Il dramma di essere ai margini della Chiesa

Ciao. Sono un ragazzo di trent’anni del nord Italia. In questi mesi, sto vivendo anch’io il "trauma" di essere improvvisamente a margine della Chiesa, dopo esser stato uno stimatissimo presbitero per 13 mesi.
Non entro nel merito di questioni specifiche e personali, prima di tutto perchè, sono onesto, ho paura, e in secondo luogo perchè al momento non ho alcun impedimento ufficiale e considerando che non ho una relazione con una ragazza, sono da considerasi un "autosospeso" dall’esercitare il ministero, piuttosto che un "ex-prete". 
Scrivo soprattutto per trovare solidarietà da chi è già passato da questo terribile percorso e per avere qualche "dritta" rispetto alla possibilità di ricrearmi una vita… serena.
Mi ritrovo, infatti dopo sette anni di seminario e un baccelierato in Teologia a non sapere in che modo potrei trovare un lavoro sufficientemente dignitoso e avrei piacere di conoscere se esistono delle possibilità o percorsi che potrebbero fare al caso mio.. E’ infatti, estremamente difficile, riuscire a trovare spazi per situazioni come questa, in cui tutto viene messo a tacere in ogni modo..
Grazie dell’attenzione (…)

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Quale chiesa costruire?

COMUNICATO STAMPA – 23 Gennaio 2006

LE DIMISSIONI DALLA VITA CONSACRATA DI PRETI DIOCESANI, RELIGIOSI E SUORE, IN ITALIA E NEL MONDO: APPELLO  A TENERE ALTO IL SESTANTE DELL’IDENTITA’.

Quale Chiesa costruire

Il problema delle dimissioni è stato trattato dalla rivista  di Vocatio SULLA STRADA:  in quattro numeri ha trattato questo problema sempre a cura di Claudio Balzaretti (n.29 del 1994/ n.37-38 del 1996/ n.48 del 1999/ n.57del 2002). Fino al 1990 il numero dei sacerdoti nel mondo ( compresi diocesani e religiosi) era di 400.000 e gli abbandoni era di 120.000. In Italia il numero dei sacerdoti era di 56.000 e gli abbandoni di 9.000. Nell’ultimo aggiornamento di Balzaretti del 2002 che riguarda gli anni 97-98-99, Balzaretti scrive testualmente:”  Con un certo imbarazzo riportiamo i dati statistici che aggiornano quelli già pubblicati…l’imbarazzo, da una parte, è dovuto al ritardo con cui vengono forniti i dati da parte del ANNUARIUM STATISTICUM ECCLESIAE; dall’altra parte, è dovuto al fatto che potrebbe sembrare quasi inutile ripetere le solite cifre. Però la constatazione che ritornano sempre gli stessi numeri è anche una conferma dell’importanza di questo fenomeno”. E riporta l’aggiornamento anni 97-98-99:

In Italia (clero diocesano) anno 97: consacrati 494 abbandoni 43/ anno 98:con.485 abbandoni 32/ anno 99: con.556 abbandoni 44.

      Se si tiene presente che il Vaticano non tiene presente gli abbandoni di fatto, ma solo quelli che hanno chiesto la dispensa , i numeri ufficiali degli abbandoni vanno raddoppiati.

     Ne risulta: anno 97: abbandoni 86 su 494 consacrati/ anno98: abbandoni 62 su 485 con./ anno99:abbandoni 88 su 556 con. Totale 236 abbandoni su 1535 consacrati   (16%). Per i religiosi il fenomeno degli abbandoni arriva al 22%

Ha ragione Balzaretti: i numeri sono sempre i medesimi. Nel mondo 120.000 abbandoni su 400.000 (30%) La percentuale nel mondo è più alta di quella in Italia: 10.000 abbandoni su 56.000 (18%).

Per le suore in Italia: erano 150.000 (abbandono 22%)  sono oltre 30.000 le suore italiane che hanno lasciato la vita religiosa.

"Per cambiare i sacerdoti bisogna cambiare la chiesa", ha affermato Giuseppe Serrone, fondatore e presidente dell’Associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati. "Molti preti  sposatie hanno scritto pagine cariche di rilievi critici verso la chiesa", ma "per cambiare questa chiesa bisogna coniugare la gioia del Vangelo con i nuovi affanni della vita e della storia.

Non è vanitoso per i sacerdoti  sposati  tenere alto il sestante della loro identità. 

In questa prospettiva il prete cattolico che si sposa non può essere confinato nei quadri di un fenomeno effimero della "morbosità" sociale o della crisi " individuale ".

I sacerdoti sposati rappresentano "nel mondo cattolico la sfida vivente al maschilismo della chiesa ed al suo devastante contagio, avverso all’umanità del Vangelo ed alla riattualizzazione di un Vangelo per l’umanità " (Piero Barbaini).

Piero Barbaini è un prete che ha insegnato per molti anni Storia della chiesa nel Seminario diocesano di Lodi e nella facoltà di teologia di Milano ed   é stato titolare della Cattedra di Storia Moderna dell’Università di Parma. Un suo libro ("La Chiesa sbagliata" Ed. Il Formichiere) è  un classico nella tematica dei diritti umani nella Chiesa cattolica, in modo particolare se visti dalla parte dello storico e dalla parte del prete "ridotto allo stato laicale".   Uno dei punti fondamentali del suo libro, a mio avviso, assieme alla notevole documentazione sulla prassi e sui vari interrogatori del processo di "riduzione allo stato laicale", é certamente la riflessione storico-teologica sui condizionamenti che la Chiesa ha subito lungo i secoli, in modo particolare nel periodo storico delle "Investiture" e della conseguente "riforma gregoriana", promossa da papa Gregorio VII°, abate di Cluny (sec. XI).

Per avere qualche conoscenza non partigiana sulla natura della Chiesa, certamente non basta lo studio dei documenti conciliari, ma é necessario conoscere anche quello che dicono i testi sacri e le vicissitudini della Chiesa lungo i secoli della storia. In riferimento ai testi sacri, il teologo  Schillebeeckx dimostrò, in alcuni suoi libri,  come la Chiesa, secondo i dati del Nuovo Testamento, é essenzialmente una "Assemblea di Dio", fondata sulla fraternità, nella quale le strutture di potere, dominanti nel mondo, sono demolite (Mt. 20,25-26; Lc. 22,25; Mc. 10,42-43; Mt. 23,8 ss..).

In riferimento ai condizionamenti storici, due momenti particolari sono da sottolineare: il primo é l’incontro della Chiesa primitiva con l’Impero Romano. In questo incontro, diventato quasi-matrimonio dopo la conversione di Costantino, la religione cristiana da perseguitata e di minoranza diventa religione di Stato, o meglio dell’Impero, proprio nel momento in cui l’Impero Romano é in piena decadenza anche a motivo delle invasioni barbariche. L’imperatore Costantino abbandona Roma; il vescovo di Roma assume le insegne e il potere déll `imperium" e viene chiamato "pontifex maxiumus", titolo che apparteneva esclusivamente agli imperatori romani; la corte del papa diventa come la corte dell’imperatore e la Chiesa si organizza sul modello delle strutture imperiali (cfr. L. Boof "Chiesa: carisma e potere" pg. 88 ss.). I vescovi vengono ad essere le uniche autorità in grado di ricostruire e organizzare le città dopo le distruzioni dei barbari, e anche le elezioni dei papi, in questo tipo di religione imperiale, vengono ad assumere un aspetto molto particolare: fino all’anno 685 ogni elezione del papa avrà bisogno dell’approvazione degli imperatori di Bisanzio; e dopo, fino alla "riforma gregoriana", avrà bisogno dell’approvazione degli imperatori della Casa di Sassonia. Per quei papi che oseranno ribellarsi a questa prassi, come per es. papa Martino I° (649655) o papa Benedetto V° (964-965) la fine era segnata: il primo conoscerà la morte in carcere, e il secondo la strada dell’esilio. E’ pur vero che bisogna riconoscere che generalmente a queste elezioni partecipava il clero e il popolo romano, ma non sono mancati periodi storici in cui l’elezione del papa era completamente in balìa di alcune famiglie della nobiltà romana o di alcune famiglie imperiali. In questo modo, e per molti secoli, si é attuata nella storia la "successione apostolica"; e anche i vescovi non dovrebbero dimenticare che il loro pastorale, simbolo del loro potere, non deriva nè da Cristo nè da Pietro, ma dalla cerimonia medievale dell’investitura della diocesi-feudo, "…simbolo del dominio spirituale, confondendo di proposito i due poteri, spirituale e temporale, per sottrarre al papa la nomina dei vescovi" (Manaresi, Storia Medievale, pag. 158).

Non parliamo poi della nascita e della crescita del potere temporale della Chiesa: in alcuni periodi storici la Chiesa é venuta a trovarsi proprietaria di quasi mezza Italia, grazie alle Donazioni di Barbari, Re, Imperatori; e queste donazioni non venivano fatte per amore di Gesù Cristo o di S. Pietro, ma per ottenere legittimità e incoronazioni per i donatori, molto spesso al prezzo della dignità e della libertà della Chiesa stessa. Alcuni storiografi hanno scritto che il potere temporale della Chiesa, difeso per molti secoli a denti stretti con infinite guerre e scomuniche, ha avuto la sua fine con la "Breccia di Porta Pia" nel 1870; ma i legami che tuttora il Vaticano coltiva con le Banche del Capitalismo occidentale ci lasciano qualche dubbio in proposito.

Nel secolo XI°, con papa Gregorio VII°, arriva la lotta delle "Investiture" e la grande "riforma gregoriana" della Chiesa: questo é il secondo momento storico da non sottovalutare e che ha lasciato un segno notevole sulla natura della Chiesa, fin ai nostri giorni.

Se é vero che questa riforma é stata un momento di purificazione e di liberazione per la Chiesa, come sempre ci é stata presentata nei corsi seminaristici di Storia, Barbaini però sottolinea nel suo libro (o.c. pg. 217): "…di fatto ha trasferito all’interno del sistema ecclesiastico l’apparato politico precedentemente barattato attraverso compromessi coi poteri imperiali e con l’impianto economico feudale". Continua Barbaini: "…tutto il sistema nelle sue componenti politico-economìche, diplomatiche e amministrative gravita attorno ai "clerici" della cancelleria romanopapale. L’elemento tecnico determinante, in questa svolta operatasi all’alba del nostro millennio, é stata la riserva dell’elezione: l’elezione del papa nelle mani della casta clericale romana (caxdinalato: 1059) e l’elezione dei vescovi nelle mani del papa (lotta delle investiture). Così il circolo si chiudeva: sorgeva nell’occidente cristiano una nuova materia su cui lavorare e plasmare un impero nuovo, non più quello misto dei carolingi, non più quello pagano dei cesari, ma quello tutto sacro e tutto clericale e tutto romano dei papi. Da quell’epoca tutta la letteratura papale, dai gregoriani al decreto di Graziano, dai decretisti ai decretalisti, sviluppa le teoria del nuovo impianto, in una sarabanda promiscua di citazioni provenienti da Agostino, Girolamo e Giustiniano, da Isidoro, Gregorio e Costantino: tutto all’insegna della nuova potenza e per la messa a punto dei suoi congegni autoritari. Lo schema era perfettamente riprodotto; ed era lo schema prefettizio: imperatore il papa, suoi prefetti i vescovi e, sia ben chiaro, soltanto suoi prefetti, non maì suoi elettori, altrimenti il sistema poteva saltare. Elettore imperiale doveva rimanere sempre e soltanto lo stretto collegio di coloro che la cancelleria romana sceglieva a tutela garantita dei propri interessi centrali; e opportunamente quel collegio veniva chiamato "sacro". Il meccanismo é talmente delicato per la conservazione del sistema, che Trento, lungi dall’abbandonarlo, lo perfezionerà e il Vaticano II° non riuscirà a intaccarlo".

Continua sempre Barbaini: "…Montini infatti, osservante, scrupoloso tutore della struttura papale, si guarda bene dal trasferire l’elezione del papa del sacro collegio al sinodo, che sarebbe il pur minimo indispensabile per non costruire, nell’etichetta della collegialità, una nuova, sfacciata ipocrisia clericale. Ma il dire e il non fare é tipico del sistema: questa gente cura meticolosamente l’illusione della massa da una parte, la strategia del potere dall’altra. E proprio tale comportamento scatenava la rabbia dì Cristo, quando attaccava i preti del suo tempo" (o.c. pg. 218).

Continuando la sua analisi Barbaini sottolinea che il fenomeno degenerante della Chiesa ha avuto enorme impulso a partire dalla riforma gregoriana: la religione diventa politica, il diritto prende il posto del Vangelo, la gerarchia il posto della coscienza, ecc. Poi sottolinea: "…Da questo momento storico ha inizio anche il concentramento nelle mani della Curia Romana dei beni della Chiesa periferica e la trasformazione di quelli che prima erano i liberi voti monastiaci (castità, povertà e obbedienza) nell’obbligata, integrale condotta degli arruolati, finalizzata a sostegno gratuito dell’immane struttura nascente" (o.p. pg. 222).

"…Attribuendo al clero secolare tutta la fisionomia del monaco medievale, il potere romano otteneva lo strumento perfetto per le sue conquiste: svuotava totalmente la libertà dell’individuo e ne assorbiva integralmente la personalità… Dal 1100 in poi lo schema del servizio ecclesiastico e tutto lo sforzo del sistema per consacrare la stabilità e la continuità dell’arruolamento, sono ormai chiaramente "canonizzati": usare dei voti per imbrigliare ogni energia dell’umana esistenza e disporla al totale servizio della potenza gerarchica" (o.p. pg. 223).

Molta acqua é passata sotto i ponti da quando Cristo aveva ammonito i suoi discepoli: "…Voi sapete che i capi delle nazioni spadroneggiano su di esse e che i grandi le dominano; tra voi non deve essere così" (Mt. 20,25), e la natura della Chiesa si é completamente capovolta! Quando poi nel secolo XVI incontriamo papa Leone X (il papa che ha scomunicato Lutero) che a 14 anni é già cardinale, e che durante il suo pontificato, in una ordinazione nomina ben 31 cardinali, tutti scelti tra parenti ed amici, per contrastare l’azione di tre cardinali del sacro collegio (composto in quel momento da tredici cardinali) che volevano ucciderlo, non possiamo arrivare ad altra conclusione: dopo oltre trecento anni, nemmeno la riforma gregoriana, anche nane parte dei suoi aspetti più positivi, non era riuscita a rinnovare la Chiesa! E non fermiamoci sul periodo storico e sul pontificato di papa Borgia, Alessandro VI (1492-1503) e sulla condanna al rogo di Savonarola!

Quale Chiesa costruire?

Barbaini sottolinea in questo suo libro che la gerarchia ecclesiastica ha sempre bruciato i riformatori che fin troppo bene conoscevano cosa si doveva fare per costruire la vera Chiesa di Cristo; poi continua con questa riflessione: "…Molti degli aspetti secondo i quali la chiesa si presenta come "ufficiale" appartengono al fenomeno della degenerazione. Il mio modo di maturare nei confronti della chiesa é stato quello di scoprire una chiesa reale che normalmente é lontana, talvolta antitetica, rispetto alla chiesa ufficiale. Il sistema usa dei valori espressi dalla chiesa reale per sostenersi, ma poi si definisce secondo le etichette della chiesa ufficiale: in altre parole usa della fede di un credente, dell’amore di una madre, della generosità di un bambino, dell’entusiasmo di un giovane per poi definire e impiantare una chiesa come potere, una chiesa come papato, come gerarchia, come impresa burocratica; usa dei momenti esistenziali importanti (la nascita, il matrimonio, la morte, ecc.) per trasferirli in un regime legale di codificazioni e di controlli che costituiscono la base di una gestione redditizia (in precisi termini di soldi e di potere), che poi giustifica come azioni soprannaturali, come "sacramenti" che agiscono "ex opere operato" (cioé come congegni automatici). E usa soprattutto categorie antropologiche (cultura, storia e società), in particolare categorie della vita associata (economia, politica e diplomazia), per istituire un regime centralizzato, assolutistico e dittatoriale, definendosi come "chiesa spirituale e comunitaria".

"Ecco per me dove si nasconde la chiesa sbagliata" – continua Barbaini – "E’ la chiesa falsa, che usa dell’uomo. Dunque corrisponde a una vecchia specie di uomo, il parassita, che nella storia, quando si organizza, si aggrappa alla sostanza dell’Umanesimo perenne: la religione. Per questo il Figlio dell’uomo si é battuto contro la casta sacerdotale del suo ambiente e del suo tempo: perché essa dominava mentendo, indicando all’uomo una vita irreale, un’esistenza ingannevole, che lo soggiogavano anziché liberarlo. I denunciati lo liquidarono e cercarono in tutte le epoche di vanificamela rivoluzione perenne. Questa: che l’uomo non sia mai usato dall’uomo; che lo stare assieme sia effetto dell’amore, non della legge; che la conversione e la salvezza si attuino nell’animo, non nel meccanismo dei segni; che la vocazione, la missione e l’impegno nel bene siano la massima espressione della libera scelta, della decisione umana, non il risultato di un reclutamento e di un proselitismo che sfruttano l’immaturità e l’indigenza degli uomini; che l’adorazione sia anzitutto interiore, sempre umile, spesso nascosta, quella che normalmente sfugge alla solennità dei trionfi e al fragore delle masse" (vedi i viaggi di papa Wojtyla n.d.r.). "Questo messaggio é stato esattamente capovolto – continua Barbaini – quando é caduto tra le mani della casta di Roma: Cristo é stato strumentalizzato e l’impero curiale ha creato una storia di antitesi al fermento evangelico. Il segno di contraddizione é dentro il sistema e la rivoluzione cristiana diventa esemplare nel mondo quando abbatte la corruzione interiore. La chiesa reale corrisponde a questa rivoluzione nascosta e sconosciuta, la cui storia é tuttavia imponente; la chiesa ufficiale normalmente corrisponde alla sovrastruttura reazionaria, la cui storia é tanto spiritualmente meschina quanto macroscopicamente divulgata. Il cattolicesimo vaticano, impresario e mercenario, gerarchico e burocratico, legalista e inquisitore, poliziesco e repressivo, rappresenta oggi la massima degenerazione del cristianesimo autentico. La rivoluzione cristiana troverà qui il suo prossimo impatto, perché qui é sommo il segno di contraddizione. La maggioranza dei cattolici ha preso coscienza della rivoluzione incombente, e questo é il segno dei tempi" (o.p. pg. 274 ss.). Barbaini, nelle ultime pagine del suo libro, lascia capire che solo da questa presa di coscienza puo’ nascere la vera Chiesa di Cristo (recensione di Lorenzo Maestri).

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Appello: richiesta di aiuto di un sacerdote per lavoro

Ciao carissimi sono J.C., giovane  sacerdote sposato del sudamerica. Prima di tutto vorrei ringraziarvi per il lavoro che state facendo nell’aiutare a tanti sacerdoti che si trovano senza aiuto dopo aver lasciato il sacerdozio e dopo aversi sposato. Io ho cercato sempre l’aiuto di gente come me, però non gli ho trovato, non sapevo che essistesse la vostra associazione,e dopo aver cercato in internet sono molto felici di averci incontrato e spero che voi mi potete acogliere nella vostra associazione.
 
Io sono un giovane sudamericano che mi trovo a Roma e dopo avere sentito l’amore nel mio cuore ho lasciato la vita religiosa e voglio sposarmi con una donna sudamericana anche lei che e veramente brava e mi rende molto felice. Adesso mia compagna aspetta un bimbo, e siamo veramente felici.
 
Io vivo a Roma, però in questo tempo sto soffrendo un po’, perché non ho potuto sistemare la mia documentazione (non ostante tutto l’aiuto che mi ha dato la mia ex comunita religiosa)  non ho trovato un lavoro che me permetta guadagnarmi il pane con onesta e degnamente.Io per quello voglio chiedervi il suo aiuto, siamo fratelli nel sacerdozio, ho un figlio che viene in camino e cerco il suo aiuto vi prego.
 
Sono venuto tre anni fa a fare un dottorato in teologia,pero dopo avere scoperto il vero amore della mia vita ho avuto il coragio di lasciare tutto…..ci sono dei momenti in cui ho sofferto tanto, dopo avere recivuto l’aiuto della mia ex comunita, ho fatto di tutto per guadagnarmi il pane, ho lavorato come muratore,ho fatto pulizie nelle case,mi sono presso cura dei malati, ho lavorato come autista, ho consegnato publicita per le strade,consegno giornali gratuiti nelle stazioni della metro a roma, ho fatto di tutto, però sempre questo tipo di lavori hanno finito e io sono rimasto senza niente…  adesso sono preocupatto per la nascita di mio figlio e vorrei trovare qualcosa e mi fido di voi per trovare qualche aiuto…
 
Io sono Giovane, so parlare l’italiano, conosco lo spagnolo, ho studiato teologia, sono stato un insegnante, mi piacciono i libri, so guidare la machina e ho la patente, so lavorare col compiuter.
 
Scusatemi per il disturbo, volevo sapere se poso parlare con qualcuno di voi, io non vorrei creare disturbo, però mi offro disponibili per quello che voi credete necesario…
 
Siamo fratelli nel sacerdozio, io ho bisogno del suo aiuto e aspetto che voi mi aiutate… se e posibilie avere qualche intervista con voi, io sarei molto contento.
 
Come me qui a roma siamo molti che abbiamo lasciato il sacerdozio e adesso non abbiamo niente, vi prego datemi una mano.
 
Aspetto qualche riposta.
Dio vi benedica.
 
J. C.


L’appello è rivolto a tutti i visitatori del sito. Il giovane sacerdote e la sua compagna sono a pochi mesi dalla nascita del loro figlio… La redazione del blog invita a sostenere il progetto di aiuto per J.C.

Per eventuali donazioni e contributi o per segnalare qualche offerta di lavoro scrivere a sacerdoti.sposati@alice.it

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SANTO O REPRESSORE?

L’emarginazione di teologi, vescovi e religiosi, in particolare i ”teologi della liberazione”; le posizioni conservatrici in tema di morale sessuale, di celibato ecclesiastico, sul ruolo della donna e dei laici nella vita della Chiesa; la tolleranza verso i regimi dittatoriali in America latina o le oscure vicende che hanno coinvolto lo Ior. Tutti elementi che dovrebbero essere attentamente valutati prima di elevare agli altari la figura di papa Giovanni Paolo II. Tanto più in un periodo in cui – come ha sottolineato Giovanni Franzoni – le beatificazioni di Pio XII e Giovanni XXIII evidenziano come sia divenuta prassi sin troppo comune nella Chiesa che un papa santifichi i suoi immediati predecessori.

Adesso però la causa di beatificazione di Wojtyla, la cui fase diocesana è ufficialmente iniziata in giugno, ha un nutrito gruppo di autorevoli oppositori, il cui parere dovrà essere tenuto nella giusta considerazione. Un ”appello alla chiarezza” sulla beatificazione di Giovanni Paolo II è stato infatti presentato il 5 dicembre, presso i locali della nostra agenzia, dallo stesso Giovanni Franzoni, ex abate benedettino di S. Paolo Fuori le Mura, per anni tra gli animatori della Comunità di Base di San Paolo, e dal filosofo e teologo della Liberazione Giulio Girardi. A firmarlo, oltre a loro, teologi e storici della Chiesa come Jaume Botey, Casimir Martí, Ramon Maria Nogues, José Maria Castillo, Rosa Cursach, Casiano Floristan, Filippo Gentiloni, José Ramos Regidor, Martha Heizer, Juan José Tamayo.

"Non è un documento di contestazione", ha voluto sottolineare durante la presentazione Franzoni, "anche se è indubbiamente una voce fuori dal coro, pur tuttavia nasce da un’esperienza sofferta di persone che hanno vissuto per anni una vita ecclesiale intensa che ha attraversato diverse fasi, entusiasmi e delusioni". Per questo, dice Franzoni, le nostre considerazioni sono state elaborate "con spirito ecclesiale, come afferma appunto la parte finale del documento". Inoltre, ha aggiunto l’ex abate benedettino, "noi non apparteniamo a quella pattuglia di credenti che messi ai margini o messi alla porta gioiscono del fatto che la Chiesa si comporti in modo antievangelico. Noi abbiamo sempre pianto delle miserie della Chiesa in cui siamo nati e cresciuti". Entrando nel merito delle critiche alla figura di papa Wojtyla, Franzoni ha detto che "un pontefice ha tutto il diritto di essere conservatore". Ciò che però diviene grave, quasi "peccaminoso", è il fatto di "esercitare il potere delle due spade. Esprimere cioè legittimamente la propria opinione ma impedire nel contempo, attraverso il potere di cui si è investiti, ad altri – teologi, vescovi, consacrati e laici – di affermare cose diverse".

Un modello di Chiesa polacca, opposta a quella del Concilio

Nel suo intervento, Giulio Girardi ha sottolineato che la canonizzazione di Wojtyla "troverebbe certo un largo consenso in una parte ampia della Chiesa, rappresentata da quelle folle che scandirono insistentemente ‘santo subito!’". Ma provocherebbe un profondo turbamento in altri settori della Chiesa, esaltando la figura di un papa che non ha compreso il loro impegno, che li ha repressi ed emarginati, che ha soffocato la loro libertà di ricerca e di pensiero". Un papa, Giovanni Paolo II, fortemente legato – secondo Girardi – al modello conservatore ed anticomunista caratteristico della Chiesa polacca. Un modello che Wojtyla, in senso opposto al modello ecclesiale uscito dal Concilio Vaticano II, voleva imporre come "paradigma della Chiesa universale". Tra gli aspetti più controversi del pontificato di Wojtyla, Girardi si sofferma in particolare sul "dramma vissuto dai teologi della liberazione, schierati nel pensiero e nell’azione dalla parte dei poveri": essi "vennero condannati, rimossi dall’insegnamento, ridotti al silenzio, emarginati perché accusati, ingiustamente, del ‘peccato’ di marxismo". Così, come avvenne per la rivoluzione nicaraguense, "Giovanni Paolo II e la gerarchia locale da lui sostenuta, si schierarono dalla parte della borghesia; dalla parte della controrivoluzione armata, dalla parte dell’impero statunitense, cui in nome dell’anticomunismo venivano condonati tutti i delitti".

Reazioni al documento dei 12 teologi e studiosi contro la canonizzazione di Giovanni Paolo II non si sono fatte attendere. Scontata l’indignazione di mons. Stanislaw Dziwisz (che fu segretario di Wojtyla fin dai tempi in cui il futuro papa era arcivescovo di Cracovia), per il quale la beatificazione del pontefice polacco non corre alcun pericolo. Anzi, ha detto all’agenzia polacca Pap, "manifestazioni di questo tipo otterranno il solo obiettivo di fare in modo che la beatificazione si realizzi in tempi più rapidi e con maggiore convinzione".

Meno scontata la posizione dello storico cattolico Alberto Melloni, che sul Corriere della Sera del 6/12, afferma che l’appello, suo malgrado, si inserirebbe "in una logica ‘papista’, come se il papa fosse la Chiesa, ne interpretasse debolezze e virtù, e fosse consapevole di tutto ciò che accade nella sua corte. L’invito a deporre contro il papa repressore, conservatore in materia morale e indulgente verso i mascalzoni in talare, non avrà altro effetto che eccitare chi invece trova proprio in quelle presunte linee d’azione la prima santità di Giovanni Paolo II". Il pontificato di Wojtyla, secondo Melloni, è complesso, e non può essere ridotto a "un momento di mera restaurazione". Farlo diventare "il nero specchio di una reazione che non ci fu significa aiutare coloro che ne sognano l’avvento".

Di seguito, il testo integrale "l’appello alla chiarezza" sottoscritto dai 12 teologi. (Valerio Gigante)

L’apertura ufficiale, il 28 giugno 2005, della causa di beatificazione di Giovanni Paolo II, sollecita tutti i cattolici, uomini e donne, che si sentono partecipi e responsabili della vita della loro Chiesa, ad inviare le loro testimonianze sulle opere del Romano pontefice scomparso il 2 aprile.

Come è stato correttamente annunziato, possono essere inviate, all’ufficio competente del Vicariato di Roma, sia testimonianze a favore che testimonianze contrarie alla glorificazione di Karol Wojtyla, purché tutte siano fondate su dati obiettivi.

Tenendo peraltro conto della sovraesposizione mediatica che si è verificata, non sempre per motivi spirituali, durante gli ultimi giorni della malattia del papa e in occasione del suo decesso, ci sembra opportuno proporre dei riferimenti a quelle donne e uomini cattolici che senza voler ignorare naturalmente gli aspetti positivi del suo pontificato, come l’impegno per la pace o il tentativo di ammettere le colpe storiche dei figli e figlie della Chiesa nel passato; senza negare aspetti virtuosi della sua persona; e senza volerne giudicare l’intima coscienza – danno però una valutazione per molti aspetti negativa del suo operato come papa. Perciò, con questo appello invitiamo tali persone a superare la ritrosia e la timidezza, e ad esprimere formalmente, con libertà evangelica, fatti che, secondo le loro conoscenze e i loro convincimenti, dovrebbero essere d’ostacolo alla beatificazione.

Le/i firmatari del presente appello ritengono che, rispetto al pontificato di Giovanni Paolo II, si debbano criticamente valutare, in particolare, i seguenti punti:

1° – La repressione e l’emarginazione esercitate su teologi, teologhe, religiose e religiosi, mediante interventi autoritari della Congregazione per la Dottrina della Fede.

2° – La tenace opposizione a riconsiderare – alla luce dell’Evangelo, delle scienze e della storia – alcune normative di etica sessuale che, durante un pontificato di oltre 26 anni, hanno manifestato tutta la loro contraddittorietà, limitatezza e insostenibilità.

3° – La dura riconferma della disciplina del celibato ecclesiastico obbligatorio nella Chiesa latina, ignorando il diffondersi del concubinato fra il clero di molte regioni e celando, fino a che non è esplosa pubblicamente, la devastante piaga dell’abuso di ecclesiastici su minori.

4° – Il mancato controllo su manovre torbide compiute in campo finanziario da istituzioni della Santa Sede, e l’impedimento a che le Autorità italiane potessero fare piena luce sulle oscure implicazioni dell’Istituto per le opere di Religione (Ior, la banca vaticana) con il crack del Banco Ambrosiano.

5° – La riaffermata indisponibilità del pontefice, e della Curia da lui guidata, ad aprire un serio e reale dibattito sulla condizione della donna nella Chiesa cattolica romana.

6° – Il rinvio continuo dell’attuazione dei princìpi di collegialità nel governo della Chiesa romana, pur così solennemente enunciati dal Concilio Vaticano II.

7° – L’isolamento ecclesiale e fattuale in cui la diplomazia pontificia e la Santa Sede hanno tenuto mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, e l’improvvida politica di debolezza verso governi – dal Salvador all’Argentina, dal Guatemala al Cile – che in America latina hanno perseguitato, emarginato e fatto morire laici, uomini e donne, religiose e religiosi, sacerdoti e vescovi che coraggiosamente denunciavano le "strutture di peccato" dei regimi politici dominanti e dei poteri economici loro alleati.

Con spirito ecclesiale, Jaume Botey, teologo e storico, Barcellona; José María Castillo, teologo, San Salvador; Rosa Cursach, teologa, Palma de Mallorca; Casiano Floristán, teologo, Salamanca; Giovanni Franzoni, teologo, Roma; Filippo Gentiloni, giornalista e scrittore, Roma; Giulio Girardi, teologo, Roma; Martha Heizer, teologa, Innsbruck; Casimir Martí, teologo e storico, Barcellona; Ramon Maria Nogués, teologo, Barcellona; José Ramos Regidor, teologo, Roma; Juan José Tamayo, teologo, Madrid.  

fonte: www.adistaonline.it

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Il tempo della parola alle donne

Da che pulpito viene la predica!

Con quale autorità e in base a quali conoscenze o esperienze vari vescovi e cardinali, proprio loro che, per scelta, sono tutti celibatari e misogini, si permettono di dettar legge sulle tematiche relative alla maternità e paternità, sull’interruzione della gravidanza, sulla fecondazione assistita e sulle unioni civili tra conviventi? A quale “fonte” morale, che non sia sessista, ci richiamano?

Noi donne delle Comunità Cristiane di base consideriamo le gerarchie ecclesiastiche organismi maschilisti, autoritari e sessisti: essi non sono stati voluti da Gesù Cristo, il quale indicava alle sue amiche ed ai suoi amici che tra loro non dovessero esservi “né padri, né maestri” (v. Matteo 23,8-12). Il movimento di Gesù era un movimento profetico alternativo e di rinnovamento all’interno d’Israele che predicava la via del servizio e della cura tra fratelli e sorelle in un discepolato di eguali. Le prime comunità dopo Cristo furono un movimento missionario religioso dentro il mondo greco-romano che praticavano uno stile di vita comunitario. (vedi Elisabeth Schussler Fiorenza “In memoria di lei, una ricostruzione femminista delle origini cristiane” Claudiana, 1990)

Gli apparati ecclesiastici oggi esistenti, nati in seguito alla trasformazione delle comunità in chiese organizzate e di potere, non sono rispondenti all’impostazione paritaria delle primitive comunità cristiane.

Il clero e la sua organizzazione sono stati creati, dall’epoca costantiniana in poi, per imporre, insieme al potere politico un governo autoritario sui popoli, per condizionare le coscienze degli uomini e delle donne credenti e per di più, accumulando nel tempo ricchezze, beni e proprietà con l’esclusiva funzione di consolidare e perpetuare le stesse condizioni di potere,determinano e irrobustiscono una struttura antidemocratica creatrice di forte disparità interna alla chiesa soprattutto a danno delle donne.

Le gerarchie, reciprocamente sorrette dalle strutture di potere economico, sociale e politico della dominanza, sono state e sono tutt’ora istigatrici di violenza sulle donne, violenza coercitiva sui comportamenti femminili e maschili nell’ambito delle famiglie, espressione di un forte connubio con ideologie conservatrici e con i partiti politici al governo da cui hanno ottenuto ed ottengono evidenti ed ingiusti privilegi.

Valga per tutte l’insegnamento su cui si basano da millenni i racconti della Genesi e le letture astoriche e letterali dei messaggi della Bibbia, che concepita e scritta nell’ambito del patriarcato da soli maschi, ha segnato profondamente le differenze di genere nella società occidentale e creato ed imposto, la storica subalternità della donna all’uomo, ha definito l’incontro sessuale “peccaminoso”, la maternità come punizione “dolorosa” e l’impurità della donna con conseguente denigrazione, separazione ed allontanamento dal “sacro”.

Numerosissime sono state le donne uccise dalle gerarchie ecclesiastiche perché ritenute fonte di deviazione e peccato a causa del loro genere, della loro testimonianza di vita in libertà e per la loro significativa forza attrattiva e coinvolgente femminilità: alle migliaia di donne streghe si uniscono milioni di donne nel mondo maltrattate e violentate in tutti i millenni, questo è il più grande crimine dell’umanità sempre sottaciuto e di cui sono complici le chiese. ( vedi Elisabeth Green “ Lacrime amare – Cristianesimo e violenza contro le donne”Claudiana, 2000).

Diversità ci consolano e ci spronano a continuare.

Per la verità, sappiamo anche che, nonostante tutto ciò, nella storia delle comunità cristiane nei secoli, molte donne hanno cercato e sono riuscite a praticare una diversa visione e comportamento di vita aderente ai principi di fraternità e sororità indicati esemplarmente da Maria e Gesù di Nazareth e dai loro primi discepoli e discepole: a riguardo le testimonianze delle donne sono ancora oggi le più fedeli interpreti del cristianesimo in tutti i campi pur senza il “riconoscimento” delle gerarchie!

 

Sappiamo anche che nel clero sono stati e sono presenti molti uomini, ovviamente non solo preti, ed anche Vescovi, esemplari, semplici, onesti, di cuore sincero che aderiscono agli insegnamenti evangelici e testimoniano con comportamenti di dedizione alle persone e di cura, la loro appartenenza al movimento di Gesù e Maria di Nazareth: molti di questi sono in aperto contrasto con le gerarchie, molti preti sono costretti a subirne i dettami per non rischiare di essere estromessi da una struttura che garantisce comunque anche a loro un sostentamento economico e di vita.

Conosciamo molti preti che, per esempio, hanno deciso di scendere in piazza o fare scelte politiche dalla parte delle popolazioni oppresse, che hanno speso la vita per la liberazione delle oppresse e degli oppressi, per esempio nei paesi più poveri dell’Africa e dell’America Latina, ma anche nei paesi occidentali più ricchi, ove esplicitano scelte di vita, consapevolmente assunte e in maggiore libertà, per esempio schierandosi contro la prostituzione e contro il mercato del corpo femminile, ed anche contro l’ingiusta legge del celibato ecclesiastico (anch’essa frutto delle imperante misoginia e dell’avidità del possesso dei beni economici del clero), o verso la contraccezione, o la valorizzazione delle scelte omosessuali, per il riconoscimento dei Patti Civili di solidarietà come unioni civili, che proprio perché diverse dal matrimonio potranno consentire tra l’altro, si badi bene, di legittimare i rapporti di molti preti con donne conviventi e con i loro figli o figlie.

 

Molti preti assieme alle comunità ecclesiali di base stanno percorrendo cammini di liberazione e di corresponsabilità e costituiscono un esempio tangibile della possibilità di vivere il cristianesimo in modo autentico e aderente alle reali esigenze di spiritualità delle donne e degli uomini del nostro tempo, prescindendo dall’appartenenza alle strutture clericali ed esclusiviste ecclesiastiche.

Molte donne poi, nelle realtà di base, comunità, gruppi, associazioni emovimenti stanno continuando la loro ricerca di decostruzione e ricostruzione del divino, una profonda rilettura della Bibbia e della tradizione, vogliono l’affermazione di principi di condivisione dei ruoli nella comunità, vivono in pieno funzioni sacerdotali, di insegnamento teologico e biblico, la piena valorizzazione delle differenze di genere che costituiscono la premessa per definitivamente sconfiggere il potere dominante e assicurare l’affermazione dei rapporti paritari e di mutuo e reciproco scambio dei sessi.

Ri-affermazione di libertà

  Nelle lotte delle donne per la loro affermazione sono ovviamente presenti gli obiettivi di autodeterminazione sanciti già in molti stati di diritto: dalla parità dei diritti nella famiglia e nella società, nel mondo del lavoro e nelle strutture politiche ed istituzioni, alla scelta consapevole della maternità responsabile, alla difesa verso la violenza maschile, all’uso delle tecniche e tecnologie mediche che facilitano in ogni senso l’essere donna e madre (contraccezione, procreazione assistita, interruzione di gravidanza). Tutti questi strumenti di valorizzazione delle donne e delle loro condizioni sociali e culturali fanno ormai parte di una condizione di vitae di un processo di liberazione acquisito che non si può nascondere o sopprimere e da cui ben difficilmente si potrà tornare indietro.

 

Ecco ciò che fa paura alle strutture autoritarie e di potere che sentono sfuggire da sotto i loro piedi un mondo femminile e maschile di cui non potranno avere più la soggezione ed il governo; ecco il perché di questa strenua ricerca di difesa dell’impossibile! Non stupisce quindi il fatto che tali organismi per bocca di portavoce, singoli cardinali o vescovi, si pronuncino con “sicurezza” e vogliano imporre una unica visione, su questioni d’interesse pubblico che incidono sulle scelte personali e prendano posizione su quelli che definiscono principi religiosi, auto-legittimati in ciò da un cosiddetto “potere divino superiore” (vedi recenti dichiarazioni di Ratzinger sul diritto proveniente da Dio)a cui tutti, credenti e non, dovrebbero rifarsi.

 

Ma è evidente che essi, con la loro boriosa e presunta superiorità, con i loro imperiosi ordini, offendono prima di tutto il Dio a cui si richiamano e poi proprio i cristiani e le cristiane a cui si appellano, la loro ormai acquisita e consapevole scelta e corresponsabilità nelle comunità di credenti; le gerarchie in questo modo ingiustamente calpestano, la dignità delle donne e degli uomini, la loro libertà di coscienza e trovano facile sponda ed alleanze con lacompagine politica conservatrice e reazionaria.

 

Giochi a carte scoperte

C’è tra noi chi pensa che in questo modo si appalesi molto chiaramente la loro “appartenenza”, i giochi si svolgano a carte scoperte e sia più facile per gli occhi di tutte e tutti vedervi i segni della loro parzialità e del limite: ciò è vero, tuttavia occorre rilevare che molte sono ancora oggi le persone e soprattutto le donne che sono condizionate dai dettami clericali; riteniamo quindi che si renda maggiormente urgente una presa di posizione, proprio in quanto donne credenti, dichiarando apertamente la nostra posizione laicaa difesa dell’autodeterminazione delle donne, per effettuare chiarezza, per smascherare una manovra fortemente conservatrice che vuole ricacciare le donne nelle condizioni di subalternità ed inferiorità del passato, per togliere i veli che offuscano la visibilità di manovre politiche autoritarie.

 

Inoltre ci pesa molto il fatto che in una società cosiddetta democratica e pluralista, nella quale crediamo di vivere, il pronunciamento dei prelati sia l’argomento n° 1 in tutti i telegiornali o giornali nazionali e che si faccia a gara, da parte dei politici, a posizionare il proprio pronunciamento a ruota o in contrapposizione a quello dei vari cardinali e vescovi.

 

Ci pesa molto che la società per opera di politici, sempre rigorosamente maschi, ministri, esponenti istituzionali e non, dia largo spazio alle posizioni oscurantiste delle gerarchie ecclesiastiche assecondando atteggiamenti di supremazia sulle coscienze con la solo finalità elettoralistica: siamo convinte che l’appello alle coscienze autenticamente cristiane non può che portare all’affermazione di principi di libertà per tutti e tutte, alla conferma di rapporti di uguaglianza di fronte alla legge al di là delle singole appartenenze filosofiche, religiose e soprattutto non può che richiamarsi alla indispensabile affermazione di una etica laica di responsabilità e condivisione della socialità. Siamo nella linea di una autentica tradizione “non ufficiale” dei cristiani e delle cristiane.

 

E’ bene dire queste cose con riferimento ai partiti della sinistra e maggiormente per quelli del centro-sinistra che a nostro giudizio, incerti della fiducia del loro stesso elettorato, hanno finito con il dare eccessivo peso alle gerarchie, ricercando il confronto solo conloro, identificando con le gerarchie la Chiesa tutta e definendo “cattolico” il pronunciamento gerarchico, senza dare invece spazio e voce a donne, soprattutto, ma anche a uomini credenti, convinti assertori e difensori dello stato laico e radicalmente impegnati a conservare i diritti civili e di laicità: in poche parole vogliamo ritornare ad essere noi credenti, donne e uomini dellavasta comunità cristiana, ma impegnati in quella che viene definita “la diaspora”, gli unici e “sparsi” interlocutori dei partiti, privilegiando, anche noi a carte scoperte,i partiti della sinistra e del centro sinistra!

Non può essere considerato un fatto negativo che i cristiani si siano situati, col tempo e specialmente dopo la disfatta del partito unico, all’interno delle diverse organizzazioni politiche e partitiche ed abbiano quindi testimoniato nei fatti la loro collocazione politica pluralistica non solo è auspicabile ma concretamente possibile e giusta: non vogliamo assolutamente che si ricostituisca il partito unico dei cattolici come stanno cercando di fare alcuni esponenti nostalgici della vecchia DC!

 

Come donne poi, ancora di più accomunate con tutte le altre donne dalla condizione di genere e dalla necessità di valorizzazione della nostra differenza e di parità in tutti i campi, vogliamo che questo sia il tempo per ridarci pienamente la parola sui temi di cui noi per prime siamo “esperte” e portatrici d’interesse, esclusivi luoghi d’esperienza . Non vogliamo che la società perda i connotati di democrazia e pluralismo e contrastiamo fortemente la manovra politica avviata da parte di soggetti clericali, un connubio tra la destra e i fondamentalisti cristiani. Questi temendo di divenire “perdenti”, si arroccano su posizioni punitive e repressive verso i soggetti che ritengono più deboli, ancora una volta, le donne.

 

In questo senso esprimiamo il nostro convinto disappunto e giudizio politico su chi ha avviato la campagna di diffamazione sull’operato dei consultori e vuole affossare la legge per la tutela della maternità sociale e per l’interruzione della gravidanza, legge che difendiamo proprio perché ha dato nel tempo significativi frutti nella lotta contro l’aborto clandestino, ottenendone una forte diminuzione.

 

La difesa della vita ci appartiene

Sì, perché la difesa della vita dal suo concepimento è un principio acui come credenti ci richiamiamo, ma non possiamo chiudere gli occhi di fronte alle condizioni più disperate delle donne che vedono fortemente compromessa la loro vita da una gravidanza inaccettabile.

 

Ci sono le donne che scelgono di abortire per gravi condizioni di salute e, per grave rischio di vita loro o del nascituro, o perché la gravidanza indesiderata compromette la condizione socio-economica o familiare; pensiamo alle donne emigrate, sfruttate nei giri della prostituzione, in stato di povertà assoluta e sottomesse agli sfruttatori.

 

Parallelamente denunciamo le gerarchie ecclesiastiche, in particolare della chiesa cattolica, per la loro miopia di fronte alla contraccezione: le loro chiusure ed insegnamenti bigotti, l’assoluta insensibilità di fronte alle grandi scelte innovative della scienza, sia nel campo della contraccezione sia nel campo della fecondazione assistita. Gerarchie prepotenti: continuerebbero a farci credere che l’atto sessuale è esclusivamente preordinato alla procreazione. Questa posizione tutta teorica e ben lontana oggi dal sentire delle giovani generazioni, va continuamente smascherata ed insieme a ciò l’ipocrito impedimento dell’uso del preservativo, sia nella pratica contraccettiva, sia come protezione dalle malattie sessuali ed in particolare dall’AIDS.

 

Succede anche che, succubi degli insegnamenti ottusi delle gerarchie, ovvero coscientemente e malignamente perpetuanti il potere maschile sulle donne,i legislatori non abbiano voluto modificare alcune parti della legge sulla fecondazione assistita che sono oltremodo lesivi dei diritti delle donne. E’ noto, per esempio, che la Legge 40 obbliga l’impianto di tutti i gameti fecondati, tra l’altro limitandone il numero di produzione, con una evidente forzatura, a danno, principalmente delle salute della donna che deve ricevere l’impianto, e questo al fine di evitare la “dispersione” dell’embrione. Salvo poi ipocritamente consentire l’uso della legge 194 per l’interruzione di gravidanza in presenza di feto malato!

 

E poi perché mai si dovrebbe fare a meno di usare la pillola Ru 486 quando è ormai certo che questa è il mezzo oggi meno invasivo e doloroso per permettere l’interruzione di gravidanza? L’uso della pillola avviene solo nella misura in cui la donna che ha già scelto tale strada, ne faccia richiesta o ne concordi con le strutture ospedaliere l’uso, e pertanto la pillola diventa il mezzo più sicuro e meno doloroso. Non si hanno più dubbi sulla sicurezza del farmaco e sulla sua utilità tesa ad evitare l’invasività dell’intervento chirurgico. E’ giusto che vengano impiegati questi metodi d’aiuto a tutte le donne che decidono l’interruzione di gravidanza secondo i criteri e la disciplina giuridica vigente. Il servizio pubblico sanitario e di assistenza alle donne è un servizio medico giusto che non può essere in nessun modo condizionato dalla visione arcaica, miope e confessionale che le gerarchie invocano.

Ci collochiamo comunque nel patriarcato?

Ricordiamo e riaffermiamo con ciò il principio che ci ispira e cioè che la pratica dell’aborto dovrà essere sconfitta, con tutti i mezzi e quindi anche con la legittimazione della interruzione di gravidanza nei casi di corrispondenza ed applicazione della legge,perché ben altri ed alti sono gli ideali per i quali le femministe confermano la loro appartenenza: il superamento della violenza di genere, la ricerca ed accettazione dei ruoli materni nella società, la piena possibilità di sviluppo e vita della propria sessualità, il riconoscimento di valori femminili intrinseci nelle relazioni interpersonali (tra donne e con e tra gli uomini) e tutto ciò a partire da una opera di decostruzione del patriarcato e delle millenarie deformazioni culturali e mentali imposte nel mondo con le tre religioni monoteiste e abramitiche del “libro”.

 

Le strumentali citazioni di Eva peccaminosa e di Maria redentrice, non ci appartengono: esse vorrebbero contemporaneamente gettare infamia su tutte le donne ed esaltare Maria rendendola un essere distante dalle altre donne, unico esempio irraggiungibile di maternità ideale. Non è così Maria fu, come Eva (questa senz’altro meno tangibile e più remota antenata), una donna provata che attraversò difficili scelte di vita come quella dell’accettazione di una maternità anomala, o dell’uccisione di uno dei suoi figli sulla croce e che solo successivamente nei canoni ecclesiastici venne sublimata. Maria come altre donne diventa per noi, donne delle comunità di base,esemplare nella misura in cui, come espressione della lotta di liberazione, essa proclama il Magnificat e prevede la cacciata dei potenti dai troni e l’esaltazione degli umili.

 

Inoltre come donne credenti riteniamo molto riduttivo vedere le questioni che riguardano la maternità, la sessualità, la gravidanza, la scienza medica e “l’etica del vivere e del morire” solo come una disputa tra laico e clericale, tra chiesa e stato o peggio un generico richiamo alle coscienze individuali!

Ma notiamo anche una certa parzialità da parte degli intellettuali e politici di sinistra, magari convintamente laici, che tuttavia non verificano le tematiche dal punto di vista dell’espressione culturale del patriarcato e non collocano, e trascurano il fatto che vengano minate proprio quelle basi dei diritti delle donne che sono state il frutto volutamente conquistato, anche con il dolore,di “uno spazio altro”, di una società dell’accettazione, della condivisione e della cura della condizione femminile e dei soggetti più deboli della famiglia come i bambini o gli anziani! Mi riferisco in particolare alle nostre lotte degli anni ’70 per la legislazione del nuovo diritto di famiglia, per l’attuazione di una disciplina sulla interruzione di gravidanza, per il divorzio ecc… tutte leggi che hanno scardinato nel profondo le ipocrisie delle gerarchie cattoliche e da queste sono state avversate.

Inoltre è inammissibile, per noi donne credenti, che le gerarchie vaticane spingano i loro pronunciamenti verso il futuro, cercando di ipotecarlo, fino ad un giudizio drastico sull’operato di rappresentanti politici, pretendendo che la loro veduta sia l’unica a cui le leggi dello stato italiano si debbano uniformare, o chela critica sia da loro interessatamente orientata ancora una volta a condizionare fortemente le scelte dei legislatori dei cittadini e cittadine italiani: non vogliamo nel futuro, essere invece ricacciate indietro e non lo vogliamo nemmeno per le nostre figlie e nipoti.

 

Osserviamo anche che da parte della sinistra o meglio del centro sinistra, si finisca per dare eccessivo spazio mediatico ad una azione reazionaria e conservatrice e non venga esercitata invece con coraggio una scelta politica molto più avanzata, un bel balzo in avanti, una scelta radicalmente laica a difesa dei diritti di tutte e ditutti i cittadini. Occorre smascherare le azioni del vaticano, occorre che si capisca e si riconosca apertamente la parzialità del pensiero e del ruolo delle gerarchie ecclesiastiche, dando ad esse lo spazio del “potere temporale” necessariamente limitato ed esiguo che gli spetta!

Ben venga, a parere nostro, la revisione del Concordato, per relegare sempre di più le gerarchie ecclesiastiche, per costringerle e confinarle in un ambito totalmente diverso da quello che oggi è concesso! Ed alle gerarchie gettiamo la sfida, utopicamente sorretta dalla fede, molto più cristiana e rivoluzionaria, di una radicale conversione, di una trasformazione dell’organizzazione, della cessione volontaria, per esempio, di tutti i loro beni alla collettività perché tutti possano goderne, (per esempio dei beni artistici), della rifusione e ridistribuzione delle loro ingenti ricchezze a cominciare dai luoghi più poveri, e della rifondazione di comunità di fede a partire dagli ultimi e dalle ultime della terra,liberandosi dai fardelli del potere e riconquistando l’autenticità del messaggio di liberazione di Maria, di Gesù, di Maria di Magdala,di Cefa, di Giuda ( perché no?)e di tutti i testimoni della resurrezione! La comunità di fede che si identifica nelle donne e negli uomini di buona volontà, che apertamente testimoniano il loro essere in cammino, alla ricerca di maggiore aderenza al vangelo, che sentono un’appartenenza ad un movimento rivoluzionario e liberatorio, non vuole e non può, né potrà assumere atteggiamenti discriminatori, d’esclusione, atti e comportamenti punitivi, giudizi e repressioni su scelte di vita individuali delle persone ed anzi essi saranno affianco di tutti coloro che soffrono, degli oppressi e per prime delle donne, le più oppresse tra gli oppressi, come ben documentano tutti i rapporti statistici, sociologici ed economici a livello mondiale, ed in particolare proprio di quelle donne che sono costrette alla interruzione della gravidanza o delle donne portatrici del virus dell’AIDS. Bisogna avere il coraggio di affermare che il divino a cui tendiamo come donne, a partire da noi e dal nostro corpo, è dunque un dio/dea accogliente e simbolicamente rappresentato come un grembo materno; parole a riguardo sono state dette e scritte dalle donne, dalle teologhe in particolare, e sta diventando ormai di dominio pubblico il pensiero della teologia femminista.

Occorre aver ancora più coraggio e diffondere da un parte il dubbio di ciò che ci è stato insegnato, esercitando la lettura storico-critica del passato, dall’altra relativizzare i dettami e dottrine nel contesto in cui sono nate e vederne i connotati di genere fortemente impregnanti il linguaggio maschile e la teologia tradizionale. Partire quindi per un viaggio di ricostruzione di obiettivi di speranza e di finalità raggiungibili e tener viva la luce di questi miraggi speciali a cui come donne dobbiamo tendere. Sia chiaro senza scostarci dalla realtà di tutti i giorni anzi proprio a partire da questa perevolvere verso “la nuova coscienza” e dimensione della nostra piena affermazione come donne, per realizzare il nostro futuro arcaico. (v. Mary Daly. “Quintessenza, realizzare il futuro arcaico” – Edizioni le Civette di Venexia”2005).

 

Il gruppo donne della Comunità cristiana di base di Oregina

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sacerdoti sposati… "voci fuori dal coro" in Francia

L’arcivescovo di Dijon: sì ai preti sposati, eccezioni utili per far sopravvivere le comunità.

L’arcivescovo di Strasburgo: non è responsabile censurare sistematicamente questi argomenti.

L’ultima trasgressione di Abbé Pierre e il senso della vita.

La crisi delle vocazioni sacerdotali è sempre più forte in Francia. Gli ultimi dati lo testimoniano in modo rude e crudo: si è passati dai 566 nuovi preti del 1966 ai 90 del 2004, una cifra che lascia prevedere un futuro con tante comunità senza una guida spirituale e senza sacramenti. È una "caduta vertiginosa" quella delle vocazioni, dice Le Figaro, che solleva "apertamente" la questione dell’ordinazione sacerdotale di uomini sposati. Ad interrogarsi è niente meno che l’arcivescovo di Dijon, mons. Roland Minnerath. Vescovo "giovane" – nato il 27 novembre 1946 a Sarreguemines, nella Mosella – e figura di primo piano della Chiesa cattolica in Francia.

È da tener presente che mons. Roland Minnerath non è un vescovo qualsiasi: Giovanni Paolo II lo aveva nominato segretario speciale – un incarico di primo rango – dell’XI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che è stata celebrata in Vaticano dal 2 al 23 ottobre 2005 sul tema L’Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa. Ha studiato Storia all’Università di Parigi-Sorbonne, Amministrazione all’Università di Parigi IX-Dauphine, Teologia e di Diritto Canonico alla Facoltà di teologia cattolica di Strasburgo e all’Università Gregoriana di Roma. Ordinato sacerdote in giugno 1978 per l’arcidiocesi di Strasburgo, è entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede dopo due anni all’Accademia Ecclesiastica Pontificia a Roma. Dal 1980 al 1985 ha prestato servizio nelle Nunziature Apostoliche di Brasilia e di Bonn. Quindi, dal 1985 al 1988 è stato al servizio del Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa (l’attuale Seconda Sezione della Segreteria di Stato per i rapporti on gli Stati). Dal 1989 è professore alla Facoltà di teologia cattolica di Strasburgo, con la cattedra di Storia della Chiesa antica e medievale e all’Instituto di Diritto canonico, con la cattedra di Relazioni Chiese-Stati. Dal 1997 è Membro della Commissione teologica internazionale e dal 1992 è Membro dell’Accademia Pontificia delle Scienze sociali. Ha pubblicato una dozzina di libri e numerosi articoli sulle origini cristiane e sulle relazioni della Chiesa con la società.
Certamente, con un simile curriculum, è persona attenta e consapevole quando parla… "Il celibato – ha scritto Minnerath nel suo libro Agli abitanti della Borgogna che credono al cielo e a quelli che non ci credono – è una questione di disciplina. Ma, un giorno ci si accorge che questa tradizione rischia di privare di preti alcune comunità al punto di portarle alla scomparsa, perché non modificarla?". Mons. Minnerath osserva che le sue sono "alcune linee di riflessione", e si definisce "qualcuno che mette i problemi sul tavolo, prima di allinearsi all’indicazione generale". L’arcivescovo di Dijon spiega per inciso, che "non si tratta di passare da una disciplina all’altra, cioè dal celibato al matrimonio. Il dono del celibato – sottolinea – resta infatti intero e magnifico. Si tratterebbe soltanto, in casi eccezionali (per permettere alle comunità di sopravvivere), di consentire l’ordinazione di uomini sposati, con figli già grandi ed autonomi finanziariamente".
Mons. Minnerath non è il solo vescovo francese ad essersi posto il problema. Nel 2002 l’arcivescovo di Strasburgo, mons. Joseph Doré, aveva già osservato che non era "responsabile censurare sistematicamente questo genere di questioni e accontentarsi di affidarsi alla Provvidenza". Ma, per l’avvio di un eventuale dibattito sulla questione, il presule aveva posto tre condizioni: che la decisione fosse "universale e romana", che "non venisse rimessa in causa l’importanza del ministero laico" e "sminuita la forma attuale dell’esercizio del sacerdozio cattolico nella Chiesa latina".
Anche alcuni autorevoli membri della Conferenza episcopale francese stanno pensando a laici per celebrare i funerali cattolici e anche per le cerimonie matrimoniali. Certo. C’è anche chi, scettico, non crede che l’abolizione del celibato per i sacerdoti cattolici di rito latino si traduca automaticamente in un aumento delle vocazioni. E c’è il no della Santa Sede, riaffermato anche recentemente da papa Benedetto XVI, secondo il quale il celibato è un "dono prezioso". Mentre a Roma i vescovi di Santa Romana Chiesa stavano discutendo per settimane sui problemi attuali legati all’Eucaristia, altri porporati si dicevano contrari a concedere ai credenti divorziati una partecipazione non solamente passiva alla Santa Messa (e ricevere l’Eucaristia), negavano la possibilità di una svolta sull’ammissione delle donne al sacerdozio o a qualsiasi forma di regolazione delle coppie omosessuali, confermando inoltre il no secco a uomini sposati sull’altare. Solo il cardinale Walter Kasper si era spinto a precisare che sebbene la questione non sia all’ordine del giorno, se in futuro Benedetto XVI lo volesse, la Chiesa potrebbe superare il divieto di ammettere alla comunione i divorziati risposati … Già, perché i numeri della crisi delle vocazioni e la chiusura forzata di non poche parrocchie per mancanza di sacerdoti fanno riflettere, in Francia, ma non solo.

Quella di avere preti anche sposati per rispondere alla crisi delle vocazioni è pure una delle battaglie dell’Abbé Pierre, l’irrequieto e carismatico religioso francese, il "san Francesco dei nostri tempi", che ha lasciato tutto per stare dalla parte degli ultimi. Il religioso non cessa di provocare. Ma l’ultima sua "trasgressione" esce dall’ambito della denuncia sociale per centrare dei tabù del nostro tempo e della fede: la sessualità, il matrimonio dei preti, il sacerdozio delle donne, le unioni omosessuali, il rinnovamento della Chiesa.
Il suo ultimo libro-intervista con il filosofo-giornalista Frédéric Lenoir Mon Dieu… pourquoi? (Dio mio, perché?), edizioni Plon, ha suscitato scandalo o è stato letto come un proclama teologico. In fondo è soltanto la confessione serena di un sacerdote anziano, che racconta di aver sperimentato il desiderio sessuale, di un pastore d’anime che a novantatré anni s’interroga sui misteri della fede e sul senso del peccato, soprattutto di un uomo che continua a riconoscersi nel cammino incerto e difficile dei propri simili. Per questo rischia di far soltanto rumore nell’opinione pubblica e nel mondo cattolico, e niente di più.
L’Abbé Pierre ha confessato di essere caduto più volte. Lo ammette nel libro, affrontando i temi tabù del rapporto fra la Chiesa cattolica e la sessualità. "Ho deciso molto presto di dedicare la mia vita a Dio e agli altri – racconta il fondatore di Emmaus – ma il voto di castità non elimina il desiderio sessuale. Anch’io ho talvolta ceduto, in modo passeggero, senza relazioni stabili con una donna. Non ho avuto mai un legame regolare, perché non ho lasciato che il desiderio sessuale prendesse radici. Questo – afferma il religioso – mi avrebbe portato a vivere una relazione duratura con una donna, ciò che era contrario alla mia scelta di vita. Ho dunque conosciuto l’esperienza del desiderio sessuale e del suo rarissimo soddisfacimento, ma questo soddisfacimento è stata una vera sorgente di insoddisfazione, perché avvertivo che io non ero vero. Ho però avvertito – aggiunge – che il desiderio sessuale, per essere pienamente soddisfatto, deve esprimersi in una relazione d’amore, tenera, fiduciosa. Per questo vi ho rinunciato. Avrei reso infelici le donne e sarei stato lacerato nella mia scelta di vita".
Il libro in cui ha raccolto a ruota libera pensieri e meditazioni, non è solo la confessione di un episodico peccato giovanile. Sarebbe una lettura limitativa del messaggio di serenità che il vecchio consacrato ha voluto trasmettere in una materia vista come scabrosa. Lo dimostra il fatto che l’Abbé Pierre vada ben oltre le proprie umane debolezze, riflettendo senza moralismi ipocriti sulla vicenda del giovane uomo Gesù, cioè di colui che nella sua (nostra) fede è il figlio di Dio. Secondo la regola che lo spirito non è mai giovane abbastanza, il vecchio frate disserta anche sull’attualità culturale e cinematografica, commentando il Codice da Vinci e la teoria del rapporto fra Gesù e Maria Maddalena (la prostituta che fu "la donna a lui più vicina, a eccezione di sua madre"), considerata blasfema. Lui però dice: "Non vedo alcun argomento teologico che proibisca a Gesù, il Verbo incarnato, di conoscere un’esperienza sessuale". Che questo sia accaduto o meno, dichiara l’Abbé Pierre, "non cambia nulla all’essenziale della fede cristiana". Elevare l’astinenza sessuale a valore imprescindibile della missione sacerdotale, quasi che l’ascesi si potesse comandare a colpi di diritto canonico e viceversa un orgasmo fosse di per sé atto colpevole: tutto ciò per il cristiano Abbé Pierre non ha senso. Lo spiega senza drammi, interrogandosi sulla figura del suo Signore. Il Cristo che per amore soffrirà l’incontro carnale con l’umana morte, inchiodato sulla croce, perché mai in precedenza avrebbe dovuto disdegnare la dimensione carnale dell’amore, felice mistero umano per eccellenza? L’Abbé Pierre è anche qui disarmante nel ridurre all’essenziale la fede e l’impegno del credente: "Non c’è nulla che mi spinga a credere che fosse così, ma non c’è nessun argomento teologico che lo possa negare. Come Dio che si è fatto uomo, ha probabilmente conosciuto il desiderio sessuale, come tutti gli uomini. Non è detto che l’abbia soddisfatto".
L’Abbé Pierre è dunque dell’opinione che una relazione d’amore stabile non è contraria alla vocazione del sacerdozio. Si dice non ostile, appunto, ai preti sposati, ricordando che Gesù scelse un apostolo sposato, Pietro, e un apostolo celibe, Giovanni, e che per due secoli venne mantenuta questa prassi nella Chiesa, prima che fosse imposto il celibato. "Conosco preti che vivono in concubinato con una donna che amano da anni e che accettano bene questa situazione. Continuano ad essere buoni preti. Per la Chiesa è una questione cruciale". Tanto più che – nota l’Abbé Pierre – in molte altre confessioni il matrimonio per i preti è permesso. Dunque, si dice convinto che nella Chiesa cattolica di rito latino debbano convivere "preti sposati e preti celibi che possano consacrarsi totalmente alla preghiera e agli altri".
Se ai sacerdoti cattolici di rito latino dovrebbe essere consentito di avere una moglie e una famiglia – il che peraltro favorirebbe le vocazioni, dicono i sostenitori – non si vede perché non consentire il sacerdozio delle donne. Sull’argomento, l’Abbé Pierre critica Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: "Non ho mai capito perché hanno affermato che la Chiesa non ordinerà mai le donne Una tale affermazione presuppone che questa pratica non sarebbe conforme alla sostanza stessa della fede cristiana. Il principale argomento portato a spiegazione di questo divieto è che Gesù non ha scelto delle donne tra i suoi apostoli. Un argomento che per me non ha nulla di teologico, piuttosto è di natura sociologica". L’Abbé Pierre attribuisce questa chiusura a una secolare tradizione maschilista, legata alla dominazione di un modello patriarcale che considera l’uomo superiore alla donna. Non regge nemmeno l’argomento che Gesù fosse un uomo nell’incarnazione terrena e nel suo tempo: come divinità non può essere né uomo, né donna.
Altro argomento tabù, affrontato nel libro-intervista-confessione, è l’unione fra omosessuali. L’Abbé Pierre dà una risposta di straordinaria sensibilità e modernità, affermando in sostanza di essere favorevole al riconoscimento di un legame civile. Il "matrimonio", dice, è concetto "troppo radicato nella coscienza collettiva come unione fra un uomo e una donna": "Perché non utilizzare il termine alleanza?". E ancora: la psicologia sociale può dare risposte all’eventualità di genitori dello stesso sesso o di un solo genitore, anche se sappiamo che "il modello classico non è necessariamente indice di benessere ed equilibrio per i figli".
È una "vita contro", quella vissuta nella fede e nella libertà, da questa figura carismatica della Chiesa francese. Un sant’uomo di 93 anni con una meravigliosa barba bianca, il sacerdote più amato e popolare di Francia e uno dei simboli della Francia migliore: testimone di un impegno che non si è fermato alle rivendicazioni sociali ma si è tradotto in gesti concreti di solidarietà capaci di mobilitare migliaia di persone, in tutto il mondo. A ben vedere i colpi di scena non mancano nella biografia dell’Abbé Pierre, al secolo Henri-Antoine Groués. Di famiglia benestante, a 19 anni dona la sua eredità ai poveri per entrare nel convento dei cappuccini a Lione. Ne uscirà qualche anno più tardi, per diventare sacerdote diocesano. Aiuta le vittime del nazismo, combatte con i partigiani, viene eletto deputato all’Assemblea Nazionale dopo la guerra. Per protesta si dimette dal parlamento e con un ex ergastolano fonda il "movimento degli stracciaioli-costruttori di Emmaus", comunità di poveri, ex tossicodipendenti ed ex prostitute che cercano di rifarsi una vita, presenti ormai in 50 paesi. È il 1 febbraio del 1954 quando dai microfoni di Radio Lussemburgo, l’Abbé Pierre scuote la Francia con un appello che chiede aiuto per le migliaia di senza tetto e di affamati della Parigi post-bellica. Cinquant’anni dopo, continua a richiamare l’opinione pubblica mondiale sulla situazione di chi vive disagio abitativo (ricordandoci che in Europa, oggi, anno 2005 dell’era "cristiana", 70 milioni di persone sono costrette a vivere in case al limite della decenza, 3 milioni di queste vivono e dormono all’aperto, senza un tetto). Ma due anni fa hanno fatto anche scalpore alcune sue affermazioni antisemite.
L’Express parla del libro come di "una bomba nel paese calmo del pensiero cristiano. L’Abbé Pierre dichiara che non è ostile al matrimonio dei sacerdoti e suggerisce che lui stesso ha avuto relazioni sessuali con delle donne". Per Le Point quella dell’Abbé Pierre è una "sconvolgente confessione", un vero inno contro ogni tabù.
Tra coloro che non si danno pace dopo la sua recente esternazione, c’è l’arcivescovo emerito di Ravenna. Il cardinale Ersilio Tonini ha appena letto le rivelazioni intime dell’Abbé Pierre e per lui è il crollo di un mito: "Ora questo simbolo è finito nella polvere e per molti di noi è un giorno di grande tristezza". "Sono stato male a leggere quelle parole", confida in un’intervista dal titolo Abbé Pierre, perché l’hai fatto? con Ignazio Ingrao su Panorama del 4 novembre 2005. "È stato un modello di altruismo e di generosità non solo per la mia generazione ma per tantissimi, credenti e non credenti. Penso ad Annalena Tonelli che, ancora adolescente, vede arrivare l’Abbé Pierre a Forlì e comincia a raccogliere oggetti e offerte per l’Africa fino a maturare la decisione di lasciare tutto per andare in Somalia. Mi chiedo cosa direbbe oggi a leggere queste rivelazioni". Abolire il celibato sacerdotale, come suggerisce l’Abbé Pierre, risolverebbe il problema delle vocazioni? Risponde il card. Tonini: "Non credo. La crisi delle vocazioni investe infatti anche le Chiese protestanti e quelle orientali che ammettono i preti sposati. La ragione sta piuttosto nella difficoltà ad accettare una scelta definitiva come quella del sacerdozio". L’Abbé Pierre propone anche il sacerdozio femminile e il matrimonio tra omosessuali. "Mi chiedo a quale titolo si mette a fare il maestro e a trattare temi per i quali non ha competenza. Su argomenti così delicati lasciamo parlare i teologi e gli esperti". Dopo tanto clamore cosa suggerirebbe all’Abbé Pierre? "Gli consiglierei di rileggere la preghiera di Socrate: ’O caro Pane, e voi tutti che di questo luogo siete Iddii, concedetemi che sia bello io di dentro, e che tutto quello che ho di fuori si concordi con quel di dentro’".
L’Abbé Pierre ha confidato anche le proprie attese dal pontificato di Benedetto XVI. "Non mi stupirei se prendesse decisioni liberali sulla comunione per i divorziati risposati o sul sacerdozio di uomini sposati anziani, che abbiano già cresciuto i propri figli. Certamente non cambierà posizione sulle donne e continuerà a condannare l’omosessualità". E l’ultima riflessione, a leggerla bene, è forse la più trasgressiva: "Mio Dio, fino a quando durerà questa tragedia? In tutte le religioni si dice che la vita ha un senso, ma quanti miliardi di uomini che vivono nella paura, nel bisogno, nel dolore non hanno nemmeno la possibilità di meditare su questo senso?".

fonte Korazym

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Confessioni di un cardinale sull'ultimo conclave

Il cardinale Joseph Ratzinger entrò in conclave praticamente papa, appoggiato da cardinali influenti e dai movimenti più conservatori. Lo sostiene un porporato brasiliano, che ha affidato alcune confidenze sull’ultimo conclave al quotidiano di Rio de Janeiro O Globo. A pochi mesi di distanza dalle clamorose indiscrezioni sull’elezione di Benedetto XVI pubblicate dalla rivista italiana “Limes”, il conclave di aprile torna così sui giornali attraverso dinamiche sconcertanti, perché per la seconda volta a parlare sono uomini di Chiesa, tenuti da un giuramento a mantenere il silenzio.

La pena della scomunica evidentemente serve a poco, e così O Globo riporta le dichiarazioni di uno dei quattro cardinali brasiliani presenti nel conclave il quale avrebbe fatto la rivelazione in forma anonima. Secondo il porporato che ha parlato con il giornalista Gerson Camarotti, il cardinale Ratzinger fu aiutato dai più potenti cardinali della Curia romana e dai movimenti conservatori, "soprattutto l’Opus Dei". Nel mondo latino americano, si mobilitarono in particolare i cardinali Alfonso López Trujillo, colombiano, e Jorge Arturo Medina Estévez, cileno, entrambi appartenenti all’organizzazione fondata da Josè Maria Escrivá, mentre in Europa, fu molto attivo l’austriaco Christoph Schönborn.

La campagna sarebbe stata portata avanti in una serie di incontri riservati in conventi e istituti religiosi. Secondo la fonte del O Globo fu pianificata una "sofisticata strategia" a tavolino per arrivare al conclave dando l’idea che Ratzinger fosse tra i favoriti e che, d’altra parte, non era vero che il cardinale tedesco rifiutasse il pontificato per motivi di età e salute, come scriveva la stampa. Fu così, racconta ancora il cardinale nell’articolo pubblicato a Natale, che quando si aprì il conclave nella Cappella Sistina già esisteva la convinzione tra gli elettori che il porporato tedesco fosse "il miglior teologo del conclave" e il più adatto a seguire le orme del pontificato di Giovanni Paolo II. Al O Globo il cardinale brasiliano assicura che, dopo l’”extra omnes”, la campagna continuò discretamente durante i pranzi e le cene. Nelle sue rilevazioni, il "grande elettore" brasiliano conferma alcuni dati divulgati dalla rivista Limes: per esempio, il fatto che Ratzinger fu eletto, dopo quattro scrutinii, con 84 voti dei 115 cardinali presenti; e che il suo rivale non fu il cardinale Carlo Maria Martini, S.I., ma l’arcivescovo di Buenos Aires, anch’egli gesuita, Jorge Mario Bergoglio, S.I., il cardinale che, al terzo scrutinio, riuscì a raccogliere 40 voti (mentre Martini ebbe solo 9 voti nella prima votazione).

Secondo il cardinale brasiliano, Martini fu penalizzato dal fatto di "camminare con il bastone" e dal fatto che fosse malato di Parkinson. Il più votato dopo Ratzinger fu Bergoglio, che al quarto scrutinio ottenne 26 voti, ma che nelle tre precedenti votazioni sembrava esser riuscito a coagulare attorno al suo nome una minoranza di blocco capace di impedire l’elezione del porporato tedesco. Alcuni vescovi brasiliani, consultati dal giornale, hanno detto che non suona loro nuovo il fatto che "ci siano stati cardinali che fecero campagna elettorale a favore di Ratzinger". La Nunziatura Apostolica  a Brasilia, consultata dopo le rivelazioni, ha rifiutato di "rispondere su questioni inerenti i segreti del conclave". La Conferenza episcopale brasiliana ha riconosciuto con O Globo che l’Opus Dei ha avuto un ruolo importante nell’elezione di Benedetto XVI, perchè l’Opera "gode di grande prestigio in Vaticano, soprattutto tra i cardinali più conservatori". Ma il suo presidente, il cardinale Majella, ha detto di non credere che un cardinale abbia potuto fare simili rivelazioni, considerate le gravi pene canoniche che incombono su chi infrange il segreto inerente l’elezione di un papa.

Sta di fatto che le rivelazioni del O Globo hanno il loro peso. Secondo il giornale dunque, la fonte andrebbe cercata tra quattro nomi: l’arcivescovo di São Paolo, Cláudio Hummes, O.F.M.; l’arcivescovo di São Sebastião do Rio de Janeiro, Eusébio Oscar Scheid, S.C.I.; quello di São Salvador da Bahia, Geraldo Majella Agnelo, attuale presidente della Conferenza episcopale del Brasile; e l’arcivescovo emerito di Brasília, José Freire Falcão.

(fonte Korazym.org)

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forse per paura o forse…

Salve, volevo esprimere il mio appoggio per la sua situazione e faccio tanti complimenti per il vostro sito che trovo molto interessante. Ho letto la sua storia e devo dire che mi dispiace che la chiesa e la sua diocesi l’abbia abbandonato nonostante il suo ottimo lavoro svolto, negli anni scorsi, con passione e fede. Non capisco come mai tutti i sacerdoti della diocesi con cui, prima di sposarsi, aveva rapporti di lavoro, d’amicizia l’abbiano abbandonato, possibile che non c’è un sacerdote (anche in privato, senza esporsi) che la sostiene nella sua decisione?…forse per paura o forse perchè lei è uscito dal loro caln. Io non conosco la sua diocesi ma a quanto ho letto il vescovo stà facendo in modo che lei non lavori, quasi a fargli un dispetto. La validità di un sacerdote non si vede se è sposato o no, se si innamora o no.
Mi scuso se ho scritto di getto così come mi veniva.

Saluti e che Dio la benedica nella sua impresa.

C.A.

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