Ha senso parlare oggi di “precetti della Chiesa”?

La categoria di «precetti generali della Chiesa» deve essere collocata, per coglierne il reale significato, nel contesto dell’ecclesiologia che si è sviluppata soprattutto nel secondo millennio e che ha preso definitivamente forma con la celebrazione del concilio di Trento. La rivendicazione da parte della Chiesa di un potere assolutamente sovrano che ricomprende e subordina a sé anche il potere politico – si pensi alla ‘dottrina delle due spade’ – finisce per rafforzarne gli aspetti esterni e strutturali e per adeguarne sempre più la condotta alle logiche mondane. A contribuire, in misura determinante, all’accentuazione di questa tendenza è stata soprattutto la reazione alla Riforma protestante, che, introducendo la teoria del libero esame e connettendo strettamente la salvezza alla sola azione della grazia che agisce per mezzo della fede in quanto adesione incondizionata alla Parola, rischia di indebolire, riducendola a mero fatto interiore, l’appartenenza ecclesiale.

La concezione della Chiesa che il Tridentino fa propria (e che acquisirà in seguito sempre maggiore consistenza a livello della prassi) è dunque contrassegnata dalla preoccupazione di conferire ampio spazio all’aspetto istituzionale e gerarchico e di interpretare i rapporti interni tra coloro che compongono la comunità cristiana mediante il ricorso a formulazioni di stampo strettamente giuridico. La struttura piramidale della Chiesa prevede infatti, da un lato, l’esistenza di un potere, la cui gestione non si discosta nelle modalità di esercizio da quello mondano, il potere gerarchico (o la ‘Chiesa docente’), e, dall’altro, la presenza della massa dei fedeli (la ‘Chiesa discente’) cui compete esclusivamente l’obbedienza agli ordini ricevuti. Come ogni altra istituzione incentrata su un potere assoluto, la Chiesa ha bisogno di ‘sudditi’ i cui comportamenti vanno regolati attraverso precise imposizioni normative.

I «precetti generali della Chiesa» nascono in questo contesto. La logica che li accomuna, al di là della disparità dei contenuti, che spaziano da norme inerenti la vita sacramentale a clausole di carattere penitenziale fino ad obblighi di natura economica, è il mantenimento di un vincolo di dipendenza contratto attraverso il battesimo, dal momento cioè in cui si entra a far parte di una realtà societaria (anzi della societas perfecta, come la definiscono i canonisti)
della quale devono essere rigorosamente rispettate le regole. È significativo, al riguardo, che il laico battezzato venga definito ‘fedele’, e che tale fedeltà non venga misurata tanto sull’adesione alla Parola, quanto sull’ossequio ai dispositivi della gerarchia.

La funzionalità dei «precetti generali della Chiesa» al disegno ecclesiologico illustrato è la ragione del loro attuale stato di crisi. Il Vaticano II ha infatti ribaltato radicalmente tale disegno. La riscoperta della Chiesa come ‘mistero’ e come ‘popolo di Dio’ –cfr. soprattutto i primi due capitoli della costituzione Lumen gentium – ridimensiona fortemente sia l’aspetto istituzionale rimettendo al centro quello carismatico, sia l’aspetto gerarchico restituendo un ruolo attivo e responsabile al laicato. La Chiesa nasce dall’azione dello Spirito, ed è anzitutto comunità di tutti i battezzati che, aderendo nella fede al progetto evangelico, acquisiscono pari dignità e divengono corresponsabili della vita della comunità. Il ruolo della gerarchia non è per questo sconfessato; è ricondotto all’interno del popolo di Dio (non al di sopra) e concepito come un ministero da esercitare al servizio di esso.

L’appartenenza alla vita della comunità cristiana non può pertanto essere più definita in termini di obblighi e di proibizioni; deve basarsi sul riconoscimento della pari dignità di ogni battezzato in quanto «nuova creatura in Cristo», e dunque sull’instaurarsi di profondi legami interiori ispirati alla logica della comunione. L’assunzione nella Chiesa di precisi impegni non è dovuta ad obbligazioni esterne; è frutto dell’impulso interiore della grazia, da cui provengono i carismi assegnati a ciascuno perché promuova, a partire da essi, il bene di tutti. L’aspetto istituzionale della Chiesa, e perciò l’esigenza del ricorso anche a normative giuridiche, non è del tutto sconfessato. In quanto istituzione umana, dunque visibile, la Chiesa deve poter contare su un’autorità che promuova l’unità di tutti, promulgando concretamente le ‘regole’, che garantiscano la conduzione ordinata della vita della comunità e favoriscano l’aggregazione di coloro che la compongono.

Ma l’esercizio di tale autorità deve avvenire nel segno della testimonianza e del servizio, e le normative che hanno carattere giuridico, oltre a dover essere ridotte al minimo – è quanto, a suo tempo, Tommaso d’Aquino raccomandava alla gerarchia, denunciando altrimenti il pericolo di soffocare l’azione dello Spirito – non possono (e non devono) impedire la libera espressione della vita interiore di ciascuno, ma facilitarne lo sviluppo. Non si nega dunque alla Chiesa l’opportunità di avere una propria disciplina; si afferma semplicemente che tale disciplina va commisurata alla capacità di alimentare il vero senso dell’appartenenza; in altre parole, di consolidare e di far crescere la comunione.

Gli attuali «precetti generali della Chiesa» per il contesto in cui sono nati e per la loro concreta formulazione, cioè per i loro contenuti, rispondono a questa istanza? Non è facile rispondere. Le obiezioni sono diverse e di grande peso. All’anacronismo di alcuni precetti corrisponde la scarsa utilità di altri, almeno nella forma attuale – basti accennare al fatto che è possibile osservare materialmente il precetto relativo alla penitenza senza fare alcuna vera penitenza – e persino la nocività di altri – quelli relativi alla vita sacramentale (messa domenicale, confessione annuale e comunione pasquale) – che hanno favorito lo sviluppo di una pratica abitudinaria – peraltro oggi percentualmente sempre più limitata – rendendo spesso passiva la partecipazione, ridotta all’adempimento di una prescrizione normativa alla quale si aderisce soltanto per mettersi a posto la coscienza. Lo scarso livello di coinvolgimento dei partecipanti che si riscontra in molte assemblee domenicali è anche la conseguenza dell’insistenza posta sul precetto; insistenza che rischia di far dimenticare, o quanto meno di far passare in secondo piano, l’autentico significato del ritrovarsi insieme attorno alla mensa della Parola e dell’Eucaristia come momento forte di espressione e di crescita della comunità cristiana.

La vera funzione dei precetti è quella di richiamare l’attenzione sulle esigenze fondamentali di una fede matura, spingendo i credenti a sviluppare atteggiamenti interiori e a fare propri comportamenti, che vanno ben al di là dei semplici dispositivi giuridici perché hanno a che fare – come si è ricordato – con esperienze in cui la comunità si costituisce ricuperando la propria identità o con atti che rendono esplicita l’assunzione di responsabilità verso la comunità, anche mediante il sostegno di carattere economico. Quando questa funzione viene meno o si presenta sona una forma del tutto distorta per cui i precetti si riducono ad un obbligo da soddisfare, in una prospettiva del tutto minimalista, la loro osservanza non solo non ha più alcun senso, ma diventa addirittura pericolosa perché favorisce l’affermarsi di una visione legalistica e farisaica dell’esistenza che è agli antipodi della logica evangelica. Il significato autentico del precetto è qui radicalmente distorto; anziché supportare la coscienza nel suo processo di crescita, esso finisce infatti per paralizzarla, inducendo il dilagare di atteggiamenti di passività e di dipendenza, che hanno come esito l’atrofizzazione dell’interiorità, del cuore e dello spirito.

Pur riconoscendo alla Chiesa – come si è detto – la possibilità di promulgare precetti, è lecito dubitare della possibilità di restituire credibilità a quelli del passato, ai quali si è fatto qui riferimento e che sono tuttora (almeno formalmente) in vigore. Le esigenze di promozione della vita della comunità, che ha bisogno per svilupparsi in modo ordinato anche di regole di condotta, possono senz’altro imporre la promulgazione di nuovi precetti nel solco delle condizioni indicate. Ma, in un’epoca di profonda secolarizzazione come la nostra, la via privilegiata da perseguire non è certo la via dei precetti; è piuttosto quella di una seria educazione delle coscienze, volta a far maturare, sia a livello personale che comunitario, una fede convinta e adulta che sappia confrontarsi coraggiosamente con la varietà e complessità delle situazioni esistenti. Molti temono (non senza ragione) che questo possa favorire, accentuandolo, il processo di assottigliamento del numero (già molto più esiguo che in passato) di coloro che si dicono credenti e che vengono, come tali, considerati appartenenti alla Chiesa. Ma la scelta è, oggi più che mai, per le ragioni ricordate, tra un cristianesimo di massa, fatto di maggioranze surrettizie, per le quali l’unico legame è costituito dall’adesione a regole estemporanee ed esteriori, e un cristianesimo minoritario (quale di fatto già è) per il quale conta soprattutto la testimonianza da rendere, in assoluta fedeltà, ai valori evangelici.

La secolarizzazione, che non può essere ridotta alla semplice crisi del ‘sacro’, ma intacca più profondamente il mondo dei valori e la stessa questione del senso della vita, esige la presenza sempre più consistente di credenti e di comunità che sappiano rendere trasparente nella vita quotidiana la bellezza del messaggio cristiano. Che siano in grado, in altre parole, di lasciare intravedere come l’esistenza umana trova la sua ragione ultima in un’esperienza dall’alto, che anima di sé ciascuno e che convoca tutti coloro che vi aderiscono, in piena libertà (e senza bisogno di alcun precetto), attorno alla mensa della Parola e del Pane, dove si alimenta il senso della comune appartenenza e si rafforza l’attesa della pienezza del Regno.
Giannino Piana
Fonte: “Servizio della Parola” n. 389 – settembre 2007 – in Viottoli foglio di Comunità Ottobre 2007

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