La venerabile impostura: vescovo accolto in cattedrale dopo quasi 100 anni

La Chiesa nissena chiede «perdono» al vescovo Zuccaro  

di walter guttadauria

La Chiesa nissena chiede finalmente “perdono” al suo terzo vescovo, accogliendone la salma in Cattedrale. Parliamo di mons. Ignazio Zuccaro, che guidò la nostra diocesi dal 1896 al 1906 dopo Stromillo e Guttadauro, prima di essere “dimissionato” dal Vaticano. E proprio di fronte il sepolcro del suo predecessore Guttadauro (nella quarta cappella della navata destra) riposerà Zuccaro, che dal 1913 – anno della sua morte – è sepolto nel cimitero di S. Orsola a Palermo. In questi giorni, alla presenza del vescovo Russotto che ne ha voluto la traslazione, sarà fatta la riesumazione della salma, dopodiché i resti verranno raccolti in una cassetta funeraria per essere inumati nella nostra Cattedrale.
Decisamente un “evento” pregno di significati, dunque, che rompe il lungo silenzio con cui la Chiesa nissena “archiviò”, all’epoca, il discusso mandato di Zuccaro, stendendo in pratica un velo di silenzio sulla sua memoria. Ci ha pensato in questi ultimi tempi un laico, Sergio Mangiavillano, a squarciare questo velo, rispolverando la vicenda Zuccaro e analizzando il contesto locale in cui si consumò: tempi difficili segnati da aspre lotte sociali e da una profonda divisione tra il clero locale, con scontri tra fazioni interne alla Chiesa: un tempo di cui quel pastore, contrastato oltre che da una frangia dei suoi preti anche dalla classe padronale e massonica, fu vittima sacrificale: una fine immeritata per chi aveva dato straordinario impulso al movimento cattolico, spendendosi al servizio dell’evangelizzazione e della promozione umana, confrontandosi con le aspettative delle classi meno abbienti, denunciando le piaghe sociali, come lo sfruttamento sul lavoro e l’emigrazione; ma che proprio per questo, forse, pagava sopraffatto dalla calunnia.
Mangiavillano ha concretizzato il tutto in modo, se vogliamo, provocatorio, scrivendo un romanzo-saggio – lui lo definisce così – ispirato al prelato e al suo decennio episcopale. «La venerabile impostura» (Intilla editore) è il titolo del romanzo, che sarà presentato giovedì 8 novembre, alle ore 17,30, nel salone del museo diocesano del Seminario. L’appuntamento è promosso dal Comune e dalla Lumsa (di cui Mangiavillano è docente): interverranno don Vincenzo Sorce, il vice sindaco Fiorella Falci, l’autore e il vescovo Mario Russotto.
S’infrange così, dopo oltre un secolo, il silenzio “ufficiale” della Chiesa nissena, divenuto indifferenza, sulla vicenda Zuccaro (non sono mai state note le motivazioni delle sue dimissioni dopo l’inchiesta del visitatore apostolico Bresciani). E ci voleva uno spirito libero come Mangiavillano, critico, profondamente legato a questa città e alla sua storia, acuto osservatore, per ridare “dignità” a quel vescovo calunniato, pur sulle ali della fantasia: il velo squisitamente storico-religioso spetta ad altri alzarlo. Mangiavillano, nel suo libro, ne ha contestualizzato la vicenda sullo sfondo del difficile scenario locale tra Otto e Novecento, forte del fatto che – spiega nella sua nota – «contrariamente a quanto avviene per lo storico, la libertà e l’alibi della fantasia consentono allo scrittore di romanzi di muoversi senza limitazioni e cautele all’interno di un contenitore, il racconto, in cui, contaminandosi reciprocamente, la storia si avvicina al romanzo e il romanzo si avvicina alla storia. Quello che ho scritto non è un romanzo storico, anche se reali e non inventati sono il protagonista, alcuni personaggi e il contesto che fa da sfondo alla narrazione».
Cambiati i nomi dei luoghi e dei personaggi, eccoci dunque nella Nissa (Caltanissetta) fine Ottocento. Nel 1896, alla morte del vescovo Guttadauro (chiamato Mauro nel romanzo), il successore designato è il palermitano Ignazio Meli (Zuccaro). Il nuovo pastore è accolto con la coreografia di prassi: al suo fianco da quel momento ci sono il vicario generale Palizzi (Giuseppe Polizzi) e il segretario Correnti (Angelo Gurrera): quest’ultimo nel 1896 ha appena 26 anni, solo da due è sacerdote, ma ha già una personalità di spicco e sarà il referente del vescovo nei rapporti col movimento cattolico locale, di cui diverrà capo riconosciuto (peserà anche questo nella “condanna” finale del prelato?).
Mons. Meli-Zuccaro trova un clero scisso tra “leoniani” e conservatori, con contrasti anche di campanile, e comincia pian piano la conoscenza col suo “gregge” con la sua prima visita pastorale del 1897 a Miccichè (Villalba): il resto della conoscenza avviene tra pubbliche funzioni, processioni della settimana santa, ricevimenti baronali con contorno di aristocratiche signore, chiacchiere e prime di una lunga serie di maldicenze, che non risparmiano nemmeno l’aspetto fisico del prelato, alquanto rubicondo, lui che non disdegna qualche cannolo, o qualche sigaro, e si mostra troppo alla mano con i suoi interlocutori: altro che la l’austera e quasi inarrivabile figura del predecessore Mauro-Guttadauro…
Il resto delle maldicenze arriva dal circolo dei nobili di piazza Unità d’Italia (Garibaldi), presieduto da don Nonò Alfano, che giudica sovversivo un vescovo che forza troppo la mano sul versante sociale, che parla in difesa di contadini e zolfatari, che non li vuole sfruttati, sottopagati, emigrati, o… morti disgraziati, come il piccolo Tano, caruso di pirrera. Ma altre critiche, più o meno velate, provengono dallo stesso clero, dal comportamento ipocrita. Meli-Zuccaro passa così i suoi non facili anni, tra eventi vari, come l’erezione del monumento al Redentore grazie all’infaticabile opera del canonico Fulci (Francesco Pulci), o la pubblicazione de «L’Alba» («L’Aurora») coordinata da Correnti-Gurrera. Ma – quasi una congiura ordita ad arte – ecco via via altre accuse farsi strada, dalle simpatie per il “modernismo” di Loisy (un’eresia agli occhi del Vaticano), all’interesse per donne e appalti (del nuovo seminario). La valanga di lettere anonime piovute a Roma fa così scattare la visita inquisitrice del redentorista Bresciani: ma la sensazione è che i giochi siano già stati decisi ancor prima delle sue audizioni, tutte peraltro a favore del vescovo, alfine “dimissionato”. Eccola, dunque, l’impostura, e Mangiavillano riesce a rendere bene l’amaro tramonto del prelato e l’abbandono di Nissa, come molto probabilmente sarà stato nella realtà. fonte: lasicilia.it

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