Curia vaticana, nessuna riforma. Ecco perchè

di Lo Svizzero – fonte: opinione.it

Si, anche dietro il Portone di Bronzo s’è instaurato il clima lieto delle festività di Natale e di fine anno. Non gli fa velo la galoppante crisi della confinante Italia, che sembra arrestarsi appunto sul limitare dell’esiguo e per molti inesistente confine di Stato che circonda piazza San Pietro. Tuttavia il clima festaiolo non impedisce ad alcuni curiali di farsi alcune domande, magari di sottecchi e senza darlo molto ad intendere, di guardarsi intorno spingendo lo sguardo un tantino più in là del proprio naso. Ed ecco dunque il fioccare delle domande che peraltro, pur esigendola, non ricevono alcuna risposta autorevole. Uno di questi interrogativi riguarda comunque il loro futuro, ecco perché fioriscono ogni giorno. Ma perchè mai la tanto attesa e fin troppo sbandierata nonché assai temuta per ovvi motivi riforma della Curia vaticana sembra finita sugli scogli delle cose inaspettate? Già, perchè? E qui, gli abbozzi di risposta non rendono giustizia al pur importante argomento. O meglio, sembrano soltanto tentativi naufragati quasi sul nascere.
Eppure, c’è chi se le fa, siffatte domande, magari prudentemente sottovoce quasi per centrare, seppure alla cieca, il nocciolo autentico della questione. Ne citiamo, per tutte, una che appare quantomento più verosimile.

Dunque, papa Ratzinger non andrebbe avanti fino alla conclusione nel suo proposito di riformare “ab ovo” il governo della Chiesa di cui è il sovrano assoluto, per un’insieme di motivazioni non propriamente eclatanti, ma del tutto comprensibili stando almeno alle opinioni di qualche monsignore per via della sua non proprio verde età. “A ottantanni e passa non dovrebbe sentirsela di affrontare una ciclopica riforma come quella curiale”, dice qualcuno; di qui la decisione di intervenire con una serie di minime nomine tanto per tamponare qualche emergenza, oppure per scegliere quei pochi successori di esponenti ormai troppo anziani e dunque necessariamente di scarsa vitalità. Un’altra risposta riguarderebbe la personalità di Ratzinger uomo di tutto rispetto quanto a doti teologiche e quant’altro, ma poco aduso al governo di un organismo complesso e assai ramificato come è appunto la gestione della Chiesa i cui tentacoli si estendono in tutti e cinque i continenti della Terra.

Ciò non esime dal considerare da parte di quegli stessi curiali, che Joseph Ratzinger si sta comportando in maniera a dir poco eccellente al di là della presunta carenza riformistica nei suoi giorni pontificali. Tanto che sono in molti a meravigliarsi della sua crescente e inattesa popolarità, come dimostra il fatto che l’Ufficio statistico vaticano documenti settimanalmente il numerico aumento dei pellegrini alle udienze generali e delle personalità negli incontri privati. Ma c’è anche chi valuta positivamente la pur limitata scelta ratzingeriana delle nuove leve della nomenclatura vaticana. Non pochi per esempio mettono l’accento positivo sulla nomina del Nunzio apostolico a Mosca, monsignor Minnini, uno dei numerosi figli di un alto burocrate laico dell’amministrazione vaticana quale nuovo diplomatico. Eppure quando costui fa ritorno a Roma per qualche consultazione si affretta a chiedere ai suoi sodali più conosciuti: “Cosa si dice di me in Curia?”, e le risposte del tutto positive sono lì a rassicurarlo. Anche perchè il tanto auspicato riavvicinamento fra le Chiese di Roma e quella di Mosca, sta facendo galoppare alla grande l’ecumenismo di Ratzinger.
Stando così le faccende vaticane, c’è da dire che la conclusione di un altro anno del pontificato del bavarese si conclude in maniera positiva e convincente. Sì, anche senza il paventato terremoto riformistico della Curia.

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L'ennesimo inciampo della laicità

Ernesto Fedi*, 

La laicità si è fermata un’altra volta di fronte alle pressioni del Vaticano. E’successo nel Consiglio Comunale capitolino, dove il Partito Democratico ha votato insieme al centro-destra contro la delibera che avrebbe istituito il registro delle unioni civili. Un evento che fa riflettere sui (nuovi) orientamenti della (vecchia) classe dirigente

Il cammino verso l’affermazione, anche in Italia come nel resto d’Europa, di uno Stato veramente laico appare sempre più irto di ostacoli e difficoltà. Al Senato è stata recentemente approvata la norma della Finanziaria che esenta gli immobili ecclesiastici dal pagamento dell’ICI, anche quelli che non sono destinati al culto o ad opere di carità.

In Consiglio Comunale, a Roma, un altro inciampo: il Partito Democratico ed il centro-destra hanno votato insieme contro la delibera che avrebbe istituito un registro delle unioni civili. Le gerarchie ecclesiastiche hanno ordinato e subito il Partito Democratico ha ubbidito. Domenica scorsa "l’Avvenire", nel supplemento romano, aveva pubblicato un editoriale dal titolo quanto mai esplicito "unioni di fatto: il Comune di Roma sbaglia battaglia", che in molti hanno ritenuto ispirato personalmente da cardinal Ruini. Il Vicariato di Roma non ammette che nella città, punto di riferimento dei cattolici di tutto il mondo, si proponga di approvare il riconoscimento di nuove figure giuridiche, diverse dal matrimonio e dalla famiglia tradizionale. E il Partito Democratico di Veltroni, non solo della Binetti, quando la Chiesa comanda, subito si genuflette. Non cerca neanche la mediazione, come faceva la DC di De Gasperi, che sapeva resistere alle pressioni del Vaticano.

L’accaduto è grave e significativo. Lascia intuire come i casi Binetti diventeranno più la regola che l’eccezione. Del resto, nel Partito Democratico, non solo i cattolici di stretta osservanza manifestano la loro sudditanza di fronte ai desiderata delle gerarchie ecclesiastiche, ma anche gli altri, che della laicità hanno una concezione alquanto curiosa. Polito, per fare un esempio, ha detto che "il laicismo è diventato l’ultima bandiera dell’estremismo e il surrogato delle vecchie ideologie". La Serafini ha sempre sostenuto che sui temi eticamente sensibili e su alcuni diritti civili non si risponde con il laicismo, ma occorrono dei compromessi. Con loro, oggi, molto probabilmente non sarebbe possibile approvare neanche la legge sul divorzio.

E poi ci sono i cosiddetti atei devoti. Secondo loro la cultura laica ha fatto il suo tempo e bisogna portare il cattolicesimo al centro della vita politica, perché solo così si potrà arrestare la crisi di valori che corrode il tessuto della nostra società e far argine contro l’incalzare dell’Islam, che minaccia di travolgere l’Occidente. Per tutti quanti è perfetta la sintonia col cardinal Ruini, quando auspica "il superamento della fase storica della secolarizzazione e del laicismo".

Oggi la laicità è a rischio. Non dobbiamo permetterlo. La laicità è, per noi, un valore irrinunciabile, come la battaglia per la sua affermazione è un imperativo categorico. Molto probabilmente non lo è più per quei socialisti come Amato, Ruffolo, Manca, Covatta etc., che militano nelle file del Partito Democratico. E non lo è neanche per tutti quei compagni di provenienza comunista, che nel PCI hanno condotto tante battaglie all’insegna di un più alto tasso di laicità. Questa è un valore irrinunciabile e non negoziabile. E’ la modernità. Le società multietniche, multiculturali e multireligiose, come quelle che si stanno formando in Europa, non si governano senza laicità. Così come, nella globalizzazione, la laicità è il presupposto della pace, altrimenti c’è la guerra di religione e di civiltà. Per chi si batte affinché l’Italia diventi un Paese più laico, più avanzato sul piano dei diritti civili, più europeo, sono d’obbligo scelte inequivocabili, e comportamenti coerenti.

*Dirigente Nazionale di Sinistra Democratica fonte: aprileonline.info

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Villa Literno, prete accusato di violenza sessuale verso un suo alunno

di Livia Fattore del 21/12/2007 in Cronaca fonte: pupia.tv

 Lo hanno preso sul fatto, in flagranza di reato, come dicono in gergo tecnico le forze dell’ordine. Lui, sacerdote di 32 anni, noto per la sua dedizione, appartato in auto con un suo alunno di 12 anni.

Don Marco Cerullo avrebbe portato con sé il ragazzino con una scusa banale: andare a comprare dei colori per preparare gli allestimenti della recita natalizia presso l’istituto scolastico comprensivo di Villa Literno, dove il prete è nato e insegna. Quando i carabinieri lo hanno fermato hanno capito quasi immediatamente che qualcosa non andava. Il ragazzino era troppo impaurito per essere di fronte alla comune soggezione di un docente. C’era qualcosa di più. I carabinieri della compagnia di Casal di Principe, agli ordini del capitano Pannone, li hanno portati in caserma e sentiti separatamente. Poi hanno deciso per il fermo avvertendo anche a scuola di quanto era avvenuto. L’accusa è di quelle più infamanti, soprattutto per un sacerdote: violenza carnale aggravata su minore. “Non è possibile. Non può essere lui”. Queste le parole che hanno esclamato quanti lo conoscono. “Don Marco è stato sempre irreprensibile nella sua vita sacerdotale. La sua vita – riprendono – è stata sempre divisa tra lo studio, al quale ha sempre tenuto molto, e l’impegno per i più deboli con diverse opere di volontariato”. Insomma, sia tra sacerdoti che tra laici vicini al prete di Villa Literno si fa fatica a credere alla storia nella quale don Marco sarebbe invischiato. Il sacerdote liternese ha scoperto la sua vocazione intorno all’adolescenza. Di umili origini, ma appartenente ad una famiglia di lavoratori, il giovane entra, infatti, nel seminario vescovile di Aversa per frequentare gli ultimi anni del liceo. Poi si trasferisce a Napoli, dove presso la pontificia facoltà di teologia si laurea e consegue anche una specializzazione sempre nello stesso settore. Insomma, è la passione per lo studio ad essere in testa ai propri pensieri. Nel 2000 l’agognata ascesa al ruolo sacerdotale, con nomina a cura del vescovo di Aversa. Immediatamente dopo, per un anno scolastico, il nostro rimane all’interno del seminario normanno nel ruolo di assistente spirituale dei giovani seminaristi che frequentano le scuole medie ed il liceo-ginnasio presso la struttura religiosa aversana. Subito dopo passa come vice parroco presso la parrocchia principale del proprio paese di nascita, quella dedicata a “San Tammaro”. Ed anche in questo caso, stando a chi lo conosce, don Marco si distingue per la propria disponibilità verso il prossimo. Da qui passa alla parrocchia del “Santissimo Salvatore”, la chiesa principale di Casal di Principe. Ed anche in questo ruolo il sacerdote liternese sarebbe stato sempre iper impegnato nella sua attività di volontariato. Accanto a questo anche l’impegno come insegnante di religione presso l’istituto onnicomprensivo (un istituto che comprende tutte le classi dalle materne alle medie inferiori) di Villa Literno.

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Poesia a Piergiorgio nell'anniversario

Piergiorgio
un anno
l’affanno
fanno
e non fanno
malati i muscoli
uomini soli
senza chiesa
non una mano tesa
nulla è cambiato
avevo sognato
un anno
l’affanno
non c’è pietà
la meta…
forse
le voci arse
gridano un dono
un uomo buono
odori di pane
soffri le pene
ti voglio bene
bianchi di lune
preghiere nessune
vesti brune
una donna ti ama
una voce ti richiama…

di don Giuseppe Serrone scritta il 20 Dicembre 2007 a un anno dalla morte di Piergiorgio

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Teatro: a Un Anno Da Morte Welby Domani a Roma 'Lasciatemi Morire'

di (Mci/Zn/Adnkronos) Adnkronos

Roma, (Adnkronos) – Oggi, giorno dell’anniversario della morte di Welby, andra’ in scena a Roma, alla biblioteca Angelica, la rappresentazione teatrale ‘Lasciatemi morire’ tratta dal libro di Piergiorgio Welby e diretto da Ugo De Vita. Tra gli spettatori invitati, politici vicini alla battaglia di Welby: Ignazio Marino e Mimmo Luca’, Antonio Del Pennino e Nino Paravia, l’eurodeputato Marco Pannella, la segretaria di Radicali Italiani, Rita Bernardini, i copresidenti dell’associazione Coscioni, Maria Antonietta Farina Coscioni e Gilberto Corbellini, i deputati Cinzia Dato e Sergio D’Elia, oltre al dottor Mario Riccio.

"Lo spettacolo da’ un messaggio forte e mette punti fermi sulla scelta di Piero, per se stesso – ha dichiarato Mina Welby, che a Bruxelles ha partecipato allo spettacolo intervenendo anche con una piccola parte – e il suo messaggio di vita, nonostante le difficolta’, per una morte opportuna quando dei trattamenti medici sono soltanto accanimento. Le musiche di Bach interpretate da bravissimi musicisti – ha osservato la signora Welby – danno leggerezza al tema difficile".

"In tutto lo spettacolo – ha concluso – e’ riassunta con grande sensibilita’ la vita mia e di Piero e la sua scelta finale che alla fine ho condiviso, e che mi spinge oggi a continuare la sua battaglia". Al termine dello spettacolo, Marco Cappato, segretario dell”Associazione Coscioni’ ed eurodeputato, ha letto il messaggio inviato per la pie’ce teatrale.

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Era un uomo che amava la vita e ne fece un manifesto politico

da Il Riformista del 20 dicembre 2007, pag. 2

di Alessandro Calvi

Amava la vita. Morì dopo averlo affermato, anzi: dopo averlo ri­vendicato come un fatto politico insieme al diritto di scegliere sul proprio destino. È passato un anno da quando – era la notte tra il 20 e il 21 dicembre 2006 – Piergiorgio Welby chiuse gli occhi e morì. Dodici mesi, dunque, e qualcosa del paese che Welby quella notte salutò sembra cambiato: la politica, ad esempio, che ha visto nascere partiti nuovi; quella stessa politica alla quale Welby guardò come una speranza di cambiamento e che però da allora non ha saputo fare quei passi avanti che invece sono stati compiuti nei tribunali. Dalla politica, chi con Welby ha condiviso quella battaglia, aspetta ancora risposte, «a partire – dice la moglie di Piergiorgio, Mina – dal testamento biologico».

«Spero – dice Mina – che su questo si trovi un compromesso giusto per i malati e anche per dare ai medici una legge che li aiuti nelle loro decisioni. E perché non debbano più scrivere sulle cartelle cliniche una bugia quando non si può più fare nulla e si sceglie la desistenza». Non solo questo, però. Mina Welby chiede anche altro. Oggi, infatti, è un giorno triste ma è anche un giorno che deve riempirsi di speranza. E la speranza non può che arrivare da uno sforzo delle istituzioni per garantire una assistenza che restituisca ai malati dignità e li renda indipendenti. Anche se, fa notare la Welby, qualcosa da un po’ di tempo su questo fronte – almeno su questo fronte – si muove.

Amava la vita, Welby, ma sapeva che la morte è un fatto umano e, nella sua situazione, andava accettata come conseguenza naturale, e inevitabile, della malattia che lo aveva attaccato anni prima e che ormai lo costringeva a letto, attaccato a un respirato­re, impossibilitato a muoversi, preda di dolori e di una situazione che poteva soltanto peggiorare. Una vita dignitosa la chiese anche al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con una lettera che, insieme alla risposta di Napolitano, aprì quello che, poi, divenne un vero e proprio caso politico. «Io amo la vita – scrisse Welby – Morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita, è so­lo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio». Con quella lettera, Welby scelse di farsi politico, e scelse di farlo dedicandosi per intero alla causa che aveva sposato: le sue idee e il suo stesso corpo, proprio quel corpo che non assecondava più il suo cervello ancora lucido. E che lucido rimase fino all’ultimo istante della sua vita.

Questa sera a Roma (presso la Biblioteca Angelica in piazza Sant’Agostino), quella battaglia verrà rappresentata nello spettacolo diretto da Ugo De Vita e tratto dal libro dello stesso,Welby Lasciatemi morire. La prima è andata in scena il 18 a Bruxelles e anche Mina Welby era sul palco, idealmente ancora accanto a Piergiorgio nel proseguire la sua battaglia, ora come un anno fa. Fu Mina, quella sera del 2006, ad aprire la porta della loro casa a un gruppetto di persone chiamate e volute da Welby. Di questo gruppetto facevano parte Marco Cappato e Marco Pannella. Insieme a loro, Mario Riccio: un medico anestesista. La decisione di morire Welby l’aveva già presa. Quella sera, vide per l’ultima volta la televisione, rispose a qualche email e diede un’ultima occhiata ai forum su internet che animava. Non disse però che quello sarebbe stato il suo addio. Poi salutò la madre, chiese un po’ di musica, Mina gli prese la mano. Quindi fu sedato mentre il respiratore veniva staccato. Quando morì erano le 23.40 circa.

Come andaro­no le cose, Mina Welby lo ha raccontato in seguito, e lo ha raccon­tato anche sulle pagine del Riformista proprio alla vigilia dell’udienza che doveva accertare se nell’operato di Riccio, il medico che materialmen­te sedò Welby e staccò il respiratore, vi fosse qualcosa di penalmente rilevante. E il verdetto fu che: no, non c’era omicidio del consenziente. Welby, dunque, poteva chiedere l’interruzione del trattamento che lo teneva in vita e il medico doveva assecondare questa richiesta. «Ora è dav­vero finita», disse Mina Welby commentando quella decisione, e poi aggiunse: «La vicenda umana di Piergiorgio è finita. Non quella politica, però». Già, perché come la stessa Mina aveva già raccontato, il giorno dopo la morte di Piergiorgio iniziò per lei una vita nuova che proseguì nella dire­zione indicata dal marito.

Welby amava la vita, dunque. E questo è ciò che di lui soprattutto rimane, un anno do­po quella notte nella quale quella vita si spense. Da qui, dall’amore per un’esistenza che era simile a quella di tanti altri malati e di persone che malate non sono, occorre oggi ripartire perché la vita e le scelte che in vita si compiono, e – insomma – la libertà e il rispetto per la persona umana, pre­valgano sulle divisioni che ancora oggi paralizzano la politica e impediscono al Parlamento di prendere decisioni. Lo chiedeva Welby e lo ha chiesto fino all’ultimo.

Che la politica si confronti, e decida, lo ha chiesto il presidente Gior­gio Napolitano che alla vedova Welby e al segretario dell’associazione Luca Coscioni, Marco Cappato, ha inviato un nuovo messaggio: «Ribadisco oggi l’auspicio, espresso allora che il dibattito da tempo aperto nel Paese e in Parlamento si caratterizzi come un confronto serio, aperto, volto alla ricerca di soluzioni appropriate e condivise». Parole da sottoscrivere. Fino all’ultima.

fonte; radicalimilano.it

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Piergiorgio Welby, un anno dopo «qui non c'è ancora pietà»

di Paola Zanca

Un anno fa moriva Piergiorgio Welby. Erano le 23.40 quando l’anestetista dell’Ospedale di Cremona Mario Riccio decise di seguire il caso Welby «fino alle sue estreme conseguenze perché era eticamente corretto» e “staccò la spina” dei macchinari che lo tenevano in vita. Da quarant’anni era malato di distrofia muscolare: quando ha smesso di vivere di anni ne aveva 61 e la sua storia aveva fatto il giro del mondo.

Il giorno della sua morte, persino il quotidiano francese Le Monde pubblicò una vignetta in suo ricordo. La Chiesa, invece, gli negò i funerali religiosi. «A differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso – scrisse all’epoca il Vicariato di Roma – era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del dottor Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica».

Un anno dopo, poco è cambiato. Il binomio Stato-Chiesa continua a influire parecchio sulle libertà di scelte individuali, e l’ultima bocciatura al registro delle unioni civili a Roma non ne è che l’ultima conferma. Per questo, in occasione dell’anniversario, l’associazione Luca Coscioni, ha messo in rete un piccolo «manuale di autodifesa dal proibizionismo della salute». Si chiama Soccorso civile, e fornisce suggerimenti e informazioni su temi “eticamente sensibili” come l’eutanasia, il testamento biologico, la fecondazione assistita, la pillola RU486 e quella del giorno dopo, fino all’utilizzo terapeutico della cannabis. Il sito nasce perché «in Italia – scrivono dall’associazione Luca Coscioni – sono in vigore leggi che pregiudicano i diritti civili fondamentali delle persone: si tratta di norme proibizioniste e confessionali, che limitano fortemente la possibilità dei cittadini di curarsi in modo efficace, di avvalersi delle possibilità messe loro a disposizione dalla ricerca scientifica e di esercitare la propria libertà di scelta».

Nei giorni scorsi anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva inviato un messaggio all’europarlamentare dei Radicali, Marco Cappato, e alla moglie di Welby, Mina, per scusarsi di non poter presenziare allo spettacolo teatrale, diretto da Ugo De Vita, Lasciatemi morire che giovedì 20 e venerdì 21 andrà in scena alla Biblioteca Angelica di Roma. Scusandosi dell’assenza, Napolitano ha voluto però ricordare il «problema della sofferenza estrema in casi di ricorso a terapie che non possono garantire una ragionevole speranza di esito positivo» e ha ribadito «l’auspicio che il dibattito da tempo aperto nel Paese e in Parlamento si caratterizzi come un confronto serio, aperto, volto alla ricerca di soluzioni appropriate e condivise».

Napolitano era già stato un importante protagonista del caso Welby. Piergiorgio gli aveva inviato una lettera (guarda il messaggio su YouTube) per raccontargli la sua sofferenza e per chiedere il rispetto della volontà sua e di tutti quei «malati terminali che decidono di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiedono di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente “biologica”». Un anno dopo, nulla è cambiato. Nella lettera di risposta, il presidente della Repubblica scriveva che «il solo atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio, la sospensione o l’elusione di ogni responsabile chiarimento». Ma qui stanno zitti, sospendono, eludono i chiarimenti. «Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo – scriveva Welby – ma sono italiano e qui non c’è pietà». fonte: unita.it

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NATALE: SCOPRIRE IL GESU' STORICO

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra .Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme,per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Luca 2, 1-14).

Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi. Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa (Matteo 1,18-24).

Tornano le feste natalizie. Non le definirei feste pagane perché il paganesimo aveva una sua dignità, culturale, morale e religiosa.

L’essenza del nostro natale è, invece, commerciale: un fatto di merci… Sembra che la vita in questi giorni sia ridotta a merce.

Allora è tutto da buttare? Direi proprio di no, ma gli aspetti positivi vanno cercati e costruiti aldilà delle vetrina e degli svolazzi angelici.

Qualche informazione

La festa del “Natale cristiano” nasce molto tardi: “Il Natale è testimoniato per la prima volta nel calendario della feste del Cronografo romano di Dionisio Filocalo dell’anno 354, ma, tenuto conto della data di composizione dello stesso (l’originale è del 335-336), appare probabile che si sia introdotto a Roma già prima del 336. A Milano la festa del Natale fu celebrata dal 337, in Antiochia e Costantinopoli intorno al medesimo tempo o poco dopo; in generale però si diffuse solo con lentezza, tanto che in Occidente che in Oriente, cosicché ancora l’imperatore Giustino II (565-578) si vide costretto ad imporla per tutto l’Impero Romano… La scelta del giorno 25 dicembre fu determinata, con tutta probabilità, dal fatto che il mondo romano celebrava in questo giorno il solstizio d’inverno, la nascita del dio Sole (Natalis solis invicti), il culto del quale era molto diffuso nell’impero da Aureliano in poi. Al posto della festa pagana ora doveva subentrare una festa cristiana, così è chiamato spesso Cristo dal terzo secolo in poi… Il simbolismo della luce ebbe forse una parte notevole anche nella istituzione della festa dell’Epifania in Oriente” (K. Bhilmeyer – H. Tuechle, Storia della chiesa, pag. 410, Morcelliana, Brescia 1969).

Il Natale cristiano si diffuse con difficoltà nei secoli V – VI – VII e nell’ottavo secolo è ormai patrimonio acquisito. E’ una informazione non ancora così diffusa e acquisita.

C’è un perché: ai cristiani nei primi secoli interessavano le scelte e il messaggio centrale di Gesù, non tanto i suoi dati anagrafici. La carta d’identità che i vangeli di Luca e Matteo ci forniscono è teologica, cioè costruita per darci un insegnamento.

Che cosa possiamo sapere sulle origini di Gesù?

Chi in questi giorni andrà alla messa di Natale ascolterà le leggende, suggestive e significative, dei vangeli di Matteo e di Luca che tutti ricordiamo dagli anni del catechismo.

Matteo e Luca, come si può leggere all’inizio dei due vangeli, ci riportano due racconti leggendari molto diversi. In Matteo il protagonista umano è Giuseppe, in Luca è Maria.

Il teologo e biblista Ortensio da Spinetoli, grande studioso di queste pagine evangeliche, scrive “La storia che gli evangelisti raccontano è immaginaria. I fatti così narrati non sono mai accaduti” (Il vangelo di Natale, Borla, pag. 5).

Ma allora è tutta una montatura? Assolutamente no. Gesù non è una leggenda, un personaggio mitologico, una creazione ecclesiastica, un’invenzione di qualcuno. Però i modi con cui si parla della sua nascita sono simili a quelli con cui si narrano le nascite dei “personaggi religiosi” dell’antichità.

La nascita “straordinaria” (da una vergine, da una sterile, con fecondazione divina) è un genere letterario diffusissimo nell’antichità e i racconti della nascita e dell’infanzia di Gesù vanno letti in quel contesto culturale e letterario che è mitico, non falso.

Con questo “linguaggio del meraviglioso” gli autori antichi, esattamente come i nostri evangelisti, intendono dirci che questi “personaggi” sono stati dotati da Dio di una missione particolare.

Essi vogliono trasmetterci una verità ben chiara: queste persone sono per noi un punto di riferimento, un dono straordinario di Dio. Ecco che, per sottolineare l’importanza di queste persone e del loro messaggio, gli autori antichi proiettano una luce particolare sulle loro origini.

Luca e Matteo si adeguano a questo genere letterario, tipico del loro tempo, e lo usano per trasmetterci un messaggio molto concreto: “Gesù è un grande dono di Dio fatto all’umanità. La sua vita e la sua fede in Dio sono per noi molto importanti”.

Scrivono questi vangeli per invitare gli uomini e le donne del loro gruppo e del loro tempo a prendere sul serio la vita e il messaggio di Gesù. Chi legge questi brani come una cronaca li travisa e non scopre il messaggio che essi intendono comunicarci.

Nasce in una famiglia numerosa

Ovviamente Gesù è figlio di Maria e Giuseppe: “Non ci sono dubbi in proposito” (Giuseppe Barbaglio. Gesù ebreo di Galilea, Dehoniane, pagg. 120 ss.). La madre è Maria… mentre il padre è Giuseppe…

Gesù è chiamato il figlio del falegname (Matteo 13, 55), di Giuseppe (Luca 4, 22 e in Giovanni 6, 42 2). Gesù nasce in un famiglia numerosa, ci documenta il biblista cattolico Giuseppe Barbaglio. Della madre e dei fratelli di Gesù ci parla Marco (3,31).

In Marco 6, 3 i compaesani di Nazaret si stupiscono della sua sapienza: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria e fratello di Giacomo, Ioses, Giuda e Simone? E le sue sorelle non sono qui presso di noi?”. La stessa informazione troviamo nel vangelo di Matteo 13, 55-56.

Giuseppe, dunque, non era quel vecchietto che l’iconografia, per avvalorare la leggenda della nascita verginale di Gesù, ci ha mostrato. La scappatoia di coloro che parlano di cugini è priva di senso: il greco del Nuovo Testamento ha parole diverse per indicare il cugino (anepsios).

Lo studioso M. Goguel, con mille altri, conclude: “Per la storia non esiste il problema dei fratelli di Gesù: esiste solo per la dogmatica cattolica” che ha voluto fare della leggenda della verginità di Maria un fatto biologico anziché simbolico.

Dunque Gesù nasce in una normale famiglia con tutta probabilità a Nazaret. Betlemme è la designazione teologica che si aggiunse per inserirlo nella dinastia di Davide. Questo oggi gli studiosi della Bibbia ci documentano con molto rigore.

Non si tratta di cancellare queste poetiche narrazioni, ma di saperle interpretare. Il guaio sta nel leggere questi racconti come resoconti di cronaca…

Ecco il passaggio importante

Il Natale ha un senso non se non ci fermiamo alle belle e suggestive leggende di Luca e Matteo, ma se ne scopriamo il significato.

Parlando delle origini, questi racconti in realtà vogliono richiamare la nostra attenzione sulla vita storica di Gesù, sul suo insegnamento. Nel linguaggio del loro tempo ci richiamano a non trascurare la persona, le scelte, l’insegnamento di Gesù.

Per Luca e per Matteo Gesù è un regalo che Dio ha fatto all’umanità, un grande dono: ecco il significato del “meraviglioso”…

Noi siamo tentati di mettere da parte, di sottovalutare il messaggio di Gesù e, invece, questi testi ci richiamano all’esigenza di dare peso al vangelo.

Non ci interesserà più allora come è nato Gesù: esattamente come sono nato io e come sei nato tu. Ci interessa far nascere in noi la fiducia in Dio che ha sostenuto tutta la vita contro corrente di Gesù.

Ci interessa scoprire che quell’uomo chiamato Gesù di Nazaret è realmente vissuto in quella terra che oggi chiamiamo Palestina come un vero credente in Dio e un vero profeta di giustizia.

Vivere il Natale significa entrare nel cammino di Gesù

Vivo un Natale cristiano se faccio nascere e rinascere continuamente in me e attorno a me l’impegno per una società più giusta, nonviolenta, senza discriminazioni.

Questa è stata la storia vera di Gesù; lui ha lottato tutta la vita contro i pregiudizi, perché la fraternità e la sororità diventassero lo stile di vita quotidiana al posto del dominio, delle disuguaglianze, delle emarginazioni.

I retorici natali delle messe di mezzanotte, lo spettacolo televisivo dei discorsi del papa e le orge caritative di questi giorni sono vernici che coprono con un mantello religioso le ingiustizie e le ipocrisie.

Se gusteremo in questi giorni un po’ di riposo, se avremo momenti di dialogo e di convivialità semplice e gioiosa, se sapremo sostare un po’ in silenzio e in preghiera, potremo ricavarne un gran bene.

Sarà un’occasione per ricollocare più in profondità e per rilanciare con maggiore coerenza a partire da noi la voglia di generare relazioni nuove, per non abbandonare né il sogno né l’impegno per un mondo altro.

E poi, cari amici dell’Arcigay di Bergamo, come non rinnovare l’impegno a lottare perché in tutto il mondo gay, lesbiche, transessuali possano vivere secondo la loro natura, secondo quello che sono, alla luce del sole, sotto il sorriso di Dio?

Vi bacio e vi abbraccio ad uno ad uno e… non lasciatevi turbare dalle “parolacce” vaticane. Ma è fondamentale che ci ricordiamo che sarà un buon Natale davvero se lotteremo ogni giorno non solo per noi, ma per tutte le persone oppresse, violentate, messe ai margini, non tutelate nei loro diritti, per gli stranieri, i lavoratori a rischio nei cantieri di lavoro…

Non lasciamoci troppo rapire dal bue e dall’asinello, dallo svolazzo degli angeli, da Maria vergine o extravergine… La poesia natalizia può essere feconda, stimolante, se non è evasiva.

Dio ancora una volta ci ricorda, attraverso la figura di Gesù, che è possibile orientare la nostra vita verso un mondo più giusto e felice anche a piccoli passi, anche con le piccole possibilità che ci offre la nostra esistenza quotidiana. Pubblicato da don Franco Barbero

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PEDOFILIA: BRESCIA, RIESAME CONFERMA DOMICILIARI PER SACERDOTE

(AGI) – Brescia, 19 dic. – Il tribunale del riesame di Brescia ha confermato gli arresti domiciliari per Don Marco Baresi, il trentottenne vice rettore del seminario diocesano, arrestato il 27 novembre con l’accusa di aver abusato di un suo allievo, all’epoca dei fatti quattordicenne, e di detenzione di materiale pedopornografico. I giudici del tribunale della liberta’ hanno ribadito la necessita’ di custodia cautelare.
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VATICANO – "Adotta un prete", parte la campagna spirituale per salvare il clero

Città del Vaticano (Agenzia Fides) – Una campagna che dal cuore della cattolicità, il Vaticano, vuole arrivare in ogni remoto angolo della terra. Si tratta di una vera e propria chiamata a una mobilitazione generale. Perché attraverso la preghiera le colpe dei sacerdoti vengano espiate. La loro vita si diriga verso ciò a cui deve tendere, e cioè la santità. (C.E.) (Agenzia Fides)
La notizia, per don Giuseppe Serrone, fondatore dell’ass. sacerdoti lavoratori sposati, anche se sembra essere positiva è invece sintomatica dell’atteggiamento di larga parte della gerarchia vaticana: "per  molti della gerarchia è meglio far espiare le colpe piuttosto che riconoscere i diritti primari e civili".
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A 99 anni è americano e fa il sacerdote, il navigatore più vecchio

E’ un sacerdote statunitense l’internauta piu’ anziano del mondo: ha 99 anni, si chiama padre Francis Deibel ed e’ un religioso marianista. Ad incoronarlo e’ il blog "San Pietro e dintorni", del vaticanista della Stampa Marco Tosatti, secondo il quale padre Francis "merita certamente una menzione nel mondo del web in quanto ogni giorno passa dalle tre alle quattro ore davanti al computer, scambiando e-mail con una quantita’ di persone".

internetvecchio.jpg E come tutti i navigatori, anche padre Francis e’ sommerso dagli "spam": "di recente – ha dichiarato al National Catholic News Service – sto ricevendo troppe e-mails. Cerco di aprirle e di leggerle tutte, ma ogni tanto sono veramente troppo numerose".

I suoi corrispondenti ammontano a un centinaio, e il novantanovenne padre Deibel di tanto in tanto si sente un po’ stanco. "Forse dovrei leggere di piu’ e internettare di meno", ammette; ma aggiunge con fierezza che le persone anziane non dovrebbero aver paura dei computer e di Internet.

Ha cominciato la sua stagione sul web inviando brani e informazioni sul santo del giorno. "Mando queste notizie a tutti i miei contatti Marianisti"; e naturalmente passa varie ore a rispondere, e a cancellare la posta inutile.

E’ diventato Marianista nel 1926, un anno prima che il cinema diventasse sonoro; e molto, ma molto piu’ tardi ha cominciato a lavorare con un computer, quando "non era che una manciata di cavi messi insieme". A Dayton, Ohio, dove ha lavorato per quarantotto anni come bibliotecario ha raffinato la sua esperienza; ma rende omaggio a un altro "ragazzo", il confratello Bill Callahan, di ottantasei anni, per avergli insegnato un sacco di cose sui computer.

Ha cominciato a mandare e-mail nel 1990, e da allora non ha mai smesso; e le liste dei gruppi stanno crescendo costantemente.

Da padre Francis, un messaggio anche per le persone anziane: "Non abbiate paura dei computer. Troppa gente ne ha paura, ma non c’e’ nulla da temere, sono come delle macchine da scrivere, non ti rispondono certo male Imparate a usarli. Non perdete tempo a guardare la TV. E’ piu’ divertente, e piu’ personale, usare il computer"

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L’obbligo del celibato

Corriere della Sera 17 dicembre 2007

L’obbligo del celibato
Gentile dottor Romano, alla mia lettera da lei intitolata "Celibato ecclesiastico. I diritti della Chiesa" (Corriere del 30 nov.), risponde:"Ma credo che la Chiesa abbia il diritto di pretenderlo. Il sacerdozio, dopo tutto, è una scelta libera e volontaria".

 Come conoscitore ed attentissimo osservatore delle vicende umane, lei dovrebbe sapere meglio di me che la Chiesa ha spesso commesso ingiustizie più o meno gravi. Ora, per stabilire se la Chiesa ha il diritto di pretendere qualcosa, è necessario entrare nel merito di ciò che essa pretende, giacché non si ha mai il diritto di pretendere cose ingiuste. E’ chiaro che la Chiesa, pretendendo il celibato dal giovane che desidera fare il sacerdote, non va contro la legge civile; ma se pretende qualcosa di ingiusto, va contro la legge morale, e quindi non può arrogarsi tale diritto.

Secondo san Paolo (Eb 5,4), e secondo lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica, al sacerdozio si è chiamati da Dio. Il giovane cattolico però che sente questa chiamata, non è libero di seguire la sua vocazione, così come lo è il giovane ortodosso o il giovane protestante. La Chiesa gli dice: se vuoi sposarti, devi rinunciare alla chiamata di Dio; se vuoi seguire la tua vocazione, devi rinunciare al matrimonio. E’ un abuso che fra qualche tempo la Chiesa riconoscerà come errore. Lo stesso errore la Chiesa lo commette quando nega il sacerdozio alle donne. La pretesa della Chiesa anche in questo caso non si basa nè sulla ragione né sul Vangelo.

 Elisa Merlo

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Carità, l'altra faccia dell'obolo, così la Chiesa sostituisce lo Stato

Mezzo miliardo di euro, secondo fonti ecclesiastiche, viene speso in assistenza nel mondo
Un tacito patto: la mano pubblica smantella il Welfare, quella vaticana tappa le falle più evidenti

di CURZIO MALTESE

Il grande obolo di Stato alla chiesa cattolica, che ogni anno costa circa cinque miliardi di euro ai contribuenti, ha anche un volto e uno scopo nobili: la carità. Le fonti della Chiesa parlano di mezzo miliardo di euro speso dal Vaticano e dalle conferenze episcopali per opere di assistenza in tutto il mondo. La quota più consistente arriva dalla Cei, la conferenza episcopale italiana, che destina il 20 per cento del miliardo ricevuto con l’"otto per mille", oltre 200 milioni di euro, in assistenza e carità: 115 milioni in Italia e 85 milioni nelle missioni all’estero. Ma il flusso di carità della Chiesa avviene anche attraverso altri canali, come la Caritas internazionale, il fondo papale della Cor Unum, le associazioni di volontariato e perfino la banca vaticana, lo Ior, e la prelatura dell’Opus Dei, più note per attività meno benigne.

Si può discutere se si tratti di tanto o poco rispetto al costo complessivo della chiesa cattolica per gli italiani. Si potrebbe forse fare di più, come sostengono molte voci cattoliche. Ma nei fatti in alcune realtà parrocchie e missioni cattoliche sono rimaste sole a presidiare i confini più disperati della società, quegli stessi dai quali lo stato sociale si ritira ogni giorno. All’origine dei molti regali e favori fiscali concessi alla Chiesa, soprattutto negli ultimi vent’anni, dopo la revisione del Concordato, non ci sono soltanto il frenetico lobbyismo dei vescovi e la rincorsa di tutti i partiti al pacchetto di voti cattolici, ormai esiguo in termini assoluti (le ricerche citano un 6-8 per cento) ma sempre decisivo. Esiste un tacito patto per cui, mentre lo stato smantella pezzo per pezzo il welfare, la chiesa s’incarica del "lavoro sporco", di tappare le falle più evidenti e arginare la massa crescente di esclusi senza più diritti, garanzie, protezione. Basta girare le città italiane per vedere quanto sia estesa la rete di supplenza. Le parrocchie sono diventate in molti casi i principali centri di accoglienza per gli immigrati, gli uffici di collocamento per stranieri ed ex carcerati, i consultori per le famiglie che hanno in casa un nonno con l’Alzheimer, un figlio tossico, un parente con problemi di salute mentale. I centri Caritas della capitale sono gli unici punti di riferimento e di ricovero del "popolo della strada", senza tetto, mendicanti, alcolisti abbandonati dallo stato e dalle famiglie. Svolgono un ruolo prezioso di raccolta dati per segnalare le nuove emergenze, come la povertà giovanile italiana, la più alta d’Europa.

L’incapacità dei governi di elaborare una seria politica dell’immigrazione, oltre le sparate populiste, ha delegato nella pratica ai preti la questione sociale più importante degli ultimi vent’anni. A Milano, personaggi come don Colmegna svolgono di fatto il ruolo di "sindaci ombra" nelle periferie ormai popolate in larga maggioranza da immigrati. E non sono soltanto le politiche sociali a mancare. La comunità di Sant’Egidio a Roma è diventata un punto di riferimento internazionale per le politiche nei confronti dell’Africa e del Sud America, certo più consultata in materia della Farnesina. La stessa iniziativa della moratoria contro la pena di morte, l’unico momento in cui la politica estera italiana abbia ricevuto attenzione oltre i confini, è partita dalla comunità con sede in Trastevere. Il Patriarcato di Venezia, in particolare con l’arrivo del cardinale Scola, ha intrecciato una fitta rete di scambi culturali con l’Islam. Franato con i muri il terzomondismo della sinistra, avvelenati i pozzi della solidarietà laica nello "scontro di civiltà", ormai è l’organizzazione cattolica a detenere quasi l’esclusiva dei problemi del terzo mondo, anche quello di casa nostra. La formula è "soldi in cambio di servizi". Privilegi fiscali, esenzioni, pioggia di finanziamenti a vario titolo ma per delegare al mondo cattolico un lavoro sporco che lo stato non vuole e non sa fare. Alla fine è sempre questa la giustificazione all’anomalo rapporto economico fra stato e chiesa, al di là delle improbabili contestazioni delle cifre (che sono quelle). Il discorso è logico ma lo scambio è diseguale. Lo stato non ha nulla da guadagnare nell’ammettere la propria inettitudine. Come spesso accade, sono proprio alcuni intellettuali cattolici a rilevarlo.

Nella società spappolata dagli egoismi, come appare nell’ultima rapporto del Censis, secondo Giuseppe De Rita il ruolo di supplenza della chiesa cattolica si è evoluto fino a conquistare il cuore dei rapporti sociali: il campo dell’appartenza. "La chiesa è l’unica ormai a capire che si fa sociale con l’appartenenza. Non si tratta soltanto di fornire servizi ma anche accoglienza, valori di riferimento, identità. Un tempo in Italia erano molte le classi di appartenenza. Se penso al Pci nelle regioni rosse o ai grandi sindacati, alla rete delle case del popolo, alle cooperative, questo mondo è scomparso in gran parte, la mediatizzazione della politica ha cambiato i termini della questione. Oggi se Veltroni vuol lanciare il Partito Democratico pensa a un evento, ai gadget, alla comunicazione, ma non è la stessa cosa. Lo stato italiano, a differenza di altri, non ha mai saputo creare appartenenza e per questo non è in grado di fare politiche sociali efficaci, per quanto costose. I comuni sono l’unica appartenenza politica degli italiani". Non è un caso che siano proprio i comuni, i sindaci, a entrare più spesso in conflitto con la supplenza del clero, per esempio nella vicenda dell’Ici. Ma non è paradossale che una società sempre più laicizzata affidi compiti così importanti al clero? La risposta di De Rita è netta. "E’ vero che la religione cattolica in quanto tale è in crisi. Le scelte individuali ormai prevaricano le indicazioni dei vescovi. La vera forza della chiesa non sta nel suo aspetto pubblico, mediatico, politico, ma nell’essere rimasta l’unica organizzazione con un forte radicamento nei territori e una pratica sociale quotidiana. Una pratica di solidarietà che molti laici non hanno, me compreso. La chiesa di Ruini è un altro discorso".

Ma come la pensa chi al sociale ha dedicato la vita? Don Luigi Ciotti s’incarica di combattere da quarant’anni, attraverso il Gruppo Abele e poi Libera, tutte le guerre che la politica considera perse: contro la povertà, le mafie, le dipendenze, la legge non uguale per tutti, i ghetti carcerari, le periferie insicure, le morti in fabbrica. Con il sostegno della chiesa, ma non sempre. Fu processato in Vaticano quando da presidente della Lila sostenne che l’uso del preservativo per non trasmettere l’Aids era un atto d’amore cristiano. E ancora quando parlò dal palco di Cofferati davanti ai tre milioni del Circo Massimo. La sua è una testimonianza in primissima linea. "In quarant’anni ho imparato che una società felice è quella dove c’è meno solidarietà e più diritti. La bontà da sola non basta, a volte anzi è un alibi per lasciare irrisolti i problemi. Questa bontà ci rende complici di un sistema fondato sull’ingiustizia, che poi delega a un pugno di volontari la cura delle baraccopoli perché non diano troppo fastidio. I volontari del gruppo Abele, di Libera, cattolici o no, non hanno certo rimpianti per la vita che si sono scelti, era tutto quanto volevamo fare. Ma non che potevamo fare. Si ha sempre l’impressione di rincorrere i problemi. La questione è reclamare più giustizia, non offrire come carità ciò che dovrebbe essere un diritto". La chiesa con i suoi interventi pubblici sembra richiamare l’attenzione più sui temi sessuali o sulla famiglia che non sulle questioni sociali, o è un pregiudizio anticlericale? "La Chiesa è fatta da uomini e ospita di tutto, anche mondi assai distanti fra di loro. Ma è vero che l’attenzione dei media e della politica si concentra soltanto su alcuni aspetti, Per esempio, se i vescovi criticano i Dico la polemica dura anni. Se invece Benedetto XVI si scaglia contro il precariato giovanile, la sera stessa la notizia sparisce dai telegiornali. Molti nella chiesa pensano di più agli aspetti spirituali e considerano che la giustizia non sia di questo mondo. Io non l’ho mai vista così. Penso che la strada per il cielo si prepara su questa terra". fonte: repubblica.it

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IMMIGRAZIONE. Il libro-intervista del Ministro della Solidarietà sociale presentato a Roma per la giornata dell’immigrazione

Martedì 18 dicembre 2007 ore 12

Aula Magna della Facoltà Valdese di Teologia
Via Pietro Cossa 40
Roma
 
Ritanna Armeni e Alessandro Portelli
presentano

Immigrazione. Fa più rumore l’albero che cade che la foresta che cresce

 Claudiana

con Angela Scarparo e Paolo Ferrero

 

Paolo Ferrero
Immigrazione. Fa più rumore l’albero che cade che la foresta che cresce
Intervista a cura di Angela Scarparo

Introduzione di Luigi Ciotti
“Nostro Tempo” 94 – pp. 128 – euro 9,00
 

Una conversazione con il Ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero partire dall’emigrazione italiana all’estero e la migrazione interna per approdare alla recente immigrazione straniera, alle politiche incentrate sulla sicurezza e quelle di solidarietà  e integrazione sociale, agli stereotipi, l’intolleranza razziale e la xenofobia, ai principi e i modelli europei fino agli assi portanti del disegno di legge Amato-Ferrero.

L’impatto dell’immigrazione sulla vita delle persone è enorme, non appartiene al territorio della quotidianità ma a quello dell’eccezionalità, che segna le vite, le memorie individuali e collettive. Non è esagerato dire che l’emigrazione è una rottura dell’orizzonte lineare della temporalità, come una guerra o una rivoluzione. L’emigrazione non è uno scherzo, l’emigrazione è per sempre, segna la vita e la modifica. Non a caso sono sempre i più ardimentosi che partono per primi, coloro che accettano il rischio, che ci provano. L’emigrazione è il punto di incontro tra una condizione subita e il tentativo di cambiarla giocandosi tutto. L’emigrazione è nello spazio quello che la rivoluzione è nel tempo.

                                                                              Paolo Ferrero

Governare è complicato e faticoso. Occorre progettualità, una visione chiara e alta dei problemi e dei processi. Certo è più facile chiudere gli occhi, indulgere nella scorciatoia repressiva. […]. Al di là degli esiti concreti dell’azione del governo Prodi in questa materia, di una cosa può essere certo anche chi ha riferimenti politici differenti dai suoi: il ministro, l’uomo, il cittadino, il credente Paolo Ferrero è sicuramente all’altezza del delicato compito di indirizzo e gestione della questione immigrazione. Da lui, e queste pagine lo dimostrano, ci si può attendere rigore dei principi, passione civile ma anche una decisa competenza e una approfondita conoscenza. Vale a dire, quello che ci si aspetterebbe sempre da una buona politica.

                                                                               Luigi Ciotti

· Dai bastimenti alle carrette del mare.

· Una sfida europea e un modello italiano per l’integrazione.

Il contributo dell’immigrazione alla vita e alla ricchezza del Paese.
 Paolo Ferrero è Ministro per la solidarietà sociale dell’attuale governo.

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Uganda: dove finiscono i soldi che le chiese raccolgono la domenica?

A chiederselo è The Monitor che in un articolo a firma di Rodney Muhumuza afferma che in Uganda, come in America, molti predicatori pentecostali starebbero dirottando soldi ed altre donazioni verso casa. "Il loro stile di vita all’insegna del lusso e della stravaganza ed a volte i loro ingannevoli sermoni sulla prosperità li espongono al gioco dei critici".

In Uganda si fa osservare che sebbene il caso americano appaia più esteso e più complicato, le somiglianze fra i due scenari non sono difficili da scorgere, in particolare in quello che riguarda il sospetto che molti predicatori pentecostali "qui stiano usando personalmente soldi ed altri doni".

Solomon Male, un pastore di Kampala che ha smascherato diversi casi di "peculato" tra i suoi colleghi pentecostali, afferma che "le chiese dei nati di nuovo, sebbene facciano un sacco di soldi, hanno consigli di amministrazione che "non sono indipendenti" e "membri che solo leali ai loro pastori". "Molte di queste chiese hanno manichini come consigli d’amministrazione. Se li scelgono come vogliono loro". E poi, ha aggiunto, "i pastori non rendono conto a nessuno". Secondo loro, " alla fine bisogna rendere conto solo a Dio". E le chiese non fanno domande.

In un caso particolare, quello della chiesa della profetessa Imelda Namutebi, i membri di chiesa – afferma The Monitor – sono scoraggiati dall’offrire spiccioli, "ci si aspetta che nella colletta mettano banconote di taglio grosso". "I veicoli portavalori parcheggiati la domenica davanti alle chiese non lasciano spazio ad alcun dubbio: si raccolgono grosse somme di denaro".

Per Martin Sempa, pastore senior di Makerere Community Church, " ci sono alcuni pastori che non convincono…hanno aggiunto un pò troppa teatralità al carattere della chiesa pentecostale locale". "Ci sono due tipi di pastori: quelli che esistono per farsi un nome e far soldi e quelli che servono Dio e la gente", ha detto ancora Sempa. "Quelli marci hanno maggiore pubblicità".

A detta de The Monitor, i pastori ugandesi si sono fatti una brutta nomea presso la stampa; le accuse vanno dalla frode alla corruzione, senza che alcuno si sia mai occupato pubblicamente dei loro affari. fonte: icn.news

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"RIFORMARE IL SANT'UFFIZIO". DOPO IL CASO SOBRINO, APPELLO DI 100 TEOLOGI

FRIBURGO-ADISTA. Non si placano le ripercussioni, all’interno del mondo cattolico, della Notificazione della Cogregazione per la Dottrina della Fede sulle opere del teologo Jon Sobrino (v. Adista nn. 23, 28, 30/07). Adesso, dopo aver preso le difese del gesuita spagnolo, l’attenzione critica dei teologi si concentra sullo stesso modo di operare della Congregazione guidata dal card. William Levada e dal salesiano mons. Angelo Amato. In un lungo articolo pubblicato sulla rivista teologica tedesca Herder Korrispondenz Peter Hünermann, professore emerito teologia dogmatica all’Università di Tubinga, lancia un appello per una "intelligente ristrutturazione" della Congregazione e del suo modo di lavorare (pubblicata interamente dal Regno Documenti 7/2007).

L’appello ha avuto una rapidissima diffusione ed ha raccolto il sostegno di oltre 100 teologi di area germanofona, tra cui Johann Baptist Metz, Dietmar Mieth, Bernd Jochen Hilberath, Otmar Fuchs. Contro la Notificazione avevano già protestato, all’indomani della sua pubblicazione, le facoltà cattoliche di teologia di Vienna, Graz e Münster, oltre al Comitato di direzione della rivista teologica internazionale Concilium.

Il testo di Hünermann è stato ripreso anche dai Movimenti cattolici di base riuniti a Lisbona per la diciassettesima assemblea dell’European Network Church on the Move. È confortante, scrivono, che "dopo un lungo periodo di silenzio, i teologi abbiano aperto un dibattito teologico esprimendo il loro dissenso" e, in occasione del viaggio del papa in Sudamerica (v. articolo su questo numero), invitano tutti i teologi che si sentono legati all’eredità del Concilio Vaticano II a sottoscrivere l’iniziativa per la riorganizzazione della Congregazione.

Hünermann inizia con un’accurata disamina dei sei punti della teologia di Sobrino su cui la Cdf ha constatato "notevoli divergenze con la fede della Chiesa", per passare poi ad analizzare il metodo con cui la Congregazione ha affrontato gli scritti del gesuita. Ed è qui che arrivano le conclusioni più dure: "Oggi, la Congregazione per la Dottrina della Fede assolve la funzione più importante nel garantire la qualità della teologia. Essa deve occuparsi che la teologia esprima veramente la ratio fidei".

Per questo motivo, è preoccupante che "a partire dalla seconda metà del XIX secolo, si siano ripetutamente registrati conflitti gravi e dannosi per l’immagine della Chiesa e del suo cammino di fede". Le "deficienze" del personale della Cdf e la loro preparazione, "più o meno completa e aggiornata", "aggravano i potenziali conflitti". Ma, conclude Hünermann, "la vera ragione dei conflitti è essenzialmente un’altra": "In fondo la Congregazione per la Dottrina della Fede – succeduta al Sant’Uffizio – ha conservato quella struttura di ufficio censorio che aveva agli inizi dell’era moderna". "Oggi", invece, "l’assicurazione della qualità in campo scientifico è strutturata in modo diverso: collabora essenzialmente con le scienze e include – possibilmente – le autorità scientifiche nei processi decisionali relativi alla politica della ricerca scientifica e alla gestione delle scoperte scientifiche". Insomma, invece della struttura ancora autoritaria e verticistica odierna, la Cdf avrebbe bisogno di una gestione più collegiale: "Oggi, bisogna elaborare la ratio fidei in una società culturale molto complessa, con i suoi gravi problemi e rifiuti sociali, scientifici ed umani. Essa presenta quindi un grado di complessità, che un ufficio censorio di vecchio stampo non è assolutamente in grado di affrontare, sia sul piano organizzativo che tecnico". Di qui, l’appello per una "intelligente ristrutturazione" della Cdf.

(da Adista n. 35/07)

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Egitto: velo e cellulare provocano scontri tra musulmanie copti

Un cellulare rubato e un velo sollevato hanno fatto scatenare le violenze in una cittadina dell’Alto Egitto sabato scorso, quando almeno duemila musulmani hanno preso d’assalto una chiesa e dato fuoco a diversi negozi di cristiani. Non ci sono stati feriti, ha detto all’ANSA un prete di Esna, la città sul Nilo 150 chilometri a Nord di Asswan, ma la paura è stata tanta. La vicenda è indicativa di una crescente tensione fra la comunità grandemente maggioritaria islamica, principalmente sunnita, e quella cristiano copta, che denuncia un crescendo di discriminazioni.

Tutto è cominciato sabato pomeriggio quando il giovane proprietario copto di un negozio di telefonia mobile ha creduto che una ragazza musulmana si fosse appropriata di un cellulare. L’ha inseguita e una volta raggiunta, a una fermata d’autobus, le ha tolto il velo dal viso, scatenando la sua indignazione e l’ira dei familiari.

”Almeno duemila musulmani si sono radunati fuori dalla chiesa, erano le undici di sera – ha detto all’ANSA padre Mina, contattato telefonicamente dal Cairo – si sono scagliati contro la porta, ma trovandola chiusa hanno distrutto un crocefisso all’esterno e un’immagine della Vergine”.

In chiesa, c’erano solo dei vecchi fedeli che si sono messi a piangere. Non riuscendo a penetrare all’interno, la folla si è diretta verso il centro della cittadina distruggendo, dando fuoco e saccheggiando diversi negozi. ”Si sono comportati come dei veri animali”, ha detto un cristiano. Un comunicato del ministero dell’Interno, conferma l’incidente del cellulare, ma imputa la responsabilità delle violenze ad ambedue le parti, musulmani e copti.

Diciassette persone sono state fermate, afferma il comunicato. ”I nostri rapporti sono di solito ottimi”, ha detto padre Mina, parlando delle comunità di Esna, dove circa il 25 per cento dei 40 mila residenti è copto. In effetti, in particolare in Alto Egitto, c’è sempre stata tensione tra le due confessioni.

I copti, la principale comunità cristiana del Medio Oriente, sono circa il 10 per cento dei 76 milioni di egiziani. All’inizio della scorsa settimana, nella stessa zona, decine di musulmani hanno creato disordini in seguito alle voci di un presunto stupro di una ragazza musulmana da parte di giovani cristiani. La folla ha lanciato sassi e distrutto le finestre di una farmacia dove si diceva sarebbe avvenuto lo stupro. La polizia ha arrestato due copti, sospettati di avere rapito la ragazza, e li ha condannati a quindici giorni di detenzione per disordini a sfondo confessionale. A Capodanno del 2000, una disputa tra musulmani e copti nel villaggio di Kosheh si trasformò in una violenta battaglia con armi da fuoco che provocò la morte di 21 cristiani e di un musulmano.

Barbara Alighiero (ANSA).

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«Sacerdozio e matrimonio non si contraddicono» intervista a Emmanuel Milingo

in http://www.confronti.net

«Gesù ha affidato a Pietro – uomo sposato – la responsabilità di guidare la sua Chiesa. Non è giusto anteporre il sacerdozio al matrimonio e obbligare gli uomini della Chiesa a non sposarsi. Il celibato non può essere elevato fino ad essere più importante del sacerdozio».
Nostra intervista a quello che tutti – nonostante la scomunica dell’anno scorso – continuano a ricordare come «monsignor Milingo».

L’ex arcivescovo cattolico Emmanuel Milingo, 77 anni, originario dello Zambia, è un personaggio molto noto agli italiani sin dagli anni Settanta: allora praticava riti di esorcismo e di guarigione in Africa. Nel 1983 il Vaticano lo trasferì a Roma per sottrarlo a tali attività, ma l’ex prelato aveva continuato ad «esercitare» il mestiere di guaritore anche in Italia. Nel 2001 Milingo si sposò con Maria Sung, una coreana; a celebrare il loro matrimonio è stato il reverendo Moon, coreano anche lui, fondatore della Chiesa Unificata.

Il Vaticano in un primo momento riesce a «recuperare» Milingo, ma la rottura si consuma definitivamente nella primavera del 2006, quando Milingo si rimette di nuovo con Maria Sung; in seguito ordinerà quattro vescovi sposati e creerà in Usa il suo movimento «Married Priests Now», che oggi, secondo lo stesso Milingo, conta 160mila preti sposati nel mondo. Nel settembre del 2006 viene scomunicato.

Altre organizzazioni che lottano per i diritti dei sacerdoti al matrimonio criticano l’operato di Milingo per la sua posizione contro i preti omosessuali e per il suo legame con il reverendo Moon.

Nello scorso mese di agosto, in occasione di un seminario internazionale organizzato a Seoul dalla Federazione universale per la pace che fa capo al reverendo Moon, abbiamo incontrato Milingo che ci ha concesso l’intervista che vi proponiamo.
Il rapporto tra sacerdozio e matrimonio è ormai un tema che divide anche all’interno della Chiesa cattolica stessa. Lei, che è stato un uomo di chiesa e che vive oggi sulla propria pelle questo dilemma, cosa ne pensa?

La Chiesa cattolica, a mio parere, ha sempre sbagliato a separare il sacerdozio dal matrimonio. Per chi non lo sa, san Pietro era sposato e anche gli apostoli erano sposati. E Gesù nel suo insegnamento non ha mai rimproverato chi si sposa o sminuito in qualche modo il valore del matrimonio dei suoi apostoli sposati; anzi, aveva tanto rispetto per loro. Inoltre, Gesù ha affidato a Pietro – uomo sposato – la responsabilità di guidare la sua Chiesa. Non è giusto anteporre il sacerdozio al matrimonio e obbligare gli uomini della Chiesa a non sposarsi. Il celibato non può essere elevato fino ad essere più importante del sacerdozio.

Dio ha mostrato di avere rispetto per il matrimonio per tutti gli esseri umani. Se il matrimonio era una cosa da proibire a qualcuno, perché Gesù era andato alle nozze di Cana per la benedizione? Qui si manifesta la benedizione speciale per il matrimonio per tutti. Gesù ha invitato tutti i suoi apostoli al matrimonio, erano tutti presenti a Cana.

Ora, perché quando un sacerdote ama e sposa una donna deve essere condannato? Egli sta semplicemente recuperando la sua natura umana. Se decide di sposarsi non ha fatto male; ha servito la Chiesa prima e ha il diritto di continuare a farlo. Il sacerdozio per chi l’ha ricevuto è eterno. I due sacramenti insieme non si contraddicono.
Di fatto questa legge esiste da secoli e chi tra i sacerdoti latini la infrange non ha vita facile…

Quando un prete dichiara di amare una donna, la sua reputazione è distrutta; la sua famiglia viene socialmente isolata e umiliata. Quando poi si sposa, i suoi figli sono illegittimi. Elevare il celibato fino a negare la dignità umana non è giusto.

Io voglio confermare una cosa importantissima: il sacerdozio è un sacramento che rimane per sempre, indelebile come quello del battesimo. Per questo un sacerdote, anche quando rinuncia al celibato e decide di avere una moglie e dei figli, rimane sacerdote per sempre. In America ci sono più di 25mila sacerdoti sposati e costituiscono il principale problema per la Chiesa, che deve preoccuparsi invece di cose gravi che coinvolgono uomini di chiesa. Cito, a titolo d’esempio, il caso clamoroso dei preti pedofili nell’arcidiocesi di Boston e di Los Angeles degli anni passati. L’umiliazione della Chiesa è stata tale che tanti fedeli si sono allontanati.
Diversi preti, quando si sono sposati, hanno ricevuto sostegno e solidarietà da parte dei loro parrocchiani andando contro le direttive della Chiesa. Ma la dottrina ufficiale cattolica non rinuncia alla prescrizione del celibato ai preti. Si tratta di un dogma della Chiesa latina?

Non è assolutamente un dogma. È una legge ecclesiastica che deve essere superata. Basterebbe dire: i sacerdoti da oggi in poi sono liberi di sposarsi o non sposarsi.
Secondo lei, vi sono altre ragioni dietro la resistenza della Chiesa romana sulla questione del celibato, visto che non si tratta di un dogma?

C’è sicuramente una questione economica. La storia ci rivela cose vergognose: quando ai sacerdoti che erano sposati venne imposto il celibato (separandoli dalle loro mogli e dai loro figli), i loro beni divennero proprietà della Chiesa. Già a partire dal Medioevo vennero negate le letture storiche che avvaloravano motivazioni economiche dietro a tale norma che impediva ai sacerdoti di lasciare il proprio patrimonio alla famiglia.
Lei era uno dei più famosi vescovi dell’Africa; in che rapporto è rimasto con il suo continente dopo la sua scomunica?

Ho un legame forte con la mia terra di origine, ci vado molto spesso. Ci sono in Africa sacerdoti che aspettano che io celebri il loro matrimonio. In Camerun undici vescovi sono d’accordo con me. Mi aspettano in Africa 52 diaconi e tra questi devo ordinare dei sacerdoti. Non ho intenzione, come qualcuno può pensare, di creare una Chiesa cattolica africana, non mi interessa! In Africa mi ricevono come in altri continenti. Io seguo la volontà del Signore. Per me questo è più importante.
Lei rivendica con forza il diritto dei sacerdoti a sposarsi. Su altri fronti c’è chi lotta per il diritto delle donne ad accedere al sacerdozio. Cosa pensa di questo altro nodo da sciogliere?

Le donne – ahimè! – hanno sempre avuto un ruolo secondario nella mia Chiesa. Penso ad esempio alle suore: non c’è nel Vaticano una struttura istituzionale guidata da una suora. Nella Curia romana non vi sono centri dove a capo delle suore ci sia una donna. Come è possibile tutto ciò?

La Chiesa cattolica deve valorizzare le doti speciali che Dio ha conferito alle donne. Penso che le donne possono celebrare messa e fare altro. Penso che le suore possono occupare alte cariche istituzionali fino a quella di Segretario di Stato del Vaticano.

La vergine Maria era sacerdotessa, perché fu partecipe alla lotta contro il male. Era insieme a Gesù quando portava la croce sul Golgota. La Madonna era sacerdotessa perché per tutta la sua vita si è sacrificata insieme a Gesù.
Da cattolico africano, cosa pensa della posizione di papa Ratzinger su ecumenismo e dialogo interreligioso?

Io, per rispetto del santo padre, non voglio parlare di lui. Voglio parlare di come vediamo il ruolo e la responsabilità di Gesù per la salvezza del mondo. Gesù ha espresso la volontà di salvare tutti, nessuno escluso. Ha pensato a tutta l’umanità: non ha detto «questa parte è cattolica, quest’altra è protestante». Sin dall’inizio aveva deciso di morire per tutta l’umanità. Conseguentemente, tutti sono inclusi nella sua salvezza. Salverà in un modo o nell’altro la Chiesa cattolica che sta fallendo, perché è morto per tutti.

Vi do l’esempio di sant’Agostino: africano anche lui – anche se non lo amo molto per altri insegnamenti – disse: «Volenti o nolenti, voi siete parte di tutta l’umanità, siete già inclusi in questo». Il nostro atteggiamento come cristiani cattolici dovrebbe seguire questa linea. Agostino ha detto chiaramente: «Vogliano o non vogliano, appartengono al progetto di salvezza che Gesù ha già realizzato sulla croce».
La Chiesa cattolica non accetta la celebrazione dell’eucaristia insieme ai protestanti, agli ortodossi e altri cristiani. Ciò costituisce un ostacolo sulla via dell’ecumenismo…

Qui si manifesta l’ambivalenza della Chiesa cattolica. Da una parte vuole bene a tutti, ma poi parla degli altri cristiani come «nostri fratelli separati»; come si può considerarli «separati»? Voi, vertici della Chiesa cattolica, avete fatto separare, con le scomuniche, i pastori luterani; siete voi che avete fatto questo. Dovete essere voi, vertici della Chiesa, ad essere i primi a tornare alle origini di essa come Gesù l’ha fondata. Questa vostra duplicità non è giusta; ma i vertici della Chiesa non vogliono ammettere di aver sbagliato. Conseguentemente ora, per mancanza di umiltà, non vogliono ritirare quello che hanno fatto. Siete voi che li avete messi nelle condizioni in cui vivono. Bisogna invece essere umili. Ma voi avete distrutto l’unità. Al capitolo 17 di Giovanni Evangelista si afferma che «devono essere una cosa sola, come tu Padre ed io siamo una cosa sola, così il mondo crederà che tu Padre mi hai mandato».

(intervista a cura di Mostafa El Ayoubi)

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E non c'era posto per loro nell'albergo…

Mai come quest’anno abbiamo vissuto la pagina evangelica della ricerca di un alloggio da parte di Maria e Giuseppe prima della nascita di Gesù…

Lo sfratto ricevuto a luglio 2006 ci ha resi un po’ vicini alla situazione di molti sofferenti…

Per mesi da luglio fino ad oggi abbiamo alloggiato in uno studio professionale con i pochi mobili ammassati in un box e la cucina fredda in un garage, dormendo in un letto- divano da liberare entro le 8 del mattino e che possiamo usare dopo le 9… Abbiamo cercato lavoro da luglio ma il part time sottopoagato non consente di trovare una casa in affitto e alla vigiia di Natale traslocheremo ancora…

Natale
la porta trionfale
lo stivale
il rivale
un male
versa le fiale
cammini di vita
la bocca cucita
no non sarà
porterà
l’anno atteso
verso il futuro proteso…

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Don Mauro, un'assoluzione ma anche pesanti accuse

Un’assoluzione, certo, ma anche pesanti accuse. Autentiche bordate che il sacerdote polacco, don Arcadiusz, gli ha riservato dal microfono dell’aula del Tribunale di Como dove ieri mattina si è svolta l’ennesima udienza del processo a suo carico.
Una giornata a due volti per don Mauro Stefanoni, l’ex parroco di Laglio, accusato dalla Procura di violenza sessuale su un minore. Ieri è stato proprio il religioso giunto dalla Polonia (ma negli anni scorsi spesso a Laglio) a svelare ai giudici (presidente Bianchi, a latere Storaci e Braggion) cosa gli ha rivelato – a quattr’occhi – la vittima che nel frattempo è diventata maggiorenne.
«Mi disse che aveva avuto rapporti sessuali con don Mauro nella casa parrocchiale. Io l’ho un po’ rimproverato dicendo che queste cose non si fanno. Gli ho anche chiesto quante volte e mi ha detto almeno un paio». Accuse pesanti, ma ancora da provare. Nonostante le conferme del teste citato dal pm che ha ‘validato’ i sospetti della Procura sul religioso, ora trasferito a Colico. Il sacerdote polacco, fortemente contrastato dalla difesa (patrocinata dagli avvocati Massimo Martinelli e Guido Bomparola), ha poi lasciato spazio al consulente informatico della Procura, Luca Ganzetti, che ha spiegato in aula cosa è stato trovato sui quattro pc sequestrati a don Mauro.
«Ho rilevato almeno un centinaio di collegamenti a siti Internet pornografici, molti dei quali con contenuti omosessuali», ha detto. Ganzetti è stato incalzato anch’egli dai legali di don Mauro, in particolare su una foto trovata nel computer: «Presumibilmente una minorenne», ha detto il tecnico, sollevando però le ire degli avvocati. I quali, con una mossa a sorpresa, hanno poi chiesto ai giudici una sentenza intermedia (prevista dal Codice di Procedura penale all’articolo 129) su un capo di imputazione secondario rispetto alla violenza sessuale, la detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico. Dopo oltre un’ora di camera di consiglio, i giudici hanno assolto don Mauro da questa prima infamante accusa.
Resta però in piedi l’altra, la violenza sul minore. Il processo, con scintille tra difensori, giudici e pm, si prende qualche settimana di pausa. Riprenderà il 7 gennaio.

Marco Romualdi in corrieredicomo.it

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Commento sul celibato dal blog

"La battaglia continuerà fino ad arrivare all’abolizione del celibato dei preti e fino all’ottenimento della riammissione nella chiesa di tutti quei religiosi che hanno commesso "l’errore" di innamorarsi" dice don Sante.
Vorrei soltanto sottolineare un piccolissimo particolare…. Personalmente non credo che il modo in cui questa "battaglia" è stata portata avanti da don Sante possa portare un così grande cambiamento nella chiesa cattolica… Motivo? Troppo spettacolo per una questione che è troppo seria! Mi guardo bene dal giudicare l’atteggiamento di questo prete e il suo modo di affrontare la situazione, sia chiaro, perchè io so molto bene cosa vuol dire trovarsi in una situazione simile, ma vista la sua dichiarata paternità io penso che se su questo punto fosse stato più sincero sin dall’inizio con i suoi parrocchiani, probabilmente moltissimi, davvero moltissimi, avrebbero sostenuto la sua causa! La cosa che ha dato maggiormente fastidio non è il fatto che si sia innamorato (quello non c’entra assolutamente niente, i parrocchiani hanno un cuore e se le cose fossero state fatte per bene avrebbero certamente capito), ma hanno dato fastidio le bugie, la mancanza di coraggio, il fingere per troppo tempo… l’aver nascosto e contrattato le sue rivelazioni con la tv… e tutto questo spettacolo…. Così non va bene…. Il celibato dei preti e la loro condizione di uomini innamorati è una cosa troppo seria per essere affrontata così. Non è così che la Chiesa potrebbe un giorno decidere di non imporre più l’obbligo del celibato, se speriamo che il Papa prenda la questione sul serioe se speriamo che quel giorno non sia troppo lontano… Credo nell’onnipotenza del Signore, a Lui tutto è possibile, però … sarebbe più bello fare le cose con onestà, umiltà, preghiera, e soprattutto con un dialogo SERIO con la Santa Sede, senza gossip. E la pazienza nel saper pregare e aspettare… Infine mi piacerebbe tanto sapere dove corre il pensiero di Papa Benedetto XVI nel momento in cui firma le dispense per le centinaia di sacerdoti che le chiedono… Ho letto da qualche parte che lo fa con tenerezza e amore. Non c’è niente di male se un prete vuole sposarsi. L’importante è che trovi il coraggio di essere sincero.
Trovo giusta la vostra causa. Vi incoraggio a cercare sempre senza mai stancarvi e con onestà e umiltà il dialogo con il Vaticano. Io sono perchè i preti possano scegliere serenamente SENZA REPRIMERE le loro emozioni nel momento in cui il Signore gli fa incontrare il rispetto e l’amore vero di una donna per donargli una famiglia.
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Chiesa di Svezia verso l'abrogazione delle discriminazioni

La Chiesa Luterana di Svezia ha detto di approvare l’unione in chiesa delle coppie dello stesso sesso, lasciando il privilegio del termine “matrimonio” alle unioni etero.

La posizione della Chiesa, che in Svezia conta 7,2 milioni di membri su una popolazione di 9,1 milioni, era stata richiesta dal governo che sta preparando una nuova legge per questi matrimoni.

Dal 1995 la Svezia riconosce l’unione civile tra gay e lesbiche, garantendo loro lo stesso status legale delle coppie sposate. Tuttavia gli omosessuali da tempo lottano per cancellare l’ultima traccia di discriminazione tra unioni etero ed omosessuali. Ora la legge, approvata nel 1987, definisce il matrimonio come un contratto tra un uomo ed una donna: la nuova proposta dovrebbe cancellare il riferimento al genere.
Se la nuova legge sarà approvata la Svezia, già pioniera nel diritto all’adozione per coppie dello stesso sesso, sarà il primo Paese al mondo a permettere che i matrimoni omosessuali vengano celebrati con l’avvallo del maggior culto religioso.
La Chiesa Luterana, che dal 2000 non è religione di Stato, offre la benedizione religiosa alle unioni tra gay dal Gennaio 2007. fonte: uaar.it

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USA: libro cattolico per mettere i bimbi in guardia da preti pedofili

La Chiesa Cattolica Romana di New York ha distribuito quest’anno un libro che metta i bambini in guardia dal rischio di incontrare preti pedofili. Una delle immagini del libro, intitolato “Being Friends, Being Safe, Being Catholic”, rappresenta un angelo custode sopra un chierichetto con un prete che guarda dallo sfondo. L’angelo consiglia al bambino: “Per la propria sicurezza, un bambino ed un adulto non dovrebbero rimanere da soli insieme in una stanza chiusa”. In un’altra vignetta l’angelo avverte il bambino della presenza di un pedofilo che vuole chattare con lui in internet. fonte: uaar.it
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Diocesi episcopale californiana vota lo scisma: no a gay e donne-sacerdote

La diocesi di Fresno, nella Califonia centrale, ha votato per la separazione dalla Chiesa Episcopale degli Stati Uniti, la denominazione che rappresenta a livello nazionale la comunione Anglicana.

Motivo dello scisma la presa di posizione della Chiesa Episcopale nazionale nei confronti dell’omosessualita’ che per il gruppo di Fresno e’ da condannare, mentre e’ pienamente accettata dai vertici della Chiesa.

Il divario tra Fresno e la chiesa madre era cominciato alcuni anni fa, quando gli Episcopali nominarono vescovo Gene Robinson, un pastore del New Hampshire apertamente gay.

Ma non solo solo le tematiche GLBT ad infastidire la diocesi californiana. Fresno e’ profondamente contraria alle donne sacerdote, proprio nel momento in cui a capo dell’intera chiesa episcopale d’America vi e’ una donna vescovo: Katharine Jefferts Schori (in foto un momento della nomina).

Il vescovo Schori ha tentato di far desistere gli scismatici, ma il voto interno alla diocesi ha visto i favorevoli alla scissione vincere per 173 a 22.

La Diocesi di Fresno dopo l’uscita dalla Chiesa Episcopale degli Stati Uniti ha deciso di unirsi alla chiesa episcopale del Sud America, molto conservatrice, con vedute simili per quanto concerne omosessualita’ e donne sacerdoti.

Antonello Musina

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"Sposerò in chiesa il trans". La Curia diffida il parroco

Il matrimonio riguarda una coppia unita dall’83 con rito civile, ma la cerimonia religiosa rischia la nullità. ‘Lei’, Sandra Alvino, è diventata donna 30 anni fa grazie alla chirurgia estetica

FIRENZE,  – "NON VOGLIO continuare a vivere accomunata alle transgender come Vladimir Luxuria. Sono donna da trent’anni, sono cattolica e voglio sposarmi in chiesa per continuare il cammino nella fede insieme a mio marito. Sono madrina di battesimo di una bambina, faccio la comunione e se anche domani il Papa mi scomunicasse, continuerei a credere in Dio".

Sandra Alvino, 63 anni, abita da tempo nel quartiere fiorentino delle Piagge, zona di frontiera della periferia ovest. Per chi la conosce solo di vista è una donna come tante, se non fosse che quella signora dal carattere piuttosto deciso è nata, come dice lei, in un corpo sbagliato. Dopo trent’anni di sofferenze, violenze, discriminazioni e arresti per mascheramento, ha deciso di diventare donna a tutti gli effetti.

NELL’83 SI È SPOSATA civilmente con Fortunato Talotta, 62 anni, e oggi, dopo avere conosciuto don Alessandro Santoro, un giovane sacerdote di origini livornesi che svolge la sua missione pastorale in mezzo ai casermoni del quartiere, prendendo spesso posizioni ai limiti del contrasto con la Curia, ha deciso di sposarsi in chiesa. Un cammino che ieri mattina, nella messa domenicale, è stato annunciato alla comunità di base delle Piagge.

L’altro ieri don Alessandro ha inviato al cardinale Antonelli l’annuncio dell’avvio del cammino prematrimoniale di Sandra e Fortunato, in vista di un matrimonio da celebrarsi in primavera. Salvo complicazioni. Che sono già all’orizzonte, a cominciare dai certificati di battesimo e di cresima di Sandra, che sono al maschile.

LA REPLICA della diocesi è ancora ufficiosa, ma lascia poco spazio alla speranza: "La Chiesa non processa le intenzioni, ma se don Alessandro prosegue su questa linea il vescovo dovrà intervenire: il matrimonio così configurato è nullo in partenza. Chi lo celebra commette un reato canonico e un illecito civile".

Il matrimonio celebrato con rito religioso cristiano cattolico tra un maschio diventato femmina per via chirurgica e un altro maschio porta in sé un "sospetto d’invalidità": spiega monsignor Andrea Drigani, docente ed esperto di diritto canonico. Sono tre i canoni del codice di diritto canonico che fissano ineluttabilmente il fondamento del matrimonio: tutti hanno come punto fondante la possibilità di procreare.

 
Duccio Moschella – fonte: quotidiano.net

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Parroco dal pulpito:"Non ho amanti". Lo sfogo di un prete trentino

Troppo insistenti le voci su una sua presunta amante, troppo pressanti nel contesto di un piccolo paese. Così don Renato Tomio, parroco di Storo – paese trentino di 4.500 abitanti ai confini con la Lombardia – ha scelto la fine della Messa per fugare ogni dubbio e "rassicurare" i concittadini: "So che in paese girano voci che ho l’amante e ho ricevuto anche telefonate anonime: voglio rassicurare tutti che non ho amiche nè tanto meno amanti".

E il sacerdote ha fatto anche il nome della presunta amante, che in quel momento si trovava in chiesa tra i fedeli. La donna non ha battuto ciglio, anzi si è detta sollevata da quella esternazione del parroco: "I pettegolezzi girano in paese perché don Renato è amico della nostra famiglia”, ha commentato. I numerosi fedeli presenti in chiesa hanno accolto lo sfogo del parroco con un lungo applauso.

Don Renato Tomio, 43 anni, è arrivato nella parrocchia di Storo da un paio d’anni e, a quanto pare, gode della stima e della fiducia della popolazione. Ma evidentemente non di tutta, se è vero che le chiacchiere su una sua presunta relazione con una donna sposata avevano cominciato a girare e a farsi così insistenti da costringerlo a smentire pubblicamente dal pulpito e a chiedere di smetterla con le calunnie. fonte tgcom

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Campagna del Vaticano di adorazione e "maternità" per i sacerdoti

La campagna lanciata dalla Congregazione per il Clero: don Giuseppe Serrone sottolinea la non menzione dei sacerdoti sposati. In basso il testo originale:

Di Jesús Colina

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 10 dicembre 2007 (ZENIT.org).- La Congregazione vaticana per il Clero ha lanciato una campagna di adorazione eucaristica e di "maternità" per la santità dei sacerdoti del mondo.

L’iniziativa è stata convocata con una lettera datata 8 dicembre, solennità dell’Immacolata Concezione, firmata dal Cardinale Cláudio Hummes e dall’Arcivescovo Mauro Piacenza, rispettivamente prefetto e segretario della Congregazione.

La campagna, spiega il testo, vuole "avviare un movimento spirituale che, facendo prendere sempre maggior consapevolezza del legame ontologico fra Eucarestia e Sacerdozio e della speciale maternità di Maria nei confronti di tutti i Sacerdoti, dia vita ad una cordata di adorazione perpetua, per la riparazione delle mancanze e per la santificazione dei chierici".

In particolare, l’iniziativa propone alle "anime femminili consacrate", seguendo l’esempio di Maria, di adottare "spiritualmente sacerdoti per aiutarli con l’offerta di sé, l’orazione e la penitenza".

L’iniziativa vuole "affidare a Maria, la Madre del Sommo ed Eterno Sacerdote, ogni Sacerdote, suscitando, nella Chiesa, un movimento di preghiera che ponga al centro l’adorazione eucaristica continuata, nell’arco delle ventiquattro ore".

Lo scopo è che, "da ogni angolo della terra, sempre si elevi a Dio, incessantemente, una preghiera di adorazione, ringraziamento, lode, domanda e riparazione, con lo scopo precipuo di suscitare un numero sufficiente di sante vocazioni allo stato sacerdotale".

La lettera è indirizzata a tutti i Vescovi diocesani affinché le diocesi che lo desiderano si uniscano a questa campagna, incaricando un sacerdote della questione con l’indicazione dei luoghi e delle modalità scelti per l’adorazione.

La lettera, una nota esplicativa e sussidi sul significato della maternità spirituale dei sacerdoti possono essere letti su www.clerus.org/pregate.

[Traduzione di Roberta Sciamplicotti]

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