"Non vi dimenticate degli uomini e delle donne del nostro popolo"

Il teologo Jon Sobrino ripercorre l’insegnamento umanizzante del vescovo martire Mons. Romero

 (IL TESTO È STATO PUBBLICATO SUL MENSILE SALVADOREGNO “CARTA A LAS IGLESIAS” (N. 551). TITOLO ORIGINALE: “CARTA A MONSEÑOR ROMERO, ‘no se olviden que somos hombres’- fonte adista)

La  genialità, che non è dato più ascoltare,  la si trova solo in quanti non si accontentano di ripetere ovvietà, in chi è lucido, in chi è misericordioso, in chi si lascia toccare nelle viscere dalla sofferenza dei  popoli, nei veri credenti, in quelli che vedono nei corpi fatti a pezzi il corpo di Dio stesso.
 “Non dimenticate che siamo esseri umani. Non stiamo alla larga dalla sofferenza degli esseri umani”. Per Sobrino mons. Romero è andato oltre l’intuizione di un grande teologo dei nostri giorni, Johann Baptist Metz. Pensando a come è cambiato il cristianesimo e a come bisogna tornare a ciò che è fondamentale, diceva: “Il cristianesimo, da religione sensibile alla sofferenza, è diventato sempre più una religione sensibile al peccato. Il suo sguardo non si è diretto per prima cosa alla sofferenza della creatura, ma alla sua colpa. Questo ha intorpidito la sensibilità per la sofferenza altrui e oscurato la visione biblica della giustizia di Dio che, dopo Gesù, doveva valere per ogni fame e sete”. Le parole possono meravigliare, ma ci ricordano il messaggio fondamentale di Gesù, ed evidenziano con grande forza quello che  diceva il vescovo assassinato: “una cosa vi chiedo: non vi dimenticate degli uomini e delle donne sofferenti del nostro popolo”.
Come leader, politici, professionisti, ideologi, diciamo e analizziamo moltissime cose, ma costa fare il passo e arrivare a ciò che è ultimo: come sta l’umano tra di noi, e chiederci se andiamo bene o andiamo male nell’umano. Sembra una velleità superflua dedicare tempo a pensare e a costruire “l’umano”, mentre dedichiamo tempi e risorse infiniti ad altre cose. Ne cito alcune che possono essere necessarie e buone: come produrre di più ed essere competitivi, come facilitare divertimento e svago, e altre non tanto buone: come avvicinarci alle meraviglie che vengono dal Nord, come se queste già fossero una garanzia per vivere, ciascuno e gli uni con gli altri, “umanamente”. Porre l’umano al centro dell’interesse continuerebbe ad essere una ridicolaggine, tollerabile in ambito privato, ma risibile in ambito pubblico e di potere.
E il peggio è che, scomparendo l’umano, si dimenticano i poveri di questo mondo. E che in nessun modo li poniamo al centro. Non ci domandiamo cosa bisogna fare per loro, e meno ancora ci domandiamo che salvezza essi possono dare a noi. La civiltà della povertà di cui parlava Ellacuría, tante volte citata, e altrettante ignorata e disprezzata, è quello che in definitiva ci salverà. Ma non ci facciamo caso. Cerchiamo la salvezza in beni e risorse, ma non nell’umano, e meno ancora nell’umano dei poveri. E così va. Se ignoriamo l’umano, presto o tardi tutto crollerà e anche le cose buone si rovineranno.
 Se ci dimentichiamo che sono esseri umani sofferenti quelli che hanno bisogno dell’aiuto economico e della preghiera, la solidarietà degenera, l’aiuto langue e la cooperazione internazionale finisce per essere pensata e portata avanti a proprio vantaggio, quando non diventa addirittura uno strumento di dominazione, come avviene frequentemente. Senza porre gli “esseri umani al centro”, la solidarietà non umanizza coloro che “danno”. Suole, piuttosto, disumanizzarli, facendo sì che si sentano buoni, superiori, maestri provenienti dal mondo civilizzato. E senza porre gli “esseri umani al centro”, essi non si rendono conto di quanto possono ricevere dai poveri, dai loro valori, dal loro dolore, dalla loro speranza, persino dalla loro gioia. “Santità primordiale”, l’abbiamo chiamata. Parlare di aiuto che disumanizza può sembrare ingratitudine o cattivo gusto, ma succede sempre che si dimentica che “sono uomini”. Bisogna pianificarlo, sì, ma soprattutto bisogna umanizzarlo.
 La preghiera  evidentemente è cosa buona, ma può degenerare nel chiacchiericcio, nel fatigare deos dei romani e in un alibi per non lottare contro gli dei che generano le vittime a cui la solidarietà dovrebbe prestare aiuto. Senza tenere in conto queste vittime, quanto dice il Magnificat, “rovesciò i potenti dal trono e innalzò gli umili”, lo cantiamo al suono delle chitarre o in splendida polifonia, ma non esce dal cuore e non arriva al cuore di Dio.
Anche la religiosità può pervertirsi. Ora ci avverte di ciò il vescovo Casaldáliga: “Della stessa fede cristiana si sta facendo un ricettario di miracoli e prosperità, un rifugio spiritualista di fronte al male e alla sofferenza e un sostituto della corresponsabilità, personale e comunitaria, nella trasformazione della società”. E questo  non si aggiusta solo con migliori piani pastorali o lezioni di teologia. Vi si pone rimedio tornando ai clamori dell’umano, come quelli che ascoltava Dio in Egitto per la liberazione degli schiavi. E tornando alla bontà e alla fede degli umani, come quelle della siro-fenicia che conquistò Gesù.
E voglio menzionare una terza cosa: la democrazia. È meglio delle dittature e della dottrina della sicurezza nazionale che abbiamo sofferto, evidentemente. Ma necessita anche di guarigione, e urgentemente. Se consiste nell’andare alle urne, e dopo le urne non ci sono cambiamenti di vita per i poveri di sempre – e non parliamo di quando ci sono frodi -; se consiste nel proclamare i diritti umani, senza che i poveri abbiano accesso a giustizia e dignità; se consiste nel gloriarsi della libertà di espressione, senza che i poveri possano farne uso, peggio se non è accompagnata dalla volontà di verità, e ancora peggio se quella serve per nascondere la negazione di questa; se si riduce a proclami di uguaglianza davanti alla legge, senza creare le condizioni materiali minime perché ciò sia possibile… Se nel concerto delle nazioni veneriamo e serviamo gli imperi – oggi, la democrazia degli Stati Uniti -, che impongono guerre, controllano il commercio a proprio vantaggio e contro i poveri, gestiscono una globalizzazione che non è tale, poiché li esclude e li allontana sempre più dai Paesi dell’abbondanza… Allora la democrazia può essere flatus vocis o sarcasmo. Per le maggioranze, “uguaglianza, libertà, fraternità” sono carta straccia. La conclusione è che non basta democratizzare la democrazia, ma bisogna umanizzarla. E questo inizia attribuendo non ad essa il valore “più ultimo”, certamente non nella pratica, ma neppure nella teoria, bensì agli esseri umani.
Buona è l’economia, buona la democrazia, buone molte forme di religione, ma quante volte servono per dimenticare e occultare milioni di uomini e donne che sono realmente la cosa ultima! Questo oblio dell’u-mano è principio fondamentale di disumanizzazione.

Il detto di Gesù: “il sabato è per l’uomo, e non l’uomo per il sabato”, oggi bisogna tradurlo: la democrazia e la religione, la solidarietà e la cooperazione internazionale, i mezzi di comunicazione e le istituzioni del sapere sono per l’uomo, e non il contrario. Sono soprattutto per questi 800 milioni che soffrono crudelmente la fame e per i 2 miliardi e 300 milioni che devono vivere con due dollari al giorno. E non avviene facilmente.
Non bisogna dare per scontato che i nostri “sabati” non sono barriere che ci impediscono di vedere gli esseri umani nella loro realtà concreta. Investiamo somme di denaro che sfidano l’immaginazione nel buon vivere e nel successo; investiamo anche nel mentire e nel nascondere, in armi, guerre, distruzione e morte. Non si deve solo parlare dell’umano, ma lo si deve  vivere.

Due riferimenti ultimi  sono fondamentali  i poveri e Dio. Diceva bene sant’Ireneo: “la gloria di Dio è l’uomo che vive”. Tra i poveri mons. Romero la ha detto in forma ancora più cristiana: “la gloria di Dio è il povero che vive”.
 
“Il compito più essenziale dell’Umanità è quello di umanizzarsi. Umanizzare l’Umanità è la missione di tutti, di tutte, di ciascuno e ciascuna di noi. La scienza, la tecnica, il progresso sono degni del nostro pensiero e delle nostre mani solamente se ci rendono più umani. Di fronte a certi baldanzosi progressi, le statistiche annuali di questo profeta laico che è il Pnud (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, ndt) dovrebbero provocarci una indignata vergogna… Non si umanizza l’umanità con macchine e formule (utili a tempo e a modo debiti), ma con l’avvicinamento umano di ciascuno e ciascuna, di ogni persona e di ogni popolo. Umanizzare l’Umanità praticando la prossimità” (Casaldáliga ).

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