Amore…

Commento inserito in un post da un visitatore:

"Non è l’obbligo del celibato che crea e dona teocentricità.- Solo la parola "obbligo" non si aggrega con la parola Amore e Libertà di Dio. Il soffio dello Spirito di Dio spinge ma l’uomo deve avere veramente un alto discernimento per comprenderlo, anche la Chiesa deve dimenticare se stessa e dare spazio alla volontà di Dio. Dio non è obbligo. – La verità dello Spirito di Dio non può essere sordo alla richiesta di tanti sacerdoti che chiedono l’abolizione di una legge… la chiesa come si dice MADRE… non può mettere un telo sugli occhi e non regolare una verità che siede proprio sotto la sua porta, non può non ascoltare il pianto dei suoi figli..ma quale Madre (CHIESA) quale Padre (DIO) da una pietra al figlio che chiede un pezzo di pane? Preghiamo nella Chiesa per la Chiesa… affinché la stessa ascolti la voce di Dio. – Non si può abbandonare un figlio, occorre che la chiesa ascolti il cuore di questi eventi e non si chiuda nel suo autoritarismo, ma con carità con una giusta formazione avvicinamento e guida sia di aiuto e di sostegno a chi nell’età matura ha avuto da Dio il dono di scoprire non l’amore di una Donna… (l’amore di una donna il sacerdote può scoprirlo anche oggi senza che la Chiesa debba dare permessi)… ma l’amore che attraverso il costituirsi di una famiglia egli stesso può donare e testimoniare… "

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Un prete per marito

Fuori dall’ombra Sono tante le donne che hanno
una relazione con un sacerdote. E che hanno deciso di farlo sapere al mondo.
In Francia è addirittura nata un’associazione (si chiama "Claire Voie":
voce chiara) che, guidata da Odette Desfonds, non ha esitato a inscenare
manifestazioni davanti al Vaticano a sostegno delle ragioni di chi si trova
in questa situazione. Finiti i tempi degli amori clandestini e dei
pettegolezzi di parrocchia? Forse. Di certo, c’è che il celibato dei
ministri di Dio è ancora un obbligo, ma non è mai stato un dogma…

di Valeria Vantaggi

Il celibato, per i preti, non è un dogma, ma solo una
regola scelta dalla Chiesa latina. All’inizio del V secolo i preti
sposati, che erano ancora accettati, venivano però caldamente invitati a
non avere relazioni sessuali con le loro mogli prima della celebrazione
dell’eucarestia. Nel corso dei secoli, poi, le restrizioni sono diventate
sempre più forti. E Papa Wojtyla è in particolare fra i più
intransigenti: appena eletto, aveva subito deciso di sbarrare la porta
alle dispense (che Paolo VI aveva concesso invece con una certa facilità),
per costringere i sacerdoti a rimanere fedeli al loro voto, abbandonando
qualsiasi idea sul matrimonio. Nonostante questo, fra il 1970 e il 1989,
su 133.950 preti ordinati in Italia, ben 40.895 hanno praticato quella che
l’annuario pontificio definisce "defezione". Quasi un quarto del
totale, dunque, ha gettato la tonaca, il più delle volte per sposarsi.
Sono in tanti i preti uniti in matrimonio e, per coordinarsi, si sono
riuniti in una associazione, Vocatio, che rivendica per i sacerdoti dignità
religiosa, sociale ed economica. Vocatio raccoglie ufficialmente oltre un
migliaio di persone, tra i preti e le loro donne. Un modo per sentirsi
uniti, per fare gruppo e affrontare le imposizioni della Chiesa, che alle
soglie del Duemila rimane rigida sulla regola del celibato. D’altra parte,
far cadere una regola del genere comporterebbe, sul piano organizzativo,
una serie di enormi complicazioni. Meglio (per adesso?) fronteggiare il
dissenso interno, anche duramente: "La Chiesa" dicono i più
critici "sa bene come scoraggiarci: in un giorno, chi
"sbaglia" si ritrova a terra, senza più lavoro, senza più
nulla…". Perplessità più "filosofica": se si accetta
che questi preti si sposino, non è che, poi, da cattolici diventino
protestanti? In realtà, l’elemento discriminante tra le due religioni non
è il matrimonio, ma la credenza nella verginità della Madonna e nell’eucarestia,
nella presenza cioè del corpo di Cristo nell’ostia. I preti sposati,
comunque, non si allontanano quasi mai dal cattolicesimo, continuando i
loro programmi sociali e religiosi. Non lo fanno in parrocchia, ma nelle
cosiddette comunità di base, nate, come spiegano a Vocatio, "non per
decisione del vescovo ma perché volute da quanti credono nella solidarietà
e nei valori cristiani". Sono piccoli nuclei, di una cinquantina di
persone o poco più. In Italia ce ne sono 170. Tutti possono partecipare
alla lettura dei passi del Vangelo, tutti possono fermarsi alla cena
comune del sabato sera, tutti possono pregare e, perché no, anche
ricevere la comunione. Rigorosamente consacrata, magari, da un prete
sposato.

Uscire dalla Chiesa Non basta dire: "Ho cambiato idea, voglio
togliermi la tonaca", per uscire dalla Chiesa. Ottenere la dispensa,
ovvero rinunciare definitivamente allo stato sacerdotale, non è semplice:
la Congregazione per la dottrina della fede cerca, in ogni modo, di non
perdere i "suoi" preti, dando prima loro il tempo di ripensarci,
magari anche allontanandoli momentaneamente. E così il primo passo è la
sospensione a divinis: il sacerdote non può più celebrare la messa, né
dare i sacramenti. La Chiesa interviene in questo modo quando il prete
trasgredisce le regole con atti pubblici, come, appunto, quando convive
con una donna. Il prete viene invece scomunicato se si sposa con rito
civile: così non può ricevere i sacramenti e non può far battezzare gli
eventuali figli. Ma, qualora lo volesse, potrebbe anche essere riabilitato
al ministero ecclesiastico.

Dino ed Elena, scomunicati Scendono da un’auto station-wagon. Sono in
cinque: mamma, papà e tre figli, fotocopia dei genitori. Una bella
famiglia, quella dei Cecchi, niente di anomalo: nessuno direbbe, nel
vedere il papà Dino, che fino a pochi anni fa era un prete con tanto di
tonaca. Lui ha la faccia ridente, aperta. Come Elena, sua moglie: gli
occhi scuri, un viso dolcissimo e le idee ben chiare. "Non avevo
alcuna intenzione di fare la parte dell’amante. Dino l’ho conosciuto in
Australia: io abitavo lì con i miei genitori, lui, invece, era venuto per
una missione. Allora, tra noi, non c’era niente di particolare, avevamo
fatto solo una buona amicizia. Ho poi deciso di andare a trovarlo in
Italia: quando se ne era andato mi aveva invitata a visitare il suo Paese.
Lì, però, ho trovato Dino in una situazione tutt’altro che felice: sua
madre stava male, era paralizzata. Fu così che la vacanza si trasformò
in un’assistenza infermieristica. Questo mi avvicinò a Dino, tanto che
poi capimmo che stava succedendo qualcosa di diverso. Non volevo davvero
passare anni nascondendomi in una relazione clandestina e neppure mi
andava di fargli fretta. Così sono tornata in Australia e ci sono rimasta
finché lui non mi ha detto che aveva deciso di sposarmi". In tempi
brevi sono arrivati tre bimbi, Johnny, Steve e Marc. E, con l’ultimo
figlio, Dino ha chiesto la dispensa, per lasciare definitivamente il
sacerdozio e tornare allo stato laicale. "Ma non ho più avuto
risposta. D’altra parte tirarsi indietro non è poi così facile: la
Chiesa vuole motivazioni gravissime per poter invalidare quella che era la
vocazione". Intanto a Dino e alla sua famiglia è arrivata la
scomunica, e per lui anche la sospensione a divinis, ovvero l’interdizione
dalle funzioni proprie del ministero ecclesiastico. "Mi sembra tutta
una falsa costruzione", continua Elena, "la Chiesa ha in sé
forti contraddizioni. Mi ricordo che quando Dino doveva decidere che cosa
fare del nostro rapporto, un suo amico prete gli consigliò di agire come
lui: cioè tenersi una donna e continuare a essere un buon parroco davanti
agli occhi di tutti. Pochi giorni dopo, quello stesso prete si mise a fare
una predica contro l’adulterio, con toni intolleranti e rigidi. Non avrei
potuto sopportare…". Ma loro non sono mai fuggiti davanti alla
realtà imposta dalle regole della Chiesa; e, anzi, Dino, ogni volta che
sente suonare le campane della sua parrocchia a Massa Carrara, ammette di
sentirsi stringere il cuore. Ora però, la famiglia Cecchi ha deciso di
trasferirsi in Australia. Per Dino è un ritorno. Stavolta, senza tonaca.
Anna e Natale, insieme in comunità Natale Mele ha 50 anni e intorno una
ciurma di fedeli che il "don" glielo danno più per consuetudine
partenopea che in ricordo del suo passato. Saranno una trentina, al
camping Nettuno, pineta di Paestum, a far le "Vacanze insieme".
Nel gruppo, anche Salvatore, Ferruccio, Mariano e Teresa, i quattro figli
che Natale ha avuto da Anna, sua moglie. La conobbe a Napoli, la loro città,
al liceo Sannazaro. Lui, insegnante di religione, lei, allieva, stavano
col Movimento Studenti, gruppo cattolico degli anni post-contestazione.
Anna, che ora ha 40 anni, nel ’74 fu la prima eletta nel consiglio
d’istituto. "Abbiamo sempre dialogato con tutti, dal collettivo Punto
rosso, agli indiani metropolitani, al Fronte della gioventù".
"Tra i miei studenti" dice Natale "ho avuto anche alcuni
brigatisti e la nappista Maria Pia Vianale. Accoglienza e servizio erano
le nostre parole d’ordine. Un po’ come oggi". Oggi Natale e Anna sono
tra gli animatori di una comunità ai Camaldoli, periferia alta della città.
Fanno doposcuola, assistenza agli anziani, volontariato, organizzano il
tempo libero. In qualche modo, è come se Natale fosse ancora un prevosto,
o giù di lì. Nell’81, quando scelse di non essere più prete, era
viceparroco a Chiaiano e responsabile diocesano dell’azione cattolica.
Conosceva il cardinale Ursi, l’arcivescovo, e a lui si rivolse nel momento
critico. "Mi rimandava di due mesi in due mesi. Gli dispiaceva che me
ne andassi e sperava di persuadermi, infine disse: va’ per la tua
strada". Ma un suo carisma Natale ce l’ha ancora. Nel camping, quando
dice che è ora di andare in gita, son tutti pronti a seguirlo; e se lo
dice lui, mettono su una enorme moka per il quasi-rito del caffé.
"Con Anna abbiamo lavorato insieme per sette anni e poi abbiamo
deciso di sposarci. Fu molto naturale: io sentii il dovere di seguire la
voce dell’amore. Ho rinunciato al servizio liturgico, ma il mio
atteggiamento resta radicale. Per me la chiesa è un’istituzione religiosa
che spesso, per autoconservarsi, sceglie di non seguire l’insegnamento di
Cristo. Non faccio polemica sulle piccole cose, non pretendo leggi,
regolamenti. Sono per una scelta di fede, non di religione, e cerco di
praticarla. Con la nostra comunità, per esempio, al sabato facciamo una
lettura comune del Vangelo. E la domenica si va a messa". Natale ora
è impiegato amministrativo nella scuola. Anna insegna educazione fisica e
quel "seguire la voce dell’amore" è valso anche per lei:
"In nessun momento ho avuto la sensazione di fare qualcosa di strano
o di sbagliato. Avevo la coscienza a posto, i problemi erano solo esterni
a me. Certo, ancor oggi mi spiace l’atteggiamento della Chiesa. Mi spiace
perché ci credo. È un peccato che tante potenzialità vadano sprecate:
anche noi potremmo far di più, ma incontriamo ostacoli…".
(Francesco Durante) Pina e Mauro (che celebra ancora) Camicia a righe,
cravatta regimental, occhiali da vista e un anello d’oro a forma di croce.
Mauro Delnevo è un prete. Sposato. "Comunque prete", sottolinea
lui. Non importa se da undici anni vive con Pina Lupo e da otto è padre
di Miriam. "Ho conosciuto Mauro quando avevo 12 anni", racconta
Pina, la moglie, consorte ufficiale, regolarmente registrata come tale nel
comune di Livorno. "Lui è arrivato nel 1960, come parroco del mio
quartiere. Avevo molta stima di quest’uomo, 17 anni più vecchio di me.
Crescendo, mi accorgevo sempre più di come don Mauro fosse anomalo: così
aperto, così anticonformista. Era un vero prete-operaio: nel 1976 aveva
deciso di lavorare in fabbrica al mattino e di stare in parrocchia con i
bambini al pomeriggio. Al vescovo, però, questa scelta non andava troppo
bene, tanto che, l’anno dopo, lo sollevò dall’incarico. Insomma, la
situazione, quando l’amore arrivò, era già particolare…". E la
fase del fidanzamento? Pina e Mauro non vogliono soffermarsi, dicono solo
che, prima del matrimonio, non hanno fatto nulla di particolare, "non
siamo nemmeno mai usciti da soli, cercavamo di tenere compatto il nostro
gruppo ed eravamo sempre impegnati a risolvere questioni sociali". In
fin dei conti, la loro è una storia semplice, senza troppi sotterfugi e
patimenti. "La comunità di cui Mauro era coordinatore aveva capito
come stavano andando le cose e quando il nostro rapporto fu palese, furono
in molti a sostenere la nostra causa, senza scandali o falsi pudori.
Livorno, per fortuna, è una città tendenzialmente laica e di sinistra:
non dappertutto, però, c’è tutta questa tolleranza. Solo mia madre era
un po’ preoccupata", continua Pina, "aveva paura della gente
intorno, temeva le chiacchiere maligne". Adesso Pina, Mauro e Miriam
vivono insieme, tra un appartamento e la comunità di base di Coteto, un
quartiere popolare di Livorno, dove Mauro, al sabato sera, riunisce tutti
quelli che hanno voglia di leggere qualche passo delle Scritture, di
discutere insieme su temi di attualità o, semplicemente, di mangiare in
compagnia. E in quell’occasione Mauro torna a essere un prete "in
toto": dà la comunione e legge a tutti i testi sacri. "Sono
contento: sono un prete voluto dal basso, non scelto dall’alto. Continuo a
essere davvero un prete-operaio…". Ora Mauro fa il commerciante
nell’indotto portuale, ha un lavoro rigorosamente part-time, proprio per
avere il tempo di dedicarsi, al pomeriggio, alle varie iniziative di
volontariato. E così, Pina e Mauro vanno avanti, "con i nostri alti
e bassi, come ci sono in qualsiasi coppia". Il loro equilibrio,
comunque, l’hanno trovato, anche se è stata Pina quella che ha dovuto
lottare di più. "È strano", spiega lui. "È la donna che
viene additata: è lei che, di solito, viene considerata la tentatrice,
colei che sfrutta la bontà del presunto sant’uomo. Il prete viene,
invece, quasi giustificato: la sua è una prova difficile già in
partenza. Lui è l’anima candida e il mondo esterno è il
tentatore…".

Il parere di lei 740 donne intervistate. È questo il campione scelto dal
Media Research dell’agenzia McCann Erickson, per un sondaggio tra la
popolazione femminile italiana: come la pensano le donne? Come si pongono
di fronte alla questione del celibato ecclesiastico? I dati completi della
ricerca sono stati pubblicati nel libro di Marisa Fumagalli, Le donne dei
preti (Baldini&Castoldi). Ecco alcune tra le risposte più
significative. "Avrebbe un rapporto con un prete?". La maggior
parte delle donne risponde di no, ma il 42 per cento precisa che "la
vita può comunque riservare qualsiasi cosa…". "E se i preti
si potessero sposare?". Il 40 per cento dice che "negli altri
Paesi sarà pure così, ma in Italia è impossibile che ciò possa
avvenire…". L’11 per cento delle donne intervistate è convinto
invece che il vincolo del celibato debba essere tolto. "Che cosa ne
pensa di una donna che si concede a un prete?". "In generale non
è giusto, però se c’è vero amore si può comprendere": così
risponde il 38 per cento del campione interpellato. Sono però in molte a
non saper dare una risposta precisa o a sottrarsi con un "non
saprei" (33 per cento). "Conosce casi di rapporti tra preti e
donne?". Più della metà dice che ne ha sentito parlare, ma non è a
conoscenza diretta di episodi di questo tipo. L’11 per cento risponde
invece: "Sì, non è una cosa strana…". Il campione. Hanno
risposto donne d’età adulta, tra i 18 e i 60 anni, scelte in un’ampia
fascia di scolarizzazione, dalle elementari alla laurea.

fonte: la repubblica delle donne Web

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Celibato: che senso ha che una donna partecipi ad un dibattito che "non dà risposte"?

Cominciavo ad affezionarmi al vostro blog, confortata
anche da un margine di "rapporto personale", ma in questi giorni mi sono chiesta che senso ha che una donna partecipi ad un dibattito che "non dà risposte"? La vostra battaglia è motivata e
"dovuta" perché si pone come " caso di coscienza" all’interno
della vostra scelta sacerdotale e matrimoniale. Ma la mia voce resta
insensata e solitaria, posta in una comunicazione del tutto unidirezionale:
un blog rappresenta un luogo di opinioni, dove le persone si esprimono
comunque cautelate da un’ideologia e da una appartenenza. Mi sembra però
che la "parola vera" delle donne, in quanto tali, non esca, e
neppure quella dei preti!
Mi metto quindi in disparte perchè credo che il punto interessante sarebbe,
almeno nella mia logica, quello di far affiorare una domanda: quali
conflitti, quali riflessioni, quali desideri, quali ideali  si celano
nell’animo di un sacerdote costretto al celibato?  In questo argomento
siamo tutti profani perché  suppongo che in materia regni un silenzio
secolare! In quale bidone della spazzatura finiscono i sensi di colpa?
Eppure non sento la voce dei "preti celibi contro il celibato
d’obbligo". Come  mai, don Serrone, preti e suore non si esprimono
(ovviamente tutelati nel nome!)? Hanno paura, non si fidano, non ci credono,
si stanno difendendo da sentimenti ritenuti inaccettabili o stanno dietro le
quinte ad aspettare?
Non mi sembra che il vostro operato si esaurisca in una
"sanatoria", ma stia mettendo in discussione tematiche di fondo
che dovrebbero far riflettere tutti che lo si voglia o no!. I preti
messicani lo confermano! Quanti sono nel mondo i preti che in questo momento
stanno ascoltando zitti zitti, ma con orecchie grandi come quelle di Dumbo
(ve lo ricordate l’elefantino di Disney?).

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