Lettera: Celibato ecclesiastico. I diritti della Chiesa

Il Corriere della Sera 30 novembre 2007

Caro Romano, il cardinale francese Roger Etchegaray, riguardo all’ordinazione di sacerdoti sposati, ha affermato: «La questione può essere posta, come avviene nella Chiesa greco-cattolica». Ma il Sir, l’agenzia della Cei, insiste: «La castità per il Regno dei cieli fa parte dei "consigli evangelici" indicati da Gesù ai suoi discepoli». Per l’appunto: Gesù consigliava; san Paolo pure consigliava, e la Chiesa arbitrariamente, poco evangelicamente, ha trasformato il consiglio in obbligo per il cattolico che si sente chiamato da Dio alla vita sacerdotale.
Elisa Merlo

Risposta (sbagliata) di Sergio Romano

Comprendo che sul problema del celibato ecclesiastico sia possibile avere posizioni diverse. E comprendo che molti fedeli possano chiedere alla Chiesa di modificare le proprie norme. Ma credo che la Chiesa abbia il diritto di pretenderlo. Il sacerdozio, dopo tutto, è una scelta libera e volontaria.

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Libri: Il cristiano vive la fede nella polis

di ENZO BIANCHI

«La vita cristiana è partecipazione all’incontro di Cristo con il mondo». Chi scriveva questa frase lapidaria non era un sognatore a tavolino che viveva in un contesto sociale idilliaco, ma un teologo «confessante» nella Germania nazista, che sarebbe finito imprigionato e poi impiccato per essersi sporcato le mani nel complotto contro Hitler. La chiarezza cristallina di questa affermazione di Bonhoeffer – che colloca il vissuto, la testimonianza cristiana nella sua dimensione di mediazione e intercessione tra il mondo e Gesù Cristo – è quanto mai preziosa anche oggi, in un contesto certo profondamente diverso e meno drammatico di quello europeo della seconda metà degli anni trenta, ma pur sempre attraversato dalla tensione tra il «già» e il «non ancora», tra l’essere «nel» mondo e il non essere «del» mondo, tra città degli uomini e «città di Dio».

Rendere conto della speranza che abita il proprio cuore e farlo in una società plurale, accettando il dialogo, il confronto, l’assunzione dell’altro nel proprio orizzonte di pensiero è impegno quotidiano cui il cristiano non può sottrarsi, è anzi opportunità unica, «luogo» privilegiato dell’annuncio del vangelo. Per riflettere su questo che è al contempo spazio vitale e ambito teologico, vale la pena ripercorrere le pagine che Giovanni Bianchi dedica a Martini "politico" e la laicità dei cristiani (San Paolo, pp. 132, e 12). Con la sua esperienza di presidente nazionale delle ACLI divenuto poi deputato per dodici anni, Bianchi estrae da quella che lui chiama la «miniera» Martini una serie di preziose indicazioni sul comportamento del cristiano nella polis. Si ritrova così il senso forte della dimensione «politica» della vita sociale e della testimonianza cristiana, in un contesto che ha sempre più bisogno di orientamenti etici che possano essere condivisi e non imposti.

Il libro ha il merito di mostrare il pensiero e l’agire pastorale del cardinal Martini inserendolo nella grande tradizione del cattolicesimo sociale e dell’aggiornamento conciliare: ancora una volta, come amava ripetere papa Giovanni, si può cogliere come non sia il vangelo a essere cambiato, bensì la nostra comprensione ad essersi accresciuta. Non si tratta allora di scegliere tra «principio identitario e principio solidale», ma di coglierne l’intima unità e, a partire da lì, operare una sintesi matura e sempre in divenire. Confrontarsi con le sfide del proprio tempo, partendo dal volto e dai bisogni concreti dei propri fratelli e sorelle in umanità, non significa infatti dimissione dalla propria identità cristiana, ma anzi sua piena assunzione: significa vivere la propria fede nello spazio del mistero dell’incarnazione, dell’umanizzazione vissuta da Gesù, perché proprio dall’evento fondante il cristianesimo sgorga la consapevolezza che nulla di ciò che è umano è estraneo al cristiano.

Autore: Giovanni Bianchi
Titolo: Martini "politico" e la laicità dei cristiani
Edizioni: San Paolo
Pagine: 132
Prezzo: 12 euro

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I FUNZIONARI DI DIO. Psicoanalisi dell’organizzazione clericale

di Eugen Drewermann

L’opera di E. Drewermann, recentemente pubblicata in Italia dalla Edition raetia di Bolzano con il titolo "Funzionari di Dio", non è solo una vera pietra miliare della ricerca teologica e psicoanalitica, ma è anche un’occasione per riflettere sulla fede cristiana e sul modo con cui essa si è andata strutturando nei secoli attraverso una peculiare organizzazione. Data la complessità del lavoro ci limiteremo a illuminare alcuni passaggi fondamentali della ricerca di D. (Drewermann).

Ben consapevole della difficoltà di sottoporre ad analisi un’organizzazione bimillenaria che coinvolge milioni di persone, D. non poteva eludere il problema metodologico che si presenta complesso soprattutto quando si mira a comprendere le correlazioni e le dinamiche dell’inconscio collettivo. La soluzione adottata dallo psicoanalista-teologo tedesco ci è parsa convincente in quanto egli ha cercato di collegare tra di loro, ed in modo coerente, una molteplicità di fonti e precisamente: i risultati di psicoterapie e consulenze attuate dallo stesso D. su ecclesiastici e religiose; i documenti ufficiali della gerarchia e degli ordini religiosi; i testi della riflessione teologica; le opere della letteratura e del cinema, nonché le interviste e le notizie connesse con la vita clericale.

Lo scopo della ricerca è stata quella di individuare le falle patologiche dell’organizzazione clericale, non le deficienze dei singoli. In tal senso si potrebbe dire che l’approccio di D. è più psico-socioanalitico dal momento che il suo interesse primario è comprendere l’insieme, non le parti. E la ragione di tale scelta sta proprio nel fatto che lui ha a cuore la salute del chierico, la sua realizzazione personale, la sua felicità, ma per raggiungere tale obiettivo è fondamentale e prioritario individuare quelle dinamiche istituzionali che mutilano l’uomo-chierico.

Tutta la ricerca è attraversata dalla passione per la pienezza della vita. L’obiettivo dichiarato è quello di contribuire a generare una nuova personalità di chierico, aperto ad una sconfinata fiducia in Dio, capace di comunicare in modo umano, pronto a disfarsi di retaggi ideologici proprio come faceva Gesù che, nella sua infinita libertà di spirito, viveva una intensa alleanza con la natura.

LEGAME CON LA NATURA

Secondo Drewermann la religione attraverso i suoi interpreti ufficiali dovrebbe mostrare come la fede pervasa da una mistica profetica possa contribuire a ristabilire il legame tra l’uomo e la natura che lo sostiene e lo circonda. Come i Maya si aspettavano dal sacerdote una persona che abbracciasse l’universo da levante a ponente, così il mondo si attende dai chierici e dai cristiani un segno concreto che è possibile congiungere tutto, da est a ovest, tra il sopra e il sotto, tra il dentro e il fuori, in modo da non escludere più nulla dalla propria persona.. E’ qui che diventa perentorio il richiamo a Gesù, archetipo del sacerdote che concilia gli opposti, ma non per via di dettami ideologico-istituzionali bensì in virtù di una forza interiore capace di modellare una personalità. D. annota:

"Per dirla in modo paradossale: gli sforzi della Chiesa dovrebbero essere tesi non già a formare dei sacerdoti ma a promuovere nel modo più intenso possibile l’elemento sacerdotale che i giovani portano dentro di sé (E. Drewermann, Funzionari di Dio, ed. Raetia 1995)."

La natura diventa. il luogo autoctono dell’esperienza di Dio e la croce del Cristo non può più essere utilizzata per dichiarare come peccaminosa la natura o per reprimere le dinamiche istintuali dell’uomo.

L’INTEGRAZIONE DEL SOGGETTO

Ritrovare in sé tutta la creazione e la trascendenza per essere sacerdoti del creato e dell’increato non è un’operazione che può essere fatta sulla base di regolamenti o di ascesi eteronome, in una parola dall’esterno. E’ indispensabile un nuovo atteggiamento che dischiuda, tanto per i chierici come per i laici, uno spazio esperienziale in cui sia possibile vivere in modo profondo e personale i simboli della salvezza e della redenzione.

Drewermann insiste sul fatto che solo chi attraversa in prima persona l’angoscia e la disperazione, i dubbi e l’oscurità può accedere all’esperienza reale e non fittizia della fiducia e della rinascita. Non c’è solo una natura fatta di volontà e ragione ma anche una vita inconscia con leggi diverse da quelle della razionalità e che la cultura occidentale ha considerato incongiungibili: di qui la scissione tra carne e spirito, tra intelligenza e passioni, tra sogni e realtà, con la conseguente debolezza dell’ Io, incapace di integrare le parti scisse.

CONSIGLI EVANGELICI

D. considera la pratica dei consigli evangelici (povertà, ubbidienza, castità) una vera ricchezza antropologica a condizione che essi abbiano un effetto umanizzante e salutare: un discorso su Dio sarebbe, infatti, in-credibile all’interno di un sistema inumano ed eteronomo. I consigli evangelici sono segni efficaci di una presenza redenta solo se sono interpretati in senso integrale e non integralistico, in senso personale e non funzionale, come forme espressive e non come doveri.

"Per questo è fondamentale che nella vita dei chierici i consigli evangelici non vengano interpretati a partire dal "servizio per la Chiesa , "dalla testimonianza escatologica", dal "sacrificio del Cristo" o dalla solidarietà con determinati gruppi: piuttosto bisogna scorgere in essi degli atteggiamenti che hanno valore in se stessi."

LA POVERTA’

Il grande problema della povertà ha visto schierata la chiesa cattolica su due interpretazioni: una a favore della povertà materiale (S. Francesco), l’altra a favore della povertà spirituale (papato). Secondo D. questa discussione non ha radici bibliche perché per i profeti e per Gesù il problema è la ricchezza, non la povertà. Non sono primordialmente sociali i motivi che inducono Gesù a mettere in guardia contro la ricchezza.

"Questo avvertimento nasce piuttosto dal suo rapporto con Dio: la ricchezza non deve intromettersi tra Dio e l’uomo, non deve diventare per una persona ciò che alla fine può essere soltanto Dio, vale a dire un’ultima sicurezza dell’esserci contro l’angoscia."

L’antidoto alla ricchezza non sta nella povertà materiale giacché essa può essere utilizzata narcisisticamente come mezzo per sentirsi "buoni" e "privilegiati" da Dio; non sta nemmeno nella povertà spirituale, in nome della quale si è complici delle ingiustizie e si alimenta la fiducia nei beni materiali. L’antidoto alla ricchezza sta nella consapevolezza che la sicurezza di base non é garantita

se non dalla piena fiducia in Dio, il quale sostiene tutto ed ognuno. Ma la fiducia basica non si ottiene

con atti di volontà o con un "voto": essa suppone un Io integrato, consapevole dei propri limiti, spesso inerme e confuso, ma pur sempre pervaso dal sentimento rassicurante di un Padre che ama incondizionatamente perché non possiede niente, non domina su nessuno, dà tutto quello che ha.

"La vera povertà non comincia con i meriti delle opere buone di rinuncia, ma con la fiducia di avere il permesso incondizionato di essere."

L’OBBEDIENZA

Anche in questo caso il modello di obbedienza è quello neotestamentario. Pietro, di fronte all’autorità religiosa di appartenenza, afferma in modo perentorio e a rischio della sua vita: "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini" (At.5,29). Di fronte alle burocrazie religioso-amministrative, che richiedono una obbedienza acritica perché si ritengono sacre e quindi divine, Gesù protesta la sua autonomia critica e la sua fiducia nell’amore e nella misericordia, non nella legge e nella routine. L’obbedienza di Gesù è dono di libertà e non repressione, è redenzione dall’angosciae dalla colpa e non uccisione della speranza. L’obbedienza non è, come spesso si crede, sottomissione ma ascolto.

"Secondo i dettami della psicoanalisi "obbedire" significa seguire le parole dell’altro in maniera così coraggiosa e gentile, seria e serena, precisa e paziente da essere disposto a comprenderlo più di quanto egli in quel momento osi comprendere se stesso; significa percepire le figure, le esperienze e le scene condensate presenti nelle e dietro le sue descrizioni, aiutarlo a prendere coscienza dei contrasti e delle contraddizioni tra il suo pensiero e i suoi sentimenti e, a volte, significa anche interpretare per lui il suo vissuto con l’aiuto di immagini, che riflettono i suoi sogni che, in un certo senso li anticipano."

L’ascolto dell’altro suppone assenza di obiettivi, assenza di pianificazioni, assenza di pregiudizi, condizioni indispensabili per percepire aspetti sconosciuti della verità e del Dio incarnato nella realtà umana e non. Come nella preghiera, si tratta di abbandonare ogni "fraintendimento materiale della religiosità", per cui si smette di chiedere A o B a Dio, per imparare a trovarsi d’accordo con la sensibilità di Dio.

LA CASTITA’

La castità, secondo Pio X, sarebbe il "magnifico decoro dello stato clericale… Il suo splendore rende il sacerdote simile agli angeli, gli assicura la stima dei fedeli e conferisce al suo agire una benefica forza sovrannaturale." Questa visione della castità, dice D., non è certamente biblica, anche perché sulla questione del celibato dei preti o della castità dei laici non vigeva in tempi precristiani la scissione che tormenta la Chiesa da circa due millenni e che rende ambigua tale virtù, dal momento che ai laici viene imposta la castità, mentre ai sacerdoti viene imposta una castità "particolare". Il tutto fa presupporre che, in sostanza, la castità consisterebbe nell’assenza di rapporti sessuali.

"Sarebbe meglio se in futuro evitassimo semplicemente le espressioni "casto" e "non casto" ovvero "impuro": invece di dire che un comportamento o un atteggiamento è "impuro" sarebbe meglio dire che è ingiurioso, rozzo, privo di riguardo, da macho, "umiliante", prosaico, insensibile, meccanico, senza anima, senza fantasia, puramente tecnico, che mira soltanto ad ottemperare al proprio dovere…Tutte queste espressioni descrivono il comportamento concreto di due persone e parlano del modo in cui sperimentano personalmente il loro rapporto. "Impuri" sono in questo senso già i discorsi senza anima, "oggettivanti" e freddi con cui la teologia morale cattolica continua ad affrontare le questioni dell’amore e delle angustie del cuore."

Ma allora in che cosa consisterebbe la castità? D. traduce la parola casto con immagini del tipo:

"così sensibile da chiamare l’anima, tenero come il soffio del vento sull’erba, lieve come l’ala di una farfalla, caldo e profondo come le sorgenti di un geyser, ampio come un fiume che si apre verso il mare, salutare e gradevole come la pioggia leggera sulla terra arida, sognante come il luccichio delle stelle, liberatore e forte come una tempesta dopo giorni di afa soffocante; in tutte queste espressioni traspare l’esperienza di una poesia concreta. La castità, intesa in questo senso comincia con la constatazione che non è possibile parlare della relazione tra uomo e donna se non nella lingua dei poeti."

D’altronde la castità è una condizione deontologicamente essenziale anche per chi non è prete, né credente: si pensi all’esercizio della psicoterapia, dove si instaura una relazione molto intima, emozionalmente vibrante e spesso sconvolgente, intessuta di sentimenti amorosi e vitali per entrambi (paziente e terapeuta), impregnata di una "benevolenza oggettiva" e di "curiosità impegnata", ma dove è rigorosamente proibito approfittarsi dell’altro, "agire" sentimenti. Proprio nell’esercizio della psicoterapia si sperimenta quanto sia propedeutico, almeno da parte del terapeuta, una castità di pensieri e di azioni, nel senso che egli non cerca altro che il bene e la maturazione dell’interlocutore, nel controllo rigoroso di quelle pulsioni di appropriazione che sono connaturali alla condizione umana. Anzi egli è tenuto ad andare oltre la semplice astensione sessuale: più importante è astenersi dal giudizio, da ogni giudizio, che quasi sempre è un pre-giudizio: fare "due miglia" con il paziente quando questi gli chiede di farne "uno".

"La castita’ così intesa significa questo: intuire qual è l’essenza dell’altro e riportarla in superficie con la stessa attenzione che distingue un restauratore di quadri quando toglie i ritocchi operati da estranei e risana gli effetti della corrosione del tempo per rendere nuovamente visibile l’opera originaria; evidenziare le linee del carattere, in cui l’Io dell’altro manifesta di più la sua bellezza; accogliere in se stesso il ritratto del suo sorriso e l’espressione della sua tristezza così che queste immagini dell’animo possano manifestare pienamente la verità della sua persona; attirare l’anima dell’altro che è sepolta sotto montagne di macerie, fatte di speranze distrutte, gesti nascosti, pensieri segreti, e farla ritornare alla luce del sole; far sì che l’anima faccia fiorire le zone devastate, bruciate, disseccate o gelate dall’angoscia e vi si senta a suo agio."

Nell’ottica di D. la castità non è assenza di rapporti sessuali, dato che questi sono essenziali in una coppia così come è indispensabile che i due partners abbiano bisogno l’uno dell’altro: la castità è la massima realizzazione della coppia, dell’Io e del Tu,

L’INSUFFICIENZA DEI CHIERICI (e dei laici)

Di fronte ad ideali così umani, ma anche così sovrumani, l’organizzazione clericale appare agli occhi di molti sostanzialmente incoerente e non per ragioni attinenti la volontà dei chierici, che anzi mostrano una straordinaria volontà nel permanere fedeli a certi ideali al punto da entrare in conflitto con altre parti della personalità diverse od opposte al piano volitivo. L’insufficienza del clero nasce, secondo lo psicoanalista tedesco, dallo scontro tra due funzioni fondamentali della personalità, e cioè tra il Super Io, che presiede alle norme, e l’Es, che racchiude tutta la vita pulsionale e desiderativa, a detrimento dell’Io, cioè di quella funzione mentale che garantisce l’equilibrio della personalità e una razionalità critica ma anche empatica e permeata di sentimenti amorosi.

Nel confrontarsi con le analisi provenienti dalla letteratura mondiale, da Boccaccio a Dostoevskij, da Diderot a Sartre, da Kirkegaard a Freud, Drewermann nota che le critiche rivolte al "chierico" non si riferiscono mai alla debolezza o alla insufficienza del singolo, ma ad aspetti dell’intero apparato ecclesiastico, compresa la sua teologia, di cui è contemporaneamente padre e figlio, succubo ed autore.

Riassumendo tali critiche D. non può fare a meno di stendere la seguente diagnosi dell’apparato e dell’esistenza clericale:

"un soffocante sistema coercitivo…. l’esteriorizzazione dell’interiorità dell’elemento religioso….l’estraniazione del sentimento personale… la fissazione morale della personalità attraverso un sistema di giuramenti di fedeltà coattivi….la distruzione o la deformazione degli impulsi naturali… la razionalizzazione di strutture inibitorie….l’inversione della finalità dell’obiettivo e del risultato causata dalla scissione tra coscienza e inconscio, tra volontà e motivazione…"

Dalla diagnosi alla patogenesi il cammino è piuttosto complesso e complicato, ma D. non vi rinuncia ben sapendo che la ricezione della sua analisi incontrerà consistenti resistenze, quasi sempre frutto della squalifica dell’inconscio e della idealizzazione della Grazia. Anche il chierico più evoluto, infatti, ritiene che la "Grazia" é una Grazia di Dio mentre l’ inconscio è una…"disgrazia" diabolica in perenne opposizione alla volontà di Dio, che si esprime nella razionalità

E qui siamo a un nodo fondamentale della patologia clericale, rappresentato dal conflitto permanente e radicale tra l’Es (la vita pulsionale) e il Super Io (norme esterne): dato che si tratta di una guerra tra Dio (Super Io) e Lucifero (l’Es) la vicenda non può che concludersi con la vittoria di Dio (la norma-legge) e con la sconfitta del Maligno (la vita pulsionale-desiderativa). In questa battaglia non possono esserci le mediazioni dell’Io critico ed autonomo, proprio perché la struttura psichica è dominata da una coppia (Super Io-Es) e non è trinitarizzata: lo sarebbe se anche l’Io avesse diritto di esistere, ma ciò è vietato dal magistero intollerante del Super Io.

IL CONFLITTO TRA IL SUPER IO E L’ES

La verità è che in questo conflitto binarizzante chi la fa da padrone è il Super Io a scapito dell’Io e dell’Es. In sostanza l’organizzazione clericale scivola inconsapevolmente da un sistema trinitario in cui dice di credere in uno monoteistico, o più precisamente monistico, antitrinitario, antidialogale e potenzialmente scismogeno. Non è un caso che il Super Io cattolico, rappresentato dalla Gerarchia, si trovi sempre a giocare la parte di chi giudica, condanna, scomunica e considera eretiche le chiese d’Oriente e quelle Riformate, per non parlare dell’atteggiamento antidialogale e persecutorio adottato nei confronti della scienza e della democrazia.

La caratteristica, infatti, di un sistema mentale anti-trinitario è l’intolleranza, sia quella verbale che quella agita attraverso la forza (crociate, Inquisizione, epurazioni etnico-religiose, licenziamento brutale dei membri che contestino il Super Io, ecc.). L’alternativa all’intolleranza è la rinuncia, dato che un sistema binarizzato comporta un "aut-aut", non un "et-et". Esemplare è l’evangelizzazione in Oriente: quando la Gerarchia si presenta, ad esempio, in Cina pretende di imporre i propri riti, vestiti, linguaggi e filosofie, cose assolutamente non necessarie per vivere la fede in Gesù. Di fronte all’impossibilità di dominare quelle culture il sistema gerarchico-ecclesiastico si ritira e rinuncia da millenni a qualsiasi evangelizzazione e dialogo con l’Oriente. Lo stesso dicasi per quanto riguarda i rapporti col mondo operaio, gli intellettuali, il femminismo o i giovani. stante la premessa inconscia che non è possibile se non vincere o perdere, i membri dell’organizzazione gerarchico-clericale, dato che non riescono a sottomettere giovani, intellettuali e donne critiche, così come induisti, taoisti, mussulmani, ecc. si vedono costretti a ritirarsi dal mondo. Si accontentano di grandi celebrazioni, di parate o show in mondovisione, ma senza dialogo, senza rapporti, senza sentimenti in comune. Come in ogni celebrazione chi "vince" o chi "esiste" è il solo prete-papa. la folla, il pubblico, gli oranti soccombono come "persone", cioè come soggetti pensanti, come fonti di problemi e di soluzioni.

In un sinodo di vescovi, come in una normale eucarestia, chi è tutto è uno solo: gli altri sono semplici "zeri", che possono avere un valore solo se si accodano all’"uno", cioè se rinunciano ad "essere". Tutto ciò risponde ad una filosofia dicotomizzante che separa il "sopra" dal "sotto", il "capo" dalla "massa", la "mente dagli "effetti", la persona dalla "natura", Dio dall’uomo, il conscio dall’inconscio.

D. annota che nel racconto di Marco (1,12-13) l’indicazione è diversa. Gesù stava con le "fiere" e gli angeli lo servivano, cioè egli era in grado di fare la pace tra l’Io e la parte animale dell’Es, così come con le forze ideali e angelicali del Super Io.

"In realtà la Chiesa cattolica fa di tutto per disgregare il sistema dei passaggi cercando di imporre invece un aut aut: bisogna scegliere un’attività remunerata oppure la povertà, un’esistenza borghese oppure il monachesimo, il matrimonio oppure il celibato."

Il conscio oppure l’inconscio. D. nota che è proprio a livello di tale dicotomia che si struttura il sistema clericale che privilegia la componente consapevole a scapito di quella dell’inconscio, con due innegabili vantaggi:

"permette delle valutazioni che sembrano sicurissime secondo principi ritenuti chiari, e al tempo stesso semplifica la formazione ecclesiastica che si limita quindi a impartire insegnamenti morali e concettuali, a insegnare cioè determinati comportamenti e contenuti culturali. Non c’è bisogno di porsi domande sulla vera formazione della personalità né tanto meno di favorire una successiva formazione personale degli interessati; di conseguenza neppure gli istruttori sono costretti a interrogarsi sulla propria personalità né ad impegnarsi davvero in prima persona. A questo punto la via per diventare chierico può essere standardizzata e oggettivata: l’apparato istituzionale comincia a lavorare velocemente e senza intoppi."

A fronte di questi due vantaggi il mondo psichico dei chierici (comprensivo anche delle religiose) va incontro a due conseguenze inconsce che si estendono anche a tutta la chiesa: la proiezione inconscia su Dio e la personalità contraddittoria.

IL DIO DELLE PROIEZIONI CLERICALI

Quando si effettua una rimozione quel che ne consegue é che si ha la sensazione illusoria di aver nullificato la parte rimossa dello psichismo: in realtà essa viene proiettata all’esterno, e quindi anche su Dio, cosicché questi perde le caratteristiche proprie per assumere quelle che impropriamente e irrealisticamente il soggetto gli attribuisce. A causa di queste proiezioni abusive Dio, ad esempio, viene connotato in modo ambiguo perché da un lato egli è buono ma al tempo stesso tirannico, punitivo e vendicativo, proprio perché a lui vengono attribuiti quei sentimenti ambivalenti di cui il chierico si disfa, dato che rimuove quello che il Super Io non accetta.

Questa conseguenza non è circoscritta ai membri dell’organizzazione clericale ma si estende a tutta la chiesa: il chierico dovrà insegnare una dottrina contraddittoria e cioè che Dio è un essere estremamente buono, ma al tempo stesso permaloso e vendicativo, che richiede l’uccisione del figlio per essere risarcito di una colpa commessa milioni di anni fa da una coppia ignota (Adamo ed Eva) e che per di più si trasmette (non si sa bene per quale catena biologica e per quale destino irrazionale) a tutti gli uomini fino alla consumazione del pianeta. Di qui due dinamiche divine: una creativa (oblativa) e una redentiva (punitiva), che comporta l’annullamento fisico del Dio-Figlio (buono e vittima) a vantaggio di un Dio Padre (collerico ed intollerante).

Drewermann si chiede:

"Ma che "padre" è questo che, stando alle informazioni fornite dai teologi, ama con un amore infinito al punto tale da essere infinitamente disposto a perdonare l’umanità, mentre è al tempo stesso così infinitamente giusto da reputare il peccato di uomini e donne un infinito oltraggio contro se stesso, un padre che pertanto ha bisogno di un sacrificio infinitamente prezioso, del sacrificio del proprio FIGLIO cioè, per risolvere in se stesso in modo estremamente curioso la contraddizione tra misericordia e punizione nel quale il Sapiente e l’Onnisciente fu spinto dal peccato dell’umanità? Quando Gesù parlava di suo Padre lo descriveva sempre simile a un re che senza alcuna condizione perdona ai suoi debitori tutto, semplicemente perché nella loro situazione disperata non sono assolutamente in grado di saldare una pur minima parte dei loro debiti."

Il problema rappresentato dal binomio" peccato originale-redenzione" è centrale per D. anche nelle precedenti ricerche: egli ritiene, suffragato da una adeguata esegesi, che la lettura biologistico-materialista della "Genesi" abbia indotto i soggetti predisposti al sacrificio vittimistico a sviluppare una lettura perversa di Dio e quindi a presentare un "Dio perverso".

Tali persone saranno indotte, inconsapevolmente, a dare un contributo permanente ad una teo-filosofia incentrata sul sacrificio espiativo: di qui il circolo vizioso di un apparato clericale modellato teologicamente da una filosofia dell’autosacrificio espiativo (e non oblativo) che genera, ed avalla, con dogmi immobilizzanti una teologia del sacrificio (sado-masochistico), la quale a sua volta genera una chiesa orientata verso una visione del mondo inconscia di tipo redentivo-riparativo-espiativo.

Inutile domandarsi se nasce prima l’uovo o la gallina: le esigenze psicodinamiche di una vita all’insegna della riparazione, della colpa e della sottomissione al Super Io si coniugano, "come la chiave con la serratura", con una teologia ed una pastorale che "deve" idealizzare il sacrificio riparativo-espiativo, la sola condizione per essere accettati dal Padre (Dio) e dalla Madre (Chiesa).

Drewermann annota:

"Un fatto emerge con estrema chiarezza durante il lavoro psicoanalitico sulle resistenze che si presentano durante la terapia di chierici: essi hanno un bisogno enorme di aggrapparsi con tutte le loro forze all’ideologia e alla mistica del sacrificio. Chi mette in crisi questa ideologia e questa mistica fa vacillare l’Io faticosamente stabilito del chierico; rovina l’autostima dell’interessato che ha bisogno di un annichilimento fittizio, di un annientamento dimostrativo, per essere ammesso all’essere; e in questo modo mette in pericolo l’identità stessa dell’interessato in quanto fa scomparire la differenza che separa il chierico da tutti gli altri per il fatto che lui è un altro e diverso dagli altri. Dobbiamo concludere che dietro e sotto questa teologia del sacrificio si nasconde un immenso desiderio di autoannientamento, un dictat dell’angoscia, un vero "attentato da vampiro" perpetrato contro il chierico quando era ancora bambino o bambina, anche se non comprendiamo il perchè di tutto questo."

L’apparato clericale, dunque, è la "chiave" con cui si può mettere in movimento la "serratura" teologico-pastorale della chiesa, la quale non potrebbe essere operativa se non trovasse un accordo (inconscio) con la "chiave" rappresentata dall’apparato psichico del chierico-religioso.

In altri termini: un fedele che non credesse all’interpretazione materialistica del peccato originale e, quindi, all’opera di Gesù come universalmente riparativa dell’offesa al Padre, non avrebbe alcuna possibilità di diventare chierico o rimanere religioso della chiesa cattolica, a meno che egli non viva alla periferia della stessa, in un atteggiamento praticamente dissidente. Non a caso tali chierici o religiosi, comunemente definiti "scomodi", sono sorvegliati a vista, censurati pubblicamente e, spesso, eliminati (il chierico Drewermann ne è una prova documentale).

LA PERSONALITA’ CONTRADDITTORIA

La seconda conseguenza è intrapsichica ma con ricadute ecclesiali: dato che la funzione dominante mentale è quella del Super-Io, mentre quella perdente è dell’Es, il mondo ecclesiastico deve produrre una personalità con un Io debole e con due qualità assolutamente contraddittorie: da un lato "la calma confortevole da impiegato" (dato l’annullamento della componente istintuale-desiderativa e l’impoverimento dell’Io critico-creativo); e dall’altro una vita decisamente antiborghese secondo i cosiddetti "consigli evangelici". Una vocazione autenticamente clericale non può essere plasmata che in questa tenaglia mortale. C’è la combinazione di due motivazioni

"diametralmente opposte di cui abbiamo parlato sopra, vale a dire, la combinazione dei desideri di normalità e di eccezionalità si spiega solamente in presenza di due movimenti d’inversione; da un lato la persona interessata cerca di allontanarsi da una straordinaria anormalità delle premesse psichiche per ritornare all’apparenza esteriore della normalità, dall’altro vuole liberarsi da una normalità che reputa scandalosa e piccolo borghese per evadere in una realtà eccezionale. A ben vedere questi due movimenti sono delle turbolenze contraddittorie, che nascono da uno stesso centro, ovvero dallo stesso vuoto esistenziale, producendo, in ogni fase dello sviluppo e per ogni istinto, "vortici" diversi."

Ecco il chierico-capo, destinato ad essere un funzionario qualificato del vescovo, a sua volta prestigioso funzionario del papa: tale leadership non è il frutto di una maturazione dell’Io nel confronto quotidiano con gli uomini e le loro vicende. Tutt’altro: il periodo formativo del chierico esclude persino che egli sia valutato o formato da una comunità di credenti, proprio perché l’Io non è in grado di integrare teoria e prassi, Dio e lavoro. L’Io, cioè, si troverebbe di fronte all’angoscia perché carente di strumenti e apprendimenti di tipo integrativo. Essere eletto da Dio come "capo" di un popolo è un occasione per l’Io che, in modo quasi magico, sperimenta la sensazione di essere ben costruito e non mancante di nulla.

"In altre parole: alla luce della psicoanalisi e dell’antropoanalisi, l’elezione di un chierico è il risultato stratificato della compensazione di un disorientamento ontologico, che svuota e disgrega l’esistenza personale dell’individuo in modo così intenso e persistente da far sembrare che la propria identità sia assicurata solo nell’identificazione con un ruolo estraneo, nella fusione con il contenuto di un incarico oggettivamente dato. A questo punto "l’ufficio" diventa la verità fondamentale del Sé, lo conferma e lo conserva, e infine diventa l’unico valore secondo il quale l’Io dell’individuo interpreta se stesso. Per gli interessati l’aspetto essenziale della loro esistenza non è dunque più il loro essere persone, bensì l’essere chierici."

Ma c’è una reazione a catena che si determina nel mondo ecclesiastico una volta che l’Io si trova ad essere inabile a gestire i conflitti, accettando che l’Es soccomba di fronte al Super Io: tale processo non può essere fermato da chicchessia, nemmeno dall’autorità suprema, complice e vittima di un sistema patologico, che ha effetti strutturali sullo psichismo clericale. Osserviamone alcuni.

L’ALIENAZIONE DEL PENSIERO

Dato che il chierico deve immolare l’Io e l’Es al Super Io, è questi, cioè l’esterno, a dettar legge. L’apprendimento personale, la ricerca sofferta e dubbiosa sono tassativamente esclusi. La realtà impiegatizia esige un pensiero "eteronomo", disposto solo ad identificarsi con il pensiero dell’autorità. Un pensiero, quindi, su incarico, che parte da determinati contenuti e principi morali e che viene tramandato e applicato alla realtà senza bisogno di mediazioni.

"L’aspetto decisivo del loro pensiero all’insegna del Super-Io consiste appunto nel fatto che non partono dalle esperienze della vita per capire Dio e la Rivelazione; piuttosto muovono da Dio o dai contenuti stabiliti della rivelazione di Dio avvenuta una volta per tutte, per accostarsi poi alla realtà umana. Letta in questa chiave, le formule, la mancanza di naturalezza, le ossessioni e la noiosità presenti nel linguaggio ufficiale dei chierici non sono dunque una trovata casuale, una mera degenerazione di stile e buon gusto, ma piuttosto l’espressione e la manifestazione di una struttura patogena che incide in modo determinante sull’esistenza clericale stessa."

Il rifiuto a pensare per l’angoscia di cadere nel "disorientamento ontologico" induce il chierico non solo ad aggrapparsi alla dottrina infallibile dell’apparato che lo sostiene ma a far sì che la religione stessa appaia "sicurezza", "certezza" immutabile, la qual cosa non può che sviluppare nel chierico, come nei suoi fedeli, un senso di grandiosità del Sé.

Un altro aspetto di tale pensiero burocratizzato ed alienato è che il soggetto non è tenuto a rispettare la verità, tanto meno a cercarla, né deve essere attento alla trasparenza e alla sincerità. Quello che conta è la lealtà, intesa come dipendenza. Tale pensiero non è quindi attrezzato al coraggio e sarà incapace di passare ad un contrasto virile per amore della verità. Non è un caso che i martiri-chierici siano una rarità nella storia della chiesa occidentale post-costantiniana: le eccezioni ci sono, ma fanno quasi sempre parte dei cosiddetti "preti o vescovi scomodi".

Scienza, arte, politica, società, psiche, sono territori che il chierico non esplorerà mai nel suo curriculum ecclesiastico, se non per riecheggiare dogmi, encicliche o controversie teologiche.

Persino in relazione alla Bibbia il pensiero ecclesiastico si muove all’insegna di una ripetizione meccanica di quanto impone l’autorità super egoica: l’esegesi rigorosa dei testi biblici è evitata, anche perché essa non può essere integrata alla realtà presente, proprio perché tale funzione egoica è carente. Di rado si udirà una predica che tenga conto degli avvenimenti dell’attualità e dello stato maturativo dei fedeli.

Drewermann così riassume il problema della paralisi del pensiero clericale:

"Finché il pensiero clericale all’insegna del Super-Io rimarrà legato alla verità d’ufficio, servirà esclusivamente a combattere, a debellare e letteralmente a "negare" il proprio Io; ne consegue inevitabilmente che con questo apparato mentale con il quale si cerca di placare l’angoscia, non viene risolta, ma perpetuata la contraddizione originaria, vale a dire l’insicurezza ontologica fondamentale nei confronti della propria esistenza. Calmando l’angoscia a scapito dell’Io si produce quindi un sistema di permanente eteronomia autoritaria introiettata come istanza divina a livello di Super-Io."

Per mantenere tale sistema bisogna, ovviamente, ricorrere a sistemi coercitivi, al potere e non allo spirito; a pratiche di omogeneizzazione (encicliche vincolanti per tutti, liturgie standardizzate, ecc.) piuttosto che a riflessioni comuni; a censure e punizioni piuttosto che a pratiche di condivisione e comunione.

LA RAZIONALIZZAZIONE DELLA FEDE

La rimozione dell’inconscio e di tutte le forze istintuali, oniriche o di tipo analogico conduce inevitabilmente l’apparato ecclesiale a motivare e spiegare i "misteri" della fede con i mezzi logici della filosofia. Fin dal primo secolo, anche nel tentativo di farsi ascoltare dai filosofi pagani, Cristo viene interpretato come Logos, come concretizzazione della sapienza di Dio. Desideri, emozioni, sensazioni, passioni non entrano nel Cristo reso Logos, con due ricadute immediate:

"il dogma assume la forma di un resoconto razionale e astratto di verità salvifiche, che vanno insegnate e recitate parola per parola per comunicare e per far propria la fede in Cristo; questa trasformazione della fede in Cristo in una dottrina di "fatti salvifici" oggettivamente dati, rappresenta il passo che promuove e pretende strutturalmente la psicodinamica dei chierici che con il passare dei secoli si è profilata con sempre maggiore chiarezza."

A ciò si aggiunga che un pensiero all’insegna del Super Io conduce a (ed è il prodotto di) una tendenza a trasformare le persone in "cose" e le cose in idee. Le persone come tali, nella loro problematicità e nella loro ricchezza, non esistono. Di qui la tendenza a privilegiare il piano delle idee astratte e ad eliminare, reprimere o svalutare inconsapevolmente l’elemento personale. Con i secoli nasce una vera ideologia "clericale", secondo cui preti e suore non hanno normalmente diritto ad avere una vita privata, soddisfazioni innocue, amicizie personalizzate, hobbies e sport. Se un prete ama cani o gatti diventa spesso un caso giornalistico e dovrà rassegnarsi a vivere da emarginato all’interno della corporazione.

In sostanza si sviluppa un’ideologia secondo cui il chierico deve tornare ad essere una materia informe che il Dio burocratizzato della gerarchia può e deve plasmare a suo piacimento. "Sia fatta la tua volontà" non si applica tanto a Dio che non parla (in senso antropologico) ma ai superiori, che ne sono un’incarnazione vivente, per cui essi possono fare ciò che vogliono, dato che essi sono, di fatto, Dio.

"Così si sostituisce tacitamente l’autorità di Dio che nell’intimo dell’uomo parla al suo cuore, con l’autorità esteriore del Papa e della Chiesa, ma non solo: in questo modo si neutralizza tutta la sfera dei sentimenti umani a favore del decisionismo del potere.

Ciò che Gesù aveva tassativamente proibito, e cioè che nella sua comunità si costituissero vecchi rapporti padre-figlio, servo-padrone, viene innalzato a dogma di fede: e così la vita che doveva essere "piena" diventa vuota e ritualizzata, lontana da ogni affetto autentico.

I VANTAGGI DELLA VITA CLERICALE

A questo punto mancano almeno due quesiti: quali vantaggi? e qual è la genesi psicologica? In effetti quale vantaggio deve esserci per un chierico che accetta di entrare in un’istituzione, nonostante rinunce consistenti a parti della propria vita?

Drewermann lo spiega con il fatto che l’apparato ecclesiastico, se da un lato svuota l’Io, dall’altro idealizza l’immagine del chierico, al punto da farne un rappresentante personale di Dio, un contenitore di grazie, un intermediario dell’onnipotenza, il Padre ideale che sta al centro di tutti e di tutto. Questo "innalzamento" lo rifornisce di stima e soprattutto di amore. Se è amato allora esiste, non è vero che è rifiutato.

"Dal punto di vista psicoanalitico la figura del prete, quella figura che rappresenta in mezzo agli uomini il Padre celeste che è in cielo, produce almeno nei "fedeli" una spiccata tendenza a operare su di essa transfert paterni di ogni specie….Soprattutto l’idealizzazione religiosa della figura paterna del prete, la sua vicinanza alle sfere della salvezza e del perdono, il potere di "legare" e di "sciogliere" sopra la terra in nome di Dio, dà al prete i tratti di una personalità mana, ovvero lo avvicina all’archetipo del medico divino; qui sta uno dei pilastri più importanti su cui poggia il potere psicologico di Madre Chiesa sulle anime dei suoi "figli."

Ecco perché il fallimento pastorale, assai frequente in società adulte, meno disposte a idealizzare e più scaltre nel valutare realisticamente le funzioni del prete-religioso, si può tradurre in una tragedia psicologica, dato che l’identificazione dell’Io con un ruolo professionale e con Dio si è dimostrata fallace.

PSICOGENESI DELLA VOCAZIONE CLERICALE

Per spiegare l’inclinazione di milioni di chierici e religiose ad entrare in una "milizia" cristiana che si distanzia spesso anni luce dal discepolato di Gesù occorre, dice D., fare un cammino a ritroso nella storia personale di queste persone e non limitarsi a cercare spiegazioni esclusivamente sociologiche, come il potere, la sicurezza economica, ecc. Egli ritiene che nei primi anni della vita il chierico religioso-suora abbia sperimentato, senza esserne cosciente, un rifiuto da parte dei genitori, non tanto voluto, quanto "involontario", rifiuto che può nascere, ad esempio, da un sovraccarico del genitore o da un suo limite affettivo. Frequente è il caso di una madre che vuole amare il proprio figlio, ma è emotivamente incapace di amarlo.

"Di conseguenza tutto il rapporto tra madre e figlio manca di un autentico calore umano. Per far fronte all’assenza di affetto spontaneo si aumentano quindi gli sforzi di volontà che a loro volta rafforzano i sentimenti di fondo dell’originario rifiuto, questa situazione mobilita nella madre sensi di colpa che non possono che rafforzare ulteriormente il comportamento all’insegna della correttezza obbligatoria: un primo circolo vizioso di sentimenti repressi e di una tendenza alla riparazione dettata da sensi di colpa e da doveri morali."

Agli inizi della vita il chierico avrebbe sperimentato un contatto con una madre abbastanza vicina da poter risvegliare le speranze più intense e contemporaneamente abbastanza lontana da deludere tali speranze in modo traumatico. "Solo in presenza di questa esperienza contraddittoria nasce l’ambivalenza tipica della psiche clericale". In sostanza l’ambivalenza materna viene inconsciamente introiettata dal figlio e altrettanto inconsciamente proiettata su Dio, fino al punto da essere legittimata teologicamente. In fondo anche Dio, sempre secondo tale "teologia", mette al mondo l’uomo, ma poi lo caccia; gli è vicino , ma gli è anche lontano; lo ama ma lo rigetta. E così il Dio dei chierici è diventato ambivalente: crea l’uomo libero ma lo vuole dipendente; lo accoppia con una donna ma ecco che i due cominciano a litigare e a rinfacciarsi la colpa. Il dio "clericale" è un Dio meraviglioso che per l’uomo fabbrica galassie, mari, montagne, piante ed animali. alla prima mancanza però, diventa intollerante e vendicativo fino all’ultima generazione. Questo zoccolo duro della teologia cattolica, che viene riversato da secoli in miliardi di prediche e di libri di pietà, deve essere letto alla luce della proto-esperienza attraversata inconsciamente dal chierico, per cui il fatto stesso di essere al mondo è una colpa. Non a caso si parla di peccato originale, anche se nessuno sa spiegare in che cosa consista e come si trasmetta tale maledizione che raggiungerebbe l’uomo appena concepito. Sfortunatamente è proprio la rimozione di quelle proto-esperienze personali che dà l’avvio alla loro proiezione su Dio, per cui il chierico ha, paradossalmente, bisogno proprio di Dio affinché questi porti la croce delle ambivalenze personali che il Super Io non gli consente di riconoscere come proprie.

Scrive Drewermann:

"Per capire come un bambino diventi chierico, bisogna pensare psicologicamente proprio secondo lo schema della dottrina sostenuta dalla teologia cristiana; tutto l’esserci si fonda su un sacrificio primario che a sua volta comporta l’obbligo di essere infinitamente grati, in quanto tale sacrificio rivela e toglie la colpa altrimenti inestinguibile dell’origine, ossia il "peccato originale."

E’ ovvio che gli stessi desideri del figlio (futuro chierico) costituiscano per la madre una pretesa eccessiva (come per Dio è una pretesa eccessiva quella di Adamo di andare dove più gli piaceva): ma è proprio tale pretesa filiale ad obbligare la madre a votarsi al sacrificio in nome dell’amore per lui, così come Dio dovrà sacrificarsi fino all’autoimmolazione per salvare i propri figli. Nel linguaggio psicoanalitico tali concetti possono essere così espressi, secondo Drewermann:

"l’identificazione (inconscia) del figlio con la madre , ossia con il suo spirito di sacrificio, spinge il figlio più tardi ad assumere il mandato di chierico. Deve imitare il comportamento della madre e assumere i suoi principi e la sua mentalità per mantenerla letteralmente in vita e salvarla dalla prigionia della morte. Solo nel sacrificio di sé offerto (liberamente) dal figlio, si compie "l’opera della madre "…; solo facendo propria la mentalità della madre fatta di abdicazione e autorepressione, il figlio sente di essere realmente "redento" dalla colpa di esserci."

In tutto ciò ha una rilevanza capitale il coinvolgimento di Maria e la sua opera corredentrice: il sacrificio redentore richiesto alla "madre" e al "figlio" per salvare il mondo del "padre" formano un elemento unico, ma tripolare nella predicazione cattolica che combacia con l’esperienza primaria del chierico, dove il sacrificio è richiesto dalla madre al figlio, a vantaggio di un padre assente o lontano.

"Nel contesto della nostra problematica l’aspetto decisivo è però il fatto che, in sostituzione del padre assente, il figlio acquista un’importanza fondamentale per la vita della madre fino a diventare letteralmente il "salvatore" che dà senso e contenuto alla vita di lei."

Altre volte è l’opprimente vicinanza del padre a causare nella madre angosce tali da segnare il figlio e predisporlo ad una vita sacrificale.

"Dall’opposizione reciproca tra il padre e la madre deriva l’importanza emotiva di un altro teorema teologico che nella dogmatica cattolica occupa un ruolo centrale. Se osserviamo la pietà, che di fatto caratterizza la maggior parte dei chierici, ci rendiamo conto che loro vivono in fondo come se ci fossero due déi in netto contrasto l’uno con l’altro: da una parte credono in Gesù Cristo che rappresenta insieme con sua madre la quintessenza dell’amore, dall’altra credono nel Padre quale quintessenza della giustizia, della severità e della punizione. E’ vero che la Chiesa ha respinto già da molto tempo la dottrina di Marcione secondo la quale il Dio della creazione sarebbe radicalmente diverso dal Dio della redenzione, ma a livello dei sentimenti questa scissione è tuttora abbastanza efficace e influenza perfino la preghiera in seno alla Chiesa cattolica; tale scissione emerge per esempio nelle litanie e nei canti con i quali i fedeli supplicano la Madre di Dio di intercedere accanto a suo figlio presso il trono di Dio per l’umanità minacciata, sofferente e peccatrice affinché Egli le conceda protezione e aiuto."

Nel corso di tale excursus è possibile che si siano affacciate più obiezioni, ma una è quasi inevitabile: ammettendo che le cose stiano in questo modo, è pur vero che ci sono preti e suore che non solo non hanno un Io debole, ma sono ammirati per il loro coraggio. Si potrebbe obiettare a tale verità indiscutibile che una rondine non fa primavera. La realtà, comunque, conferma l’analisi di D., perché tali "chierici forti" non hanno un peso nell’organizzazione ecclesiale. Tutti costoro vivono fuori dell’organizzazione ecclesiastica, (non fuori della Chiesa!), al massimo in zone di frontiera, se non in recinti con precisi divieti a parlare in sinodi, assemblee pubbliche e persino in chiese o sale appartenenti all’ambito ecclesiastico. La stessa cosa può valere per vescovi scomodi: quelli con un Io forte vengono tallonati, sorvegliati, ammansiti con "ausiliari", se non rimossi e inviati nel limbo di " Partenia" (vedi il caso istruttivo di Mons. Gallot).

A mo’ di conclusione, citiamo l’ultima "indiscrezione" apparsa su Adista (23 sett.95), consistente in un documento non ufficiale dell’episcopato nordamericano firmato da 12 vescovi e appoggiato da altri 40. Il testo, frutto del lavoro di una riunione annuale con teologi e laici, pubblicato su "Origins’s"(Luglio 95), rivista ufficiosa dell’episcopato USA, fa un’analisi della conferenza che conferma la gravità della situazione psicodinamica, oltre a mettere in luce, ovviamente, gli aspetti positivi. Nel testo si legge:

"A nessuno, certo, viene impedito realmente di parlare, ma perdiamo di fatto l’opportunità di aver quello scambio aperto che riflette i pensieri e i sentimenti che si comunicano privatamente."

"Le parrocchie e le diocesi registrano una diminuzione di praticanti.. Siamo riusciti ad istruire i cattolici sulle verità di base… ma non a trasmettere la nostra relazione di fede con un Dio che ci ama."

"Di fatto attualmente succede che alcuni vescovi dicono spesso la loro opinione, molti (forse l’80%) parlano assai raramente o non parlano affatto."

" Nelle questioni vitali di natura pastorale i vescovi talvolta si sentono ignorati. Un recente esempio è stata la traduzione inglese del Catechismo. Questo è stato completamente strappato di mano a noi e ai vescovi delle altre Conferenze di lingua inglese…Noi aspettiamo pazientemente, quasi come bambini.."

" La guida per i preti è stata emessa dalla Congregazione per il clero senza collaborazione da parte delle Conferenze dei vescovi."

"La ristrutturazione della Conferenza e delle sue procedure non arriverà al suo scopo se i vescovi sono incapaci di parlarsi sinceramente gli uni gli altri."

"Certe questioni non vengono mai sul tappeto perché sono troppo delicate e controverse.."

"I vescovi possono essere tentati di scivolare nel ruolo di funzionari o di accontentarsi del minimo indispensabile."

"…c’è la sensazione che tra i criteri per la selezione dei vescovi le qualità di leadership siano considerevolmente messe in ombra da un interesse prevalente per le caratteristiche che permettono di identificare un candidato come "innocuo."

Lo psicogramma del chierico, per di più vescovo, tracciato dai vescovi americani, non si discosta da quello di Drewermann: in fondo c’è una convergenza fondamentale sul fatto che i vescovi sono "bambini che aspettano", che non sanno parlarsi sinceramente, né affrontare apertamente problemi scottanti e controversi. Salvo eccezioni alla Gallot, questo è quello che passa …il convento!

Non meraviglia, dunque, che essendo "bambini" siano incapaci di trasmettere la loro "relazione di fede con un Dio che ama" mentre essi riescono a svolgere la funzione superegoica di "istruire" i cattolici sulle verità di fede, sulle leggi e le pratiche della Chiesa", proprio perché la funzione mentale ipertrofizzata è quella del Super Io. Quindi vescovi con un Io infantile, governati da un Super Io "romano" che dispone a suo piacimento di quello che essi debbono pensare e fare e di cui diventano i ripetitori. Vescovi come burocrati? Questa è la conclusione di Drewermann e questa è la constatazione di un manipolo di vescovi americani, che, però, non possono dire apertamente quanto pensano alla comunità ecclesiale.

Fino a quando potrà reggere una struttura infantile burocratizzata?

Contributo di Luigi De Paoli – fonte: www.we-are-church.org

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Eugen Drewermann: Funzionari di Dio. Psicogramma di un ideale

Eugen Drewermann: Funzionari di Dio. Psicogramma di un ideale

Edizioni Raetia 1995
 
Per secoli si è pensato che la stabilità della Chiesa cattolica dipendesse dalla sua struttura monolitica e da una gerarchia inattaccabile. Oggi la sua debolezza nasce proprio da questa struttura e da questa gerarchia. Chi vuole cambiare lo stato attuale della Chiesa, deve quindi cominciare esaminando la situazione dei chierici. Per questo motivo Eugen Drewermann ha scritto il presente saggio teologico-psicoanalitico sul chierico "ideale": nella speranza che l’analisi qui proposta possa aiutare a comprendere dei problemi molto complessi e le loro dinamiche interne. Finché questi problemi non verranno risolti, le sofferenze dei chierici continueranno, secondo l’autore, a riversarsi sulle persone loro affidate e anche su chi vive al loro fianco.

Drewermann mira a recuperare la dimensione terapeutica e redentrice della fede ed è convinto che ciò non sia possibile senza affiancare alla teologia la filosofia esistenziale e la psicologia del profondo. I modi di vita dei chierici andrebbero reinterpretati per lasciar affiorare, anche a livello psicoanalitico, i tanti elementi terapeutici ivi nascosti. Sarebbe allora evidente che la psicologia del profondo è in grado di arricchire la teologia e di farle riesplorare i propri dogmi; la cura delle anime, frutto di un simile approccio, sarebbe più utile all’ uomo.

Tradotto da Franz Josef Reinders – 664 pagine – Euro 43,90

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PATOLOGIE DELL'OBBEDIENZA

(pubblicato su www.cdbitalia.it, rubrica "In primo piano")

Non sono per nulla un "abbonato al diluvio". Anzi, vedo nella società e nelle chiese cristiane anche tanti germi profetici e tanti percorsi positivi.

Ma, concentrando per un momento lo sguardo sulla vita della chiesa cattolica istituzionale, vedo una erbaccia pericolosa, anzi una patologia difficile da curare.

Alludo alla costellazione delle patologie da obbedienza.

Basta un colloquio con il vescovo e il parroco chiude la porta dell’oratorio ai musulmani per la preghiera del venerdì.

Basta un’ingiunzione vaticana e il vescovo di Locri, con sofferta obbedienza, va a Campobasso.

Nessuno vuole giudicare le coscienze di benemeriti pastori, ma resta il fatto che un fischio gerarchico riesce a far cambiare strada.

Ma quello che più mi ha sconvolto è stata la lettura integrale del saluto che il giorno 8 novembre monsignor Bregantini ha rivolto alla diocesi nel suo congedo: "Al papa non si può dire di no!".

E se, anzichè invitare all’obbedienza, sollecitassimo una consapevole disobbedienza?

E se, anzichè negare l’esistenza di "trame oscure" e di " giochi di potere", svelassimo questo squallido sommerso per aiutare la nostra chiesa a liberarsene?

Come possiamo sempre mettere in campo "un disegno misterioso del Signore" anzichè esplicitare le alleanze manifeste delle mafie che hanno determinato questa "promozione"?

Mi sembra di dover dolorosamente constatare, in troppe situazioni della vita ecclesiale e personale,un arretramento del nostro maturo esercizio della libertà umana ed evangelica.

Che senso ha per un prete che si sposa sottoporsi alla umiliazione e alla tortura della dispensa vaticana?Non basta comunicare la decisione?

Troppi uomini e donne nella chiesa, docili a questo malcostume clericale, non diventano mai davvero laici, cioè popolo consapevole, persone libere.

Troppi continuano a chiedere permesso, a non sentirsi a posto senza l’autorizzazione e la benedizione di un funzionario dell’istituzione.

L’obbedienza non solo non è più una virtù, ma costituisce una grave patologia dell’anima che ingabbia la vita e spegne la comunità.

Certo, la disobbedienza evangelica ha i suoi costi e i suoi rischi, ma crescere nel cammino della libertà ci fa gustare anche le più invitanti gioie del convito umano e comunitario.

Occorre scegliere tra una chiesa di minorenni e una comunità di donne e di uomini che tentano l’arduo sentiero della libertà.

di don Franco Barbero

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Convegno 1 Dicembre divorziati risposati: "CRISTO NON IMPRIGIONA LE PERSONE NEL LORO PASSATO"

Il convegno organizzato a Padova per oggi 1 Dicembre 2007 da don Sante per la piena riammissione nella comunione della chiesa per separati conviventi e divorziati risposati cattolici "è una occasione unica per rilanciare delle proposte concrete di rinnovamento", ha commentato don Giuseppe Serrone, dell’associazione sacerdoti sposati annunciando la  sua partecipazione all’incontro previsto Presso l’Hotel Sheraton di Padova – Corso Argentina 5 · dalle ore 9.

Ascolto, rispetto e solidarietà: è quanto si aspettano i divorziati risposati credenti
"Qualsiasi cosa capiti nella vita ciascuno, se vuole, resta membro della Chiesa".
I divorziati risposati hanno diritto di partecipare alla comunione, e moltissimi non hanno mai rinunciato a riceverla, sentendosi parte "non di un’assemblea di giusti, ma di peccatori perdonati", e di porsi "direttamente sotto lo sguardo di Dio". Molti provano un "disamore" nei confronti di "questa Chiesa al di fuori del mondo e tagliata fuori dalla realtà".

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7 dicembre numero di Micromega:

il sommario:

IL SASSO NELLO STAGNO 1

Paolo Flores D’arcais
Le tentazioni della fede
(undici tesi contro Habermas) 3

ICEBERG 1

alla ricerca della laicità perduta

a cura di Emilio Carnevali
‘Terrorismo’ vaticano 15

Alessandro Dal Lago

Laicità incompiuta 21
Marco Revelli

Il peccato originale della sinistra 31
Gian Enrico Rusconi
La ‘ragione’ di Ratzinger e la ragione tout court 38

Mauro Barberis
Libera volpe in libero pollaio 49

Felice Mill Colorni
Multiculturalismo contro laicità 56

Pierfranco Pellizzetti
Le condizioni materiali della riscossa laica 69

TAVOLA ROTONDA

Paolo Flores d’Arcais / Roberta De Monticelli
Thomas Nagel / Dan Sperber
Daniel Dennett / Sam Harris / Marcel Gauchet
Avishai Margalit / Fernando Savater
(a cura di Gloria Origgi e Noga Arikha)
Laicità, religione, democrazia 81

ICEBERG 2

verità e manipolazione

Carlo Augusto Viano
Imposture 119

Marina Caffiero
Miracoli e storia 126

Fabio Bartoli
L’egemonia vaticana in tv 134

Telmo Pievani
Chi ha paura dell’ateismo? 145

SAGGI

Carlo Augusto Viano
L’inevitabile condanna di Gesù 155

Lina Pavanelli
L’eutanasia di papa Wojtyla che la Chiesa vuole nascondere 169

ICEBERG 3

Dio e Cesare

Eugenio Lecaldano
La propria vita e la propria morte 183

Riccardo Ferrante
Matrimonio-contratto, matrimonio-sacramento, matrimonio-peccato 192

Carla Castellacci
Scuola in debito di laicità 198

Maria Bonafede
Un otto per mille di laicità 206

Pierluigi Chiassoni
Libertà delle religioni (e dalle religioni) 211

IL SASSO NELLO STAGNO 2

Mark Lilla
La politica di Dio 219

NOTIZIE SUGLI AUTORI 237

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Don Verzé: "Non si può imporre il celibato ai preti

Sono dichiarazioni di Don Verzé pubblicate nel Magazine del Corriere della Sera n. 48 2007.

In un’intervistsa rilasciata a Vittorio Zincone ha affermato che "il celibato non è un dogma. Nel sud del mondo la difficoltà a mantenere la cosidetta castità è immensa… È vero che l’uomo non è solo sesso. Però l’uomo è anche sesso. E il sesso traspira da tutti i fori dell’uomo. Sopratutto dove fa caldo e si suda. Allora non si può imporre il celibato ai sacerdoti. Lo si può solo proporre".

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Preti e pedofilia tra inchieste e smentite

di MAURIZIO DI GIACOMO

È previsto per oggi, 29 novembre 2007, alle 11,30 alla procura della repubblica di Brescia, è previsto l’interrogatorio del 38enne don Marco Baresi, vicerettore del seminario di Brescia dal 1999. Il sacerdote è stato arrestato con l’accusa di aver commesso reati a sfondo sessuale nei confronti di un minorenne che nel 2004 aveva meno di 14 anni e di possesso di ”materiale pedopornografico.

Mons. Luciano Monari, il vescovo di Brescia e il suo vicario mons. Francesco Beschi, in un loro comunicato, hanno definito il provvedimento ”forte e doloroso”. Inoltre ”il grave tenore delle accuse deve essere attentamente valutato”. ”Confidiamo – prosegue il comunicato – che si giunga il più rapidamente possibile a chiarire i fatti e le responsabilità. Manifestiamo la nostra vicinanza a don Baresi, alla sua famiglia e a tutte le persone coinvolte ”.

Se lo sviluppo delle indagini confermerà la solidità dello scenario accusatorio ci si troverebbe di fronte a un salto di qualità per l’Italia: se la memoria non inganna, sarebbe la prima volta che un vicerettore di un seminario si troverebbe coinvolto in una tale vicenda.

Intanto, a Palermo, di fronte ai giudici della seconda sezione del tribunale palermitano un minorenne ha ritrattato le sue accuse contro don Paolo Turturro, ex parroco di Santa Lucia, a Borgo Vecchio, finito sotto processo perché nel 2000 avrebbe messo in atto molestie sessuali su due bambini.

Il processo a don Turturro è iniziato nel maggio 2005 e qualcuno allora ha sospettato che il sacerdote, noto anche per il suo impegno antimafia, potesse essere vittima di una vendetta teleguidata. Per tre anni e due mesi a don Turturro è stato impedito di rimettere piede a Palermo (egli era stato trasferito a Messina in una struttura legata a don Orione). Un anno orsono la magistratura competente ha revocato quell’impedimento e don Turturro è potuto rientrare a Palermo. La prossima udienza di questo processo è stata fissata per il 22 gennaio 2008.

Due vicende diverse, entrambe ancora non concluse, ma che dovrebbero far riflettere molto chi nell’area cattolica italiana ha il delicato compito di preparare sacerdoti destinati a loro volta a essere formatori di seminaristi.

E’ un mondo quello dei rettori dei seminari e dei loro consulenti psicologici che per ovvi motivi in gran parte una vera e propria zona grigia, molto difficile da documentare anche sotto il profilo strettamente giornalistico.
fonte: agenziardaicale.com

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Ravenna: ubriaco al volante, prete finisce fuori strada

RAVENNA – Stava percorrendo la San Vitale al volante di un’automobile quando, per colpa dell’alcol, ha perso il controllo del mezzo finendo fuori strada. E’ accaduto nella nottata tra mercoledì e giovedì. Vittima dell’incidente e reo di avere ecceduto nel bere, un sacerdote di circa 50 anni, parroco di una cittadina nei dintorni di Ravenna. Sottoposto ai controlli da parte della Polizia stradale, il prete è stato trovato con un tasso alcolemico cinque volte sopra il limite.
Il livello di alcol riscontrato nel corpo del prelato era di 2,50 gr/lt. Il limite consentito dalla legge è fissato in 0,50 gr/lt. L’uomo è stato multato per guida in stato di ebbrezza. fonte: romagnaoggi.it
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Donne e protestantesimo un pensiero “in relazione”

di Danilo Di Matteo

Tratto dal numero 45 di RIFORMA, settimanale delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi)

Le donne hanno visto a lungo il mondo e le chiese dal margine: il quale, comunque, è “un luogo di resistenza da abitare come spazio di massima apertura, il luogo dove immaginare e studiare alternative al dominio. È dal margine che le donne si mettono in rete, dando vita a un fiorire di esperienze associative che rinforzano il loro stare al mondo abitando contemporaneamente la chiesa”. Ed è l’esperienza del margine che accomuna le donne a tanti uomini che sembrano affannarsi invano per trovare una collocazione dignitosa.
Si tratta di uno dei messaggi forti che Sabina Baral, Ines Pontet, Giovanna Ribet, Toti Rochat, Francesca Spano, Federica Tourn e Graziella Tron – legate in vario modo al protestantesimo, in particolare al mondo valdese – lanciano attraverso questo libro “corale”, con il quale trova espressione un “pensiero in relazione”, frutto della libera ricerca e del confronto fra donne spesso a partire dai propri vissuti e, perché no, dai propri corpi.
Il tema che fa da sfondo è il pensiero della differenza sessuale; la possibilità di superare quell’universo neutro-maschile che pervade ogni ambito del sapere e della vita e al quale spesso le donne, persino in nome dell’emancipazione, si sono adattate. Da qui l’obiettivo di passare da una rappresentazione simbolica della realtà distorta a una veritiera, visto che in due generi è divisa la nostra umanità plurale.
Per tante donne di fede, però, “partire da sé” non può essere concepito come un assoluto; si può pensare piuttosto di farlo in relazione con la Parola di Dio. La grazia “che ci salva” è comunque vista come “esterna” alla persona. Per le protestanti più che per altre, poi, si tratta di conciliare il riconoscimento del carattere sessuato delle donne e degli uomini con il legame profondo con le grandi acquisizioni della modernità. La critica alla concezione neutro-maschile di universalità che il moderno porta con sé non può significare il rigetto delle istanze di libertà, giustizia, eguaglianza da esso scaturite; né si può ragionevolmente negare l’importanza della partecipazione alla vita pubblica. Le suffragiste della seconda metà dell’’800, del resto, nel chiedere il diritto di voto per le donne per lo più non dimenticavano lo “specifico femminile” e sognavano anzi una politica meno “al maschile”.
Proprio per la maturazione di un nuovo ordine simbolico, può svolgere una funzione formidabile la ricerca delle genealogie femminili; una sorta di riscoperta delle “madri”. E madri possono essere le proprie nonne e bisnonne; oppure le profetesse e le predicatrici di cui ci narra la Bibbia; o le beghine, che nel medioevo si prodigavano per i più deboli e, rifiutando di ritirarsi in convento, scelsero di vivere la fede nel mondo; o le bonnes dames valdesi, che misero su una rete di ospizi in mezza Europa.
E oggi, naturalmente, vi sono le donne-pastore, grazie alle quali si sta passando dal cosiddetto pastorato monarchico a una sorta di teologia biografica, che prende le mosse da una quotidianità che esige di ripartire le energie fra impegni domestici, familiari e di lavoro, tenendo conto dei “limiti oggettivi delle ore che formano le giornate”. Insomma: accanto alla Parola e alle parole vi sono le pratiche. Così oggi la teologia femminista è sempre più agita; “è dentro le donne che amano la teologia e che si sono riconosciute nel percorso fatto dal movimento femminista”. Analogamente, si invoca sempre più “una politica di donne senza la politica delle donne”.
Il tutto ricordandosi sempre che a fondamento della sorellanza e della fratellanza vi sono gli individui e che una dimensione forse insuperabile è il conflitto fra loro.

La Parola e le pratiche
Donne protestanti e femminismi
pp. 152

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Le "smentite" di Mons. Negri sulla Diocesi

"La Diocesi di San Marino-Montefeltro nulla ha a che fare con l’erezione canonica di una fraternità e la fondazione di un seminario tradizionali attribuiti al Vescovo".
E’ lo stesso Negri a chiarire di non avere mai riconosciuto nessuna fraternità né, tanto meno, la nascita di un seminario.
Chiunque abbia patrocinato questa notizia, sottolinea la Diocesi, o ne abbia anche solo favorito la diffusione, ha compiuto un atto grave di violazione della verità, della dignità e della libertà del Vescovo di San Marino-Montefeltro.
fonte RT Repubblica di San Marino
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Ma quale strategia denigratoria dei media! Bagnasco piuttosto ritenga responsabili gli uomini di chiesa

CHIESA/ BAGNASCO: CONTRO DI NOI STRATEGIA DENIGRATORIA DEI MEDIA Ad essa non corrisponde "stima, fiducia e amore" del popolo
(Apcom) – Contro la Chiesa cattolica italiana è in atto una "strategia denigratoria" portata avanti dai mass media: ne è convinto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani, che tiene a notare come ad essa non corrisponda un sentimento di "stima", "fiducia" e "amore" che la maggior parte degli italiani prova nei confronti della stessa Chiesa.

Secondo il presidente dei vescovi italiani il fatto che la quella cattolica si configuri come "Chiesa popolare", "evidentemente dà molto fastidio a qualcuno, anzi a diversi soggetti. Non mi meraviglio più di tanto, dunque – prosegue Bagnasco in un’intervista all”Osservatore romano’ – di quegli attacchi sistematici portati attraverso i media, nel contesto di una strategia denigratoria contro la Chiesa".

"A livello mediatico – rileva l’arcivescovo di Genova senza mai citare specificamente la recente inchiesta di ‘Repubblica’ sui "privilegi" della Chiesa né altre testate o opinioni – è ricorrente una certa posizione critica, spesso addirittura polemica, se non ironica verso la Chiesa, verso il suo magistero, innanzitutto quello del Papa, e poi quello dei vescovi. Mi pare che sia evidente. Ma non esaurisce assolutamente quella che è la realtà del rapporto tra la Chiesa e l’Italia. Vi è infatti un livello preminentemente popolare, che forse non fa notizia e dunque non finisce sui giornali ma nel quale le cose appaiono ben diverse da quelle rappresentate". A questo livello, secondo Bagnasco, i sacerdoti e i vescovi toccano con mano "la stima, la fiducia, l’amore che gran parte del popolo nutre nei confronti della Chiesa".

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Laicità, principio e strumento di convivenza

Vorremmo vivere in una Nazione che garantisca e realizzi la separazione fra Stato e Chiesa, con lo scopo di mettere al riparo le attività dello Stato nei suoi diversi ambiti di intervento (legislativo, esecutivo, giudiziario) dalle influenze religiose. Questa aspirazione è così sentita in Italia -con una certa specificità rispetto al resto d’Europa dove, anche in paesi profondamente cattolici (Spagna per tutti) si registra una consolidata consapevolezza della separazione e autonomia dei due soggetti- perché entro i nostri confini la Chiesa cattolica non solo pretende, ma riesce anche ad interferire con successo nella vita pubblica, dettando legge sulle questioni di interesse collettivo ex cattedra, di fatto imponendo a tutti i cittadini una morale di parte. Al contrario, essendo la comunità sociale composta di credenti (per altro di diversa fede) ma anche di cittadini che non credono affatto, è indispensabile arrivare ad una forma di convivenza che garantisca entrambi. Lo stato laico non confessionale è l’unica forma politica capace di garantire democraticamente questa coesistenza fra concezioni diverse, riconoscendo la libertà di professare il culto senza assegnare a nessuno di questi un primato, favoritismi e vantaggi. Il contrario di quanto si è verificato e si verifica in Italia, dove la religione cattolica ha assunto un ruolo di predominanza rispetto agli altri culti, condizionando così la politica.

E’ bene chiarire, però, che questo desiderio di tutelare il rispetto del principio di laicità dello Stato non si traduce in un "fondamentalismo laicista", nel senso che con la rivendicazione dell’autonomia della politica dalla religione non si intende in alcun modo negare a quest’ultima il diritto di esprimersi e gli spazi in cui farlo. Il punto è contrastare lo sconfinamento in una sfera comune dove non può essere imposto, come universale, un sistema di valori parziale, a cui soltanto alcuni si sentono vincolati.

Gli esempi di questa ingerenza vaticana nella sfera pubblica e nella vita dello Stato sono molteplici e storicamente individuabili, e si sono accentuati sotto il pontificato di Ratzinger: il referendum sulla legge 40 in merito alla fecondazione assistita, che la Chiesa ha esortato a boicottare; l’ostruzionismo dimostrato verso il riconoscimento dei diritti alle coppie di fatto (Pacs-Dico-Cus); la criticità verso il tentativo di approvazione di una norma riguardante il testamento biologico; la messa in discussione, di nuovo, del diritto al divorzio e all’aborto. Se si tiene conto dei progressi messi in campo nell’ambito medico-scientifico ci si rende conto di come la sfida laica sia destina a farsi sempre più marcata. Le nuove frontiere della scienza e della tecnica infatti pongono al legislatore il confronto con la necessità di legiferare su temi nuovi, che allo stesso tempo inaugurano altrettanti nuovi spazi di collissione con la Chiesa: si pensi, solo per fare un esempio, allo stesso testamento biologico o alla fecondazione assistita. 

All’origine di questa intrusione tipicamente italiana della religione nella vita pubblica vi sono diverse ragioni, principalmente due: una geografica (la presenza del Vaticano nel nostro Paese), l’altra giuridica (il Concordato). Proprio l’accordo fra Vaticano e Stato italiano, firmato da Mussolini nel 1929 e poi rinnovato da Craxi nel 1984, giustifica la Chiesa a rivendicare uno status speciale, che praticamente si concretizza nel finanziamento pubblico delle scuole confessionali; nelle agevolazioni ICI per le attività commerciali; nel sostegno retributivo statale ai professori di religione cattolica scelti dalla Chiesa; e quant’altro.

A questo punto, un elemento importante di riflessione è rappresentato dalla politica. Quest’ultima, responsabile di aver alimentato nei secoli i privilegi della Chiesa, e quindi inevitabilmente la sua stessa forza di controllo, oltre che il suo potere economico, è ora incapace di contrastarla. Come accadeva nel Medioevo infatti, l’autorità politica necessità in qualche modo dell’avvallo religioso (l’antica investitura), ponendosi in questo modo sotto la sua ala protettrice ma anche ricattatoria: politiche, iniziative e scelte del referente politico sono condizionate e devono favorire gli interessi vaticani. L’alternativa ad una politica autonoma e non permeabile al religioso, sarebbe infatti punita e delegittimata da quest’ultimo. Si comprende dunque come l’invasione cattolico-vaticana su i temi cosiddetti sensibili miri anche a consolidare i rapporti di forza esistenti da secoli fra la Santa Sede e Stato -teoricamente- laico.
E’ soprattutto la sinistra, poi, ad avere il compito di portare avanti la battaglia in difesa della laicità dello Stato, ma è sempre e soprattutto la sinistra ad aver abbandonato questo stesso impegno, che pure il suo elettorato si aspetta di vedere tradotto sul piano pratico nell’estensione della platea dei diritti.

Accanto a questa battaglia politica, si deve però accompagnare anche quella culturale, propedeutica e di sostegno alla prima. Suo scopo dovrebbe esser quello di far capire che la laicità non è un contenitore vuoto, privo di valori o di etica, bensì uno spazio in cui si realizza il confronto democratico, in cui si dibattono scelte e decisioni di interesse generale, rispettando però la Costituzione e i diritti dell’uomo come patrimonio e humus condiviso. Per questo, la laicità non è assenza di valori o etica, ma convivenza fra posizioni diverse che si confrontano democraticamente per decidere e scegliere in un vivace pluralismo fondativo: di fatto, quasi una sorta di metodo per la coesistenza sociale. Eppure nonostante ciò, spesso la laicità viene indicata come "pensiero debole", privo di riferimenti etico-morali. Niente di più falso visto che essa, al contrario, si richiama ad un principio fondamentale che è quello della fiducia nella capacità di compassione che contraddistingue l’essere umano, un sentire che non scaturisce da alcuna ideologia religiosa ma dalla natura stessa degli uomini, e che li spinge a riconoscersi reciprocamente libertà e autonomia.  fonte: aprileonline.info

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ARRESTO DI BRESCIA, RADICALI: LA CHIESA CATTOLICA TROVI IL CORAGGIO DI AFFRONTARE IL TEMA DEL CELIBATO SACERDOTALE

Comunicato stampa di Alessandro Litta Modignani: “COME IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI, COSI’ LA REPRESSIONE DEL CORPO GENERA IMPULSI MALSANI” – 27/11/2007
Comunicato stampa

ARRESTO DI BRESCIA, RADICALI: LA CHIESA CATTOLICA TROVI IL CORAGGIO DI AFFRONTARE IL TEMA DEL CELIBATO SACERDOTALE

LITTA MODIGNANI: “COME IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI, COSI’ LA REPRESSIONE DEL CORPO GENERA IMPULSI MALSANI”

“La Chiesa Cattolica prenda il coraggio a due mani e trovi la forza necessaria, al suo interno e nel confronto con la società, per affrontare il tema ormai ineludibile del celibato per i sacerdoti”.

Questo il commento di Alessandro Litta Modignani, della Direzione nazionale di Radicali Italiani, alla notizia dell’arresto di stamane, a Brescia, del vice-direttore del seminario, per gravi accuse di abusi sessuali su minori.

“Al di là del caso specifico, sul quale è in corso un’inchiesta giudiziaria – ha aggiunto l’esponente radicale – i 10.665 “casi isoltati” di pedofilia che hanno travolto la Chiesa cattolica americana, dimostrano inoppugnabilmente che la repressione della sessualità e la mortificazione del corpo generano reazioni malsane, sempre più frequentemente evidenti agli occhi dell’opinione pubblica.

“Invece di offendere gli omosessuali e di denunciare il relativismo – ha concluso Litta – la Chiesa cattolica dovrebbe trarre insegnamento da questi episodi e procedere a un serio esame di coscienza, nell’interesse suo, dei credenti e dell’intera collettività nazionale, minacciata da una religiosità sempre più pericolosa e invasiva”. fonte: radicalimilano.it

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Pedofilia, processo a don Turturro. Il teste ritira le infamanti accuse

Il testimone oculare ha ritrattato le accuse. Il giovane, tuttora minorenne, che nel 2000 avrebbe assistito all’episodio più grave tra quelli di violenza sessuale contestati a don Paolo Turturro (l’ex parroco della chiesa di Santa Lucia a Palermo), sentito oggi per la prima volta in aula, ha cambiato la sua versione dei fatti, affermando che le sue dichiarazioni precedenti "sono false". Il sacerdote è accusato di due episodi di violenza sessuale su due minori che all’epoca dei fatti frequentavano la parrocchia, nel cuore del rione Borgo Vecchio.

Il giovane, nel corso delle indagini preliminari aveva detto di aver visto don Turturro commettere le molestie su un bambino che all’epoca era suo coetaneo. Il processo si celebra davanti alla seconda sezione del tribunale presieduta da Antonio Prestipino. Il pm Alessia Sinatra ha contestato al giovane le precedenti dichiarazioni. Ma il teste non ha fornito alcuna spiegazione della sua ritrattazione. Don Turturro oggi ha rinunciato a presenziare al processo, proprio per non mettere in difficoltà il giovane teste. La prossima udienza il 22 gennaio 2008.
red – fonte: ateneooline.it

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In cella il vicedirettore del seminario di Brescia

In cella il vicedirettore della diocesi di Brescia
Arrestato un prete, l’accusa: "Violenza sessuale e pedofilia"
Il vicerettore del seminario della diocesi di Brescia, don Marco Baresi, 38 anni, è stato arrestato dagli agenti della Squadra mobile che hanno eseguito un ordine di custodia cautelare emesso dal gip del Tribunale di Brescia. La notizia è stata diffusa dall’agenzia Adnkronos. Le accuse per il sacerdote sono di violenza sessuale aggravata ai danni di un minore di 14 anni e detenzione di materiale pedopornografico.

L’arresto di don Baresi è "forte e doloroso". Con queste parole il vescovo di Brescia, Luciano Monari, e il vicario generale, monsignor Francesco Beschi, commentano ufficialmente il provvedimento di custodia cautelare eseguito oggi dalla squadra mobile. ”La notizia che abbiamo appreso – scrivono i prelati in una nota – ci addolora profondamente. Don Marco Baresi è un sacerdote conosciuto e stimato da moltissime persone. Gli incarichi che gli sono stati affidati sono espressione e riconoscimento di una stima diffusa e avvalorata. Il grave tenore delle accuse deve essere attentamente valutato”.
”Il dramma di chi è vittima di pedofili – aggiunge la Curia di Brescia – non può essere in alcun modo sottovalutato e tanto meno eluso a maggior ragione se coinvolge sacerdoti, ma la delicatezza della situazione di chi si trova accusato di una colpa tanto grave ed è innocente è pure di grande portata. Il provvedimento della magistratura – si legge ancora nella nota – è forte e doloroso. Confidiamo che si giunga il più rapidamente possibile a chiarire i fatti e le responsabilità. Manifestiamo la nostra vicinanza a don Baresi, alla sua famiglia, al Seminario e a tutte le persone coinvolte”.
red – ateneoonline.it

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Religione: uno studente su 4 dice di no

A Como, uno studente su quattro delle scuole superiori non frequenta l’ora di religione. È questo il dato che emerge dai numeri raccolti dall’ufficio scuola della Diocesi di Como che fanno seguito all’allarme lanciato dalla Cei (la Conferenza Episcopale Italiana) con la pubblicazione – recente – di un dossier sulla frequenza dell’ora di religione a scuola.
Un segnale di allarme del resto evidenziato anche dal presidente dell’Associazione docenti cattolici, Alberto Giannino, in una lettera scritta agli studenti delle scuole di Milano che non si avvalgono dell’ora di religione.
Ma quale è la realtà nella nostra provincia’ I dati che riguardano il 2007/2008 sono stati appena raccolti dal solerte ufficio della diocesi e consentono, dunque, anche un raffronto con quelli dell’anno precedente. Ovviamente la maggiore astensione dall’ora di religione riguarda le scuole superiori. Nella provincia di Como, il 26,43% degli studenti, ovvero poco più di uno su quattro, sceglie le opzioni alternative, che il più delle volte sono l’uscire dalla scuola o studiare per l’ora successiva. Il dato è in crescita rispetto al 2006/2007 quando la percentuale di chi non si avvaleva dell’ora di religione era del 24,76%. Decisamente migliore il dato dell’intera diocesi di Como, ovvero comprendendo anche i territori di Lecco, Varese (in parte) e della Valtellina. In questo caso la frequenza è del 78,09% (era del 79,71% un anno fa) e di conseguenza, chi esce dall’aula è il 21,91% degli studenti delle superiori.
Numeri comunque significativi, che tuttavia testimoniano un’importanza ancora evidente, sul territorio lariano, dell’ora di religione. In altre realtà della Penisola, infatti, l’astensione arriva a toccare il 58,7% (a Firenze), oppure il 42,2% a Bologna. A Milano siamo invece al 35,9%, a Torino, Genova e Venezia poco sopra il 34%, mentre anche nella capitale del cattolicesimo, Roma, gli studenti delle scuole superiori che non rimangono in classe al momento dell’ora di religione sono il 28%.
scuole medie
Tornando invece alla realtà lariana, analizzando le altre scuole – asili, elementari e medie – la percentuale di chi non si avvale dell’insegnamento calano vistosamente.
Partendo dalle medie, ovvero le scuole secondarie di primo grado, le percentuali di chi non rimane in classe sono dell’11,81% in città di Como, del 8.65% se si prende come riferimento la provincia lariana (per quanto riguarda le superiori il dato era congiunto) e del 7.65% per l’intera diocesi. Anche in questo campo, tuttavia, rispetto al 2006/2007 c’è un seppur minimo incremento: un anno fa infatti le percentuali erano rispettivamente del 10.95% (Como), del 6,78% (provincia) e del 6,91% (diocesi).
Le elementari
Nelle scuole primarie si ha la percentuale più alta di studenti che frequentano l’ora di religione. In tutta la Diocesi di Como si arriva a sfiorare anche il 94% di frequenza, ovvero quasi 19 studenti su 20. I dati di quest’anno parlano infatti di un’astensione ferma al 6,15% in diocesi (era però al 5,52% nel 2006/200/), al 6,22% nella provincia e all’8,67% in città.
All’asilo
Infine i dati che riguardano la frequenza dell’ora di religione nelle scuole per l’infanzia. In città di Como chi non si avvale dell’ora di religione è il 12,84% (l’11,9% nel 2006/2007), mentre per quanto riguarda provincia e diocesi il dato parla dell’8,14%.
gli insegnanti
In provincia di Como gli insegnanti di religione sono 142, ma di questi solo 24 sono preti che però operano soltanto alle medie e alle superiori. Tutti i numeri sopra elencati non preoccupano però l’ufficio scuola della diocesi. «Il calo forte risale a qualche anno fa mentre adesso la situazione è stabile – commenta don Stefano Cadenazzi – Le variazioni percentuali, infatti, sono minime. Questo significa anche che chi frequenta l’ora di religione ne rimane complessivamente soddisfatto tanto che continua ad assistere alle lezioni anche negli anni successivi».

Mauro Peverelli

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Verso una teologia laicista?

di Piero Sampiero  

Nonostante la scrittura lineare e brillante, non è una lettura facile quella dell’ultimo libro del Prof. Vito Mancuso, docente di Teologia moderna, presso la facoltà di Filosofia dell’Università S. Raffaele di Milano, significativamente intitolato "L’anima e il suo destino".

Non lo è soprattutto per chi, abituato a letture erratiche, più che a studi sistematici, com’è per la maggior parte dei laici, decida di approfondire tematiche complesse sull’aldilà, esposte da un cattolico praticante con vocazione da eresiarca.

L’autore, per evitare che l’obbedienza al principio d’autorità conduca allo scetticismo o, peggio, all’ateismo, non ha timore di nascondere la volontà di contrastare regole secolari e consacrate, sostenuto dalla convinzione incontrovertibile di ricercare la verità con la più chiara onestà d’intenti, al servizio di una visione laica della religione, fondata sulle ragioni di una fede in stretta relazione con la speculazione filosofica e scientifica. Una preoccupazione teologica non distante, peraltro, dalle ambizioni della Pontificia Opera delle Scienze, che ha recentemente ribadito con la voce del suo cancelliere, Monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, proprio la necessità di una comprensione organica dei vari livelli di conoscenza umana.

Si tratta per tutti, studiosi togati o no, di un compito improbo ed affascinante, che il Prof. Mancuso ha condotto con lucida consapevolezza, visitando a fondo fisica, biologia, astronomia, pensiero greco ed orientale, da Simon Weil al Dalai Lama, analizzando testi antichi e risultati recenti delle varie branche del sapere, senza titubanze, né reverenze per dogmi basilari, convalidate tesi dottrinarie, monolitici pilastri del cattolicesimo come S. Agostino e S. Paolo. L’impressione che si ricava dalla lettura del corposo e suggestivo saggio è, da un lato, una serie di teoremi interessanti e confortevoli per lo spirito, la sensazione di poter pervenire ad una concentrazione della natura verso l’alto, nella direzione dell’ordine e del logos, con il superamento degli aspetti apocalittici ed orrifici della tradizione catechistica, verso l’lluminazione e la serenità, fino alla compenetrazione con Dio. D’altro canto, sono evidenti le incancellabili influenze di Pierre Teilhard de Chardin ed il suo rischioso immanentismo, che lasciano irrisolte, per l’osservatore comune, almeno due questioni fondamentali: il problema del male nel mondo e il rapporto tra Dio e l’uomo.

Nonostante i postulati evoluzionisti ed una concezione ottimistica dell’esistenza, che richiama l’apparentemente solido principio hegeliano della "razionalità di tutto il reale", è difficile credere che la radice malefica presente nell’universo, con catastrofi, malattie, guerre, odi, fanatismi e la finitudine e debolezza dell’esistenza possano vincersi con l’amore e l’ascesa alla perfezione. Notevole, nello scorrere delle pagine, è l’ansia pacificatrice e l’esigenza insopprimibile d’individuare la giustizia ed il bene nell’essere, con affascinanti richiami all’imperativo categorico di Kant. Ma, l’anelito all’armonia e alla sintesi tra l’essere e il divino, seguono un via arditamente anti-tradizionale: lo scrittore procede, infatti, con temerarietà, a colpi di machete, tagliando di netto la figura paradigmatica di Gesù, il suo intervento carismatico nella storia dell’umanità e l’antico concetto del Dio personale, riducendolo a pura idea.

Pur essendo positivamente colpiti sia dall’esposizione dei punti di contatto delle varie religioni (sulla traccia ideale delle pregevoli opere dello storico Mircea Eliade e del pensatore sincretista Elémire Zolla), sia dai riferimenti a scienziati illustri come Capra, Margulis, Kauffman, Rizzolatti, che contrastano efficacemente la sicumera delle tesi atee dei vari Odifreddi, Hack, Montalcini etc., si rimane dubbiosi e perplessi di fronte alle conclusioni del saggio. Definire, una volta per tutte, il problema dell’aldilà, attorno al quale l’uomo continua ad affannarsi da tempo immemorabile, rimane uno scopo da raggiungere, per quanti non abbiano il dono della fede.

Chi non è aduso al linguaggio complesso degli studi teologici si sente attratto dalla logica dell’argomentare, dall’efficacia della comunicazione e dalla sofferta passione del libro, ma l’annientamento di alcuni capisaldi del catechismo e dell’elaborazione dottrinale della Chiesa appare, paradossalmente, troppo semplicistica. Lo sforzo compiuto con la stesura di quest’opera non è comunque senza conseguenze di rilievo per gl’intelletti agnostici. Il suo pregio maggiore è quello di stimolare la curiosità e l’apertura alla conoscenza. Non è poco, in tempi di neopositivismo e sistematica tendenza all’abbattimento del Sacro nelle sue varie forme.

Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina editore, 2007 in legnostorto.com

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Bonolis attacca la Chiesa omofoba

Non le manda a dire Paolo Bonolis, conduttore della fortunatissima trasmissione di Canale 5 “Ciao Darwin” nella cui ultima puntata si sono dati battaglia gay e etero suscitando, a posteriori, un vespaio di polemiche dovute all’esclusione dalla Messa di uno dei partecipanti omosessuali voluta dal parroco di Este, in Veneto.
«Sembra una vicenda alla Peppone e Don Camillo – ha dichiarato il conduttore nel corso di una intervista a "Sorrisi Tv e Canzoni" -. Purtroppo quello dell’omosessualità è un problema quantomai presente e questa che a me sembra una gran fregnaccia lo dimostra. Perchè chi è gay deve essere discriminato? Perchè non si fanno gli stessi scrupoli se sei vegetariano, romanista o se ti piace vestirti casual? Molti accusano i gay di essere contro natura per il fatto che non procreano. E’ vero, se sei gay non partecipi al processo procreativo perché non puoi. Ma tu che lo condanni, se sei vestito da prete non partecipi al processo procreativo perchè non vuoi. Allora, se bisogna cercare una colpa, chi ne ha di piu’? Chi non può o chi non vuole?». E ha poi aggiunto: «L’omosessualità è un dato di natura trasformato in stereotipo dalle “aziende religiose” e dalle “aziende politiche” che cavalcano le differenze per creare il pericolo e il nemico. Così poi sei portato a farti proteggere proprio da queste ‘aziende’». fonte: babiloniamagazine.it
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Lo sciopero della messa

Il vescovo: in latino solo di pomeriggio
E tre parroci lasciano la chiesa vuota
CARLO BOLOGNA, RENATO BALDUCCI
DOMODOSSOLA
La messa non sarà celebrata dal nostro prete, potete andare in pace o tornare alle 18, quando sarà officiata in latino». Il chierichetto sul sagrato della chiesa di Santa Maria Maggiore sta con don Alberto Secci, il parroco che ieri si è autosospeso delle celebrazioni. Come don Stefano Coggiola, parroco di Crevoladossola e, sempre nella diocesi che riunisce le province del Verbano Cusio Ossola e del Novarese, don Marco Pizzocchi di Garbagna e Nibbiola. Dopo lo «sciopero» dei tifosi negli stadi, la domenica conosce lo «sciopero» dei parroci. I tre si ribellano al vescovo Renato Corti, che pochi giorni fa è tornato sulla corretta applicazione del Motu proprio di Benedetto XVI: «Bisogna fare in modo che si comprenda il senso autentico dei riti e dei testi liturgici; nelle domeniche e nelle feste è obbligatorio celebrare le messe in piena conformità al messale di Paolo VI, la forma ordinaria in italiano. Resta possibile celebrare una messa (una sola) nella forma straordinaria con il messale di Giovanni XXIII, in latino. Questa non deve sostituire quelle ordinarie».

Apriti cielo. I tre parroci, che celebrano nella lingua antica tutti i giorni, hanno deciso di farsi sentire in modo clamoroso: «Quella in latino è la messa nella quale è stato battezzato ed è diventato prete anche il nostro vescovo. Non siamo parroci juke-box che oggi dicono una messa in italiano e un’altra in latino». Così ieri hanno disertato le celebrazioni dell’orario domenicale. Don Luigi Preioni, vicario vescovile per l’Ossola, ha dovuto organizzare una copertura delle funzioni, convolgendo il parroco di Domodossola, don Renzo Cozzi, il rettore del Sacro Monte Calvario, padre Vito Nardin, i francescani don Tommaso e don Vincenzo. Per tutta la giornata sono stati spediti a coprire le funzioni nelle chiese dei due paesi. Lo stesso vicario ha raggiunto Santa Maria Maggiore, ma alle 17 non ha potuto dire messa: «C’erano solo quattro donne, mi hanno detto che preferivano aspettare le 18 per la messa in latino di don Alberto». Anche padre Vincenzo si era trovato con pochi fedeli sconcertati: «Eravamo in 40 e ho celebrato nella cappella laterale».

Il vescovo Renato Corti, sabato, era stato messo al corrente della protesta. Ma vorrebbe evitare contrapposizioni ancora più clamorose, anche perché i fedeli si stanno schierando. A Santa Maria Maggiore hanno raccolto 600 firme per recitare il Pater Noster con don Alberto. A Crevoladossola alcune mamme avevano contestato don Stefano: «La messa in latino scoraggia i nostri ragazzi». Di parere opposto il gruppo che approva la scelta del parroco. Anche in questo caso si raccolgono firme. Claudio Cottini, vicesindaco di Santa Maria Maggiore, dice: «Don Alberto opera per il bene della collettività, utilizzando un rito che può essere discusso, ma su cui sacerdoti e diocesi, assieme, devono decidere». fonte: la stampa.it

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Don Sante spaesato nella laica Milano

di Paola Malagoli
L’ex parroco presenta il suo libro: il suo messaggio affronta la metropoli
Sparita la strafottenza di Monterosso, ora comanda il procuratore
 
Èarrivato a Milano, in nemmeno tre mesi. Con il suo libro in mano, le gigantografie alle spalle. E Raffaello Tonon, l’opinionista di Buona domenica, a presentare l’opera. Lui, don Sante Sguotti, è frastornato. Non si rende ancora conto di tutto quello che gli sta capitando attorno. Il procuratore che non lo lascia mai solo un attimo, i fotografi, le televisioni, le interviste. La celebrità. E’ in una saletta della grande libreria Mondadori in via Vittorio Emanuele, a due passi dal Duomo. La giornata è uggiosa, i milanesi camminano frettolosi sotto i portici. Il faccione del nostro don, ormai ex-parroco di Monterosso, spicca sulle bacheche dove sono esposti i libri e sui manifesti che annunciano l’evento milanese, la presentazione della sua opera Il mio amore non è peccato, volume in vendita da qualche giorno e già molto gettonato. O almeno così dicono, visto che è stata annunciata la prima ristampa.
Don Sante è arrivato a metà pomeriggio da Monterosso. E’ giunto in pulmino portando con sé una decina di ragazzi del paese, i suoi fedelissimi, i suoi boys, anche se loro non amano essere definiti così. Il prete sale in cattedra, inforca gli occhiali per riprodurre fedelmente l’immagine di copertina del libro. Ci vede benissimo, ma glieli hanno imposti per motivi commerciali. Lo ha ammesso lui stesso. «Mi danno un’aria più seria, da professore. Penso sia per questo… Perché non farlo? Non cambia nulla», afferma con la sua aria bonaria. Quella da curato di campagna, che lo contraddistingue. Nonostante gli occhiali e la foto di copertina ritoccata abilmente. Le origini di Bagnoli, con l’inconfondibile cadenza veneta, la difficoltà a rapportarsi con la platea e il linguaggio un po’ involuto nessuno glieli può cancellare. E questa forse è ancora la sua genuinità in un mondo di furbi che stanno cercando di farlo diventare un business. Maglia grigia da prete, camicia azzurra e pantaloni neri. Tonon è in giacca e cravatta e cerca di mimetizzare un paio di sbadigli. A fianco, vestita di nero, c’è Marzia Foletti, la giornalista piacentina di Telelibertà che ha aiutato il don a scrivere il libro, restando tre giorni chiusa con lui in canonica. «Non è stato facile – ricorda – Don Sante è molto deciso e determinato. Un libro Harmony? Ma no, solo i primi capitoli nei quali si parla della storia d’ amore: ma quelli devono servire da esca per i lettori. Si sa, la gente vuole queste cose… Poi però il discorso si fa serio». Raffaello Tonon tesse le lodi del libro, è il suo ruolo. «Serve a far capire e discutere – afferma – anche chi non condivide questo modo di pensare. Magari non fa cambiare idea, ma l’importante è affrontare certi argomenti». Tocca poi all’autore descrivere la sua opera. «E’ avvincente – dice – non è pesante, non contiene concetti complicati. Si può leggere facilmente». Ha ben chiaro, il don, il target del suo pubblico. Poi continua con la solita storia del sacerdote innamorato, del vescovo che lo ha definito il «principe delle tenebre», del suo sito e del prossimo convegno a Padova. La platea è abbastanza attenta, anche se davanti a don Sante ci sono più giornalisti, fotografi e operatori che non autentici estimatori. Fuori dalla Mondatori piove, i milanesi hanno fretta di tornare a casa. Ormai è quasi l’ora di cena. Qualcuno sfoglia il libro, una signora anziana si prepara per iscritto una domanda, qualche giovane si affaccia incuriosito nella saletta. A prescindere da tutto. Ma qui a Milano, nonostante le comparsate televisive, il messaggio del nostro don sembra ancora abbastanza lontano. Ma il procuratore ha grandi progetti. E se lo dice lui.. Tanto è vero che all’improvviso irrompono prepotenti nella saletta cameraman e giornalista di Studio aperto che costringono a interrompere la presentazione per fare spazio alla loro intervista a don Sante: e tutti si devono inchinare. Don Sante lascia trasparire timidezza e disagio nel trovarsi in un ambiente così diverso e lontano dalla sua Monterosso. I suoi ragazzi gli danno forse un po’ di sicurezza, ma non basta. Strafottenza e determinazione mostrata in casa qui sono sparite. Ma anche qui, come in casa, e come ovunque, arriva piano piano anche la fatidica domanda sulla paternità. In fondo la vera curiosità, anche per chi compra il libro, è proprio questa. E lui, il sacerdote innamorato, non si smentisce. E rimanda alla prossima puntata. «Mi confesserò a Natale…». «Lo farò a Praglia, dai monaci benedettini…», aggiunge. Messaggio, questo, che arriva però solo a noi. I milanesi restano ancora fuori. fonte: ilmattinodipadova.it
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Meno di mille euro lordi al mese: ecco lo stipendio di un prete

L’ammontare dello stipendio mensile (lordo di imposte, per 12 mensilità) è calcolato sulla base di un certo numero di punti – da 80 a 140 – ciascuno del valore di 11,82 euro.
Il numero di punti attribuito a ciascun sacerdote varia a seconda dell’anzianità vocazionale e degli incarichi ricoperti.

Ad esempio ad un prete appena ordinato spettano 80 punti, che moltiplicati per 11,82 euro danno 945,60 euro lordi di stipendio mensile. Ad un vescovo alle soglie della pensione spettano 140 punti, che ancora moltiplicati per 11,82 fanno risultare 1.654,80 euro lordi.
I limiti di reddito anzidetti, equivalenti per tutti i 37.456 presbiteri italiani,
rappresentano il tetto massimo di tutte le entrate a favore dei singoli.

Spieghiamo meglio. Ogni sacerdote può contare mensilmente su:
a) una quota cosiddetta “capitaria”, pari a € 0,0723 per parrocchiano;
b) una quota proveniente dalla ridistribuzione degli ex benefici parrocchiali, assorbiti dal 1989 dagli Istituti Diocesani per il Sostentamento del Clero;
c) l’eventuale retribuzione di un’attività esterna (in tal caso, ha comunque diritto, in aggiunta, alla sola quota capitaria di cui al punto a);
d) le offerte libere dei fedeli;
e) l’intervento della Cei, che (con l’utilizzo dei fondi provenienti dall’otto per
mille dell’Irpef) integra le entrate a-b-c-d fino al raggiungimento delle
somme indicate all’inizio, che rappresentano i limiti massimi di reddito a favore dei singoli.
                                 
Tratto da Gente Veneta , no.45 del 2007

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Quando scioperavano anche i preti

Era il 1919. minacciati di licenziamento ripresero il loro posto.
 
Era il 1919, in Italia la crisi economica era pesantissima, si era appena usciti dalla prima guerra mondiale, occorreva riconvertire l’industria bellica e reinserire i reduci. I commercianti chiusero i negozi per protesta, ovunque si scatenarono moti contro il caro vita, scioperarono braccianti, operai e…preti.
Lo raccontò nei dettagli il "Corriere della Sera".
Il 19 giugno 1919 aveva annunciato un primo sciopero dei preti della basilica di Loreto per chiedere miglioramenti nelle prebende all’amministrazione della Santa Casa: "in segno di protesta si sono astenuti dal dire messa e dalle altre pratiche religiose. Il fatto ha vivamente impressionata l’autorità ecclesiastica e lo stesso vescovo della diocesi se ne è subito interessato per appianare la vertenza".
La notizia era ovviamente ghiotta, per cui il giornale milanese tornò sulla questione il giorno successivo con il titolo "Lo sciopero dei preti".
"La crisi economica attuale ha le sue ripercussioni anche nel clero, infatti di questi giorni le agitazioni dei preti hanno assunto forma di veri "scioperi" a Prato ed a Loreto ove, non essendo riusciti a ottenere i miglioramenti richiesti, essi si sono rifiutati di dir messa e di compiere altre funzioni religiose".
A quanto pare, le proteste giunsero, grazie al Vescovo di Benevento, anche all’orecchio di Papa Benedetto XV che, rispose con parole sibilline: "Ci compiacciamo che accanto all’urgente tema dell’insegnamento religioso, ella e i pastori abbiano stimato improrogabile occuparsi anche del decoroso sovvenimento che la generalità dei ministri del culto sta attendendo per le incalzanti ristrettezze".
Provò a ridimensionare la questione, con scarsi risultati,  l’amministrazione della Santa Casa di Loreto che inviò una lettera al Corriere della Sera,  specificando che, nel mese di aprile, sei sacerdoti oraristi, quelli cioè che devono celebrare la messa a orario fisso e che per questo recepivano un compenso speciale "mandarono a chiedere al regio commissario comm. Deidda un aumento del compenso straordinario loro corrisposto". Non ricevendo risposta gli oraristi inviarono altra lettera dicendo che, se non avessero ricevuto l’aumento entro il primo maggio, avrebbero smesso di celebrare messa.
I soldi non arrivarono (a causa di un equivoco e dei turbamenti di salute del custode del Tesoro secondo l’amministrazione di Loreto) per cui  i sacerdoti interruppero il servizio. A questo punto, spiegò il portavoce dell’amministrazione della basilica di Loreto, "il regio commissario agì colla massima energia destituendoli tutti dall’incarico e prendendo frattanto coll’arcivescovo i necessari accordi per la loro sostituzione. Tale atteggiamento richiamò alla ragione i sei sacerdoti che fecero immediato atto di sottomissione. Questo fatto a due mesi di distanza si è voluto far assurgere a importanza di uno sciopero".
La solita stampa maliziosa….
fonte: sabatoseraonline.it

Si ringrazia John Foot per la segnalazione

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Stop alle Messe in latino

Celle Ligure. Stop, fino a nuove disposizioni, alle Messe celebrate secondo il rito di san Pio V. Dopo il recente episodio avvenuto nell’oratorio di san Michele a Celle ligure, dove è stata officiata una funzione in latino secondo il rito romano antico, l’amministratore diocesano monsignor Andrea Giusto prende posizione: “In assenza del vescovo – afferma – e non essendo ancora sufficientemente chiarite le condizioni che renderebbero lecita la celebrazione secondo il Messale di san Pio V, chiedo fermamente ai sacerdoti della diocesi di non accordare il permesso a gruppi che domandassero la celebrazione e di vigilare affinché in nessuna chiesa del territorio diocesano si organizzino Messe secondo il rito pre-conciliare”.
“Le condizioni per questo tipo di celebrazioni – s’inserisce il liturgista savonese Andrea Grillo – sono la presenza di un gruppo stabilmente costituito e la sua partecipazione attiva al rito. Ciò significa che occorrono una formazione liturgica solida e una conoscenza della lingua latina, e che queste Messe non siano organizzate ‘ad inviti’, quasi si trattasse di uno spettacolo o di un evento privato”.
La decisione dell’amministratore diocesano avrà come conseguenza che, fino a nuove disposizioni che dipenderanno comunque dal futuro vescovo, né a Celle né altrove possano essere celebrate Messe secondo il rituale di san Pio V.

fonte: http://www.ivg.it

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LA CHIESA MI ADDOLORA

di Bruno Renaud

Mi addolora la mia Chiesa, guidata da un gruppo di uomini poco vincolati alle grandi speranze dei poveri. Sono maschi (nessuna donna, come si sa), guardiani della religione (non necessariamente dell’amore), vigilanti severi del tempio, dei buoni costumi e dell’ordine. Sono dignitari che spesso hanno dimenticato la loro origine semplice: la (de)formazione sacerdotale e, in essa, le ambizioni umane li hanno modellati sullo spirito di questo mondo. Si lamentano di una mancanza di libertà nel progetto politico venezuelano, ma se c’è un posto in cui si respira poca libertà è nel loro soffocante ambito ecclesiastico. In questo piccolo mondo, non tutti i vescovi (e meno ancora i sacerdoti) accettano di buon grado le parole della gerarchia che ha definito “immorale” il progetto di riforma; ma che faranno, che diranno? Per non parlare dei battezzati, mai consultati.

Mi addolora la mia Chiesa, ossessionata dai demoni del socialismo del XXI secolo e incapace di discernere tra il passato e la speranza. I suoi chierici leggono nel nuovo progetto socialista, senza fare una piega, quello che non c’è: il presunto marxismo-leninismo. “È inevitabile”, gridano i vescovi.

Così fanno gli avversari della fede, identificando a priori la Chiesa del XXI secolo con gli orrori reali delle crociate o dell’Inquisizione, o con i tragici errori sociali e politici della Chiesa del XX secolo. Forse la risposta episcopale dovrebbe consistere nell’avvicinarsi a cuore aperto a quanti sono in basso, alla base, per “evitare il marxismo-leninismo”; e, partendo da un’altra sensibilità, i pastori sarebbero meglio situati per avanzare eventuali critiche. Ma saranno capaci di trovare, un giorno, altri consiglieri e di lasciarsi guidare dalla fiducia invece che dalla paura e dall’odio?

Mi addolora la mia Chiesa, che parla di dialogo, ma che lo pratica così poco.

Che parla di ricerca di riconciliazione e pace, ma è costantemente giudice e parte ad un tempo.

Che parla di morale e applica tante volte la doppia morale.

Che invita al perdono, ma non è per niente disposta a chiedere perdono per i suoi stessi peccati (e quando mai abbiamo commesso errori noi prelati?).

Sì, mi addolora la mia Chiesa. Ma non ne ho un’altra!
fonte: adista documenti n. 84 2007

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Anche per Ruini il celibato non è un dogma di fede

Il Card. Ruini, in un’intervista di Maurizio Belpietro apparsa sul sito di Panorama il 25 Novembre 2007,  ha riaffermato che il celibato non è un dogma di fede.

Il testo tratto dall’articolo:

La crisi delle vocazioni potrebbe essere fronteggiata aprendo ai preti sposati?
Il celibato dei sacerdoti non è un dogma di fede, ma ciò non significa che non sia la scelta giusta. Io sono convinto che è un segno concreto quanto mai necessario in una società che spesso è prigioniera di un sesso fine a se stesso.

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Leader poligamo condannato a 10 anni per stupro

fonte: lastampa.it
Il leader mormone fondamentalista Warren Jeffs è stato condannato a 10 anni di prigione per aver costretto una ragazza di 14 anni a sposare un cugino di primo grado. E’ stato infatti giudicato colpevole di complicità in stupro, un reato che poteva costargli la prigione a vita.

A incastrarlo la testimonianza dell’adesso 21enne Elissa Wall, che a settembre ha raccontato al giudice James Shumate di come Jeff la costrinse all’età di 14 anni a contrarre un matrimonio e ad avere rapporti sessuali contro la sua volontà, sostenendo che le nozze erano un preciso volere del Signore e che un rifiuto avrebbe messo a rischio la sua salvezza eterna. La ragazza ha dichiarato che vedere il pastore mormone dietro le sbarre la aiuterà a iniziare una nuova vita più che un risarcimento in denaro. "La mia ricompensa è la consapevolezza di aver detto la verità e che la giustizia ha seguito il suo corso" ha affermato la Wall all’uscita del tribunale. Soddisfatto della sentenza il procuratore Ryan Shaum. "Il giudice ha mandato un chiaro messaggio ai leader religiosi – ha dichiarato – Adesso non potranno più nascondersi dietro le loro posizioni e dire ‘Stavo solo facendo il mio lavoro’".

Jeffs, descritto come signore e padrone della Chiesa mormone fondamentalista di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, nota per difendere la poligamia, era stato inserito nel maggio 2006 nella lista dei "dieci più ricercati d’America" dell’Fbi e arrestato ad agosto a Las Vegas. Il pastore deve ancora affrontare un processo simile in Ariziona ed è sotto accusa presso un tribunale federale di Salt Lake City per il suo periodo di latitanza.

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Giornale in Perù chiama i sacerdoti sposati diavoli. Peru newspaper calls Married Priests devils

sacerdoti sposati chiamato diavoli da un quotidiano del perù

press release – comunicato stampa – 21 Novembre 2007
Perù: giornale chiama i sacerdoti sposati diavoli. Perù newspaper calls Married Priests devils

Il sito ildialogo.org, in una traduzione dall’inglese di S. Salomone, ha pubblicato un testo sulla violazione dei Diritti Umani operata dalla Chiesa Cattolica contro un gruppo di sacerdoti sposati che sono stati definiti "diavoli" in un recentissimo articolo di un quotidiano peruviano.

Di seguito i due testi con la notizia in italiano e in inglese.

IST. JOHN’S CENTER
Chiesa Cattolica Apostolica
112 S. Main Street
Gallatin, MO, 64640
USA.

24 giugno, 2007
Alla Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite
Saluti:
Vorrei presentarvi un breve resoconto delle gravi violazioni dei Diritti Umani che avvengono in America Latina da parte della Chiesa Cattolica Romana, particolamente in Colombia e in Perù; e più specificatamente a Chiclayo, Perù. Vorrei iniziare evidenziando che esiste una lunga storia di violazioni ai Diritti Umani da parte della Chiesa Cattolica Romana che risale all’arrivo dei Missionari spagnoli in America Latina. Sebbene questo abbia segnato uno sviluppo, è piuttosto comune per coloro che sfidano la Chiesa Cattolica Romana di venire violati nei propri basilari diritti, a volte nella stessa vita. Queste sono nozioni di pubblico dominio in America Latina, per quanto sia difficile crederlo essendone al di fuori.
La mia prima esperienza in tal senso è avvenuta a Chiclayo, Perù, nell’estate del 2003 quando ci è stato comunicato dalla Scuola che aveva acconsentito di ospitare un’ordinazione che il Ministro dell’Istruzione aveva intimato di sospenderla e che chiunque avesse trasgredito, gli sarebbe stata tolta la licenza di insegnamento. Quindi acconsentire a questo avrebbe significato essere esclusi da ogni pubblico ministero. Dopo questo episodio cominciò la vera persecuzione. Siamo stati citati in giudizio ben 13 volte dal Vescovo Cattolico di Chiclayo e siamo ora di fronte alla Suprema Corte del Perù. Abbiamo vinto tutte le volte, tranne quando un amico del Vescovo Jesus Moline si trovava a presiedere come giudice, sentenziando quindi che il nostro clero finisse in prigione per due anni. Questa follia ebbe fortunatamente una svolta il 28 dicembre 2006. Comunque, proprio la scorsa settimana il nostro clero è stato di nuovo chiamato in tribunale ed arrestato.
E’ molto difficile credere che il sistema legale del Perù non sia governato dalle leggi ma dalla Chiesa Cattolica. Quando abbiamo svolto delle petizioni contro la Chiesa, esse sono state contrastate arbitrariamente. Nel novembre 2003 il Generale della Polizia Nazionale del Perù, basato a Chiclayo ha emesso un decreto che sanciva che i diritti umani del nostro clero erano definitivamente sospesi. Al contrario, la Costituzione Peruviana stabilisce Diritti Umani per tutti, senza distinzioni. Alla fine siamo riusciti a convincere l’Accusa a ritirare questo decreto, e ci siamo riusciti. (Documentazione allegata).
Sebbene molto di ciò che abbiamo subito sia vera e propria Persecuzione Religiosa, riteniamo che rientri anche nel generico riconoscimento dei Diritti Umani, dato che rientra nei diritti di ciascuno professare la propria religione. Anche la Costituzione Peruviana lo stabilisce. Siamo stati oggetto di diffamazione, calunnie vere e proprie dai pulpiti della Chiesa Cattolica Romana che controllava gli organi di stampa. Siamo stati chiamati ’demoni’, è stato detto che approfittavamo delle persone, che eravamo falsi preti, che la nostra Chiesa non esiste (la documentazione allegata prova il contrario); che io stesso non esistevo, che la mia consacrazione non era valida e altrettanto i nostri sacramento. E questo è falso. Successivamente hanno scomunicato la nostra gente perché ritenuta non appartenente alla Chiesa Cattolica romana. E’ come se una fabbrica licenziasse gli operai di un’altra fabbrica. Tutto questo è fatto per intimidire e confondere la gente.
Sono arrivati fino al punto di tentare di intrappolarci facendo chiedere dall’avvocato del Vescovo Moline al nostro Vescovo di battezzare suo nipote. Questo episodio è stato filmto e poi presentato in tribunale contro di noi. E’ capitato che io fossi in Perù in quel momento e andai all’udienza. Il giudice mi chiese di avvicinarmi. Mi chiese chi fose il capo della nostra Chiesa nel mondo. Le ho risposto che ero io. Mi ha chiesto se eravamo in qualche modo parte della Chiesa Cattolica Romana. Le ho risposto di no. Allora lei mi ha chiesto perché la Chiesa Cattolica Romana avesse citato in giudizio membri della nostra Chiesa. Le ho risposto che non ne avevo idea. Lei quindi disse che non riteneva esistessero i presupposti di una causa, ma dovette procedere perché il suo superiore glielo aveva comandato.
Molti preti che si sono uniti alla nostra chiesa hanno perso la propria occupazione a causa di pressioni della Chiesa Cattolica Romana sui datori di lavoro. Questa è chiaramente una violazione dei Diritti Umani. Personalmente ho cercato di parlare con il Nunzio Papale del Perù, della Colombia e degli Stati Uniti, ma non mi è stata mai concessa udienza. Sono andato perfino a Roma per parlare ai Cardinali. Nessuno mi ha aiutato. Un amico è andato dall’Ambasciatore del Perù che ha detto che la Chiesa Cattolica Romana possiede talmente tanta parte del Perù che il governo ha un debito con lei.
Ho allegato molti documenti che dettagliano le diverse tipologie di violazioni. Il sottoscritto, da parte di tutto il popolo dell’America Latina, specialmente del Perù, apprezzeremmo grandemente qualunque cosa lei possa fare per interrompere queste violazioni dei Diritti Umani.
ringraziandola anticipatamente del suo aiuto,
la saluto cordialmente.
Rev.
KENNETH MALEY, D.D.
Presidente/Arcivescovo

testo orginale

VIOLACIONES A LOS DERECHOS EN PERU
ST. JOHN’S CENTER
Catholic Apostolic Church
112 S. Main Street
Gallatin, MO, 64640
USA.
June 24, 2007
To the United Nations Commission on Human Rights
Greetings:
I want to present to you a brief summary of the immense violations of our Human Rights in Latin America by the Roman Catholic Church, particularly in Colombia and Peru; and more particularly in Chiclayo, Peru. Let me begin by pointing out that there is a very long history of Human Rights violations by the RCC beginning back at the arrival of the first Spaniard Missionaries to Latin America. Although this has improved, it is fairly common for those who challenge the RCC to find their Human Rights violated and in some cases their lives taken. This is very public knowledge in Latin America, although hard for those outside Latin America to believe.
My first experience of this was in Chiclayo, Peru in the summer of 2003 when we were suddenly told by the School who had agreed to host an ordination that they had been told by the Ministry of Education that to allow this ordination was to mean the suspension of their Teaching License. Further that to allow this ordination was to mean their public utilities would all be disconnected. Soon after that the legal persecutions began. We have been taken to court 13 times by the Roman Catholic Bishop of Chiclayo and are now before the Supreme Court of Peru. We have won every time except when evidently a friend of Bishop Jesus Moline was the presiding judge and she sentenced our Clergy to two years in jail. That craziness was overturned December 28, 2006. However, just last week they were back in court again seeking that our Clergy be arrested and sentenced to jail.
It is very hard to believe that the legal system in Peru is not run by the Law but by the RCC. When we have filed petitions against them, the petitions have been summarily dismissed. In November of 2003 the General of the National Police of Peru stationed in Chiclayo issued a Decree stating that the Human Rights of our Clergy had been suspended. He did not reference a law when doing this, since there is no such law. To the contrary, the Peruvian Constitution upholds Human Rights for all. Finally we were able to convince the Public Prosecutor to step in and demand this decree be retracted, which it was. (Documentation enclosed)
Although much of what we have experienced is Religious Persecution, we believe it also falls under the label of Human Rights’ Abuse since it is each person’s human right to a free practice of his/her religion. Even the Peruvian Constitution upholds this. We have been subjected to defamation, calumnies in the pulpits of the RCC; and in the Roman Catholic controlled Press. We have been called Devils, that we were taking advantage of the people, that we were false priests, that our Church did not exist (Documentation enclosed proving it does); that I did not exist, that my consecration was not valid nor our sacraments valid. All this is lies. Further they have excommunicated our people even thought they do not belong to the RCC. It is like one factory firing the employees of another factory. All this is done to intimidate and mislead the people.
They went so far as to try and trap us by having the lawyer of Bishop Moline ask our Bishop there to baptize his grandson. This was video taped and then presented in court against us. I happened to be in Peru at the time and went to the hearing. The judge asked me to come forward. She asked me who was the head of our Church in the world. I told her I was. She asked me if we were in any way a part of the RCC. I said no. She then asked me why the RCC was bringing this suit against members of another Church. I told her I did not understand why. She then said she did not believe there was a case, but had to hold the hearing because her superior judge had ordered her to.
A number of the priests who have joined our Church have lost their positions or jobs from the pressure the RCC put on their employers. This is clearly a Human Rights violation. I personally have tried to talk to the Papal Nuncio of Peru, Colombia and the United States, but have never been given an appointment. I even went to Rome to talk to the Cardinals there. Nothing has helped. A friend went to the Ambassador of Peru who said the RCC owns so much of Peru that the government there is indebted to them.
I have enclosed a large number of documents detailing different types of these violations of Human Rights. I, on behalf of our people in Latin America, particularly Peru, would deeply appreciate anything you can do to help alleviate these gross violations of our Human Rights.
Thanking you in advance for your help with this, I am
Most sincerely yours,
The Most Rev.
KENNETH MALEY, D.D.
President/Archbishop.
…………

F. Giuseppe Serrone
cell. +39 3207505116

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Il notaio della curia e i preti «puniti»

È il notaio della curia. Si chiama don Sabatino Naddeo, è parroco a Battipaglia, a San Gregorio VII. Lo descrivono come l’ultimo uomo di fiducia e sacerdote fedelissimo all’arcivescovo Pierro. È lui il destinatario delle missioni importanti e, al momento, conta nel potere interno della curia più del vicario generale, don Marcello De Maio, ex componente del Gregge, poi sganciatosi dalla cordata di amici preti. «Per obbedienza al vescovo» disse in quei giorni don Marcello. «Per carrierismo» gli ribatterono i nemici. Monsignor De Maio, solo canonicamente numero due, resta nel suo ufficio ma, quando deve convocare qualche sacerdote «punito» dal vescovo per comunicazioni importanti, viene sempre affiancato da don Sabatino Naddeo, il notaio del vescovo. Una figura prevista dal codice di diritto canonico e che si nomina, solo nelle grandi diocesi, con il cancelliere e il vice cancelliere. Cioè sono gli ufficiali che controfirmano gli atti del vescovo. Fatto è che a Salerno sia il cancelliere, don Peron che il vice don D’Alessio sono stati esautorati dall’incarico e, pur non avendo mai ricevuto il decreto di rimozione, hanno trovato le serrature degli uffici cambiate da un monsignore di curia notoriamente esperto di bricolage. Monta l’imbarazzo, in curia, nei giorni in cui si discute della nomina di un arcivescovo coadiutore che venga a mettere ordine mentre si allunga la lista dei preti puniti e che ottengono ragione solo dal Vaticano. L’elenco è lungo: due vicari generali destituiti, Spatuzzi e Romano, preti cacciati come Cipollaro e Petrone, preti emarginati e confinati, come Magna e Rescigno, preti ridotti al silenzio dei quali magari non si hanno notizie per la loro riservatezza. In curia ti raccontano del rapporto che un santo vescovo, come Gaetano Pollio, martire del Cristianesimo in Cina, seppe avere con il clero. Pollio gestì con sapienza ed equilibrio ben due diocesi, quella di Salerno e quella di Campagna che nei primi anni Settanta fu resa sede vacante (senza più nomina di un vescovo residenziale, l’ultimo fu Jolando Nuzzi) ma affidata alle mani sagge, sicure ed equilibrate di un vicario generale. Ieri mattina la notizia della nomina del coadiutore è diventata pubblica. In Curia sanno del pressing che ambienti vaticani esercitano su monsignor Agostino Superbo. Da noi interpellato, l’attuale arcivescovo di Potenza non ha smentito la nomina di un coadiutore quando ha sostenuto che «nella prassi vaticana nessun visitatore apostolico è stato poi nominato nella diocesi visitata». Ma a Roma lo hanno pregato di accettare. Sempre ieri mattina veloci consultazioni del vescovo con i suoi collaboratori, a partire da don Comincio Lanzara, il monsignore che ha attraversato la fine del secolo scorso fino ai giorni nostri accanto a tutti gli arcivescovi. I collaboratori del vescovo pronunciano a bassa voce i nomi dei possibili coadiutori. Per loro, la prima preferenza, è per l’attuale vescovo di Alife e Caiazzo, monsignor Pietro Farina. ant.man. – in ilmattino.it ed. Salerno
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