte del clero" che, secondo il card. Hummes, sarebbe responsabile di abusi, mi sembra una biasimevole stupida noticilla, che denuncia tutto il clericalismo del clero, anche quando manifesta le sue più buone intenzioni.  Denuncia una insincerità e un disagio non risolti, che fanno ritrarre immediatamente come al puzzo irresistibile del candore di un sepolcro imbiancato. E ciò che amareggia non è il fatto che si pensi che possano essere "di più" – che tristezza, Dio mio – ma che qualcuno abbia dovuto farlo notare. Come se, evangelicamente, facesse davvero differenza sapere quanti hanno peccato e non "perché" lo hanno fatto. Invece, sembra che questo faccia molta differenza per una Chiesa incapace di parlare chiaro e di fare giustizia. Di chiedersi il perché sia tendenzialmente così diffuso e pericoloso il comportamento sessuale deviato. Come Gesù trasgrediva il riposo del sabato per dimostrare come il modo di osservarlo fosse insano, così la gerarchia cattolica dovrebbe riscoprire il coraggio evangelico di trasgredire anche un precetto divino se il modo in cui esso è osservato è insano.

Non è vero che nella formazione dei sacerdoti la Chiesa sia capace di aiutare alla sublimazione delle pulsioni sessuali. Il potere dei superiori sui giovani seminaristi impone, consapevolmente o no, attraverso il ricatto della non-ordinazione, un modello di vita sessuale che non tiene conto della diversità dei singoli individui e della storia di ciascuno, allo scopo soltanto di difendere l’immagine della Chiesa e del suo clero. Lo dico perché so bene come sono stato educato. E sono stato educato in un periodo di particolare apertura e dialogo, molto meno repressivo e persecutorio di oggi. Tuttavia, anche in quel tempo il messaggio era molto esplicito. In un incontro in seminario, al mio ultimo anno prima dell’ordinazione, il padre spirituale ci disse, riferendosi ai comportamenti sessuali inaccettabili: "Chi in questi anni si è masturbato più di 5 volte non può diventare prete!". Ed io ci ho creduto, ed ho obbedito, intimorito di perdere il mio sogno. Ma questo non mi ha certo aiutato a capire la mia sessualità, né a sublimarla, ma a temerla e rifiutarla, come un ostacolo, un vero tabù. E, a quell’età, un ostacolo serio! Nella mia esperienza di seminarista e sacerdote, la difficoltà più grande non è quella di negare il proprio corpo e la propria sessualità. Ci si riesce, e ci si riesce anche bene. La vera difficoltà è accettare il proprio corpo ed amarlo, e con esso imparare ad amare il corpo e i sentimenti degli altri, con rispetto, fiducia e amore.

FIOCCHI: Da credente, e da credente nella forza della preghiera, non posso certo contestare l’iniziativa proposta dal card. Hummes. Ho tante amiche in monasteri di clausura e non ritengo certo che la loro vita "sia uno spreco"! Anzi, io stesso, mi appoggio stesso alla loro forza, alla loro fede, alla loro maturità cristiana, ma anche a quella umana che emerge con limpidezza dal colloquio con loro. Credo che il punto vero sia questo. Con una frase fatta potrei dire: "Il problema è culturale…".

Voglio dire che il rischio è di un’iniziativa che trasferisca i problemi nei "massimi sistemi" della Spiritualità. Non importano tanto le statistiche, che sia l’uno o il dieci per cento del clero che compie riprovevoli atti di pedofilia; non importa tanto che si possa replicare che la maggior parte degli atti pedofili accadono all’interno dei nuclei familiari (volendo così togliere ogni relazione tra celibato obbligatorio e comportamento sessuale maturo). Leggendo alcune reazioni alla proposta del cardinale è evidente che molti l’hanno intesa come un tentativo "buonista"… per affidare alla "misericordia" di Dio, più che alla giustizia umana, chi ha sbagliato; per placare con la ribadita esaltazione della loro dignità umana le vittime, che in qualche caso si tenta di far passare come istigatori…

D: Questa iniziativa potrà aiutare ad evitare che si ripetano, almeno sulla scala che conosciamo, le violenze?

FEDERICI: No, purtroppo! Non so qual è la ragione del male nel mondo, ma sappiamo per certo che né la morte di Gesù in croce, né le preghiere incessanti di milioni di uomini e donne fermano le guerre, la violenza, la fame. Oh sì, bisogna pregare per quelle vittime che hanno subito violenza da parte di preti, ma anche per quei cardinali che ti impongono di ritrattare le dichiarazioni fatte a testimonianza di abusi subiti, per i tribunali ecclesiastici che non sono in grado di fare giustizia se gli imputati sono i cardinali membri dei loro stessi collegi giudicanti, per tutti quei preti, e questi sì che sono davvero in molti, che invitano le vittime al silenzio e all’omertà in nome di un sacrificio per quel loro dio che non merita la nostra preghiera ma la nostra bestemmia. Inoltre, la Chiesa potrebbe riformare i processi canonici attenendosi a forme democratiche, civili ed evangeliche di giustizia e, magari, evitare di nominare a rettori di Basiliche eminenze sospettate di aver coperto abusi (il card. Law è arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore, ndr).

FIOCCHI: Penso che accanto a questa giusta iniziativa sia però necessario che si apra nella Chiesa una riflessione seria, plurale, partecipata, libera, fatta con "parresìa", senza veti, senza censure, non sussurrata nei pettegolezzi curiali o di sacrestia sulle mille ragioni e cause di tanto disagio tra tanti preti: una riflessione sulla sessualità umana che tenga conto delle acquisizioni delle moderne "scienze umane"; una riflessione che non crei indebiti e criminalizzanti accostamenti tra omosessualità e pedofilia; una riflessione sincera che prenda atto della crescente difficoltà nell’attuale contesto culturale – che non può essere esorcizzato o semplicisticamente condannato – per tanti preti di vivere serenamente il celibato (tutti conosciamo i molteplici cedimenti su questo fronte: relazioni nascoste etero ed omosessuali, frequentazioni di prostitute, "coppie di fatto" su cui si stende un velo di silenzio…); una riflessione sulle tante forme di "solitudine" dei preti, che spesso sentono non la paternità (attraverso il Vescovo o comunque l’autorità) e la maternità della Chiesa, ma soprattutto il peso di una organizzazione/istitu-zione che guarda e premia risultati che spesso sono altro rispetto alla "passione per il Vangelo" che pure è ancora l’anima della vita di tanti preti, pur nelle loro fragilità umane, che non mirano "alla carriera", ai titoli, alla possibilità (altro scandalo!) di far soldi e rimpinguare il conto in banca. Una riflessione che ripensi, alla luce del Vangelo e non solo di una pur gloriosa e preziosa "tradizione" spirituale e teologica, al valore sì del celibato, ma anche al valore della stessa sessualità umana. In fondo una certa spiritualità – e la conseguente educazione seminaristica – ha prodotto l’identificazione tra celibato e "castrazione" senza prendere in considerazione l’ineliminabile dimensione affettiva della vita: forse non era questo che intendeva Gesù quando parlava di "eunuchi per il regno dei cieli". Insomma, l’importante è che di questi problemi si parli, si rifletta, si preghi, ma non in una sorta di samizdat, di letteratura clandestina, con il timore degli strali di Roma e con una sottile, ipocrita, preoccupazione di autodifesa e di apologetica di casta. È un problema di fede, certo; di vita spirituale, certo; ma certo anche di maturità umana che permetta di vivere con serenità tutte le dimensioni della vita, quelle dimensioni che Dio stesso ha amato e fatto sue con l’incarnazione.

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DOPPIA MORALE: MENTRE IL PAPA DENUNCIA L’EMERGENZA CASA,

Il papa bacchetta il sindaco di Roma Walter Veltroni perché nella capitale la povertà cresce a causa dell’aumento del costo della vita, in particolare i prezzi degli alloggi, proprio mentre Vaticano, congregazioni ed enti religiosi rimettono in moto le procedure – già avviate nello scorso mese di ottobre (v. Adista n. 79/07) – per sfrattare circa 200 famiglie, molte delle quali composte da anziani e disabili, che vivono in affitto in case di proprietà ecclesiastica.

La ‘tregua’ che aveva bloccato l’esecuzione degli sfratti per le feste di Natale è terminata infatti proprio lo stesso giorno in cui papa Benedetto XVI ha ricevuto in udienza in Vaticano gli amministratori della Regione Lazio, del Comune e della Provincia di Roma, lo scorso 10 gennaio (v. Adista n. 5/08). "Un’altra emergenza che si aggrava è quella della povertà – ha ammonito il papa –: essa aumenta soprattutto nelle grandi periferie urbane, ma comincia ad essere presente anche in altri contesti e situazioni, che sembravano esserne al riparo. La Chiesa partecipa di tutto cuore allo sforzo per alleviarla, collaborando volentieri con le istituzioni civili, ma l’aumento del costo della vita, in particolare i prezzi degli alloggi, le sacche persistenti di mancanza di lavoro, e anche i salari e le pensioni spesso inadeguati rendono davvero difficili le condizioni di vita di tante persone e famiglie".

"La Chiesa partecipa di tutto cuore allo sforzo per alleviarla. Sfrattandoci!", replicano dal Comitato contro le precarietà città storica (facente capo all’associazione Diritti in Movimento), che sostiene la lotta per il diritto alla casa degli ‘sfrattati dal Vaticano’. "Siamo donne, uomini, anziani, bambini, giovani, famiglie che provano sulla propria pelle l’impossibilità di continuare a vivere. L’Apsa (Amministrazione del Patrimonio apostolico della Sede Apostolica, guidata dal card. Attilio Nicora, ndr), Propaganda Fide, vari Collegi e Confraternite ci stanno sfrattando per finita locazione, per aprire negli appartamenti in cui abbiamo sempre vissuto bed and breakfast o per affittarli in modo clientelare e a prezzi di mercato. Continueremo a lottare per il diritto alla casa, ricordando a questi burocrati che i loro sguardi sono gelidi e lontani anni luce da quelli pieni d’amore di quel Dio buono e giusto che osannano a parole ogni giorno". Il calendario degli sfratti è piuttosto fitto: il 22 gennaio l’ufficiale giudiziario si presenterà al Colle Oppio da Nadia Evangelisti, in affitto in una casa di proprietà dell’Ordine dei Maroniti della Beata Vergine Maria; il 29 dal 73enne Rinaldo Tesei e il 30 da Anna La Vista, ambedue sfrattati direttamente dal Vaticano dal momento che le loro abitazioni appartengono all’Apsa; il 31 da Nancy Jacobson, 72enne, che vive in affitto in una palazzina del Venerando Ospizio Armeno di San Biagio, gestito dal Pontificio Collegio Armeno, dove abitano altri due inquilini sotto sfratto, la 73enne BeatriceVenturini e Guido Bianchi, invalido, entrambi residenti lì da oltre 70 anni.

"Siamo intenzionati a resistere, anche se l’ufficiale giudiziario si presentasse con la forza pubblica, del resto al momento non abbiamo un’altra casa dove poter andare", spiega ad Adista la signora Evangelisti, sessantenne, costretta su una sedia a rotelle per un grave incidente risalente a 34 anni fa. Insieme al marito pensionato hanno un reddito complessivo mensile di 2mila e 200 euro con cui pagano ai Maroniti un affitto di 780 euro al mese che però, tre anni fa, p. Mhanna Charbel – Procuratore generale presso la Santa Sede dell’ordine (che dipende dalla Congregazione vaticana per le Chiese Orientali) – ha aumentato di oltre il 300%, portandolo a 2mila e 500 euro, respingendo la controfferta della coppia che era disposta a pagarne mille e 200. "Il 22 sosterremo Nadia organizzando un picchetto sotto la sua abitazione, in via della Polveriera 10 – annuncia Luigi Cerini, dell’associazione Diritti in Movimento –, e speriamo, come già prima di Natale, di ottenere un rinvio".

E a febbraio si prevede un’altra ondata di sfratti: quasi 4mila in Italia, 2mila a Roma, di cui circa 200 richiesti dal Vaticano, dallo Ior (la banca della Santa Sede), da istituti e congregazioni religiose, enti ecclesiastici e confraternite che nella capitale possiedono un quinto del patrimonio immobiliare della città su cui oltre all’esenzione dal pagamento dell’Ici – che riguarda non la totalità ma buona parte degli edifici di proprietà ecclesiatica (v. Adista nn. 69/05 e 81/07) – c’è il 50% di sconto dell’Ires, cioè l’imposta sul reddito derivante dai canoni di affitto. (luca kocci) (adista 7 – 2008)

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IL "VADE RETRO" DI BENEDETTO XVI

Appena arrivata in Senato la notizia, che il papa aveva rinunciato all’inaugurazione dell’anno accademico alla Sapienza, alcuni e alcune hanno preso la parola in modo molto retorico, stracciandosi le vesti, D’Onofrio e Fisichella persino minacciando di dimettersi dall’Ateneo (dove hanno cattedre) se la loro Facoltà non avesse chiesto scusa al papa. Ho preso la parola io pure, dicendo che se il papa rinunciava alla visita alla Sapienza, ritiravo la mia proposta, che era la seguente: per mantenere un certo equilibrio tra i due poteri che per Costituzione sono ciascuno nel suo ordine indipendenti e sovrani, il presidente Napolitano doveva essere invitato a inaugurare l’anno accademico alla Gregoriana, la più famosa e importante tra le università pontificie esistenti. Qualcuno avrà pensato che fosse una battuta, in parte lo era, ma soprattutto intendevo e intendo dire che nel parlamento non è necessario sottoscrivere documenti altrui, bisogna muoversi e decidere secondo la propria competenza e funzione, quella in primis, di osservare e far osservare la legge fondamentale della Repubblica. Noto che con le università questo papa sembra non avere un buon rapporto, si ricorderà la famosa gaffe di Ratisbona fatta dal pontefice appena fu eletto: resto dell’opinione che oggi ha un ufficio stampa non così eccellente come quando lo dirigeva Navarro Valls. Comincio a ragionare dagli argomenti proposti: il papa voleva parlare sulla moratoria della pena di morte. Giusto: la Chiesa cattolica, nel Catechismo, la considera lecita a certe condizioni, e non chiese mai che fosse sospesa in Paesi dove governavano sanguinarie dittature come in Cile o in Argentina. È stata molto defilata nella lunga vicenda che ha portato al pronunciamento dell’Onu e può voler rimediare. Perché partire da una università italiana? Tra le glorie del nostro Paese c’è il Granducato di Toscana, il primo stato al mondo ad abrogare la pena di morte, c’è Beccaria e davvero in materia non avremmo bisogno di lezioni. Forse a una moratoria avrebbe voluto legare un’altra, quella dell’aborto? Qui sarebbe entrato nella legislazione vigente e davvero la lesione del Concordato sarebbe stata palese e indifendibile. Anche perché nessuno avrebbe potuto prendere la parola per difendere la legge che il papa attacca sotto un profilo teologico e nelle università italiane non si insegna teologia nelle facoltà di Filosofia. Sembra che Benedetto XVI non ami il Concordato, che invero non c’è né in Austria né in Germania. Se è così, inizi le procedure per la sua denuncia e troverà alleati in buon numero. Nelle università dei Paesi nordici le facoltà di Filosofia comprendono anche cattedre di Teologia (non necessariamente cattolica ma anche evangelica ecc.), e quindi vi è un intreccio e un dialogo alla pari e anzi le facoltà pubbliche sono servite più d’una volta per mettere al riparo teologi scomodi dalle condanne ecclesiastiche. È successo a teologi sudamericani della liberazione e ad Hans Küng. Durante la formazione dello Stato italiano la teologia fu scartata dalle università per il sommarsi di due opposti pregiudizi, quello del nascente stato italiano, di osservanza sopratutto francese e quindi accesamente laicista, anche per la Questione romana aperta e pesantissima. Sicché i ministri dell’Istru-zione dissero che la teologia non è una scienza, perché l’oggetto delle sue ricerche non esiste: come se una scienza si giudicasse dall’og-getto e non dal metodo, e nessuno può mettere in discussione il rigore e la precisione filologica della teologia. Ma allora le fu negato l’ingres-so nelle università. La Chiesa a sua volta non insistette molto. Vi era il pericolo modernista, l’evoluzioni-smo, Darwin e Malthus, si temeva il confronto: Buonaiuti poteva essere ospitato, come fu, in una università pubblica e avere ancora una cattedra senza che potesse essere ridotto al silenzio come la Chiesa avrebbe voluto. La quale Chiesa, per tenere al sicuro le sue pecorelle rinunciò a chiedere cattedre di Teologia nelle facoltà di Filosofia e mise la Teologia solo nei seminari, come materia specifica dei preti. Di conseguenza, i fedeli potevano e possono essere molto ignoranti, basta che siano docili e obbedienti. Un bel guaio da ambedue le parti, come sempre, quando si ha paura della libertà. Resta l’argomento che il papa è il vescovo di Roma e infatti nessuno pone il minimo ostacolo al dispiegarsi della sua azione pastorale nella capitale, come nessuno ne pone ad altri meno famosi vescovi. Ma se il vescovo di Torino volesse inaugurare l’anno a palazzo Campana, credo che ci sarebbero proteste. Proteste comunque ci sono state all’Università di Palermo, dato che l’arcivescovo voleva inaugurare l’anno accademico con una messa in Facoltà. C’è un piano vaticano ben congegnato per prendersi la cultura? Non faccio mai dietrologie, ma durante un pontificato neotemporalista come il presente, ci si può aspettare questo e altro. Il culto mediatico della superstizione per il popolo e i cenacoli accademici per chi conta. Per ora nelle università e nelle assemblee solenni sembra che abbia messo insieme solo laici teneri e atei devoti: ma non mettiamo limiti alla provvidenza. * esponente del movimento delle donne e di quello per la pace, senatrice eletta come indipendente nel Prc    (adista notizie 7 – 2008)

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Commento: la testimonianza medica di psicologi e psichiatri

Vorrei sapere se è mai stata presa in considerazione la testimonianza medica di psicologi e psichiatri che possano denunciare che il sesso proibito ai presbiteri della chiesa cattolica latina sia origine di malessare psichico e fisico. O accettiamo l’idea che i nostri sacerdoti vadano a prostitute o che diventano omosessuali, oppure pedolifi….? ma c’e qualcuno in italia che ha il coraqggio di affermare queste cose? Se non c’e un medico disponibile a dare tale illustrazione scentifica al Vaticano… povera Italia….

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Lettera: Ho deciso di abbandonare il convento durante il noviziato

Ciao Don Giuseppe,
ho 45 anni, sposato, padre di tre figli.
Intorno ai venti anni ho trascorso circa tre anni in convento, tra i padri passionisti.
Ho deciso di abbandonare il convento durante il noviziato, senza emettere i primi voti.
Lasciare il mondo clericale e’ stata un’esperienza dolorosa, per motivi che hai descritto bene a piu’ riprese.
Non ho lasciato il convento per una donna, mi sono sposato soltanto 12 anni dopo.
Per grazia di Dio mi sono ricostruito un’esistenza, a parte una vita lavorativa abbastanza precaria che comunque condivido con milioni di italiani.

Dalla mia esperienza ho tratto tuttavia conclusioni opposte rispetto alle tue.
Rimango dell’idea che il sacerdozio sia cosa da celibi. E penso che tu, come altri, stia teorizzando cio’ che ti serve a giustificare la tua attuale condizione.

Pur avendo vissuto nella comunita’ cattolica in questi anni, fino ad oggi, non ho mai avuto la ventura di incontrare un prete "spretato" (passami il termine per brevita’) che avesse il coraggio di guardarsi dentro fino al punto da analizzare in modo secondo me obiettivo il suo percorso interiore.
Tu mi dirai che sono presuntuoso ad affermare questo. Io ti rispondero’ che in fondo avrei potuto fregarmene di scriverti stasera, come spesso in passato mi e’ capitato con degli spretati che volevano
convincermi delle loro posizioni. Contenti loro…

Il punto e’ che se non si fa verita’ dentro di se’ si rimane divisi. E si sta male.
La vita ci chiama a correre in avanti, e questo sembra possa aiutarci a dimenticare una condizione interiore che tuttavia rimane irrisolta.
E non sara’ l’approvazione ecclesiastica, non sara’ un editto papale che dia liceita’ al matrimonio del prete a cambiarla. Il problema e’ interno e investe il nostro rapporto con Gesu’, il Cristo.

E’ incredibile, a mio avviso, come diversi "spretati" cerchino conforto alle loro teorie tra coloro che non possono neanche lontamente immaginare (e, che e’ peggio, nemmeno lo vorrebbero), il percorso interiore di un uomo scosso dai dubbi circa l’opportunita’ di proseguire lungo la via clericale cosi’ come e’ intesa nella Tradizione cattolica.

Milingo che si getta tra le braccia di Moon potrebbe essere l’icona mediatica di quanto ho appena detto.

In ogni caso, brandire il Vangelo a propria giustificazione e’ da masochisti, e’ un auto depistaggio.
I riscontri, le risposte si trovano all’interno.  Le trovera’ soltanto l’onesto, magari dopo sovrumana fatica.
E magari scoprira’ che nel vasto cuore di Dio, quel Dio che ama ciondolarsi nella nostra coscienza e illuminarla, esiste un modo per far convivere "l’esigente" posizione magisteriale (che e’ anche quella di molti credenti come me) con il proprio vissuto, senza che una delle due istanze debba essere annientata perche’ l’altra sopravviva.

Con affetto
Luca Sponta

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Il Gesù di Ratzinger

Caro direttore, come credente, mi sembra un po’ patetico questo sforzo di tanti credenti di voler a tutti i costi dimostrare che la fede non debba alle volte rinunciare alla ragione. Eppure gli interrogatvi senza risposta che pone la credenza nel Dio del Vangelo, sono noti a tutti. Lo stesso Benedetto XVI, nel suo libro "Gesù di Nazaret" dà un piccolo esempio. A pagina 56 scrive: “Naturalmente si può chiedere perché Dio non abbia creato un mondo in cui la sua presenza fosse più manifesta; perché Cristo non abbia lasciato dietro di sé un ben altro splendore della sua presenza, che colpisse chiunque in modo irresistibile". E sapendo che una ragionevole risposta non c’è, conclude: "Questo è il mistero di Dio e dell’uomo, che non possiamo penetrare". Il che significa: se vogliamo credere in Dio, dobbiamo rassegnarci ad accettare le contraddizioni che ne conseguono. La fede in Dio pone limiti alla ragione. Pazienza. Un credente però può anche perderla, la santa pazienza, quando i limiti alla ragione non sono posti dalla fede in Dio, ma dal Magistero ecclesiastico. La speranza è che la Chiesa, come si è resa conto d’aver calpestato la ragione nel passato, ed abbia cristianamente chiesto perdono, così possa rendersi conto tra qualche secolo degli errori attuali, e chiedere ancora perdono.

 Veronica Tussi

in

Il Riformista 19 gennaio 2008

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“Relazione: "Sacerdoti sposati: alcuni Diritti Umani in materia religiosa. Un Tentativo di rinnovamento"

visualizza  il  video della registrazione dell’intervento 

Giuseppe Serrone, fondatore e direttore dell’associazione dei  sacerdoti lavoratori sposati, all’interno della manifestazione "Premio Italia diritti umani 2006", “Civiltà Globale e Diritti Umani", dedicata alla memoria dell’ ex Vice-presidente della Flip Antonio Russo, organizzata a Roma dalla Free Lance International Press presso la  Fondazione Europea “Dragan”- Foro Traiano 1/A Roma (via dei Fori imperiali), è intervenuto  il 17 Ottobre 2006 alle ore 17 sul tema "Sacerdoti sposati: alcuni Diritti Umani in materia religiosa. Un tentativo di rinnovamento".

Con l’adesione di:

Amnesty International – sezione italiana

Centro Astalli

Associazione “Altri Mondi”

“Medici senza Frontiere”

Associazione “Wam”

Associazione culturale “Aurum il divenire”

Associazione ”Figli del Darfur”

Associazione “Information, Safety and Freedom”

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Chi trema sentendo la parola Vaticano?

Le dichiarazioni di Milingo apparse su alcuni quotidiani nazionali, in particolare la frase:

“Married priests now” non sfonda, perché – spiega Milingo  – “qui i preti sposati tremano appena sentono la parola Vaticano”. (fonte http://www.ilvelino.it/articolo.php?Id=478635)

sono state commentate da don Giuseppe Serrone che ha affermato: "Generalizzare sull’atteggiamento dei sacerdoti sposati è negativo. Personalmente con mia moglie abbiamo ricevuto discriminazioni e persecuzioni denunciando senza ricevere giustizia i vari episodi. Ho cercato di appoggiare e difendere Milingo per la questione dei diritti civili (la sua pensione, l’ingresso in Italia). Ho verificato varie violazioni dei  diritti civili ma l’atteggiamento prudenziale di Milingo (ha smentito ufficialmente varie violazioni) certamente non contribuisce a smascherare l’operato di alcuni vertici della gerarchia vaticana. La lotta non è contro la chiesa ma contro alcuni uomini di chiesa.

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