Parla Don Sguotti, il parroco dello scandalo e il tempo dell'amore

Intervista di GIORGIO PISANO

Peccatore dichiarato e felice. Per questo il vescovo l’ha rimosso. «La mia colpa è solo quella di essere un prete innamorato». E siccome non pensa di suscitare «né scandalo né pubblica vergogna», disobbedisce. Resta in parrocchia: da abusivo. Col fiato del sostituto addosso ma irremovibile. Perde lo stipendio (850 euro al mese) e di conseguenza cerca lavoro.
Anzi, l’ha già trovato: farà il conducente di bus (occupazione numero 1). Durante la guida pubblicizzerà i prodotti d’una certa ditta (occupazione numero 2) e il sabato farà il fabbro (occupazione numero 3). Domenica, bontà sua, riposo. Alla faccia del vescovo e delle «quattro beghine che mi vogliono cacciare».
Don Sante Sguotti, padovano di 41 anni, in seminario da quando ne aveva undici, è diventato un caso: ammutinamento aggravato e continuato, senza neppure l’attenuante del pentimento. Gli hanno rinfacciato di avere un’amante e, addirittura, un figlio. Lui non smentisce e risponde così: «Io amo ma non so se sono ricambiato. Aspetto la risposta».
Sa che si sta prenotando un posto all’inferno?
«L’avevo messo in conto. Pazienza».
Ha tradito le regole di povertà, castità, obbedienza.
«Non tutte, almeno una l’ho sicuramente rispettata».
A Monterosso, paesino di 800 abitanti quasi incollato ad Abano Terme, la canonica sta di fianco alla chiesetta intitolata a san Bartolomeo e a un edificio tinteggiato di rosso. Sembra un avantipopolo edilizio-clericale sbattuto in faccia alla pia gente e ai devoti del luogo.
Don Sante, non sarà mica di sinistra?
«Scelgo le persone, non le ideologie. Finora ho votato sia a destra che a sinistra».
Il vescovo sa anche questo?
«Lo ignoro».
La ribellione all’avviso di sfratto firmato da Sua Eccellenza ha scatenato una protesta super-organizzata. Del prete più intervistato d’Italia (e già transitato per Buona Domenica a Canale 5) si occupano una bella segretaria, Giorgia, e un addetto stampa. Casomai non bastassero, è stato creato un sito internet (www.chiesacattolicadeipeccatori.it) e a metà novembre decolla un convegno nazionale che affronta il dramma di alcune categorie cassintegrate dal Vaticano: divorziati, conviventi e separati. Nel gruppo, ovviamente, entrano a pieno titolo anche i religiosi con fidanzata clandestina. A disposizione c’è un numero verde dove chiamano «soprattutto le compagne dei preti perché a noi manca il coraggio».
Noi, chi? Don Sante il coraggio ce l’ha eccome. Quando ha ricevuto l’ordine di sloggiare, ha presentato ricorso e ora aspetta. Nell’attesa si è detto pronto a far le valigie a patto che glielo chiedano almeno quaranta fedeli autentici («cioè cresimati») della sua parrocchia. Beh, cosa ci vuole a trovare quaranta firme contro una tonaca scostumata? Niente, però finora nessuno è riuscito a metterle insieme.
Per il sagrestano, ad esempio, non è nemmeno cambiato nulla. Pur sapendo che il parroco è stato silurato, l’altra mattina ha bussato alla sua finestra per sapere se doveva modificare l’orario delle campane con la fine dell’ora legale.
Figlio di un’insegnante e di un contadino folgorato sulla via del settore immobiliare, don Sante rivela che fin da bambino sognava di fare il sacerdote. Madre favorevole, padre pure. Unico voto contrario, quello della nonna: «Che mi chiedeva: ma non c’è qualche bella moretta che ti piace?» Per esserci, c’era. Ma un aspirante soldatino di Dio non doveva innamorarsi. «E io ho seguito le indicazioni».
Il bunker della rivolta anti-vescovo è una stanzetta al piano terra della canonica. Computer, posta elettronica a chili, molti Cd. Un divano, due sedie, pochi libri e una bottiglia piena di liquido trasparente. Riserva di acqua benedetta. «No, grappa». Porta blindata, oltre le grate della finestra c’è uno strepitoso picchetto d’onore: giganteschi pioppi vestiti d’autunno e un’arietta malinconica che avvolge tutto e tutti. Pantaloni neri, maglione nero e camicia grigia su un fisico giovanile e asciutto, naso autorevole e labbra carmiglie, don Sante non ha smesso la divisa d’ordinanza ma sa molto bene che «di qui a poco rischio la scomunica». Monterosso è con lui, la donna che ama ne segue le gesta a distanza («ha preferito trasferirsi»), difficilmente finirà senza cadaveri sul terreno.
Si rende conto?
«Perfettamente. Pare che io sia capace di fare più danni alla Chiesa di quanti ne abbiano causato i preti pedofili in America con le loro centomila vittime accertate».
Perché ha confessato in pubblico?
«Per ridicolizzare chi mi accusa. Eppoi, non ho confessato nulla. Ho semplicemente detto che sono innamorato».
Ricambiato?
«Lo dirò a suo tempo».
Padre sì, però.
«Anche di questo parlerò al momento opportuno. Ora c’è troppo chiasso».
D’accordo, però la sacra regola della castità…
«Le risulta che per mettere al mondo un figlio sia assolutamente necessario fare sesso? A me, no. Non ho nulla da rimproverarmi».
Ah no?
«No. Quel giorno, era il 24 agosto, c’era la festa del patrono. Strapieno, moltissimi giornalisti».
E che ci facevano i giornalisti?
«Il vescovo mi aveva ordinato di non celebrare più messa. Volevano vedere se chinavo la testa».
Non l’ha chinata.
«Sì e no. Non ho celebrato messa. Ho soltanto presieduto una liturgia della parola. Mi pareva un onorevole compromesso tra me e la controparte. Non era una sfida».
E cosa, sennò?
«Non potevo tollerare calunnie gratuite. Mi ferisce ancora questa storia: era giugno, ero in Sardegna quando hanno cominciato a chiacchierare sul mio conto….
In Sardegna, perché?
«Da quattro anni dò una mano alla parrocchia dei Donà dalle Rose, a Porto Rotondo».
Bella gente da quelle parti.
«Gente».
Chissà che successo per un prete giovane…
«Evangelizzare i ricchi è più difficile che con i poveri. Comunque, discorso chiuso. Non andrò più a Porto Rotondo».
Perché?
«Il parroco di Golfo Aranci, don Pasquale Finà, mi ha chiesto di non tornare dopo quello che è successo a Monterosso».
Ospite sgradito?
Esatto. Mi ha detto: sarebbe meglio se non ti facessi vedere».
Complimenti alla solidarietà di categoria.
«Sono convinto che su quarantamila preti, cinquemila sono fidanzati, cinquemila omosessuali. Cento sicuramente santi». Ne restano circa trentamila.
«C’è un po’ di tutto, oltre gli onesti: alcolizzati, esauriti e quelli che pensano solo a raccogliere soldi. Per sé».
Com’è cominciata?
«Quando i pettegolezzi sono diventati insopportabili sono andato dal vescovo e gli ho chiesto di potermi ritirare. Eccellenza non ritengo di avere più la fiducia dei miei parrocchiani. E lui: invece stai al tuo posto altrimenti penseranno che sei davvero colpevole».
Poi?
«Ho scelto la provocazione. Ai miei fedeli ho detto: se volete che resti con voi, dovete credere che ho almeno una donna e un figlio».
E loro?
«Hanno capito perfettamente. Era l’unico modo per esorcizzare le malelingue».
Com’è quella donna?
«Quale?»
Quella di cui lei è innamorato.
«Una donna. Come tante».
Bella?
«Che importa la bellezza?»
Per dovere di cronaca e completezza d’informazione va detto che a questo punto Giorgia, la segretaria, perde la maschera professionale e conferma con gli occhi: è bella, la donna di don Sante. Conclude il messaggio con un gesto rassicurante: fidatevi. Poi riprende a leggere la corrispondenza, apparentemente disinteressata dall’intervista che si sta svolgendo a un metro da lei.
Espulsione a parte, dove puntano?
«Vogliono che vada via, in silenzio. Che sparisca, insieme alla famiglia, senza far rumore. Ma io non ci sto».
Mettiamo che il Papa la riceva in udienza.
«Gli chiederei di risolvere la scandalosa situazione dei divorziati e dei separati. Solo chi ha soldi, molti soldi, può ottenere l’annullamento del matrimonio. Come ha fatto Francesco Cossiga, per capirci».
Tutto qui?
«No. Vorrei che il Santo Padre ordinasse ai vescovi di denunciare i preti pedofili anche all’autorità giudiziaria e non soltanto al Vaticano».
E’ sicuro di voler continuare a fare il prete?
«Io sono prete, io mi sento prete. Il vescovo mi ha rimosso con un decreto ai primi di questo mese. Ho fatto ricorso alla Sacra Rota, vedremo. Nel frattempo vado dritto per la mia strada».
Da prete innamorato.
«Sì. Che ci posso fare se amo una donna? Per questo, solo per questo, dopo 16 anni da sacerdote mi ritrovo sfrattato, senza Tfr e senza salario. Dove vado?»
Il vescovo un’idea ce l’ha di sicuro.
«Invece resto. Anche perché ha voluto ascoltare solo quattro beghine e nemmeno un teste a difesa».
Perché quattro beghine ce l’hanno con lei?
«Mi rimproverano un peccato gravissimo: concedere una sala della comunità per corsi di ballo, yoga, dibattiti. Dovrebbe essere utilizzata esclusivamente per il catechismo».
Come sono i suoi fedeli?
«Operosi, solidali, laboriosi, altruisti. C’è anche qualche talento culinario e artistico. Il livello culturale non è alto ma nella media che si registra da queste parti dove tutti o quasi iniziano a lavorare da giovanissimi».
Quanti sono i veri cristiani?
«Almeno il 50 per cento. Non è poco, vista l’Italia di oggi».
Minacce?
«Molte. Lettere e telefonate anonime. In modo più o meno sbrigativo, mi invitano a levare le tende».
E lei?
«Resto».
Intanto va in tivù e scrive un libro: non è che vuol fare il prete tronista?
«Non amo affatto il protagonismo e i valori che ispirano la civiltà delle veline. Ma non posso neppure star zitto e subire».
Fino al martirio, insomma.
«Macché. La verità è che sto solo anticipando i tempi. Prima o poi la Chiesa di Roma dovrà riconoscere la realtà dei separati e dei divorziati, la realtà dei preti innamorati. Se per ottenere questo bisogna pagare un prezzo, eccomi, son qui».
21/10/2007 11:20 – fonte: unionesarda.it

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