Parroco ribelle e temporeggiatore

Abano. Il ribelle e il temporeggiatore. Don Sante Sguotti, prete in amore, non manifesta alcuna intenzione di piegarsi ai diktat della curia padovana. E la sua storia di barricadero, di don Chisciotte in lotta contro i mulini a vento dell’affettività clericale, adesso riesce perfino ad acquistare un senso: quello di svelare all’opinione pubblica la difficoltà della diocesi a gestire vicende delicate. Una fragilità genetica quando chi detiene il potere non riesce a guadagnarsi il rispetto dovuto all’autorità. Nella vicenda di don Sante, l’arcivescovo Antonio Mattiazzo ha privilegiato una tattica attendistica. Come il generale romano Quinto Fabio Massimo, che logorò le truppe di Annibale evitando lo scontro diretto, il presule pensava che dilazionando l’iter canonico, centellinando i provvedimenti tra una proroga e l’altra, avrebbe fiaccato il desiderio di lotta del parroco innamorato. Non è andata così, come appare chiaro a tutti. La determinazione mostrata ancora in questi giorni dal reverendo Sguotti fa capire quanto, in realtà, l’allungamento dei tempi giochi a suo favore. Tra un ricorso e l’altro, dalla Congregazione del Clero fino al Supremo Tribunale della Segnatura apostolica (la Cassazione del Vaticano), il sacerdote avrà tutto il tempo per lanciare altre sfide, organizzare proteste, partecipare a trasmissioni televisive, rilasciare interviste, spiattellare tutte le vergogne della Chiesa locale, nazionale, mondiale. In questo quadro, non appare affatto un problema che gli sia stata sfilata dalle mani la gestione della parrocchia. Non è grave neppure il divieto di confessare (che fu imposto, a onor del vero, anche a persone rivelatesi poi grandi nella fede, come padre Pio). Non sarebbero scogli insormontabili nemmeno la (probabile) sospensione a divinis o la (molto meno probabile) scomunica. Al contrario, qualcuno potrebbe ritenere don Sante un profeta incompreso, un martire della gerarchia. Resta da analizzare perché la curia abbia giocato questa partita con un modulo tattico perdente, cioè in difesa invece che in attacco. C’è chi dice che sia stato l’approdo inevitabile per la mancanza di don Attilio Mazzola, dal 1997 alla scorsa estate delegato vescovile per la pastorale cittadina. Le sue capacità di negoziatore avevano risolto parecchie situazioni spinose. C’è chi sostiene che i problemi siano altri (la capacità di dialogo, per esempio) e vadano ricercati al vertice della piramide ecclesiastica padovana. In ogni caso sarà proficuo, per laici e credenti, riflettere sul prezzo che la diocesi ha pagato per la poco illuminata gestione di questa vicenda. Un prezzo alto, forse troppo alto, in termini di credibilità e di affidamento. Anche perché non va dimenticato come esistano altri casi irrisolti, silenziosi per natura o messi provvisoriamente a tacere, tutti con la potenzialità di esplodere. Quelli, tra i molti, di don Paolo Spoladore, il prete cantautore che non può celebrare messa in pubblico ma che ha un seguito notevole; di don Marino Ruggero, allontanato dalla parrocchia di Villa di Teolo e successivamente fondatore di un pub; di don Marco Girardi, già cappellano del carcere di Padova. Così, in attesa del prossimo evento shock, forse sarà meglio per la curia studiare strategie risolutive più efficaci.

Léon Bertoletti (fonte: ilgazzettino.it)

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