"Religione è aiutare gli altri": Sondaggio sulle convinzioni religiose

Sette italiani su dieci non hanno mai aperto il Vangelo, Madre Teresa la più letta
di GIACOMO GALEAZZI (fonte: lastampa.it)

L’«apostola degli ultimi» Madre Teresa è di gran lunga l’autore religioso più letto in un Paese in cui solo una persona su sei conosce i Vangeli e quasi tutti fanno coincidere l’attenzione alla spiritualità con l’aiuto ai bisognosi. La fede, dunque, come forma di solidarietà, la Chiesa come la Caritas. A tracciare un inedito rapporto sulla fede è «Gli Italiani e i libri religiosi», l’indagine eseguita da «Coesis research» per l’editrice San Paolo. Ne emerge, tra l’altro, che i giovani scelgono i libri di Ratzinger mentre le persone più mature preferiscono quelli del cardinale Carlo Maria Martini, patrono appunto dei «cattolici adulti».

Inoltre, il 90% è d’accordo che a scuola si insegni religione, pur ritenendo in gran parte (67%) che un’ora di insegnamento alla settimana sia sufficiente. L’importante, però, è che venga dato più spazio ai temi di cultura religiosa durante gli orari scolastici. «Dall’ora di religionei ci si attende più conoscenza e meno discorsi generici – osserva il cardinale Achille Silvestrini -, quindi studio della Bibbia e classici della cultura e della spiritualità cristiana». Il fatto che, come figure di riferimento, i preferiti dagli italiani siano i testimoni della solidarietà (Madre Teresa e, in misura minore, Charles de Foucald) spiega perché i modi migliori per coltivare la spiritualità siano considerati l’aiuto al prossimo e l’impegno nel volontariato.

Ben distanziate, la preghiera, la partecipazione alla messa, la frequentazione della parrocchia e l’adesione ad un movimento ecclesiale. I libri religiosi di maggior successo nell’ultimo anno sono stati «Gesù di Nazeth» di Benedetto XVI e «Una vita con Karol» del cardinale Stanislao Dziwisz, ex segretario personale di Giovanni Paolo II.

Nella classifica degli autori religiosi prediletti figurano tre donne nei primi quattro posti: oltre a Madre Teresa, il dottore della Chiesa Caterina da Siena e la mistica Teresa d’Avila. Solo una piccola minoranza (15%) ha letto per intero i Vangeli, ma, a sorpresa, l’evangelista più conosciuto è il più ostico e «intellettuale»: Giovanni. Segno di una fede di pochi, ma con la effe maiuscola.

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Don Mario, prete dei gitani che dice messa in roulotte

di Zita Dazzi

Da 30 anni vive da nomade tra i nomadi
Pregiudizi Sugli zingari, tante menzogne. Sapete che hanno raccolto 88 mila euro per fare una chiesa?
Scelte di vita Questo tipo di libertà è l´unica alternativa sensata alla vostra civiltà falsa e malata
 
Nomade fra i nomadi per scelta, non per nascita. Don Mario Riboldi, famiglia brianzola, amico in gioventù del futuro papa Paolo VI, avrebbe potuto invecchiare comodamente fra gli stucchi dorati del Vaticano. Ma ha scelto di consumare la sua vita fra i campi e di girare l´Italia dietro alle carovane degli zingari. La sua roulotte è piccola, ma accogliente, come il caravan dove celebra tutti i giorni. L´acqua viene dalla fontana, il riscaldamento dalla stufetta a gas. Il sorriso, sornione, sembra un fermo immagine dal Tempo dei Gitani.
Da trent´anni vive e celebra la messa in una roulotte. Parla al gregge dei suoi fedeli in «romanes», la lingua degli zingari, e critica la civiltà dei «gagi», i non-zingari, con tutti i loro pregiudizi, la loro violenza, la «fretta che non permette di apprezzare la bellezza della natura».
Diffidente e sarcastico nei confronti delle gerarchie, dei politici, della città che lavora e che produce, a 76 anni suonati, don Mario Riboldi, può permettersi il lusso di criticare tutto e tutti, affacciandosi sui campi di Brugherio, nello spiazzo di ghiaia sotto la tangenziale, dove ha definitivamente parcheggiato il suo caravan 16 anni fa, dopo aver girato il nord Italia e l´Europa.
Nato a Biassono e nominato da papa Montini cappellano dei gitani per l´Italia, don Riboldi è invecchiato al ritmo del jazz di Django Reinhardt, il grande musicista di cui si innamorò anche Woody Allen che gli dedicò il film Accordi e Disaccordi. Dal chitarrista tzigano vissuto negli anni ‘40 discende anche la famiglia allargata dei rom con cui il nostro arzillo sacerdote abita da tempo. A vederlo oggi, don Mario sembra un personaggio momentaneamente uscito da un film di Kusturica. Anche quando indossa i paramenti per andare a celebrare la messa delle cinque del pomeriggio nella roulotte vicino alla sua, si presenta come uno di quei patriarchi gipsy scavati dal tempo e dai viaggi. Cappellino nero, baffetti tagliati corti, bianchi come le lunghe basette che gli incorniciano il volto affilato, sorriso sornione e voce resa roca dalle troppe sigarette o forse dagli acciacchi dell´età, Riboldi vuole smontare i luoghi comuni sui gitani uno a uno.
«Voi chiedete solo dei furti e dell´elemosina, quando parlate dei rom. Ma cosa mi rispondete se io vi spiego che i gitani hanno raccolto ben 88.000 euro per costruire una chiesa a Tejùs, in Romania? E non sto parlando dei romeni, perché i rom non sono solo quelli della Romania. Sto parlando dei nostri rom: i synti, i manuche, i giostrai, i camminanti. Tutti italiani, molti cattolici, comunque credenti».
Seduto nella sua roulotte, sotto al crocefisso e fra le pigne di ritagli dei giornali archiviati per testimoniare la «montagna di menzogne scritte sui rom», è difficile immaginarlo bambino nella calma piatta della Brianza. Come arduo è raffigurarselo giovane diacono nel seminario di Venegono, in mezzo a tanti di quei monsignori che oggi vivono nelle chiese del centro.
«Voi mi volete incastrare», è la risposta standard a quasi tutte le domande. «Ma io sono più furbo di voi e vi dico quel che voglio dirvi io: com´è possibile che dal popolo gitano, con tutto il male che la gente ne pensa, sia venuto fuori un beato, Zeffirino, primo martire gitano, mentre altri due sono in corsa per la canonizzazione?». Don Mario sfoglia la rivista degli zingari cattolici, che lui cura da decenni. «Certo, la messa per questa gente è un punto di arrivo. Io quando predico prendo in mano la Bibbia, capitolo uno versetto uno. Si comincia con 15 che ti ascoltano, si finisce con 3. Ma a me ne basta uno. Non è la quantità che conta, ma la qualità. Perché di Dante Alighieri ce n´è uno, ma è grazie a lui si è smesso di parlare male del Medioevo».
Don Riboldi sabato scorso ha portato i suoi zingari a pregare a Sant´Ambrogio. La Curia ambrosiana, dopo la sua rinuncia alla nomina vaticana («Non avevo nessuna intenzione di passare la vita dietro a una scrivania») lo apprezza e l´ha eletto cappellano degli zingari della diocesi. «Fra questa gente succedono cose esaltanti. I loro sono valori autentici. E se in cambio dell´"integrazione" si chiede la rinuncia alla libertà, allora io sono d´accordo con loro e rimango a vivere fra i boschi. Questo tipo di libertà è l´unica alternativa sensata alla vostra civiltà malata». (fonte: repubblica milano)

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Una lezione di utopia…

I PROGETTI PEDAGOGICI DI DON LORENZO MILANI

Il 26 giugno di quarant’anni fa moriva don Lorenzo Milani, un prete etichettato “scomodo” dai più e considerato un emarginato dalla Chiesa, confinato in un paesino di montagna dove nelle intenzioni avrebbe potuto nuocere solo a poche anime. Si sta avvertendo uno strano montare di consensi nei suoi confronti: intellettuali di destra e sinistra che partecipano ai dibattiti organizzati per commemorarlo, eccelsi astici che insistentemente vanno ripetendo il vecchio ritornello della sua obbedienza “senza se e senza ma” alla Chiesa.
Gli stessi ecclesiastici che dimenticano quanto ebbe a scrivere lo stesso don Dilani: “Per un prete, quale tragedia più grossa di questa potrà mai venire? Essere liberi, avere in mano sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti, scuola e con tutta questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il bel frutto di essere derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti”. Fu certamente un anticonformista il nostro prete di Barbiana, magari persino anarchicheggiante specie quando prendeva di mira la propria eredità socioculturale, per esempio e a proposito del “santo ateismo” da lui professato e attuato, in cui la fede non era un punto di partenza da ribadire continuamente, ma un traguardo da meritare, frutto di quella educazione attivistica. La sua poliedrica personalità e il carattere delle sue azioni si sono concretizzate in scelte pedagogiche di fondo, ispiratrici poi delle sue felici tecniche didattiche. Il priore di Barbiana aveva tracciato, insomma, un disegno formativo che mirava a trovare volta per volta le soluzioni da applicarsi non tanto alla realtà sociale esistente, quanto pensate per una realtà di cui a priori dobbiamo riconoscere la giustezza etica per i suoi obbiettivi (istruzione come emancipazione) e anche ammirarne l’originale inventiva, non altrettanto però la possibilità di realizzazione. Ecco spiegato, secondo il mio modesto parere, il disegno utopico. Questo non pregiudica e né tanto meno banalizza il suo disegno complessivo che era niente di meno che quello di raddrizzare il mondo ponendo sul trono i poveri al posto dei ricchi e così finalmente attuando la vera giustizia sociale, ma era chiaro anche allo stesso don Milani che questo suo disegno di “raddrizzare il mondo ingiusto” per mezzo della parola data ai poveri poteva apparire un’utopia. Don Milani rimane una personalità complessa, le sue contraddizioni non si possano cancellare, altrimenti se ne va quel tratto di chiaroscuro che era la sua peculiarità ineliminabile. Spesso dalle biografie postume e dagli stessi suoi interventi e carteggi di cui si sta parlando dal nord al sud Italia, si ha l’impressione, quasi la certezza, che don Milani voglia asserire una cosa e poi il suo contrario. Ma spendere centinaia e migliaia di pagine per fasulle disquisizioni su quella o quell’altra posizione in apparenza contraddittoria, nel caso don Milani non serve a nulla perché a volte quel contrasto fa riemergere collegamenti sottotraccia che lo sanano. Che don Milani, anche e a distanza di anni, divida non possiamo darlo per un gioco virtuoso. Memorabile fu l’intervento dello scrittore Vassali che nel 1992 ebbe a definire il priore non un grande educatore ed emancipatore del povero ma piuttosto un pedagogo autoritario, manesco e irridente ogni altro tentativo di reale rinnovamento pedagogico, salvo il proprio, non ammettendo obbiezioni di qualsiasi sorta al proprio assunto per cui tutti i mali derivavano dall’odio dei ricchi contro i poveri. Il suo snobbare i problemi pedagogici – didattici era, ed in parte lo è ancora, comune alla cultura ufficiale, ma rimane comunque un modello di straordinaria umanità, di grandezza d’animo. Si sa che il bersaglio della polemica donmilaniana era in primo luogo la selezione scolastica, culminata con la stesura di “Lettera a una professoressa”. La vera riforma per don Milani sarebbe stata la trasformazione di una scuola selettiva in una scuola egualitaria di massa che ponesse in atto meccanismi a favore dei poveri e a sfavore dei ricchi ma a distanza di quarant’anni di quelle aspettative rimangono solo le parziali e inevitabili concessioni per un accesso facilitato a tutti, anche ai poveri. Per eliminare le selezioni non bastava e non basta aprire gli accessi e diplomare alla fine tutti o quasi, innescando anche oggi quel meccanismo che ha visto raggiungere il titolo finale anche da parte di chi si è presentato all’esame gravato dai famigerati “debiti formativi” non assolti. La risultanza utopica è sotto gli occhi di tutti: il sovrabbondante, incongruo, gettito di diplomati è finito strozzato nel collo della bottiglia degli accessi al lavoro. Oggi con molta probabilità anche i bocciati di Barbiana di oltre quarant’anni fa, sarebbero stati promossi senza neppure bisogno di frequentare un istituto pubblico, ma quando poi si fossero trovati a spasso con la patente di maestro in tasca e per mancanza di posti si fossero dovuti accontentare di tornare a zappare la terra, non si sarebbero pentiti di quella scelta azzardata o avveniristica.
Ermanno Caccia (fonte: avanti.it)

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Censura di massa

di: Alessio Mannucci  (fonte: ecoplanet.com)

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Riccardo Franco Levi, ha presentato una proposta di legge che intende “regolare” i prodotti editoriali del web, prevedendo sanzioni per eventuali diffamazioni. Tutti i siti, compresi i blog, dovranno registrarsi al “ROC”, il Registro per gli Operatori della Comunicazione. «Non abbiamo interesse a toccare i siti amatoriali o i blog personali – rassicura Levi – non sarebbe praticabile». «Quando prevediamo l’obbligo della registrazione – continua Levi – non pensiamo alla ragazza o al ragazzo che realizzano un proprio sito o un proprio blog, pensiamo, invece, a chi, con la carta stampata, ma anche con internet, pubblica un vero e proprio prodotto editoriale e diventa, così, un autentico operatore del mercato dell’editoria». Levi difende anche il percorso di partecipazione con cui la proposta è stata costruita: «Non abbiamo lavorato nel chiuso delle nostre stanze: abbiamo pubblicato uno schema di legge e un questionario sul nostro sito internet e ci siamo fatti aiutare da esperti dell’economia e del diritto. Il risultato – spiega – è leggibile sul nostro sito, dove pure si possono trovare in totale trasparenza tutti gli elementi e i dettagli dell’intervento pubblico a favore dell’editoria».

Il disegno di legge è stato approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 12 ottobre: il Governo, su proposta del premier Romano Prodi, ha delegato se stesso all’emanazione di un testo unico per il riordino dell’intera legislazione del settore editoriale. Ora il ddl passerà all’esame delle Camere. Intanto, si sono scatenate le polemiche. Il ministro Di Pietro, dal suo blog, si è scagliato contro la proposta, che reputa «liberticida, contro l’informazione libera e contro i blogger che ogni giorno pubblicano articoli mai riportati da giornali e televisioni».

«Per quanto ci riguarda – spiega Giuseppe Giulietti, deputato DS e fondatore di Articolo21 – riteniamo un gravissimo errore l’assimilazione tra i siti editoriali tradizionali e l’intero universo dei blog». «Voglio sperare che il ddl del governo non voglia davvero regolamentare i blog nella rete, sarebbe come voler fermare l’acqua del mare», parafrasa il responsabile Informazione del PDCI, Gianni Montesano. Che però aggiunge: «Una cosa è la libera circolazione delle idee e delle informazioni, altra cosa un’iniziativa editoriale, per la quale, in quel caso sì, è giusta una regolamentazione».

È Beppe Grillo, titolare di uno dei blog più visitati al mondo, a guidare il fronte degli scontenti. «Palazzo Chigi ha approvato un testo per tappare la bocca a internet e nessun ministro si è dissociato. La prova ? La legge Prodi-Levi prevede che chiunque abbia un sito debba metterlo sul ROC dell’autorità delle comunicazioni, produrre certificati e pagare soldi anche se non lo fa a fini di lucro. Il 99% dei blog chiuderebbe. Il restante 1% risponderebbe, in caso di reato, di omesso controllo, e incapperebbe negli articoli 57 e 57 bis del codice penale. In pratica, galera sicura. Se questa legge passa, sarà la fine della Rete in Italia. Io sarò costretto a trasferirmi in un Paese democratico».

«Niente censure», risponde Levi, nessun controllo di Stato su internet. «Il governo – spiega il sottosegretario alla presidenza – non ha alcuna intenzione di tappare la bocca alla rete, non ne avrebbe neppure il potere. Ha soltanto varato un disegno di legge per mettere ordine al settore. Una cosa è un ragazzo che apre un sito, un’altra chi pubblica un vero prodotto editoriale. Vogliamo creare le condizioni per un mercato libero, aperto e organizzato». Insomma, sostiene il sottosegretario, «lo spirito della legge è chiaro: quando prevediamo la registrazione non pensiamo al ragazzo che realizza un proprio sito, ma chi attraverso internet fa informazione». Certo, ammette, «siamo consapevoli che il confine è sottile e non facile da definire, ed è per questo che ci affidiamo al garante».

Ma il blog di Grillo, che fine farà ? «Non spetterà al governo deciderlo», dice Levi.

Si può garantire un libero flusso dell’informazione impedendo l’utilizzo in rete, magari come chiavi di ricerca, di parole potenzialmente pericolose? Questa la domanda a cui bisognerà rispondere se andrà in porto il nuovo progetto annunciato dal commissario europeo alla Sicurezza Franco Frattini, intenzionato a mettere al bando termini come “bombe” o “uccidere”.

“Intendo condurre una indagine esplorativa con il settore privato – ha spiegato Frattini a Reuters – su come sia possibile utilizzare la tecnologia per impedire che la gente utilizzi o ricerchi termini pericolosi come bomba, uccidere, genocidio o terrorismo”. Le dichiarazioni del Commissario, che già in passato aveva espresso alcune perplessità sulla disseminazione online di certe informazioni, non sono per ora destinate a tradursi in una normativa o in una tecnologia specifica: l’appello di Frattini è al settore privato e a quello pubblico, affinché collaborino individuando delle strade possibili.

In tal senso, il prossimo novembre Frattini intende inserire questa idea in una serie di misure anti-terrorismo che verranno proposte agli stati membri dell’Unione Europea, procedure che comprendono sistemi più efficienti per la prevenzione di attentati e l’analisi dei passeggeri in transito negli aeroporti. Sarà un caso, ma le dichiarazioni di Frattini sono giunte l’11 settembre, a sei anni dall’attentato alle Torri Gemelle, proprio in concomitanza dello European Security Research and Innovation Forum, un meeting che ha riunito i principali esponenti dell’industria tecnologica europea.

Secondo Frattini, è necessario muoversi in una direzione di maggiore severità, in quanto la rete, come già più volte ripetuto da molti esperti e diverse amministrazioni, viene utilizzata in modo massiccio dalle reti terroristiche internazionali. A chi ha definito il progetto di Frattini di “censura selettiva”, il Commissario ha risposto che. “istruire qualcuno su come si costruisce una bomba non ha niente a che vedere con la libertà di espressione, o la libertà di informare. Il giusto equilibrio a mio avviso è dare priorità alla protezione dei diritti assoluti e, primo tra tutti, quello di vivere”. Il Commissario ha garantito che non ci potrà essere alcun freno alla divulgazione di documenti storici, opinioni o analisi. Quel che va bloccato, ha spiegato, è la diffusione di istruzioni operative che i terroristi possono far proprie ed utilizzare. “Il livello della minaccia – ha sottolineato Frattini – rimane molto elevato”.

Tra le misure che dovranno essere implementate all’interno dell’Unione Europea, Frattini auspica modi più veloci per il blocco dei siti web. Il Commissario lamenta come in molti paesi dell’Unione sia ancora assai difficile pervenire ad una disconnessione di certi siti in tempi rapidi.

A chi l’accusa di fornire da anni alla dittatura birmana programmi e tecnologia per sottoporre a censura informazioni e opinioni che circolano via computer, Fortnet, un’azienda di Sunnyvale, nella Silicon Valley, risponde che non vende i suoi prodotti direttamente, ma attraverso società intermediarie. Non sa quindi molto dei clienti finali, anche se ritiene che siano essenzialmente aziende private che acquistano «filtri» da utilizzare, ad esempio, per impedire al loro personale di accedere a siti porno. Gli investigatori di Open Net Iniziative, osservatorio creato dalle università di Harvard, Oxford, Cambridge e Toronto per monitorare lo «stato di salute» di Internet, obiettano che tempo fa il capo delle vendite della società è stato ripreso dalla tv birmana mentre incontrava il capo del governo del Paese asiatico.

«No comment » anche da altre società californiane come Websense e Blue Coat System, la cui tecnologia è usata per censurare la rete in Paesi mediorientali come Yemen ed Emirati. Blue Coat, invece, ammette tranquillamente di lavorare per il governo dell’Arabia Saudita; anzi, sembra orgogliosa di assistere un alleato degli USA a, anche se il governo di Riad non è esattamente una democrazia. Per tenere sotto controllo il web, Singapore, altra dittatura che ha forti legami con l’Occidente, si affida invece a SurfControl, società a capitale britannico ma basata in California. Quanto all’Iran, non è chiaro quale tecnologia usi oggi: in passato ha sicuramente basato le sue censure sul sistema SmartFilter di SecureComputing, ma la società americana sostiene che Teheran l’ha usato illegalmente e non dispone degli ultimi aggiornamenti del programma.

La rivoluzione digitale di Internet ha aperto nuove frontiere di libertà nella circolazione delle informazioni ma, com’era forse inevitabile, ha anche spinto molti governi autoritari a cercare di neutralizzare gli aspetti democratici della rivoluzione digitale. Chi pensava che imbrigliare uno strumento universale come la rete equivalesse a tentare di svuotare il mare con un secchio, chi era convinto che il regime comunista cinese non sarebbe sopravvissuto all’avvento della comunicazione a banda larga, sta rivedendo i suoi giudizi: a Pechino, il PCC rimane al potere, mentre Internet è soggetto a una severissima sorveglianza. E i giganti americani di Internet — Microsoft, Google, Yahoo ! e Cisco Systems — sono stati ribattezzati dagli internauti «la banda dei quattro» per la collaborazione offerta alle autorità di Pechino nei loro interventi repressivi, nel tentativo di non perdere il ricco mercato cinese.

Quello della Cina è il caso più macroscopico e discusso, ma la censura su Internet si sta sviluppando a macchia d’olio in mezzo mondo. Secondo Open Net Iniziative (ONI), alcune repubbliche dell’ex URSS — soprattutto Bielorussia, Tagikistan e Kirghizistan — hanno ripetutamente smantellato interi siti web o bloccato quelli controllati da forze di opposizione nei periodi che precedono le consultazioni elettorali. L’elenco degli altri Paesi che cercano in un modo o nell’altro di mettere la «museruola» a Internet è lungo e comprende, oltre a quelli già citati, Egitto, Cuba, Corea, Siria, Tunisia e Vietnam. Apparentemente, invece, Russia, Malesia, Israele e Venezuela non hanno programmi governativi di intervento nella rete.

Quanto all’Europa, secondo l’organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione, ben 24 Paesi su 56 intervengono in qualche modo per limitare l’attività di Internet. Ma quali sono le tecniche d’intervento più comuni ? C’è chi scatena attacchi di hacker contro i siti che danno più fastidio e chi, come la Cina, gioca d’anticipo e impone a chi vuole operare nel suo Paese di esercitare un’autocensura preventiva sui contenuti. L’Iran, oltre a censurare, ha bloccato i sistemi di comunicazione a banda larga in modo da limitare l’afflusso e la velocità di circolazione di testi e video. La misura più drastica l’ha adottata la giunta militare birmana che nei giorni della protesta ispirata dai monaci buddisti è arrivata addirittura a disattivare l’intera rete.

Misure estreme che fanno notizia. Si parla meno dell’ordinaria censura, quella di routine, in genere attivata utilizzando programmi e tecnologie sviluppate da società americane di quella stessa Silicon Valley che ha regalato al mondo la libertà della comunicazione universale «a portata di clic». Gli studi fin qui condotti escludono i Paesi democratici dell’Occidente: si dà per scontato che qui i controlli, quando ci sono, servano a combattere il terrorismo o la pornografia, non a censurare la libertà di espressione. In realtà, anche in Europa non tutto è scontato, come nel caso della Germania che blocca siti e messaggi filonazisti.

Al Congresso di Washington è stato appena presentato il “Global Online Freedom Act”, un progetto di legge che punta a evitare che l’America continui a esportare software destinato a un uso politico repressivo. Non esistono soluzioni semplici sul piano tecnico (il software usato dai governi è abbastanza simile a quello sviluppato per combattere intrusioni nelle reti aziendali e anche nelle utenze domestiche), ma anche su quello politico il quadro non è del tutto nitido. Tanto più che nemmeno il Congresso si può considerare davvero indenne da tentazioni censorie. Prendiamo il caso Wikipedia: la recente indagine dalla quale è emerso che moltissime voci dell’enciclopedia «spontanea» sono state alterate dall’intervento di entità come la CIAa, il partito repubblicano, la chiesa cattolica e quella anglicana, è stata avviata da alcuni neolaureati del California Institute of Technology dopo aver scoperto che numerosi parlamentari USA avevano ripulito le loro scheda che compare su Wikipedia.

In campo internazionale, mentre gli USA hanno lanciato una campagna mediatica e politica ferocissima sulle costanti violazioni delle libertà individuali in Cina, due giganti della Information and Communications Technology statunitensi hanno firmato accordi commerciali che queste violazioni le consentono. Yahoo ! Incorporated, la più nota corporation pubblica di servizi Internet con quartiere generale a Sunnyvale in California, e Microsoft Corporation, sede Redmond a Washington, hanno firmato insieme a molti altri operatori dell’ITC un accordo con Pechino che restringe ancora di più la già scarsa libertà d’opinione in vista del 17° Congresso del Partito Comunista Cinese, he si è tenuto intorno alla metà di ottobre.

Per continuare ad operare nel mercato cinese, i firmatari hanno scelto di impegnarsi a rispettare un “codice di condotta” che ha poco il sapore della deontologia e molto quello della censura. Il codice è stato elaborato dalla Internet Society of China, un organismo semiufficiale i cui membri appartengono all’Accademia delle Scienze o ad altri think-thank vicini al Partito Comunista Cinese. Principio guida sottoscritto dalle Corporations: «non diffondere messaggi erronei ed illegali». Tra i comportamenti da seguire c’è quello, ad esempio, di costringere i blogger cinesi a registrarsi con nomi e cognomi reali. Secondo l’organizzazione non governativa Reporters sans Frontieres, che ha lanciato l’allarme sul codice firmato con il silenzio di molti media, si tratta di «un’ iniziativa che avrà conseguenze molto gravi sulla blogosfera cinese e che segna la fine dei blogger anonimi… rischia di aprirsi una nuova ondata di repressione e di censura».

Le notizie che scappano ancora alle maglie della censura sono troppe per Pechino e rischiano di turbare la «società armoniosa» del presidente Hu-Jintao. Per evitare ciò, lo scorso agosto sono state arrestate sessanta persone nel nordest del Paese con l’accusa di avere diffuso notizie false attraverso Internet e telefoni cellulari. Reporters sans Frontieres ha provato ad ottenere una conferma o una smentita dalle sedi di Pechino di Yahoo ! ed MSN (la divisione Microsoft che si occupa di messaggistica). Quello che hanno ottenuto è stato un rigidissimo “no comment”.

Yahoo ! era già nell’occhio del ciclone per avere rivelato alla polizia cinese il nome di Shi Tao, un giornalista condannato a dieci anni di prigione per aver pubblicato una circolare dell’Ufficio per la Propaganda del Partito Comunista con la quale si ordinava ai giornalisti di non affrontare alcuni argomenti «scomodi». Il regime nazi-comunista cinese non ha gradito anche le proteste dei famigliari dei 181 minatori rimasti intrappolati sottoterra per una settimana a Xintai, nella provincia dello Shandong: le proteste, riprese da un videofonino, hanno fatto il giro del mondo attraverso YouTube. Le autorità cinesi della città di Xiamen, invece, messe in minoranza da SMS e Internet in una mobilitazione popolare contro la creazione di un impianto chimico, hanno obbligato i frequentatori dei siti web locali a registrarsi con il proprio nome e cognome nei forum nei quali esprimono le proprie opinioni. Non solo: ogni post sarà valutato prima della sua pubblicazione e qualsiasi post inaccettabile verrà bloccato: un funzionario ha spiegato che “coloro che diffonderanno informazioni false o dannose saranno arrestati o multati”.

Le autorità cinesi hanno anche bloccato un sito chiamato Great Firewall of China che, tramite un server situato in Cina, permetteva di verificare se un sito (o blog) fosse bloccato dal Grande Firewall Cinese. Inoltre, sono stati bloccati YouTube, Wikipedia e il sito Blogspot.com, già bloccato in precedenza per via di post del blogger cinese Chinabounder, che raccontava i propri successi sessuali con una signora mentre lavorava come insegnante di inglese. Ancor più recentemente, in Cina sono risultati inaccessibili i motori di ricerca americani Google, Yahoo ! e Live Microsoft: gli utenti venivano reindirizzati automaticamente sul motore cinese Baidu, che “evita” pagine sgradite a Pechino. La sospetta censura è stata denunciata da diversi grandi blog americani, come TechCrunch, Digital Marketing Blog e Blogoscoped. Google in un primo tempo ha confermato il blocco. Poi, il 19 ottobre, il portale del motore di ricerca era di nuovo raggiungibile dalla capitale e da altri grandi centri. Eppure, per entrare sul mercato cinese, dove ad esempio il portale Alibaba vale (collocamento sulla borsa di Hong Kong previsto il 6 novembre prossimo) la bellezza di 1 miliardo e 320 milioni di dollari, sia Google che Yahoo ! hanno accettato limitazioni e una collaborazione spesso fin troppo aperta e accondiscendente con le autorità di Pechino. Una commissione del Congresso americano ha recentemente avanzato il sospetto che i vertici di Yahoo ! abbiano mentito sulle informazioni fornite a Pechino su dissidenti cinesi che frequentano internet.

La sfida per il controllo è comunque mastodontica. In Cina, gli utenti della rete sono 137 milioni, il secondo posto per numero di connessioni dopo gli Stati Uniti. Il paese è diventato quest’anno il primo mercato mondiale per il colosso dei cellulari Nokia. Senza un accordo con l’ITC mondiale, è impossibile esercitare un controllo e una censura efficaci, se non assoluti. Ne sa qualcosa la NSA, che negli USA si è accordata con le compagnie private per ottenere intercettazioni e dati di qualsiasi comunicazione. La sfida lanciata alla rete, l’11 luglio del 2001, dall’allora presidente cinese Jiang Zemin, contro «l’informazione perniciosa», per trasformare la diffusione di materiale «segreto o reazioniario» in crimini capitali, non sarebbe possibile senza l’acquiescenza del mercato. Oggi Yahoo !, solo una delle tante Corporations, si difende ammettendo che sottostare a determinate regole è l’unico modo per operare nel mercato cinese.

In Europa, la censura politica, non particolarmente in voga, cede il passo a un filtraggio etichettato come «sociale», rivolto in genere ai contenuti che risultano illegali secondo le leggi dei rispettivi paesi. È il caso soprattutto di materiali pornografici e pedo-pornografici, di contenuti giudicati xenofobi o razzisti e di materiale considerato come incitante all’odio e al terrorismo. Negli ultimi anni, tuttavia, i paesi europei stanno ricorrendo sempre di più allo strumento del filtraggio sociale, non solo rispetto all’informazione illegale, ma anche rispetto a un’altra categoria di contenuti menzionata nel Piano d’Azione per la Promozione dell’Utilizzo Sicuro di Internet: quella del materiale «nocivo». È così che viene definito tutto ciò che può risultare offensivo dei valori e dei sentimenti di qualcuno, che si tratti di sentimenti politici, religiosi o di altra natura.

L’auto-regolazione volontaria delle società che forniscono servizi Internet è uno dei punti chiave delle strategie delineate dal Piano europeo, una modalità di controllo sull’informazione che punta ad una cooperazione tra le imprese e gli stati, da attuarsi con mezzi più o meno incisivi a seconda delle caratteristiche dei casi, segnalati da apposite agenzie governative. Adottata già nel 2004 dal Regno Unito, seguito da Norvegia, Danimarca, Svezia e Italia, la politica dell’autoregolazione risulta spesso «volontaria» solo formalmente, essendo in molti casi sollecitata e regolata dalle autorità attraverso provvedimenti legislativi. In alcuni casi, come in Germania, sono stati i motori di ricerca e i provider stessi a decidere di unire le forze per organizzare il filtraggio di contenuti nocivi ai minori (sesso e violenza, ma non solo), basandosi su una lista nera fornita da un’agenzia statale. Ed è proprio in Germania che l’effetto di questa politica si è fatto sentire in maniera pesante, sconvolgendo i membri delle comunità di Flickr.

Flickr è la piattaforma di condivisione di immagini online più popolata della rete, con milioni di iscritti in tutto il mondo, che annovera tra i suoi membri, oltre a casalinghe disperate che morivano dalla voglia di invadere la rete con i propri autoscatti e feticisti del fotolog e del report delle vacanze, anche moltissimi fotografi, illustratori, grafici e professionisti della creazione e della manipolazione di immagini. Eserciti di creativi che nelle pause dal lavoro sfogano il loro immaginario represso negli scontri di Photoshop Kung Fu, esperti di fotoritocco che si divertono con i montaggi, pittori, scultori e artisti di ogni sorta, che usano il sito per far conoscere le loro creazioni. Dal giugno scorso, gli utenti tedeschi non possono visualizzare il contenuto delle immagini che non siano «flaggate» come «sicure», né quelle prive di «flag». Quello dei «flag» è un sistema di auto-filtraggio che il software offre all’utente come servizio per limitare l’accesso alle foto che ritiene non del tutto «sicure». L’utente può decidere di valutare o meno le sue immagini e può valutare le immagini degli altri utenti come ad uso «sicuro», «moderato» o «ristretto», sollecitandone così la revisione da parte dello staff.

I membri tedeschi di Flickr si trovano così a condividere con Cina, Honk Kong, Singapore e Corea il triste destino di utenti «minorenni», esclusi dall’accesso a una grossa fetta del materiale postato da loro stessi e dagli altri membri, come quelle raffiguranti corpi nudi o altre scene valutate come «adatte a un pubblico adulto». Il dissenso dei membri si è organizzato nei forum interni, promuovendo diverse pratiche di protesta e reazione, rivendicando il diritto di utenti paganti ad accedere a tutti i contenuti. A fronte della protesta, del resto, gli amministratori hanno avuto ben poche possibilità di intervenire, essendo divenuti proprietà di Yahoo ! proprio pochi giorni dopo la costituzione della cordata per la «sicurezza» formata da Yahoo ! stessa insieme a MSN Deutschland, AOl Deutschland, Google e Lycos, intrapresa come mossa preventiva di ulteriori restrizioni legali, temute da quando l’UE ha iniziato a esercitare pressioni sugli stati e sulle imprese per coordinare una politica comune di filtraggio.

Dal 7 giugno scorso, Flickr risulta parzialmente navigabile in gran parte della Cina: in quasi tutto il territorio cinese risulta impossibile visualizzare le immagini presenti su Flickr, oppure inserire nuovi contenuti testuali o visualizzare quelli più recenti. Il personale tecnico del portale ha escluso che il problema sia dovuto a ragioni tecniche interne. John Kennedy, su Global Voices, ha spiegato che la causa di quanto accaduto sarebbero Lian Yue e Bullog, giornalista e blogger cinesi che da soli portavano avanti una campagna di informazione sulle manifestazioni di protesta che si stavano svolgendo nella regione di Xiamen. È possibile che c’entrino qualcosa anche le decine di immagini riguardanti gli avvenimenti di Piazza Tiananmen, moltiplicatesi in occasione dell’anniversario dei fatti del 1989, che raccontano una verità diversa da quella ufficiale e poco gradita alle autorità cinesi.

La blogosfera si è riempita velocemente di interventi polemici contro questa “purificazione”: molti anche i consigli su come aggirare la “Grande Muraglia” virtuale che circonda la Cina, attraverso interessanti estensioni per Firefox. Una in particolare è diventata una specie di punto di riferimento per la libertà di navigare ovunque: si tratta di “Access Flickr !”, sviluppata da Hamed Saber per scavalcare un blocco analogo a quello cinese messo in atto dal governo iraniano. L’estensione si installa facilmente e consente di fruire liberamente e senza alcuna restrizione dell’intero portale. Lo stesso Saber si è dichiarato disposto ad aiutare la comunità cinese di Flickr per agevolare l’introduzione del suo plugin, raccogliendo il plauso della rete dei blogger. Esistono anche altre soluzioni che permettono di scavalcare il blocco, ma nessuna è così semplice da usare come Access Flickr !.

La vicenda di Flickr ha portato alla luce un tipo di censura, occulta e silenziosa, cui ci troveremo di fronte sempre di più negli anni a venire, difficile non solo da eludere, ma anche da riconoscere, operata soprattutto sulle immagini.

Il presidente nord-coreano Kim Jong-II, paladino della censura dei media, ha spiegato di essere un “esperto di Internet”. Lo ha dichiarato, riportano le cronache, nel corso di un incontro tra le due Coree, spiegando che, proprio in qualità di esperto, lui sa che è meglio non diffondere l’accesso ad Internet. "Molti problemi emergerebbero – ha affermato il dittatore – se Internet fosse connessa ad altre parti del Nord". Come noto, in Corea del Nord, paese considerato nemico di Internet da Reporters sans Frontieres, esiste un sistema di connettività telematico, una sorta di intranet governativa, strettamente controllato, sul modello del “Great Firewall of China”, al quale non tutti possono accedere.

Un altro dei principali nemici di Internet, la Siria, è tornato a far parlare dei suoi filtri per la censura di stato: il firewall governativo ha messo fuorigioco una decina di siti che si battono per i diritti civili o blog che ospitavano articoli troppo generosi verso i valori democratici. Come riportato da Agence France-Press, tra i siti bloccati vi sono anche quelli di organizzazioni giornalistiche che hanno sede in Arabia Saudita e in Libano. In Siria, d’altro canto, i siti bloccati sono davvero numerosi, conseguenza dei timori pubblicamente espressi dal presidente-dittatore el-Assad, che ritiene la grande rete internazionale uno strumento capace di distruggere la società siriana.

Il Governo svedese se l’è presa invece con ThePirateBay.org, accusato di essere un sito pornopedofilo: i provider del paese sono stati invitati ad impedire che i propri utenti abbiano accesso a quelle pagine. Il Partito dei Pirati locali ha denunciato l’apparizione di una pagina di blocco sui computer di molti utenti svedesi che, nel tentare di accedere al sito della Baia, si sono visti annunciare la presenza di un sito pedopornografico (i promotori del sito, in nome della libertà di espressione, avevano annunciato l’intenzione di ospitare un forum sulla pedofilia). Secondo i pirati, questi filtri antipedofilia in Svezia sono stati proposti dal Governo: ai provider sta decidere se accettarli o meno. Inoltre, la Baia è già stata filtrata ingiustamente in questo stesso modo in passato e sempre dallo stesso ufficio di polizia, che vorrebbe attivare un blocco contro la Baia qualora “quei contenuti rimangano disponibili online”.

In India, la frangia estremista di un partito Hindu di destra, denominata Bharatiya Vidyarthi Sena, ha chiesto pubblicamente ai proprietari di Internet Cafe e postazioni pubbliche di impedire la navigazione di “Orkut” la popolare piattaforma di Google dedicata al social networking e al dating online. Secondo l’organizzazione, di ispirazione nazionalista, Orkut verrebbe sfruttata per diffondere false notizie sulla nazione indiana e sulla comunità Hindu in particolare, minacciando l’armonia del paese. Il sito è visto come uno dei mezzi che causerebbe la diffusione dei cattivi costumi occidentali, a scapito della cultura e delle tradizioni locali. “Stiamo dicendo gentilmente ai proprietari degli Internet Cafe che è loro compito vigilare sui navigatori affinché non alimentino questa campagna di odio”, ha detto Abhijit Phanse, portavoce dell’organizzazione, “o saremo costretti a fare questo lavoro per loro”, ha concluso. In precedenza, alcuni attivisti avevano preso di mira con atti vandalici alcuni Internet Point, ritenuti colpevoli di permettere l’utilizzo di Orkut.

Come già segnalato da Amnesty International, Le Internet company occidentali si trovano intrappolate in un atroce dilemma: collaborare con le autorità locali per attuare forme di censura mirata, o affrontare i rischi di una più coraggiosa libertà di espressione ? In ballo, c’è un mercato potenziale di oltre due miliardi di individui.

Secondo Google, la net company che ha nel suo cuore il motore di ricerca delle informazioni più usato dagli utenti di Internet, occorre equiparare il controllo preventivo dell’accesso ai contenuti ad un problema di natura meramente economica: essendo la fruibilità globale delle risorse web il punto cardine dell’ecosistema (economico, sociale e informativo) di rete, suggerisce BigG, l’atto di scaricare da un sito straniero equivale ad una vera e propria importazione, e qualsiasi ostacolo a questa possibilità è un problema di tipo commerciale e va quindi ascritto all’Office of the United States Trade Representative.

L’impiego crescente della censura telematica mette a repentaglio la libertà di espressione e di accesso alle informazioni tanto quanto il rodato sistema di advertising discreto che fa incassare a BigG la stragrande maggioranza dei suoi lauti introiti. “È pacifico che la censura sia in assoluto la barriera principale per il commercio che ci ritroviamo a dover affrontare”, ha dichiarato Andrew McLaughlin, direttore della policy pubblica e degli affari governativi per Google, che ha incontrato diverse volte durante l’anno gli ufficiali dell’USTR per discutere il problema. “Se i regimi di censura creano barriere al commercio in violazione dei trattati internazionali – ha sostenuto per tutta risposta Gretchen Hamel, portavoce dell’organismo di controllo USA – l’USTR dovrebbe interessarsene”. Hamel ha tenuto poi a sottolineare come problemi inerenti ai diritti civili siano generalmente di competenza del Dipartimento di Stato piuttosto che di un’organizzazione dedita al commercio come l’USTR.

Le manovre di Google sono perfettamente in linea con il suo rinnovato interesse per le sfere di potere tradizionali, quelle “off-line” del parlamento federale degli States. Nel mentre, fuori dalle aule decisionali, le organizzazioni pro-diritti digitali sembrano ben accogliere gli sforzi di BigG contro la censura telematica nel suo complesso, per quanto ne sottolineino i principi di natura squisitamente commerciale piuttosto che etico/morale. “La libera espressione è un bene commerciabile di notevole valore”, osserva Danny ÒBrien, coordinatore internazionale per Electronic Frontier Foundation. I filtri di stato non fanno altro che impoverire tale valore, diminuendo quindi l’appeal dei servizi forniti da Google per gli utenti che si trovano a dover fruire la Rete dietro i bavagli della censura di stato.

Quel che è chiaro, è che Internet sta cambiando volto, dominata sempre più da quello che Amnesty definisce “modello cinese”: una Rete che traina una crescita economica dai ritmi vertiginosi, ma che, con il crescere della sua popolarità, viene progressivamente strangolata dal volere dei governi. Interessati a difendere la propria reputazione e a non spezzare il silenzio che i cittadini e i media riservano loro rifugiandosi nell’autocensura; per non dissipare la cortina di ignoranza che aleggia attorno al proprio operato, i governi filtrano le informazioni e instaurano un regime di sorveglianza elettronica.

Lo ha confermato, di recente, anche un report di Open Net Initiative: la censura governativa opera in almeno 26 stati, dalla Bielorussia alla Tunisia, dalla Thailandia all’Iran. Senza contare l’Occidente, escluso dal report solo per le motivazioni che spingono alla selezione dei contenuti online, da noi più di impronta sociale che politica. Fa riferimento a tecniche subdole come il filtraggio, ma anche a operazioni alla luce del sole, come la limitazione dell’accesso agli Internet café, l’oscuramento di siti, l’arresto di coloro che, come il blogger egiziano Kareem Amer, trovano in Rete spazio e visibilità per denunciare le brutture del proprio paese.

La situazione non può che involvere nel momento in cui le imprese, desiderose di conquistare mercati in espansione, decidono di affiancarsi ai governi e di scendere a patti, sovrapponendo complicità politiche ad interessi commerciali. A questo proposito Amnesty aveva già invocato l’intervento degli ISP, invitandoli a sostenere dal basso la causa dei diritti umani e della libertà di espressione in Rete, nel momento in cui le grandi aziende, nonostante vacue promesse di codici di condotta, sembrano preferire supportare la proficua causa dei governi. Sono infatti note le collusioni di big player della rete con il governo cinese, considerato il vertice della censura online: Cisco e Google, fra mea culpa e richiami all’ordine da parte degli azionisti, hanno collaborato a filtrare e selezionare ciò che si pone al di là della grande muraglia digitale; Yahoo ! pare abbia supportato il governo della Repubblica Popolare consentendo di rintracciare ed arrestare un dissidente. Meno nota la questione sollevata da New Scientist, su cui ha richiamato l’attenzione Reporters sans frontieres: grandi nomi dell’industria occidentale starebbero lavorando, proprio in Cina, ad un software per la profilazione “profonda” dei netizen. Utile a scopi commerciali, potrebbe essere sfruttato per individuare gli elementi sovversivi, a partire dalle tracce lasciate dalle loro abitudini online.

Amnesty si è schierata in più occasioni a favore della libertà di espressione in Rete: ultima la web conferenza tenuta nel contesto della campagna “Irrepressible”, che ha da poco compiuto un anno. La Rete sta cambiando volto, mutilata dalle cause commerciali e da governi che temono di perdere il controllo dell’informazione, ma anche da quella che si configura spesso come una scrematura demagogica. Avverte Hancock: “Ora accendiamo il computer dando per scontato che quello che vediamo è tutto ciò che esiste online. Temiamo che in futuro sarà possibile accedere solo a ciò che qualcuno riterrà opportuno lasciarci vedere”.

GUIDA ANTI-CENSURA
Punto Informatico (17 ottobre 2007)

La guida anti-censura stilata dal CitizenLab dell’Università di Toronto può rivelarsi un utile manuale delle istruzioni. Segnalato da Ars Technica, il “manuale” di CitizenLab si propone come un prontuario per aggirare blocchi e per rendersi anonimi in rete, rivolto ai cittadini dei paesi i cui governi tentano di scoraggiare ogni consapevole partecipazione alla società civile. Paesi che, mostrano le mappe di Open Net Iniziative, hanno alle spalle una lunga tradizione censoria, spesso supportata da “censorware” che proviene da stati insospettabili, pseudo-garantisti.

Si comincia con un glossario, che rende accessibile il contenuto della guida anche ai netizen meno esperti; segue una presentazione dei regimi censori, e poi CitizenLab apre la “cassetta degli attrezzi”, una vasta scelta di sistemi per aggirare i filtri: più complesso è il sistema, più sono le possibilità di sfuggire a controlli e rischi, ma CitizenLab suggerisce di non strafare, scegliendo soluzioni adatte al proprio livello di competenza e tagliate su misura per ogni situazione.

Ad esempio vi sono le strategie per aggirare i blocchi imposti su determinati contenuti, quelle chiamate “circumvention technology”. Primo passo: individuare un contatto fidato e responsabile connesso da un’area non sottoposta a filtering, che possa fare da ponte per raggiungere contenuti altrimenti inaccessibili. Non si nasconde al cittadino della rete che in molti paesi questi stratagemmi possono essere illegali, così come è illegale accedere a contenuti che il governo ha ritenuto inappropriati. Al tempo stesso, CitizenLab avverte i gestori di servizi che fungono da ponte, come i server CGIProxy, psiphon o Peacefire Circumventor: fornire l’accesso a contenuti proibiti può suscitare l’ira funesta del censore.

Per chi invece non potesse fare affidamento su contatti all’estero, esistono altri sistemi per scavalcare i filtri. CitizenLab avvisa però che i proxy pubblici raccolgono una serie di dati che potrebbero tradire il netizen, disvelando al censore la sua identità. Il gruppo canadese consiglia i servizi web Proxify e Stupid Censorship,che in alcuni paesi sono stati a loro volta bloccati, o servizi di tunneling come Ultrasurf, Freegate, Global Pass o HTTP Tunnel. Non mancano nella lista nemmeno servizi che permettono di mascherare il proprio indirizzo IP, facendo rimbalzare fra numerosi intermediari il traffico scambiato: JAP ANON, Tor e I2P le soluzioni suggerite nel documento.

Esistono tuttavia delle tecniche più empiriche per aggirare la censura in rete: dalla consultazione delle pagine conservate nella cache di Google, indicizzate e salvate al di qua dei filtri, ai servizi di traduzione offerti dai motori di ricerca e agli aggregatori RSS online, che accedono alla pagina bloccata in vece del netizen. Non tutti i metodi sono efficaci ovunque: è necessario procedere per prove ed errori prima di individuare la soluzione che fa al caso di ciascun utente.

Data articolo: ottobre 2007
Fonti: l’Unità, Il Giornale (20 ottobre 2007); RAI news (19 ottobre 2007); PCworld (18 ottobre 2007); Corriere della Sera (12 ottobre 2007); Punto Informatico (7-11-25 giugno 2007, 09 luglio 2007, 9-10-11 ottobre 2007); Liberazione (17-25 agosto 2007)

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Due medie e un'ostia, grazie. Nasce in Australia la chiesa-pub

MELBOURNE (fonte Reuters) – Se Gesù trasformava l’acqua in vino che male c’è nell’accompagnare l’ostia con una pinta di birra gelata? Nessuno, almeno in Australia.

Alcuni cattolici osservanti di Melbourne hanno fondato una chiesa all’interno di un pub dei docklands, una delle zone più frequentate della città.

"Gesù trasformava l’acqua in vino, era un rivoluzionario per l’epoca, ma è comunque riuscito a dare un grande messaggio all’umanità", ha detto Guy Mason, parroco della nuova chiesa, alla fine della prima messa celebrata ieri.

Mason ha spiegato ai media locali che i devoti hanno seguito la messa con caffè e the, ma anche con una pinta di birra.

La scelta del luogo, ha spiegato Mason, è stata dettata dalla voglia di modernizzare la chiesa.

"Non vogliamo stare in disparte, vogliamo che il nostro messaggio si possa conciliare con la vita moderna … ma tenendo la bibbia aperta", ha detto il sacerdote, con una birra in mano.

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Fondamentalismi. Una minaccia reale

L’idea chiave da tenere in mente è che i fondamentalismi non lasciano spazio ad alternative od altre possibilità. Sono presentati come indiscutibili, ed imposti tramite il potere politico, e usano ogni sorta di meccanismi per forzare le persone a credere in una “verità unica”, che può essere di carattere religioso, politico, economico o dottrinario.

Per annichilire l’opposizione che potrebbe levarsi contro queste “verità”, si usano la coercizione e la violenza, e si ricorre con facilità alle armi. Per i fondamentalisti coloro che non si sottomettono devono essere eliminati, perché vengono considerati nemici. La possibilità di un dialogo informato dalla convinzione che vi sono molteplici e pur sempre validi punti di vista, dalla convinzione che siamo tutti differenti e che le persone hanno il diritto di sviluppare la propria vita individualmente e collettivamente nelle dimensioni che desiderano, tutto questo è impensabile per i fondamentalisti.

Le potenze egemoniche occidentali hanno tentato di far apparire l’Islam come una proposta fondamentalista, e come l’unico fondamentalismo che il mondo si trovi a dover maneggiare al presente. Nondimeno, assumendo la definizione di “una sola ed incontrovertibile verità che viene imposta con la forza e condanna le alternative”, noi, le femministe, abbiamo rintracciato dal Nord al Sud altri fondamentalismi che interessano e vogliono definire le nostre vite. Sono fondamentalismi che ci tolgono libertà. Nella sfera religiosa, vari sistemi di credenze impongono ben di più dei principi della fede: istituiscono leggi, sanzioni e proibizioni, grazie al potere politico detenuto dai fondamentalisti. Tale potere permette di intervenire nelle pratiche religiose comuni ai credenti, che sono i prodotti di tali convincimenti ed obblighi, ma prendendo la forma di leggi e precetti si impone anche a coloro che non credono.

La libertà religiosa è minacciata, la libertà di poter adottare o non adottare un sistema di pratiche e credenze religiose. Si tratta di una delle libertà fondamentali riconosciute dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ed è seriamente minacciata in gran parte del globo. In Medio Oriente, l’islamismo è imposto da governi fondamentalisti in un modo che ha forte impatto sulla vita delle donne. In Asia, l’induismo viene indicato come imposizione da un gran numero di donne asiatiche, e al Nord il cattolicesimo lavora praticamente nella stessa maniera repressiva. Nell’America Latina, la gerarchia della chiesa cattolica, in alleanza con le forze politiche più reazionarie, ha avuto successo nel convertire le proprie nozioni di fede in leggi, creando grave danno alle esistenze, alla salute ed al lavoro vitale delle donne. Condannando i metodi contraccettivi moderni, propagando idee di una sessualità “corretta”, misogine ed omofobe, la chiesa ha contribuito al perdurare della subordinazione delle donne: dalle alte percentuali di mortalità e malattia nelle donne povere all’esclusione delle coppie gay e lesbiche tramite la stigmatizzazione. Tutto questo mette a serio rischio i diritti fondamentali di ogni persona.

C’è molta consapevolezza tra le femministe che sebbene i fondamentalismi affliggano le vite di ogni essere umano, la loro espressione patriarcale fa sì che siano le donne a subirne le peggiori conseguenze. I fondamentalismi sono chiaramente antidemocratici rispetto alle donne.

Ma ci sono anche altri fondamentalismi, e spessissimo vanno avanti mano nella mano con i fondamentalismi religiosi. Noi come femministe li abbiamo identificati e vogliamo sottolineare che si tratta di ideologie che non ammettono alternative e che cercano di imporsi in maniere distruttive: si tratta del fondamentalismo economico, che si esprime attraverso il mercato nella globalizzazione neoliberista, e del militarismo.

Il fondamentalismo economico ha ridotto le relazioni sociali e politiche a mere relazioni monetarie, indebolendo le legislazioni e le nazioni. Gli stati, che avrebbero l’obbligo di provvedere al benessere dei propri cittadini, stanno ora gradualmente cedendo tale responsabilità al mercato. I cittadini sono divenuti clienti, e le leggi statali non danno più regole imparziali, ma sono diventate merci, a disposizione di chiunque abbia i soldi per comprarle. La cittadinanza, per cui le donne hanno lottato con tanta passione, non è più una fonte legislativa. Solo il denaro può garantirti istruzione, salute ed altri beni convertiti in merci e messi sul mercato. I profeti della globalizzazione neoliberista asseriscono che non vi sarebbero alternative. Che il progresso del mercato e la sua monopolizzazione di tutti gli spazi della vita sociale sono inarrestabili, che “non si torna indietro”. Impongono il loro egemonico potere di distruggere ogni produzione che non sia capitalista. Considerano il mercato il regolatore primario delle relazioni sociali e permettono agli interessi del mercato di prevalere sulle necessità umane. Politici e governi al servizio del capitale internazionale si occupano di rendere agevole la strada, di modo che la globalizzazione neoliberista possa penetrare in ogni angolo della terra senza incontrare frizioni.

Altre visioni fondamentaliste impongono l’idea che il mondo può essere al sicuro solo tramite l’uso delle armi. L’irrazionale militarizzazione sviluppatasi durante la “guerra fredda” sembrava tramontata, ma è rinata con zelo anche maggiore. Nell’occidente “democratico” è avanzata rapidissima, trainata dalla paura.

Il militarismo ha militarizzato la vita civile: gli ordini non vanno discussi, le concessioni all’uso della violenza e della coercizione sono diventate abituali. Chi possiede il potere non tollera contestazioni. Leader messianici proliferano in ogni continente; il terrore creato da immaginazioni ferventi viene facilmente incorporato nelle analisi su coloro che vengono visti come poveri, diversi, coloro che cercano alternative alla guerra ed al militarismo, coloro che credono o pensano in modi differenti. Quelli che la pensano in modo diverso e danno la loro preferenza alla vita umana ed alla vita del pianeta rispetto alle richieste del mercato e all’uso delle armi: tutti costoro sono potenziali nemici e devono essere eliminati.

Gli interessi relativi alla “sicurezza” vengono privilegiati nei confronti del rispetto delle leggi o degli altri. Proclamando di difendere dei diritti, i fondamentalisti non esitano a violare tutti quelli degli altri, a violare tutto. Distruggere il “nemico” vale bene lo sforzo di ridurre, sconfiggere, negare o non garantire i fondamentali diritti di persone e luoghi. I fondamentalismi sono quindi il volto esagerato ed assoluto del patriarcato. Sono gli eserciti del dominio, nella loro massima espressione basata su un’obbedienza irrazionale, e sul terrore della punizione. Noi donne, che abbiamo vissuto nella subordinazione e nell’esclusione, non possiamo sottometterci a questi concetti. Il nostro credo è fatto di rispetto, di coesistenza nella pluralità, di sorellanza, di eguali opportunità per tutti, ed ha una lunga storia e va di gran lunga nell’altra direzione.

Perciò, di fronte ai fondamentalismi religiosi noi chiediamo stati laici; perciò di fronte alla globalizzazione neoliberista noi chiamiamo alla resistenza contro il consumismo e contro i trattati transnazionali che infrangono le leggi della terra e del pianeta, e chiediamo il potenziamento delle economie alternative. Di fronte alla guerra ed alla militarizzazione della vita civile, noi optiamo per il dialogo, per le soluzioni negoziate, per il disarmo, per la creazione di opportunità per tutta l’umanità e per l’equa distribuzione dei redditi. Dichiariamo che i nostri corpi e le nostre vite non sono proprietà degli stati, né delle religioni, né dei mercati e né dei guerrieri. I nostri corpi e le nostre vite appartengono a noi e noi lottiamo per determinare il nostro destino.

Ai nazionalismi che invocano i fondamentalismi noi diciamo: né confini, né politiche né la geografia divideranno l’umanità. Vogliamo un altro mondo, e crediamo in esso, un mondo migliore. Noi, come femministe, lavoreremo per rinforzare le nostre pratiche libertarie, per generare alleanze in solidarietà con coloro che sono esclusi e ricreeremo insieme questo mondo migliore. Un mondo in cui ci sarà posto per tutti.

Norma Enriquez Riascos

(traduzione Maria G. Di Rienzo)

Norma Enriquez Riascos, coordinatrice del Comitato latino-americano e caraibico per la difesa dei diritti delle donne (Cladem); femminista ed attivista nei movimenti per la pace e per i diritti umani in Colombia. Discorso tenuto al World Social Forum di Nairobi, Kenya. Per Isis International, 2007. (fonte: tellusfolio.it)

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La Chiesa sfratta: "Danno i palazzi solo ai ricchi"

Un comitato di inquilini si appella a Bagnasco: «Perchè privilegiate i mercanti del tempio?»

di GIACOMO GALEAZZI, FILIPPO DI GIACOMO
ROMA
Un tempo, erano case per poveri, per preti e per suore dedite ad opere di bene ed al servizio della Chiesa. Poi, complice il boom del mattone, il virus della speculazione è penetrato anche dentro corpi che ne dovrebbero essere immuni. Si tratta dei circa 2000 enti ecclesiastici che, nel centro di Roma, posseggono un quarto dell’intero patrimonio immobiliare cittadino. Un orizzonte entro il quale il Vaticano, con lo Ior e l’Apsa, non è certamente in primo piano. La maggioranza degli enti ecclesiastici infatti è riconducibile a confraternite, nelle quali la presenza della Chiesa è quasi sempre limitata ad una generica «assistenza spirituale» da parte di un sacerdote, e ad istituti religiosi. Enti ecclesiastici ai quali, spesso, i beni sono stati donati con il vincolo dell’uso caritatevole: un fine che, con il trascorrere del tempo, la Chiesa non riesce più a verificare. Un ruolo di cui nell’attuale situazione sociale, farebbe bene invece a riappropriarsi per almeno due buoni motivi. Il qualificativo «ecclesiastico» comporta la riduzione del 50% dell’imposta sul reddito fondiario derivante dall’affitto di immobili, e la massimizzazione dei profitti a Roma, si tradurrà in una raffica di sfratti esecutivi, a partire dal prossimo 31 ottobre.

I più colpiti sono gli inquilini più poveri. A Monsignor Bagnasco, che «come presidente della Cei esercita un controllo diretto sugli enti ecclesiastici ed ha sicuro ascolto ai vertici del Vaticano», il comitato degli inquilini Lotta per la casa del centro storico chiede un intervento o almeno una risposta a questa domanda: «Dietro questa frenesia speculativa ci sono persone più bisognose a cui dare le nostre case, oppure i mercanti sono di nuovo nel tempio?». Una domanda impegnativa, meritevole di risposta, visto che nella sola Roma gli enti ecclesiastici nel loro insieme costituiscono un player determinante per qualsiasi politica abitativa, oltre che per l’evoluzione del mercato stesso. Una risposta dovuta e coerente con l’invito che il leader dei vescovi ha indirizzato ai cattolici del nostro Paese esortandoli ad uno «slancio collettivo per risolvere l’emergenza abitativa». Nel 2006 a Roma sono stati emessi 5.869 sfratti, di cui 3.528 per morosità. Vale a dire uno sfratto ogni 60 abitazioni in affitto, una crescita annua del 10%. Nel resto d’Italia le cose non sono diverse 3.072 a Napoli, 2.510 a Milano, 1.885 a Torino.

Finora, le autorità politiche sono ricorse a decreti blocca sfratti, talmente reiterati da provocare un richiamo dall’Unione Europea. Il 15 ottobre è scaduta l’ultima sospensione delle esecuzioni e la situazione è diventata esplosiva. Solo nella capitale sono duemila le famiglie a rischio immediato, quattromila in tutta Italia. Per legge l’esecuzione degli sfratti è stata sospesa fino al 14 ottobre 2007 nei capoluoghi di provincia. A beneficiarne sono stati i nuclei familiari non morosi, con un reddito annuo non superiore a 27 mila euro ed in cui siano presenti figli a carico, o "over 65", o malati terminali, o disabili oltre il 66%. Il blocco degli sfratti ha una durata diversa secondo il proprietario dell’appartamento: per tutti vale la data del 14 ottobre 2007, ma se si vive in una casa pubblica o di proprietà di casse professionali e previdenziali, compagnie di assicurazione o istituti bancari, allora la sospensione dura sino ad agosto 2008.

In realtà, il decreto legge iniziale, il 261 del 2006, fa rientrare tra i grandi proprietari anche i «soggetti fisici o giuridici detentori di oltre 100 unità immobiliari ad uso abitativo». In pratica, a Roma, tutti i «palazzinari», il Vaticano e gli enti ecclesiastici. Arrivato in aula, il decreto non è stato convertito, con la maggioranza sconfitta con 147 voti contro 151, per una questione pregiudiziale di costituzionalità posta dall’opposizione. Nella legge poi approvata è scomparsa ogni limitazione riferibile agli enti ecclesiastici. L’ennesimo decreto blocca sfratti redatto dall’ultimo Consiglio dei ministri è solo un disegno di legge che non verrà approvato prima di marzo. Quindi adesso sono proprio gli inquilini di questi enti, i più esposti al rischio sfratto di questi giorni.

Tra i colpiti, spiega il consigliere comunale Mario Staderini, ci sono persino dipendenti in pensione, figli e vedove di cittadini vaticani: «Nello Stato del Papa, la cittadinanza non segue il diritto di famiglia, lo "jus coniugii" e lo "jus filii", ma è concessa a discrezione del pontefice». «Dal 1990 ad oggi, mentre scomparivano gli investimenti pubblici in edilizia popolare, lo Stato ha dato alla Cei, tramite l’8 per mille, 1272 milioni di euro da destinare alla costruzione di nuove chiese – aggiunge l’esponente radicale -. Serve un censimento immobiliare. Tutti i partiti, anche a sinistra, appaiono su questo distratti. Accade lo stesso quando si tratta di votare l’eliminazione di ingiuste agevolazioni fiscali, come quella sull’Ici o l’esclusione del Vaticano dal decreto blocca-sfratti».

Scrivono, nella loro lettera a monsignor Bagnasco, gli aderenti al comitato degli inquilini Lotta per la casa del centro storico: «Le chiediamo una speranza nell’incubo di finire in mezzo alla strada, espulsi dai contesti sociali in cui abbiamo vissuto per decenni. Al di là delle questioni legali, ci chiediamo il perché di questo calvario. Siamo stati dei bravi inquilini: abbiamo sempre pagato l’affitto e avuto cura dell’appartamento, nessuno sfratto è per morosità bensì per finita locazione. Se, come spesso accadeva, non avevamo bagno né riscaldamento, i lavori erano a nostre spese. Eppure veniamo sbattuti fuori».

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