Non scendere mai a compromessi per la libertà!

(fonte AP)

Abbbiamo aprreso la notizia proveniente dal mondo dell’anglicanesimo. Credo che forse le vere comnità crisitiane non dovrebbero mai scendere a compromessi di coscienza e accettare l’evoluzione teologica prograssista nel rispetto dei diritti civili di tutti (Giuseppe Serrone)

Ecco la notizia

Una chiesa a due livelli: un nocciolo duro tradizionale con più potere e uno riformista subordinato. Con questa prposta la massima autorità della chiesa anglicana, l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, vorrebbe risolvere il conflitto fra istanze riformiste e conservatrici all’interno della comunità religiosa inglese e americana. Tutti sarebbero ricompresi all’interno dello stesso sistema, ma chi sostiene posizioni non tradzionali, come, ad esempio l’ordinamento dei preti gay, non avrebbe o quasi voce in capitolo nelle decsioni più importanti.

Chi dovesse rifiutare le posizioni tradizionali non sarebbe quindi membro della chiesa anglicana, ma "associato", uno status equivalente a quello della chiesa Metodista, una chiesa riconosciuta ma che non è parte integrante della Chiesa d’Inghiterra. Questo potrebbe essere, secondo gli osservatori, il maggior cambiamento dopo la Riforma protestante. In una lettera ai 37 primati delle altre province anglicane l’arcivescovo ha detto che "non c’è possibilità che la comunione anglicana non subisca i cambiamenti della società. Né i liberali, né i più conservatori – ha prosegtio Williams – possono appellarsi a un’identità storica che non corrisponde alla nostra posizione attuale".

Le parrocchie e le diocesi d’oltreoceano hanno reagito in modo controverso alla proposta. Accettata da una piccola minoranza, la posizione subalterna delle frange più progressiste della chiesa anglicana negli Stati Uniti cozza con una larga diffusione di pratiche innovative come l’ordinamento dei preti gay e delle donne presso gli Episcopali, tra le parti più riformiste dell’anglicanesimo americano. Questo provocherebbe di fatto una separazione netta della chiesa anglicana in due, una europea e una americana. Proprio sulla questione dei sacerdoti apertamente gay la Convenzione della chiesa episcopale degli Stati Uniti, il ramo statunitense delle Chiesa d’Inghilterra, non è riuscita a raggiungere un accordo da quando nel 2003 gli Episcopali avevano eletto Gene Robinson vescono di New Hampshire, gay dichiarato. B-Lzu

La proposta dell’Arcivescovo di Canterbury nei prossimi incontri della chiesa anglicana europea a febbraio e a livello globale non prima del 2008. B-Lzu

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Il celibato sacerdotale: posizioni vaticane di Giovanni Paolo II

La logica della consacrazione nel celibato sacerdotale
Udienza Generale — 14 Luglio 1993

1. Nei Vangeli, quando Gesù chiamò i suoi primi apostoli per fare di essi dei «pescatori di uomini» (Mt 4,19; Mc 1,17; cf. Lc 5,10), essi «lasciarono tutto e lo seguirono» (Lc 5,11; cf. Mt 4,20.22; Mc 1,18.20). Un giorno fu lo stesso Pietro a ricordare questo aspetto della vocazione apostolica, dicendo a Gesù: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito» (Mt 19,27; Mc 10,28; cf. Lc 18,28).Gesù allora elencò tutti i distacchi necessari «a causa mia – disse – e a causa del Vangelo» (Mc 10,29). Non si trattava soltanto di rinunciare a dei beni materiali, come la «casa» o i «campi», ma anche di separarsi dalle persone più care: «fratelli o sorelle o padre o madre o figli», – così dicono Matteo e Marco – «moglie o fratelli o genitori o figli», – così dice Luca (18,29).

Osserviamo qui la diversità delle vocazioni. Non da tutti i suoi discepoli Gesù esigeva la rinuncia radicale alla vita in famiglia, benché da tutti esigesse il primo posto nel cuore quando diceva: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10,37). L’esigenza di rinuncia effettiva è propria della vita apostolica oppure della vita di consacrazione speciale. Chiamati da Gesù, «Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello» non lasciarono solo la barca in cui «riassettavano le reti», ma anche il loro padre, con il quale si trovavano (Mt 4,22; cf. Mc 1,20).

Queste constatazioni ci aiutano a capire il perché della legislazione ecclesiastica circa il celibato sacerdotale. La Chiesa, infatti, ha ritenuto e ritiene che esso rientri nella logica della consacrazione sacerdotale e della conseguente appartenenza totale a Cristo in vista dell’attuazione consapevole del suo mandato di vita spirituale e di evangelizzazione.

2. Infatti, nel Vangelo secondo Matteo, un po’ prima del brano sulla separazione dalle persone care, che abbiamo appena citato, Gesù esprime in forte linguaggio semitico un’altra rinuncia richiesta «a causa del regno dei cieli», la rinuncia, cioè, al matrimonio. «Vi sono, dice, degli eunuchi che si sono resi tali a causa del regno dei cieli» (Mt 19,12). Essi si sono, cioè, impegnati al celibato per mettersi interamente al servizio del «Vangelo del regno» (cf. Mt 4,23; 9,35; 24,34).

Nella sua Prima lettera ai Corinzi, l’apostolo Paolo afferma di aver preso risolutamente questo cammino e dimostra la coerenza della propria decisione dichiarando: «Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore. Chi è sposato, invece, si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso!» (1Cor 7,32-34). Certo, non conviene che «si trovi diviso» colui che è stato chiamato a occuparsi, come sacerdote, delle cose del Signore. Come dice il Concilio, l’impegno del celibato, derivante da una tradizione che si ricollega a Cristo, è «particolarmente confacente alla vita sacerdotale. E’ infatti segno e allo stesso tempo stimolo della carità pastorale, e fonte di fecondità spirituale nel mondo» (PO 16).

E’ ben vero che nelle Chiese orientali molti presbiteri sono legittimamente coniugati secondo il diritto canonico che li concerne. Anche in quelle Chiese, tuttavia, i vescovi vivono nel celibato, e così pure un certo numero di sacerdoti. La differenza di disciplina, legata a condizioni di tempo e di luogo valutate dalla Chiesa, si spiega col fatto che la perfetta continenza, come dice il Concilio, «non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio» (Ivi). Essa non appartiene all’essenza del sacerdozio come Ordine, e quindi non è imposta in modo assoluto in tutte le Chiese. Non sussistono, tuttavia, dubbi circa la sua convenienza e anzi congruenza con le esigenze dell’Ordine sacro. Rientra, come s’è detto, nella logica della consacrazione.

3. L’ideale concreto di questa condizione di vita consacrata è Gesù, modello di tutti, ma specialmente dei sacerdoti. Egli visse da celibe, e per questo poté dedicare tutte le sue forze alla predicazione del regno di Dio e al servizio degli uomini, con un cuore aperto all’intera umanità, come capostipite di una nuova generazione spirituale. La sua scelta fu veramente «per il regno dei cieli» (cf. Mt 19,12).

Con il suo esempio, Gesù indicava un orientamento, che è stato seguito. Stando ai Vangeli, sembra che i Dodici, destinati ad essere i primi partecipi del suo sacerdozio, abbiano rinunciato, per seguirlo, a vivere in famiglia. I Vangeli non parlano mai di mogli o di figli a proposito dei Dodici, anche se ci lasciano sapere che Pietro, prima di essere chiamato da Gesù era un uomo sposato (cf. Mt 8,14; Mc 1,30; Lc 4,38).

4. Gesù non ha promulgato una legge, ma proposto un ideale del celibato, per il nuovo sacerdozio che istituiva. Questo ideale si è affermato sempre più nella Chiesa. Si può capire che nella prima fase di propagazione e di sviluppo del Cristianesimo un gran numero di sacerdoti fosse composto da uomini sposati, scelti e ordinati sulla scia della tradizione giudaica. Sappiamo che nelle lettere a Timoteo (1Tm 3,2-33) e a Tito (Tt 1,6) viene richiesto che, tra le qualità degli uomini prescelti come presbiteri, ci sia quella di essere buoni padri di famiglia, sposati a una sola donna (cioè fedeli alle loro mogli). E’ una fase di Chiesa in via di organizzazione e, si può dire, di sperimentazione di ciò che, come disciplina degli stati di vita, corrisponda meglio all’ideale e ai «consigli» proposti dal Signore. In base all’esperienza e alla riflessione si è progressivamente affermata la disciplina del celibato fino a generalizzarsi nella Chiesa occidentale in forza della legislazione canonica. Non era solo la conseguenza di un fatto giuridico e disciplinare: era la maturazione di una coscienza ecclesiale sulla opportunità del celibato sacerdotale per ragioni non solo storiche e pratiche, ma anche derivanti dalla congruenza sempre meglio scoperta tra il celibato e le esigenze del sacerdozio.

5. Il Concilio Vaticano II enuncia i motivi di tale «intima convenienza» del celibato con il sacerdozio: «Con la verginità o il celibato osservato per il regno dei cieli, i presbiteri si consacrano a Cristo con un nuovo ed eccelso titolo, aderiscono più facilmente a lui con un amore non diviso, si dedicano più liberamente in lui e per lui al servizio di Dio e degli uomini, servono con maggiore efficacia il suo regno e la sua opera di rigenerazione divina, e in tal modo si dispongono meglio a ricevere una più ampia paternità in Cristo». Essi «evocando così quell’arcano sposalizio istituito da Dio, e che si manifesterà pienamente nel futuro, per il quale la Chiesa ha come suo unico sposo Cristo… diventano segno vivente di quel mondo futuro, presente già attraverso la fede e la carità, nel quale i figli della risurrezione non si uniscono in matrimonio» [1] .

Sono ragioni di nobile elevatezza spirituale, che possiamo riassumere nei seguenti elementi essenziali: l’adesione più piena a Cristo, amato e servito con un cuore non diviso (cf. 1Cor 7,32-33); la disponibilità più ampia al servizio del regno di Cristo e, all’adempimento dei propri compiti nella Chiesa; la scelta più esclusiva di una fecondità spirituale (cf. 1Cor 4,15); la pratica di una vita simile a quella definitiva nell’al di là, e perciò più esemplare per la vita nell’al di qua. Ciò vale per tutti i tempi, anche per il nostro, come ragione e criterio supremo di ogni giudizio e di ogni scelta in armonia con l’invito di «lasciare tutto», rivolto da Gesù ai discepoli e specialmente agli apostoli. Per questo il Sinodo dei vescovi del 1971 ha confermato: «La legge del celibato sacerdotale, vigente nella Chiesa latina, deve essere integralmente conservata» [2] .

6. E’ vero che oggi la pratica del celibato trova ostacoli, a volte anche gravi, nelle condizioni soggettive e oggettive in cui i sacerdoti vengono a trovarsi. Il Sinodo dei vescovi le ha considerate, ma ha ritenuto che anche le odierne difficoltà siano superabili, se si promuovono «le condizioni opportune, e cioè: l’incremento della vita interiore con l’aiuto della preghiera, dell’abnegazione, dell’ardente carità verso Dio e verso il prossimo, e con gli altri sussidi della vita spirituale; l’equilibrio umano attraverso un ordinato inserimento nella compagine delle relazioni sociali; i fraterni rapporti e i contatti con gli altri presbiteri e col vescovo. attuando meglio, a tale scopo, le strutture pastorali, e anche con l’aiuto della comunità dei fedeli» [3] .

E’ una sorta di sfida che la Chiesa lancia alla mentalità, alle tendenze, alle mentalità, alle tendenze, alle malie del secolo, con una sempre nuova volontà di coerenza e di fedeltà all’ideale evangelico. Per questo, pur ammettendo che il sommo pontefice possa valutare e disporre il da farsi in taluni casi, il Sinodo ha riaffermato che nella Chiesa latina «l’ordinazione presbiterale di uomini sposati non è ammessa neppure in casi particolari» [4] . La Chiesa ritiene che la coscienza di consacrazione totale, maturata nei secoli, abbia tuttora ragione di sussistere e di perfezionarsi sempre più.

La Chiesa sa pure, e lo ricorda ai presbiteri e a tutti i fedeli col Concilio, che «il dono del celibato, così confacente al sacerdozio della nuova Legge, viene concesso in grande misura dal Padre, a condizione che tutti coloro che partecipano del Sacerdozio di Cristo col sacramento dell’Ordine, anzi la Chiesa intera, lo richiedano con umiltà e insistenza» (PO 16).

Ma forse, ancor prima, è necessario chiedere la grazia di capire il celibato sacerdotale, che senza dubbio include un certo mistero: quello della richiesta di audacia e di fiducia nell’attaccamento assoluto alla persona e all’opera redentiva di Cristo, con un radicalismo di rinunce che agli occhi umani può apparire sconvolgente. Gesù stesso, nel suggerirlo, avverte che non tutti possono capirlo (cf. Mt 19,10-12). Beati coloro che ricevono la grazia di capirlo, e rimangono fedeli su questa via!

[1]   PO 16; cf. Giovanni Paolo II, «Pastores dabo vobis», 29.50; CCC 1579.

[2]   «Ench. Vaticanum», 4, 1219; cf. Sinodo dei Vescovi, «Il sacerdozio ministeriale», 30 novembre 1971, parte II, I, 4, e, in «Il sacerdozio ministeriale nel magistero ecclesiastico», Libreria Editrice Vaticana, 1993, p. 321.

[3]   Ivi, IV, 1216.

[4]   Ivi, IV, 1220.

(fonte vatican.va)

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comunicato stampa del 30 giugno sul raduno

L’associazione dei sacerdoti sposati in preparazione al prossimo raduno pacifico di protesta dell’8 luglio 2006 a Roma ha organizzato un incontro organizzativo e logistico dell’evento per sabato 1 luglio 2006 presso la sede dell’associazione in piazza Garibaldi, 7 a Chia nella frazione di Soriano nel Cimino.
 
Giovedì 6 luglio 2006 alle ore 11,30 avrà luogo a Roma, presso la sede della Free Lance International Press in Via Sicilia, 166/B, la conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa dell’8 luglio.
All’iniziativa del raduno ha aderito il vescovo francese Mons. Jaques Gaillot che ha augurato un pieno successo all’incontro.
 
Altre adesioni sono perveute dal direttore de "Il dialogo" e dall’ass. "Omosessuali ecumenici in cammino" e dal portale "evangelodalbasso.net".
 
Segnaliamo  che il sito vocations.it del Centro Internazionale vocazionale Rogate ha dedicato in home page un link a rassegne stampa su problematiche legate alla mancanza di sacerdoti  con le dichiarazioni del cardinale Murphy-O’Connor che si è schierato  per il si al clero sposato).
 
Albana Ruci, la coraggiosa moglie di Giuseppe Serrone,  fondatore dei sacerdoti lavoratori, sposati ha scritto una lettera alle famiglie dei sacerdoti per invitare a "vincere la paura" in vista del prossimo raduno pacifico di protesta in programma a Roma in Piazza San Pietro per l’8 luglio 2006:
 

"La distesa dei papaveri  rossi  sui campi di grano ricama la terra come  le belle mani ricamano il vestito di un sacerdote: ho scritto questa frase  perché io e Giuseppe abbiamo curato con tanta attenzione la casula (abito liturgico sacerdotale) che Giuseppe indossò il giorno dell’Ordinazione.

 

Avevamo progettato di scrivere nella nostra   storia i  sacrifici che noi due abbiamo superato insieme, ma dopo una riflessione abbiamo deciso che sarebbe stato più importante  raccontare  di situazioni nuove e non ripetere esperienze che sarebbero diventate come i nodi di vecchi fili.

Speriamo che i nostri racconti e le storie vissute  possano servire a  qualcuno  come sostegno per vincere la paura di scendere in “strada”  l’8 luglio per  dire "no alle diffamazioni delle voci che non conoscono il vero significato della parola  amore legata ai diritti lavorativi dei sacerdoti che si dimettono, alle donne che vengono emarginate e che a volte per difendere i loro compagni tacciono.

 

Chiediamoci se è possibile contribuire a cambiare una storia senza avere paura, senza baciare l’anello nella mano di un vescovo e senza credere che Dio si presenta e agisce solo e soltanto quando certi uomini di chiesa lo decidono.

Noi donne sappiamo  che una bambina nel grembo della madre riceve carezze  con il profumo del latte materno: anche noi come una bambina in attesa della luce della vita riceviamo carezze dai profumi delle speranze.

Care donne uniamo il nostro cuore, le nostre mani per l’8 luglio".

 

In coincidenza con l’iniziativa del raduno l’ EPARCHIA DI PIANA DEGLI ALBANESI ha organizzato per il 7 e 8 luglio 2006 a Mezzojuso in Sicilia, presso l’Istituto A. Reres il XV CONVEGNO ECCLESIALE dal titolo: IL CLERO UXORATO: una realtà della Chiesa cattolica. Le relazioni sono state affidate a B.Petrà: La Teologia del clero uxorato.

D.Salachas: Lo stato del clero uxorato nelle fonti dei sacri canones e nella legislazione attuale del CCEO, e problemi aperti.

P. Koumarianos: Il clero uxorato nella Chiesa Ortodossa (Prospettive ecumeniche).

Concluderà il convegno una Tavola rotonda: Testimonianze del clero uxorato (sacerdoti e mogli).

 

L’associazione dei sacerdoti sposati ha raccolto alcune istanze di rinnovamento ecclesiale suggerite dalla “Rete Europea per la libertà nelle chiese”.
Questo movimento è nato 10 anni fa in Austria quando alcuni gruppi hanno stilato 5 punti come petizione popolare (quindi nata dalla base) nei confronti della chiesa cattolica.:  Stessi diritti e doveri per Uomini e Donne all’interno della chiesa; cancellazione del celibato obbligatorio;  una visione positiva della sessualità;  “messaggio della gioia invece che messaggio di minaccia”

Questi cinque punti sono stati sottoscritti in Austria da 500 mila fedeli, il Tirolo vi si è associato e solo qui sono state raccolte circa 18 mila firme.
I gruppi austriaci hanno inviato al Popolo Cristiano 5 lettere intitolate ” Lettere del Gregge ” (scritte cioè dal basso) in contrapposizione alle lettere dei vescovi (cioè della gerarchia).

La Germania ha ripreso questi 5 punti pari pari e nel paese sono state raccolte 2 milioni e 500 mila firme.
Questo movimento si è diffuso in tutta Europa dove conta oltre 150 gruppi, negli Stati Uniti e in maniera minore anche in Sud America.

Ecco i nomi di alcuni dei gruppi che nel gennaio di ogni anno si ritrovano coi responsabili delle reti nazionali:

“Noi siamo chiesa” (Austria e Italia), “Per un altro volto della chiesa e della società”,
“Diritti e libertà nelle chiese” (Francia e Usa), “Uomini e Donne nella chiesa” (Francia),
“Chiesa dal basso” (Germania), “Gruppo Otto Maggio” (Olanda),
“Chiesa aperta” (Svizzera) e molti altri ancora.

Il nuovo testamento e la svolta costantiniana (tema che ritorna spesso negli studi degli storici),
cioè riscoprire la chiesa del nuovo testamento formata da chiese domestiche ovvero case in cui si celebrava l’eucarestia e in cui ci si riuniva per pregare ed ascoltare la parola.
La costituzione base di queste chiese erano le beatitudini di Matteo Evangelista.

Dalla svolta Costantiniana nel 313 d.C. la religione cattolica fu ufficializzata, divenendo statale e adottando tutte le strutture che fino prima erano dell’impero: il Papa divenne l’imperatore dei cristiani, gli amministratori delle province i vescovi e i sottominstri preti.
Tutto venne messo in gerarchia.

Un altro tema è quello dell’ordinazione delle donne e del celibato obbligatorio.
Ci sono gruppi di donne (ad es. l’associazione “Magdala” in Germania) che promuovono questo punto, una quindicina di loro stanno studiando teologia e hanno intenzione di diventare sacerdoti a tutti gli effetti.

 

Il sacerdozio per le donne è un costante argomento di disputa tra i cattolici.

Nel 1994, con la pubblicazione della lettera apostolica di Giovanni Paolo II "Ordinatio Sacerdotalis", la faccenda fu dichiarata ufficialmente chiusa dal Vaticano.

La Chiesa afferma che essendo Gesù un uomo, come pure i suoi apostoli, può diventare prete solo un uomo che abbia ricevuto il battesimo.

L’idea dei preti-donna viene sostenuta da diversi circoli, anche come misura per controbilanciare la crisi delle vocazioni.

I favorevoli sostengono che durante il quarto e il quinto secolo, stando a documenti epigrafici, anche le donne ricevevano la consacrazione. La teologa Monika Wyss di Riehen, nel Cantone di Basilea, diventa la prima sacerdotessa cattolico-romana della Svizzera. Divorziata e madre di quattro figli la teologa difende il suo diritto al sacerdozio, anche se probabilmente pagherà la consacrazione con una scomunica del Vaticano. Nella Chiesa anglicana una donna è stata consacrata prete per la prima volta nel 1992 in Australia, nel 1994 era seguita l’Inghilterra.

Nel febbraio 2000 era stata invece ordinata per la prima volta in Svizzera una sacerdotessa della Chiesa cattolica-cristiana (o vecchio cattolica).

Secondo la Chiesa cattolica-romana le consacrazioni di donne sono però nulle. L’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e attuale papa, Joseph Ratzinger, aveva subito scomunicato le sacerdotesse. Ciononostante tre delle donne si sono in seguito fatte ordinare vescovo. E sono proprio loro che questa volta hanno guidato la cerimonia di consacrazione.

Secondo la Wyss senza le donne la chiesa cattolica è destinata al declino: il sacerdozio per lei non è un atto di ribellione nei confronti della Chiesa. "All’epoca di Cristo le donne erano accettate, è solo a causa dell’influenza dell’impero romano che furono escluse".

Le "vescove" non vorrebbero né un’esacerbazione del contrasto con Roma, né una divisione della Chiesa, ma è quasi certo che anche questa volta il Vaticano reagirà con una scomunica.

Contattato da swissinfo il portavoce della Conferenza dei vescovi svizzeri non ha voluto fare commenti sulla consacrazione di sabato. In passato i vescovi hanno detto chiaramente che una scomunica sarebbe stata inevitabile.

"Continuerò ad essere cattolica – commenta Monika Wyss – anche se non ho alcuna possibilità di lavorare nella Chiesa, viste le mie idée. Dunque per me non cambia molto".

La teologa, che ritiene normale che in una società non più unicamente dominata dagli uomini anche le donne vogliano diventare preti, ha intenzione di praticare il sacerdozio, celebrando messe, battesimi, matrimoni e portando aiuto ai fedeli.

In ogni caso l’incoraggiamento da parte di molti fedeli non le è mancato: "Uomini e donne che mi hanno detto che dopo 2000 anni di cristianesimo è venuto il momento che la Chiesa cattolica accetti le donne come esseri umani".

La cerimonia di consacrazione, organizzata dal Gruppo sacerdotesse cattolico-romane dell’Europa occidentale, si è tenuta sabato a bordo di un battello sul Lago di Costanza. La Wyss è stata ordinata prete insieme ad una donna dell’America centrale e ad una californiana.

Monika Wyss sognava di diventare prete dall’età di 12 anni: "I miei fratelli facevano i chierichetti, ma io non potevo. Allora a casa giocavamo alla messa. Io ero il prete e loro i miei chierichetti", racconta a swissinfo. 

Nel 2002 erano già state ordinate prete sul Danubio sette donne di Germania, Austria e Stati Uniti. La consacrazione era stata effettuata dal vescovo argentino scomunicato dalla Chiesa cattolica Romulo Braschi e dall’austriaco Ferdinand Regelsberger (fonte swissinfo).

Una formula è venuta alla ribalta in questi anni a livello ecumenico:  la chiesa in forma di comunità.
Dicendo che la chiesa è per sua natura comunità si dice tutto.
Chi è battezzato è parte della chiesa e ha diritto alla celebrazione dell’eucarestia.
Se i preti non ci sono bisognerà dare la possibilità anche alle donne di celebrare l’eucarestia, perché è un diritto fondamentale della chiesa.
La famiglia è comunità e la parrocchia è comunità, la chiesa quindi deve essere comunione di comunità.

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per maggiori informazioni e richieste

Ufficio Stampa

http://nuovisacerdoti.altervista.org

sacerdotisposati@alice.it

Chif Italia – Liberi e Solidali
chif.direzione@tiscali.it
cell.: +393285780719 – fax 391782268186
http://www.chif.altervista.org
La CHIF è un’organizzazione sostenuta e promossa da benefattori e volontari. Lo scopo principale della CHIF è di aiutare quelle persone che, a causa di legittime scelte personali, si trovano emarginate dall’istituzione ecclesiastica ed hanno bisogno d’aiuto per una nuova sistemazione sociale.

 

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Il coraggio e la coerenza di un sacerdote argentino: l'amore prima di tutto

Tutti in chiesa aspettavano la predica, invece, a sorpresa, il prete si è lasciato andare e ha confessato ai presenti di essere innamorato e di voler lasciare provvisoriamente il sacerdozio. E successo a Chamical, paese nel nord dell’Argentina. Il sacerdote, Delfor ‘Pocho’ Brizuela, ha poi precisato:"Da sei mesi ho un rapporto con una persona alla quale voglio molto bene". L’annuncio ha lasciato di stucco i fedeli.

"Sono confuso e turbato, intendo essere leale con la mia gente e con la Chiesa", ha dichiarato il prete, precisando però di essere "contento" di essere sacerdote.  Poi dopo aver ammesso di avere una relazione, Brizuela, 46 anni, ha continuato: "Siccome nella Chiesa questo non può essere, intendo ritirarmi dalle mie funzioni", ha spiegato , precisando che non vuole "stare con un piede di qua e l’altro di là". Alla fine della messa, nonostante lo stupore dei fedeli, il prete, noto come "padre Pocho", ha ricevuto manifestazioni di affetto e simpatia.

La stampa locale che ha raccontato la storia del prete ha precisato che la donna della quale il sacerdote si è innamorato "è divorziata ed ha due figli". "Padre Pocho" è una figura di rilievo della chiesa progressista del nord dell’Argentina e segue la linea tracciata molti anni fa da Enrique Angelelli, ex vescovo di La Rioja (la provincia dove si trova Chamical), strenuo oppositore dell’ ultima dittatura argentina, ucciso il 4 agosto 1976 in un incidente stradale simulato.

fonte: tgcom.it

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Vincere la paura

 

La distesa dei papaveri  rossi  sui campi di grano ricama la terra come  le belle mani ricamano il vestito di un sacerdote: ho scritto questa frase  perché io e Giuseppe abbiamo curato con tanta attenzione la casula (abito liturgico sacerdotale) che Giuseppe indossò il giorno dell’Ordinazione.

 

Avevamo progettato di scrivere nella nostra   storia i  sacrifici che noi due abbiamo superato insieme, ma dopo una riflessione abbiamo deciso che sarebbe stato più importante  raccontare  di situazioni nuove e non ripetere esperienze che sarebbero diventate come i nodi di vecchi fili.

Speriamo che i nostri racconti e le storie vissute  possano servire a  qualcuno  come sostegno per vincere la paura di scendere in “strada”  l’8 luglio per  dire "no alle diffamazioni delle voci che non conoscono il vero significato della parola  amore legata ai diritti lavorativi dei sacerdoti che si dimettono, alle donne che vengono emarginate e che a volte per difendere i loro compagni tacciono.

 

Chiediamoci se è possibile contribuire a cambiare una storia senza avere paura, senza baciare l’anello nella di un vescovo e senza credere che Dio si presenta e agisce solo e soltanto quando certi uomini di chiesa lo decidono.

Noi donne sappiamo  che una bambina nel grembo della madre riceve carezze  con il profumo del latte materno: anche noi come una bambina in attesa della luce della vita riceviamo carezze dai profumi delle speranze.

Care donne uniamo il nostro cuore, le nostre mani per l’8 luglio.

(Albana Ruci Serrone)

puoi aderire all’iniziativa online ( compila il modulo  e invialo direttamente dal web) raduno pacifico di protesta

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Il blog attaccato da Hacher

La redazione del blog si scusa con i visitatori web che si sono connessi alle nostre pagine nella scorsa settimana. L’aggiornamento del sito era avvenuto da un luogo pubblico. Qualcuno/a, anonimamente, è riuscito ad entrare nella pagina di configurazione del blog e ha creato a nostra insaputa due blog che per alcuni giorni sono circolati in Internet. Comunichiamo che non siamo responsabili di quanto scritto o o inviato tramite il nostro blog nella scorsa settimana. Vi preghiamo di segnalarci eventuali messaggi indesiderati ricevuti. Provvederemo a controllare e a rintracciare eventuali richieste fatte a nostro nome e adotteremo le strategie del caso.

La redazione

Giuseppe Serrone

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Libertà di espressione

Recentemente in California, San Diego, la Apple ha citato in giudizio gli autori di due blog colpevoli, secondo loro,di violazione del segreto industriale e di omissione nel non citare le loro fonti. Gli autori dei blog "PowerPage" e "AppleInsider" sono stati difesi dalla Electronic Frontier Foundation, organizzazione che difende dirittti e libertà deli utenti di Internet.

Ma di più ha potuto,nella difesa,la stessa Costituzione americana. Infatti il Bill of Rights(vedi Wikipedia.org) che nel primo emendamento costituzionale sottololinea la possibilità del segreto professionale del giornalista è stato l’elemento vincente per i due. Infatti se, come in questo caso, il giornalismo è tale anche se on-line questi è equiparato a quello della carta stampata.

Di conseguenza se appartiene al giornalista il diritto-dovere della privacy delle sue fonti così è anche per chi scrive in modo giornalistico anche se blogger. Il giudice americano, facendo rifermento alla Costituzione del suo paese non ha fatto altro che tutelare il diitto di informazione oltre a quello di segretezza delle fonti. L’Italia giuridica e giornalistica non può che leggere con ammirazione questa sentenza, che potete trovare nel sito della Electronic Frontier Foundation,poiché anche il nostro paese mira al raggiungimento pieno di quello che è uno dei valori più alti di una società civile: la libertà di espressione.

fonte; canisciolti.it

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Smettiamo di immaginare la donna come essere impuro!

Il celibe Papa ha messo ufficialmente i piedi nel piatto scientifico degli embrioni, auspicando al più presto uno statuto dei diritti dell’embrione, saltando a pié pari quello dei diritti della madre e distogliendo inoltre l’attenzione dalla carta europea ed internazionale dei diritti dei bambini dove si sancisce che "ogni minore ha il diritto di conoscere i suoi genitori o di essere educato da loro in persona". Per avere quindi il diritto di pronunciarsi sulla prenatalità, bisognerebbe avere prima le carte in regola con i diritti dei minori già nati. Solo nella luterana Germania seimila sono i figli clandestini del clero cattolico celibe che o non conoscono il padre o non possono chiamarlo papà. In Italia sono molto più numerosi ma i mass media hanno il bavaglio vaticano. I figli del celibato ecclesiastico hanno un triste destino. O sono abbandonati alle esclusive cure della madre o sono rinchiusi in grigi orfanotrofi religiosi. La maggior parte di loro non vedono nemmeno la luce del sole perché le donne abbandonate non si sentono il più delle volte di assumersi da sole il gravoso compito di farli nascere e di crescerli all’onore del mondo. Alle inadempienze dei padri rimediano con l’aborto. C’è di più! La santa madre chiesa premia con sicure carriere il "pentitismo" del suo clero che non rinuncia alla "virtù" della castità e del celibato "solo" per avere reso incinta una donna. Mi sembra attuale il rimprovero di Gesù ai dottori del tempio di duemila anni fa: "Pretendono di giudicare la pagliuzza nell’occhio altrui e non si accorgono della trave che è nel loro". Il Cardinal Ratzinger, nell’intervista concessa a Peter Sewald ("Il sale della terra"), afferma, tra l’altro, che il celibato ecclesiastico è una consuetudine e non un dogma, dimenticando di aggiungere che si tratta di "consuetudine" imposta dall’alto e non certo di libera scelta della base. Afferma poi: "in pratica, con l’abolizione del celibato assisteremmo solo alla nascita di un nuovo tipo di problematica, quella dei preti divorziati". Se il rischio esiste è dovuto al fatto che uomini usciti da "quei" seminari e da "quei" conventi possono avere grandi difficoltà a rapportarsi serenamente e civilmente con una donna. Ma allora smettiamola di inseminare tra gli adolescenti e tra i giovani maschi il rifiuto sistematico delle donne! Smettiamo di immaginare la donna come essere impuro! Ritengo perciò che rimuovere il celibato obbligatorio favorisca una revisione dell’intero impianto ecclesiale: se accettiamo l’idea che un prete, un frate o una suora possano sposarsi, dovrà cambiare anche la loro preparazione, che dovrà essere più rispettosa dei diritti inalienabili della persona (sessualità, affettività e spirito critico). Antonio de Angelis, prete sposato dell’associazione "Vocatio", Genova Tra la religione e la donna c’è un problema. E qui non parlo solo della religione cristiana, ma anche di quella musulmana, di quella ebraica e in generale di tutte le religioni monoteiste che conoscono l’Uno (il Dio unico) e non il "Due" che, da che mondo è mondo, è maschio e femmina. Basta infatti congedarsi dalle religioni monoteiste e accostarsi a quelle politeiste per incontrare il tripudio del femminile. Lei mi obietterà: e i protestanti allora? E gli ortodossi? I pastori protestanti e i popi ortodossi sono sacerdoti con moglie che, forse proprio per compensare questa liceità che si sono concessi, hanno inventato delle morali così rigorose da fare impallidire la tolleranza della morale cattolica. Siccome però la consuetudine celibataria del mondo cattolico si è affermata nel mondo occidentale e ha fatto storia, voglio capire le ragioni di questa sua affermazione storica o per lo meno le macchine antropologiche e psicologiche che la sostengono. E qui ne individuo due, contestabilissime, ma non credo tanto. La donna ha familiarità con il concreto e capisce l’astratto parlando con un "tu" in carne e ossa che ha davanti a lei. Il maschio ha più familiarità con l’idea astratta e raggiunge il concreto passando attraverso quell’idea, o rubricando la cosa concreta tra i casi di quell’idea. In una metafora religiosa l’uomo conosce la donna parlando con Dio, la donna conosce Dio parlando con un uomo. Il sacerdote è la sublimazione del principio maschile: ama gli uomini perché ama Dio, non li incontra come un "tu" nel mondo, ma come figli di Dio. La seconda osservazione è più modesta perché psicologica, anche se poi le macchine psicologiche sono implacabili. Siccome le religioni sono nate anche come un sistema di regole le quali, come è noto, hanno il loro fondamento nel controllo del ventre che è metafora della concupiscenza, mi pare ovvio che solo interdicendo le pratiche della concupiscenza si possono ottenere dei buoni guardiani delle regole che, a loro volta, possono sublimare la concupiscenza nell’esercizio del potere, il quale, investito dalla libido sessuale interdetta alla meta, diventa esercizio rigoroso. Penso a questo punto di essermi inimicato donne e preti e quindi di aver contribuito a disgiungere quello che lei, caro don Antonio, vuole congiungere.

(di Umberto Galimberti  – Fonte: La Repubblica delle Donne web)

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Per una informazione libera dal conservatorismo che mente e dal progressismo senza mete…

Scarso rilievo sulla stampa italiana alla convenzione dei bloggers, i giornalisti ruspanti di Internet, che ha affollato il weekend a Las Vegas: la scommessa è che i new media sconfiggano presto gli old media, grazie ai blog, commenti d’autore online ogni giorno, capaci di spiazzare già i quotidiani, la televisione e la radio. A sintetizzare la morale Markos Moulitsas, 34 anni, che con il blog DailyKos ha meritato dal New York Times il titolo di ‘blogger più influente d’America: ‘I vecchi media ci hanno tradito con le loro informazioni di regime, la vecchia politica con le moine, i conservatori mentono, i progressisti non sanno che pesci prendere’. La redazione del sito dei sacerdoti lavoratori sposati aderisce alla libera informazione dei bloggers che sul lato del versante dei media religiosi gerarchici è ancora in lotta per conquistarsi uno spazio di libertà contro lo strapotere delle notizie "ufficiali".


(fonte: corriere della sera – libero)

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Lettera al blog: l'educazione del clero, una piaga…

Carissimo Giuseppe Serrone,
siamo sempre alla stessa.
E questi dovrebbero essere i preti  della chiesa cattolica latina tanto  caritatevoli ( almeno!) con i fratelli della medesima fede…!!!
Non  hanno nemmeno il coraggio di firmarsi!!!!
Ribadisco che sono alquanto  perplessa di preti come il fantomatico “Kamillo”; sconcerto che trova  il suo fondamento nella constatazione della loro insufficiente  preparazione teologica…questi non sanno nulla della teologia sul  ministero alla luce del Vaticano II.
Ma che tornino a scuola a  studiare…se non hanno le possibilità, io stessa regalerò loro il libro  di Basilio Petrà “Preti sposati per volontà di Dio?”, purché si impegnino a leggerlo!!!
Ma che leggono questi preti???????
Carissimo  Serrone, ti consiglio di recensire sul sito il libro che da tempo vado  segnalando…affinché seminaristi, preti e quantaltri, prima di scrivere  certe fesserie abbiano almeno l’umiltà di informarsi!!!

Spero che all’incontro in San Pietro ci siano più persone possibili a testimoniare  delle  “Cinque piaghe della Santa Chiesa”…in particolare quella: della mano diritta della santa Chiesa, che è la insufficiente educazione del  Clero… di rosminiana memoria!!!

con stima e riconoscenza

Loredana
Cortinovis
Diocesi di Milano

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Lettera al blog di un sacerdote anonimo

Caro Sig. Serrone,

Denoto un malessere leggendo gli articoli coi quali alimenta il suo blog.

Il tono e il contenuto degli articoli è sempre dello stesso stile: negativo verso quelli con i quali condivideva le convizioni e tante altre cose.

Ora che si è distanziato per scelta sua della sua scelta primaria, tutto e tutti quelli che faccevano parte della suo vita e del suo decoro è sbagliato, è falso e è da abbattere.

Non leggo in quasi nessun articolo postato da Lei, qualche cosa di bello o di positivo. Sente solo una lagnarsi continuo.

Ma dove è la critica costrutiva ?

Non pensa che l’atmosfera che emane di questo blog sembra più di una "resa dei conti" e l’espressione di una non accettazione della sua stessa realtà.

Come mai la sua seconda scelta di vivere con una donna non lo lascia cosi in pace ?

Noi, sacerdoti della chiesa latina, sapiamo tutti che siamo stati liberi di scegliere tra il matrimonio o il celibato e che scegliendo il celibato potevamo accedere al sacerdozio. E poi che da sacerdoti prendendo la vita comune con una donna, dovevamo lasciare l’ufficio. Sembra leggendo i suoi interventi, che questo non gli era chiaro. Come mai ?

in Xto

don Kamillo

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La risposta della redazione:
 
Caro don Kamillo,
non so se è, quello da Lei usato il suo vero nome o uno pseudonimo. La sua analisi del nostro Blog denota delle sue "proiezioni psicologiche". L’istituzione che l’ha formata e, in parte le sue scelte, hanno contribuito a farla ergere a "giudice" (anche se usa un tono, nel suo scritto, farcito di "miele").
Il Blog è uno spazio libero e pertanto le sue censure sono inopportune e sgradite.

Lei confonde la Comunità cristiana voluta da Gesù con gli "uomini di Chiesa".
La nostra battaglia è contro alcuni uomini di chiesa che hanno stravolto il messaggio evangelico.

Per le mie libere scelte due volte sono stato sospeso dall’insegnamento su pressioni del vescovo Zadi al cardinale di Palermo e al vescovo di Viterbo.
Ho dovuto avviare delle cause per avere riconosciuti i mie legittii diritti, dopo le dimissioni, nella diocesi di Civitacastellana. Ma lei fa finta di non sapere o di non aver letto la nostra storia!

La mia pace è nel profondo del cuore e le sue provocazioni non potranno turbarla. Forse lei avrebbbe bisogno di un sano rapporto con l’altro sesso e di meno "masturbazioni intellettuali".

I suoi rilievi sulla libertà di scelta mi erano molto chiari. L’ho detto anche apertamente davanti al segretario della Congregazione delle Dottrina della Fede (da qualche anno Elemosiniere del Papa) che mi suggeriva, per ottenere più velocemente la dispensa dagli obblighi del celibato, di dichiarare che avevo intenzione di sposarmi prima di essere ordinato sacerdote!

Ho pagato di persona per la mia scelta di dimettermi. Le dimissioni non erano legate al celibato.

Anche mia moglie ha pagato e paga di persona con una "brutta malattia" provocata dagli stress subiti dopo il nostro matrimonio.

Impari a essere caritatevole con i "veri poveri" e non solo con i "ricchi" (gli uomini di chiesa che difende).
Cordiali saluti
Giuseppe Serrone

 
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sui giornali: il celibato e la storia di un dramma

CRONACHE

segnalazione articolo del quotidiano "La  Stampa"  del 12 Giugno 2006 a  pag. 11

HANNO STILATO UN MANIFESTO DI PROTESTA E L’8 LUGLIO SCENDERANNO IN PIAZZA SAN PIETRO

Sacerdoti in amore

Storie di preti innamorati, raccontate dagli stessi protagonisti e dalle loro donne. In Italia sono ottomila, oltre 50 mila nel mondo, e vanno aggiunte le tonache dalla doppia vita


ROMA. Amori proibiti dalla regola celibataria, vissuti nell’ombra per sfuggire lo scandalo. Insomma la donna amata come «rivale di Dio». Storie di preti innamorati, come quelli chiamati in piazza San Pietro l’8 luglio (giornata mondiale delle famiglie) dall’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati guidata da Giuseppe Serrone.

Lapidata come l’adultera

«Posso parlare con Albana?». Il marito, l’ex parroco di Chia, frazione di Soriano nel Cimino (Viterbo), spiega che non è possibile: «E’ troppo provata, sta passando un periodo di grande instabilità emotiva». E per comprendere le ragioni dell’equilibrio spezzato basta ascoltare questa storia fatta di pregiudizi e cattiveria, in cui la protagonista è una bella ragazza albanese di 30 anni colpevole di essersi innamorata, ricambiata, di un sacerdote. E per questo presa a sassate dalla gente del paese. Lapidata come l’adultera salvata da Gesù. Possibile? Basta ascoltare Giuseppe, 46 anni, un tempo sacerdote per avere la certezza che č stato possibile. Lui precisa subito: «Sono ancora un sacerdote, mi sono dimesso dall’incarico del servizio pastorale, ma non spogliato della tonaca. Il sacerdozio è un sacramento che rimane per tutta la vita. Ho avuto la dispensa dagli obblighi che comportano il celibato, pertanto ho potuto fare il mio matrimonio religioso». Ma le cose non sono proprio cosě semplici, tanto che oggi Giuseppe ed Albana sono senza un lavoro e occupano abusivamente la canonica. Tutto inizia nel 1997 quando don Giuseppe aiuta il sindaco di Soriano a organizzare una piccola colonia di profughi albanesi arrivati nella zona. Tra loro c’è anche il fratello di Albana e dopo due anni arriva anche lei. Tra il parroco e la profuga nasce un rapporto che subito cresce come una bella amicizia e Albana inizia ad aiutare in segreteria, anima i centri giovanili, fino a che nel giugno del 2001, con il permesso del vescovo, si trasferisce in canonica insieme con la madre.

In paese si mormora: «Don Giuseppe si è fatto l’amante». «Non tenni in considerazione queste chiacchiere di paese», racconta oggi il sacerdote, «Per lei, sempre con il consenso del vescovo, sono andato in Albania perché il permesso di soggiorno non arrivava. Da allora le cose sono precipitate, cosě mi sono dimesso da parroco nell’ottobre 2001». L’amicizia che si trasforma in amore non è però l’inizio di una favola. Dal 2002 fanno ancora i conti con i pregiudizi. Difficile trovare un lavoro. Da mesi è disoccupato. «Devo essere forte per Albana, farle dimenticare quello che le hanno fatto». Giuseppe racconta e la voce trema: «Nel giugno di due anni fa si trovava in un giardino a leggere e alcuni giovani del paese, in compagnia di un uomo che lavorava all’università, l’hanno colpita con delle pietre, come le streghe del medioevo».

 

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200606articoli/6328girata.asp

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Dichiarazioni ufficiali del teologo di

Anche il teologo ufficiale di Famiglia Cristiana n. 24/2006 ha dichiarato che a lungo andare non è accettabile che ci siano comunità prive dell’Eucaristia   e di altri sacramenti perché sono senza prete, mentre modificando le condizioni di accesso agli ordini potremmo risolvere il problema. Per lo studioso Severino Dianich i fatti dimostrano che le condizioni poste dall’attuale ordinamento canonico, celibato in testa, non sono immodificabili e, quindi, di fronte a una situazione di comunità numerose e significative, che dovessero restare prive dei sacramenti, dovrebbero essere modificate… L’ultimo Sinodo dei vescovi ha trattato la questione e nelle proposizioni presentate al Papa per la stesura di un suo documento non ha fatto proposte di riforma. Ciò non toglie che a una riforma si possa e si debba pensare, studiandone possibilità concrete e prospettive.

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"La Stampa" dedica una pagina di cronaca al tema del celibato

 Il quotidiano torinese "La Stampa" (12 giugno 2006, p. 11) ha dedicato un’intera pagina di cronaca-inchiesta realizzata da M. Corbi e G. Galeazzi. Sono riportate alcune storie dei protagonisti e le dichiarazioni del card. O’ Connor:  "matrimonio e sacerdozio sono compatibili"; per alcune porpore anglosassoni il celibato è una regola che può cadere. E citano le chiese orientali. Il nostro direttore, don Giuseppe Serrone, ha dichiarato dopo l’uscita dell’articolo: "E’ arrivato il momento di concretizzare il nostro impegno che non è soltanto rivendicativo. Abbiamo una ricchezza di posizioni teologiche, psicologiche  e bibliche, dei nostri sacerdoti sposati da valorizzare e approfondire. Intanto, in concomitanza con l’incontro mondiale delle famiglie (4-9 luglio 2006) incontriamoci l’8 luglio a Roma in Piazza San Pietro (per coloro che non possono partecipare direttamente all’incontro di Valencia) per un raduno pacifico.

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Assunti "pastori laici" a Trento e Vicenza, ma per i sacerdoti sposati collaborazioni vietate…

Le Curie di Trento e Vicenza assumono con contratti a termine "pastori laici" per il servizio alle parrocchie a causa della mancanza diffusa di sacerdoti. La nostra associazione di sacerdoti lavoratori sposati commenta l’iniziativa suggerendo agli ordinari diocesani favorevoli all’iniziativa, di tentare di reinserire nel ministero i sacerdoti sposati che fossero disponibili. Oltre al tentativo di reinserimento suggeriamo anche di avviare delle iniziative concrete per la modifica delle leggi ecclesiastiche (norme attuative) che regolano la concessione della dispensa dagli obblighi del celibato.

La notizia (fonte: repubblica)

La scelta della Curia di Trento dove l’età media dei preti è 69
anni e i sacerdoti sono costretti a vere e proprie maratone

Contratti a termine a "pastori" laici
"Aiutateci, mancano i sacerdoti"

TRENTO – Da una parte, il forte calo delle vocazioni con la conseguente diminuzione del numero di sacerdoti impegnati nella "trincea" delle parrocchie; dall’altra, l’esigenza di soddisfare la crescente richiesta di sostegno umano e spirituale che sale dalla società. Da questo quadro nasce l’iniziativa dell’Arcidiocesi di Trento che ha proposto contratti a termine destinati a "pastori d’anime laici" per progetti di tre mesi nelle parrocchie di Trento. Di fatto, l’assunzione di personale laico per far fronte alla penuria di sacerdoti.

Nell’arcidiocesi, guidata da monsignor Luigi Bressan, i sacerdoti scarseggiano e la loro età media è di 69 anni, la più alta d’Italia. Ci sono sacerdoti – dicono i vertici della Curia – che la domenica devono spostarsi per 75 chilometri per celebrare la messa in tre comunità diverse. Si sta così pensando di correre ai ripari puntando sui laici che dovranno occuparsi soprattutto di oratori, catechesi e Caritas. Il tutto attraverso l’arcinoto meccanismo dei contratti a tempo che prevede contributi pagati dalla Curia e stipendio versato dalle comunità con autotassazione. Eventuali modifiche alla legge Biagi permettendo.

La scelta di rivolgersi al mondo laico per garantire la presenza assidua e quotidiana tra i fedeli delle parrocchie era già stata più volte accennata da Monsignor Bressan, nel corso delle periodiche riunioni con i parroci nella sede della Curia.

Una iniziativa analoga, del resto, è adottata anche dalla diocesi di Vicenza, sempre per le stesse ragioni: la mancanza diffusa di sacerdoti. Le autorità religiose del capoluogo veneto hanno infatti concesso
l’autorizzazione alle numerose parrocchie del Vicentino per "arruolare" fedeli laici da impegnare nelle attività pastorali con il ruolo di animatori. Un compito attiguo a quello dei sacerdoti veri e propri, che dovrebbe consistere nel rappresentare per i fedeli delle parrocchie dei punti di riferimento spirituali (di C. CIAV.)

(11 giugno 2006)

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Gli aspetti psicologici del celibato (1)

IL CODICE DEI VINTI

(psicoterapia di un prete) di Carlo Vaj

La prima puntata di una serie di interventi sugli aspetti psicologici del celibato. Si tratta di relazioni stenografiche i setting di gruppo in cui compaiono anche dei vissuti di preti.

Ai visitatori del bolg

invito al dialogo: scrivi il tuo commento sul blog o invia il commento a redazionepsicologia@simail.it

Che cosa pensate di questo tipo di terapia? perché i preti sono così restii all’analisi? Perché la chiesa, dapprima ostile alla psicologia, cerca ora di utilizzarla con personale e metodi ad usum delphini? Che cosa avreste detto voi se foste stati presenti alle sedute terapeutiche?

La mole dell’ospedale psichiatrico di T., ingessata nella calura del primo mattino,  era l’immagine dell’immobilità totale, impermeabile ad ogni intrusione, come volesse respingere il nostro gruppo di lavoro  e il suo bagaglio di psicologia of insanity. Anche i suoni che provenivano dalle finestre aperte giungevano ovattati: erano voci di routine lavorativa, inframmezzati da qualche urlo parossistico imbottito di parolacce.

La porta fu aperta da un infermiere gigantesco con sul viso un’espressione a metà fra la buddistica compassione e una noia mortale. Dopo che fummo entrati nel primo atrio e la porta fu chiusa alle spalle, un’altra apertura ci si schiuse davanti e poi una terza; tante erano le barriere da superare per entrare nell’inferno della malattia psichica e io pensavo a Dante: Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente.

Mentre osservavo l’atrio immenso, le volte smisurate, residuo di un’architettura illuministica ignara delle parole risparmio e razionalizzazione, pensavo al compito che attendeva il gruppo di cui facevo parte in qualità di psicologo-osservatore: sviluppare un rapporto fra i pazienti dell’ospedale che stavano per essere dimessi dopo la sua prossima chiusura e il mondo esterno, al cui sostegno avrebbe provveduto l’équipe di cui, appunto, ero membro.

Ci piombò alle spalle una figura pelle e ossa, agitantesi in un non più candido pigiama: – Tu ce l’hai una Camel, sono sicuro che voi psicologi ce l’avete  una Camel, no? Io riesco soltanto più a fumare le Camel. Le altre sigarette sono tutte porcate. La voce era uniforme, tra il petulante e il canzonante. I miei collaboratori lo guardavano imbarazzati, in silenzio, e poi distoglievano lo sguardo che andava a posarsi sugli alberi del cortile. Passò volando una donna e dietro di lei, come una volteggiante farfalla, la sagoma di una marionetta bianca, agitante un coltello: Io l’ammazzo questa troia, maiala puttanaNooo, aiutooo…! Le voci, dapprima sbraitate, si perdevano ora nei piani superiori dove continuava il carosello.  Ora si udivano più soffocate voci maschili, finché tutto fu silenzio. Anodino, giungeva ora alle nostre orecchie il commento d’infermiere smisurato: – Niente male come inizio di giornata…

Il nostro lavoro all’ospedale era avviato.

Il gruppo di lavoro era un caleidoscopio della miseria psichica, non soltanto perché tutti ne parlavano ma perché essi stessi, i terapeuti, erano parte integrante di questa miseria. Psichiatri, psicologi , testisti, infermiere, assistenti sociali, osservatori costituivano un quadro tipo La camera incantata di Gentilini.

La voce dello psichiatra era dotta, convincente: Noi vediamo la realtà in un sistema d’emozioni e di visioni che abbiamo creato. Noi creiamo la nostra mappa mentale. Abbiamo visto M. e abbiamo verificato quantosia difficile per lei accettare un complimento. Noi non conosciamo la realtà direttamente, per cui, quando due persone s’incontrano, partono da mappe diverse e devono imparare a capire queste rispettive mappe. Per la parola “amore” quante mappe diverse! Allora, è come se parlassimo due lingue diverse e c’è l’incomprensione. Ci sono persone orientate sui soldi e queste hanno difficoltà ad andare d’accordo con persone orientate sui valori umani…

Allora, il “chi siamo” ha a che fare col “come ci rappresentiamo”. Se noi cerchiamo “il rosso”, è in quello che noi abbiamo la nostra sicurezza. Invece, io devo avere la possibilità di rappresentarmi in modo diverso. Anche se ho avuto una madre depressa, non esiste soltanto la depressione. Se penso che nella mia identità c’è una umanità, non posso più agire facendo delle imitazioni. C’è tutta una serie di blocchi che si verificano nel processo evolutivo…

Tra poco vedremo alla “candid camera” alcuni casi che spiegano la nostra teoria…

Era la prima volta che osservavo dal vivo questa tecnica in psicoterapia. Si tratta di una metodica applicata sempre con il consenso dei pazienti. Il fatto che essi non possano vedere gli spettatori – in ogni caso soltanto e sempre terapeuti -, rimuove ogni forma d’ansia, cosicché possono manifestarsi in tutta la genuinità interiore.

Finora il terapeuta ha svolto le sue riflessioni in pacatamente e subito dopo si indirizza a Karen in modo quasi ipnotico, quando le sue difese sono sguarnite:

TERAPEUTA : (a Karen) Vuoi venire qua a fare qualcosa? C’è paura di essere fraintesi perché la vita non è facile. Quando faccio un gruppo, dico sempre di stare molto attenti nel tornare a casa, a guidare. Si smuove qualcosa dentro: quello che lei ha avuto è stato un piccolo incidente (Karen, guidando alle tre di notte è andata fuori strada).

Interviene, non richiesta, un’altra partecipante al gruppo, PAOLA: (racconta di avere investito un giovane ciclista al mattino, mentre veniva al corso. Nulla di grave). Ieri sono stata male, quando ha parlato Marinella, ho provato paura e disagio.

TERAPEUTA: Fare il medico è pesante. Tu hai una modalità molto significativa di dare aiuto, ma non è protettivo per te. Quello che è importante è che tu sappia avvicinarti ma anche distaccarti. Una dottoressa ammalata non fa bene al paziente. Hai notato come parli velocemente ? Non dai tempo alle emozioni di correrti dietro. Funziona come metodo di difesa. Ti capita mai di parlare più lentamente ?

PAOLA: Con i malati mi occorrerebbe troppo spazio.

TERAPEUTA: Un aspetto della professione medica è la rapidità.

PAOLA: Fare il medico della mutua per me è difficile..

TERAPEUTA: Quello che è successo a Maurizio e Paola ti ha facilitato la funzione di transfert. Potresti prenderti un po’  di spazio per te in modo da lavorare in maniera più regolare.

PAOLA: Non vorrei ammazzare qualcuno…

TERAPEUTA (a Karen): Com’è per te questo secondo giorno?

KAREN: Sono venuta qui molto distante e distaccata con il pensiero che io problemi non ne ho.

TERAPEUTA: Magari pensando: loro hanno problemi italiani, io ho problemi inglesi (tutti ridono).

KAREN: Poi ho visto anche i loro problemi dentro di me. Qui, quando sono partita, quando ho avuto questo incidente, è un problema che volevo affrontare. Ho voluto affrontare questa mia aggressività e questo risentimento. Non è stato un incidente serio perché sono andata fuori strada.

TERAPEUTA: Quando si sente parlare d’incidenti del sabato sera, è gente che intende suicidarsi.

KAREN: È aggressività, è un voler rompere qualcosa. È una rabbia contro tutto.

TERAPEUTA: È come abbaiare.

KAREN: Mi è venuto da gridare come in una crisi isterica.

TERAPEUTA: Hai dovuto sbattere con la macchina per darti il permesso di gridare.

KAREN: Mi sono sbagliata, mi sono resa conto che non è il mio posto a T.

TERAPEUTA: Forse non è soltanto problema di posto ma di cose che scegli.

KAREN: Ma anche il lavoro, Faccio il minimo che posso fare, come se non volessi più migliorare.

TERAPEUTA: Hai tanto calore dentro?

KAREN:

TERAPEUTA: Cosa posso fare per te?

KAREN: (piange) Sento che ho molte cose negative dentro di me. Voglio finire con l’autodistruzione.

TERAPEUTA (Parla in inglese): Sto dicendo che il suo comportamento è a rischio, pericoloso.

KAREN:  A me non piace questa vita qui. Non mi piace la gente, questi miei amici.

TERAPEUTA: Come vuoi interrompere di essere aggressiva ?

KAREN: Nei rapporti non c’è intimità.

TERAPEUTA: Molti uomini non sanno amare..

KAREN: La maggior parte…

Una ragazza del gruppo, rimasta fino ad allora in silenzio, si coinvolge.

ANNA : È vero, la maggior parte degli uomini non è all’altezza

TERAPEUTA:  La mia fantasia è che volevi dire qualcosa. Che cosa ti impedisce di comunicare? Che cosa ti manca?

ANNA: Che cosa mi blocca? (accenando ad un uomo del gruppo seduto lontano da lei) La sua insicurezza.

TERAPEUTA:  È insicuro di stare con te?

 ANNA: Sì, non è sicuro di portare avanti il discorso del rapporto. Non è sicuro di se stesso e poi di me.

 TERAPEUTA:  Questo lo comunichi a lui?

ANNA: Sì, gliel’ho detto. Ma c’è dell’altro (esitando), lui è un prete.        

TERAPEUTA:  Prescindiamo per ora da questo particolare. Che cosa vorresti da lui?

La rivelazione di Anna ha scosso profondamente il gruppo, anche se ognuno cerca di mascherare, dimostrando esteriormente una nirvanica impassibilità.

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La vera Storia di Giuseppe Serrone, sacerdote sposato

Giuseppe Serrone, sacerdote sposato.
Un prete della provincia di Viterbo sceglie di dimettersi e sposa una giovane albanese.
La ragazza “punita” dalla gente del paese con delle pietre.

Ecco la vera storia

Giuseppe Serrone è un giornalista freelance di 46 anni, è di Palermo, ma vive a Soriano nel Cimino in provincia di Viterbo, ed è sposato con Albana, una bella ragazza albanese di trent’anni. Come la gran parte dei giornalisti stenta a trovare lavoro, ma la sua storia è molto più originale perché fino a qualche anno fa era padre Giuseppe, un sacerdote…

“Continuo ad esserlo – tiene a precisare nonostante le difficoltà attraversate e gli ostacoli che tuttora persistono nel vivere una vita normale – mi sono dimesso dall’incarico del servizio pastorale, ma non spogliato della tonaca. Continuo, come ho sempre fatto, ad amare Cristo e la Chiesa perché il sacerdozio è un sacramento che rimane per tutta la vita. I sacerdoti che si dimettono restano tali tranne che non venga annullato il sacerdozio, ma non è il mio caso. Ho avuto la dispensa dagli obblighi che comporta il celibato, pertanto ho potuto fare il mio matrimonio religioso.”

Serrone ha creato un sito e l’associazione sacerdoti sposati perché “la mia vita cominciava a diventare più difficile a causa delle enormi difficoltà con gli enti e a trovare un’occupazione, così, visto che non esistevano strutture che potessero supportare persone nella mia condizione, ho pensato di creare un’oasi nel deserto”. All’associazione si rivolgono in tanti, sì perché, il fenomeno sarà sommerso, ma esiste ed è molto frequente. “Sono tanti a cercare un consiglio, spaesati e disorientati, sia sacerdoti, ma anche laici o parenti di chi è coinvolto in questa esperienza”. La storia di Giuseppe Serrone è saltata alla ribalta nazionale per lungo tempo negli anni 2001 – 2002, di lui, la stampa viterbese, ha riempito le prime pagine con fiumi di parole e pettegolezzi; giornalisti e fotografi con gli hanno dato tregua e nemmeno la gente del posto, che è stata l’artefice di un deplorevole episodio che ha causato un esaurimento nervoso ad Albana. “Ora sta meglio. – precisa Giuseppe – Sta frequentando un corso in marketing turistico che la sta aiutando a rimettersi in gioco per il suo futuro”.

Andiamo per ordine. Padre Giuseppe, parroco della parrocchia di Chia, frazione del comune di Soriano nel Cimino, nel 1997 si impegnò a collaborare in un campo profughi in quanto, durante l’ondata del flusso migratori degli albanesi, furono ospitati 100 profughi grazie all’impegno del prefetto e del sindaco di Viterbo che recensirono un locale destinato all’accoglienza. Chiamarono padre Giuseppe per l’animazione pastorale del campo. Lì strinse amicizia con il fratello di Albana poi, due anni dopo, lei si ricongiunse con i familiari e venne a vivere a Soriano. Viveva con il fratello, non aveva casa ed era costretta a recarsi a Roma ogni giorno dove veniva sfruttata al lavoro per pochi euro al mese. In quel periodo padre Giuseppe ebbe un infortunio al braccio e cercava una persona che lo aiutasse in segreteria e per l’animazione dei centri giovanili, così nel giugno del 2001 Albana accettò l’incarico e con il permesso del Vescovo andò a vivere in canonica con la madre. Subito in paese si vociferò che il giovane sacerdote si era fatto l’amante. “Non tenni in considerazione queste chiacchiere di paese, anche se nacque una bella amicizia. Infatti per lei decisi di andare in Albania, sempre con il consenso del Vescovo, perché il permesso di soggiorno non arrivava. Così mi recai al consolato italiano di Valona per accelerare i tempi del permesso di soggiorno e mentre mi trovavo in Albania successe qualcosa di significativo che mi fece riflettere. Siccome ritardai nel reingresso, la Curia non mandò nessun sacerdote per sostituirmi alla messa domenicale, così i fedeli si trovarono senza parroco. Mi cercarono disperati e addirittura si rivolsero alla trasmissione Chi l’ha visto. I giornali viterbesi ricamarono molto su questa vicenda, proprio perché esistevano dei precedenti, ricordo i titoli di allora: Parroco in fuga salta la messa. Seppi la notizia quando, ospite dai suoceri del fratello di Albana, telefonammo per avere notizie della mamma e lei in preda al pianto ci comunicò che i giornali mi davano in fuga con la figlia. Questa vicenda mi fece capire quanto fossi solo, dopo 13 anni di servizio il Vescovo non era intervenuto in mio favore e la gente aveva immaginato qualcosa di falso. Così decisi di dimettermi dall’incarico di parroco, precisamente il 31 ottobre 2001 e mi accorsi di Albana…così l’amicizia si trasformò in amore.”

Albana e Giuseppe si sono uniti in matrimonio il 6 febbraio 2002.

“Tutto è nato spontaneamente, non c’è stato nessun conflitto in quanto avevo deciso di dimettermi dall’incarico precedentemente.” Anche Albana si è innamorata di Giusepe naturalmente e ora spera di vivere una vita normale. “All’epoca del matrimonio – ricorda Giuseppe – i giornali titolarono: Parroco lascia la tonaca e sposa una musulmana. E addirittura il giorno di San Valentino fotografi e giornalisti mi seguirono per controllare se avessi regalato le rose alla mia giovane sposa.”
“I giornali fecero circolare la voce che avevo deciso di dimettermi per Albana, ma non è stato così – ricorda Serrone – e lo ribadii anche quando mi recai alla congregazione della dottrina delle fede per avere la dispensa. Il segretario della congregazione, monsignor Girotti, mi disse che avrei dovuto sottoscrivere una dichiarazione in cui dichiaravo che avevo intenzione di sposarmi prima di diventare sacerdote, ma era un falso poiché scelsi di abbracciare il celibato quando entrai in seminario, poi ad un certo punto della mia vita mi sono dimesso dall’incarico e ho fatto le mie scelte.”

Per Giuseppe Serrone l’unione con la sua donna non ha rinnegato il matrimonio con Dio, “anzi – aggiunge – ho completato nel rapporto con una donna l’amore verso il Signore che non è in contrasto. La chiesa romana cattolica d’occidente non accetta il matrimonio con una donna, a differenza della chiesa cattolica d’oriente che adotta il codice di diritto canonico orientale. A Piana degli albanesi in Sicilia, infatti, c’è una comunità cattolica che, nel suo interno, ha sacerdoti sposati.”

“Ogni giorno se voglio posso celebrare la messa, – precisa l’ex parroco di Chia – nessuno me lo può impedire, davanti a Dio sono libero; pubblicamente non l’ho fatto anche se ho celebrato una volta soltanto quando fui invitato da una comunità di protestanti che fecero una celebrazione ecumenica. Partecipai come ospite e concelebrai con il sacerdote che presiedeva in quel momento.”

Tuttavia per Giuseppe ed Albana non basta solo l’amore; dal 2002 fanno ancora i conti con le difficoltà della vita quotidiana. Giuseppe Serrone è costretto a vivere ancora nella canonica perché non ha un lavoro fisso. E’ stato archivista, insegnante, ma da 11 mesi è disoccupato. Ma ciò che lo consola è la vicinanza della sua comunità; la nota positiva è che la gente, dopo, non lo ha emarginato per le sue scelte. La critica va ad alcuni vescovi che non hanno digerito il suo comportamento. Serrone infatti è stato sospeso dalla diocesi di Palermo e di Viterbo come insegnante di religione. “Ho un profondo rispetto per la Chiesa, che mi accolto, ma alcuni uomini di Chiesa mi hanno ostacolato in questo cammino. La nascita del sito per i sacerdoti sposati non è andata giù a molti. In particolare mi hanno accusato di avere scritto articoli contro il Papa, quando invece erano contenuti di informazione che il sito aveva solo ospitato.” Ma è acqua passata, l’attenzione, ora, è rivolta al futuro e ad Albana che sta gradualmente riprendendo le redini della propria esistenza dopo la depressione post trauma subita a causa dell’evento del giugno 2004 quando si trovava in un giardino a leggere e dovette subire l’aggressione di alcuni giovani del paese che, in compagnia di un uomo che lavorava all’università, la colpirono con delle pietre, come le streghe del medioevo. “La trovai in uno stato di tremore e dopo una settimana fu ricoverata perché non resse al colpo. – spiega Serrone – Ora sta meglio, a breve prenderà una specializzazione, guardiamo avanti. Spero che la mia storia possa contribuire a sollevare quanti si trovano nella mia stessa situazione.”

Chi volesse contattare l’associazione visiti il sito: www.nuovisacerdoti.altervista.org

barbara ferrara

1 giugno 2006

fonte: http://www.oltrenews.it/sacerdote_sposato.html

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Vaticano-Celibato: la loro verità vogliono imporla con la forza della legge

Abbiamo visto il nome di cardinali, vescovi, teologi da ogni università del mondo…abbiamo letto fiumi di parole, parole… ma nessuno ha ricordato la verità più elementare: la libera scelta, il rispetto per chi la pensa in modo diverso.

 

Tutti questi “illustrissimi signori” sono convinti di avere la verità in tasca e quello che è ancora peggio, la loro verità vogliono imporla con la forza della legge.

 

Questi “grandi” cardinali, vescovi, teologi del Vaticano non hanno ancora capito che il Vangelo non si impone, ma si propone… non hanno ancora capito che la mancanza di rispetto per chi la pensa in modo diverso è antievangelico e antiumano… è una continua crociata, come nel Medioevo, come nel tempo della santa Inquisizione!

 

Scrivono pagine infinite che Dio è amore “Deus caritas est” e poi non conoscono la prima regola fondamentale dell’amore, quella di non usare la forza della legge, quella di rispettare chi la pensa in modo diverso.

 

E’ sempre la solita storia del divorzio, dell’aborto, delle cellule staminali e embrionali… i laici non obbligano i cattolici a divorziare ma pretendono che i cattolici non facciano leggi civili per impedire ai laici di poter accedere al divorzio… i laici non obbligano i cattolici ad abortire, ma pretendono che i cattolici non facciano leggi penali per impedire ai laici di poter accedere all’aborto… e in merito alle cellule staminali i laici richiamano i cattolici al rispetto della libertà della ricerca scientifica.

 

Ma chi è assolutamente sicuro di avere sempre la verità in tasca questo principio elementare del rispetto reciproco e della libertà non lo capirà mai!

 

PS.   Piccola nota in margine: come mai in mezzo a mille pagine e a mille citazioni del Nuovo Testamento, questi illustri cardinali, vescovi, teologi del Vaticano non ricordano la lettera di Paolo ai Corinti cap.9,5… dove appare chiaro che gli Apostoli erano sposati o la lettera a Timoteo 3,2…dove Paolo consiglia ai vescovi di sposarsi, perchè:”… se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà avere cura della Chiesa di Dio?”.

Lorenzo Maestri

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